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	<title>fondamentalismo Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Storia della Najiba Public Library con Hussain Rezai, fondatore e direttore della Najiba Foundation</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Oct 2021 07:18:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da Voci dall&#8217;Hazaristan) Quando una biblioteca chiude non può mai essere una buona notizia. Se lo fa perché vittima dell’odio, dell’oscurantismo, e del fondamentalismo, allora diventa una notizia terribile.Il 14 agosto la città di&#46;&#46;&#46;</p>
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<h1 id="8d21"></h1>



<p>(da <a class="" href="https://medium.com/@vocidallhazaristan?source=post_page-----31e0e82fd820--------------------------------&utm_source=rss&utm_medium=rss">Voci dall&#8217;Hazaristan</a>)<a href="https://medium.com/m/signin?actionUrl=https%3A%2F%2Fmedium.com%2F_%2Fbookmark%2Fp%2F31e0e82fd820&amp;operation=register&amp;redirect=https%3A%2F%2Fmedium.com%2F%40vocidallhazaristan%2Fstoria-della-najiba-public-library-con-hussain-rezai-fondatore-e-direttore-della-najiba-foundation-31e0e82fd820&amp;source=post_actions_header--------------------------bookmark_preview-----------&utm_source=rss&utm_medium=rss"></a></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://miro.medium.com/max/2160/1*lDCG249n6Y2uVMB1l2HCgQ.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://miro.medium.com/max/2160/1*2iNw83h2ptuWd73uKriDlA.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>Quando una biblioteca chiude non può mai essere una buona notizia. Se lo fa perché vittima dell’odio, dell’oscurantismo, e del fondamentalismo, allora diventa una notizia terribile.<br>Il 14 agosto la città di Nili, capoluogo della provincia di Daykundi, cade, come tutto il paese, nelle mani dei Talebani. Qualche giorno dopo la Najiba Public Library viene violata e le sue proprietà vengono danneggiate in maniera permanente. Ieri è arrivato il comunicato ufficiale della Najiba Foundation, che conferma l’impossibilità di proseguire le attività.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://miro.medium.com/max/2064/1*xbjYFl2GYAF7AhHM8KugWQ.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://miro.medium.com/max/1548/1*VUmMYYfHVIRrOJsnGfBXKA.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>[ link del comunicato dall’Account ufficiale della Najiba Foundation:&nbsp;<a href="https://twitter.com/Najiba_FDN/status/1446779997339926529?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://twitter.com/Najiba_FDN/status/1446779997339926529?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>&nbsp;]</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://miro.medium.com/max/1548/1*laVCWVUXIceeMULNJmiRBQ.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://miro.medium.com/max/2064/1*t0QuNoSMQ49nCheZlAF4_A.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>Sulla storia di Najiba e su cosa rappresentasse la Najiba Public Library per il territorio di Daykundi lascio spazio alle parole di&nbsp;<strong>Hussain Rezai</strong>, fondatore e direttore della Najiba Foundation, che ringrazio immensamente per la disponibilità e per il tempo concesso.</p>



<p>“La Najiba Foundation è dedicata alla memoria di Najiba, uccisa dai Talebani in un attentato suicida il 24 luglio del 2017. Era tornata da sei mesi dal Giappone, dove aveva conseguito la Laurea magistrale in informatica. Aveva preso la triennale, sempre in informatica, in India, e per le sue grandi competenze era stata assunta dal Ministero afghano delle Miniere e del Petrolio. Vinse questa borsa di studio molto prestigiosa per il Giappone e partì per altri due anni. Era una mattina presto di quel 24 luglio quando Najiba stava andando verso il suo ufficio su un autobus che trasportava altri trentaquattro giovani Hazara altamente istruiti. Un attentatore suicida talebano salì e si fece esplodere.<br><br>Io e la sua famiglia siamo rimasti scioccati, per due anni non siamo riusciti ad accettarlo. Poi, però, abbiamo realizzato che dovevamo reagire, che se non avessimo fatto nulla le persone avrebbero cominciato ad accettare questi attentati come parte della loro vita quotidiana. Non potevamo permettere che la gente si scordasse di Najiba e di tutte le persone che sono morte negli attentati contro gli Hazara. Così abbiamo deciso di fondare una biblioteca in sua memoria. Volevamo lanciare un messaggio forte e al contempo creare un centro di istruzione funzionante. Abbiamo scelto la cultura come arma contro il fondamentalismo e l’estremismo dei Talebani.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://miro.medium.com/max/1400/1*_2uS4uWKXX4-i4tZqJ7JgQ.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>Il nostro scopo principale era quello di creare e educare nuove Najiba, tante nuove ragazze istruite e formate che avrebbero combattuto come lei. Cercavamo un modo di comunicare al mondo che non avremmo mollato e che la nostra lotta per un Afghanistan migliore non sarebbe mai terminata.<br><br>Abbiamo scelto Daykundi per diversi motivi. È la terra di Najiba, una delle province più povere e remote dell’Afghanistan. Il governo centrale non si è mai interessato alla gente di Daykundi, che da troppo tempo vive senza servizi minimi, senza collegamenti con tutto il resto dell’Afghanistan. Abbiamo costruito la biblioteca a Nili perché volevamo lavorare in un posto dove nessuno andava e dove c’era un gran bisogno. Gli abitanti di Daykundi sono tutti Hazara molto progressisti che vorrebbero scuole e centri di cultura, per donne e uomini, ma nessuno ha mai fatto nulla per loro.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://miro.medium.com/max/637/1*2WaxmfkW0CnZvTI-hp5sHQ.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>La biblioteca fu accolta splendidamente dalla comunità locale, più di come ci aspettavamo. Abbiamo deciso di spezzare l’isolamento geografico e dotare la biblioteca di un laboratorio di computer, il Najiba-Akademos Computer Lab. Volevamo offrire corsi culturali e di formazione di grande qualità agli studenti, così abbiamo organizzato sessioni di lezioni online a classi con docenti e professori da Kabul, dall’Australia, dall’Europa, dall’America.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://miro.medium.com/max/700/1*eZnbkDehGwVql1YC1tDfoQ.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>Tutto quello che abbiamo fatto, ed è stato tanto, lo abbiamo fatto con le donazioni di chi ci ha sostenuto. Nessuna organizzazione internazionale ci ha mai aiutato, né il governo ci ha mai concesso fondi. Ma siamo orgogliosissimi di quello che abbiamo costruito. Una grande percentuale dei nostri utenti erano donne, ragazze, bambine, ma anche donne adulte. Abbiamo fondato la squadra di pallavolo femminile della Najiba Library, abbiamo lottato per sconfiggere le discriminazioni di genere nella comunità locale, abbiamo sostenuto le ragazze a partecipare ad eventi pubblici, sportivi, culturali, a lottare e a continuare a studiare come faceva Najiba. Prima del nostro arrivo c’era chi era restio nei confronti dello sport femminile, ora la provincia di Daykundi è piena di squadre femminili di pallavolo, e per noi è un orgoglio immenso.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://miro.medium.com/max/2000/1*dcyUUhkaJFHvNwpRTVza5w.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>Ora che sono qui, in Italia, spero di poter connettere la Najiba Foundation con le principali istituzioni italiane della cultura e del mondo delle biblioteche, con le associazioni dei bibliotecari, con le scuole e con le università. Sarei onorato di portare la nostra esperienza, di condividere le nostre pratiche e di imparare da quelle italiane. La storia di Najiba e di quello che abbiamo fatto per la sua memoria deve continuare ad essere raccontata.”</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Capire il Corano. Intervista a Farid Adly</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Nov 2017 06:19:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Capire il Corano. Intervista a Farid Adly In occasione di una nuova presentazione a Milano del saggio “Capire il Corano” di Farid Adly che si terrà domani 15 novembre presso Seicentro, in Via Savona&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Capire il Corano. Intervista a Farid Adly</span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In occasione di una nuova presentazione a Milano del saggio “Capire il Corano” di Farid Adly che si terrà domani 15 novembre presso Seicentro, in Via Savona 99 a Milano, oggi pubblichiamo la nostra intervista al giornalista che ringraziamo molto per la disponibilità.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Da dove nasce l&#8217;idea e, soprattutto, l&#8217;esigenza di scrivere questo libro?</p>
<p>L&#8217;idea di questo libro ronzava nella mia testa da molto tempo. Alcune parti e ricerche risalgono agli anni Ottanta e Novanta dello scorso secolo. Come per esempio il racconto di Giuseppe, la condizione delle donne ed i collegamenti con l&#8217;epopea di Ghilgamesh. L&#8217;esigenza, invece, è legata al momento storico che viviamo con le interpretazioni jihadiste che si nascondono dietro a delle interpretazioni letterali fuori contesto storico e allo stesso tempo è legata anche al dilagare della xenofobia, figlia dell&#8217;ignoranza. Una delle note sulla quale tutti dobbiamo fermarci a riflettere è la provenienza sociale della maggior parte dei terroristi che hanno colpito nelle città occidentali, Parigi, Bruxelles, Berlino, ecc&#8230; Sono giovani di seconda generazione di migranti che vivevano ai margini della società, frequentatori di bar, bevitori di alcolici, consumatori di droga e a loro volta spacciatori. Cioè tutto tranne che retti devoti musulmani. Sono giovani in difficoltà che hanno trovato sulla loro strada personaggi politici sbagliati, sconvolgendo la loro mente con vane promesse di un paradiso nell&#8217;aldilà. Ecco, questo libro tenta di essere una guida alla lettura originale e genuina, che confuta le tesi estremiste, con argomenti che privilegiano l&#8217;uso della ragione rispetto alla cieca imitazione.</p>
<p align="JUSTIFY">“Capire il Corano” è un titolo impegnativo: a chi si rivolge?</p>
<p>Si rivolge a tutti. E&#8217; un libro divulgativo, non dedicato agli studiosi ed agli accademici, ma a chi vuole avvicinarsi al testo sacro dei musulmani. Non è un libro per far proselitismo; non sono, né un teologo, né un missionario alla rovescia. Il Corano è un libro scritto 1400 anni fa nella lingua araba della Mecca di quel tempo antico e, per ragioni teologiche, non è possibile tradurlo, ma soltanto spiegarlo in altre lingue per esprimerne il senso. Anche la sua lettura in arabo richiede, per una più compiuta comprensione, di consultare i volumi del Tafsir, l&#8217;esegesi coranica. E come ho detto nella risposta precedente, il libro “Capire il Corano” è rivolto ai giovani delle seconde generazioni provenienti dai paesi musulmani.</p>
<p align="JUSTIFY">Come ha scelto i capitoli da commentare? E può spiegarci i tre livelli del libro?</p>
<p>Sono sette i capitoli del Corano (sure) che ho analizzato in modo specifico. La scelta è stata guidata da motivazioni diverse: quella estetica come per il caso della storia di Giuseppe o la Fatiha, la sura cosidetta aprente, che ogni musulmano recita tante volte al giorno; motivi dottrinali, come per la tavola imbandita, che tratta della tolleranza. Altri motivi sono legati al parallelismo tra Corano e Bibbia, come la figura di Gesù e le Genti della Caverna. Nella scelta ho ponderato anche l&#8217;aspetto storico, legato alla successione della rivelazione.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/capire-il-corano-300x375.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class=" wp-image-9769 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/capire-il-corano-300x375.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="243" height="304" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/capire-il-corano-300x375.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/capire-il-corano-300x375-240x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 240w" sizes="(max-width: 243px) 100vw, 243px" /></a></p>
<p>Il libro, però, analizza anche altre sure nei capitoli dedicati a tematiche specifiche, come quello della questione femminile e della schiavitù.</p>
<p>I tre livelli dell&#8217;interpretazione coranica sono quello teologico, filosofico e sufi. Nelle diverse fasi storiche della diffusione della fede islamica ci sono state delle interessanti contaminazioni culturali che hanno permesso di sviluppare nuove modalità di concepire l&#8217;interpretazione del testo coranico. Averroè ha tentato di coniugare il testo coranico con la razionalità dei filosofi greci, ma è stato emarginato; Ibn Arabi ha speso la sua vita in viaggi alla ricerca di una chiave di lettura che vada al di là del testo apparente. L&#8217;ottusità dei fondamentalisti, di adesso come di allora, non ha permesso che questi tre livelli possano convivere parallelamente, come tre stadi di ricerca differenti ma confluenti e non necessariamente conflittuali.</p>
<p align="JUSTIFY">E&#8217; d&#8217;accordo con la differenziazione tra “Corano meccano” e “Corano medinese” fatta da Mahmud Taha?</p>
<p>Il martire sudanese Mahmud Taha è stato un pioniere del riformismo democratico all&#8217;interno della ricerca coranica. Ha attuato studi approfonditi ed è arrivato a conclusioni avanzate che si scontravano con il potere costituito, sia quello religioso, sia quello politico; il tiranno Giaafar Numeiri, un golpista feroce, lo ha fatto impiccare in pubblico. La differenza tra le sure meccane e quelle medinesi è evidente e si palesa ad un&#8217;analisi storica e linguistica. Allo studioso attento si palesano differenze linguistiche, di stile e di contenuto. Dottrinali, interlocutorie, tolleranti e di grande respiro, le prime; comportamentali, rituali e minuziosamente giuridiche, le seconde. Ammettere questo aspetto, però, rende il testo coranico come un prodotto umano, influenzato dalle condizioni ambientali e sociali del momento e questa conclusione, per i fondamentalisti imitatori letterali, è da considerarsi eresia.</p>
<p align="JUSTIFY">Nella conclusione auspica un “risveglio culturale”…che legame c&#8217;è tra il risveglio culturale e la religione?</p>
<p>La Cultura è la dimensione che ci rende esseri umani pensanti e nelle mie intenzioni, quando parlo di cultura, non c&#8217;è nessun riferimento identitario etnico o confessionale. Le fedi fanno parte del patrimonio culturale dell&#8217;umanità. Il termine occidentale ha l&#8217;etimologia latina di coltivare e non a caso le prime civiltà sono nate nelle valli dei grandi fiumi, in Mesopotamia, Egitto e India. Ecco che coltivare una venerazione per una divinità diventa un “culto”.</p>
<p>Le nazioni a maggioranza musulmana, nell&#8217;emisfero meridionale del pianeta, hanno subito secoli di colonizzazione. I paesi arabi in particolare sono state sottomesse, ancora prima del colonialismo occidentale, a secoli di dominio ottomano, caratterizzato da una stagnazione culturale. Il mondo musulmano ha rimuginato per secoli interpretazioni imitative di concetti statici senza rinnovarsi, mentre le nazioni europee progredivano in scienze e tecnica. Io sostengo che non basta sentirsi fieri che gli arabi abbiano introdotto in Europa la bussola e l&#8217;astrolabio, che i libri di Avicenna siano stati alla base degli studi delle università di Padova e Bologna. Non si può vivere di nostalgia del passato glorioso, ma bisogna partecipare al progresso umano. Ci vorrebbe uno scatto di rinnovamento del pensiero e della prassi, per misurarsi con la modernità. Non si può usare i telefonini, guardare la tv e usare Internet e rimanere allo stesso tempo legati ad interpretazioni letterali di un testo di 1400 anni fa, nascondendosi dietro il concetto tautologico che “la parola di Dio non si cambia, perché Dio è il più sapiente”.</p>
<p>Il legame che coniuga la Cultura alla sfera religiosa è la questione del potere politico. Per governare bisogna avere una commistione tra la forza e il consenso e questo secondo strumento si avvale spesso della religiosità popolare come elemento egemonico. Il paravento divino diventa, alle volte, uno strumento di manipolazione da parte del potere per ingannare la gente comune. Da questo discende che il risveglio culturale del mondo arabo-islamico passa da un rinnovamento dell&#8217;interpretazione coranica al passo con i tempi.</p>
<p align="JUSTIFY">Nei recenti attentati islamisti si sente spesso l&#8217;invocazione “Allah Akbar”: qual è (se c&#8217;è) il legame tra il Corano e lo Jihadismo?</p>
<p>“Allahu Akbar” è un&#8217;invocazione per la chiamata alla preghiera e non un grido di guerra. I vili terroristi assassini, imbottiti di droga, si schermiscono dietro uno slogan improprio per darsi una caratterizzazione di pura propaganda. Gente ignorante, emarginata socialmente, che fino a pochi mesi prima del loro folle suicidio, si ubriacavano nei bar dell&#8217;Occidente che odiavano per l&#8217;incapacità di integrarsi, non può insegnare la fede a nessuno. Nel libro approfondisco il tema della violenza nel Corano con molte citazioni e fornendo le diverse interpretazioni. Le sure del Corano incitanti a combattere i miscredenti, lo condizionavano alla difesa se attaccati. Sure che descrivevano situazioni specifiche di 14 secoli fa avvenute nella penisola arabica, dove la piccola nascente comunità musulmana fronteggiava i miscredenti delle tribù meccane; queste avevano maltrattato e perseguita il profeta e i suoi pochi seguaci della prima fase, costringendoli alla fuga verso Medina. Estendere quei testi letteralmente all&#8217;ambito attuale è una pura ignoranza dell&#8217;essenza del messaggio del profeta Muhammad, che centinaia di sure tolleranti esprimono. E&#8217; una scelta selettiva che fa gioco a chi vuole sguazzare nel torbido. I fautori dello “scontro di civiltà” si autoalimentano a vicenda.</p>
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		<title>MARYAM: il pianto senza confini delle donne</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Apr 2017 07:34:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; di Ivana Trevisani &#160; E&#8217; un pianto di dolore senza confini geografici, religiosi, politici, ideologici, quello delle tre donne musulmane nel pelleginaggio alla Basilica dell&#8217;Annunciazione di Nazareth oranti a Maryam, e di Maryam&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/martinellimontanari.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8516" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/martinellimontanari.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="600" height="752" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/martinellimontanari.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/martinellimontanari-239x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 239w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Ivana Trevisani</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E&#8217; un pianto di dolore senza confini geografici, religiosi, politici, ideologici, quello delle tre donne musulmane nel pelleginaggio alla Basilica dell&#8217;Annunciazione di Nazareth oranti a Maryam, e di Maryam stessa, quello su cui si è aperto il sipario al Teatro Elfo di Milano.</p>
<p>Maryam Maria, la Madonna dei Cristiani, madre, per entrambe le fedi di Issa, Gesù.</p>
<p>Una rappresentazione teatrale intensa, ma anche uno squarcio di conoscenza in profondità di un filo di intreccio tra fede islamica e cristiana, assai preziosa in questi tempi di sterili e rischiose contrapposizioni.</p>
<p>Quattro donne, tre musulmane e la Madonna cristiana messe sulla scena, con straordinaria maestria teatrale da un&#8217;unica donna, l&#8217;interprete Ermanna Montanari.</p>
<p>La prima ad apparire è Zeinab, la voce intensa gonfia di rabbia per la violenta sparizione/rapimento dell&#8217;amica, giovane donna rimasta orfana di padre di cui, per malintesa tradizione familiare Zeinab intuisce e lascia intendere, lo zio fa commercio sessuale. La sua invocazione a Maryam è di vendetta per l&#8217;uomo ignobile.</p>
<p>A sostituire i ricami calligrafici e decorativi che contestualizzano Zeinab, sempre proiettate sullo schermo trasparente tra il pubblico e il palco, l&#8217;immagine in gigantografia bianco e nero delle rovine di una delle tante città siriane sbriciolate dalla follia di una tragedia che sembra non avere fine e lo snodarsi delle scene-storie-donne, ad accompagnare Il pianto sconsolato dell&#8217;affranta Intisar, per il fratello. Il pianto della giovane siriana non solo per la morte del ragazzo, ma anche per l&#8217;inganno da lui subito ad opera dei reclutatori fondamentalisti, e per la follia della madre che con il figlio ha perso oltre all&#8217;oggetto d&#8217;affetto anche l&#8217;unico sostegno della famiglia, rimasto loro dopo la morte del padre.</p>
<p>E la palestinese Dhohua, terza donna ad apparire, lamenta Il suo dolore senza pretesa di risposta a Mariam, da madre a madre. Madri entrambe che hanno perso i figli, vittime di legni assassini, uno su quello di una croce e l&#8217;altro da quello sfaciato di un barcone in mare, lasciati da padri che non li hanno saputi, voluti salvare.</p>
<p>Ultima ad apparire Maryam, generatrice divina che non può accettare di dispensare vendetta, lei che per prima ha dovuto accettare il sacrificio del figlio e in risposta invocazioni, che sono di fatto più lamentazioni di vicinanza, ricorda alle donne il pianto di tutte le madri, a partire da Eva che pianse su Abele, per arrivare a Dhohua che piange il suo piccolo Alì, tutte per “l&#8217;onnipotenza dell&#8217;amore che è anche impotenza dell&#8217;amore”.</p>
<p>Come annunciato nella presentazione del programma di sala e ricordato dallo stesso autore Luca Doninelli  alla tavola rotonda del sabato pomeriggio,  il testo nasce dalla folgorazione avuta dall&#8217;autore in visita alla Basilica dell&#8217;Annunciazione a Nazareth, all&#8217;osservazione dell&#8217;ininterrotto pellegrinaggio di donne musulmane in preghiera a Maryam, Maria, la Madonna.</p>
<p>Un&#8217;ammirazione che molto potrebbe dirci della possibilità di incontro tra fede cristiana e islamica, tanto invocata ma poco praticata e quasi per nulla offerta per conoscenza in Italia.</p>
<p>Quante persone infatti, laiche o praticanti conoscono la presenza potente di Maria nella cultura islamica? Unica donna citata nel Corano, con una Sura che porta il suo nome ed è a lei dedicata. Nella Sura XIX “Maryam” è la donna tramite cui Allah ha voluto dare un segno particolare “In verità o Maryam, Allah ti ha prescelta; ti ha purificata e prescelta tra tutte le donne del mondo”, e il segno è stato Gesù suo figlio, divina creatura, nato per volontà dell&#8217;Altissimo.</p>
<p>Assistere all&#8217;evento teatrale ha contribuito a consolidare, ancora una volta, la riflessione che sento irrinunciabile.</p>
<p>Più mi apro al mondo e alla sua conoscenza, sempre più credo che una conoscenza profonda di radici che si intrecciano più di quanto si voglia immaginare e ci rendono più vicini di quanto si voglia credere, potrebbe salvarci tutte tutti da derive pseudoidentitarie che tagliano con il bisturi di limitati tradizionalismi strumentali l&#8217;umanità, anziché renderla fertile con i semi della saggezza e di un pensiero aperto all&#8217;accoglienza del nuovo, anche dentro di sé.</p>
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		<title>Freedom, Equality, Secularism: ecco la nostra cultura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2015 05:23:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Monica Macchi Per celebrare i 20 anni di Marea, “rivista femminista”, è stato organizzato a Genova un seminario pubblico sulla laicità come arma per lottare contro tutti i fondamentalismi che si basano sull’asse&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div align="LEFT" style="font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
di<br />
Monica Macchi</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
celebrare i 20 anni di Marea, “rivista femminista”, è stato<br />
organizzato a Genova un seminario pubblico sulla laicità come arma<br />
per lottare contro tutti i fondamentalismi che si basano sull’asse<br />
patriarcato-uso politico della religione. Sono intervenute Marieme<br />
Helie Lucas (sociologa algerina fondatrice della rete Wluml, Women<br />
Living Under Muslim Laws), Nadia Al Fani (regista tunisina di<br />
“Laicitè, inshallah”), Maryam Namazie (iraniana fondatrice di<br />
<em>One law<br />
for all</em>)<br />
e Inna Shevchenco (leader ucraina di <em>Femen</em>).</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/04/unnamed-96.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/04/unnamed-96.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="176" width="320" /></a></div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Marieme<br />
Helie Lucas ha posto l’accento su due fenomeni contigui ma non<br />
esattamente sovrapponibili cioè la crescita dell’estrema destra<br />
xenofoba e dell’estrema destra religiosa dove Islam e Cristianesimo<br />
hanno gli stessi valori e le stesse rivendicazioni (come dimostrato<br />
ad esempio alla conferenza di Rio+20 quando l’OIC-Organizzazione<br />
per la Cooperazione Islamica e la Santa Sede si sono alleati contro<br />
il paragrafo 244 sui diritti di riproduzione). Spesso le forze<br />
progressiste in Europa<b><br />
</b>giustificano<br />
il fondamentalismo islamico dicendo che “bisogna rispettare la loro<br />
cultura” ma non esiste un’unica cultura musulmana ed inoltre<br />
cultura e religione non sono sinonimi: per questo bisogna decidere<br />
con chi dialogare. E’ un suicidio politico lasciare che le risposte<br />
della destra estrema siano le uniche risposte possibili anche perché<br />
c’è il rischio di abbandonare la nozione di universalismo e<br />
cittadinanza per approdare al comunalismo dove i diritti diversi in<br />
base alla comunità di appartenenza: solo la laicità può dunque<br />
garantire democrazia ed uguaglianza di fronte alla legge. Inoltre la<br />
sinistra deve capire di sostenere le forze progressiste perché solo<br />
insieme possiamo cambiare la narrazione sulle donne: così<br />
l’intervento di<b><br />
</b>Maryam<br />
Namazie si è incentrato sulla vicenda di<b><br />
</b>Farkhondeh<br />
accusata di aver bruciato il Corano e per questo aggredita e lapidata<br />
a Kabul da una folla inferocita. Ebbene in Occidente si è parlato<br />
pochissimo di questa storia ma ancor meno della resistenza delle<br />
donne che dopo aver protestato hanno portato a spalle la bara in modo<br />
che nessun altro uomo la toccasse, hanno marciato intorno alla bara,<br />
hanno intonato canti e quando il Mullah che ha giustificato<br />
l’omicidio ha intonato la preghiera gli hanno impedito di<br />
avvicinarsi e l’hanno costretto ad andarsene. Ma la resistenza<br />
delle donne ha avuto altri risultati, ad esempio suo fratello<br />
Najibullah ha preso come secondo nome Farkhondeh; le è stata<br />
intitolata la strada in cui è stata uccisa e ci sono stati 28<br />
arrestati e 13 poliziotti sospesi.</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/04/unnamed-95.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/04/unnamed-95.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="_GoBack"></a>Inna<br />
Shevchenco ha parlato del termine “ateo” che nell’uso corrente<br />
ha un’accezione negativa che limita la libertà di espressione<br />
oltre a concedere spazio agli estremisti: così la legge omofobica in<br />
Russia usa l’argomentazione che la propaganda gay può offendere la<br />
sensibilità dei russi. Bisogna imporre il dibattito sulla laicità<br />
riconoscendo che esistono anche gli atei e riconoscerne il valore<br />
positivo. Analogamente <b>Nadia<br />
El-Fani</b><br />
nel suo film inizialmente titolato <i>Ni<br />
Allah ni maître</i><br />
(«Né Allah, né padroni», richiamo al motto anarchico <i>Né<br />
Dio, né Stato, né servi, né padroni</i>)<br />
e poi, dopo le minacce di morte cambiato in <i>Laïcité,<br />
Inch’Allah!</i><br />
(«Laicità, se Dio vuole!») tocca un tema chiave dell’agenda<br />
politica tunisina, cioè il riconoscimento di pieni diritti per i<br />
fedeli di tutte le religioni ma anche per gli atei. La richiesta<br />
fondamentale è la separazione tra diritto e religione per evitare,<br />
come succede invece in Marocco, di essere arrestati se non si<br />
rispetta pubblicamente il digiuno durante il Ramadan.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.18cm; margin-bottom: 0.18cm; margin-top: 0.18cm;">
Trailer del film<br />
https://www.youtube.com/watch?v=SDPz0UcaMVM&utm_source=rss&utm_medium=rss</div>
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		<title>Un mondo virtuale anti-terrorismo grazie alla letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2015 06:35:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A pochi giorni dalle elezioni di Israele, che hanno riconfermato al potere Benyamin Netanyahu, vi proponiamo un testo di una collega israeliana che si occupa di diritti umani. Il testo seguente è stato scritto&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2015/03/26/un-mondo-virtuale-anti-terrorismo/">Un mondo virtuale anti-terrorismo grazie alla letteratura</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="MsoNormal" style="direction: ltr; line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: left; unicode-bidi: embed;">
</div>
<p>A pochi giorni dalle elezioni di Israele, che hanno riconfermato al potere Benyamin Netanyahu, vi proponiamo un testo di una collega israeliana che si occupa di diritti umani. <br />Il testo seguente è stato scritto subito dopo l’attentato a Charlie Hebdo, ma può essere  interessante  &#8211; e suscitare riflessioni &#8211;  anche alla luce degli atti di terrorismo accaduti in Tunisia. </p>
<p>di  Vered Cohen Barzilay (Novel Rights – Human Rights Literature)</p>
<p>I recenti attacchi terroristici in Europa sono un altro segno della erosione della morale del mondo.</p>
<p> Oltre al male assoluto di togliere la vita a civili innocenti, abbiamo visto che  nei recenti attentati di Parigi il terrore porta con sé il vento del fondamentalismo religioso: la disumanizzazione delle minoranze; il divieto di istruzione, in particolare per le donne; la considerazione della democrazia come qualcosa di dannoso; e la negazione dei diritti umani. Di solito, il vento del fondamentalismo viene prima e poi gli omicidi.&nbsp;</p>
<p> The Guardian ha recentemente riferito che, secondo un rapporto di Watchdog Freedom House, la democrazia nel mondo è a rischio, più di quanto non sia stato in qualsiasi momento negli ultimi 25 anni. Le persone in quasi ogni parte del mondo sono in pericolo per le gravi minacce alla loro libertà e che  il livello di brutalità sotto i regimi autoritari è il più alto di tutti i tempi.</p>
<p> Il terrore non ha confini, geografici o morali, e non è esclusiva di nessuna religione, non dell’Islam o di qualsiasi altra religione al mondo. Il terrore arriva nei nostri quartieri, uffici, strade, anche nelle nostre case.<br /> Internet, insieme con il processo di globalizzazione, ha unito i popoli del mondo e ha offuscato i confini geografici. Viviamo ancora in Paesi, ma creiamo diverse definizioni per i nostri confini e comunità. Viviamo in Europa, per esempio, ma facciamo parte di una comunità globale di terrore organizzato.</p>
<p> Questo perché su Internet  il terrorismo diventa un Paese con sostenitori virtuali sparsi in tutto il mondo. Uno dei metodi del terrorismo è quello di instillare la paura e l&#8217;orrore. Ci costringe a sentirci protetti. Fa un uso intelligente delle reti di commercializzazione e sociali per comunicare con i suoi sostenitori e fa piovere la paura sul mondo attraverso attacchi terroristici strategici o attraverso YouTube, come visto di recente nella pubblicazione, da parte dell’ ISIS,  di video orribili raffiguranti le decapitazioni delle sue vittime. Gli ultimi  rapporti dalla Francia indicano che Amedie Coulibaly ha utilizzato una telecamera GoPro per documentare l&#8217;attacco terroristico al supermercato Kosher a Parigi. Il prossimo obiettivo, gli esperti avvertono, è di trasmettere in diretta dall&#8217;arena del&nbsp;terrore.</p>
<p> I civili di questo &#8220;Paese del terrorismo virtuale&#8221; sono diversi. Possono essere la ragazza di scuola o il rapper vicino a casa. Possono essere trascinati nel terrorismo attraverso i social network, dove erano in cerca di avventura, di vendetta, o addirittura per un motivo sentimentale. Il terrorismo invade i luoghi dove la speranza ha cessato di esistere e influenza le persone che sono diventate  invisibili al resto della società, coloro che non sono riusciti a essere trattati da pari a pari, perchè la parità di diritti è stata tenuta rinchiusa nelle nostre comunità. I terroristi promettono che (queste persone) saranno ascoltate &#8211; insieme con l&#8217;erosione della moralità &#8211; e attraverseranno tutte le linee rosse per prendere vite innocenti al fine di ridare dignità ai loro nomi, alle famiglie o anche alla loro religione.<br /> Queste persone sono spesso reclutate per un singolo attacco suicida strategico di terrorismo o per gli attacchi più grandi, operando in piccoli gruppi. Questi attacchi non sono solitamente mai fermati, come sostengono gli esperti.&nbsp;</p>
<p> Perché questi attacchi terroristici in Francia hanno  avuto un impatto così forte (soprattutto considerando che, in confronto, con gli attacchi dell&#8217;11 settembre negli Stati Uniti hanno perso la vita  tremila persone e sono stati utilizzati almeno 10 miliardi di dollari in beni e danni alle infrastrutture)?</p>
<p> La Francia è una repubblica di fama mondiale fondata sulla  democrazia e sulla libertà, un simbolo mondiale di accettazione e integrazione delle minoranze, rifugiati e migranti lavoratori. E &#8216;un simbolo del socialismo e di politiche di welfare progressiste. I terroristi non solo hanno ucciso&nbsp;giornalisti innocenteie dei civili, hanno ucciso anche il concetto che la Francia è immune all’orrore del Paese terrorismo virtuale. L&#8217;attacco terroristico è stato per lo più strategico, attaccando deliberatamente il fondamento della libertà, della libertà di parola.<br /> I terroristi avevano due obiettivi:</p>
<p> Il primo: inviare un messaggio di orrore a coloro che credono nella libertà di parola e  restringere i confini globali della conversazione. Sì, la solidarietà dimostrata da tutti i leader del mondo è molto impressionante e stimolante, ma allo stesso tempo, molti mezzi di comunicazione in tutto il mondo hanno iniziato a censurare le caricature di Charlie Hebdo  a partire dagli attacchi terroristici. Un nuovo decreto, entrato in vigore di recente,  permette al governo francese di bloccare i siti web accusati di terrorismo, senza un ordine del tribunale. I regolamenti sono stati presi  in esame dal 2011, ma hanno guadagnato un nuovo slancio dopo gli attacchi terroristici a Charlie Hebdo.</p>
<p> Il secondo obiettivo era quello di inviare un messaggio di coraggio e forza ai loro sostenitori virtuali,  diffondendo un orrore così forte da far convocare tutti i leader di Francia. Per le persone che non vengono ascoltate o viste nei propri Paesi, questo tipo di attacco sarà più impressionante e contribuirà a reclutare più sostenitori nel Paese del terrorismo virtuale. Sarà inoltre più facile arrivare ad attacchi terroristici simili in altri posti in Europa o nel resto del mondo.<br />&nbsp;<br />
L&#8217;unico modo per sovrastare il Paese virtuale del terrorismo è di creare un &#8220;Paese virtuale anti-terrorismo.&#8221;</p>
<p> Eserciti forti e armi sofisticate non sono sufficienti. Sì, sono molto importanti nella lotta contro il terrorismo, ma così non si ferma il vento del terrore. Gli eserciti useranno i mezzi violenti della guerra per combattere i violenti. Ma essi non servono a ricostruire la nostra democrazia o accendere la nostra solidarietà. Per questi, è necessario il potere della penna.<br /> Dobbiamo creare un forte movimento globale per diffondere la speranza invece dell’ orrore; le nostre armi non saranno  pistole o bombe, ma il potere delle parole, della letteratura. Il nostro esercito sarà composto da autori e sostenitori della letteratura, e noi diffonderemo  i nostri valori attraverso i social media e Internet.  Lavoreremo in solidarietà, per accettare tutti gli uomini e le donne come uguali, non importa la loro etnia, sesso o religione. Adotteremo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (DUDU) come nostra &#8220;Costituzione&#8221; per ricacciare indietro il vento del terrorismo.</p>
<p> Perché la letteratura?</p>
<p> Non è un caso che i diritti umani siano entrati in vigore come il primo vocabolario morale universale del mondo e che, allo stesso tempo, il romanzo di formazione  sia diventato una forma letteraria in cui si privilegia l’autonomia dell’individuo. Mentre la DUDU è spesso criticata per questo, la letteratura fornisce una forma di espressione che può rappresentare l&#8217;esperienza umana (e dei diritti) e raccontare storie altrui liberamente e senza pregiudizi. La capacità della letteratura di penetrare la coscienza di un altro individuo è il punto in cui si collega con i diritti umani: la letteratura crea e salva la nostra moralità. Dall&#8217;inizio dell&#8217;umanità, le persone hanno sfruttato il ruolo morale della letteratura, la diffusione della morale e dei valori attraverso storie, prima verbalmente e poi per iscritto. Oggi, la letteratura ha perso molta della sua popolarità tra il pubblico (in particolare il pubblico giovane). I lettori non considerano più la letteratura come  necessaria per la loro vita.</p>
<p> Secondo l&#8217;Istituto Nazionale di Statistica in Italia nel 2013, il 57% della popolazione un libro se non per motivi professionali o di studio,  anzi circa il 10% delle famiglie italiane non possiede alcun libro. Secondo il rapporto  dell&#8217;Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), quasi il 70% del Paese non è in grado di &#8220;capire e rispondere in modo appropriato ai testi densi o lunghi.&#8221; Un altro sondaggio pubblicato nel 2013 ha rivelato che nel Regno Unito quasi 4 milioni di adulti non legge libri per piacere  e il 25% degli americani di età superiore ai 16 anni non aveva letto neanche un libro all’anno.&nbsp;</p>
<p> C&#8217;è un forte legame tra il deterioramento della popolarità della letteratura soprattutto tra i giovani e la crescita di empatia verso il terrorismo nel mondo.</p>
<p> La letteratura può contribuire a salvare le nostre fondamenta morali . Essa ci aiuta ad analizzare ed esprimere sentimenti profondi e a comunicare meglio. Ci incoraggia a sollevare e risolvere i problemi e a esprimere il nostro dolore, la nostra storia o la nostra rabbia.<br /> Il progetto “Novel Rights” riporta la letteratura di nuovo alla popolarità. I giovani potenziali sostenitori del terrorismo virtuale si riappropriamo della morale attraverso la letteratura. Si apre nuova comunicazione con loro e la letteratura offre loro un modo per essere ascoltati.<br /> Il filosofo francese Jean-Paul Sartre (1905-1980), che ha vissuto le due guerre più traumatiche dell&#8217;umanità, sviluppò la teoria della &#8220;letteratura impegnata&#8221; come parte del suo impegno nella resistenza francese durante la seconda guerra mondiale. Ha pubblicato sulla sua rivista, Les Temps Modernes (Modern Times) e successivamente nel 1947 nel suo libro Che cosa è la letteratura, (queste parole), parole che riflettono il nostro intento:</p>
<p> &#8220;Se lo scrittore è intriso, come lo sono io, dell’urgenza di questi problemi, si può essere sicuri che offrirà soluzioni con il proprio lavoro creativo cioè con  un movimento di libera creazione. Non vi è alcuna garanzia che la letteratura sia immortale. La sua chance oggi, la sua unica possibilità,  la possibilità dell’ Europa del socialismo, della democrazia e della pace. Dobbiamo giocare. Se noi scrittori perderemo, sarà un male per noi, ma soprattutto per la società…Se dovesse scadere nella pura propaganda o nel puro intrattenimento, la società sguazzerebbe nell&#8217;immediatezza di una vita senza memoria, come quella degli  di imenotteri e dei gasteropodi. Naturalmente, tutto questo non è molto importante. Il mondo può benissimo fare a meno della letteratura. Ma può fare a meno dell’uomo, ancor di più&#8221;. </p>
<p> <i>Vered Cohen Barzilay è il fondatore di “Novel Rights”, un movimento globale, che utilizza la potenza della letteratura per guidare il cambiamento. Ha tenuto conferenze in università come Oxford e LSE e fiere internazionali del libro.&nbsp;</i></p>
<p> <b>The Anti-Terror Virtual Country </b></p>
<p>Vered Cohen Barzilay </p>
<p>The recent terror attacks in Europe are another sign of the wearing away of the world&#8217;s morality. </p>
<p>Besides the absolute evil of taking innocent civilian lives—as we saw in the recent Paris attacks—terror brings with it the wind of religious fundamentalism: dehumanizing the treatment of minorities; preventing education, particularly for women; damaging democracy; and preventing human rights. Usually, the wind of fundamentalism comes first, followed by murder. </p>
<p>The Guardian recently reported that, according to a landmark report by independent watchdog Freedom House, our democracy is at greater risk than it has been at any time in the past 25 years. People in nearly every part of the world are in danger of significant threats to their freedom, and the level of brutality under authoritarian regimes is at an all-time high. </p>
<p>Terror has no borders—geographical or moral—and it is not exclusive to any religion, not Islam or any other religion in the world. Terror reaches into our neighborhoods, offices, streets, even our houses. </p>
<p>The Internet, together with the globalization process, has united the people of the world and blurred our geographical borders. We still live in countries, but we create different definitions for our borders and communities. We may live in Europe, for example, but still be part of a global community of organized terror. </p>
<p>This is how terror becomes a virtual country—with supporters spread all over the world. One of the methods of terror is to instill fear and horror. It forces us to feel unprotected. It makes clever use of marketing and social networks to communicate with its supporters, and rains terror upon the world through strategic terror attacks or through YouTube, as recently seen in ISIS’s release of horrific videos depicting the beheadings of its victims. Last reports from France suggest that Amedie Coulibaly used a GoPro camera to document the terror attack at the Jewish Kosher supermarket in Paris. The next goal, experts warn, is to broadcast live from the terror arena. </p>
<p>The civilians of this &#8220;virtual terror country&#8221; are diverse. They can be the girl from school or the rapper down your street. They can be dragged to terror through social networks, where they were looking for adventure, or revenge, or even a romantic cause. Terror invades places where hope has ceased to exist, and influences people who have become invisible to the rest of society—those people we have failed to treat as equals, holding equal rights, in our communities. Terror promises that they will be heard, together with the erosion in morality—they will cross all red lines and take innocent lives in order to restore dignity to their names, families, or even religion. </p>
<p>These people are often recruited for a single strategic suicide terror attack, or for larger attacks operating in small groups. These attacks are usually never stopped, claim experts. </p>
<p>Why have these terror attacks in France had such a strong impact (especially considering that, by comparison, the September 11 attacks in the US took the lives of three thousand people and caused at least $10 billion US Dollars in property and infrastructure damage)? </p>
<p>France is a world-renowned republic of democracy and liberty, a world symbol of accepting and integrating minorities, refugees, and working migrants. It is a symbol of socialism and progressive welfare policies. The terrorists not only murdered an innocent journalist and civilians, they also killed the concept that France is immune to the horror of the virtual terror country. The terror attack was mostly strategic, deliberately attacking the foundation of liberty—the freedom of speech. </p>
<p>The terrorists had two goals with their attack.   </p>
<p>One: To send a message of horror to those who believe in freedom of speech and to narrow the global boundaries of the conversation. Yes, the solidarity shown by all world leaders is very impressive and inspiring; but at the same time, many in communications media worldwide have since the attacks censored Charlie Hebdo&#8217;s caricatures. A new decree that went into effect recently allows the French government to block websites accused of promoting terrorism, without seeking a court order. The regulations have been under consideration since 2011, but gained new momentum following Charlie Hebdo terrorist attacks. </p>
<p>The second goal was to send a message of bravery and sophistication to their virtual supporters by spreading the horror so strongly that it summoned all leaders to France. For people who feel that they aren’t heard or seen in their countries or by their leaders, this kind of attack will be most impressive, and it will help recruit more supporters to the virtual terror country. It will also most likely lead to similar terror attacks in other places in Europe or the rest of the world.   </p>
<p>The only way to overpower the terror virtual country is to create an “anti-terror virtual country.” </p>
<p>Strong armies and sophisticated weapons are not enough. Yes, they are very important in fighting terror, but they will not stop the winds of terror from blowing. Armies will use the violent means of war to fight the violent people who choose the means of war. But they will not rebuild our democracy or ignite our solidarity. For these, we need the power of the pen. </p>
<p>We must create a strong global movement that will spread hope instead of horror; our weapon will not be guns or bombs, but the power of words, of literature. Our army will be authors and literature supporters, and we will spread our values through social media and the Internet. We will work in solidarity and accept all men and women as equal, no matter their race, gender or religion. We will adopt the Universal Declaration of Human Rights (UDHR) as our &#8220;constitution&#8221; and turn back the winds of terror. </p>
<p>Why literature? </p>
<p>It is no coincidence that human rights came into vogue as the world’s first universal moral vocabulary at the same time that the Bildungsroman became a popular literary form—both of them equally privileging the individual autonomous being. While the UDHR is often criticized for this, literature can both conform to and subvert this conceptualization, providing a form of expression that can represent human experience (and rights) and narrate others’ stories freely and without prejudice. Literature’s ability to penetrate the consciousness of another individual is where it excels—and where it stands in solidarity with human rights. </p>
<p>Literature creates and saves our morality. Since the beginning of humanity, people have exploited literature’s moral role, spreading morals and values through stories, first verbally and then in writing. Today, literature has lost much of its popularity among the public (in particular its young audience). Readers no longer consider literature as relevant or necessary to their lives. </p>
<p>According to Italy’s National Institute of Statistics in 2013, 57% of the population of that country had never read a book for nonacademic or nonprofessional reasons—indeed, some 10% of Italian households reported not owning a single book. According to the 2013 Survey of Adult Skills by the Organization for Economic Cooperation and Development (OECD), nearly 70% of the country is unable to “understand and respond appropriately to dense or lengthy texts.” Another survey published in 2013 revealed that in the UK almost 4 million adults never read books for pleasure, and 25% of Americans over the age of 16 had not read a book that year. </p>
<p>There is a strong connection between the deterioration of the popularity of literature especially among young people and the growth of empathy, toward terror in the world.  </p>
<p>Literature can help save our moral global foundations. It helps us analyze and express deep feelings and communicate better. It encourages us to raise and solve problems, and to express our grief, history, or anger. </p>
<p>The Novel Rights movement brings literature back into popularity. It re-engages the young potential supporters of the virtual terror country with morality through literature. It opens up new communication with them and offers them a way to be heard. </p>
<p>French philosopher Jean-Paul Sartre (1905-1980), who lived through the two most traumatic wars of humanity, developed the theory of “engaged literature” as part of his leadership in the French resistance during the second world war. He published it first in his magazine Les Temps modernes (Modern Times) and later in 1947 in his book What Is Literature?! His words reflect our resolve and we must use them in order to overpower the growth of the virtual terror country: </p>
<p>&#8220;If the writer is imbued, as I am, with the urgency of these problems, one can be sure that he will offer solutions to them in the creative unity of his work, that is, in the indistinctness of a movement of free creation. There is no guarantee that literature is immortal. Its chance today, its only chance, is the chance of Europe, of socialism, of democracy, and of peace. We must play it.  If we writers lose it, too bad for us. But also, too bad for society. &#8230;If it were to turn into pure propaganda or pure entertainment, society would wallow in the immediate, that is, in the life without memory of hymenoptera and gasteropods. Of course, all of this is not very important. The world can very well do without literature. But it can do without man still better.”  <br /><i><br />Vered Cohen Barzilay is the founder of Novel Rights, a global movement, utilizing the power of literature to drive change. She lectured in Universities such Oxford and LSE and international book fairs. Her publications, translated and distributed in many countries, include her personal experience as a war reporter in Israel covering couple of dozens of suicide terror attacks. </i></p>
<div style="mso-element: footnote-list;">
</div>
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		<title>Timbuktu: riflettere sulla jihad con il film di Abderrahmane Sissako</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Feb 2015 08:43:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandro Leone (da www.cinequanon.it) Ci sono tre film contenuti in Timbuktu di Abderrahmane Sissako. Il primo scorre sullo schermo, introdotto da una gazzella che fugge impaurita in una savana arida quasi assorbita dal&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="line-height: 0.18cm; margin-bottom: 0cm;">
di<br />
Alessandro Leone (da<br />
<u><a href="http://www.cinequanon.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.cinequanon.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></u>)</div>
<p></p>
<div style="line-height: 0.18cm; margin-bottom: 0cm;">

</div>
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<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/02/untitled-46.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/02/untitled-46.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="134" width="320" /></a></div>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/02/untitled-45.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/02/untitled-45.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></p>
<p>Ci sono tre film contenuti in Timbuktu di Abderrahmane Sissako. Il primo scorre sullo schermo, introdotto da una gazzella che fugge impaurita in una savana arida quasi assorbita dal deserto; il secondo si intravede per un momento e frattura il testo filmico del primo, preparando in prossimità della fine al dramma conclusivo; il terzo invece è totalmente fuori campo, ma preme con urgenza per farsi perlomeno sfondo: è il Mali spettacolare, offeso dalle milizie armate di un Islam estremo ma non marginale, intransigente e fondamentalista (parola talmente incrostata dal sangue, da rendere vano ogni tentativo di conversione semantica che non contempli l&#8217;ideologia), in dialettica con i principi coranici che supportano migliaia di piccole e pacifiche comunità musulmane d&#8217;Africa sahariana e sub-sahariana. Se Sissako avesse per qualche secondo montato un obiettivo a focale lunghissima, diciamo un tele spinto 1000 mm, avrebbe probabilmente squarciato la profondità, oltre le dune, per rivelare un paese nel caos, soprattutto nel nord dove da quasi tre anni ci sono scontri, e dove in nome della jihad (altra parola che chiede giustizia) si legittima l&#8217;occupazione di terre, la sottomissione di uomini e donne, la distruzione di mausolei dichiarati patrimonio Unesco, in particolare a Timbuktu.&nbsp; <br />Il regista ha però scelto una strada diversa, raccontando, ai confini del gioiello del Mali, gli effetti di quel caos, identificando il dettaglio che potesse evocare il tutto. Timbuktu, città che pare edificata dal sole,è snodo strategico tra settentrione e meridione del paese, popolato da tribù che dall&#8217;Islam hanno distillato la sostanza, senza rinunciare alla libertà. L&#8217;arrivo di un gruppo di uomini armato fino ai denti, sconvolge le abitudini e le relazioni umane, sulla base di una discutibile interpretazione della Legge, come spiega ad un certo punto la guida spirituale del villaggio al leader dei miliziani che occupano il territorio. Agli abitanti vengono imposti una serie di divieti assurdi in lingua araba e in francese: non è permesso cantare, ballare, fumare, giocare a calcio (mentre gli occupanti ipocritamente fumano di nascosto e parlano di Zidane); alle donne vengono imposte calzature integrali e guanti neri.<br />Kidane e la moglie Satima, con la loro giovane figlia Toya e Issan, un pastore di dodici anni che si occupa delle loro mucche, sono riusciti a ricreare sotto la tenda in cui vivono, distanti dal centro abitato, un&#8217;oasi di pace. Nonostante Satima sia oggetto delle attenzioni di uno jihadista, nulla scalfisce il quieto vivere della famiglia, fino a quando Gps, la mucca preferita da Toya sfugge al controllo di Issan, attraversa il fiume che miracolosamente taglia in due il deserto, inciampando nelle reti del pescatore Amadou, che uccide l&#8217;animale. La resa dei conti tra Kidane e Amadou causa la morte accidentale del pescatore, condannando l&#8217;uomo alla sentenza senza appello di una corte improvvisata.<br />Sissako, se evita di affrescare con toni epici la resistenza di un paese il cui presente è quanto mai incerto, non cade neanche nella trappola del racconto morale di tante fiabe africane da esportazione, preferendo scommettere su una scrittura in versi, un canto poetico illuminato dalla bellezza dei paesaggi, dall&#8217;incanto del fiume, in rima baciata con gli afflati vitali di un popolo che non vuole piegarsi di fronte all&#8217;incomprensibile natura di norme insensate: ragazzi e ragazze cantano e suonano infischiandosene della più che probabile ritorsione, un gruppo di bambini gioca un&#8217;indimenticabile partita a calcio senza pallone, una donna si pavoneggia sfidando gli sguardi degli uomini protetta dalla sua follia; sprazzi di vita che la musica di Amine Bouhafa rende lirici e, per contrapposizione alla violenta applicazione della Sharia, tragici, ultime espressioni di civiltà prima dell&#8217;annichilimento. La tenda di Kidane è per questo il segno caldo di un paradiso violentato (e perduto) dall&#8217;ignoranza, un baluardo davvero resistente di una conoscenza che sembra inabissata nelle maglie (ora) indecifrabili di tutte le sacre scritture prodotte dall&#8217;uomo.<br />Che di questo avrebbe raccontato il regista si era capito già in apertura, perché la gazzella impaurita tentava di schivare colpi di Kalašnikov, sparati da una camionetta da &#8220;uomini di legge&#8221;, veri e propri sfregi al bello. &#8220;Non ucciderla, sfiancala&#8221; &#8211; e ti immagini l&#8217;Africa martoriata da decenni di guerre intestine, carestie, sfruttamento. Dei feticci in legno vengono crivellati come fossero sagome in un poligono di tiro. Una donna che lavora pulendo il pesce non può accettare di doverlo fare con i guanti, grida, alza la testa, &#8220;tagliatemi le mani&#8221;. Non viene uccisa. Sarà sfiancata e piegata. Una ragazzina è costretta a sposare un miliziano, nonostante l&#8217;opposizione della madre e del capo villaggio, in assenza del padre lontano, forse in guerra. Un uomo &#8211; afferma uno jihadista &#8211; non è colpevole se assicura un futuro dignitoso a una ragazza ancora sola. Anche lei sfiancata e piegata. La macchina da presa a 40 centimetri da terra segue in panoramica da destra a sinistra l&#8217;attraversamento di uomini armati nei locali di una moschea: la profanazione del tempio. Una delle inquadrature più belle e pregne di significato di tutto il film. Ancora una volta la poesia bisticcia con la crudeltà del reale, amplificandone la tragicità.<br />Il metodo di Sissoko diviene un principio estetico che scuote pupille e cervello. Quando il film, strutturato sull&#8217;alternanza tra la storia di Kidane e le vicende del villaggio, arriva alla convergenza delle sue tracce narrative con il processo farsa al pastore, il regista inganna di nuovo l&#8217;occhio con un&#8217;altra splendida e terribile immagine: un uomo e una donna sono sepolti fino al collo in attesa della lapidazione, una pietra colpisce lei che perde i sensi. Stacco. L&#8217;urlo del marito viene soffocato in una zona invisibile, anzi in-guardabile. E&#8217; il secondo film di cui si accennava in apertura, una frattura narrativa che rinvia alla lapidazione che nel 2012 mise fine alle vite di un uomo e una donna non sposati, puniti per aver messo al mondo figli fuori dal matrimonio, e che ispirò il regista. Una scena brevissima, non annunciata e non spiegata dopo, che però passa veloce fuori dallo schermo e percorre lo spettatore, adagiandosi come un demone nelle coscienze.<br />Cos&#8217;è Timbuktu allora, dov&#8217;è il Mali oggi? Chiediamoci se il cinema africano una volta tanto arriva in sala con tutta la potenza espressiva di un maestro per il valore alto del racconto e dell&#8217;estetica, o per l&#8217;incapacità dell&#8217;informazione di massa di fare racconto oltre il confine &#8220;occidentale&#8221;, oppure perché il film diventa, mentre ne scriviamo, la messa in scena involontaria di tutte le nostre paure o il rafforzamento razionale della convinzione di essere nel giusto mentre, fuori, qualcosa sta andando storto.<br />Tentando una sintesi tra ciò vediamo sullo schermo, ciò che rimane evocato e fuori campo, ciò che scivola da un racconto confinante, resta forte l&#8217;angoscia per il destino di Toya, che corre come la gazzella, dopo la morte dei genitori, sola e disperata; e anche Issan (che pare arrivato da un film di Amir Naderi), stracolmo di sensi di colpa per aver perso Gps, anche lui di corsa tra le dune: due traiettorie che non riescono a incontrarsi e che finiranno per perdersi nel buio dei titoli di coda.</p>
<p></p>
<div align="RIGHT" style="line-height: 0.42cm; margin-bottom: 0cm;">

</div>
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		<title>Sguardi mediterranei di donne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2015 07:40:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Ivana Trevisani Quando uno sguardo di donna scruta il mondo, sempre si posa sulla vita, anche se la realtà a cui guardare è quella belligerante dei conflitti armati e degli scontri esplosivi tra&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>
di<br />
Ivana Trevisani</p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Quando<br />
uno sguardo di donna scruta il mondo, sempre si posa sulla vita,<br />
anche se la realtà a cui guardare è quella belligerante dei<br />
conflitti armati e degli scontri esplosivi tra diversità rese<br />
irriducibili.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
E&#8217;<br />
quanto ancora una volta si è realizzato a Milano lo scorso novembre,<br />
all&#8217;incontro promosso dall&#8217;Associazione Blimunde <i>“Sguardi<br />
di donne sui fondamentalismi e i conflitti in medio-oriente”</i>,<br />
nello scambio di riflessioni tra le donne al tavolo di relazione: la<br />
cooperante italiana Irene Viola, l&#8217;operatrice sociale libanese Tamara<br />
Keldani, la Tunisina Ouejdane Mejiri da anni in Italia, insegnante al<br />
Politecnico di Milano e la Siriana Souheir Katkhouda, da vent&#8217;anni in<br />
Italia presidente delle donne musulmane d&#8217;Italia.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Ognuna<br />
di loro, nonostante il titolo, ha scelto di parlarci delle pratiche<br />
di vita che le donne stanno comunque agendo nei luoghi associati<br />
ormai soltanto, nei media e nell&#8217;immaginario collettivo occidentali,<br />
ad azioni di morte.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Certo<br />
queste donne, da sempre attive nel politico sociale dei loro Paesi e<br />
in Italia, non hanno ingenuamente rimosso la questione della violenza<br />
dilagante, ma l&#8217;hanno riletta nel registro dell&#8217;articolazione<br />
piuttosto che in quello del giudizio sbrigativo.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Così<br />
Viola, con il video dell&#8217;agricoltrice libanese Elham, che mostra<br />
fiera i frutti della sua attività agraria di cui sottolinea la<br />
rilevanza per una possibile ripresa di vita di una società,<br />
un&#8217;economia e un ambiente devastati dalle guerre infinite che hanno<br />
attraversato il Libano, ci ha riportate alla straordinaria potenza<br />
delle donne per l&#8217;amore e la cura della terra, che genera vita ed è<br />
amore per il mondo. Ma Elham ha voluto anche non scivolare sul valore<br />
di rela zione tra donne che sanno comprendersi e camminare insieme,<br />
confermandone anzi energicamente la straordinaria rilevanza nel<br />
ribadire la portata, per lei <i>vitale,<br />
</i>dell&#8217;incontro<br />
con il lavoro della cooperante Viola, di <i>quella<br />
</i>cooperante,<br />
che le ha consentito di pensare, progettare e realizzare il suo<br />
proposito di nuova vita<i><br />
</i>dopo<br />
le lacerazioni patite da lei e dalla gente nel suo Paese.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Keldani<br />
da parte sua, attraverso la restituzione di senso del lavoro sulla<br />
differenza sessuale, soprattutto<br />
nelle zone rurali del Libano,<br />
con la sua associazione <i>Les<br />
Amis des Marionettes, </i>ci<br />
ha rivelato come agendo attraverso il simbolico di giochi di ruolo,<br />
sia stato possibile radicare nei vissuti<br />
di ragazzi e ragazze partecipanti ai laboratori, il senso e il valore<br />
di tale differenza e la potenza dell&#8217;essere donna.</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Keldani<br />
ha voluto inoltre sottolineare come, muovendo dalla consapevolezza<br />
guadagnata grazie al progetto dai dalle adolescenti coinvolti,<br />
abbiano potuto di rimbalzo consolidarsi anche nel quotidiano delle<br />
comunità, il riconoscimento concreto e non di  semplice adesione<br />
convenzionale alla consuetudine, la convinta certezza che la donna è<br />
il pilastro della famiglia e che reggendo l&#8217;equilibrio della famiglia<br />
può contribuire<br />
all&#8217;equilibrio dell&#8217;intera società. Restando a tema, quanto alla piaga<br />
dei matrimoni precoci, indistintamente<br />
tutte tutti gli allievi delle scuole coinvolte dai laboratori,<br />
hanno saputo con grande lucidità e maturità indiividuare e indicare<br />
il danno sociale di una pratica che, non permettendo alla madre<br />
troppo precoce di sviluppare appieno il senso di sè, non le consente<br />
di educare con pienezza i figli, non potendo trasmettere loro il<br />
sentimento della propria identità. E poichè la questione<br />
dell&#8217;identità è un problema di non poco conto nel tessuto<br />
frammentato, lacerato, interrotto dell&#8217;attuale società libanese, ne<br />
consegue l&#8217;enorme portata del guadagno trasmesso per genealogia<br />
femminile di quel senso di identità e radicamento a sé che consente<br />
di eludere le spinte a derive identitarie rigidamente arroccate a<br />
qualsivoglia ideologia totalitaria.</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
A<br />
seguire, Katkhouda ci ha partecipato il suo impegno non solo nel<br />
“soccorso” e nell&#8217;accoglienza dei suoi, delle sue connazionali in<br />
fuga dalla Siria, ma anche e forse soprattutto, stante il sistema<br />
informativo del nostro Paese, nel persevante, instancabile lavoro di<br />
presenza-testimonianza in ogni occasione possibile, per ricordare a<br />
un pubblico disattento e male informato, la tragedia che nel suo<br />
paese d&#8217;origine sta continuando a consumarsi e a consumare le vite di<br />
un intero popolo. Kathouda, presidente delle donne musulmane in<br />
Italia, non ha dissertato su veli, arroccamenti o strumentalizzazioni<br />
religiose, ma ha detto di sé, di come sta nel mondo, ci ha<br />
testimoniato del suo infaticabile impegno ad aprire sempre più<br />
fessure nel silenzio che uccide, anche più delle armi, quello che<br />
continua a sentire come il suo popolo e ci ha restituito intera la<br />
sua potente autorevolezza.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
concludere, Mejri nel suo intervento ha con forza sottolineato la<br />
realtà, pressochè ignorata dal sistema mediatico italiano,<br />
dell&#8217;agire positivo delle donne al centro del ritrovato protagonismo<br />
dell&#8217;intera società civile tunisina. E&#8217; stato soprattutto il<br />
protagonismo delle donne, ha voluto ribadire Mejri, a sostenere il<br />
processo di partecipazione sociale alle ultime tornate elettorali, le<br />
parlamentari prima e le presidenziali successivamente. Un impegno che<br />
ha consentito l&#8217;evoluzione politica di avvicendamento, da Ennhada, il<br />
precedente governo di cifra religiosa, al nuovo governo non<br />
religiosamente orientato. Non solo la presenza attiva delle donne, ma<br />
l&#8217;intero processo di alternanza che hanno saputo sostenere, sono<br />
stati solo sfiorati dal nostro sistema mediatico, forse troppo<br />
allineato alla “<i>dittatura<br />
del pensiero occidentale”,</i><br />
parole di Mejri, senza troppi dubbi condivisibili.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Che<br />
la positività sia la cifra dell&#8217;agire delle donne non è certo<br />
sogno, ma costituente del reale, è tuttavia possibile riconoscerla<br />
solo se si apre lo sguardo<i>,<br />
</i>se<br />
oltre l’evidenza<i><br />
</i>si<br />
accetta di entrare nel profondo<i><br />
</i>delle<br />
vicende dove le donne si giocano,<i><br />
</i>scoprendo<br />
da dove nascono e verso dove procedono.<i><br />
</i>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Cogliere<br />
la forza e l&#8217;eccellenza femminile è possibile a patto di <i>a</i>ffinare<br />
la<br />
capacità<br />
di<i><br />
</i>ascolto<br />
 necessario e  prepararsi a uno sguardo più attento, di aprire la<br />
disponibilità autentica <i>“a<br />
guardarci l’una con l’altra, a restituirci vicendevolmente<br />
l’immagine della nostra eccellenza, a riconoscere la loro e la<br />
nostra”, </i>per<br />
dirlo con le parole della filosofa Diana Sartori. E <i>“saper<br />
fare da specchio  all’altra, lì in quel che sta facendo lei, come<br />
noi” </i>pur<br />
nelle diversità di eccellenza di donna,<i><br />
</i>consente<br />
di riconoscere lei e noi stesse.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
scostarsi dai luoghi comuni e dai pre-giudizi che le vogliono e<br />
vedono unicamente oscure donne schiacciate da guerre maschili e da<br />
veli inflitti, e<br />
che le rendono di fatto evanescenti, le donne dell&#8217;altra sponda del<br />
Mediterraneo in questo incontro, per dirsi e dirci di sè<br />
hanno scelto di eludere la contrapposizione e preferito offrirci la<br />
proposta di esperienze e pratiche concrete di vita. I frammenti di<br />
storie, vissute in proprio o incontrate in altre donne, dispiegati<br />
all&#8217;attenzione delle persone presenti, erano tutti con forza<br />
orientati a ribadire che, come già la filosofa Hanna<br />
Arendt sosteneva, non si è libere da una condizione data, ma si è<br />
libere nell&#8217;apertura di senso di quella condizione.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Le<br />
considerazioni esposte dalle<br />
relatrici,<br />
accompagnandone le narrazioni, hanno voluto ricordare come le potenti<br />
storie di donne offerte al nostro ascolto, più comuni di quanto si<br />
voglia o possa credere in Occidente, ci possono insegnare a spostare<br />
la prospettiva di lettura, a non concentrarsi sul dolore ma a<br />
proiettare uno sguardo diverso sulla tragedia, per trovarvi comunque<br />
la vita.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Coniugando<br />
le testimonianze dipanate dalle donne nel corso dell&#8217;incontro con le<br />
parole della riflessione di Sartori è plausibile concludere che <b>“</b><i>in<br />
questa urgenza presente, quando la misura maschile mostra la sua<br />
incapacità a fare ordine, e quella femminile in questo passaggio si<br />
pone come ordinatrice di realtà e</i><br />
<i>finalmente<br />
si pone  la questione di quale è la misura in un mondo davvero<br />
comune”, </i>si<br />
può ri-trovare la vita: nella parola, nello sguardo, nelle pratiche,<br />
nella misura di donna.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Ciascuna<br />
a partire da sé e tutte indistintamente, sempre usando le sue<br />
parole, hanno voluto e potuto ancora una volta ricordarci che<b><br />
</b><i><br />
“s</i><i>e<br />
noi donne non sapremo esporci al mondo come misura, il mondo non avrà<br />
misura.</i></div>
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			</item>
		<item>
		<title>D(i)RITTI AL CENTRO !: appuntamenti con gli autori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jan 2015 11:46:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[associazione]]></category>
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		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cari amici, L&#8217;Associazione per i Diritti Umani di Milano è lieta di invitarvi alla nuova edizione del progetto “D(i)RITTI AL CENTRO !”, un programma ricco di incontri con gli autori di saggi, romanzi, documentari&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Cari<br />
amici,
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L&#8217;Associazione<br />
per i Diritti Umani di Milano è lieta di invitarvi alla nuova<br />
edizione del progetto “D(i)RITTI AL CENTRO !”, un programma ricco<br />
di incontri con gli autori di saggi, romanzi, documentari per<br />
riflettere, approfondire, dialogare.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Vi<br />
ricordiamo che l&#8217;associazione organizza e conduce alcuni di questi<br />
incontri anche per le scuole, università e biblioteche. Potete<br />
contattarci, per ogni informazione, alla mail:<br />
<a href="mailto:peridirittiumani@gmail.com">peridirittiumani@gmail.com</a></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
(Se<br />
apprezzate il nostro lavoro, potete fare una piccola donazione con<br />
Paypall o bonifico (in alto a destra sulla homepage. Grazie.)
</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/01/volantino-incontri_colore1-723x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/01/volantino-incontri_colore1-723x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="640" width="451" /></a></div>
<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/01/volantino-incontri_colore2L.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/01/volantino-incontri_colore2L.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="640" width="452" /></a></div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Papa Francesco: il terrorismo e i mali dell&#8217;umanità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2015 10:56:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[associazione]]></category>
		<category><![CDATA[CharlieHebdo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Il terrorismo fondamentalista rifiuta Dio stesso, e di fronte ai risvolti agghiaccianti per il dilagare del terrorismo auspico che i leader religiosi, politici e intellettuali specialmente musulmani, condannino qualsiasi interpretazione fondamentalista ed estremista della&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2015/01/15/papa-francesco-il-terrorismo-e-i-mali/">Papa Francesco: il terrorismo e i mali dell&#8217;umanità</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/01/images-32.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/01/images-32.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="266" width="400" /></a></div>
<p>
“Il terrorismo fondamentalista<br />
rifiuta Dio stesso, e di fronte ai risvolti agghiaccianti per il<br />
dilagare del terrorismo auspico che i leader religiosi, politici e<br />
intellettuali specialmente musulmani, condannino qualsiasi<br />
interpretazione fondamentalista ed estremista della religione che<br />
giustifica la violenza”: queste le parole di papa Francesco a<br />
seguito degli attentati a Parigi e nel tradizionale incontro d&#8217;inizio<br />
anno con la stampa.<br />Francesco parla di una vera e propria guerra<br />
mondiale combattuta a pezzi che accade in varie zone del pianeta, a<br />
partire dalla vicina Ucraina, divenuta drammatico teatro di scontro e<br />
per la quale auspico che, attraverso il dialogo, si consolidino gli<br />
sforzi in atto per fare cessare le ostilità, e le parti coinvolte<br />
intraprendano quanto prima, in un rinnovato spirito di rispetto della<br />
legalità internazionale, un sincero cammino di fiducia reciproca e<br />
di riconciliazione fraterna.<br />Il pontefice si è soffermato anche<br />
sul Medio Oriente,auspicandosi che cessino le violenze e che si<br />
arrivi a una soluzione che permetta tanto al popolo palestinese che a<br />
quello israeliano di vivere finalmente in pace, entro confini<br />
chiaramente stabiliti e riconosciuti internazionalmente, così che<br />
“la soluzione di due Stati” diventi effettiva. Quindi ricorda gli<br />
altri conflitti nella regione, i cui risvolti sono agghiaccianti<br />
anche per il dilagare del terrorismo di matrice fondamentalista in<br />
Siria ed in Iraq. Tale fenomeno è conseguenza della cultura dello<br />
scarto applicata a Dio. Il fondamentalismo religioso, infatti, prima<br />
ancora di scartare gli esseri umani perpetrando orrendi massacri,<br />
rifiuta Dio stesso, relegandolo a un mero pretesto ideologico. <br />Di<br />
fronte a tale ingiusta aggressione, che colpisce anche i cristiani e<br />
altri gruppi etnici e religiosi della Regione, occorre una risposta<br />
unanime che, nel quadro del diritto internazionale, fermi il dilagare<br />
delle violenze, ristabilisca la concordia e risani le profonde ferite<br />
che il succedersi dei conflitti ha provocato. In questa sede faccio<br />
perciò appello all’intera comunità internazionale, così come ai<br />
singoli Governi interessati, perché assumano iniziative concrete per<br />
la pace e in difesa di quanti soffrono le conseguenze della guerra e<br />
della persecuzione e sono costretti a lasciare le proprie case e la<br />
loro patria. Un Medio Oriente senza cristiani sarebbe un Medio<br />
Oriente sfigurato e mutilato&#8230;Nel sollecitare la comunità<br />
internazionale a non essere indifferente davanti a tale situazione,<br />
auspico che i leader religiosi, politici e intellettuali specialmente<br />
musulmani, condannino qualsiasi interpretazione fondamentalista ed<br />
estremista della religione, volta a giustificare tali atti di<br />
violenza.<br />Francesco non dimentica la Nigeria, dove non cessano le<br />
violenze che colpiscono indiscriminatamente la popolazione, ed è in<br />
continua crescita il tragico fenomeno dei sequestri di persone,<br />
spesso di giovani ragazze rapite per essere fatte oggetto di<br />
mercimonio, un esecrabile commercio che non può continuare.<br />Il<br />
Papa si occupa anche dei conflitti civili che interessano altre parti<br />
dell’Africa, a partire dalla Libia, lacerata da una lunga guerra<br />
intestina che causa indicibili sofferenze tra la popolazione e ha<br />
gravi ripercussioni sui delicati equilibri della Regione. Cita «la<br />
drammatica situazione nella Repubblica Centroafricana e quella del<br />
Sud Sudan e in alcune regioni del Sudan, del Corno d’Africa e della<br />
Repubblica Democratica del Congo, dove non cessa di crescere il<br />
numero di vittime tra la popolazione civile e migliaia di persone e<br />
chiede l&#8217;impegno dei singoli governi e della comunità<br />
internazionale.<br />Un paragrafo importante del suo discorso è<br />
dedicato ai profughi e rifugiati: “Quante persone perdono la vita<br />
in viaggi disumani, sottoposte alle angherie di veri e propri<br />
aguzzini avidi di denaro?&#8230;Molti migranti, soprattutto nelle<br />
Americhe, sono bambini soli, più facile preda dei pericoli,<br />
necessitando di maggiore cura, attenzione e protezione”. Sono 180<br />
gli Stati che attualmente intrattengono relazioni diplomatiche con la<br />
Santa Sede. Ad essi vanno aggiunti l’Unione Europea, l&#8217;Ordine di<br />
Malta e una Missione a carattere speciale, quella dello Stato di<br />
Palestina. Le cancellerie di ambasciata con sede a Roma, incluse<br />
quelle dell’Unione Europea e dell&#8217;Ordine di Malta, sono 83. Hanno<br />
sede a Roma anche la Missione dello Stato di Palestina e gli Uffici<br />
della Lega degli Stati Arabi, dell’Organizzazione Internazionale<br />
per le Migrazioni e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per<br />
i Rifugiati. </p>
<p>Nel corso del 2014 si sono firmati<br />
tre accordi: il 13 gennaio, l’Accordo-quadro tra la Santa Sede e la<br />
Repubblica del Camerun sullo statuto giuridico della Chiesa<br />
cattolica; il 27 gennaio, il Terzo Protocollo Addizionale<br />
dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Malta sul<br />
riconoscimento degli effetti civili ai matrimoni canonici e alle<br />
decisioni delle autorità e dei tribunali ecclesiastici circa gli<br />
stessi matrimoni, del 3 febbraio 1993; il 27 giugno, l’accordo tra<br />
la Santa Sede e la Serbia sulla collaborazione nell’insegnamento<br />
superiore.</p>
<p>Infine, Papa Francesco rivolge un<br />
pensiero: alla Corea, al Venezuela, al Burkina Faso e a quei Paesi in<br />
cui le popolazioni vivono tra tensioni, disagi e paure.<br />“Non più<br />
la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti<br />
dei Popoli e dell’intera umanità”: e conclude con questa frase<br />
tratta dal discorso di Paolo VI all&#8217;ONU nel 1965. </p>
<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Oltre la democrazia. Temi e problemi del pensiero politico islamico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2015 07:56:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Il pensiero politico islamico è stato messo alla prova dalle rivolte o rivoluzioni che hanno coinvolto il mondo arabo negli ultimi anni. Il ruolo dei movimenti e dei partiti islamisti prefigura un percorso&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<br />&nbsp;</div>
<p></p>
<table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width: 643px;">
<tbody>
<tr>
<td valign="TOP" width="643"><a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="main-content"></a></p>
<table border="0" cellpadding="2" cellspacing="0" style="width: 643px;">
<tbody>
<tr>
<td valign="TOP" width="639"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></p>
<table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width: 643px;">
<tbody>
<tr>
<td valign="TOP" width="643">
   <a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="main-content2"></a><a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="main-content1"></a>Il<br />
   pensiero politico islamico è stato messo alla prova dalle rivolte<br />
   o rivoluzioni che hanno coinvolto il mondo arabo negli ultimi<br />
   anni. Il ruolo dei movimenti e dei partiti islamisti prefigura un<br />
   percorso che può andare &#8220;oltre la democrazia&#8221; alla<br />
   ricerca di nuove forme di organizzazione politica. Il volume <i>Oltre<br />
   la democrazia. Temi e problemi del pensiero politico islamico, </i>di<br />
   Massimo Campanini edito da Mimesis, raccoglie<br />
   un certo numero di saggi e articoli precedentemente pubblicati e<br />
   si prefigge di analizzare i presupposti teorici di siffatta<br />
   progettualità politica indagando i caratteri e le forme del<br />
   pensiero politico islamico classico e contemporaneo. </p>
<p></p>
<p>   L&#8217;Associazione per i Diritti<br />
   Umani ha rivolto alcune domande al Prof. Campanini e lo ringrazia<br />
   molto per la sua disponibilità.</p>
<p></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Quali<br />
potrebbero essere le nuove forme di organizzazione politica che porti<br />
i Paesi islamici dall&#8217;autoritarismo a governi più democratici?</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Le<br />
forme di autoritarismo o di governo francamente dittatoriale che<br />
hanno caratterizzato soprattutto i paesi arabo-islamici negli ultimi<br />
decenni sono state un effetto dell’affermarsi e poi dell’evolversi<br />
di regimi militari o comunque verticistici che hanno bensì gestito<br />
la transizione dal sistema coloniale a quello post-coloniale (tra gli<br />
anni Cinquanta e Settanta), ma che hanno riprodotto anche le<br />
sperequazioni sociali, il saccheggio delle risorse, l’elitarismo<br />
dei precedenti sistemi cosiddetti “liberali”. Ciò significa che<br />
non è stato l’Islam in quanto religione a imprimere un marchio di<br />
controllo autoritario allo stato e alla società. Anzi, per lungo<br />
tempo l’Islam e le organizzazioni islamiche hanno svolto una<br />
funzione contro-egemonica di contestazione dei regimi laici sortiti<br />
dalla decolonizzazione, sia pure non senza ombre e compromessi. Le<br />
cosiddette “primavere arabe” sembravano agli inizi promettere<br />
nuovi percorsi verso la democrazia e le conquiste dei diritti, anche<br />
con l’emergere sul proscenio di forze islamiste moderate come i<br />
Fratelli Musulmani che hanno, disordinatamente, cercato di imprimere<br />
un carattere appunto “islamizzante” alle transizioni. Ma le<br />
“primavere arabe” si sono involute: gli islamisti moderati sono<br />
stati emarginati o repressi, i militari sono tornati al potere, in<br />
alcuni paesi sono scoppiate guerre civili. È dunque difficile<br />
prevedere quali “nuove” forme di organizzazione politica<br />
potrebbero condurre i paesi arabo-islamici “oltre la democrazia”.<br />
Il pensiero politico islamista oscilla tra la rivendicazione di<br />
un’applicazione modernizzata della shari’a e il movimentismo<br />
jihadista che talvolta sconfina col terrorismo. I monarchi e i nuovi<br />
presidenti che si sono consolidati al potere (e peggio ancora per<br />
quelli che sono travolti dalla guerra civile) non hanno interesse ad<br />
allentare una presa autoritaria sullo stato e la società civile,<br />
anche per timore di una recrudescenza della contestazione interna.<br />
Certamente, appare sempre più chiaro che una automatica applicazione<br />
della (presunta) “democrazia” occidentale alle realtà<br />
arabo-islamiche è problematica, anche perché una eventuale<br />
affermazione islamica cercherebbe vie proprie di governo e di<br />
formulazione dei diritti, non necessariamente omologabili a quelle<br />
occidentali.</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Si<br />
può parlare, nel Mediterraneo, di scontro di civiltà? E come,<br />
invece, porre le basi per un incontro?</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Lo<br />
“scontro di civiltà” è, in certo senso, un dato di fatto,<br />
provocato, da un lato, dalla demonizzazione dell’Islam da parte di<br />
personaggi come Huntington o Pipes o Fukuyama (senza dimenticare gli<br />
islamofobi nostrani che pescano nei pregiudizi dell’opinione<br />
pubblica), e, dall’altro, dalla parallela demonizzazione<br />
dell’occidente da parte delle organizzazioni jihadiste più<br />
estreme. Il dialogo non si costruisce, comunque, sulla base di una<br />
“tolleranza”, termine ambiguo che sottintende un sentimento di<br />
superiorità da parte di un soggetto che, dall’alto della sua<br />
“verità”, “tollera” (cioè “sopporta”) il diverso. Si<br />
costruisce piuttosto, come ha sostenuto il filosofo egiziano Hasan<br />
Hanafi, sulla base di un reciproco riconoscimento di “soggettività”<br />
che interloquiscono nel confronto delle opinioni e nel rispetto della<br />
reciproca diversità, considerando l’interlocutore, appunto, come<br />
un altro “soggetto” e non come un potenziale avversario o un<br />
essere inferiore. Le religioni hanno ovviamente un ruolo importante<br />
da svolgere, soprattutto se riconoscessero la comune radice<br />
abramitica. Il problema dei diritti si presenta centrale, ed è forse<br />
significativo riflettere sul fatto che il suddetto Hanafi,<br />
intellettuale molto prestigioso e ascoltato nel mondo arabo, ha<br />
sostenuto che l’occidente impone i “suoi” diritti spacciandoli<br />
come “universali”. È vero che la formulazione dei diritti da<br />
parte di alcuni ‘ulema musulmani sembra legittimare la<br />
subordinazione della donna o l’emarginazione delle minoranze, ma<br />
l’aggiornamento deve avvenire dall’interno, come hanno sostenuto<br />
intellettuali come Abdullahi al-Na’im.</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Come<br />
conciliare il pensiero politica islamico classico con la modernità?</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Nella<br />
sua formulazione classica, il pensiero politico islamico contiene<br />
numerosi princìpi compatibili con la modernità e potenzialmente con<br />
la democrazia. Il principio della consultazione (shura), per esempio,<br />
implica quello della rappresentatività (il governante decide<br />
“consultandosi” con i rappresentanti liberamente scelti della<br />
comunità); il principio del consenso (ijma’) implica che il<br />
governante sia eletto dai sudditi e debba godere della loro<br />
approvazione (e possa essere rimosso nel caso di malgoverno); il<br />
principio del bene pubblico (maslaha) corrisponde esattamente<br />
all’intenzione “occidentale” di garantire l’equa<br />
distribuzione delle risorse e la protezione dei deboli. Certo, nella<br />
prospettiva islamica, il detentore della sovranità rimane Dio; ma la<br />
maggior parte dei teorici, anche islamisti, riconosce che la<br />
sovranità di Dio va esercitata attraverso la mediazione umana,<br />
cosicché il popolo sia il detentore del potere. Dunque non esistono<br />
ostacoli di principio a una modernizzazione del pensiero politico<br />
islamico. Il punto nodale più complicato è piuttosto la tendenza,<br />
diffusa nel pensiero politico ma in genere nella mentalità<br />
musulmana, di idealizzare l’epoca del profeta e dei suoi compagni,<br />
la prima generazione dei musulmani (i salaf), il cui esempio deve<br />
essere imitato, secondo i più rigidi e radicali (i salafiti<br />
appunto), alla lettera con una evidente distorsione del tempo<br />
storico.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Come<br />
si rapportano, oggi, i giovani all&#8217;Islam religioso e politico?</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Innanzi<br />
tutto, bisogna considerare che un processo di secolarizzazione è<br />
comunque in atto nelle società musulmane, e la secolarizzazione è<br />
per antonomasia occidentale. Anche a Mecca ci sono i McDonald’s e i<br />
Kentucky Fried Chicken! Ciò incide sull’atteggiamento dei giovani<br />
che imparano ad andare al cinema e in discoteca. Per quanto sia poco<br />
noto, esistono diverse band rap e pop di giovani musulmani. Inoltre,<br />
vi sono molti tele-predicatori, come il carismatico Amr Khaled, che<br />
incitano i giovani a dedicarsi a quello che è stato definito (da<br />
Patrick Haenni), “Islam di mercato”, il cui motto è<br />
“Arricchitevi!” (sia pure in nome della religione). Perciò si è<br />
parlato (Oliver Roy) di un post-islamismo, cioè di un atteggiamento<br />
mentale, soprattutto giovanile, per il quale la religione diviene un<br />
fatto privato e le sirene dell’islamismo politico hanno perso il<br />
loro appeal. Naturalmente, non bisogna né generalizzare né<br />
banalizzare i fenomeni. L’Islam conserva tuttora la sua importanza<br />
come elemento di identità culturale, prima ancora che religiosa.<br />
L’Islam può essere vissuto liberamente come un’ideologia aperta<br />
e di giustizia, o come pretesto per un integralismo dottrinale e del<br />
comportamento sociale. Dipende dai contesti (sociali) e<br />
dall’inclinazione individuale. Del resto, il richiamo dell’Islam<br />
estremista e terrorista è stato (finora) relativamente limitato dal<br />
punto di vista numerico, e personalmente non credo che possa<br />
attecchire più di tanto.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Quanto<br />
è importante il ruolo delle donne nel processo culturale per una<br />
transizione verso una democrazia?</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Naturalmente,<br />
è fondamentale. Soprattutto per quanto le donne stanno di fatto<br />
(anche se ciò raramente viene considerato dai mass-media<br />
occidentali) ritagliandosi sempre più spazio nelle professioni e<br />
nella società civile. Il processo è comunque ancora lungo e<br />
difficile. Nelle società patriarcali mediterranee, la donna è<br />
considerata (spesso ancora) lo scrigno dell’onore della famiglia e<br />
del clan, per cui deve essere protetta o addirittura isolata. Non è<br />
un caso che, dal punto di vista della giurisprudenza, le ultime<br />
vestigia del diritto musulmano classico (in presenza di una decisa<br />
occidentalizzazione dei codici e delle procedure) si conservino<br />
proprio nel diritto di famiglia: matrimonio, divorzio, eredità, cura<br />
dei figli. La notevole diffusione (poco nota, ma reale) del<br />
cosiddetto femminismo islamico (alcuni nomi: Amina Wadud, Asma<br />
Barlas, Asma Lamrabet, eccetera) non sempre è ben vista nelle<br />
società tradizionali: per esempio le stesse donne del Marocco rurale<br />
e profondo hanno reagito negativamente alla riforma del diritto di<br />
famiglia del re Muhammad VI, che pure migliorava notevolmente le loro<br />
condizioni e i loro diritti, temendo una dissoluzione dei vincoli<br />
familiari e di appartenenza. Anche qui bisogna evitare le<br />
banalizzazioni e le semplificazioni, poiché la realtà è complessa<br />
e in movimento, e le condanne pregiudiziali dell’Islam non portano<br />
da nessuna parte, se non a irrigidire ancor di più i<br />
fondamentalisti.</div>
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