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	<title>Finlandia Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>La donna elettrica: una donna contro il sistema</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jan 2019 09:02:08 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>Islanda, oggi. Sembra di essere in un altro tempo, in un&#8217;altra dimensione: pianure estese, cieli aperti, Natura incontaminata, o quasi. A riportarci alla realtà è Halla, una signora di mezza età dalla doppia vita: è una serena e pacata insegnate del coro della comunità, ma anche una tenace e battagliera attivista, impegnata a combattere l&#8217;industria di alluminio che sta cercando di affermarsi sul territorio in cui lei è nata e cresciuta.</p>
<p>Halla è la protagonista del nuovo film di Benedikt Erlingsson, il cui titolo originale è <i>Woman at war</i>, molto più significativo della pessima traduzione italiana <i>La donna elettrica</i>. E&#8217; una vera e propria guerra quella che Halla &#8211; aiutata da un amico che si fa passare per suo cugino e da un timido funzionario del Ministero – mette in atto per salvaguardare la sua Terra dall&#8217;arrogante invasione delle multimazionali. “Sua” perchè Halla vive in maniera simbiotica con la Natura che la circonda: riesce a rannicchiarsi tra le rocce, incede spavalda nel fango, si nasconde sotto la pelle di pecora, si sporca. Il suo alter ego è la sorella gemella, Asa, che ha deciso, invece, di purificare prima se stessa con la meditazione e vorrebbe recarsi in India per vivere in un hashram. Mentre, un giorno qualsiasi, la tv proietta immagini disturbanti relative ai disastri ambientali, Halla riceve una telefonata ormai inaspettata: dopo quattro anni è stata accettata la sua richiesta di adozione. Una bambina (di nuovo torna la figura femminile) la sta aspettando.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/La-donna-elettrica-recensione.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11954" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/La-donna-elettrica-recensione.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="867" height="578" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/La-donna-elettrica-recensione.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 867w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/La-donna-elettrica-recensione-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/La-donna-elettrica-recensione-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 867px) 100vw, 867px" /></a></p>
<p>Come uno degli alberi che punteggiano il paesaggio, Halla ha le radici affondate nella tradizione e lo sguardo puntato verso il Futuro che vorrebbe tutelare per poterlo dare in dote alle generazioni che verranno. La sua è una lotta pericolosa, rischia la libertà e la propria incolumità fisica, ma nulla teme, questa donna che ricorda tanto Don Chisciotte. Nella comunità in cui si muove, pochissimi conoscono la vera identità della boicottatrice della linea elettrica e anche la sorella non sarebbe in grado di accettare la sua attività. Ma il Destino è più potente degli esseri umani e riserva sempre qualche sorpresa che ci costringe a rivedere le nostre priorità. La sceneggiatura,a questo punto, presenta un altro, intelligentissimo colpo di scena che, ovviamente, non sveliamo.</p>
<p>Interessante e originale anche la scelta di inserire in maniera diegetica la colonna sonora, suonata da un gruppetto di musicisti che interviene sullo schermo a esprimere le emozioni provate, di volta in volta, dalla protagonista, con un risultato che fa pensare a una costruzione teatrale delle inquadrature. Compaiono, inoltre, tre donne, con abiti tradizionali (anch&#8217;essi con un significato ben preciso che lasciamo agli spettatori decifrare) come le moire e come il coro della tragedia greca che, con distacco, osserva e commenta le vicende di questa umanità, così forte e così fragile.</p>
<p>Raffinata, quindi, questa pellicola che, con humor tutto nordeuropeo, identifica la donna in Madre Natura: dolce vichinga, Halla, è capace di rischiare per il Bene comune e in grado di ridimensionarsi perchè ha capito che salvare anche solo una vita, vuol dire salvarle tutte.</p>
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		<title>Il regista Aki Kaurismaki punta tutto sulla solidarietà</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Apr 2017 06:01:55 +0000</pubDate>
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<p>Un filo rosso lega le ultime due opere del regista finlandese Aki Kaurismaki: dopo <i>Miracolo a Le Havre </i>torna nelle sale con il suo ultimo film, secondo di una trilogia sui porti, e ambienta la storia nella sua Helsinki, affrontando ancora il tema delle migrazioni.</p>
<p>Vincitore dell&#8217;Orso d&#8217;Argento all&#8217;ultimo festival di Berlino per la Miglior regia, la pellicola intitolata <i>L&#8217;altro volto della speranza</i> avrebbe meritato altri premi: per la sceneggiatura e per la fotografia, ad esempio.</p>
<p>I dialoghi, come sempre, sono rarefatti, ma ogni frase – curata nei dettagli – rivela significati universali, profondi e attualissimi; la luce – quasi caravaggesca in alcune scene &#8211; ammanta di spiritualità personaggi realistici, veri: quell&#8217;umanità tanto cara all&#8217;autore, una umanità che resta ai margini della ricchezza e del potere, ma che sa ancora veicolare i valori positivi.</p>
<p>Un&#8217; inquadratura scura apre la prima scena e dal buio emerge il volto di un giovane uomo: si tratta di Khaled, un profugo siriano che, per fuggire dal Paese devastato dalla guerra, fugge su una nave che trasferisce carbone. L&#8217;uomo riesce ad arrivare in Finlandia, alla ricerca di pace e di un futuro sereno. Scena emblematica, già questa prima di apertura, che identifica lo straniero come “l&#8217;uomo nero” o come uno zombie che risorge dalle proprie ceneri.</p>
<p>Kaurismaki squaderna il tema del fenomeno migratorio dal punto di vista di chi lo vive sulla propria pelle, senza pìetas, ma sempre con grande lucidità, con quadri teatrali in cui la prossemica dei personaggi (compresa quella di un cagnolino) e degli oggetti retrò diventa funzionale alla storia e al suo commento.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/altrovoltodellasperanza-300x267.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-8596 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/altrovoltodellasperanza-300x267.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="267" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Waldemar Wilkstrom è un signore di mezza età, agente di commercio di camicie e cravatte che un giorno, all&#8217;improvviso, decide di abbandonare moglie e attività per poi vincere una somma di denaro al gioco d&#8217;azzardo e aprire un ristorante. I destini di Khaled e di Wilkstrom, all&#8217;inizio raccontati in montaggio parallelo e quindi separatamente, saranno destinati ad incrociarsi perchè i due uomini sono entrambi in cerca di un cambiamento, di libertà, di un piccolo attimo di felicità.</p>
<p>Intorno a loro ruotano i personaggi surreali, divertenti, malinconici di Helsinki, ma di quella città che molti non vedono: musicisti di strada, portuensi, bottegai&#8230;Tra questi emergono, ogni tanto, gruppi di skinheads, che con la loro ignoranza becera (uno di loro si rivolge a Khaled, dopo averlo picchiato, apostrofandolo “ebreuccio”) e la loro violenza cieca sottolineano il clima di xenofobia che pervade l&#8217;Europa contemporanea.</p>
<p>Nella sua analisi, Kaurismaki non risparmia nemmeno le istituzioni, che sebbene siamo nel Nord dell&#8217;Ue dove dicono che i sistemi di accoglienza siano i migliori, le sequenze che vedono Khaled a colloquio con l&#8217;impiegata dell&#8217;ufficio immigrazione lo riprendono in primo piano, serio, mentre tenta di far capire la propria situazione alla donna, algida, impassibile, entrambi in un&#8217;immagine dai colori freddi come coloro che hanno perso qualsiasi forma di empatia con il prossimo.</p>
<p>La Siria di Kahled è un Paese devastato dalle potenze internazionali, dall&#8217;Isis, dal regime, dal conflitto che non è più solo civile; l&#8217;Occidente di Wilkstrom (e anche nostro) è un luogo di resilienza per i meno fortunati (i più abbienti scappano all&#8217;estero, come nel cameo della brava Kati Outinien, attrice feticcio del regista) e un posto escludente per chi è “diverso”: ma nel ristorante dai mille nomi – per sopravvivere alla crisi economica – aperto dall&#8217;ex rappresentante si concentra un microcosmo di persone sognatrici, ancora vitali, ricche soprattutto di quel senso di solidarietà che permette loro di “fare famiglia” pur nelle divergenze e di dare un senso a un&#8217;esistenza non facile, ma più soddisfacente di tante altre, aride e superficiali.</p>
<p>Una prima parte più seriosa, una seconda più grottesca; quadri che rimandano alla pittura di Edward Hopper; i giochi di luce e ombre perchè così è la vita; la musica diegetica che riporta sullo schermo un mondo antico con ballate folkloristiche o malinconiche: tutto questo è il Cinema di Aki Kaurismaki, un uomo, un poeta, un cineasta ribelle, critico e umano, molto umano che nutre ancora un po&#8217; di fiducia nei suoi simili.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
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