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		<title>Venezuela: La rete del terrore (Parte I)</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2019 08:57:25 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p>Premessa</p>



<p>In America Latina il potere militare è
sempre stato messo in discussione. Il sud del continente è stato
attraversato da molti regimi militari che hanno cambiato
completamente la storia di alcuni paesi, come per esempio Argentina,
Uruguay, Cile, Paraguay, Brasile, Cuba… e adesso Venezuela. Al
contrario di come dovrebbe essere, l’approccio con le forze armate,
per molti di noi, era ed è tutt’ora difficile, c’è una
diffidenza di base, sono persone che sempre hanno abusato della loro
posizione di potere e forza, che hanno massacrato popolazioni, che
non hanno rispettato i diritti basilari dell’individuo. Quando si
conoscono persone che hanno subito torture e abusi da parte di
militari, si capisce il modus operandi che sempre li ha
caratterizzati, cioè: infrangere paura approfittando della loro
forza e della loro posizione di potere, questa è la caratteristica
più evidente, sono i possessori delle armi e con queste si fa quello
che si vuole, sottomettendo in modo assoluto la popolazione civile.
Ci sono eccezioni, come sempre, ne conosco una, ma di solito, fidarsi
di un militare in America Latina è una impresa molto difficile. In
particolare, in Venezuela, i militari hanno sempre complottato contro
il governo di turno, sta di fatto che uno dei più grandi di tutti è
stato il golpista Hugo Chavez, ex parà delle Forze Armate e
responsabile di molte morti durante il colpo di stato del 1992. 
</p>



<p>Vorrei però dedicare queste linee ai
prigionieri politici militari in Venezuela, a prescindere dalla mia
diffidenza storica verso di loro. Si parla poco di questo tema perché
è molto scottante e pericoloso, perché è meglio non fare nomi per
proteggere i militari ribelli che sono nascosti o che stanno tentando
di scappare ,e le loro famiglie. Anche per proteggere tanti ufficiali
di polizia del SEBIN y del DGCIM che ancora sono dentro e devono fare
il lavoro sporco anche se ormai non lo vogliono più fare. Oppure
perché ancora dentro le file delle forze armate c’è un numero
molto ampio di ufficiali e soldati che stanno dalla parte della
democrazia, ma che ancora sono lì per fini strategici. Tutti i
militari che sono prigionieri del regime si sono pronunciati,
ribellati, hanno partecipato in tentativi di “golpe” contro il
regime. Hanno tradito la patria e questo, per il regime è grave, si
paga con il sangue e addirittura con la morte. Le torture e le
vessazioni che soffrono da parte degli ufficiali degli organismi di
repressione sono spaventose perché l’accanimento e la voglia di
vendetta per aver tradito la patria è molto grande. 
</p>



<p>In Venezuela, in 20 anni di regime,
prima con Hugo Chávez e adesso con Nicolás Maduro, civile ma che
conta con l’appoggio della cupola delle Forze Armate, si è creata
una grande rete di istituzioni militari al servizio del narco regime,
che ha come obiettivo sottomettere e minacciare la popolazione che
osa parlare o manifestare contro la dittatura; la principale è la
<em>Fuerza Armada Nacional Bolivariana</em> (FANB) con 5 componenti,
tra cui la <em>Guardia Nacional Bolivariana</em> (GNB), creata nel
lontano 1937 come organo di difesa civile, ma adesso sotto accusa per
le innumerevoli violazioni dei diritti umani e per traffico
internazionale di droga. E’ già stato dimostrato che la GNB
coopera con i paramilitari o “colectivos” presenti nel paese. La
<em>Dirección General de Contrainteligencia Militar</em> (DGCIM) fa
parte di questa “rete del terrore” voluta dal regime Bolivariano,
un’organizzazione di controspionaggio creata per impedire lo
spionaggio interno ed esterno, ma che oggi si occupa di intimidire la
popolazione civile e militare e quindi è responsabile di sequestri,
torture e omicidi. Il cerchio si chiude con il <em>Servicio
Bolivariano de Inteligencia Nacional</em> (SEBIN), organismo
subalterno alla Vicepresidenza della Repubblica, creato nel 2010 da
Hugo Chávez con l’obbiettivo di creare paura, una polizia
mercenaria che sequestra, tortura e ammazza. La sua sede è il famoso
carcere sotterraneo chiamato “La Tumba”, di cui abbiamo parlato
diverse volte in queste pagine. 
</p>



<p>Il tema della repressione verso i militari è venuto a galla perché pochi mesi fa l’Istituto Casla ha presentato davanti all’Organizzazione degli Stati Americani, un report sulla situazione della repressione in Venezuela e un video registrato clandestinamente tra dicembre 2018 e gennaio 2019 dal tenente dell’aviazione ed ex funzionario della DGCIM Ronald Dugarte, che testimonia tutte le atrocità contro i prigionieri politici, soprattutto militari, nella sede della DGCIM a Caracas. Il tenente Dugarte ha rischiato la sua vita mettendo il cellulare nella tasca della divisa e aprendo un buco per registrare il video. Ha raccontato quello che succede ne “El Calabozo”, il carcere dove sono rinchiusi parecchi militari. Ha raccontato che pochi ufficiali possono entrare nelle celle adibite ai torturati e ha consegnato una lista con nomi e cognomi di torturatori, ha intravisto molte atrocità, ha sentito le urla disperate e i lamenti di dolore e ha deciso di aiutare queste persone e passare dall’altra parte. Dugarte ha affermato che li trattano come animali, che hanno diverse tecniche di tortura sia fisica che psicologica, non si forniscono cure mediche, è vietato uscire dalla cella, hanno frequentemente le mani legati alla schiena e gli occhi coperti da una sorta di maschera fatta con cartone e nastro adesivo. Nelle celle non c’è niente, soltanto un materasso per terra e tanta sporcizia e paura. Tutte queste prove adesso sono nelle mani della Corte Penale Internazionale.   </p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="696" height="391" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/militares-e-Maduro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12669" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/militares-e-Maduro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 696w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/militares-e-Maduro-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></figure>



<p>In una di quelle celle si trova l’ex
capitano della GNB Juan Carlos Caguaripano, che nel video si sente e
si vede che parla con i custodi e si rifiuta di fare colazione perché
ha dolori allo stomaco e ha urinato sangue. Sono due anni che si
trova rinchiuso in cella e secondo i suoi avvocati e parenti viene
sistematicamente torturato. Nessuno gli offre la possibilità di cure
mediche. Quest’uomo ha un curriculum di tutto rispetto per quello
che riguarda la ribellione. Già nel lontano 2008 era stato accusato
di cospirazione e nel 2014 era stato sospeso definitivamente dalle
forze armate, era scappato a Panama per poi tornare nel 2017 e
dirigere l’assalto alla Fortezza Militare Pamaracay, situata nello
Stato di Carabobo nel centro del paese. Caguaripano, insieme a una
ventina di militari dissidenti, pubblicò un video chiedendo
l’insurrezione civico- militare e fece irruzione nella Fortezza.
Nel confronto armato morirono alcuni militari ed altri, tra cui
Caguaripano, che sono stati catturati e torturati fino ad oggi. 
</p>



<p>Il Generale Raúl Baduel è un altro
ufficiale di alto rango torturato dal regime. Fece parte per molti
anni del circolo di fiducia di Hugo Chávez, essendo Ministro della
Difesa tra il 2006 e il 2007, ma proprio quell’anno cominciò a
esprimere pubblicamente le sue critiche alle decisioni arbitrarie a
livello politico che prendeva il governo di allora e manifestando
dissenso sulla riforma costituzionale. Nel 2009, il generale venne
arrestato dagli agenti del DGCIM per corruzione e fu condannato a 8
anni di carcere per appropriazione indebita durante la sua gestione
come ministro. Lui invece si dichiarò innocente di quel fatto e
invece disse di essere un prigioniero di Hugo Chávez. Nel 2015 è
stato messo in libertà condizionale per poi entrare di nuovo l’anno
scorso nel seminterrato del Sebin, nella Tumba, ed essere vittima
della tortura bianca tanto famigerata in questo posto infernale.</p>



<p>Caguaripano e Baduel sono due
prigionieri conosciuti, alte cariche, ma in Venezuela c’è un
esercito di militari torturati tra le sbarre, di cui pochi ne
parlano. I parenti hanno iniziato una battaglia per denunciare le
torture subite dai loro mariti, compagni, figli, padri… davanti
all’Assemblea Nazionale e davanti alla stampa. I racconti dei
parenti e degli avvocati sono agghiaccianti: polsi maltrattati, mani
gonfie, costole fratturate, polvere di lacrimogeni versata nelle
narici e negli occhi per poi mettere un passamontagna intorno al
viso, rotule spaccate, botte nelle gambe fino a creare grandi
ematomi, polsi legati a una corda che pende dal soffitto, pestaggi di
varie entità, privazione di acqua-cibo-sonno, isolamento, posizioni
forzate per lunghi periodi, abusi sessuali, scariche elettrice
(soprattutto nei testicoli), asfissia. Tutto ciò in mezzo ad una
assoluta mancanza di diritto penale. Prigionieri mai processati,
udienze preliminari sempre rimandate e mai svolte. Molti degli
avvocati che hanno avuto il coraggio di difendere i loro casi sono
stati a loro volta intimiditi, minacciati, le loro famiglie
arrestate. Quindi, cosa si può fare? Come si esce da questo buco
nero? E’ un circolo vizioso che non ha uscita. 
</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/parenti-di-militari-arrestati-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12670" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/parenti-di-militari-arrestati-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/parenti-di-militari-arrestati-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/parenti-di-militari-arrestati-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/parenti-di-militari-arrestati.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Come si sa, negli anni sono venute a galla tutte le violazioni di diritti umani orchestrate e fatte tutt’ora da questi organismi e piano piano, non solo i civili, ma anche tanti militari di diversi gradi e diverse componenti si sono ribellati al regime. Di fatto, il punto di forza per indebolire una dittatura militare è che la stessa forza armata si spacchi, si separi, perda fiducia in sé stessa e quindi salga il malcontento, il timore e la disperazione. Questo succede da diversi anni in Venezuela, sempre più spesso e sempre più forte. Lo scorso aprile, il Foro Penal ha pubblicato l’ultimo report sulla repressione in Venezuela. Due mesi fa c’erano 775 prigionieri politici di cui 99 militari. Il 3 giugno hanno aggiornato questa cifra a 793 persone. Invece la Coalizione per i Diritti Umani e la Democrazia ha dichiarato che il 2018 è stato l’anno record di arresti di militari in Venezuela: dei 163 militari prigionieri, 116 sono stati arrestati l’anno scorso. Istigazione alla ribellione, tradimento alla patria e reati contro il decoro militare sono i presunti delitti per cui si accusano queste persone. La maggior parte sono componenti dell’esercito e della GNB. Questa cifra supera enormemente il numero di militari arrestati da Hugo Chávez. In 14 anni di regime chavista, sono stati arrestati soltanto 13 militari, secondo la Fondazione per un Giusto Processo (Fundepro).   </p>



<p>In ambito militare, essere in
disaccordo su qualunque cosa e manifestarlo vuol dire correre un
rischio ed essere perseguitato. Persino parlare di temi politici in
riunioni potrebbe essere la scusa perfetta per accusare un soldato di
atti di ribellione o tradimento alla patria. Parenti di militari
denunciano che nelle caserme gli ufficiali controllano
sistematicamente i cellulari. Il malcontento si castiga con la
persecuzione e il risultato è isolamento, tortura e ritardi nei
processi penali, per cui è da supporre che tra i soldati e i
militari di basso rango imperi la paura per se stessi e per le loro
famiglie e anche questa è una forma di tortura psicologica. La
violazione sistematica di un giusto processo penale e dei diritti
umani dei militari arrestati è stata sempre una costante in tutti e
due i governi bolivariani. 
</p>



<p>Un altro punto importante che ha creato
tanta ribellione è che i militari non stanno facendo il loro compito
di salvaguardare le frontiere e/o mantenere l’ordine perché queste
due cose sono nelle mani dei paramilitari. Non esiste più la
meritocrazia in ambito militare, adesso tutte le promozioni dipendono
dalla volontà del presidente usurpatore e dal G2 cubano. Ormai, il
sistema è così corrotto e marcio che gran parte dei militari si
vergogna di esserlo. A causa di tutto ciò e delle numerose richieste
di sospensione e di disertori, questo è uno dei momenti più critici
per il corpo delle forze armate venezuelane.</p>



<p>Un altro punto importante è quello
delle diserzioni. L’attuale Ministro della Difesa Wladimir Padrino
Lopez, fedelissimo di Maduro, dice che ci sono un centinaio di
militari disertori. Questa cifra è stata subito smentita dal governo
di Colombia, perché secondo il loro censimento sono più di 500 i
militari che hanno abbandonato la divisa, attraversato la frontiera e
chiesto asilo politico. Questo numero è decisamente minore in
Brasile, perché si contano soltanto una ventina di militari, ma si
stima che nei prossimi mesi questa cifra possa aumentare. 
</p>



<p>Quindi, le violazioni dei diritti di
questi militari che sono anche cittadini venezuelani sono
innumerevoli, vivono in uno stato di assoluta paura e frustrazione.
Proprio come i cittadini civili, non hanno accesso a medicine e cibo,
sono pagati male, non esiste più la meritocrazia, lavorano in uno
stato di terrore costante, sono minacciati e anche le loro famiglie,
non possono parlare e rischiano la prigione tutti i giorni, sapendo
che la prigione per gente come loro ha un significato ancora più
scuro. Abbiamo il dovere di parlare, di denunciare quello che questa
fetta di venezuelani sta soffrendo. 
</p>



<p>Il Generale Simón
Bolívar diceva: “<em>Siempre es noble
conspirar contra la tiranía, contra la usurpación y contra una
guerra desoladora e inocua</em>”.  Parole
che dopo quasi due secoli sembrano molto in vigore e forse lo sanno i
militari e i funzionari della polizia che si trovano sequestrati da
questo regime che non risparmia nessuno. Qualche parola in loro
difesa bisogna farla, perché militari o civili, sono sempre persone.
</p>
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		<title>Associazione Antigone in Palestina per la tutela dei diritti umani dei detenuti</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2019 07:33:37 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Associazione Antigone, in questi giorni, si è recata in Palestina per un corso di formazione sul monitoraggio dei diritti umani nei centri di detenzione, una buona e riuscita collaborazione tra il Ministero della Giustizia palestinese e l&#8217;Italia (con l&#8217; Agenzia Italiana per la cooperazione allo Sviluppo) nell&#8217;ambito del progetto &#8220;Karama&#8221;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/Visita_Palestina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12227" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/Visita_Palestina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="960" height="637" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/Visita_Palestina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/Visita_Palestina-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/Visita_Palestina-768x510.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p>(da www.antigone.it)?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
<p>Ramallah, 14 Marzo 2019 &#8211; Questa settimana, una delegazione italiana del Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale e della nostra associazione ha svolto una missione in Palestina per realizzare una tre giorni di formazione rivolta ai funzionari del Ministero della Giustizia e ai suoi partner, allo scopo di presentare e trasferire best practices italiane e metodologie utilizzate nel monitoraggio dei diritti umani nei centri di privazione di libertà.</p>
<p>Questa missione si inserisce nel quadro del progetto Karama: verso un sistema rispettoso dei diritti umani e della dignità delle persone, finanziato da AICS Gerusalemme (Agenzia Italiana per la cooperazione allo Sviluppo), e ribadisce la cooperazione su questo terreno, avviata con la visita dei funzionari del Ministero della Giustizia Palestinese presso l’omologo Ministero italiano a novembre 2014, sul tema “Diritti umani e organizzazione penitenziaria”.</p>
<p>Durante le giornate di formazione, gli esperti Michele Miravalle e Susanna Marietti hanno raccontato l’esperienza della nostra associazione ed analizzato gli strumenti adottati durante il monitoraggio, sia attraverso spiegazioni teoriche che esercizi partecipati, con un approfondimento sul carcere dal punto di vista di chi lo dirige o svolge funzioni di sicurezza, affrontato dal nostro Presidente Patrizio Gonnella.</p>
<p>Il Presidente del Garante Mauro Palma e il Responsabile delle Relazioni Internazionali Alessandro Albano hanno poi contribuito alle sessioni di formazione esplorando i compiti di un’istituzione di garanzia, con particolare riferimento alla Convenzione Internazionale contro la tortura e al suo protocollo aggiuntivo, cui la Palestina ha aderito e che prevede un meccanismo universale di controllo dei luoghi di detenzione.</p>
<p>Il Presidente Palma e il Presidente Gonnella, accompagnati dal Direttore AICS Cristina Natoli, hanno incontrato il Procuratore Generale Akram Alkahteb, che ha sottolineato gli eccellenti risultati della cooperazione tra Italia e Palestina in materia di tutela dei diritti dei minori.</p>
<p>Il Ministro della Giustizia Palestinese Ali Abu Diak ha infine accolto Palma, Gonnella e Natoli, insieme al Vice Console d’Italia a Gerusalemme Luigi Mattirolo, per ringraziare del supporto italiano all’istituzione della Unità per i Diritti Umani in seno al Ministero della Giustizia. In occasione dell’incontro, il Vice Console Mattirolo ha consegnato le chiavi di una vettura, donata dal progetto AICS e necessaria alla Unità per effettuare i monitoraggi nei centri di detenzione.</p>
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