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	<title>giudice Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>A Gradisca si muore: sappiamo chi è Stato</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2022 16:27:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(Da nocpr.it) Due giorni fa, il 31 agosto 2022, un ventottenne pakistano del quale non sappiamo il nome si è ammazzato nel Cpr di Gradisca d’Isonzo. Era entrato un’ora prima. Si è ammazzato in&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/cpr.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="720" height="509" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/cpr.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16585" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/cpr.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/cpr-300x212.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></figure>



<p>(Da nocpr.it)</p>



<p></p>



<p>Due giorni fa, il 31 agosto 2022, un ventottenne pakistano del quale non sappiamo il nome si è ammazzato nel Cpr di Gradisca d’Isonzo. Era entrato un’ora prima.</p>



<p>Si è ammazzato in camera; l’hanno trovato i suoi compagni di reclusione.</p>



<p><strong>Voci da dietro al muro</strong></p>



<p>Da dietro le mura del CPR ci gridano che il ragazzo pakistano «ha fatto la corda» subito dopo l’incontro con il Giudice di pace di Gorizia che aveva confermato la sua permanenza nel centro per tre mesi. Ci chiedono di dire che si è ucciso dalla disperazione per quella scelta sulla sua vita. Ci dicono che era nella zona blu, dove tolgono i telefoni e dove vanno le persone appena entrate. I detenuti ci dicono che gli operatori del centro tengono loro nascosto il nome del ragazzo, nonostante le loro richieste.</p>



<p>Ci raccontano che molti, dopo le udienze con il Giudice di pace, si sentono male e altri hanno provato a impiccarsi, salvati poi dai compagni di stanza. Raccontano che in quei momenti si sta molto male e si perde la testa. Ci raccontano che è peggio di qualsiasi carcere e che nel cibo vengono messi psicofarmaci. Ci chiedono che parlamentari e giornalisti raccontino quello che succede realmente nei CPR ed entrino.</p>



<p>Chi ci parla ci dice di temere per la sua incolumità per quello che ci sta raccontando. Ci dice che si sta esponendo per tutti ma che i militari lo stanno guardando. Ci fornisce il suo nome e indirizzo perché teme per la sua vita, per il solo fatto di raccontare quello che succede. E noi lo sappiamo bene, ricordiamo come fosse ieri le deportazioni seriali e il sequestro immediato dei telefoni di tutti i detenuti che avevano testimoniato la notte della morte di Vakhtang.</p>



<p>Qui di seguito pubblichiamo due dei molti video ricevuti da dentro: un video a riguardo è stato pubblicato anche ieri da LasciateCIEntrare. Video Player</p>



<p><video width="352" height="640" preload="metadata" src="https://nofrontierefvg.noblogs.org/files/2022/09/settembre-1-Copia.mp4?_=1&utm_source=rss&utm_medium=rss">00:0000:46Video Player</video></p>



<p><video width="368" height="656" preload="metadata" src="https://nofrontierefvg.noblogs.org/files/2022/09/settembre-2-Copia.mp4?_=2&utm_source=rss&utm_medium=rss">00:0000:00</p>



<p><strong>Repressione della solidarietà (con pistola puntata)</strong></p>



<p>La sera del primo settembre, alcuni solidali sono passati davanti al Cpr per mostrare solidarietà ai reclusi e ascoltare le loro voci sulla morte del ragazzo pakistano. Mentre stavano lì,&nbsp;è arrivata una volante dei carabinieri, chiamata dal personale del Cpr insospettito dalla presenza di alcune persone fuori da quelle mura.&nbsp;</p>



<p>Da una delle volanti, è uscito un carabiniere che ha cominciato a correre, non molto velocemente, puntando la pistola contro uno dei solidali.&nbsp;Le persone sono state perquisite e i cellulari sequestrati momentaneamente. Dopo un po’ di tempo, i solidali sono stati portati in caserma per essere identificati, dove hanno avuto la convalida del fermo di dodici ore.&nbsp;In caserma, uno dei solidali è stato costretto a una perquisizione integrale e a spogliarsi completamente.</p>



<p>L’esistenza del Cpr necessita del silenzio: la sola presenza di qualcuno nelle sue vicinanze origina sospetto e si tramuta in fermi, perquisizioni e, come successe ad altri solidali nel 2019, fogli di via dal territorio comunale. Il Cpr è istituzionalmente un luogo del quale bisogna ignorare l’esistenza, anche nei giorni in cui ammazza qualcuno.&nbsp;</p>



<p>La violenza dell’arma puntata non ha alcuna giustificazione: la reazione poliziesca spropositata di fronte a un ragazzo bianco che non stava commettendo nessun reato ci interroga su quale sia il livello di soprusi al quale sono costrette ogni giorno le persone che non hanno la tutela della cittadinanza. Gli abusi di potere e la violenza razzista istituzionale tengono in piedi i Cpr ogni giorno.</p>



<p><strong>Il commento indegno della garante</strong></p>



<p>La Garante per i diritti delle persone recluse del comune di Gradisca, Giovanna Corbatto, commenta sul&nbsp;<a href="https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2022/09/01/news/migrantesi_toglie_la_vita_al_centro_per_i_rimpatri_digradisca_era_entrato_da_solo_unora_nella_struttura-8118665?utm_source=rss&utm_medium=rss">Messaggero veneto</a>: «Non sappiamo se e quali fantasmi si portasse dietro, se la sua drammatica decisione sia stata pianificata o improvvisata, se avesse patologie. Avendo trascorso solo un’ora al Cpr sarei prudente nel citare le condizioni di vita all’interno come causa o concausa di un gesto così estremo».</p>



<p>Il meccanismo messo in atto da Corbatto è quello della colpevolizzazione della vittima (<em>victim blaming</em>): di fronte a un ragazzo che si è ammazzato dentro una struttura sulla decenza della quale lei stessa dovrebbe sorvegliare, Corbatto si rifiuta di riconoscere le responsabilità istituzionali e dà letteralmente la colpa alla vittima.</p>



<p>Il Cpr è uno spazio letale: si tratta di un dato innegabile, confermato dal susseguirsi delle morti. Chi muore lì dentro, in qualunque modo muoia, è un morto istituzionale, cioè un morto di Stato.</p>



<p><strong>Quasi tre anni di un luogo letale</strong></p>



<p>Nel lager di Gradisca d’Isonzo, sono già morte troppe persone.</p>



<p>07/12/2021:&nbsp;<strong>Ezzeddine Anani</strong>, uomo marocchino di 41 anni, si toglie la vita nella cella in cui era recluso in isolamento per quarantena Covid.</p>



<p>14/07/2020:&nbsp;<strong>Orgest Turia</strong>&nbsp;muore in seguito a un’overdose e un suo compagno di stanza scampa alla stessa sorte. Mentre il prefetto di Gorizia Marchesiello dice che tutto va bene, dapprima la stampa locale diffonde la voce di una nuova morte per rissa, poi la sindaca Tomasinsig e rappresentanti della polizia ripropongono la narrazione infame dei detenuti tossici e dello spaccio di sostanze all’insaputa dei carcerieri. In realtà, Turia non è tossicodipendente, è un uomo di origini albanesi portato in Cpr perché trovato senza passaporto.</p>



<p>18/01/2020:&nbsp;<strong>Vakhtang Enukidze</strong>, cittadino georgiano trentottenne, viene ammazzato, secondo i testimoni, dalle botte ricevute dalle guardie armate della struttura. A seguito della sua morte tutti i testimoni vengono deportati, i loro cellulari sequestrati, la famiglia di Vakhtang Enukidze in Georgia subisce forti pressioni per non prendere parte a un processo penale e, ad oggi, non è stato comunicato alcun esito ufficiale dell’autopsia sul corpo.</p>



<p>30/04/2014:&nbsp;<strong>Majid el Khodra</strong>&nbsp;muore in ospedale a Trieste, dopo mesi di coma, dopo una caduta dal tetto dell’allora Cie di Gradisca, ad agosto dell’anno precedente. Ai suoi familiari viene negata per mesi la possibilità di vederlo. Dopo la sua morte, il Cie chiude, per riaprire qualche anno dopo con il nuovo nome di Cpr.</p>



<p>L’elenco dei nomi delle persone morte dentro il Cpr ci ricorda che ad ammazzare non sono mai «i fantasmi»: sono le leggi, le istituzioni, i rappresentati razzisti dello Stato. L’elenco dei nomi delle persone morte dentro il Cpr ci dice che quel posto, che è stato voluto da tutti i governi, non è riformabile. Ci richiama a mobilitarci perché, se il Cpr continuerà a esistere, la gente continuerà a morirci dentro.</p>



<p><strong>Migrant lives matter.</strong></p>
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		<title>&#8220;Luoghi idonei&#8221; a violare la dignità e deportazioni a mani legate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Nov 2021 08:12:38 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>(da nocpr.it)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="945" height="937" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/luo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15779" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/luo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 945w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/luo-300x297.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/luo-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/luo-768x761.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/luo-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w" sizes="(max-width: 945px) 100vw, 945px" /></figure>



<p></p>



<p>&#8220;LUOGHI IDONEI&#8221; A VIOLARE LA DIGNITA&#8217; E DEPORTAZIONI A MANI LEGATE</p>



<p>E&#8217; stato reso pubblico sul sito del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale il &#8220;Rapporto tematico sulle visite alle strutture diverse e idonee utilizzate dall&#8217;autorità di pubblica sicurezza per il trattenimento della persona straniera ai sensi dell&#8217;articolo 13, comma 5 bis TUI&#8221;.<br><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f447;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t4f/1/16/1f447.png?utm_source=rss&utm_medium=rss"><br><a href="https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/it/dettaglio_contenuto.page?contentId=CNG12254&amp;modelId=10019&amp;fbclid=IwAR1fBhIq6dYxeMpbM2rtbq_NIZtw_NQmHqOiPLvkUvr-JZSmMfOtV_-pHsU&utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="noreferrer noopener" target="_blank">https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/&#8230;/dettagl&#8230;?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f4a5;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t40/1/16/1f4a5.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Perché sì, se esiste in Italia, per chi viene trovato privo del permesso di soggiorno, qualcosa di peggio che i CPR, allora sono i &#8220;luoghi idonei&#8221;: luoghi &#8220;dematerializzati&#8221;, in cui allo stato qualcuno decide discrezionalmente che essi possano essere rinchiusi, in alternativa al CPR. Luoghi in totale balia delle forze dell&#8217;ordine e senza controllo e possibilità di monitoraggio, perché neppure si sa dove siano.&nbsp;<img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f4a5;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t40/1/16/1f4a5.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Sono stati introdotti dal c.d. &#8220;decreto sicurezza Salvini&#8221; che anche su questo punto non è stato modificato dalla attuale ministra.</p>



<p>Il Garante ne ha visitati in tre questure diverse (Parma, Bologna e Trieste), ed il risultato è quel che si temeva, che in sintesi vi riportiamo di seguito.</p>



<p>A questo rapporto ha risposto il Ministero dell&#8217;Interno con una relazione che trovate alla stessa pagina, con rassicurazioni di circostanza, approfittando anche per rispondere a (meglio dire &#8220;cercare di giustificare senza riuscirci&#8221;, se non &#8220;ammettere&#8221;) i rilievi di altro rapporto del Garante relativo alle criticità emerse nel corso delle operazioni di rimpatrio, per l&#8217;abuso delle modalità coercitive (si ricorda che oltretutto si tratta di persone che non hanno commesso reati).</p>



<p>Anche di questa risposta riportiamo più avanti i punti salienti.</p>



<p><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f534;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t6e/1/16/1f534.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">&nbsp;I &#8220;non luoghi&#8221;, i porti franchi dal diritto, i posti dove si fa eccezione ai diritti fondamentali, sono molti più di quelli che si possa pensare (oltre ai &#8220;luoghi idonei&#8221;: hotspot, navi quarantena, zone sterili degli aeroporti) ed i CPR ne costituiscono solo &#8220;la punta dell&#8217;iceberg&#8221;, la parte più evidente, benché restino inaccessibili.<img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f4a5;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t40/1/16/1f4a5.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">E&#8217; una questione di inammissibili &#8220;deroghe&#8221; sui diritti umani che riguarda tutte e tutti e non solo le persone migranti!</p>



<p><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f536;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t70/1/16/1f536.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">&nbsp;IL RAPPORTO DEL GARANTE SUI &#8220;LUOGHI IDONEI&#8221;</p>



<p>&#8220;La possibilità di utilizzare «strutture diverse [dai Centri di cui all’articolo 14] e idonee nella<br>disponibilità dell&#8217;Autorità di pubblica sicurezza e locali idonei presso l’ufficio di frontiera interessato» per trattenere temporaneamente lo straniero espulso destinatario di un provvedimento di accompagnamento alla frontiera è stata introdotta con il decreto-legge 4 ottobre 2018 n. 1131.</p>



<p>Fin da subito il Garante nazionale, con il parere espresso nell’ambito dell’iter di conversione dell’atto governativo, ha rilevato che la fattispecie detentiva sollevava numerosi profili di criticità relativi, in particolare, all’assenza esplicita di una disciplina delle condizioni di trattenimento e alla formulazione eccessivamente generica della norma, che oltre a non individuare in maniera puntuale i nuovi luoghi di privazione della libertà, rinvia a una vaga nozione di ‘idoneità’ per la loro determinazione. (&#8230;)</p>



<p>Si fa diretto riferimento alle strutture diverse e idonee utilizzabili dall’Autorità di Pubblica<br>sicurezza per il trattenimento del cittadino straniero fino all’udienza di convalida, ma le considerazioni espresse sono<br>ugualmente riferibili, ove compatibili, ai locali idonei presso l&#8217;Ufficio di frontiera ove, sempre ai sensi dell’articolo 13, comma 5-bis T.U. Imm., la persona straniera può essere trattenuta sino all&#8217;esecuzione dell&#8217;effettivo allontanamento e<br>comunque non oltre le quarantotto ore successive all&#8217;udienza di convalida. (&#8230;)</p>



<p><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f538;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t72/1/16/1f538.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">I locali individuati dalle Questure di Parma e Bologna consistono in due ampie stanze situate al pianterreno simili tra loro e sotto molteplici aspetti non conformi alla normativa e agli standard di settore. (&#8230;)</p>



<p><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f538;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t72/1/16/1f538.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Gli ambienti sono completamente vuoti e come unico elemento di arredo hanno una panca in muratura (Parma) o metallo (Bologna) lungo una delle pareti, che funge sia da seduta che da giaciglio per il riposo notturno. Anche solo valutando tale aspetto, appare difficile considerare tali locali come rispondenti ad «adeguati requisiti igienico-sanitari e abitativi», anche in considerazione dello stato di ammaloramento e di<br>sporcizia delle pareti. Fatte salve le coperte, nessun ulteriore materiale, come effetti letterecci e materasso, viene fornito per il pernottamento. Tale parametro deve, peraltro, essere considerato anche a tutela delle persone fermate a fini identificativi nei casi in cui siano costrette a trascorrere la notte in Questura.</p>



<p><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f538;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t72/1/16/1f538.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Risultano, altresì, completamente assenti tavoli e sedute per la consumazione dei pasti; i bagni (privi di doccia) sono esterni, fruibili pertanto solo con l’intervento del personale di Polizia.</p>



<p><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f538;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t72/1/16/1f538.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Un ulteriore disallineamento dagli standard internazionali è rappresentato dall’assenza di un pulsante di chiamata azionabile dall’interno per eventuali necessità.</p>



<p><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f538;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t72/1/16/1f538.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">I locali sono, tuttavia, videosorvegliati sia attraverso telecamere interne ai locali, sia tramite una telecamera posta in corridoio. Nei locali della Questura di Bologna, inoltre, le persone sono sottoposte a una continua sorveglianza a vista<br>da parte del personale situato nel locale adiacente: le stanze hanno infatti una parete a vetro che consente una visione completa dell’ambiente da parte di chi si trovi nella sala di controllo contigua posta tra le due stanze. Nel caso di contestuale utilizzo dei due locali disponibili, una simile configurazione determina, pertanto, una violazione della privacy delle persone trattenute, particolarmente grave nel caso di permanenza di cittadini stranieri di sesso diverso, che possono vedersi attraverso le pareti divisorie in vetro.</p>



<p><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f538;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t72/1/16/1f538.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Secondo quanto riferito, la capienza massima per stanza è pari a due persone, ma dalla disamina dei registri è emersa in qualche caso la presenza complessiva contemporanea, tra i due locali, di cinque persone.</p>



<p><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f538;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t72/1/16/1f538.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Nello specifico, a Parma e Bologna particolarmente critica è apparsa la prassi di trattenere all’ingresso il telefono personale della persona interessata. All’interno dei locali di trattenimento il cittadino straniero non<br>ha pertanto alcuna possibilità di esercizio della libertà di corrispondenza telefonica con l’esterno prevista dalla legge. A Bologna è stato assicurato che, in caso di richiesta, il dispositivo personale viene riconsegnato per il temporaneo utilizzo, anche se, come è stato fatto notare nel corso della visita, la mancanza di una specifica informativa rispetto a tale possibilità ne vanifica di fatto l’esercizio. (&#8230;)</p>



<p><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f538;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t72/1/16/1f538.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Trattandosi di stanze multifunzionali, utilizzate sia in caso di fermo identificativo che di esecuzione di<br>espulsione, non tutte le collocazioni sono sottoposte a convalida dell’Autorità giudiziaria..<br>Anche nell’ipotesi di trattenimento a fini espulsivi il vaglio dell’Autorità giudiziaria nel corso delle visite è risultato, tuttavia, talvolta omesso (&#8230;) Quand’anche presente, comunque, il vaglio del Giudice della convalida negli atti consultati è apparso essenzialmente ristretto a un’attività meramente cartolare, priva di iniziativa istruttoria. (&#8230; )I casi esaminati rilevano come lo strumento sia utilizzato con estrema flessibilità dall’Autorità di Pubblica Sicurezza per rispondere a esigenze restrittive determinate da necessità di carattere organizzativo e come talvolta il coinvolgimento dell’Autorità giudiziaria sia particolarmente carente. (&#8230;)&#8221;<br><img loading="lazy" height="16" width="16" alt="&#x1f447;" src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t4f/1/16/1f447.png?utm_source=rss&utm_medium=rss"><br><a href="https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/7bee01431139e97f902fe931e0fdb355.pdf?fbclid=IwAR3MRILplwfbMvj9Jmg6ib9uIMnEn2pSDrk-k8DRx_i1hFDlgiw9tkFlpCM&utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="noreferrer noopener" target="_blank">https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/&#8230;/7bee014&#8230;?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Maxi processo &#8220;Rinascita-Scott&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2021 08:37:35 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="750" height="422" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/cq5dam.thumbnail.cropped.750.422.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15007" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/cq5dam.thumbnail.cropped.750.422.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 750w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/cq5dam.thumbnail.cropped.750.422-300x169.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></figure>



<p>“Udienze tutti i giorni, sei giorni alla settimana su sette e un Tribunale collegiale che sia esonerato dal trattare altri procedimenti penali. Solo così si potrà evitare la scadenza dei termini massimi di custodia cautelare degli imputati ed una loro scarcerazione”. È quanto affermato in serata in aula, prendendo la parola, dal procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, nel corso del maxi-processo Rinascita-Scott contro la ‘ndrangheta del Vibonese.&nbsp;</p>



<p>Pronta la risposta della presidente del Tribunale collegiale di Vibo, il giudice Brigida Cavasino: “Come Collegio faremo di tutto per evitare la scadenza dei termini di custodia cautelare per gli imputati detenuti, ma tenere udienze tutti i giorni è impensabile perché il lavoro dei giudici non avviene solo in udienza ma è rappresentato anche dallo studio delle carte, delle deposizioni e delle trascrizioni delle intercettazioni”. Le udienze sono state quindi calendarizzate sino al 29 gennaio prossimo quando, esaurite le questioni preliminari fra accusa e difesa, si potrà avere un quadro più definito su quante udienze a settimana verranno celebrate. Il processo conta al momento 329 imputati.</p>



<p>Mentre tutta Italia parla da giorni di un&#8217;autentico citrullo, inutile e dannoso per il paese, in Calabria, tra misure di sicurezza eccezionali e giornalisti da ogni parte del globo, è in corso il processo più imponente degli ultimi 30 anni.</p>



<p>**Quattrocento capi d’imputazione**<br>** più di 300 imputati **<br>** un esercito di avvocati **<br>** un plotone di giornalisti sbarcati a Lamezia da mezzo mondo**</p>



<p>Il maxi processo con numeri da capogiro, che vedrà alternarsi davanti alla Corte una sessantina tra pentiti e testimoni di giustizia, oltre a centinaia di testimoni tra accusa e difese in una corsa sfrenata che dovrebbe andare avanti ad un ritmo di cinque udienze settimanali.</p>



<p>«Quest’aula – ha detto Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro e coordinatore della maxi inchiesta che ha portato alla sbarra le più influenti cosche di ndrangheta del vibonese – è un simbolo di tecnologia e legalità: rispettosa delle norme anticovid con mille persone sedute a distanza di sicurezza ed ha la possibilità di fare 150 collegamenti video in diretta».<br>A dimostrare che in Calabria, se si vuole, tutto si può fare.</p>



<p>La cosa sconcertante che nessun Telegiornale, nessun giornale, nessun politico di ogni colore, abbia speso una sola parola di sostegno su questo straordinario uomo che da solo sta sfidando la ndrangheta.</p>



<p>Pieno sostegno a Nicola Gratteri da parte di Associazione Per i Diritti umani. </p>
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		<title>Promozione teatrale per i nostri lettori. Tutto quello che volevo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2020 06:53:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani è lieta di proporre ai suoi lettori una promozione teatrale. Lo spettacolo si intitola &#8220;Tutto quello che volevo&#8221; e sarà in scena presso il teatro Elfo Puccini di Milano.&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="680" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Tutto-quello-che-volevo©-Laila-Pozzo-1-low-680x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14667" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Tutto-quello-che-volevo©-Laila-Pozzo-1-low-680x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 680w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Tutto-quello-che-volevo©-Laila-Pozzo-1-low-199x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 199w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Tutto-quello-che-volevo©-Laila-Pozzo-1-low-768x1156.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Tutto-quello-che-volevo©-Laila-Pozzo-1-low-1020x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1020w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Tutto-quello-che-volevo©-Laila-Pozzo-1-low-1360x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1360w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Tutto-quello-che-volevo©-Laila-Pozzo-1-low-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1700w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></figure>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> è lieta di proporre ai suoi lettori una promozione teatrale. </p>



<p>Lo spettacolo si intitola &#8220;<strong>Tutto quello che volevo</strong>&#8221; e sarà in scena presso il teatro Elfo Puccini di Milano. </p>



<p>Costo del biglietto in promo: <strong>16,50 </strong>euro (anzichè 33,00)</p>



<p>SALA FASSBINDER | 20 OTTOBRE &#8211; 1 NOVEMBRE 2020</p>



<p>MAR-SAB: 21:30 / DOM: 17:30 &nbsp;</p>



<p><strong>TUTTO QUELLO CHE VOLEVO</strong></p>



<p>Storia di una sentenza</p>



<p>di e con Cinzia Spanò</p>



<p>regia Roberto Recchia</p>



<p>video del &#8220;Sogno&#8221; di Paolo Turro<br>datore luci Matteo Crespi, fonico Gianfranco Turco</p>



<p>voci di Irene Canali (Laura) e<br>Ferdinando Bruni, Federico Vanni, Francesco Bonomo, Giovanna Guida<br>con l&#8217;amichevole collaborazione di Francesco Bolo Rossini</p>



<p>produzione Teatro dell&#8217;Elfo</p>



<p>Pubblico Ministero: «A cosa ti servivano i soldi che guadagnavi?»<br>La ragazza: «Taxi, vestiti, shopping, insomma tutto quello che volevo […]<br>Era questo il mio scopo, alla fine non c&#8217;era nessuno scopo».</p>



<p>Torna in scena, dopo il tutto esaurito registrato nella stagione 2018/2019&nbsp;<em>Tutto quello che volevo</em>, uno spettacolo dedicato alla Giudice Paola Di Nicola e alla sua coraggiosa e sorprendente sentenza. Cinzia Spanò prosegue la riflessione sul femminile, iniziata con&nbsp;<em>La Moglie</em>, raccontando l&#8217;incontro tra due figure molto diverse, ma legate entrambe dal bisogno di collocarsi dentro la propria storia per diventare pienamente ciò che sono.</p>



<p>Fece molto scalpore, qualche anno fa, la storia di due ragazzine di 14 e 15 anni, studentesse frequentanti uno dei licei migliori della capitale, che si prostituivano dopo la scuola in un appartamento di viale Parioli. Il caso ebbe una fortissima eco mediatica anche per via dei clienti che frequentavano le due ragazze tutti appartenenti alla cosiddetta &#8216;Roma-bene&#8217;. La vasta indagine che è seguita alla scoperta della vicenda ha visto coinvolte e processate un altissimo numero di persone tra clienti e sfruttatori.</p>



<p>All&#8217;epoca, attraverso una narrazione facente leva prevalentemente sugli stereotipi, i media hanno fortemente inquinato la lettura collettiva della vicenda. Lo stigma è caduto soprattutto sulle giovani, che proprio in virtù del fatto di non essere percepite come vittime sono divenute vittime una seconda volta.</p>



<p>Attraverso lo sguardo della giudice andiamo alla scoperta di un&#8217;altra realtà, molto diversa da quella che avevamo immaginato.</p>



<p>• Orari: mar-sab 21:30 / dom 17:30<br>• Durata: 85&#8242; senza intervallo</p>
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		<title>I diritti degli human rights defenders: con Francesco Martone</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2020 12:42:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani è lieta di invitarvi alla diretta streaming su Youtube (canale dell&#8217;associazione) con Francesco MARTONE, già Senatore della Repubblica italiana, ora impegnato nel mondo della solidarietà internazionale, del pacifismo e&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> è lieta di invitarvi alla diretta streaming su Youtube (canale dell&#8217;associazione) con <strong>Francesco MARTONE</strong>, <em>già Senatore</em> della <em>Repubblica italiana</em>, ora impegnato nel mondo della <strong>solidarietà </strong>internazionale, del <em>pacifismo </em>e dei diritti umani con In-difesa-Di. </p>



<p><strong>GIOVEDI&#8217; , 4 giugno, ore 18.30</strong></p>



<p>I diritti degli human rights defenders</p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Human Rights Defenders" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/5tYD6OekXNY?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>
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		<title>Rapporto di Amnesty International sulla pena di morte: nel 2018 drastico calo delle esecuzioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Apr 2019 06:34:50 +0000</pubDate>
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<p class="p2">
<p class="p2">
<p class="p2">Nel suo Rapporto globale sulla pena di morte, Amnesty International ha reso noto che nel 2018 ha registrato il più basso numero di esecuzioni in almeno un decennio, con una diminuzione di quasi un terzo rispetto all’anno precedente. Il Rapporto prende in esame le esecuzioni in tutto il mondo con l’eccezione della Cina, dove si ritiene siano state migliaia ma il dato rimane un segreto di Stato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="p2">– il più basso numero di esecuzioni in almeno un decennio, con una diminuzione globale del 31 per cento;</p>
<p class="p2">– aumento delle esecuzioni in alcuni stati tra cui Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Usa;</p>
<p class="p2">– la Thailandia ha ripreso le esecuzioni, lo Sri Lanka minaccia di farlo presto;</p>
<p class="p2">– la Cina rimane al primo posto per numero di esecuzioni, seguita da Iran, Arabia Saudita, Vietnam e Iraq.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="p2">Dopo la modifica alla legislazione contro la droga, in Iran – dove comunque l’uso della pena di morte resta elevato – le esecuzioni sono diminuite di uno sbalorditivo 50 per cento. Una significativa riduzione delle esecuzioni è stata registrata anche in Iraq, Pakistan e Somalia. Di conseguenza, il numero delle esecuzioni verificate a livello globale è calato da almeno 993 nel 2017 ad almeno 690 nel 2018.</p>
<p class="p2"><i>“La drastica diminuzione delle esecuzioni dimostra che persino gli stati più riluttanti stanno iniziando a cambiare idea e a rendersi conto che la pena di morte non è la risposta”</i>, ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.</p>
<p class="p2"><i>“Nonostante passi indietro da parte di alcuni stati, il numero delle esecuzioni portate a termine da parecchi dei più accaniti utilizzatori della pena di morte è significativamente diminuito. Si tratta di un’auspicabile indizio che sarà solo questione di tempo e poi questa crudele punizione sarà consegnata alla storia, dove deve appartenere”</i>, ha commentato Naidoo.</p>
<p class="p2"><b>Ripristino della pena di morte</b></p>
<p class="p2">Nel rapporto di Amnesty International non vi sono solo buone notizie. Le esecuzioni sono aumentate in Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Usa. La Thailandia ha eseguito la prima condanna a morte dal 2009 mentre il presidente dello Sri Lanka ha annunciato la ripresa delle esecuzioni dopo oltre 40 anni, pubblicando un bando per l’assunzione dei boia.</p>
<p class="p2"><i>“Le notizie positive del 2018 sono state rovinate da un piccolo numero di stati che è vergognosamente determinato ad andare controcorrente”</i>, ha sottolineato Naidoo.</p>
<p class="p2"><i>“Giappone, Singapore e Sud Sudan hanno fatto registrare un livello di esecuzioni che non si vedeva da anni e la Thailandia ha ripreso a eseguire condanne a morte dopo quasi un decennio. Ma questi stati ora costituiscono una minoranza in calo. A tutti gli stati che ancora ricorrono alla pena di morte, lancio la sfida: siate coraggiosi e poniate fine a questa abominevole sanzione”</i>, ha proseguito Naidoo.</p>
<p class="p2">Noura Hussein è una giovane sudanese condannata a morte nel maggio 2018 per aver ucciso l’uomo che era stata costretta a sposare mentre cercava di stuprarla. Dopo uno scandalo mondiale, grazie anche alla campagna di Amnesty International, la condanna è stata commutata in cinque anni di carcere.</p>
<p class="p2"><i>“Fu uno shock assoluto quando il giudice mi disse che ero stata condannata a morte. Non avevo fatto nulla per meritare di morire. Non potevo credere a che livello d’ingiustizia fossimo arrivati, soprattutto contro le donne. Non avevo mai pensato di poter essere messa a morte fino a quel momento. La prima cosa cui pensai fu ‘Cosa provano le persone quando vengono messe a morte? Cosa fanno?’. La mia vicenda era decisamente drammatica in quel momento, la mia famiglia mi aveva ripudiato. Affrontavo quello shock completamente da sola”</i>, ha raccontato Noura Hussein ad Amnesty International.</p>
<p class="p2"><b>In testa alla classifica</b></p>
<p class="p2">Nel 2018 la Cina è rimasta al primo posto per numero di esecuzioni, anche se il livello effettivo dell’uso della pena di morte è ignoto poiché i dati sono considerati un segreto di Stato. Amnesty International ritiene che <a href="https://www.amnesty.org/en/documents/asa17/5849/2017/en/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener"><span class="s1">migliaia di persone siano condannate alla pena capitale e messe a morte ogni anno</span></a>.</p>
<p class="p2">Con una decisione senza precedenti, le autorità del Vietnam hanno reso noti i dati sulla pena di morte: nel 2018 le esecuzioni sono state 85. I primi cinque stati per numero di esecuzioni sono stati dunque la Cina (migliaia), l’Iran (almeno 253), l’Arabia Saudita (149), il Vietnam (85) e l’Iraq (almeno 52).</p>
<p class="p2">Ho Duy Hai, condannato per rapina e omicidio dopo essere stato costretto – secondo quanto ha dichiarato – a “confessare” sotto tortura, è stato condannato a morte nel 2008. Lo stress dell’attesa dell’esecuzione ha avuto effetti profondamente negativi sulla sua famiglia:</p>
<p class="p2"><i>“Sono passati 11 anni da quando è stato arrestato e la nostra famiglia è a pezzi. Non ce la faccio più a sopportare questo dolore. Solo pensare a quanto mio figlio stia soffrendo in carcere mi annienta. Vorrei che la comunità internazionale ci aiutasse a far tornare unita la nostra famiglia. Siete la mia unica speranza!”</i>, ha dichiarato ad Amnesty International sua madre, Nguyen Thi Loan.</p>
<p class="p2">Nonostante un significativo calo, l’Iran è stato ancora responsabile di oltre un terzo delle esecuzioni registrate nel mondo.</p>
<p class="p2">Amnesty International si è detta inoltre preoccupata per il notevole aumento delle condanne a morte emesse in alcuni stati nel corso del 2018.</p>
<p class="p2">In Iraq il numero è quadruplicato da almeno 65 nel 2017 ad almeno 271 nel 2018. In Egitto il totale è cresciuto di oltre il 75 per cento, da almeno 402 nel 2017 ad almeno 717 nel 2018, a causa dell’attitudine delle autorità egiziane di emettere condanne a morte in massa al termine di processi gravemente iniqui, basati su “confessioni” estorte con la tortura e nel corso di interrogatori di polizia irregolari.</p>
<p class="p2"><b>La tendenza globale verso l’abolizione</b></p>
<p class="p2">Complessivamente i dati del 2018 mostrano che la pena di morte è stabilmente in declino e che in varie parti del mondo vengono prese iniziative per porre fine a questa punizione crudele e inumana.</p>
<p class="p2">Ad esempio, a giugno il <span class="s1">Burkina Faso</span> ha adottato un nuovo codice penale abolizionista. Rispettivamente a febbraio e a luglio, <a href="https://www.amnesty.org/en/latest/campaigns/2018/03/why-gambia-progress-should-spur-abolition-of-the-death-penalty-in-africa/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener"><span class="s1">Gambia</span></a> e <a href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2018/10/malaysia-death-penalty-abolition/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener"><span class="s1">Malaysia</span></a> hanno annunciato una moratoria ufficiale sulle esecuzioni. Negli Usa, a ottobre, la legge sulla pena di morte dello stato di <a href="https://www.amnestyusa.org/press-releases/washington-becomes-the-20th-state-to-abolish-the-death-penalty/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener"><span class="s1">Washington</span></a> è stata dichiarata incostituzionale.</p>
<p class="p2">A dicembre, nel corso dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 121 stati (un numero senza precedenti) hanno votato a favore di una moratoria globale sulla pena di morte, cui si sono opposti solo 35 Stati.</p>
<p class="p2"><i>“Lentamente ma stabilmente, assistiamo alla crescita di un consenso globale verso la fine dell’uso della pena di morte. La campagna mondiale di Amnesty International per fermare le esecuzioni va avanti da oltre 40 anni, ma con più di 19.000 detenuti nei bracci della morte la battaglia è lungi dall’essere finita”</i>, ha sottolineato Naidoo.</p>
<p class="p2"><i>“Dal Burkina Faso agli Usa, vengono fatti passi concreti per abolire la pena di morte. Ora tocca agli altri paesi seguire l’esempio. Tutti noi vogliamo vivere in una società sicura ma le esecuzioni non sono mai la soluzione. Col continuo sostegno delle persone nel mondo, possiamo porre fine alla pena di morte una volta per tutte. E ce la faremo”</i>, ha concluso Naidoo.</p>
<p class="p2">Alla fine del 2018 142 stati avevano abolito la pena di morte per legge o nella prassi. Di questi, 106 erano abolizionisti totali.</p>
<p class="p2">Roma, 10 aprile 2019</p>
<p class="p3">Il <a href="https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2019/04/09140241/report-pena-di-morte-2018.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener">rapporto sulla pena di morte nel mondo</a> nel 2018 con ulteriori materiali di approfondimento</p>
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		<title>Ancora detenuta negli USA la giornalista iraniana Marzieh Hashemi</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2019 07:44:22 +0000</pubDate>
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<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/6407E108-82AB-4AF5-81BA-CCDE06408897.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12112" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/6407E108-82AB-4AF5-81BA-CCDE06408897.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="650" height="365" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/6407E108-82AB-4AF5-81BA-CCDE06408897.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 650w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/6407E108-82AB-4AF5-81BA-CCDE06408897-300x168.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p>E&#8217; trascorso più di un mese da quando una giornalista nata negli Usa e che vive in Iran, dove da 25anni lavora per l’emittente di stato in lingua inglese Presstv, è stata arrestata,  13 gennaio all’aeroporto di St. Louis su mandato di un giudice federale non perché accusata di qualche reato, ma in quanto testimone di un importante crimine.</p>
<p>Marzieh Hashemi, 59 anni, afro-americana convertita all’Islam, è stata trasferita a Washington doveil 18 gennaio è comparsa di fronte al giudice. Il governo prevede il suo rilascio – ha scritto fra gli altri la Reuters – solo al termine della sua deposizione.<br />
Il caso ha trovato ampia eco in Iran  dove è intervenuto il ministro degli Esteri,Javad Zarif. &#8220;La signora Hashemi, sposata con un iraniano e dunque è una cittadina iraniana, e riteniamo nostro dovere difendere i diritti dei concittadini&#8221;. Il suo arresto, ha aggiunto, “è una inaccettabile azione politica e una violazione della libertà di espressione. Su tali basi, gli americani dovrebbero immediatamente porre fine a questo gioco politico”.<br />
Anche l’International Federation of Journalists ha diffuso su Twitter la notizia.</p>
<p>Da quanto riferito dai familiari della giornalista, sarebbe stata ammanettata e costretta a togliersi il velo – che in Iran copre solo i capelli – per essere fotografata. Della sua attività negli Usa si sa che aveva girato un documentario sul movimento antirazzista Black Lives Matter a St. Louis, riferisce l’Associated Press, dopo aver fatto visita ad alcuni familiari nella zona di New Orleans.<br />
L’iniziativa giudiziaria si spiega con la legislazione federale statunitense, che prevede appunto l’arresto anche di un testimone nel caso si ritenga che la sua testimonianza sia cruciale, che possa uscire dal Paese o che possa non rispondere ad una citazione, norma di cui, rileva in particolare Middle East Eye – le autorità Usa avrebbero fatto ampio uso dopo l’11 settembre 2001.<br />
Il New York Times, ricorda &#8211; in questa situazione complessa e pericolosa tra Iran e USA &#8211; l’arresto senza accuse formali in Iran di un cittadino americano che era andato a trovare la fidanzata iraniana, mentre almeno altri tre cittadini americani (due dei quali con doppia nazionalità) restano detenuti nel Paese, e un quarto risulta scomparso da dieci anni.<br />
Questo arresto potrebbe essere letto come un atto di ritorsione da parte statunitense, per la detenzione dei propri cittadini in Iran, ma uno Stato di diritto non viola i diritti di nessun cittadino per motivi politici.<br />
Stiamo attraversando, tra l&#8217;altro, un momento in cui, da parte della Casa Bianca si sta ulteriormente alzando la pressione contro Teheran dopo che gli Usa hanno violato un accordo internazionale come il Nuclear Deal, da cui Washington è unilateralmente uscita nonostante fosse chiaro a tutti che l’Iran lo stesse rispettando. In attesa di altre informazioni ufficiali sulla sorte di Marzieh Hashemi, monitoriamo la situazione.</p>
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		<title>Il caso Eni: un primo passo in Italia verso l’affermazione di responsabilità delle imprese per violazioni dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Oct 2018 07:26:18 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Ogoniland-spill.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11433" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Ogoniland-spill.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="480" height="320" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Ogoniland-spill.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 480w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Ogoniland-spill-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
<p align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER">di Fabiana Brigante</p>
<p align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER">La Nigeria è il più grande produttore di petrolio in Africa. La sua industria si trova nel Delta del Niger, nel sud del paese, dove la produzione commerciale iniziò nel 1958. Una vasta rete di tubi che collegava numerosi giacimenti di petrolio e gas corre vicino le terre appartenenti alle comunità locali, alle loro case, terreni agricoli e corsi d&#8217;acqua. Il settore è gestito da joint ventures che coinvolgono il governo nigeriano e sussidiarie di società multinazionali; tra di esse figura anche la società ENI, registrata in Italia e operante in Nigeria tramite la sussidiaria NAOC (Nigerian Agip Oil Company Limited), dalla prima interamente posseduta e controllata.</p>
<p align="RIGHT">
<p align="JUSTIFY">La NAOC ha iniziato le operazioni petrolifere in Nigeria nel 1969, concentrando le proprie attività nelle aree onshore e offshore del Delta del Niger, dove vivono diverse comunità, tra le quali figura la comunità di Ikebiri.</p>
<p align="JUSTIFY">Come è stato riportato da numerose ONG tra le quali Amnesty International<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote1sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote1anc">1</a> e Friends of the Earth<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote2sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote2anc">2</a>, ogni anno centinaia di fuoriuscite di petrolio danneggiano l’ambiente e devastano la vita delle persone che vivono nelle zone circostanti; le cause vanno riscontrate in vari fattori. Alcuni sono il risultato di errori operativi e scarsa manutenzione, altri di “interferenze da parte di terzi”, come sabotaggio o furto (anche noto in Nigeria come “bunkeraggio”).</p>
<p align="JUSTIFY">In accordo con quanto stabilito dalle leggi nigeriane, le compagnie petrolifere hanno chiari obblighi di prevenzione al fine di proteggere l’ambiente, nonché di rimediare agli eventuali danni causati dagli sversamenti di petrolio. Uno dei testi di riferimento in materia è l’Oil Pipelines Act (1990), il quale richiede al titolare di una concessione per l’estrazione del petrolio di “adottare tutte le misure ragionevoli per evitare danni inutili a qualsiasi terreno sul quale operi e qualsiasi edificio, coltura o albero presente su di esso”, e di “risarcire i proprietari o gli occupanti per qualsiasi danno provocato e non risolto” (sezione 6(3)). Ancora, la legge nigeriana richiede alle società petrolifere di operare seguendo “buona pratiche” e di rispettare gli standard riconosciuti a livello internazionale. La legge nigeriana chiarisce anche che, indipendentemente dalla causa, le compagnie petrolifere sono responsabili del contenimento, pulizia e risanamento di tutte le fuoriuscite di petrolio lungo i loro gasdotti e infrastrutture.</p>
<p align="JUSTIFY">Le regole sono contraddittorie circa il momento in cui la compagnia dovrebbe intervenire, disponendo tuttavia che la risposta ad eventuali danni dovrebbe essere rapida. Una serie di linee guida e regolamenti sono state stabilite dal Dipartimento delle Risorse Petrolifere<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote3sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote3anc">3</a>, richiedono alle aziende di segnalare le fuoriuscite di petrolio entro 24 ore, e di visitare il sito nelle successive 24 ore. Vi è anche l’obbligo per le compagnie di ripulire la zona interessata entro 24 ore dall’evento inquinante<span style="font-family: Times New Roman, serif;">.</span><a class="sdfootnoteanc" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote4sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote4anc"><sup>4</sup></a></p>
<p align="JUSTIFY">Il 5 aprile 2010 un oleodotto gestito dalla NAOC, è esploso a 250 metri da un torrente a nord della comunità Ikebiri. Lo sversamento ha colpito corsi d’acqua ed alberi essenziali per il sostentamento della comunità locale.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;11 aprile 2010 una visita ispettiva congiunta guidata dalla NAOC ha citato un “guasto dell&#8217;attrezzatura” quale causa della fuoriuscita di petrolio. La perdita è stata fermata e l’area inquinata circostante è stata bruciata senza il consenso della comunità locale. Nessun’altra operazione è stata effettuata da allora, stante a quanto dichiarato dalla comunità. Un primo pagamento di 2 milioni di naira (circa € 6.000 al tasso di cambio del 2017) è stato effettuato alla comunità per i materiali di soccorso. Tuttavia, ad oggi, la comunità non ha ricevuto alcun risarcimento per i danni subiti alle proprie terre. Un&#8217;offerta iniziale di 4,5 milioni di naira (circa € 14.000 al tasso di cambio del 2017) è stata respinta dalla comunità, che ha ritenuto la somma risarcitoria offerta insufficiente rispetto al danno subito.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel maggio 2017, la comunità Ikebiri ha citato in giudizio Eni in Italia, dinanzi al tribunale di Milano, per bonifica e risarcimento di circa 690 milioni di naira (circa 2 milioni di euro). La comunità, attraverso il proprio rappresentante in giudizio Avv. Luca Saltalamacchia, ha sostenuto che le proprie fonti di sostentamento principali siano state danneggiate e che la NAOC non abbia adeguatamente posto rimedio al danno arrecato.Stando a quanto affermato da Eni, la NAOC avrebbe invece collaborato pienamente con le autorità nigeriane, nonché con i rappresentanti delle comunità di Ikebiri, e sostiene di aver prontamente ed efficacemente ripulito l&#8217;area interessata che sarebbe stata nuovamente ispezionata dalle agenzie di regolamentazione competenti in Nigeria, le quali avrebbero ritenuto il risultato soddisfacente. La NAOC si è inoltre difesa affermando che, in considerazione delle numerose attività illecite svolte nell&#8217;area, sarebbe impossibile stabilire una correlazione tra il presunto danno subito dalla popolazione di Ikebiri e la fuoriuscita di petrolio in questione<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote5sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote5anc">5</a><span style="font-family: Times New Roman, serif;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY">In caso di successo, questo sarà il primo caso di una società italiana ritenuta responsabile da un tribunale italiano per violazioni dei diritti umani e ambientali compiute all&#8217;estero. Ma perché la causa è stata incardinata davanti al tribunale di Milano e citando in giudizio Eni?</p>
<p align="JUSTIFY">Nella prassi ricondurre gli atti compiuti dalle società controllate alla società controllante può risultare difficoltoso, a causa sia della pluralità dei modi in cui il legame tra detti enti può esplicarsi, sia della diffusa tendenza da parte delle imprese multinazionali a celare la propria struttura interna. La distinzione giuridica tra la società madre e le sue consociate, in base alla quale ogni ente è giuridicamente autonomo e, in via di principio, titolare del potere di decidere e gestire le proprie attività in modo indipendente, impedisce in linea di principio di affermare le responsabilità della società madre per violazioni di legge compiute dalle società sussidiarie. Infatti, l’autonomia patrimoniale insieme alla indipendenza giuridica, anche se fittizia, delle singole unità operative costituite e localizzate nei diversi Stati consentono alla società madre di rimanere estranea al rapporto di responsabilità che dovesse insorgere a fronte del compimento di illeciti da parte delle sussidiarie e al conseguente obbligo di risarcimento.</p>
<p align="JUSTIFY">Tale fenomeno consente alla società madre di restare impunita anche quando le violazioni siano state compiute, seppur materialmente da una società formalmente distinta (la sussidiaria appunto), pur sempre sotto la sua egida o quanto meno nell’omertà della società madre che sia a conoscenza degli avvenimenti. Inoltre, in tal modo si impedisce ai ricorrenti di citare in giudizio la società madre presso i tribunali dello Stato in cui la stessa ha sede, che sono solitamente paesi nei quali gli standard di protezione dei diritti umani sono più elevati e le sentenze incontrano meno difficoltà nella fase dell’esecuzione.</p>
<p align="JUSTIFY">Per tentare di porre rimedio a questa distorsione del principio di separazione della personalità giuridica tra società controllata e controllante è stata sviluppata la cd. dottrina del “sollevamento del velo sociale”, la quale mostra lo scenario in cui alla corte viene data l&#8217;opportunità di sollevare la maschera della personalità distinta ed emettere un provvedimento direttamente nei confronti della società controllante. In accordo con tale dottrina al giudice è dunque consentito individuare il responsabile effettivo e punirlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Ed è proprio in applicazione di tale dottrina al caso de quo si è scelto di citare in giudizio Eni davanti al Tribunale di Milano, e non già la NAOC dinanzi una corte nigeriana.</p>
<p align="JUSTIFY">Il processo, tuttavia, non si è ancora concluso, né è facile prevederne l’esito; nel caso in cui la società dovesse essere condannata, il caso rappresenterebbe il primo precedente in Italia di una società ritenuta responsabile per danni ambientali causati da una sua sussidiaria all’estero, e dunque, un grande passo per l’affermazione della responsabilità legale delle imprese per le violazioni dei diritti umani.</p>
<p align="JUSTIFY">
<div id="sdfootnote1">
<p><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote1anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote1sym">1</a><sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"></span></sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US"> <a href="https://www.amnesty.org/download/Documents/AFR4479702018ENGLISH.PDF?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.amnesty.org/download/Documents/AFR4479702018ENGLISH.PDF?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>. </span></span></span></p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote2anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote2sym">2</a><sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"></span></sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US"> <a href="http://www.foeeurope.org/sites/default/files/extractive_industries/2017/foee-eni-ikebiri-case-briefing-040517.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.foeeurope.org/sites/default/files/extractive_industries/2017/foee-eni-ikebiri-case-briefing-040517.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>. </span></span></span></p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote3anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote3sym">3</a><sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"></span></sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US"> Department of Petroleum Resources, </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US"><i>Environmental Guidelines and Standards for the Petroleum Industry in Nigeria (EGASPIN)</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US">, revised edition 2002, p. 148, para. 2.6.3.</span></span></span></p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote4anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote4sym">4</a><sup></sup> <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US">National Oil Spill Detection and Response Agency (NOSDRA), </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US"><i>Oil Spill Recovery, Clean-up, Remediation And Damage Assessment Regulations</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US">, 2011, Part VII (102), p. 76.</span></span></span></p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote5anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote5sym">5</a><sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"></span></sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"> Si veda <a href="https://www.business-humanrights.org/sites/default/files/documents/Eni%20response.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.business-humanrights.org/sites/default/files/documents/Eni%20response.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> </span></span></p>
</div>
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		<title>Le mafie, qui e adesso. Anche per la continua nostra lotta.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jul 2018 10:06:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandra Montesanto &#160; &#8220;La mafia, la ‘ndrangheta e la criminalità nella Capitale, composta da organizzazioni che si avvicinano sempre più alle modalità criminali delle mafie in Sicilia, Calabria e Campania&#8221;: questo è quanto&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di Alessandra Montesanto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;La mafia, la ‘ndrangheta e la criminalità nella Capitale, composta da organizzazioni che si avvicinano sempre più alle modalità criminali delle mafie in Sicilia, Calabria e Campania&#8221;: questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto semestrale della Dia, la Direzione investigativa antimafia. Secondo il rapporto semestrale della DIA, in alcune aree della Capitale ci sono formazioni criminali che, “basate su stretti vincoli di parentela, evidenziano sempre di più modus operandi assimilabili alla fattispecie prevista dall’art. 416 bis (l’associazione mafiosa, ndr)”. <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/th-231.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-11021 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/th-231.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="256" height="144" /></a></p>
<p><strong>Roma tra clan autoctoni e storici</strong><br />
La relazione evidenzia come sia particolarmente complessa la realtà criminale nella capitale. Queste formazioni “sanno perfettamente intersecare i propri interessi non solo con i sodalizi di matrice straniera ma, anche, con le formazioni delinquenziali autoctone che, pur diverse tra loro, hanno adottato il modello organizzativo ed operativo di tipo mafioso, per acquisire sempre più spazi nell’ambiente territoriale di riferimento”. La relazione segnala la “vasta eco” suscitata dall’aggressione di Roberto Spada nei confronti del giornalista Emilio Piervincenzi che tentava di intervistarlo. L’esponente del clan poi è stato arrestato e condannato. Sempre in riferimento alla capitale, la relazione “segnala l’operatività del clan Casamonica, aggregato criminale ‘storico’, che poggia il suo potere su una solida base familiare. Tra le attività tipiche del sodalizio, le condotte usurarie ed estorsive, i reati contro la persona, i traffici di droga ed il reimpiego di capitali illeciti”.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/310x0_1531905296138.rainews_20180718111200387.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11020" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/310x0_1531905296138.rainews_20180718111200387.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="310" height="227" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/310x0_1531905296138.rainews_20180718111200387.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 310w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/310x0_1531905296138.rainews_20180718111200387-300x220.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /></a></p>
<p><strong>La figlia del Magistrato Paolo Borsellino, in questi giorni, ha dichiarato e ribadito:</strong></p>
<p>&#8220;Sono passati 26 anni dalla morte di mio padre, Paolo Borsellino, ucciso a Palermo insieme ai poliziotti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. E, ancora, aspettiamo delle risposte da uomini delle istituzioni e non solo&#8221;. Lo scrive in una lettera pubblicata su Repubblica Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso nel 1992, che elenca una serie di 13 domande &#8220;su un depistaggio iniziato nel 1992, ordito da vertici investigativi ed accettato da schiere di giudici&#8221;. Questo l&#8217;elenco: &#8220;1. Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l&#8217;obiettivo numero uno di Cosa nostra? 2. Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? L&#8217;ufficio era composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, dai sostituti Carmelo Petralia, Annamaria Palma (dal luglio 1994) e Nino Di Matteo (dal novembre &#8217;94). 3. Perché via D&#8217;Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell&#8217;agenda rossa di mio padre? E perche&#8217; l&#8217;ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti? 4. Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul &#8220;tritolo arrivato in citta'&#8221; e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino? 5. Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D&#8217;Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire? 6. Cosa c&#8217;è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall&#8217;intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l&#8217;ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?&#8221;. E ancora: &#8220;7.Perché i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati. 8. Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell&#8217;inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l&#8217;unica versione? 9.Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l&#8217;ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l&#8217;inizio della sua collaborazione con la giustizia? 10. Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo? 11. Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall&#8217;ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l&#8217;unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com&#8217;è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione? 12. Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un&#8217;intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l&#8217;intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo? 13.Perchè Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?&#8221;.</p>
<p><strong>Mafie e migrazioni:</strong></p>
<p>Il rapporto della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) ha fatto emergere anche che per le organizzazioni criminali straniere in Italia &#8220;il favoreggiamento dell&#8217;immigrazione clandestina, con tutta la sua scia di reati &#8216;satellite&#8217;, per le proporzioni raggiunte, e grazie ad uno scacchiere geo-politico in continua evoluzione, è oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali, che troppe volte si coniuga tragicamente con la morte in mare di migranti, anche di tenera età&#8221;. Nel documento si legge che in questi affari sono coinvolti &#8220;maghrebini, soprattutto libici e marocchini, nel trasporto di migranti dalle coste nordafricane verso le coste siciliane&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11022" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="306" height="306" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 474w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191-150x150.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191-300x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191-160x160.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191-320x320.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 306px) 100vw, 306px" /></a></p>
<p><strong>Giornalisti sotto scorta:</strong></p>
<p>Un esempio per tanti, troppi: Paolo Borrometi.</p>
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<article class="entry">N<a>ato a Ragusa nel 1983. Collaboratore dell&#8217;AGI per la provincia ragusana, nel 2013 ha fondato la testata giornalistica d&#8217;inchiesta </a><a href="https://www.laspia.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="nofollow noopener"><strong>&#8220;La Spia&#8221;</strong></a><a>. Sin da subito la sua attività è stata minacciata dalla malavita di Ragusa e Siracusa, intimidazioni che nel 2014 sono sfociate in violenza. </a></p>
<p>Le sue parole scritte hanno parlato dell&#8217;azienda commissariata per mafia Italgas, dei trasporti su gomma gestiti dalla malavita nel mercato ortofrutticolo di Vittoria, fino alla &#8220;via della droga&#8221;, il percorso sospetto dei corrieri che collega il porto di Gioia Tauro fino alla provincia di Ragusa.</p>
<p>Il 16 aprile 2014 Borrometi viene raggiunto e aggredito da uomini incappuciati che gli provocano una grave menomazione alla mobilità di una spalla. In quel periodo il giornalista si stava occupando dell’omicidio di Ivano Inglese, trentaduenne postino di Vittoria trovato assassinato la sera del 20 settembre 2012. Da agosto 2014 Borrometi viene così messo sotto scorta dai carabinieri e l&#8217;AGI lo trasferisce da Ragusa a Roma.</p>
<p>Dalle intercettazioni tra il boss di Cosa Nostra della provincia di Siracusa, Salvatore Giuliano, e un altro membro di spicco dell&#8217;organizzazione, Giuseppe Vizzini, sono emersi i nuovi messaggi con le minacce: &#8220;Fallo ammazzare, ma che c**** ci interessa&#8221;. Il dialogo risalirebbe all&#8217;8 gennaio scorso. In un altro ambientale del 20 febbraio Giuseppe Vizzini fa nuovamente riferimento a Borrometi, dicendo che <em>picca n’avi</em>, &#8220;poco ne ha&#8221; e condividendo i suoi progetti d&#8217;omicidio con i figli.</p>
<p>Il Gip Giuliana Sammartino arriva alla conclusione che il clan catanese dei Cappello, su richiesta del boss siracusano Salvatore Giuliano, stava per organizzare &#8220;un&#8217;eclatante azione omicidiaria&#8221; per &#8220;eliminare lo scomodo giornalista&#8221;. Vengono così emesse tre ordinanze di custodia cautelare nei confronti di Giuseppe Vizzini. È ancora ricercato invece Giovanni Aprile, di 40 anni.  Nel 2017 fu condannato per minacce gravi di morte a Borrometi il boss Giambattista Ventura, nel 2017 le minacce arrivarono dal pluripregiudicato Francesco De Carolis, fratello del boss Luciano De Carolis.</p>
<p>E la vicenda non è ancora terminata&#8230;Così come non deve terminare oggi, o in giornate speciali di ricorrenze speciali, la lotta alle mafie. Deve continuare anche e soprattutto a partire dalla Cultura, dalla scuola, dall&#8217;educazione, in ogni scelta e in ogni nostro comportamento quotidiano.</p>
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		<title>23 maggio 2018, ventisei anni senza Falcone: le sue idee che camminano con noi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2018 08:30:41 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10756" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="453" height="434" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 453w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189-300x287.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 453px) 100vw, 453px" /></a></b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">di Valentina Tatti Tonni</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">&lt;&lt;Sono un cadavere ambulante&gt;&gt;, era il 1986 quando Giovanni Falcone disse queste parole alla sorella, conscio del pericolo che correva. Era l’anno in cui sposò l’amore della sua vita, Francesca Morvillo, anche lei magistrato.</p>
<p align="JUSTIFY">A Palermo con l’amico Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, nel 1983 grazie all’intuizione del procuratore capo Rocco Chinnici appena assassinato con un’autobomba, Antonino Caponnetto raccolse i pezzi e di fronte alla minaccia quotidiana introdusse il sistema del pool antimafia. Proprio come avrebbe voluto anche il defunto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Neanche un anno dopo, il cosiddetto “boss dei due mondi” Tommaso Buscetta, il super pentito, andò a colloquio con Giovanni Falcone e cominciò a parlare. Gli parlò della famiglia di Porta Nuova, uno dei mandamenti di Palermo, dell’ascesa dei corleonesi, dei rapporti con la Banda della Magliana, dei rapporti con la politica. Queste dichiarazioni, unite alle indagini, permisero di istruire il maxiprocesso contro 475 presunti affiliati a Cosa nostra e a portarli alla sbarra. Il processo fu di portata talmente grande da rimbalzare nei medium di gran parte del mondo, tanto da risuonare agli occhi di chi non lo aveva vissuto quasi incredibile, una farsa. Ma il processo aveva ben altre intenzioni: dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza della mafia.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 10 febbraio del 1986 dall’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo, il carcere costruito a metà Ottocento che nell’idea originaria del filosofo inglese Jeremy Bentham avrebbe dovuto riabilitare il detenuto, il processo ebbe inizio. L’accusa aveva dalla sua parte circa ottomila pagine di incartamento. La sentenza di primo grado arrivò nel 1987 e dichiarò l’ergastolo per diciannove imputati mentre ne assolse centoquattordici. Nel 1990 sette dei diciannove ergastoli furono annullati dalla Corte d’Appello. La Cassazione, ultimo grado di giudizio, nel gennaio 1992 emise la sentenza definitiva ripristinando quella di primo grado. Il “teorema Buscetta”, come era stato fino ad allora chiamato, era diventato realtà effettiva. Nessuno più avrebbe potuto andare contro questa verità assoluta, o almeno così si credeva. In alcuni luoghi alla presa di coscienza ha fatto spazio l’omertà.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma non per il momento, nel 1992, perché come ebbe a dire Falcone: &lt;&lt;E’ un fatto storico: questo evento ha spezzato il mito dell’impunità della mafia&gt;&gt;.</p>
<p align="JUSTIFY">Una volta che il Partito Comunista fosse rinato sotto altre vesti dopo la caduta del Muro di Berlino e successivamente dopo la caduta dell’Unione Sovietica, in Italia avrebbe preso ancor più piede un partito: la Democrazia Cristiana che proprio nell’89 vide salire sulle poltrone del potere Giulio Andreotti. Fu lui nel 1991 a chiamare Giovanni Falcone al Ministero di Grazia e Giustizia per riformare il sistema giudiziario in vista di una maggiore tutela dalla criminalità organizzata. Che fosse stato un gesto di facciata per allontanarlo dalla Sicilia, non ci è dato sapere, fatto sta che questo gli gettò addosso sia diffidenza che ammirazione. C’era infatti chi riteneva il trasferimento di Falcone a Roma come un gesto di mero opportunismo da parte del giudice. Naturalmente non era così e presto i maligni, con i risultati alla mano, dovettero tornare sui propri passi.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcune delle misure che Falcone introdusse in favore della lotta alla mafia riguardarono ad esempio il riciclaggio di denaro sporco, lo scioglimento dei Comuni per mafia, i reati a stampo mafioso che evitavano la scarcerazione agli imputati in attesa di conclusione dell’iter processuale, nonché l’istituzione della Direzione investigativa antimafia (Dia) con l’obiettivo di coordinare tutte le forze dell’ordine contro tutti i livelli di criminalità organizzata, dalla mafia all’ndrangheta e alla camorra. La Dia com’è noto è divisa in distretti, cioè in territori e in città (Dda, Direzione distrettuale antimafia), coordinata a sua volta da un nucleo centrale (Dna, Direzione nazionale antimafia) tutte in stretto collegamento tra loro, in modo da sopperire alla mancanza del pool antimafia che era stato di fatto smantellato.</p>
<p align="JUSTIFY">Molti i nemici di Falcone tra il maxiprocesso e le nuove leggi. Lui lo sapeva, quando disse alla sorella di sentirsi un cadavere ambulante. Lo sapeva già nel 1989 dopo il fallito attentato o semplice avvertimento da parte di Riina e i suoi all’Addaura: vicino alla sua casa vacanze fu trovata una borsa con dei candelotti di dinamite inesplosi. Sapeva che prima o poi lo avrebbero ucciso.</p>
<p align="JUSTIFY">Andiamo via per il weekend? Qualcuno lo avrà chiesto e così i coniugi Falcone partirono con gli uomini della scorta. Era il 23 maggio 1992. Un’esplosione, un boato. Un tratto dell’autostrada che dall’aeroporto conduce a Palermo, allo svincolo per Capaci, non c’era più. Nelle redazioni e nelle case i telefono cominciano a squillare, si teme il peggio. Alle 17.57 non c’era più molto da fare. Mentre i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinarom, erano stati investiti dall’onda esplosiva e quindi erano morti sul colpo, Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo moriranno in ospedale quella sera. Eccola, la strage di Capaci tra veri e occulti mandanti.</p>
<p align="JUSTIFY">E’ a loro, alle vittime innocenti, che rendiamo merito e ossequio ogni anno da quel giorno.</p>
<p align="JUSTIFY">Quest’anno si parte con la nave della legalità da Civitavecchia, gli incontri a Roma, Milano, Forlì, Bologna, Brescia e Catania.</p>
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<colgroup>
<col width="643" /></colgroup>
<tbody>
<tr>
<td width="643"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</div>
<p align="JUSTIFY">L’iniziativa lanciata dal Ministero dell’Istruzione e dalla Fondazione Falcone, “Palermo chiama Italia”, riunisce migliaia di studenti e cittadini nelle strade e nelle piazze del capoluogo siciliano per gridare il dissenso verso la mafia, amando quelle idee che continuano a camminare sulle nostre gambe ancor oggi. Il 23 maggio poi ci sarà una commemorazione istituzionale allestita proprio nella verde aula bunker dell’Ucciardone, il “Grand Hotel” di cui si facevano beffa i mafiosi prima che qualcuno venisse a metterli in riga.</p>
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