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	<title>giudici Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Via libera della corte albanese all&#8217;accordo Italia-Albania</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Feb 2024 15:26:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Migranti, patto Italia-Albania: sì dalla Corte costituzionale albanese all’accordo. Cinque giudici supremi su nove non si oppongono all’intesa Roma-Tirana sui centri temporanei di accoglienza.️ Ora l’ultimo passaggio parlamentare in Albania, poi l’implementazione dell’accordo.️ la&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/mig-6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="960" height="960" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/mig-6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17406" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/mig-6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/mig-6-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/mig-6-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/mig-6-768x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/mig-6-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/mig-6-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></figure>



<p>&#8220;<em>Migranti, patto Italia-Albania: sì dalla Corte costituzionale albanese all’accordo.<br><br>Cinque giudici supremi su nove non si oppongono all’intesa Roma-Tirana sui centri temporanei di accoglienza. Ora l’ultimo passaggio parlamentare in Albania, poi l’implementazione dell’accordo.<br><br>la Corte costituzionale albanese vota a favore dell’accordo per la realizzazione dei centri di accoglienza dei migranti siglato dai governi italiano e albanese. A sostenerlo è una nota della Consulta che conferma così le anticipazioni del Corriere.<br><br><img alt="&#x1f538;" src="https://fonts.gstatic.com/s/e/notoemoji/15.0/1f538/72.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">La decisione<br>Secondo le fonti 5 giudici – su 9 – della Consulta locale hanno stabilito che l’intesa siglata a Roma dai premier Giorgia Meloni ed Edi Rama risulta «conforme» alla costituzione albanese. Dopo questo pronunciamento e un veloce passaggio parlamentare l’accordo potrà entrare in vigore.<br><br><img alt="&#x1f538;" src="https://fonts.gstatic.com/s/e/notoemoji/15.0/1f538/72.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Le motivazioni<br>«La Corte ha valutato che il “protocollo sulla migrazione” non stabilisce confini territoriali e neppure altera l’integrità territoriale della Repubblica d’Albania, pertanto non costituisce un accordo relativo al territorio dal punto di vista fisico», si legge nella nota ufficiale. E ancora: «La Corte ha valutato che nelle due zone in cui agisce il protocollo, si applica il diritto albanese, oltre al diritto italiano» e che «la Corte ha constatato che per i diritti e le libertà umane opera una giurisdizione duplice, il che significa che la giurisdizione italiana nelle due zone in questione non esclude la giurisdizione albanese». L’accordo, poi, «non crea nuovi diritti e libertà costituzionali e non impone restrizioni aggiuntive ai diritti e alle libertà umane esistenti, al di là di quanto previsto dall’ordinamento giuridico albanese».<br><br><img alt="&#x1f538;" src="https://fonts.gstatic.com/s/e/notoemoji/15.0/1f538/72.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Il patto<br>Lo scorso novembre Meloni e Rama hanno siglato l’intesa che prevede la realizzazione in Albania di due centri per l’identificazione e l’accoglienza dei migranti salvati nel Mediterraneo. La prima struttura, quella di «registrazione», secondo l’accordo dovrebbe sorgere al porto di Shëngjin, nel nord del Paese, mentre nell’entroterra dovrebbe essere costruito un centro di permanenza a Gjadër. Tirana si è offerta di accogliere fino a 3 mila migranti in attesa di sapere se possono mettere piede nel territorio italiano o devono essere rimpatriati, il tutto a spese di Roma. Il protocollo ha una validità di cinque anni, prorogabili automaticamente di altri cinque in assenza di rilievi da parte italiana o albanese.<br><br><img alt="&#x1f538;" src="https://fonts.gstatic.com/s/e/notoemoji/15.0/1f538/72.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Il ricorso<br>L’accordo era stato però fortemente osteggiato dall’opposizione albanese che, dopo aver raccolto le firme necessarie, aveva portato il patto Roma-Tirana alla Corte costituzionale. Il 13 dicembre scorso i giudici albanesi hanno ammesso il ricorso e lo scorso 18 gennaio hanno iniziato a esaminarlo. Due i punti da chiarire, in particolare: il presunto mancato rispetto della procedura di negoziazione e firma e la possibile violazione dei diritti umani.<br><br><img alt="&#x1f538;" src="https://fonts.gstatic.com/s/e/notoemoji/15.0/1f538/72.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Il voto<br>Negli ultimi giorni la Consulta ha poi ricevuto ulteriori documenti dalla parte ricorrente – oltre alle «memorie» difensive del governo – e dopo diverse ore di confronto, anche acceso, 5 giudici non muovono obiezioni all’accordo, gli altri 4 sì.&#8221;</em></p>
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		<title>Promozione teatrale per i nostri lettori. Nel tempo che ci resta. elegia per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2021 10:27:21 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="402" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Nel-tempo-che-ci-resta-sito-1-1530x600-1-1024x402.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15861" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Nel-tempo-che-ci-resta-sito-1-1530x600-1-1024x402.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Nel-tempo-che-ci-resta-sito-1-1530x600-1-300x118.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Nel-tempo-che-ci-resta-sito-1-1530x600-1-768x301.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Nel-tempo-che-ci-resta-sito-1-1530x600-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1530w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Elegia per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino</strong></p>



<p>Un cantiere abbandonato a Villagrazia, il luogo dal quale partì Paolo Borsellino per andare incontro alla morte. In questo cantiere un uomo fa rotolare per terra delle arance. Tra le lamiere appaiono quattro figure che il profumo delle arance ha tolto dalle ombre. Si chiedono dove sono, quale è la terra in cui si trovano. Si riconoscono. Sono le anime di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e Agnese Piraino Leto. L’uomo che ha lanciato le arance si presenta. É Tommaso Buscetta, il pentito di mafia. Le anime delle due coppie e del pentito si raccontano in questo cantiere abbandonato.</p>



<p>Ricordano, denunciano, si interrogano, in un amaro viaggio attraverso quello che è successo prima e dopo la loro morte. La lotta alla mafia, le vittime, i tradimenti, i pensieri, le vicende personali e pubbliche, la trattativa, l’isolamento, le menzogne, il senso di dovere e l’amore si intrecciano in questa ricostruzione di ciò che è accaduto e di ciò che continuerà ad accadere.</p>



<p>César Brie</p>



<p></p>



<p>La promozione dedicata alle lettrici e ai lettori di @peridirittiumani.com è di euro 13,50 a biglietto (invece di 33,00)</p>



<p>Teatro ELFO-PUCCINI</p>



<p>SALA FASSBINDER</p>



<p>Per acquistare i biglietti in promozione riservata: <a href="https://www.elfo.org/spettacoli/2021-2022/nel-tempo-che-ci-resta-promozioneriservata.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.elfo.org/spettacoli/2021-2022/nel-tempo-che-ci-resta-promozioneriservata.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p></p>
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		<title>Notizie dal mondo. Dal Sudan al Kuwait e l&#8217;Egitto con #Patrick Zaky</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2020 09:11:54 +0000</pubDate>
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<p>Rassegna stampa a cura di Farid Adly (Anbamed)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/patrick-2-850x1360-1-640x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14456" width="640" height="1024" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/patrick-2-850x1360-1-640x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 640w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/patrick-2-850x1360-1-188x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 188w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/patrick-2-850x1360-1-768x1229.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/patrick-2-850x1360-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 850w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure></div>



<p><strong>Rassegna Anbamed Lunedì 27 Luglio 2020</strong></p>



<p><strong>I titoli:</strong></p>



<p>Sudan: 60 civili uccisi negli attacchi contro i villaggi in Darfur</p>



<p>Egitto: Zaki compare in Tribunale per la prima volta dall&#8217;arresto, il 7 marzo</p>



<p>Iraq: l&#8217;Esercito spara contro i manifestanti.</p>



<p>Israele: abbattuto un drone di Tel Aviv nei cieli libanesi</p>



<p>Siria: attentati e scontri. Si teme per la diffusione incontrollata del Coronavirus</p>



<p>Kuwait: 10 &#8220;social influencer&#8221; sono sotto accusa</p>



<p><strong>Le notizie</strong></p>



<p>Sudan:</p>



<p>Si aggrava la situazione nel Darfur. Almeno 60 civili sono stati uccisi e altri 60 feriti in seguito ad un attacco di gruppi armati contro villaggi. Secondo un rapporto dell&#8217;ONU, gli armati sono entrati sabato in una trentina di villaggi della località di Giuneina, hanno saccheggiato case e mercati ed hanno appiccato il fuoco nei raccolti. Il governo di Khartoum ha dichiarato lo stato d&#8217;emergenza e spedito una forza congiunta per ristabilire la sicurezza della popolazione. Il ritorno degli abitanti originari nei loro villaggi era stato concordato due mesi fa, nel quadro di una soluzione condivisa al conflitto che attanaglia la regione occidentale del paese.</p>



<p>Egitto:</p>



<p>Ieri, Patrick Zaki è stato ascoltato dal giudice, nella prima udienza dal momento del suo arresto. E&#8217; già una buona notizia, perché della sua sorte non si è saputo nulla di certo in questi lunghi mesi di detenzione. Il giovane studente egiziano dell&#8217;Università di Bologna è stata arrestato al suo ritorno in Egitto il 7 marzo scorso, per alcuni post scritti sui social sul caso Regeni. Oggi si saprà se l&#8217;arresto verrà confermato oppure verrà rilasciato libero su cauzione.</p>



<p>Iraq:</p>



<p>L&#8217;esercito torna a sparare contro i manifestanti. Le proteste di piazza rivendicano servizi, lavoro e fine della corruzione che ha dilapidato il paese e dopo una pausa imposta dall&#8217;emergenza sanitaria, la partecipazione è molto forte e diffusa. I vertici delle forze armate hanno preso le distanze dalla repressione ed hanno promesso un&#8217;inchiesta. Il paese è teatro dello scontro tra Iran e Stati Uniti ed è infestato dal terrorismo jihadista. In due caserme, la scorsa notte, si sono avute forti esplosioni e si teme che sia opera di terroristi di Daesh (Isis). In tutte le province è iniziata ieri un&#8217;operazione per il controllo del territorio da parte delle unità anti terrorismo, per stanare i gruppi armati.</p>



<p>Israele:</p>



<p>Un drone israeliano è stato abbattuto nei cieli del Libano. Da diversi giorni, la tensione è alta sui confini nord di Israele. Il primo ministro israeliano, Netanyahu, ha messo in guardia Siria e Libano da “ogni azione contro il territorio israeliano”. L&#8217;esercito di Tel Aviv mantiene la situazione di massima allerta, in seguito all&#8217;attacco israeliano su obiettivi siriani, dove sono rimasti uccisi combattenti di Hezbollah libanese. Venerdì, il capo dello stato maggiore degli eserciti USA ha compiuto una visita non annunciata a Tel Aviv.</p>



<p>Siria:</p>



<p>Nel nord est della Siria, a Ras Alain (Sari Kanie), sono morte 8 persone in un&#8217;esplosione provocata da un&#8217;autobomba. La città è sotto il controllo della Turchia. A Idlib, sono avvenuti scontri tra fazioni rivali, con morti e feriti. Il gruppo qaedista Tahrir Sham contende il controllo di alcune zone con le formazioni filo turche.</p>



<p>In tutta la Siria, è preoccupante la situazione sanitaria, a causa della diffusione del coronavirus. Le autorità di Damasco minimizzano. Il timore maggiore è per eventuali contagi nei campi di sfollati. Nella provincia di Idlib, le autorità locali hanno chiuso la cittadina di Sirmen, ad est di Idlib, dopo la registrazione di molti casi, anche tra il personale medico.</p>



<p>Kuwait:</p>



<p>10 social influencer sono stati messi sotto accusa in Kuwait ed i loro patrimoni sono stati congelati. Sono stati sequestrati i loro passaporti, per impedire loro di lasciare il paese. Secondo il quotidiano Al Qabas, l&#8217;accusa è riciclaggio. “Le indagini sono partite in seguito alla registrazione di movimenti finanziari ingenti non corrispondenti ad attività economiche regolari”. Gli interessati non sono stati ancora interrogati, ma sono liberi.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Sfruttamento del lavoro minorile: nel mirino i colossi hi-tech</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 06:58:41 +0000</pubDate>
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<p><strong>S</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="1024" height="575" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE-1024x575.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13489" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE-1024x575.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE-768x431.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1076w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p>di
Fabiana Brigante</p>



<p>
La categoria di
lavoratori minorenni comprende individui troppo giovani per lavorare
o coinvolti in attività pericolose che possono comprometterne lo
sviluppo fisico, mentale, sociale o educativo. Nei paesi non
industrializzati, poco più di un bambino su quattro (dai 5 ai 17
anni) è impegnato in un lavoro che è considerato dannoso per la
salute e lo sviluppo. 
</p>



<p>Non
esiste una definizione unica ed esaustiva di lavoro minorile: sono
generalmente presi in considerazione diversi indicatori per
comprendere se una determinata attività possa essere o meno
ricompresa in questa categoria. Gli elementi da tenere in
considerazione sono, tra gli altri, l’età del bambino, il tipo di
attività da lui svolta e il numero di ore in cui viene impiegato,
nonché le condizioni alle quali il lavoro viene svolto. La risposta
varia da paese a paese, ed anche tra i diversi settori produttivi
all’interno dei singoli paesi.</p>



<p>Ciò
che è certo è che l’eradicazione del lavoro minorile deve essere
perseguita con la massima determinazione. Sul punto, diversi sono gli
strumenti internazionali che sottolineano la libertà dal lavoro
minorile quale valore universale e fondamentale. Tra questi, vale la
pena menzionare  la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti
dell&#8217;infanzia, la Convenzione n. 138 dell’Organizzazione
Internazionale del Lavoro (OIL) relativa all’età minima per
l’ammissione al lavoro e la successiva Raccomandazione n. 146
(1973), la Convenzione OIL n. 182 concernente il divieto e l’azione
immediata per l’eliminazione delle peggiori forme di lavoro
minorile e la Raccomandazione n. 190 (1999). 
</p>



<p>Questi
strumenti inquadrano il concetto di lavoro minorile e costituiscono
la base della legislazione su tale tema adottata dai paesi firmatari.

</p>



<p>Anche
l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile comprende un rinnovato
impegno globale a porre fine a questo fenomeno. In particolare,
l’Obiettivo 8.7 invita la comunità globale ad “adottare misure
immediate ed efficaci per sradicare il lavoro forzato, porre fine
alla schiavitù moderna e alla tratta di esseri umani e garantire il
divieto ed eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile,
incluso il reclutamento e l’impiego di bambini soldato, nonché
porre fine entro il 2025 al lavoro minorile in ogni sua forma”.</p>



<p>Malgrado
ciò, le stime globali fornite dall’Organizzazione Internazionale
del Lavoro e da organizzazioni quali UNICEF dimostrano come il lavoro
minorile rimanga ancora oggi una piaga endemica. La sua eliminazione
richiede sia riforme economiche e sociali, sia la cooperazione attiva
di governi, organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro,
imprese, organizzazioni internazionali e società civile in generale.</p>



<p>Stando
ai  dati forniti, sono 152 milioni i bambini &#8211; 64 milioni di ragazze
e 88 milioni di ragazzi  &#8211; che lavorano a livello globale,
rappresentando quasi uno su dieci in tutto il mondo. Tra questi,
circa la metà svolge un lavoro pericoloso che mette direttamente in
pericolo la propria salute, sicurezza e sviluppo morale. Una analisi
più ampia che comprende sia il lavoro minorile che le forme di
lavoro consentite che coinvolgono bambini in età lavorativa legale
mostra che i minori impiegati sono 218 milioni. Il fenomeno non
risparmia di certo l’Italia, dove solo
negli ultimi due anni sono stati accertati più di 480 casi di
illeciti riguardanti l’occupazione irregolare di bambini e
adolescenti,
sia italiani che stranieri.</p>



<p>Nella
stregua lotta al lavoro minorile sono finiti nell’occhio del
ciclone di recente alcuni colossi dell’industria tecnologica. 
</p>



<p>Il
12 dicembre l’organizzazione <em>International
Rights Advocates </em>(IRA)
ha intentato un’azione legale presso la Corte Federale del
Distretto di Columbia negli Stati Uniti per la morte di numerosi
bambini e ragazzi impiegati nell’estrazione di cobalto nella
Repubblica Democratica del Congo. Ad essere citate in giudizio sono
le aziende <em>Apple,
Alphabet</em>
(<em>Google</em>),
<em>Dell</em>,
<em>Microsoft</em>
e <em>Tesla</em>,
accusate di aver favorito consapevolmente l’impiego di lavoro
minorile nelle miniere di cobalto e di aver ottenuto significativi
vantaggi finanziari dalla diffusa estrazione illegale di cobalto da
parte dei piccoli lavoratori congolesi.</p>



<p>Non
è un caso che sia proprio la Repubblica Democratica del Congo ad
ospitare questo scenario macabro; qui si trovano i più grandi
depositi al mondo di cobalto, un elemento essenziale nelle batterie
ricaricabili agli ioni di litio utilizzate nei dispositivi
elettronici che le citate aziende producono. Il boom tecnologico ha
causato un aumento esponenziale della domanda di cobalto; la sua
estrazione nella Repubblica democratica del Congo avviene in
condizioni estremamente pericolose, (anche) ad opera di bambini e
ragazzi pagati un dollaro o due al giorno. 
</p>



<p>I
querelanti hanno fondato le proprie doglianze sul <em>Trafficking
Victims Protection Reauthorization Act </em>(TVPRA).</p>



<p>Secondo
quanto riferito dai membri di <em>International
Rights Advocates</em>,
questa causa rappresenta il frutto di ricerche e collezione di dati
durati diversi anni. L’organizzazione avrebbe documentato come
bambini e ragazzi fossero regolarmente costretti a svolgere lavori
minerari a tempo pieno, estremamente pericolosi e a discapito della
propria istruzione e del proprio futuro. Nelle 79 pagine di citazione
si susseguono le storie di bambini e ragazzi costretti dalla povertà
estrema a lasciare la scuola e perseguire l’unica opzione economica
percorribile nella loro regione: diventare minatori di cobalto.
Questo ampio settore comprende bambini che si recano nelle aree in
cui si trova il cobalto e usano strumenti primitivi per estrarre
questo minerale senza alcuna attrezzatura di sicurezza. Inoltre, la
mancanza di supporto strutturale nelle gallerie dove tale attività
viene svolta causa frequenti collassi dei tunnel, causando le
mutilazioni o la morte dei piccoli lavoratori, i cui corpi restano
intrappolati nelle macerie e mai recuperati.</p>



<p>Una
tra i querelanti, nominata Jane Doe 1 nei documenti depositati presso
la corte distrettuale, afferma che suo nipote era costretto a cercare
lavoro nelle miniere di cobalto quando era un bambino piccolo a causa
dell’impossibilità per la famiglia di pagare la sua retta
scolastica mensile di 6 dollari. La ricorrente riferisce che il
minore stava lavorando in una miniera gestita da <em>Kamoto
Copper Company</em>,
controllata da <em>Glencore</em>,
 quando il crollo del tunnel lo ha sepolto vivo. La famiglia sostiene
di non aver mai recuperato il suo corpo.</p>



<p>Un
altro bambino, indicato nei documenti come John Doe 1, afferma di
aver iniziato a lavorare nelle miniere a nove anni. Stava portando
sacchi di rocce di cobalto per 0,75 dollari al giorno quando è
caduto in un tunnel. Dopo essere stato recuperato dai compagni di
lavoro, afferma di essere stato lasciato solo per terra nel sito
minerario fino a quando i suoi genitori non hanno saputo
dell’incidente e sono accorsi ​​per aiutarlo. Questo incidente
gli ha provocato una paralisi che gli impedirà di camminare per il
resto della sua vita.</p>



<p>Dai
siti internet delle aziende citate in giudizio emerge che tutte
avevano adottato codici di condotta che vietavano ai subfornitori
l’impiego di lavoro minorile. Alcune tra le aziende citate hanno
rilasciato dichiarazioni in merito alle accuse che gli sono state
mosse. Tra queste, <em>Dell</em>&nbsp;ha
dichiarato di essere “impegnata
nel reperimento responsabile&nbsp;di
minerali” e di sostenere
i diritti umani&nbsp;dei
propri lavoratori a qualsiasi livello catena di approvvigionamento,
trattandoli “con dignità e rispetto”. 
</p>



<p>Allo
stesso modo, Google
ha sottolineato che la propria <em>due
diligence</em>
prevede un severo divieto per i fornitori di servirsi di lavoro
minorile. 
</p>



<p>I
giudici saranno chiamati ad accertare se le imprese citate in
giudizio fossero a conoscenza di quanto avveniva nelle miniere di
proprietà dei propri fornitori di cobalto. Come specificano anche i
Principi Guida ONU su imprese e diritti umani, le imprese hanno
infatti il dovere di identificare, nell’ambito delle proprie
attività, le aree generali in cui il rischio di impatti negativi sui
diritti umani è significativo, a causa del contesto operativo di
determinati fornitori o clienti, delle operazioni particolari, dei
prodotti o servizi coinvolti, al fine di prevedere possibili
violazioni. 
</p>
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		<title>Cucchi. La verità nascosta per dieci, lunghi anni</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Nov 2019 07:48:25 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Patrizio Gonnella (antigone.it)</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="560" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/stefano-cucchi-1024x560.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13257" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/stefano-cucchi-1024x560.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/stefano-cucchi-300x164.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/stefano-cucchi-768x420.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/stefano-cucchi.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Dieci anni fa Stefano Cucchi è stato torturato fino alla morte. I giudici lo hanno scritto nella loro sentenza. Non si può mai essere felici quando qualcuno è condannato a dodici anni di carcere, neanche in questo caso. </p>



<p>Si può però essere rinfrancati, finalmente rasserenati e protetti da una decisione che avvicina le istituzioni ai cittadini. Nessuno deve ritenersi infatti al di sopra della legge. Non c’è divisa che tenga. La divisa non è uno scudo penale, non è un fattore di immunità. La divisa è fonte di accresciuta responsabilità. Chiunque svolga una delicata funzione di ordine pubblico, di sicurezza e di custodia deve sentire il peso morale di essere il primo garante della legalità e dei diritti umani.&nbsp;</p>



<p>La parola tortura non ha potuto essere pronunciata dai giudici nel dispositivo della sentenza solo perché in quel lontano 2009 la tortura per il nostro pavido legislatore non era ancora meritevole di essere considerata un delitto. È stata per troppo tempo una parola impronunciabile. La violenza brutale e mortale subita dal povero Stefano ha finalmente trovato dei colpevoli. È stata un’inchiesta difficile, tormentata da tentativi di depistaggi, di omertà diffuse. Ci vorrebbe molta determinazione, pazienza, forza morale dei familiari per andare avanti. Dieci anni ci sono voluti. Due lustri conditi di minacce per i familiari, odio sui social, meschinità e fango su Stefano e sulla sua bellissima famiglia, stremata dal dolore e dalla fatica di sopportare un peso inaspettato, tragico. Non bastava un figlio, fratello torturato a morte. Bisognava anche reagire a chi ha sempre insinuato che tutto sommato Stefano se la fosse andata a cercare. Anche ieri Matteo Salvini, nel commentare la sentenza, ha evocato, mancando di pudore e di rispetto per i familiari, il tema delle sostanze stupefacenti affermando che lui lotterà sempre contro la droga. Solo che ora c’è una sentenza che parla chiaro. Fece bene il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a chiedere scusa a Ilaria a nome dello Stato. Salvini si è invece persino ieri rifiutato di farlo. Lui, che come ogni populista afferma di essere dalla parte del popolo si rifiuta di scusarsi con una famiglia che è anch’essa parte del popolo romano, una famiglia e una sorella contro la quale si era lasciato andare alle sue solite espressioni truci. Il popolo dunque gli volti le spalle, gli ricordi che il popolo è fatto di ragazzi, donne e uomini che lo Stato deve sempre rispettare e proteggere.&nbsp;</p>



<p>Infine, un plauso a quegli investigatori e giudici che hanno creduto nella possibilità di arrivare alla verità storica. Stefano non era morto perché era malato, tossico, scivolato dalle scale. Stefano era morto in quanto pestato, torturato fino a perdere la vita. Ieri, come ha detto Ilaria, Stefano ha riconquistato la pace. Insieme a lui, noi tutti invece abbiamo conquistato un pezzo di fiducia nella giustizia e nelle istituzioni.</p>
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		<title>Che cosa succede al processo contro Mimmo Lucano? Le due udienze di luglio</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Jul 2019 07:54:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(Da www.pressenza.com) Al tribunale di Locri continua il processo contro Lucano, il 10 e il 16 luglio ci sono state altre due udienze, le ultime prima dell’interruzione estiva, per poi riprendere l’11 settembre. Come&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>(Da <a href="http://www.pressenza.com?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.pressenza.com?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="720" height="424" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/io-sto-con-Riace-720x424.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12856" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/io-sto-con-Riace-720x424.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/io-sto-con-Riace-720x424-300x177.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure>



<p>Al tribunale di Locri continua il processo contro Lucano, il 10 e il 16 luglio ci sono state altre due udienze, le ultime prima dell’interruzione estiva, per poi riprendere l’11 settembre. Come avevamo fatto per le <a href="https://www.pressenza.com/it/2019/06/che-cosa-succede-al-processo-contro-mimmo-lucano/?utm_source=rss&utm_medium=rss">tre udienze di giugno</a>, proviamo a dare una valutazione di quanto è successo in queste udienze dal nostro punto di vista di cittadini interessati a monitorare il processo e a farne conoscere all’opinione pubblica la materia viva su cui si incentra. Siamo certi che questa materia sia di vitale importanza per i molti di noi che di Lucano condividono i valori dell’accoglienza, della solidarietà e dell’umanità.</p>



<p>Si tratta di un punto di vista diverso da quello giudiziario; abbiamo già detto che non vogliamo entrare nei meccanismi del processo. E’ chiaro che i rilievi che il presidente Accurso continua a muovere ai testimoni dell’accusa, di imprecisione, confusione, scarsa documentazione, ecc., non ci lasciano indifferenti; sono segnali importanti della volontà dei giudici di ricostruire un quadro di verità, sotto il fumo di supposizioni in cui il processo è nato. Ma il nostro obiettivo è un altro: capire perché si è sparso quel fumo, cosa si vuole effettivamente attaccare e delegittimare. Vogliamo ragionare pubblicamente su cosa esattamente si sta processando, su quali azioni vengono trattate come reati, quali idee additate come illecite, nella misura in cui riteniamo queste azioni e queste idee parte integrante delle nostre libertà.</p>



<p>Innanzitutto, facciamo un po’ di informazione su quanto è avvenuto in queste udienze, visto che gli articoli di stampa sul processo scarseggiano, mentre nei quotidiani governativi impazzano macchine del fango e campagne di disinformazione sugli eventi artistici realizzati a Riace dalle giunte di Lucano.</p>



<p>L&#8217;udienza del 10 luglio si è aperta con le dichiarazioni spontanee di Mimmo Lucano, che per la prima volta ha parlato al processo per dare, ha detto, il suo contributo alla ricostruzione della verità. Ha ricostruito l’integrazione a Riace, mettendo in evidenza il senso del lavoro fatto: coinvolgere migranti e comunità locale in un progetto di cambiamento complessivo, raccordando integrazione e sviluppo locale e adottando una serie di misure di antimafia sociale. Ha rivendicato quel sistema di nuove opportunità di lavoro (laboratori, fattoria didattica, frantoio, turismo solidale) e di servizi (scuole, ambulatorio medico, acqua pubblica, raccolta differenziata) che è stato messo in piedi a Riace e ha permesso a tanti giovani di trovare un’alternativa all’emigrazione. Ha richiamato l’importanza che Riace ha assunto nella regione, rappresentando un punto di sfogo nei momenti più critici degli sbarchi cui volentieri ricorrevano Viminale e Prefettura, al punto che in Prefettura lo chiamavano “San Lucano”. “Io ho assecondato le loro richieste perché quella gente aveva bisogno. Ho sempre detto di sì, anche perché vedevo che Riace stava crescendo, anche esteticamente, diventava più bella, più viva” [citato da A. Candito, La Repubblica 10/7/2019]. Ha rivendicato tutto quello che ha fatto, sottolineando che non si è mai mosso per interesse: “E’ sempre stata solo una missione politica e umana”. Ha poi ripreso i vari passaggi che dalla prima ispezione del 21 luglio 2016 hanno portato alle ispezioni successive, che muovevano rilievi, ma erano anche in contraddizione fra loro, tanto che il prefetto nel 2017 ne dispone una ulteriore più approfondita che riabilita il sistema di Riace. Ha parlato anche apertamente della questione che già è stata al centro delle udienze precedenti, i lungo permanenti: “Io mi rifiuto di pensare che dopo 6 mesi di permanenza di una famiglia si possa mandar via le persone, far interrompere ai bambini la frequenza della scuola, o altro”.</p>



<p>In seguito, nelle due udienze si sono succedute le testimonianze di funzionari della prefettura di Reggio Calabria (Salvatore del Giglio, Maria Grazia Surace, Salvatore Gullì) sulle ispezioni nel CAS e SPRAR di Riace e sulle irregolarità rilevate. Si spazia da affidamenti dei servizi senza gara (ma le gare non erano obbligatorie a quell’epoca), a presenze nel CAS che non avrebbero più dovuto esserci, a rendicontazioni poco convincenti.</p>



<p>Anche qui, come per le precedenti, non è nostra intenzione seguire il dettaglio delle questioni tecniche sollevate; possiamo solo rilevare contraddizioni fra delle premesse in cui si apprezza l’integrazione dei migranti con la comunità locale, e il lungo elenco delle anomalie riscontrate, che però si sperdono in imprecisioni, confusioni, vuoti di memoria e incompetenze di vario genere. La sensazione è che gli ispettori non conoscano il territorio (alcuni di loro non sono nemmeno mai stati a Riace e hanno lavorato su dati riferiti); che non abbiano piena consapevolezza della normativa in vigore nei vari periodi; che non tengano conto della diffusione di certe problematiche nella gran parte dei CAS e SPRAR in Italia; che spesso non conoscano le differenze fra i due sistemi, in particolare in termini di erogazione fondi e rendicontazione. Ne esce un quadro confuso che non aiuta a distinguere il potenziale illecito amministrativo da eventuali responsabilità penalmente rilevanti e fa scattare a più riprese il Presidente Accurso, che deve correggere, precisare il contesto normativo e chiedere maggiore chiarezza e documentazione più consistente.</p>



<p>Questo per l’informazione. Ma nel nostro monitoraggio vogliamo valutare il contenuto che questi rilievi tendono a mettere in discussione; perché se si trattasse solo di irregolarità o errori nel rendicontare, non saremmo in un processo penale. Cos’è dunque che si prende davvero di mira in questa disamina di CAS e SPRAR di Riace? Certo, la storia di CAS e SPRAR nel sistema di accoglienza pubblico in Italia è complessa: rappresentano due livelli, un primo livello di accoglienza straordinaria in centri tenuti dalle Prefetture e un secondo livello affidato ai Comuni, dove dovrebbe realizzarsi un’integrazione diffusa nel territorio. Al termine delle condizioni straordinarie, i soggetti di protezione dovrebbero entrare nel circuito degli SPRAR; in realtà, la sproporzione di posti disponibili rimane molto forte a vantaggio dell’accoglienza straordinaria e crea un imbuto che ostacola il passaggio al secondo livello.</p>



<p>Secondo i Rapporti sulla protezione internazionale in Italia, a fine 2016 il 73% dei richiedenti asilo era nei CAS e solo il 19% negli SPRAR; un anno dopo lo SPRAR era sceso al 15%, mentre i CAS assorbivano più del 77%, sebbene già nel 2016 una circolare ministeriale annunciasse la sparizione dei CAS a favore degli SPRAR. I Rapporti denunciano molta confusione fra i due sistemi e l’insufficienza di posti negli SPRAR; di questi ultimi, denunciano anche i tempi brevi di copertura (6 mesi eventualmente prorogabili), che non sempre bastano ad avviare una vera integrazione. Insomma, chi dovrebbe uscire dall’accoglienza straordinaria ed entrare nello SPRAR molto spesso non può farlo, tanto è vero che si può presentare istanza di deroga per casi specifici.</p>



<p>Questa è la situazione generale in Italia. Vista attraverso le ispezioni a Riace, però, serve a far riapparire, nei confini incerti fra le due istituzioni, quella figura che già abbiamo visto nelle udienze precedenti essere al centro delle accuse a Lucano: i lungo permanenti, che lui stesso dichiara apertamente di aver tenuto a Riace e per i quali ha presentato molte domande di deroga allo SPRAR, almeno in parte accettate. La questione dei lungo permanenti si gioca tutta qui, nel gioco ad incastro fra le due istituzioni dell’accoglienza e nelle loro fragilità. Se non ci sono posti disponibili nello SPRAR, restano al CAS, stabiliva la circolare Morcone fino al 2016 e i Rapporti confermano che è successo così anche molto dopo quella data; ma non avendo più diritto, la Prefettura non riconosce più i fondi (dice Surace che ad un certo punto si accorgono che 37 persone non dovevano più essere nel CAS e decurtano i fondi). Dunque se restano a Riace, restano praticamente a spese del Comune; né tolgono posti ad altri, visto che sono fuori dal CAS e che il Comune di Riace, come ammette Surace, non ha mai rifiutato di accogliere qualcuno ogni qualvolta la Prefettura glielo ha chiesto. Se invece sono nello SPRAR, e i 6 mesi del progetto non sono sufficienti a metterli in una condizione di autonomia, restano a Riace perché Lucano si rifiuta di mandarli via per “serie e gravi ragioni umanitarie”; ma anche qui non ci sono più fondi a loro destinati in quanto il progetto SPRAR è terminato.</p>



<p>Insomma, i lungo permanenti di Riace non comportano altri costi, sembrano essere un reato di per sé.</p>



<p>In sostanza l’anomalia rappresentata dai lungo permanenti si conferma come il centro anche di queste deposizioni, ma neanche queste deposizioni riescono a fondare il sospetto che siano stati fonte di lucro. Anzi, a più riprese il Presidente rileva una carenza di controlli da parte della Prefettura, che pare accorgersi tutt’a un tratto di irregolarità fino ad allora tollerate e altrove evita perfino di perseguirle. Torna allora con forza la domanda da cittadini che ci siamo già poste: tener conto della vulnerabilità delle persone e quindi dei tempi loro necessari per riconquistare un’autonomia di esistenza è un dovere di umanità, o un reato? Non potrebbe essere questo il cuore di una politica migratoria diversa, che rispetti i diritti umani e il dettato costituzionale? E’ in questo senso che nel processo a Lucano crediamo siano in gioco le nostre libertà.</p>



<p><strong>Donatella Murolo Latella, Giovanna Procacci, Marcella Stagno (Comitato Undici Giugno)</strong></p>
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		<title>Che cosa succede al processo contro Mimmo Lucano?</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Jun 2019 07:03:25 +0000</pubDate>
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<p>di Giovanna Procacci (Comitato 11Giugno)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="360" height="140" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/download.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12721" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/download.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 360w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/download-300x117.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /></figure></div>



<p>L’11 giugno scorso è iniziato presso il tribunale di Locri il processo a Mimmo Lucano, ex-sindaco di Riace, e ad altre 26 persone. E’ iniziato in un clima surreale, una città blindata, reparti speciali, un tribunale protetto dietro sbarramenti di poliziotti, qualcosa di mai visto, assicurano tutti, nemmeno in occasione del processo alla ‘ndrangheta di S. Luca per la strage di Duigsburg. Un processo “speciale dunque, come si evince anche dalla costituzione in parte civile del Viminale e della prefettura di Reggio Calabria; neanche questo era mai successo nei processi di ‘ndrangheta.<br>Subito si è deciso d’altronde che le telecamere non potranno più entrare fino al giorno della sentenza; il processo sarà dunque speciale ed oscurato. Intanto il calendario delle udienze va avanti spedito; le prossima udienze saranno il 10 e il 16 luglio; c’è una prima pausa di tre settimane di cui possiamo approfittare per provare a fare una prima sintesi. Non siamo né avvocati, né giudici, né esperti e nemmeno giornalisti. Siamo semplici cittadini osservatori di un processo che ci riguarda, nella misura in<br> cui consideriamo quanto realizzato a Riace un esempio alto di civiltà dell’accoglienza, ma anche di un processo che rischia di non dare sufficienti garanzie di pubblicità. Per questo consideriamo nostro compito monitorare ciò che vi succede, informare e mantenere viva l’attenzione pubblica, mettendo sul tavolo le domande che noi ci facciamo, il senso che diamo a quanto emerge, una valutazione “di cittadinanza” che segua il filo del dibattimento, al di là dei suoi esiti giudiziari.<br>Nel corso delle prime tre udienze si è avviato l’esame delle carte presentate dalla procura per richiedere il rinvio a giudizio. Sono state ascoltate le testimonianze dei funzionari del servizio Sprar<br> (Enza Papa, Sergio Trolio, Enrico Broglia, Maisto), che hanno raccontato le numerose ispezioni svolte a Riace fra il luglio 2016 e il 2018. Sarà pure vero che, come ha osservato a più riprese il presidente del tribunale Fulvio Accurso, i loro racconti restano generici, pieni di vuoti e non evidenziano responsabilità soggettive, come invece dovrebbero fare per superare con chiarezza il confine delle irregolarità amministrative e individuare eventuali responsabilità di carattere penale. Ma dal nostro punto di vista di cittadini, conta di più il fatto che queste testimonianze mettono esattamente in luce il senso delle accuse che si sono abbattute su Lucano e Riace. Insomma, siamo già entrati nella materia<br>viva del processo e allora vediamo di mettere insieme gli elementi che abbiamo a disposizione per una nostra valutazione.<br> Riace è stato uno dei primi progetti di accoglienza e integrazione in Italia, attivo dalla nascita del Piano nazionale asilo (Pna) e poi dello Sprar, istituito dalla legge 189 del 2002. Il progetto di Riace è stato uno dei primi finanziati nel 2002. “La storia del paese si è sovrapposta a quella dello Sprar”, osserva Gianfranco Schiavone, uno degli ideatori del sistema Sprar. Per anni Riace ha funzionato da modello ispiratore sia del sistema nazionale dello Sprar, sia della legge regionale calabra approvata nel 2009, sia localmente nella misura in cui, grazie all’esempio di Mimmo Lucano, molti sindaci calabresi hanno capito che l’accoglienza poteva aiutare a ripopolare i borghi. Così la Calabria è diventata la terza regione d’Italia per il numero degli Sprar, come spiega Giovanni Maiolo della Rete dei Comuni Solidali, con ben 126 Sprar su 113 Comuni. Gli Sprar hanno aiutato, in un territorio con una forte presenza della criminalità organizzata, a evitare che in alcuni contesti i fondi per l’accoglienza venissero dirottati.<br>Improvvisamente, dopo tanti anni di collaborazione con il sistema Sprar, nel 2016 cominciano le ispezioni che rilevano gravi anomalie. Gli strali dei funzionari che ne riferiscono in aula si concentrano<br> in particolare su tre punti: le cosiddette “borse lavoro”, i bonus (o moneta locale) e il database degli assistiti.<br> Prendiamo le borse lavoro, che sono cruciali nel modello Riace. Pare abbiano contato parecchio per quei 14 punti di penalità attribuiti al Comune di Riace per “erogazione di servizi a favore di soggetti diversi da quelli ammessi all’accoglienza”. Perché diversi? E chi sono? Per capirlo, partiamo dal problema a cui le borse lavoro vogliono risponder: la durata dei percorsi di integrazione che nel<br>sistema Sprar è di 6 mesi, eventualmente prorogabili. Come ammette lo stesso ufficio centrale, solo una persona su due riesce a raggiungere una condizione di autonomia nei tempi previsti dal sistema. Il 50% di fallimenti non è una piccola percentuale. E allora cosa fare degli altri? Ai rilievi critici mossi al<br> Comune sui tempi lunghi di permanenza oltre il termine previsto, Riace rispondeva che in alcuni casi “non era possibile cessare con immediatezza l’accoglienza per serie e gravi ragioni umanitarie,<br> trovandosi di fronte a nuclei famigliari con minori, anche piccolissimi, a persone malate o vulnerabili che ancora non avevano nessun luogo in cui andare”. Ecco allora chi sono i “soggetti diversi da quelli ammessi all’accoglienza”. Insomma, Lucano si rifiutava di “licenziare” le persone allo scadere del progetto Sprar, di lasciarle partire per S. Ferdinando o altri ghetti del genere, alla ricerca di un lavoro da schiavi. Con le borse lavoro, riusciva a prolungare con un inserimento lavorativo il periodo di soggiorno a Riace, per aiutarli a raggiungere una vera autonomia. A Riace ci sono sempre stati i cosiddetti “lungo permanenti”, e alla luce del sole; nel 2017 l’ufficio Sprar ne aveva autorizzati 15 su 22 richiesti, pur continuando a ritenere che rappresentassero un problema. Non è stata dunque una scoperta delle ispezioni, lo si è sempre saputo. E non si è trattato nemmeno di uno sperpero di denaro pubblico,<br>perché le risorse economiche fornite dal ministero riuscivano a coprire tutto – accoglienza, servizi e borse lavoro. É proprio il principio che non va; devono andare via, anche se non sono ancora in condizioni di condurre una vita lavorativa autonoma, devono restare ospiti, e non inserirsi nella comunità come dei pari.<br>Peraltro le borse lavoro sono anche essenziali a quell’idea che è la chiave di volta del modello Riace,  che fa del lavoro di integrazione degli stranieri un’opportunità di sviluppo locale per rivitalizzare una comunità che si stava spegnendo e creare un’alternativa all’emigrazione, in particolare per i giovani. Il contributo del lavoro degli stranieri ha permesso di riaprire i laboratori, di sviluppare i servizi, di riqualificare il territorio urbano, di riavviare l’economia e dare lavoro anche ai riacesi. Nei venti anni del<br> lavoro di accoglienza, il borgo è stato restaurato, il degrado urbano ha lasciato spazio ad opere pubbliche importanti, intere aree sono state bonificate, il frantoio, la fattoria didattica, i luoghi del<br> turismo solidale organizzati, e un lavoro importante di stimolazione culturale ha accompagnato i riacesi verso una comunità aperta.<br>Questa rivitalizzazione dell’economia locale aveva bisogno di uno strumento, i bonus. Non sono una moneta, ma qualcosa di molto simile ai buoni pasto che conosciamo tutti. Due gli obiettivi: rispettare l’ospite come un soggetto attivo di libere scelte, anziché passivo destinatario di un pacco alimentare e alimentare il mercato locale, con delle ricadute dirette su produttori e commercianti. Ma questi obiettivi richiedono tempismo e regolarità nell’arrivo dei fondi, oppure degli strumenti, come i bonus, che li anticipino in modo fittizio grazie a dei patti che sono stati nuove occasioni di avvicinare gli interessi degli ospiti a quelli dei riacesi. I bonus rimettono in movimento un sistema economico e creano legami<br> positivi fra autoctoni e ospiti. Non è solo a Riace che ci si è posti la questione di far sì che il denaro destinato ai rifugiati permettesse loro di sostenere l’economia del luogo in cui sono ospitati; anzi, sono<br> molti gli studi che dimostrano che un’integrazione efficace si ottiene dando non cibo, ma soldi per alimentare il mercato locale. Give cash, no food, è il primo principio stabilito dal prof. J. Edward Taylor nella sua ricerca per la Harvard Business Review nel 2016, insieme al secondo principio fondante, Promote long term integration, dare cioè il tempo necessario per integrarsi al fine di<br>consentire un importante ritorno economico per il paese. Sembra la descrizione del modello Riace!<br>Infine il database. È stato detto in aula che era tenuto in modo caotico e insufficiente. Può darsi, ma si tratterebbe di irregolarità amministrative. Invece a noi interessa la questione non formale che viene sollevata e che va nella stessa direzione delle accuse sulle borse lavoro: anche qui riappaiono dei “soggetti diversi da quelli ammessi all’accoglienza”. Il database dimostrerebbe infatti che a Riace erano accolte più persone di quante non ne finanziava il sistema Sprar! Altro che distrazione dei fondi pubblici per l’accoglienza! Addirittura con gli stessi fondi si aiutavano più persone del previsto! Tanto di cappello! E passi pure sotto silenzio che molto spesso queste persone venivano accolte su richiesta<br> urgente della prefettura di Reggio Calabria, oggi parte civile contro Lucano. Ma la nostra domanda sui rilievi a proposito del database è un’altra: è un reato accogliere quante più persone si può con quello<br>che si ha a disposizione? O non c’è forse qui un’indicazione di merito che viene da Riace, per cui un sistema consolidato di accoglienza e integrazione può permettersi economie di scala che gli<br>consentono di fare di più del previsto?<br>Come sappiamo tutto verrà rimesso in discussione, perché il TAR Calabria ha deciso che la chiusura dello Sprar di Riace è stata illegittima, proprio perché è avvenuta con un cambiamento di rotta<br>improvviso rispetto a pratiche note e tollerate da anni. Ma indipendentemente da quanto decideranno i tribunali coinvolti, spetta a noi cittadini ragionare su quale sia il senso di quelle pratiche che, all’improvviso, vengono attaccate a tal punto da diventare le basi di accuse gravissime sul piano<br> penale. Le borse lavoro, i “lungo permanenti”, nascondono una questione cruciale: è accettabile che il sistema di integrazione italiano sia a breve termine, come previsto dallo Sprar, e che alla fine del periodo le persone siano abbandonate a se stesse? O non dovremmo invece batterci perché vengano messe in piedi delle politiche di integrazione a medio e lungo termine, le uniche in grado di costruire autonomia individuale e legami comunitari? Per attuare finalmente l’art.10 della nostra Costituzione, che stabilisce il dovere dello Stato costituzionale di dare asilo al rifugiato, il che vuol dire proteggerlo e accompagnarlo verso un’integrazione piena nella comunità in cui vive.</p>
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		<title>Caso Cucchi, quando la verità vince sulla demagogia</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Oct 2018 04:56:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione per i Diritti umani esprime solidarietà a Ilaria Cucchi e alla sua famiglia e condanna ogni tipo di minaccia e intimidazione. Pubblichiamo un articolo del Presidente dell&#8217;associazione Antigone, Patrizio Gonnella. Giustizia. La famiglia&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Associazione</strong></em> <strong><em>per i Diritti umani</em></strong> esprime solidarietà a Ilaria Cucchi e alla sua famiglia e condanna ogni tipo di minaccia e intimidazione.</p>
<p>Pubblichiamo un articolo del Presidente dell&#8217;associazione Antigone, Patrizio Gonnella.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Cucchi_Anselmo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11542" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Cucchi_Anselmo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="800" height="533" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Cucchi_Anselmo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Cucchi_Anselmo1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Cucchi_Anselmo1-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></p>
<p><strong><em>Giustizia. La famiglia di Stefano Cucchi ha creduto fino in fondo nella legge, si è affidata ai giudici e alle istituzioni, si è mossa nel solco della legalità. Viceversa, coloro che hanno detto che per principio erano dalla parte dei carabinieri hanno manifestato una cultura che disprezza la legalità</em></strong></p>
<p><strong>di Patrizio Gonnella, il manifesto del 12 ottobre 2018</strong></p>
<p>Il processo per l’omicidio di Stefano Cucchi resterà nella storia della giustizia italiana. Una storia fatta di violenza istituzionale, di morte, di coperture, di silenzi, di indifferenza, di opacità ma allo stesso tempo di determinazione, di forza morale, di rottura del muro della reticenza. Verità processuale e verità storica si stanno lentamente approssimando nonostante le umiliazioni e le dichiarazioni di quei politici che hanno urlato nel tempo una verità dogmatica e stereotipata.</p>
<p>Oggi, di fronte alla confessione di uno dei carabinieri che ha ammesso le violenze sul corpo di Stefano, sanno di ridicolo e tragico quelle frasi che si sono sentite nell’etere e lette sui social. C’è chi disse: «É morto perché era anoressico» (Carlo Giovanardi), chi chiedeva alla famiglia di Stefano «dove era quando lui si drogava» (Maurizio Gasparri), chi affermava che Ilaria Cucchi «mi fa schifo» (Matteo Salvini). A nove anni dalla morte di Stefano Cucchi ci sono tre parole, di cui una composta, che vengono esaltate da questa storia: empatia, spirito di corpo, legalità.</p>
<p>Da alcune settimane il bellissimo film di Alessio Cremonini Sulla mia pelle, delicato ma rigoroso allo stesso tempo, sta riempiendo le sale cinematografiche, le piazze, le università. Gruppi di persone organizzano visioni comunitarie in luoghi pubblici e privati. Ragazzi e ragazze, anche molto giovani, vedono il film e restano senza parole, immedesimandosi in Stefano e in sua sorella Ilaria. L’empatia è un motore che ha una forza dirompente. Favorisce processi di indignazione. Ha la capacità di trasformarsi in valanga. Stefano Cucchi è sentito come un amico o un fratello nei licei, nelle università, nelle palestre e negli stadi. Ilaria è diventata una sorella di tutti quelli che vogliono giustizia, che credono che non si possa morire ammazzati, pestati a sangue, in una camera di sicurezza delle forze dell’ordine.</p>
<p>Non tutti però sono Stefano. Non tutte però sono Ilaria. Non sempre l’empatia porta a giustizia. In questo caso invece sta accadendo un fatto straordinario, ossia la giustizia (e ne siamo grati alla procura di Roma) si è messa al servizio delle vittime di tortura. Accade raramente. Anche perché spesso a vincere è lo spirito di corpo, primo nemico della verità. Ieri, con la confessione di uno dei carabinieri coinvolti nel pestaggio, si è definitivamente rotto lo spirito di corpo nell’Arma. I fatti di violenza o di tortura avvengono molto spesso in circostanze tali per cui gli unici testimoni possibili sono altri poliziotti o carabinieri. Solo se si rompe il vincolo di colleganza, tanto più quando la vittima del pestaggio muore, la verità storica potrà uscire fuori.</p>
<p>Ma affinché lo spirito di corpo si incrini ci vogliono messaggi inequivocabili di trasparenza da parte dei vertici delle forze di Polizia, ci vuole la rottura dell’indifferenza da parte dell’opinione pubblica (quell’indifferenza che ha fatto chiudere gli occhi a quei tanti funzionari che hanno fatto finta di non vedere il volto tumefatto di Stefano che stava morendo di dolore), ci vogliono sindacati di Polizia che caccino i loro iscritti infedeli alla Costituzione e alla divisa indossata, ci vogliono procuratori che non guardino in faccia nessuno, ci vogliono governanti e politici che non siano ambigui nei loro messaggi di legalità.</p>
<p>La terza parola è legalità. La legalità è una. É inammissibile una legalità doppia. Non esistono persone immuni dalla legge. La legge non è un totem, può ben essere criticata. La legalità comprende in sé la critica alla legalità. Una cosa però non è accettabile, ossia che la legalità sia mitizzata, esaltata e applicata a senso unico. Caserme di Polizia e carceri sono i luoghi dove più di altri dovrebbe essere rispettata la legge. Non si può nel nome della legge violarla impunemente.</p>
<p>La famiglia di Stefano Cucchi ha creduto fino in fondo nella legge, si è affidata ai giudici e alle istituzioni, si è mossa nel solco della legalità. Viceversa, coloro che hanno detto che per principio erano dalla parte dei carabinieri hanno manifestato una cultura che disprezza la legalità. La legalità si può criticare, ma è una sia per lor signori che per tutti gli altri.</p>
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		<title>23 maggio 2018, ventisei anni senza Falcone: le sue idee che camminano con noi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2018 08:30:41 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10756" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="453" height="434" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 453w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189-300x287.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 453px) 100vw, 453px" /></a></b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">di Valentina Tatti Tonni</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">&lt;&lt;Sono un cadavere ambulante&gt;&gt;, era il 1986 quando Giovanni Falcone disse queste parole alla sorella, conscio del pericolo che correva. Era l’anno in cui sposò l’amore della sua vita, Francesca Morvillo, anche lei magistrato.</p>
<p align="JUSTIFY">A Palermo con l’amico Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, nel 1983 grazie all’intuizione del procuratore capo Rocco Chinnici appena assassinato con un’autobomba, Antonino Caponnetto raccolse i pezzi e di fronte alla minaccia quotidiana introdusse il sistema del pool antimafia. Proprio come avrebbe voluto anche il defunto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Neanche un anno dopo, il cosiddetto “boss dei due mondi” Tommaso Buscetta, il super pentito, andò a colloquio con Giovanni Falcone e cominciò a parlare. Gli parlò della famiglia di Porta Nuova, uno dei mandamenti di Palermo, dell’ascesa dei corleonesi, dei rapporti con la Banda della Magliana, dei rapporti con la politica. Queste dichiarazioni, unite alle indagini, permisero di istruire il maxiprocesso contro 475 presunti affiliati a Cosa nostra e a portarli alla sbarra. Il processo fu di portata talmente grande da rimbalzare nei medium di gran parte del mondo, tanto da risuonare agli occhi di chi non lo aveva vissuto quasi incredibile, una farsa. Ma il processo aveva ben altre intenzioni: dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza della mafia.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 10 febbraio del 1986 dall’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo, il carcere costruito a metà Ottocento che nell’idea originaria del filosofo inglese Jeremy Bentham avrebbe dovuto riabilitare il detenuto, il processo ebbe inizio. L’accusa aveva dalla sua parte circa ottomila pagine di incartamento. La sentenza di primo grado arrivò nel 1987 e dichiarò l’ergastolo per diciannove imputati mentre ne assolse centoquattordici. Nel 1990 sette dei diciannove ergastoli furono annullati dalla Corte d’Appello. La Cassazione, ultimo grado di giudizio, nel gennaio 1992 emise la sentenza definitiva ripristinando quella di primo grado. Il “teorema Buscetta”, come era stato fino ad allora chiamato, era diventato realtà effettiva. Nessuno più avrebbe potuto andare contro questa verità assoluta, o almeno così si credeva. In alcuni luoghi alla presa di coscienza ha fatto spazio l’omertà.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma non per il momento, nel 1992, perché come ebbe a dire Falcone: &lt;&lt;E’ un fatto storico: questo evento ha spezzato il mito dell’impunità della mafia&gt;&gt;.</p>
<p align="JUSTIFY">Una volta che il Partito Comunista fosse rinato sotto altre vesti dopo la caduta del Muro di Berlino e successivamente dopo la caduta dell’Unione Sovietica, in Italia avrebbe preso ancor più piede un partito: la Democrazia Cristiana che proprio nell’89 vide salire sulle poltrone del potere Giulio Andreotti. Fu lui nel 1991 a chiamare Giovanni Falcone al Ministero di Grazia e Giustizia per riformare il sistema giudiziario in vista di una maggiore tutela dalla criminalità organizzata. Che fosse stato un gesto di facciata per allontanarlo dalla Sicilia, non ci è dato sapere, fatto sta che questo gli gettò addosso sia diffidenza che ammirazione. C’era infatti chi riteneva il trasferimento di Falcone a Roma come un gesto di mero opportunismo da parte del giudice. Naturalmente non era così e presto i maligni, con i risultati alla mano, dovettero tornare sui propri passi.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcune delle misure che Falcone introdusse in favore della lotta alla mafia riguardarono ad esempio il riciclaggio di denaro sporco, lo scioglimento dei Comuni per mafia, i reati a stampo mafioso che evitavano la scarcerazione agli imputati in attesa di conclusione dell’iter processuale, nonché l’istituzione della Direzione investigativa antimafia (Dia) con l’obiettivo di coordinare tutte le forze dell’ordine contro tutti i livelli di criminalità organizzata, dalla mafia all’ndrangheta e alla camorra. La Dia com’è noto è divisa in distretti, cioè in territori e in città (Dda, Direzione distrettuale antimafia), coordinata a sua volta da un nucleo centrale (Dna, Direzione nazionale antimafia) tutte in stretto collegamento tra loro, in modo da sopperire alla mancanza del pool antimafia che era stato di fatto smantellato.</p>
<p align="JUSTIFY">Molti i nemici di Falcone tra il maxiprocesso e le nuove leggi. Lui lo sapeva, quando disse alla sorella di sentirsi un cadavere ambulante. Lo sapeva già nel 1989 dopo il fallito attentato o semplice avvertimento da parte di Riina e i suoi all’Addaura: vicino alla sua casa vacanze fu trovata una borsa con dei candelotti di dinamite inesplosi. Sapeva che prima o poi lo avrebbero ucciso.</p>
<p align="JUSTIFY">Andiamo via per il weekend? Qualcuno lo avrà chiesto e così i coniugi Falcone partirono con gli uomini della scorta. Era il 23 maggio 1992. Un’esplosione, un boato. Un tratto dell’autostrada che dall’aeroporto conduce a Palermo, allo svincolo per Capaci, non c’era più. Nelle redazioni e nelle case i telefono cominciano a squillare, si teme il peggio. Alle 17.57 non c’era più molto da fare. Mentre i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinarom, erano stati investiti dall’onda esplosiva e quindi erano morti sul colpo, Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo moriranno in ospedale quella sera. Eccola, la strage di Capaci tra veri e occulti mandanti.</p>
<p align="JUSTIFY">E’ a loro, alle vittime innocenti, che rendiamo merito e ossequio ogni anno da quel giorno.</p>
<p align="JUSTIFY">Quest’anno si parte con la nave della legalità da Civitavecchia, gli incontri a Roma, Milano, Forlì, Bologna, Brescia e Catania.</p>
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<div id=":2" dir="LTR">
<table style="height: 5px;" border="0" width="5" cellspacing="0" cellpadding="0">
<colgroup>
<col width="643" /></colgroup>
<tbody>
<tr>
<td width="643"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</div>
<p align="JUSTIFY">L’iniziativa lanciata dal Ministero dell’Istruzione e dalla Fondazione Falcone, “Palermo chiama Italia”, riunisce migliaia di studenti e cittadini nelle strade e nelle piazze del capoluogo siciliano per gridare il dissenso verso la mafia, amando quelle idee che continuano a camminare sulle nostre gambe ancor oggi. Il 23 maggio poi ci sarà una commemorazione istituzionale allestita proprio nella verde aula bunker dell’Ucciardone, il “Grand Hotel” di cui si facevano beffa i mafiosi prima che qualcuno venisse a metterli in riga.</p>
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		<title>Trattativa Stato-mafia: in nome del Popolo Italiano, la Corte condanna</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2018 12:02:00 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2018/04/23/trattativa-stato-mafia-in-nome-del-popolo-italiano-la-corte-condanna/">Trattativa Stato-mafia: in nome del Popolo Italiano, la Corte condanna</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/sentenza-trattiva-stato-mafia-300x125.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10559" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/sentenza-trattiva-stato-mafia-300x125.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="125" /></a> </b></span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">di Valentina Tatti Tonni</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">5 anni di processo e 220 udienze. Infine venerdì 20 aprile 2018 la Corte d&#8217;Assise di Palermo sezione seconda presieduta da Alfredo Montalto, ha emesso la sentenza riguardo la Trattativa Stato-mafia. </span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Commozione e applausi durante la lettura. Condannati i boss Leoluca Bagarella a 28 anni e Antonino Cinà a 12 anni, gli ex alti ufficiali del Ros Giuseppe De Donno (8 anni), Mario Mori (12 anni) e Antonio Subranni (12 anni), l&#8217;ex senatore Forza Italia Marcello Dell&#8217;Utri (12 anni) e il testimone imprenditore Massimo Ciancimino, figlio di Vito, (8 anni). Assolto l&#8217;ex ministro Nicola Mancino perché il fatto non sussiste. Prescrizione per il pentito Giovanni Brusca e naturalmente archiviazione per Totò Riina causa decesso. Stabilito dai giudici un risarcimento di tutti gli imputati in solido tra loro di 10 milioni di euro per danni nei confronti della presidenza del consiglio, il risarcimento in favore delle altri parti civili (Presidenza Regione Siciliana, Comune di Palermo, Centro Studi Iniziative Culturali Pio La Torre, Libera) e per l’associazione per le vittime della strage di via dei Georgofili; Massimo Ciancimino condannato anche al risarcimento in favore di Giovanni De Gennaro; inoltre tutti condannati al risarcimento in favore delle parti civili delle spese processuali. </span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Oggettivamente disattese le richieste di dare pene pesanti agli imputati, fatte durante la requisitoria, ci si augura non vengano ribaltate in appello; le motivazioni della sentenza arriveranno fra 90 giorni.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Ora finalmente c&#8217;è la prova scritta e indelebile di uno Stato piegato alle richieste di Cosa nostra per far tacere le stragi. Mentre Falcone e Borsellino saltavano in aria, boss e funzionari di Stato facevano affari tra loro negoziando: la mafia, &#8220;l&#8217;invenzione letteraria&#8221;, era diventata realtà legittimata sotto i detriti delle bombe. Come ha dichiarato il Pm Nino Di Matteo ascoltato fuori dall’aula bunker dopo la sentenza: “Che la trattativa c’era stata, veramente non c’era bisogno della sentenza di oggi per dirlo. La sentenza di oggi dice che qualcuno dello Stato ha contribuito con Bagarella, con Riina e con gli altri stragisti a trasmettere ai governi in carica le richieste di Cosa nostra, e questo è molto grave”. Un negoziato subdolo il cui cuore “è negli appalti”, come ha recentemente detto Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, a Salvo Palazzolo di Repubblica, che sia “</span></span></span><span style="color: #4d4d4d;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">lecito pensare che anche il depistaggio sulla morte di mio padre sia stato frutto della trattativa&#8221;.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Già lo scrittore Andrea Camilleri intervistato nel 2010 da Carlo Lucarelli parlò di come “sradicare la mentalità mafiosa che è la protezione a tutti i costi dell’amico, la protezione a tutti i costi di un beneficio raggiunto, il far raggiungere illegalmente certe posizioni a persone che non lo meritano. Tutto questo è mafioso… si è portatori sani di mafia”. Sull’avvicinamento tra Stato e mafia, Camilleri commentava: “Il vecchio mafioso prima di ricorrere all’uso delle armi, trattava. Erano abilissimi e bravi diplomatici in questo senso e trattavano con tutti. Se una trattativa c’è stata tra Stato e mafia, bisogna vedere chi si è seduto al tavolo delle trattative e quali erano le </span></span></span><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>commentatizie</i></span></span></span><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> di chi si sedeva al tavolo delle trattative”. </span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>L’ipotesi investigativa della Trattativa si fece strada proprio per sradicare la mentalità mafiosa e per legare i fatti accaduti nel biennio 1992-93. </b></span></span></span><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Così come disse il giornalista Francesco La Licata, sempre nel 2010: “…dalle ultime risultanze investigative a proposito delle stragi di mafia, consegna all’opinione pubblica un quadro diverso da quello che nel corso degli anni era stato dato sui rapporti istituzionali di Cosa nostra. (…) Viene fuori semmai un’organizzazione criminale, una Cosa nostra, quasi che si sia prestata nel corso degli anni a fare da service a interessi superiori, che fossero anche politici, economici o istituzionali, una sorta di service del malaffare a cui rivolgersi per fare il cosiddetto lavoro sporco”. </span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Ed è stato proprio così. </span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">A sentir parlare la prima volta di Trattativa, cioè nel momento in cui il presagio di una negoziazione ha smesso di essere un’ipotesi e si è concretizzata, è stato Giovanni Brusca (u verru), figlio del boss Bernardo, che prima di redimersi diventando pentito o collaboratore di giustizia era stato condannato a più di cento omicidi, compreso quello del piccolo Giuseppe Di Matteo ed esecutore materiale della strage di Capaci in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">scorta </span></span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Montinaro?utm_source=rss&utm_medium=rss"><span style="color: #00000a;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Antonio Montinaro</span></span></span></a><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">, </span></span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Rocco_Dicillo?utm_source=rss&utm_medium=rss"><span style="color: #00000a;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Rocco Dicillo</span></span></span></a><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> e </span></span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Vito_Schifani?utm_source=rss&utm_medium=rss"><span style="color: #00000a;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Vito Schifani</span></span></span></a><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">. Nel 1996, stesso anno dell’arresto, cominciò a parlare: aveva sentito parlare della Trattativa tra Riina e alcuni funzionari di Stato durante gli omicidi di Falcone e Borsellino. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo la ricostruzione della Procura, a cui la Corte ha infine dato ragione, ci sarebbe stata una prima trattativa nel 1992 tra i carabinieri del Ros, Mori e De Donno, e l’ex Sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino (per tutti don Vito) che avrebbe consegnato loro le richieste di Totò u curtu (Riina) per fermare le stragi. Dopo l’arresto di Riina nel 1993 ci sarebbe stata una seconda Trattativa, questa volta tra Bernardo Provenzano e Marcello Dell’Utri: urgevano favori che Berlusconi avrebbe accolto, mentre esplodevano le bombe tra Roma, Firenze e Milano.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/Basilio-Legale-Mori-625x350.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="wp-image-10560 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/Basilio-Legale-Mori-625x350.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="253" height="142" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/Basilio-Legale-Mori-625x350.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 625w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/Basilio-Legale-Mori-625x350-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 253px) 100vw, 253px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Così, nel 2009 le procure di Caltanissetta e Palermo hanno iniziato le indagini per istruire il processo, la cui prima udienza si è svolta il 29 ottobre 2012 grazie al lavoro dei pubblici ministeri </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene. Al termine del dibattimento avvenuto nel </span></span><span style="color: #1d2129;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">2017, in dicembre è iniziata la requisitoria cioè le richieste in atto d’accusa presentate alla Corte dai pubblici ministeri </span></span></span><span style="color: #252525;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Francesco Tartaglia.</span></span></span><span style="color: #252525;"><span style="font-family: Arial, serif;"> </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #ff0000;">QUI POTETE LEGGERE LA SENTENZA:</span> <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/sentenza-trattativa.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">sentenza-trattativa</a></p>
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