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	<title>geipolitica Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>“Io arrivo dall’inferno”. La guerra in Ucraina raccontata da Yuri Previtali</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 08:52:45 +0000</pubDate>
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<p>di Camilla Mercadante</p>



<p>Yuri Previtali è nato il 13 agosto 1995 in provincia di Bergamo.<br>Prima di partire per l’Ucraina faceva l’autotrasportatore. Oggi è un volontario combattente italiano e vive la guerra non solo al fronte,<br>ma anche dalla finestra di casa sua, a Kyiv.<br>Nella notte tra l’1 e il 2 luglio mi ha mandato un audio. «Buongiorno Cami, qua è stata una nottataccia a Kyiv». Ha parlato delle bombe,<br>di un palazzo colpito, di 20 civili mortə. In quel momento il bilancio era ancora provvisorio. Nelle ore successive, secondo le<br>ricostruzioni delle principali agenzie internazionali, l’attacco si è rivelato uno dei più letali subiti dalla capitale sin dall’inizio dell’anno:<br>la Russia ha lanciato 74 missili e 496 droni contro l’Ucraina, con Kyiv indicata come obiettivo principale. Il conteggio è salito ad<br>almeno 30 mortə e oltre 90 feritə; circa 130 edifici sono stati danneggiati, tra cui abitazioni, strutture mediche e un magazzino<br>della Croce Rossa. Poco dopo gli ho chiesto se stesse bene. Ha risposto che stavano bene lui, sua moglie e il bambino. «Per<br>fortuna», ha esclamato, ma ha aggiunto che un missile è caduto non molto lontano da casa loro.<br>Pochi giorni dopo, nella notte tra il 5 e il 6 luglio, Kyiv è stata ancora<br>colpita. In un video girato dalla finestra della sua dimora si vedono il buio e un lampo improvviso; poi si sentono le sirene e il rumore<br>delle esplosioni. La voce di Yuri è esasperata: «Porca puttana, di nuovo. Tutti i fottuti giorni. […] Hanno scatenato la guerra di nuovo<br>su Kyiv». I dati diffusi confermano che quel nuovo attacco ha provocato decine di mortə e feritə tra la città e la regione. Le<br>autorità ucraine hanno segnalato anche l’impiego dei missili balistici, difficili da intercettare senza sistemi di difesa aerea<br>adeguati.</p>



<p>Le cifre servono a comprendere la dimensione di ciò che accade, ma possono anche creare distanza: droni, missili, mortə, feritə,<br>edifici distrutti. Quando ascolto la voce di Yuri, quell’ordine si rompe. La guerra non è più soltanto una successione di numeri: è<br>una notte che entra nel sonno e dentro casa, fino a rendere impossibile sentirsi al sicuro. In un altro audio, con le sirene in<br>sottofondo, Yuri lo domanda quasi con rabbia: «Come cazzo si fa a dormire così?».<br>Fino a quattro anni fa Yuri si definiva una persona ordinaria. «Una persona ordinaria con una vita ordinaria», dice. È cresciuto in un<br>paese in provincia di Bergamo, dove il lavoro è una forma dieducazione. «Tutto ciò che si ottiene lo si suda con il lavoro», racconta. A 18 anni aveva già il primo contratto in un’officina meccanica, poi ha studiato per prendere la patente del camion e, a<br>23 anni, è salito su un mezzo pesante. Prima della guerra viveva da solo, in un bilocale in affitto, e lavorava come autista e<br>autotrasportatore. Nel fine settimana faceva anche il boscaiolo per guadagnare qualcosa in più. «Nella Bergamasca il lavoro fa parte<br>della nostra identità».<br>La sua storia, dunque, non nasce all’interno di un immaginario militare. Quando oggi viene presentato come un volontario italiano<br>in Ucraina, non rifiuta quella definizione. Anzi, la precisa: «Volontario combattente italiano». Ma prima di partire non aveva<br>mai avuto nulla a che fare con l’esercito. «Non sapevo nulla di armi o di combattimento», ammette.<br>La decisione è cominciata a maturare nell’agosto del 2022. Prima ancora del fronte, ci sono stati tre nomi diventati una soglia morale:<br>Irpin, Bucha, Mariupol. Nella nostra intervista, Yuri li cita senza la necessità di aggiungere molto. Sono luoghi che, nella memoria<br>della guerra, hanno smesso di essere solo città e sono diventati simboli della violenza contro lə civili.<br>A Irpin, il 6 marzo 2022, Human Rights Watch documentò il bombardamento ripetuto di un incrocio utilizzato dallə civili in fuga verso Kyiv: almeno otto persone furono uccise, tra cui due bambinə. L’organizzazione descrisse l’attacco probabilmente<br>illegale, indiscriminato e sproporzionato. A Bucha, dopo il ritiro delle forze russe tra la fine di marzo e l’inizio dell’aprile 2022, furono<br>trovati corpi di civili nelle strade, nelle case e nei luoghi di detenzione. Human Rights Watch registrò esecuzioni sommarie, uccisioni illegali, sparizioni forzate e torture durante l’occupazione russa. Mariupol, invece, assediata per settimane, si è trasformata in una delle memorie più devastanti dell’invasione: il 16 marzo 2022 il teatro drammatico della città, dove si erano rifugiatə centinaia di civili, fu distrutto da un attacco aereo russo. All’esterno era stata scritta la parola “children”, visibile dall’alto. Un’inchiesta di Associated Press ha stimato circa 600 mortə dentro e intorno all’edificio. Fu dopo queste immagini che Yuri non poté più restare fermo a guardare. «Ho visto un popolo in difficoltà, aggredito militarmente da uno Stato dieci volte più grande, a due passi dall’Italia e al confine europeo».<br>Il 28 febbraio 2023, infatti, attraversò il confine di Medyka, dalla Polonia verso l’Ucraina. Era su un FlixBus. Con lui viaggiavano donne, bambinə e anzianə. Al confine osservò alcuni militari ucraini uscire dal Paese, forse diretti all’estero per l’addestramento.<br>Arrivato a Leopoli, sentì per la prima volta la sirena antiaerea.<br>«Avevo i brividi», ricorda. «È difficile da spiegare quello che provavo. Non ci sono parole per definirlo. Sapevo che io dovevo<br>essere lì». Lo aveva detto soltanto al fratello e a pochə amichə, ma nessuno lo aveva preso sul serio. Addirittura, il fratello minore lo<br>accompagnò alla stazione pensando che Yuri stesse partendo per un viaggio in Europa, non per una guerra.<br>Quando ripercorre la sua scelta, utilizza spesso la parola “Europa”.<br>In alcune interviste si è definito un “partigiano europeo”,, gli chiedo che cosa significhi per lui questo termine. Risponde che, prima<br>ancora di essere italiano, si sente europeo: «Per me è normale chiamare un rumeno o un finlandese “fratello”. Nella mia visione siamo una grande famiglia con storia, cultura e identità molto simili tra loro».<br>L’Ucraina, a detta sua, non è un luogo remoto: è un Paese in cui c’è una guerra fuori dalla porta di casa nostra. Paragona il conflitto, sul<br>piano materiale, più alla Prima Guerra Mondiale che alla Seconda: trincee, artiglieria, distruzione. Tuttavia, quando pensa a Vladimir<br>Putin, il suo giudizio è politico e morale: lo delinea come «un dittatore vero e proprio». E afferma: «Mi dà fastidio che vieta i diritti<br>alle persone e la libertà: la cosa più preziosa che abbiamo e che appartiene a ognuno di noi».<br>Alla domanda sullə cittadinə russə contrariə alla guerra, non nega la loro esistenza. «Certo che ci sono», dice. «Ma non possono<br>manifestare la loro contrarietà, altrimenti finiscono in prigione. C’è un regime di paura».<br>Chi parte come volontario per una guerra, a volte, viene guardato con sospetto: idealista, incosciente, fanatico, avventuriero. Yuri non<br>respinge del tutto la parola “idealista”. La considera corretta.<br>«Siamo qui perché abbiamo qualcosa in cui crediamo così tanto da mettere in pericolo la nostra vita». Ma il punto non è la gloria, né il<br>denaro. «È da stupidi rischiare la vita per soldi o per gloria. Lo si fa per qualcosa in cui si crede: difendere il prossimo, gli indifesi<br>oppure non accettare le prepotenze altrui». In seguito chiarisce meglio ciò che intende: se uno Stato più forte può invadere un altro<br>Paese senza conseguenze, si crea un precedente. «Se nessuno reagisce, diamo un precedente e potrebbe essere che in futuro si<br>ripeta la stessa cosa. Se diciamo: io sono più forte di te, faccio quello che mi pare. Non funziona così, bisogna opporsi». Eppure, l’idealismo non protegge dalla morte. Alla domanda se si sia mai sentito impreparato, Yuri distingue. Militarmente dichiara di avere spirito di adattamento e di imparare in fretta. Umanamente, invece, no: «Non ero preparato alla morte. Non si è mai pronti a vederla in<br>faccia e in guerra purtroppo capita troppo spesso».</p>



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<p>Ci sono stati momenti in cui la fede e la sua volontà lo hanno aiutato, ma non addolcisce nulla: «Psicologicamente la guerra ti devasta. Impari a vivere di giorno in giorno e a non pensare al futuro, impari a uccidere per sopravvivere, impari a vivere all’estremo».<br>Gli chiedo, quindi, che cosa si provi davanti alla morte del nemico.<br>La risposta non è quella di chi ha smesso di vedere l’altro come un essere umano. «A me è successo. Sono stato male, dopo pensavo alla persona che era dall’altra parte. Magari aveva famiglia, genitori, figli ed è morto in un campo lontano da loro e a migliaia di chilometri da casa. Però, purtroppo, in quel momento si trattava o di me o di lui». È una delle frasi più dure della sua testimonianza: la<br>consapevolezza della vita dell’altro e, contemporaneamente, la distinzione che per lui resta decisiva tra aggressione e difesa. «Io sto aiutando l’Ucraina a difendersi. Lui è venuto per aggredire, conquistare».<br>La parte più bella di Yuri emerge proprio qui: non nella durezza dello scontro, ma nel fatto che la guerra non riesce a cancellare del<br>tutto il pensiero sull’altro. Nemmeno quando l’altro è il nemico, nemmeno quando la scelta è tra vivere e morire.<br>Gli chiedo quale immagine della guerra gli sia rimasta più impressa.<br>Racconta di un’evacuazione. Le prime informazioni riguardavano due persone di cui non si avevano notizie e un morto. Arrivati a<br>circa un chilometro dalla linea di contatto, lui e i compagni incontrarono i due dispersi e li indirizzarono verso le retrovie.<br>Successivamente trovarono in un bunker un ragazzo tedesco di vent’anni, quello che era stato dato per morto. Era gravemente<br>ferito, ma vivo, e riusciva ancora a parlare. Attesero il momento adatto e lo misero su una barella per evacuarlo. Morì poco dopo,<br> perché le ferite erano troppo gravi. «Non lo auguro a nessuno».<br>Chiede una pausa. Quando torna, quasi mezz’ora dopo, scrive: «Fa male toccare certe storie, come puoi immaginare. Ne parlo già poco<br>di mio, ma li ricordo sempre. Ogni giorno penso a loro».</p>



<p>E il trauma non finisce quando si esce da una trincea o quando si rientra in Italia. Yuri indica il PTSD, il disturbo post-traumatico da stress, come una delle condizioni psichiatriche più comuni tra chi ha vissuto la guerra. Per lui, il problema non è solo riconoscere di stare male, ma trovare strutture disposte ad assistere chi ha combattuto.<br>«Un soldato riconosce il suo dolore e chiede aiuto, ma dall’altra parte devono esserci delle strutture pronte ad aiutarlo». In Ucraina<br>alcune stanno nascendo o sono già operative, ma spesso resta la barriera linguistica per i volontari stranieri. «È impensabile comunicare tramite il traduttore». In Italia, secondo la sua esperienza, manca un percorso dedicato per chi rientra dalla battaglia.<br>L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che, nei contesti di guerra, circa una persona su cinque sviluppi una<br>condizione di salute mentale. Applicando queste stime all’Ucraina, WHO Europe ha stimato che milioni di persone siano<br>potenzialmente colpite, con una quota significativa di condizioni<br>moderate o gravi. La testimonianza di Yuri, dunque, non è un caso isolato: si inserisce in un’emergenza collettiva, fisica e psicologica,<br>che l’invasione continua ad aggravare.<br>Nel racconto di Yuri la guerra cambia anche forma. Gli attacchi missilistici e quelli con i droni Shahed sulle città ucraine, spiega, ci<br>sono fin dal 2022. Ma al fronte, secondo lui, una svolta è arrivata nell’estate del 2024 con l’utilizzo sempre più ampio degli FPV,<br>piccoli droni pilotati in prima persona, veloci e imprevedibili. «Hanno cambiato totalmente gli schemi di questa guerra». In precedenza,<br>durante gli assalti o le rotazioni (i cambi periodici dei reparti al fronte), la preoccupazione principale era l’artiglieria. Ora i droni<br>colpiscono la fanteria, i veicoli e le posizioni (le aree occupate e difese dalle truppe). «Puoi essere super allenato, ma un drone sarà sempre più veloce di te». Non a caso, le analisi e i reportage dal fronte evidenziano la centralità crescente dei droni nel conflitto: piccoli FPV, sistemi di guerra elettronica, jamming (le interferenze elettroniche usate per disturbare o bloccare i segnali radio), intelligenza artificiale, droni guidati con la fibra ottica. È una corsa continua tra attacco e difesa, tra innovazione e sopravvivenza.<br>L’immagine tradizionale della guerra — i carri, le trincee, l’artiglieria — convive con un conflitto sempre più tecnologico, in cui un drone economico può decidere della vita di unə soldatə, colpire un veicolo, interrompere una rotazione o trasformare un movimento in un rischio mortale.<br>Negli ultimi mesi pure l’Ucraina ha intensificato gli attacchi in profondità contro le infrastrutture russe, soprattutto energetiche,<br>logistiche e militari. Yuri li legge come una risposta strategica e simbolica: far percepire alla Russia la guerra che ha scatenato.<br>Anche qui, però, la guerra apre diversi dilemmi. Le infrastrutture energetiche non sono mai un tema semplice: toccano il piano militare, quello economico, quello civile e quello geopolitico.<br>L’Europa ha ridotto drasticamente la propria dipendenza energetica dalla Russia, ma il distacco non avviene azionando un interruttore:<br>resta una questione estremamente complicata, tra il gas liquefatto, le forniture residue, i prodotti raffinati e i canali indiretti.<br>Quando parla di pace, poi, Yuri non cerca formule rassicuranti.<br>Ricorda che nel 2023, in trincea, parlava con gli altri volontari di quando sarebbe terminata la guerra e di cosa avrebbero fatto dopo.<br>«Siamo nel 2026 e siamo nella stessa situazione di allora».<br>Secondo lui, una pace vera non può coincidere con la resa dell’Ucraina. «Molti invocano la pace e chiedono all’Ucraina di<br>arrendersi, ma non dimentichiamo che se domani la Russia si ritira dall’Ucraina tutto finisce».<br>Intanto, la guerra continua a colpire chi non combatte. Yuri parla dellə ucrainə come di un popolo dotato di una resilienza straordinaria. Ad esempio, dopo un bombardamento ricostruiscono subito gli edifici, e durante gli inverni senza corrente elettrica<br>mandano avanti le attività con i generatori. «Il popolo si è abituato alla guerra, ma allo stesso tempo continua a vivere. Resistiamo, arrenderci non è tra le opzioni. Ne va del futuro del Paese e del suo popolo».<br>E lə bambinə? Sono tra le prime vittime invisibili di questa normalità deformata. Yuri racconta delle notti passate nei sotterranei, nelle<br>metropolitane, nei corridoi di cemento armato. Nelle zone più vicine al fronte, le scuole spesso non funzionano o vengono evitate per<br>proteggere lə minori. «Un bambino nato nel Donbass nel 2013, per esempio, ha conosciuto solo la guerra», dice. Ha cambiato casa,<br>visto le occupazioni, vissuto tra le sirene e la paura. «Sono dei traumi che segnano la crescita di un bambino». Reuters ha<br>documentato il peso di tutto questo sullə bambinə ucrainə: le sirene diventate routine, le lezioni nei rifugi, le famiglie sfollate e lə minori costrettə a crescere in un orizzonte di paura.</p>



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<p><br>Nei primi nove mesi del 2024, secondo i dati, più di 50.000 bambinə hanno cercato un aiuto professionale per problemi di salute<br>mentale, circa tre volte più che nel 2023. The Guardian, citando la Global Coalition to Protect Education from Attack, ha riportato<br>che nel periodo 2024-2025 le aggressioni globali all’istruzione sono aumentati del 40%; l’Ucraina figura tra i casi più gravi, con circa 900 attacchi contro le scuole.<br>La guerra pesa in modo particolare anche sulla disabilità. Yuri si riferisce alle persone disabili, incluse quelle che hanno subito<br>amputazioni a causa del conflitto, sottolineando la fragilità economica e psicologica di chi vive già con una disabilità. In<br>Ucraina esistono diverse categorie di disabilità e forme di sostegno, tra cui l’assistenza sociale, gli aiuti economici e le pensioni<br>d’invalidità. Ma il problema non è solo amministrativo:<br>«Psicologicamente vivere in un Paese in conflitto non aiuta di certo».<br>Già nell’aprile del 2022, il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità aveva avvertito che circa 2,7 milioni di persone<br>disabili in Ucraina erano a rischio: intrappolate o abbandonate nelle abitazioni, negli istituti e negli orfanotrofi, con difficoltà di accesso a farmaci essenziali, ossigeno, cibo, acqua, servizi igienici, assistenza quotidiana, informazioni d’emergenza e rifugi sicuri. È<br>una vulnerabilità dentro la vulnerabilità, perché la guerra non espone tuttə alle stesse minacce. Chi ha bisogno di supporto, cure,<br>accessibilità, assistenza o comunicazioni chiare rischia di rimanere indietro proprio quando il pericolo corre più veloce.<br>Gli chiedo che cosa stia dimenticando l’Italia. Risponde senza esitazione: «In Italia si dovrebbe parlare di più di quello che succede qui. Più reportage, più informazione. Secondo me non si percepisce totalmente quello che stanno vivendo qui, se ne parla troppo poco e la gente non ha interesse». Poi aggiunge che conosce molte persone impegnate nell’aiuto umanitario, perciò non è un’accusa indistinta. È una richiesta di attenzione.<br>La guerra, racconta, gli ha tolto la serenità e la spensieratezza che aveva in Italia, ma gli ha anche insegnato ad apprezzare ciò che<br>prima dava per scontato: l’acqua in casa, l’elettricità, un tetto sopra la testa, il cibo. «Ho imparato ad apprezzare ogni singolo momento<br>della vita e a essere grato di poter vivere».<br>Nonostante ciò, il ritorno in Italia è uno dei passaggi più difficili che deve affrontare. «Quando torno in Italia, mi sembra che sia un altro mondo. E ci vuole qualche giorno per adattarmi». Gli aerei, gli elicotteri, le persone che fanno progetti per il futuro: tutto gli appare distante. «A dire la verità mi sento molto fuori luogo. Io arrivo dall’inferno e le persone in Italia sembra vivano su un altro pianeta.<br>Ma la vita continua per loro, sono solo io che ho cambiato la mia».<br>È qui che il titolo dell’articolo trova il suo senso pieno. L’inferno non è soltanto il fronte. È anche il ritorno. È rientrare in un Paese in<br>pace e accorgersi che il proprio corpo è tornato a casa, ma una parte della mente è rimasta altrove; è vedere la normalità dellə altrə<br>e non riuscire più ad abitarla nello stesso modo.<br>All’interno di questa frattura, però, c’è anche una storia d’amore.<br>Nel dicembre del 2023 Yuri rilasciò un’intervista a ТСН (Телевізійна служба новин), il notiziario dell’emittente ucraina 1+1. La donna che sarebbe poi diventata sua moglie lo vide in TV e lo cercò sui social network. Iniziarono a scriversi, poi a sentirsi al telefono ogni giorno. Lei lo sostenne anche dal punto di vista pratico, mandandogli al fronte dolci fatti in casa e vari prodotti ucraini.<br>Nel marzo del 2025 lui andò a Vinnytsia e si incontrarono finalmente di persona. Le chiese di sposarlo. L’11 novembre 2025<br>convolarono a nozze a Kyiv. Al matrimonio c’erano italianə, ucrainə, americanə; un volontario finlandese con cui Yuri aveva combattuto<br>gli fece da testimone.<br>Quando gli chiedo se ci sia una persona ucraina che gli abbia cambiato il modo di vedere la guerra, pensa a lei. «Mia moglie mi<br>ha mostrato che c’è molto di più in Ucraina e non solo la guerra e il combattimento. Lei mi parla di futuro, di progetti, di famiglia…<br>mentre io prima di lei pensavo a sopravvivere, non a vivere».<br>È questa la parte più luminosa della sua storia: non il coraggio inteso come assenza di paura, ma la capacità di restare<br>attraversabile dal bene; di continuare a vedere lə civili, lə bambinə, le persone ferite, lə indifesə; di ricordare le morti; di non scambiare<br>la guerra per un’identità, anche dopo averla vissuta così da vicino.<br>Yuri non desidera essere visto come un eroe. Racconta soltanto una scelta personale e le sue conseguenze: il prezzo umano di una<br>guerra che moltə, in Italia, rischiano di percepire come distante. Ma non lo è.<br>Da lontano, la guerra può sembrare una notizia ripetitiva. Per Yuri, invece, è una notte che ricomincia. Ascoltandolo, continuo a farmi<br>una domanda: siamo davvero sicurə che allə soldatə piaccia uccidere? Che lo facciano sempre per vocazione, per gloria o per<br>amore della guerra? Le sue parole non assolvono la violenza e non la rendono giusta. Spiegano, però, che per alcune persone la<br>decisione di combattere nasce dal rifiuto di restare inerme davanti a ciò che ritengono un’ingiustizia.</p>



<p>Poi arrivano le conseguenze: la morte, il trauma, l’impossibilità di tornare davvero alla vita di prima. Nessuna scelta, in guerra, è<br>semplice. Forse non esiste una risposta capace di contenere tutto: la necessità di difendere qualcuno, la responsabilità di togliere una<br>vita, la paura di perdere la propria e ciò che rimane quando le armi tacciono.<br>«Come cazzo si fa a dormire così?», chiede Yuri.<br>Non lo so, Yuri. Non lo so.<br>So, però, che se un giorno potessi intervistarti di nuovo, vorrei farti domande diverse. Vorrei chiederti qual è stata la strada più bella<br>percorsa con il camion, che cosa ti manca delle montagne bergamasche, quale musica ascolti durante i viaggi e dove vorresti<br>andare senza avere una guerra ad aspettarti all’arrivo. Vorrei sentirti raccontare una giornata tranquilla, una di quelle in cui non<br>accade nulla di eccezionale e proprio per questo ogni cosa acquista valore.</p>



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<p><br>Mi piacerebbe che un giorno la guerra fosse solamente un tassello della tua storia. Che qualcuno ti chiedesse chi sei e che tu potessi<br>rispondere parlando di un viaggio, di una montagna, di un progetto ancora da realizzare o di un posto nel quale ti senti a casa.<br>Non so come si faccia a dormire sotto le bombe. Ma spero che arrivino molte notti quiete in cui il buio non faccia più paura e tu<br>possa chiudere gli occhi sapendo che, al risveglio, ti attende semplicemente la tua vita.<br>Io ci sarò sempre.</p>
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