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	<title>governatore Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Attentato nel Nord Kivu: le testimonianze raccolte dalla Dire</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 08:24:47 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2021/02/nord-kivu-nigrizia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Attentato nel Nord Kivu: le testimonianze raccolte dalla Dire"/><figcaption>(Foto di Nigrizia)</figcaption></figure>



<p>(da pressenza.com) </p>



<p><em>Riportiamo integralmente alcuni dispacci della redazione esteri dell’Agenzia Dire sull’attentato in cui ha perso la vita l’ambasciatore italiano, il suo autista e la sua scorta.</em></p>



<p>“L’agguato al convoglio è stato molto probabilmente condotto da miliziani delle Forces democratiques de liberation du Rwanda, le Fdlr”. Così all’agenzia Dire il governatore del Nord Kivu, Carly Nzanzu Kasivita, che punta il dito contro forze ruandesi in campo già durante il conflitto di fine anni Novanta.</p>



<p>“E’ la tesi più probabile”, insiste l’amministratore, sottolineando che i miliziani hanno rifugi nella zona del Parco nazionale del Virunga.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Il governatore esprime “profonda tristezza” per la morte dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, rimasti uccisi insieme a Mustapha Milambo, l’autista del Word Food Programme (Wfp). La delegazione doveva visitare una missione umanitaria dell’Onu nel Nord Kivu.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Il governatore, che nella mattinata ha parlato con i sopravvissuti all’imboscata, ricostruisce l’accaduto: “I veicoli sono stati assaltati lungo la strada nazionale che da Goma porta a Beni da uomini armati che hanno aperto il fuoco colpendo le due autovetture. Dopo averli fermati, i miliziani hanno costretto tutti a seguirli: il loro obiettivo probabilmente era portare l’intera delegazione nel cuore della foresta. Chiedevano di camminare in fretta”.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Durante il cammino, tuttavia, il gruppo sarebbe stato intercettato da una pattuglia dei ranger del Virunga, dispiegati sia per contrastare i gruppi armati che popolano il parco nazionale, il più grande del Congo, sia per contrastare il traffico illecito di merci e il bracconaggio.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Secondo Kasivita, i ranger erano stati allertati in seguito all’assalto al convoglio e con loro erano giunti a dare sostegno anche militari dell’esercito. Ne sarebbe seguito uno scambio a fuoco. Gli assalitori, però, riferisce il governatore, “hanno preferito sparare anche contro gli ostaggi”.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Kasivita conclude: “Le guardie forestali sono riuscite a liberare gli altri, portando d’urgenza i feriti in ospedale dove però, appena giunto, l’ambasciatore è deceduto”.</p>



<p>“Lungo la strada operano gruppi ribelli, come le ex Fdlr ruandesi, ma anche combattenti congolesi come i Mai mai e soprattutto banditi comuni, che colpiscono solo per rapinare; in più tratti, prima e dopo il settore di Kanya Bayonga, la scorta è essenziale”: così all’agenzia Dire Etienne Kambale, direttore dell’ong Fondation Point de vue de Jeunes Africains pour le Developpement.</p>



<p>La sua voce arriva da Goma, il capoluogo del Nord Kivu dove stamane sono morti in seguito a un agguato l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, 44 anni, origini lombarde, e il carabiniere Vittorio Iacovacci, 30 anni, nato in provincia di Latina.</p>



<p>Secondo ricostruzioni condivise con la Dire, l’episodio si è verificato nel settore di Kilimanyoko, a una ventina di chilometri da Goma, lungo l’asse che porta verso nord in direzione del territorio di Beni.</p>



<p>“Sulla strada ci sono aree considerate più sicure, dove ribelli e banditi non si spingono anche perché ci sono posti di blocco delle Fardc, le Forze armate congolesi” sottolinea Kambala. Convinto che però le zone offlimits o ad alto rischio siano diverse. “Una delle aree più pericolose – dice -è quella di Kanya Bayonga, nella direzione del Parco nazionale della Virunga”.</p>



<p>Secondo Kambale, ad alimentare l’insicurezza sono spezzoni delle Fdlr, le Forces democratiques de liberation du Rwanda, un gruppo composto perlopiù da ribelli hutu, già comandato dal generale Sylvestre Mudacumura, ucciso da forze congolesi nel 2019. Sono però attivi anche Mai mai, milizie nate su base comunitaria, inizialmente per difendere i villaggi dalle incursioni dei ribelli, in particolare con basi in Ruanda.</p>



<p>Secondo il direttore della Fondation, però, questa matrice si intreccia spesso ad altre dinamiche. “Episodi come quello di oggi – dice Kambale – potrebbero non essere legati né a politica né a ideologia ma solo a tentativi di estorsione ed esigenze di finanziamento”.</p>



<p>“Il sacrificio dell’ambasciatore e del carabiniere italiano risvegli la coscienza della comunità internazionale sul dramma del Congo”: così padre Gaspare Di Vincenzo, missionario, in un’intervista con l’agenzia Dire nella quale evidenzia però anche lo “stupore” per misure di sicurezza che non sarebbero state adeguate.</p>



<p>Il religioso, comboniano originario di Agrigento, vive da otto anni nella provincia del Nord Kivu, quella dove si è verificato l’agguato di stamane. “Stupisce il fatto che l’ambasciatore Luca Attanasio viaggiasse in una macchina non blindata, in una zona insicura come il territorio di Rutshuru” la premessa. “Secondo le prime informazioni condivise dai giornalisti locali, il convoglio era accompagnato da caschi blu della missione di pace dell’Onu, la Minusco, ma si tratta di un fatto per certi versi scontato perché in quest’area nessun’auto privata può viaggiare da sola”.</p>



<p>Secondo padre Di Vincenzo, raggiunto al telefono nella città di Butembo, a nord rispetto a Goma e al luogo dell’agguato, in buona parte del Kivu c’è “un’insicurezza totale” a causa delle incursioni sia di gruppi ribelli che di bande armate. “I peggiori massacri sono avvenuti davanti a basi della Monusco” dice il missionario: “L’agguato di oggi, che sembra avere quasi un carattere intimidatorio, quasi a beffare le forze di sicurezza, non dovrebbe meravigliare”.</p>



<p>Fotografie condivise da giornalisti locali mostrano il vetro infranto di un mezzo con le insegne del World Food Programme (Wfp/Pam), organizzatore della missione alla quale partecipava Attanasio, partito da Goma come pure la seconda vittima italiana, il carabiniere Vittorio Iacovacci.</p>



<p>In un altro scatto è riconoscibile il diplomatico sorretto dopo essere stato colpito, a bordo di un mezzo scoperto.</p>



<p>“Potrebbe essere un veicolo delle Fardc, l’esercito congolese” dice padre Di Vincenzo. “Non è chiaro se nell’area siano intervenuti anche soldati”.</p>



<p>“Dalle informazioni che stiamo ricevendo dai nostri contatti a Beni, l’ambasciatore italiano Luca Attanasio viaggiava a bordo di un veicolo che non era blindato.</p>



<p>Le fotografie mostrano vetri infranti, forse a causa dello scambio di colpi d’arma da fuoco seguito all’attacco dei miliziani dopo l’imboscata. Sarebbe molto grave: bisognerà verificare le responsabilità di tutti gli attori coinvolti”.</p>



<p>Così all’agenzia Dire Sam Kalambay, analista politico.</p>



<p>Il commento giunge in seguito all’agguato di stamane a un convoglio di delegati del Programma alimentare mondiale (World Food Programme, Pam-Wfp) e dell’ambasciata d’Italia, nel quale lungo la strada nazionale che conduce a Beni, sono stati uccisi il diplomatico, un carabiniere e un autista del Wfp. La strada attraversa il parco nazionale di Virunga, dove hanno basi gruppi armati, disertori e banditi comuni.</p>



<p>Kalambay chiama in causa presunte “leggerezze” e sostiene che vadano verificate le responsabilità dell’amministrazione locale, ma anche dell’ambasciata e dell’organismo Onu nel provvedere alla sicurezza dei delegazione. “In quelle zone non si può avere una sola guardia del corpo e con un veicolo che non sia blindato” dice l’analista. Critiche che si sommano a voci che circolano tra i giornalisti locali secondo cui il governatore Carly Nzanzu Kasivita non fosse stato informato del viaggio.</p>



<p>Una situazione che conferma l’insicurezza nel Nord Kivu e che, secondo Kalambay, non sarebbe sufficientemente raccontato dai media internazionali. “Oggi hanno perso la vita due europei e allora il mondo si è accorto di quanto pericolosa sia la crisi in Nord Kivu” dice l’analista.<br>“Ogni giorno però qui muoiono congolesi; i media non possono fare due pesi e due misure, perché le vite umane hanno lo stesso valore”.</p>



<p>L’esperto continua. “A volte i media internazionali ci danno notizie a cui le nostre testate locali non arrivano- dice- ma devono fare di più per premere sulle autorità affinché sia riportata la pace”.</p>



<p>Sempre all’agenzia Dire il corrispondente di Voice Of America, Austere Malivika, ha riferito che a garantire la sicurezza nel Parco del Virunga pensano ranger, o “ecogards”, come vengono chiamate in francese. “L’esercito non c’è” dice il cronista, riferendo che stamane i primi a prestare soccorso dopo l’assalto sono state proprio le guardie forestali. “Da almeno 20 anni la situazione securitaria nel Nord Kivu è precipitata” continua Malivika. “Da tante voci della società civile giungono continui appelli affinché la regione sia liberata dai gruppi armati”.</p>



<p>Secondo Kalambay, la strada dell’imboscata “è un tragitto obbligato per chi deve raggiungere grandi città come Goma, Beni o Butembo e i veicoli civili devono sempre viaggiare scortati perché uccisioni, sequestri e ferimenti sono all’ordine del giorno”.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Thomas Sankara, il coraggio e la determinazione</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2020 08:13:24 +0000</pubDate>
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<p>Di Veronica Tedeschi</p>



<p>Sono mesi di grandi rivolte per l’Africa Subsahariana: in Costa d’Avorio molti manifestanti sono scesi in piazza contro la terza candidatura del presidente uscente Alassane Ouattara.<br>Segue la notizia riguardante la ricandidatura di Alpha Condé che a ben 82 anni ha annunciato di voler proseguire la sua presidenza in Guinea.</p>



<p>Sono giorni di grandi pensieri per gli amanti dell’Africa che vedono questo problema riproporsi negli anni, non sono mai servite le proteste di molti nè il coraggio di pochi.</p>



<p>In questo difficile contesto, un presidente su tutti – pochi anni fa &#8211; rivelò al mondo intero la sua avversione a queste dinamiche e cercò di ribellarsi ai suoi predecessori.</p>



<p>Thomas Sankara, presidente 34enne del Burkina Faso. Dal 1984 al 1987 governò il paese riuscendo a ribaltare alcune malsane consuetudini radicate negli apparati di governo.</p>



<p>La prima cosa che fece fu cambiare nome al suo Stato natale: da Alto Volta (nome affibbiatogli dal Congresso di Berlino) a Burkina Faso, in modo da creare un legame tra il Paese e la sua popolazione, i burkinabè (uomini integri).</p>



<p><em>Sono davanti a voi in nome di un popolo che ha deciso sul suolo dei propri antenati di affermare d’ora in avanti se stesso e farsi carico della propria storia. Oggi vi porto i saluti di un paese di 270 mila km quadrati in cui 7 milioni di bambini, donne e uomini si rifiutano di morire di ignoranza, fame e sete non riuscendo più a vivere una vita degna di essere vissuta</em> – Thomas Sankara all’Assemblea annuale Nazioni Unite, 4 ottobre 1984 –.</p>



<p>Il Burkina Faso in quegli anni era la quinta essenza di tutti i mali del mondo e proprio in quel momento Sankara ebbe il coraggio di parlare a nome di tutti i poveri africani, alzò la testa per riconquistare l’emancipazione e il diritto all’educazione che spettava al suo popolo. Come criterio base di governo pose la felicità: la politica aveva senso solo se rendeva felici. Felici dovevano essere i governati e non i governanti (una follia per quei tempi).</p>



<p>Con il probabile supporto dei servizi segreti esteri (che avevano seguaci in Africa, dalla Libera con Charles Taylor – che scappò da una prigione federale americana per finire, casualmente, in Liberia – al senatore Prince Johnson), il 15 ottobre 1987 Thomas Sankara fu ucciso da Blaise Campaorè, suo successore alla guida del Burkina Faso e fedele amico. Secondo alcune ricostruzioni, a seguito di un litigio tra i due amici, Campaoré avrebbe sparato due colpi, mortali, al petto di Sankara, che si sarebbe accasciato senza vita su una sedia. Compaoré ha sempre negato questa versione dei fatti, affermando inizialmente che quel giorno era a casa sua, malato, e che a uccidere il presidente fosse stata un&#8217;altra persona, salvo poi ritrattare, affermando che fu lui ad uccidere Sankara, ma che il colpo partì accidentalmente dalla pistola.</p>



<p>Le idee di Sankara minacciavano l’Occidente: era il primo governante a pensare al suo popolo. Quando lo uccisero nel suo conto in banca trovarono pochissimi soldi e un mutuo acceso per il pagamento della casa in cui viveva con la sua famiglia. Applicava a sé stesso un certo rigore, prima di applicare regole ai suoi cittadini, doveva essere il primo a rispettarle: voleva dimostrare che con tanta volontà un paese poteva cambiare, senza elemosinare niente a nessuno.</p>



<p><em>Non parlo solo in nome del Burkina Faso ma anche in nome di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo. Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o sono di culture diverse, considerati da tutti poco più che animali. Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti. Parlo in nome delle donne del mondo intero che soffrono sotto un sistema maschilista che le sfrutta. Le donne che vogliono cambiare hanno capito e urlano a gran voce che lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte. Questo schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà. Parlo in nome delle madri dei nostri Paesi impoveriti che vedono i loro bambini morire di malaria o diarrea e che ignorano che esistono per salvarli dei mezzi semplici che la scienza delle multinazionali non offre loro preferendo investire nei laboratori cosmetici, nella chirurgia estetica a beneficio dei capricci di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dall’eccesso di calorie nei pasti così abbondanti e irregolari da dare le vertigini a noi che viviamo ai piedi del deserto.</em></p>
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		<title>Camerun: assalto ad ospedale, pazienti bruciati vivi</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Feb 2019 07:10:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La guerra civile si inasprisce &#8211; Garantire maggiore protezione alla popolazione civile Dopo la morte violenta di quattro pazienti bruciati vivi durante un attacco a un ospedale in Camerun, l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La guerra civile si inasprisce &#8211; Garantire maggiore protezione alla<br />
popolazione civile</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/camerun-guerra-cibile-702x459.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12097" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/camerun-guerra-cibile-702x459.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="702" height="459" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/camerun-guerra-cibile-702x459.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 702w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/camerun-guerra-cibile-702x459-300x196.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 702px) 100vw, 702px" /></a></p>
<p>Dopo la morte violenta di quattro pazienti bruciati vivi durante un attacco a un ospedale in Camerun, l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha chiesto un&#8217;indagine indipendente e la persecuzione legale dei responsabili. Nella notte dal 10 al 11 febbraio uomini armati hanno attaccato e dato fuoco all&#8217;ospedale di Kumba causando così la morte di quattro persone. Non è chiaro chi siano i responsabili dell&#8217;attacco<br />
armato, del quale si accusano a vicenda l&#8217;esercito regolare e le milizie indipendentiste delle regioni anglofone del Camerun. L&#8217;APM si è anche appellata alle parti in conflitto perché rispettino il diritto umanitario e garantiscano la tutela della popolazione civile.</p>
<p>Gli attacchi a scuole ed ospedali hanno conseguenze terribili per la vita della popolazione civile poiché causano la fuga del personale medico ed infermieristico e degli insegnanti con il conseguente crollo dell&#8217;intero sistema sanitario e scolastico. Attualmente in Camerun circa 460.000 persone sono in fuga dalla crescente violenza: di queste 437.000<br />
hanno trovato rifugio nelle regioni francofone del paese mentre alcune decine di migliaia sono state accolte nella vicina Nigeria.</p>
<p>L&#8217;APM si appella anche alla comunità internazionale affinché si impegni maggiormente a mediare tra le parti in causa per raggiungere una soluzione politica e pacifica alla guerra civile che rischia di devastare le regioni anglofone del paese africano. Lo scorso 7 febbraio undici persone sono rimaste ferite durante un attacco al convoglio del<br />
governatore Bernard Okalia Bilai. Nell&#8217;attacco sono stati feriti diversi soldati che scortavano il convoglio e una giornalista. Finora in febbraio sono morte sei persone, di cui due sono state uccise a Bamenda e altre quattro a Buéa. Continuano anche gli attacchi alle scuole.</p>
<p>Da novembre 2016 si susseguono gli scontri armati nelle regioni nordoccidentali e sudoccidentali dove delle milizie armate si battono per uno stato anglofono indipendente. Le autorità finora hanno reagito con misure di massiccia repressione, tra cui la recente ondata di arresti di massa di giovani.</p>
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