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	<title>Hebdo Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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	<title>Hebdo Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<item>
		<title>Antisemitismo, islamofobia e razzismo. Rappresentazioni, immaginari e pratiche nella società italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Feb 2015 05:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura e Saggi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Ponendo particolare attenzione al dibattito intorno alle vecchie e nuove forme con cui il razzismo si è manifestato all’interno delle società occidentali, il volume intitolato “Antisemitismo, islamofobia e razzismo. Rappresentazioni, immaginari e pratiche&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/02/ffe35170d1cf21416c7ab8574cb75dd9_S.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/02/ffe35170d1cf21416c7ab8574cb75dd9_S.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<p></p>
<div dir="LTR" id="Sezione1">
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Ponendo<br />
 particolare attenzione al dibattito intorno alle vecchie e nuove<br />
 forme con cui il razzismo si è manifestato all’interno delle<br />
 società occidentali, il volume intitolato “Antisemitismo,<br />
 islamofobia e razzismo. Rappresentazioni, immaginari e pratiche<br />
 nella società italiana”, edito da Ediesse, ne discute i caratteri<br />
 sociali e storici, affrontando temi salienti quali l’antisemitismo<br />
 e l’islamofobia. Gli autori sono: Alfredo Alietti, Claudio<br />
 Vercelli e Dario Padovan.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<p>L&#8217;Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi i Professori Alfredo Alietti e Claudio Vercelli che ringrazia molto per la disponibilità. </p></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Quali<br />
sono le vecchie e nuove forme di razzismo e quali le loro matrici? </b>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
C.<br />
Vercelli: Non è agevole distinguere tra vecchie e nuove forme di<br />
razzismo, trattandosi di un fenomeno per più aspetti polimorfo,<br />
ossia in grado di assumere connotazioni in base alle circostanze del<br />
momento e alle esigenze di chi ne fa ricorso, non importa però<br />
quanto consapevolmente. Piuttosto, ed è questo l’elemento dal<br />
quale partire, il razzismo comprende una vasta gamma di atteggiamenti<br />
basati sul pregiudizio che, dall’ indifferenza possono arrivare<br />
anche alla violenza fisica fino, in ultimo, alle politiche di Stato<br />
per l’eliminazione delle diversità attraverso la distruzione<br />
fisica dei “diversi”. L’elemento peculiare ai razzismi, ovvero<br />
condiviso comunemente, è il convincimento che un individuo non possa<br />
né debba essere considerato in base alla sua personalità e alla sua<br />
soggettività bensì come parte di una serie precostituita – la<br />
cosiddetta “razza” – che assommerebbe in sé dei tratti<br />
immutabili, Come tali questi influenzerebbero l’individuo medesimo<br />
nelle sue condotte, nel suo modo di porsi dinanzi ai fatti del mondo,<br />
nelle relazioni che intrattiene con il resto della comunità umana.<br />
Tale attribuzione di caratteri fissi, ovvero intesi come immutabili,<br />
ha una natura ascrittiva ed inchioda la persona ad una sorta di<br />
“destino” immodificabile. Non a caso, il razzismo intende la<br />
diversità come un dato di natura e non come una costruzione sociale.<br />
Il qual fatto induce, chi fa propria tale visione delle cose, a<br />
ritenere che sia impossibile trasformare gli altri (ma anche se<br />
stessi) e che da tale riscontro non possa che derivare un conflitto<br />
tra le diversità oppure l’obbligo ad adottare politiche di<br />
separazione tra gli appartenenti a gruppi razziali diversi se non, in<br />
ultimo, l’eliminazione di quanti sono ritenuti una minaccia per la<br />
propria sopravvivenza. Sta, all’interno del dispositivo razzista,<br />
una concezione del mondo che cancella la cultura, intesa come insieme<br />
di pratiche umane evolutive, fondate sullo scambio, alla quale si<br />
sostituisce l’idea che le differenze non compongono il quadro della<br />
varietà umana ma una sorta di confine insormontabile e come tale<br />
perennemente a rischio da parte di chi, invece, pratica i meticciati.<br />
Un elemento fondamentale per relazionare i razzismi contemporanei da<br />
un punto di vista storico è verificare, tra gli altri, due elementi<br />
indice: le migrazioni e la struttura del mercato del lavoro. Il<br />
razzismo, da tale punto di vista, riordina i rapporti di forza e di<br />
dominio, stabilendo scale gerarchiche, vincolando le scelte degli<br />
uni, allocando risorse a favore di altri e così via.</p>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
A.<br />
Alietti: Nella prospettiva sociologica e psicosociologica la<br />
questione delle forme mediante le quali si manifesta l’atteggiamento<br />
razzista risulta assai ampia. A partire dalla metà degli anni ’70<br />
alcuni studi rivelarono come l’attore sociale tendesse ad esprimere<br />
opinioni e atteggiamenti avversi alle minoranze etniche in maniera<br />
indiretta, occultando il più possibile quelle forme linguisticamente<br />
aperte e dirette, in contrasto con le norme sociali di condanna del<br />
razzismo. Da tale analisi, vi è stato un fiorire di termini con cui<br />
indicare questa inedita forma: razzismo moderno, simbolico, nascosto,<br />
debole. Indubbiamente, il clima culturale europeo e nordamericano,<br />
pur con dei profondi distinguo legati alla specificità storica dei<br />
rapporti interetnici, sorto alla fine della guerra mondiale con il<br />
portato del genocidio nazista ha contribuito a combattere l’ideologia<br />
razzista fondata sulla dimensione biologica che legittimava la<br />
gerarchia tra le supposte diverse razze.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Ciò<br />
non ha significato il venire meno del razzismo quale fenomeno di<br />
esclusione di determinati gruppi nel dopo guerra fino ad oggi.<br />
Infatti, alla parola razza che ha accompagnato il discorso scientista<br />
a cavallo del XIX e XX secolo si è sostituito il concetto di etnia,<br />
ovvero un approccio culturalista alle differenze il quale appare meno<br />
escludente in termini generali e più democratico nel trovare “buone<br />
ragioni” all’atteggiamento razzista. Tuttavia, questa alchimia<br />
sociale che nasconde l’atteggiamento di rifiuto della diversità<br />
etnica non ha mutato nel profondo il senso del razzismo tradizionale.<br />
Alla cristallizzazione di caratteri biologici si è venuta a<br />
costruire una retorica sociale che cristallizza ed essenzializza i<br />
tratti culturali, in una sorta di “biologizzazione molle”. Su<br />
questo piano di analisi si avverte come vi sia una forte continuità<br />
tra il cosiddetto “vecchio” e “nuovo razzismo”, al di là<br />
delle definizioni adottate dagli studiosi negli ultimi trent’anni.<br />
L’orizzonte comune è un discorso sull’immutabilità (di razza<br />
e/o di etnica) dei destini dei soggetti sui quali si riversa la<br />
logica razzizzante dentro un disegno gerarchico delle diversità<br />
umane sostenute e rafforzate da politiche istituzionali tese a<br />
riprodurre tale ordine sociale ed etnico. Inoltre, alla luce delle<br />
dinamiche sociali, politiche, economiche e culturali occorse in<br />
Europa, dall’avvento della globalizzazione e del trionfo del<br />
neoliberalismo, vi è da valutare seriamente gli effetti della crisi<br />
del multiculturalismo e di crescenti conflitti interni ai paesi<br />
europei generati dalla perdurante crisi e dalle retoriche<br />
neo-nazionaliste, populiste e, specificatamente, anti-islamiche.<br />
Appare evidente che nella nostra contemporaneità il razzismo sia<br />
divenuto un potente fattore di legame sociale in negativo,<br />
soprattutto a fronte della crescente insicurezza e instabilità delle<br />
traiettorie dei gruppi autoctoni più vulnerabili e più prossimi<br />
socialmente agli immigrati. Basta osservare con un minimo di<br />
attenzione alle reazioni nello spazio neutro del web, ad esempio ai<br />
commenti delle notizie dei giornali nazionali on-line, per verificare<br />
che dichiararsi razzisti non più argini, non ha più quel velo, per<br />
quanto ipocrita, di possibile condanna collettiva.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
razzismo oggi è sociologicamente e socialmente ancora forte e in<br />
grado di minare le basi degli assetti democratici e della convivenza.</p>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Qual<br />
è il legame tra religione, politica ed economia, soprattutto in<br />
relazione all&#8217;Islam di cui si è parlato da poco, anche alla luce dei<br />
fatti di Parigi? </b>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
C.<br />
Vercelli: Impossibile dare una risposta esaustiva a questa domanda.<br />
Non in poche righe, almeno. Ciò a cui stiamo assistendo non è il<br />
ritorno della religione ma il suo spregiudicato uso politico. Dinanzi<br />
a società che mutano, anche drasticamente e repentinamente, e<br />
davanti alla marginalità di un grande numero di persone, escluse dal<br />
mercato del lavoro così come dalla partecipazione politica, il<br />
razzismo cavalca disagi e timori, traducendosi in condotte xenofobe.<br />
Più che ad uno scontro tra civiltà, come certuni prediligono<br />
affermare, ci troviamo di fronte alla crisi interna alle stesse<br />
“civiltà”, e soprattutto alle società che hanno prodotto,<br />
laddove queste non riescono a dare risposte adeguate al bisogno di<br />
integrazione degli individui. Parlerei quindi di una crisi della<br />
politica, nel momento in cui questa dovrebbe essere il mezzo più<br />
importante per creare le condizioni della convivenza e, invece, non<br />
riesce a svolgere tale funzione. Non di meno il razzismo, che non è<br />
solo un problema del mondo cosiddetto occidentale ma attraversa un<br />
po’ tutte le comunità umane, si inserisce all’interno dei grandi<br />
disagi collettivi scavando solchi incolmabili. Se la politica è in<br />
crisi, e se invece certe ideologie hanno spazio oltre misura, ciò è<br />
dovuto anche al fatto che l’idea che l’economia sia il punto di<br />
partenza e di arrivo dell’uomo – in buona sostanza alla pari<br />
quasi di una religione – oggi più che integrare tende a<br />
disintegrare le persone, corrodendone i legami con la comunità di<br />
riferimento e consegnandoli ad una solitudine senza consolazione.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
A.<br />
Alietti: Il tema di questa complessa relazione richiederebbe<br />
un’analisi approfondita in grado di ricomprendere passati processi<br />
sociali e storici con quelli attuali. Il fondamentalismo islamico non<br />
è l’esito impazzito e irrazionale di eventi caotici che hanno<br />
favorito il suo emergere quale realtà diffusa nel mondo islamico. Vi<br />
di fatto nella comprensione dell’Islam e delle sue derive uno<br />
spirito etnocentrico che ne confonde la sua articolata espressione<br />
politica, economica e religiosa.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
L’aspirazione<br />
alla democrazia di una parte dei paesi rientranti nella denominazione<br />
“islamici” è stata per molto tempo frustrata da una volontà di<br />
potenza dell’occidente priva di un progetto serio e di lungo<br />
periodo. La guerra civile in corso nel mondo islamico e la<br />
globalizzazione del terrorismo di matrice jihadista risultano diversi<br />
nella loro natura. Da un lato, le vecchie dittature sconfitte<br />
dall’occidente (Iraq e Libia, ad esempio) hanno lasciato uno spazio<br />
di potere alla crescita delle nuove oligarchie islamiste radicali<br />
sostenute dalle potenze petrolifere della regione. Dall’altro, una<br />
parte di cittadini europei figli dell’immigrazione hanno trovato<br />
un’identità forte capace di arginare i processi di segregazione e<br />
di povertà subiti nelle estese periferie metropolitane europee,<br />
promuovendo un’istanza di ribellione a questa condizione di<br />
subalternità. Non si pretende di giustificare l’atto, o gli atti,<br />
di violenza perpetrati da cittadini europei in nome di un confuso<br />
anti-occidentalismo, nondimeno parte di questi giovani sperimentano<br />
quotidianamente la debolezza della democrazia e della sua incapacità<br />
di combattere le disuguaglianze.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Come<br />
qualcuno recentemente ha ricordato l’Isis, il califfato islamico,<br />
promuove non solo terrore, guerra ma anche un esteso sistema di<br />
welfare nelle zone occupate che accentua il consenso delle<br />
popolazioni deprivate. In questo caso il legame tra la religione, la<br />
società e l’economia si salda allontanando l’ipotesi di una<br />
emancipazione democratica delle masse arabe-musulmane. A ciò si<br />
aggiunge la cecità dell’occidente sui tradizionali alleati dei<br />
paesi del Golfo con i quali si parla la stessa lingua del potere<br />
economico e finanziario. Le speranze disattese delle “primavere<br />
arabe”, tranne (forse) nel caso della Tunisia, nel dare una forma<br />
democratica reale alle società islamiche è l’esempio lampante di<br />
un diseguale ordine geopolitico che non vuole cambiare lo status quo<br />
funzionale all’immagine reiterata di una inconciliabilità tra la<br />
democrazia e l’Islam. Parafrasando una citazione, spesso evocata,<br />
dal famoso libro di Samir Kassir “L’infelicità araba”, si può<br />
affermare che nelle società islamiche vi sia una ineluttabile e<br />
diffusa sensazione che il futuro e, aggiungiamo noi la democrazia,<br />
sia una strada ostruita.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Quanto<br />
è importante il linguaggio per veicolare pregiudizi e stereotipi? </b>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
C. Vercelli: Tralasciando i deboli e<br />
fallaci convincimenti del “politicamente corretto”, dove si<br />
ritiene invece che non nominando una cosa, o facendolo secondo un<br />
lessico improntato a obblighi di espressione (quindi anche a censure<br />
e autocensure) il linguaggio rimane un vettore fondamentale nel<br />
generare stereotipi così come nel liberare energie e risorse. Non è<br />
un caso se quei regimi politici che storicamente hanno fatto massimo<br />
ricorso al razzismo come politica di Stato, abbiamo sempre aspirato a<br />
contrarre il pluralismo lessicale e la grande ricchezza linguistica.<br />
Poiché nella semplificazione della terminologia, nell’impoverimento<br />
della lingua, nella riduzione dei significati si manifesta quel<br />
fenomeno di banalizzazione che sta all’origine dell’indifferenza<br />
verso l’altrui esistenza. Non di meno il linguaggio, per la sua<br />
natura di veicolo di relazione, di scambio, di comunicazione è uno<br />
degli snodi fondamentali dai quali si deve ripartire per dare<br />
sostanza ad una politica di inclusione. Non è solo una questione di<br />
“galateo”, e neanche di pedagogia civile ma di capacità di<br />
costruire relazioni attive, basate non sulla sottomissione o sul<br />
narcisismo, bensì sulla recirprocità.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
A.<br />
Alietti: Il linguaggio è fondamentale, senza di esso non è<br />
possibile rappresentare il mondo sociale e raccontarlo. Di<br />
conseguenze il vettore linguistico in riferimento alla riproduzione<br />
ideologica del razzismo assume un valore decisivo. Nel quotidiano si<br />
utilizzano termini e parole che rappresentano l’alterità etnica in<br />
una ottica stereotipata la quale sedimenta immagini negative.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
In<br />
diversi studi sul linguaggio nei mass-media, nell’ambito della<br />
socialità si evidenziano i meccanismi cognitivi che amplificano<br />
l’omogeneità del proprio gruppo di appartenenza e, al contempo, la<br />
distanza sociale da chi è diverso. Lo svelamento del linguaggio<br />
razzista è un passo fondamentale per contrastare l’egemonia di un<br />
diffuso e potente regime discorsivo che solidifica le pseudo ragioni<br />
dell’avversione a determinati gruppi etnici. L’esempio classico<br />
della frase “Io non sono razzista, ma….” segnala con chiarezza<br />
la forza del linguaggio quotidiano a rappresentarsi quali portatori<br />
di una verità indiscutibile ed auto-evidente. Il lessico razzista,<br />
come affermato in precedenza, diventa sempre meno condannabile, da<br />
cui ne consegue che lo sforzo di denunciare quantomeno le sue forme<br />
pubbliche sia un impegno costante. Il problema non è di abbracciare<br />
un fantomatico “political correct”, spesso grottesco nei suoi<br />
risultati, ma di avviare una propedeutica del linguaggio del rispetto<br />
e del riconoscimento dell’alterità nelle sue mutevoli declinazioni<br />
(non solo etniche).
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Perché,<br />
come scrivete nel testo, nel razzismo si identifica una forma di<br />
&#8220;falsa razionalità&#8221;?</b></div>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
C.<br />
Vercelli: Il razzismo solo in parte nasce dall’ignoranza, come<br />
comunemente si vorrebbe invece credere. Semmai, tanto più in una età<br />
come quella che stiamo vivendo, è rimesso in circolazione dai<br />
processi di globalizzazione. I quali, per la loro natura “liquida”,<br />
dal momento stesso che mettono in discussione confini e sovranità,<br />
come anche diritti e opportunità, alimentano paure e angosce da<br />
sconfinamento. Tutto si fa più fragile e, a tratti, incomprensibile<br />
nella percezione dei molti, che subiscono passivamente quanto<br />
avviene. Il razzismo, non necessariamente inteso come una dottrina<br />
precostituita bensì nella sua natura di interpretazione banalizzante<br />
dei processi sociali e storici, dà invece un senso di<br />
comprensibilità a ciò che altrimenti rischia di rimanere<br />
incomprensibile. Per il fatto stesso di dividere l’umanità, di<br />
rifiutarne la varietà, di stabilire delle gerarchie, di legittimare<br />
rapporti di potere spesso ingiusti, si configura agli occhi di quanti<br />
sono spiazzati e, nel medesimo tempo, disincantati rispetto al<br />
mutamento in atto, come uno strumento attivo per “governare” le<br />
difficoltà che incontrano. Si tratta di una falsa razionalità<br />
perché dietro la plausibilità dei discorsi e delle condotte<br />
razziste non c’è il mondo ma una immagine di esso, basata perlopi,<br />
se non esclusivamente, sulla paura. Cosa che serve a fare da<br />
propellente a condotte fondate sul pregiudizio, nella convinzione che<br />
da ciò si possa trarre un beneficio personale. Non di meno, quando<br />
tutto ciò si incontra e si traduce in politiche di Stato, come è<br />
avvenuto ben più di una volta nel Novecento, il disastro collettivo<br />
è dietro l’angolo.</p>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
A.<br />
Alietti: La risposta a questa domanda si palesa nell’idea, più<br />
volte richiamata, che il razzismo prefigura nella sua logica un<br />
ordine sociale fondato su una razionalità auto-evidente,<br />
indiscutibile, in grado di giustificare il suo affermarsi e il suo<br />
riprodursi. La falsa razionalità, inoltre, si manifesta nel momento<br />
in cui crea le condizioni per legami sociali fittizi, il più delle<br />
volte, basati sul risentimento, dunque su emozioni che poco o nulla<br />
hanno a che fare con la riflessione razionale.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="_GoBack"></a>In<br />
altre parole, la vulgata razzista agisce come collettore di<br />
insicurezze, frustrazioni collettive alle quali si fornisce una<br />
spiegazione semplice delle cause attraverso l’individuazione dello<br />
straniero quale responsabile tout court.
</div>
<p></p>
<div dir="LTR" id="Sezione1">
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Ponendo<br />
 particolare attenzione al dibattito intorno alle vecchie e nuove<br />
 forme con cui il razzismo si è manifestato all’interno delle<br />
 società occidentali, il volume intitolato “Antisemitismo,<br />
 islamofobia e razzismo. Rappresentazioni, immaginari e pratiche<br />
 nella società italiana”, edito da Ediesse, ne discute i caratteri<br />
 sociali e storici, affrontando temi salienti quali l’antisemitismo<br />
 e l’islamofobia. Gli autori sono: Alfredo Alietti, Claudio<br />
 Vercelli e Dario Padovan.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L&#8217;Associazione<br />
 per i Diritti Umani ha intervistato per voi i Professori Alfredo<br />
 Alietti e Claudio Vercelli che ringrazia molto per la disponibilità.</p>
</div>
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Quali<br />
sono le vecchie e nuove forme di razzismo e quali le loro matrici? </b>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
C.<br />
Vercelli: Non è agevole distinguere tra vecchie e nuove forme di<br />
razzismo, trattandosi di un fenomeno per più aspetti polimorfo,<br />
ossia in grado di assumere connotazioni in base alle circostanze del<br />
momento e alle esigenze di chi ne fa ricorso, non importa però<br />
quanto consapevolmente. Piuttosto, ed è questo l’elemento dal<br />
quale partire, il razzismo comprende una vasta gamma di atteggiamenti<br />
basati sul pregiudizio che, dall’ indifferenza possono arrivare<br />
anche alla violenza fisica fino, in ultimo, alle politiche di Stato<br />
per l’eliminazione delle diversità attraverso la distruzione<br />
fisica dei “diversi”. L’elemento peculiare ai razzismi, ovvero<br />
condiviso comunemente, è il convincimento che un individuo non possa<br />
né debba essere considerato in base alla sua personalità e alla sua<br />
soggettività bensì come parte di una serie precostituita – la<br />
cosiddetta “razza” – che assommerebbe in sé dei tratti<br />
immutabili, Come tali questi influenzerebbero l’individuo medesimo<br />
nelle sue condotte, nel suo modo di porsi dinanzi ai fatti del mondo,<br />
nelle relazioni che intrattiene con il resto della comunità umana.<br />
Tale attribuzione di caratteri fissi, ovvero intesi come immutabili,<br />
ha una natura ascrittiva ed inchioda la persona ad una sorta di<br />
“destino” immodificabile. Non a caso, il razzismo intende la<br />
diversità come un dato di natura e non come una costruzione sociale.<br />
Il qual fatto induce, chi fa propria tale visione delle cose, a<br />
ritenere che sia impossibile trasformare gli altri (ma anche se<br />
stessi) e che da tale riscontro non possa che derivare un conflitto<br />
tra le diversità oppure l’obbligo ad adottare politiche di<br />
separazione tra gli appartenenti a gruppi razziali diversi se non, in<br />
ultimo, l’eliminazione di quanti sono ritenuti una minaccia per la<br />
propria sopravvivenza. Sta, all’interno del dispositivo razzista,<br />
una concezione del mondo che cancella la cultura, intesa come insieme<br />
di pratiche umane evolutive, fondate sullo scambio, alla quale si<br />
sostituisce l’idea che le differenze non compongono il quadro della<br />
varietà umana ma una sorta di confine insormontabile e come tale<br />
perennemente a rischio da parte di chi, invece, pratica i meticciati.<br />
Un elemento fondamentale per relazionare i razzismi contemporanei da<br />
un punto di vista storico è verificare, tra gli altri, due elementi<br />
indice: le migrazioni e la struttura del mercato del lavoro. Il<br />
razzismo, da tale punto di vista, riordina i rapporti di forza e di<br />
dominio, stabilendo scale gerarchiche, vincolando le scelte degli<br />
uni, allocando risorse a favore di altri e così via.</p>
<p>
</div>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
A.<br />
Alietti: Nella prospettiva sociologica e psicosociologica la<br />
questione delle forme mediante le quali si manifesta l’atteggiamento<br />
razzista risulta assai ampia. A partire dalla metà degli anni ’70<br />
alcuni studi rivelarono come l’attore sociale tendesse ad esprimere<br />
opinioni e atteggiamenti avversi alle minoranze etniche in maniera<br />
indiretta, occultando il più possibile quelle forme linguisticamente<br />
aperte e dirette, in contrasto con le norme sociali di condanna del<br />
razzismo. Da tale analisi, vi è stato un fiorire di termini con cui<br />
indicare questa inedita forma: razzismo moderno, simbolico, nascosto,<br />
debole. Indubbiamente, il clima culturale europeo e nordamericano,<br />
pur con dei profondi distinguo legati alla specificità storica dei<br />
rapporti interetnici, sorto alla fine della guerra mondiale con il<br />
portato del genocidio nazista ha contribuito a combattere l’ideologia<br />
razzista fondata sulla dimensione biologica che legittimava la<br />
gerarchia tra le supposte diverse razze.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Ciò<br />
non ha significato il venire meno del razzismo quale fenomeno di<br />
esclusione di determinati gruppi nel dopo guerra fino ad oggi.<br />
Infatti, alla parola razza che ha accompagnato il discorso scientista<br />
a cavallo del XIX e XX secolo si è sostituito il concetto di etnia,<br />
ovvero un approccio culturalista alle differenze il quale appare meno<br />
escludente in termini generali e più democratico nel trovare “buone<br />
ragioni” all’atteggiamento razzista. Tuttavia, questa alchimia<br />
sociale che nasconde l’atteggiamento di rifiuto della diversità<br />
etnica non ha mutato nel profondo il senso del razzismo tradizionale.<br />
Alla cristallizzazione di caratteri biologici si è venuta a<br />
costruire una retorica sociale che cristallizza ed essenzializza i<br />
tratti culturali, in una sorta di “biologizzazione molle”. Su<br />
questo piano di analisi si avverte come vi sia una forte continuità<br />
tra il cosiddetto “vecchio” e “nuovo razzismo”, al di là<br />
delle definizioni adottate dagli studiosi negli ultimi trent’anni.<br />
L’orizzonte comune è un discorso sull’immutabilità (di razza<br />
e/o di etnica) dei destini dei soggetti sui quali si riversa la<br />
logica razzizzante dentro un disegno gerarchico delle diversità<br />
umane sostenute e rafforzate da politiche istituzionali tese a<br />
riprodurre tale ordine sociale ed etnico. Inoltre, alla luce delle<br />
dinamiche sociali, politiche, economiche e culturali occorse in<br />
Europa, dall’avvento della globalizzazione e del trionfo del<br />
neoliberalismo, vi è da valutare seriamente gli effetti della crisi<br />
del multiculturalismo e di crescenti conflitti interni ai paesi<br />
europei generati dalla perdurante crisi e dalle retoriche<br />
neo-nazionaliste, populiste e, specificatamente, anti-islamiche.<br />
Appare evidente che nella nostra contemporaneità il razzismo sia<br />
divenuto un potente fattore di legame sociale in negativo,<br />
soprattutto a fronte della crescente insicurezza e instabilità delle<br />
traiettorie dei gruppi autoctoni più vulnerabili e più prossimi<br />
socialmente agli immigrati. Basta osservare con un minimo di<br />
attenzione alle reazioni nello spazio neutro del web, ad esempio ai<br />
commenti delle notizie dei giornali nazionali on-line, per verificare<br />
che dichiararsi razzisti non più argini, non ha più quel velo, per<br />
quanto ipocrita, di possibile condanna collettiva.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
razzismo oggi è sociologicamente e socialmente ancora forte e in<br />
grado di minare le basi degli assetti democratici e della convivenza.</p>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Qual<br />
è il legame tra religione, politica ed economia, soprattutto in<br />
relazione all&#8217;Islam di cui si è parlato da poco, anche alla luce dei<br />
fatti di Parigi? </b>
</div>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
C.<br />
Vercelli: Impossibile dare una risposta esaustiva a questa domanda.<br />
Non in poche righe, almeno. Ciò a cui stiamo assistendo non è il<br />
ritorno della religione ma il suo spregiudicato uso politico. Dinanzi<br />
a società che mutano, anche drasticamente e repentinamente, e<br />
davanti alla marginalità di un grande numero di persone, escluse dal<br />
mercato del lavoro così come dalla partecipazione politica, il<br />
razzismo cavalca disagi e timori, traducendosi in condotte xenofobe.<br />
Più che ad uno scontro tra civiltà, come certuni prediligono<br />
affermare, ci troviamo di fronte alla crisi interna alle stesse<br />
“civiltà”, e soprattutto alle società che hanno prodotto,<br />
laddove queste non riescono a dare risposte adeguate al bisogno di<br />
integrazione degli individui. Parlerei quindi di una crisi della<br />
politica, nel momento in cui questa dovrebbe essere il mezzo più<br />
importante per creare le condizioni della convivenza e, invece, non<br />
riesce a svolgere tale funzione. Non di meno il razzismo, che non è<br />
solo un problema del mondo cosiddetto occidentale ma attraversa un<br />
po’ tutte le comunità umane, si inserisce all’interno dei grandi<br />
disagi collettivi scavando solchi incolmabili. Se la politica è in<br />
crisi, e se invece certe ideologie hanno spazio oltre misura, ciò è<br />
dovuto anche al fatto che l’idea che l’economia sia il punto di<br />
partenza e di arrivo dell’uomo – in buona sostanza alla pari<br />
quasi di una religione – oggi più che integrare tende a<br />
disintegrare le persone, corrodendone i legami con la comunità di<br />
riferimento e consegnandoli ad una solitudine senza consolazione.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
A.<br />
Alietti: Il tema di questa complessa relazione richiederebbe<br />
un’analisi approfondita in grado di ricomprendere passati processi<br />
sociali e storici con quelli attuali. Il fondamentalismo islamico non<br />
è l’esito impazzito e irrazionale di eventi caotici che hanno<br />
favorito il suo emergere quale realtà diffusa nel mondo islamico. Vi<br />
di fatto nella comprensione dell’Islam e delle sue derive uno<br />
spirito etnocentrico che ne confonde la sua articolata espressione<br />
politica, economica e religiosa.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
L’aspirazione<br />
alla democrazia di una parte dei paesi rientranti nella denominazione<br />
“islamici” è stata per molto tempo frustrata da una volontà di<br />
potenza dell’occidente priva di un progetto serio e di lungo<br />
periodo. La guerra civile in corso nel mondo islamico e la<br />
globalizzazione del terrorismo di matrice jihadista risultano diversi<br />
nella loro natura. Da un lato, le vecchie dittature sconfitte<br />
dall’occidente (Iraq e Libia, ad esempio) hanno lasciato uno spazio<br />
di potere alla crescita delle nuove oligarchie islamiste radicali<br />
sostenute dalle potenze petrolifere della regione. Dall’altro, una<br />
parte di cittadini europei figli dell’immigrazione hanno trovato<br />
un’identità forte capace di arginare i processi di segregazione e<br />
di povertà subiti nelle estese periferie metropolitane europee,<br />
promuovendo un’istanza di ribellione a questa condizione di<br />
subalternità. Non si pretende di giustificare l’atto, o gli atti,<br />
di violenza perpetrati da cittadini europei in nome di un confuso<br />
anti-occidentalismo, nondimeno parte di questi giovani sperimentano<br />
quotidianamente la debolezza della democrazia e della sua incapacità<br />
di combattere le disuguaglianze.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Come<br />
qualcuno recentemente ha ricordato l’Isis, il califfato islamico,<br />
promuove non solo terrore, guerra ma anche un esteso sistema di<br />
welfare nelle zone occupate che accentua il consenso delle<br />
popolazioni deprivate. In questo caso il legame tra la religione, la<br />
società e l’economia si salda allontanando l’ipotesi di una<br />
emancipazione democratica delle masse arabe-musulmane. A ciò si<br />
aggiunge la cecità dell’occidente sui tradizionali alleati dei<br />
paesi del Golfo con i quali si parla la stessa lingua del potere<br />
economico e finanziario. Le speranze disattese delle “primavere<br />
arabe”, tranne (forse) nel caso della Tunisia, nel dare una forma<br />
democratica reale alle società islamiche è l’esempio lampante di<br />
un diseguale ordine geopolitico che non vuole cambiare lo status quo<br />
funzionale all’immagine reiterata di una inconciliabilità tra la<br />
democrazia e l’Islam. Parafrasando una citazione, spesso evocata,<br />
dal famoso libro di Samir Kassir “L’infelicità araba”, si può<br />
affermare che nelle società islamiche vi sia una ineluttabile e<br />
diffusa sensazione che il futuro e, aggiungiamo noi la democrazia,<br />
sia una strada ostruita.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Quanto<br />
è importante il linguaggio per veicolare pregiudizi e stereotipi? </b>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
C. Vercelli: Tralasciando i deboli e<br />
fallaci convincimenti del “politicamente corretto”, dove si<br />
ritiene invece che non nominando una cosa, o facendolo secondo un<br />
lessico improntato a obblighi di espressione (quindi anche a censure<br />
e autocensure) il linguaggio rimane un vettore fondamentale nel<br />
generare stereotipi così come nel liberare energie e risorse. Non è<br />
un caso se quei regimi politici che storicamente hanno fatto massimo<br />
ricorso al razzismo come politica di Stato, abbiamo sempre aspirato a<br />
contrarre il pluralismo lessicale e la grande ricchezza linguistica.<br />
Poiché nella semplificazione della terminologia, nell’impoverimento<br />
della lingua, nella riduzione dei significati si manifesta quel<br />
fenomeno di banalizzazione che sta all’origine dell’indifferenza<br />
verso l’altrui esistenza. Non di meno il linguaggio, per la sua<br />
natura di veicolo di relazione, di scambio, di comunicazione è uno<br />
degli snodi fondamentali dai quali si deve ripartire per dare<br />
sostanza ad una politica di inclusione. Non è solo una questione di<br />
“galateo”, e neanche di pedagogia civile ma di capacità di<br />
costruire relazioni attive, basate non sulla sottomissione o sul<br />
narcisismo, bensì sulla reciprocità.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
A.<br />
Alietti: Il linguaggio è fondamentale, senza di esso non è<br />
possibile rappresentare il mondo sociale e raccontarlo. Di<br />
conseguenze il vettore linguistico in riferimento alla riproduzione<br />
ideologica del razzismo assume un valore decisivo. Nel quotidiano si<br />
utilizzano termini e parole che rappresentano l’alterità etnica in<br />
una ottica stereotipata la quale sedimenta immagini negative.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
In<br />
diversi studi sul linguaggio nei mass-media, nell’ambito della<br />
socialità si evidenziano i meccanismi cognitivi che amplificano<br />
l’omogeneità del proprio gruppo di appartenenza e, al contempo, la<br />
distanza sociale da chi è diverso. Lo svelamento del linguaggio<br />
razzista è un passo fondamentale per contrastare l’egemonia di un<br />
diffuso e potente regime discorsivo che solidifica le pseudo ragioni<br />
dell’avversione a determinati gruppi etnici. L’esempio classico<br />
della frase “Io non sono razzista, ma….” segnala con chiarezza<br />
la forza del linguaggio quotidiano a rappresentarsi quali portatori<br />
di una verità indiscutibile ed auto-evidente. Il lessico razzista,<br />
come affermato in precedenza, diventa sempre meno condannabile, da<br />
cui ne consegue che lo sforzo di denunciare quantomeno le sue forme<br />
pubbliche sia un impegno costante. Il problema non è di abbracciare<br />
un fantomatico “political correct”, spesso grottesco nei suoi<br />
risultati, ma di avviare una propedeutica del linguaggio del rispetto<br />
e del riconoscimento dell’alterità nelle sue mutevoli declinazioni<br />
(non solo etniche).
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Perché,<br />
come scrivete nel testo, nel razzismo si identifica una forma di<br />
&#8220;falsa razionalità&#8221;?</b>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
C.<br />
Vercelli: Il razzismo solo in parte nasce dall’ignoranza, come<br />
comunemente si vorrebbe invece credere. Semmai, tanto più in una età<br />
come quella che stiamo vivendo, è rimesso in circolazione dai<br />
processi di globalizzazione. I quali, per la loro natura “liquida”,<br />
dal momento stesso che mettono in discussione confini e sovranità,<br />
come anche diritti e opportunità, alimentano paure e angosce da<br />
sconfinamento. Tutto si fa più fragile e, a tratti, incomprensibile<br />
nella percezione dei molti, che subiscono passivamente quanto<br />
avviene. Il razzismo, non necessariamente inteso come una dottrina<br />
precostituita bensì nella sua natura di interpretazione banalizzante<br />
dei processi sociali e storici, dà invece un senso di<br />
comprensibilità a ciò che altrimenti rischia di rimanere<br />
incomprensibile. Per il fatto stesso di dividere l’umanità, di<br />
rifiutarne la varietà, di stabilire delle gerarchie, di legittimare<br />
rapporti di potere spesso ingiusti, si configura agli occhi di quanti<br />
sono spiazzati e, nel medesimo tempo, disincantati rispetto al<br />
mutamento in atto, come uno strumento attivo per “governare” le<br />
difficoltà che incontrano. Si tratta di una falsa razionalità<br />
perché dietro la plausibilità dei discorsi e delle condotte<br />
razziste non c’è il mondo ma una immagine di esso, basata perlopi,<br />
se non esclusivamente, sulla paura. Cosa che serve a fare da<br />
propellente a condotte fondate sul pregiudizio, nella convinzione che<br />
da ciò si possa trarre un beneficio personale. Non di meno, quando<br />
tutto ciò si incontra e si traduce in politiche di Stato, come è<br />
avvenuto ben più di una volta nel Novecento, il disastro collettivo<br />
è dietro l’angolo.</p>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
A.<br />
Alietti: La risposta a questa domanda si palesa nell’idea, più<br />
volte richiamata, che il razzismo prefigura nella sua logica un<br />
ordine sociale fondato su una razionalità auto-evidente,<br />
indiscutibile, in grado di giustificare il suo affermarsi e il suo<br />
riprodursi. La falsa razionalità, inoltre, si manifesta nel momento<br />
in cui crea le condizioni per legami sociali fittizi, il più delle<br />
volte, basati sul risentimento, dunque su emozioni che poco o nulla<br />
hanno a che fare con la riflessione razionale.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="_GoBack"></a>In<br />
altre parole, la vulgata razzista agisce come collettore di<br />
insicurezze, frustrazioni collettive alle quali si fornisce una<br />
spiegazione semplice delle cause attraverso l’individuazione dello<br />
straniero quale responsabile tout court.
</div>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2015/02/17/antisemitismo-islamofobia-e-razzismo/">Antisemitismo, islamofobia e razzismo. Rappresentazioni, immaginari e pratiche nella società italiana</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Lettera per il riconoscimento dello Stato di Palestina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jan 2015 07:18:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[arabi]]></category>
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		<category><![CDATA[Corte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questo momento, in cui l&#8217;Europa è sotto shock e la comunità musulmana non violenta è sotto processo per gli atti di terrorismo in Francia, vi ricordiamo che in Palestina c&#8217;è un popolo sotto&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2015/01/10/lettera-per-il-riconoscimento-dello/">Lettera per il riconoscimento dello Stato di Palestina</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>
In questo momento, in cui l&#8217;Europa<br />
è sotto shock e la comunità musulmana non violenta è sotto<br />
processo per gli atti di terrorismo in Francia, vi ricordiamo che in<br />
Palestina c&#8217;è un popolo sotto assedio. Sarebbe importante un<br />
intervento della comunità internazionale, e dell&#8217;Italia, per<br />
iniziare a risolvere davvero la situazione, un passo (dopo tanti<br />
fallimenti)   per riavviare un dialogo interreligioso e geopolitico.<br />
Per questo ripubblichiamo la lettera che Rete della Pace, Rete<br />
italiana disarmo e Sbilanciamoci! hanno scritto ai rappresentanti del<br />
governo italiano per chiedere il riconoscimento dello Stato di<br />
Palestina.</p>
<p>Inoltre: pochi giorni fa, il  <strong>2<br />
gennaio 2015, </strong>la<br />
Palestina ha finalizzato le procedure per accedere allo Statuto di<br />
Roma, trattato che istituisce la <strong>Corte<br />
penale internazionale</strong><br />
(CPI), primo tribunale internazionale permanente incaricato di<br />
perseguire gli individui responsabili di crimini internazionali.</p>
<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/01/palestine-state.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/01/palestine-state.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div align="LEFT">
Roma 14 novembre 2014</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
E’ con profonda<br />
determinazione e convinzione di essere nel giusto, e di agire per la<br />
giustizia che chiediamo al nostro Governo di riconoscere lo Stato di<br />
Palestina, così come hanno già fatto 134 paesi nel mondo ed in<br />
Europa da ultima la Svezia.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
L’Italia<br />
nell’Assemblea delle Nazioni Unite ha votato a favore della<br />
risoluzione per l’ammissione della Palestina quale Stato membro<br />
osservatore, si tratta ora di essere coerenti e di rendere effettiva<br />
quella decisione: l’Italia dichiari il riconoscimento dello Stato<br />
di Palestina.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Lo hanno chiesto<br />
anche 636 autorevoli esponenti della Società Israeliana in una<br />
lettera pubblicata sul giornale quotidiano Haaretz, lo ha chiesto<br />
direttamente all’Italia, Yael Dayan, figlia del generale Moshe<br />
Dayan ed importante voce della politica israeliana.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
E’ dal 1980 che<br />
l’Unione Europea afferma che la soluzione a questo cruciale<br />
conflitto sia quella di arrivare a “due popoli e due stati”, ma<br />
quello che abbiamo visto finora è solo la crescita della<br />
colonizzazione dei territori palestinesi occupati dal 1967 da parte<br />
di Israele. Il 15 Novembre del 1988 con la dichiarazione<br />
d’indipendenza della Palestina, i palestinesi hanno riconosciuto lo<br />
Stato d’Israele ed accettato che il loro stato sorgesse solo sul<br />
22% del territorio storico palestinese, quello dei territori occupati<br />
del 1967. Israele non ha invece ancora riconosciuto lo Stato di<br />
Palestina e neppure i propri confini.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
La motivazione che<br />
viene addotta da diversi rappresentanti politici per il non<br />
riconoscimento è che questo nuocerebbe ai negoziati, ma noi pensiamo<br />
esattamente l’opposto; i negoziati saranno ritenuti necessari da<br />
Israele nella misura in cui la comunità internazionale mostrasse,<br />
con il riconoscimento dello Stato di Palestina seppur atto simbolico,<br />
il suo deciso e chiaro impegno per il rispetto della legalità e per<br />
la soluzione politica del conflitto nel quadro delle risoluzioni<br />
delle Nazioni Unite e dei “due popoli, due stati”.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Per chi dice che il<br />
riconoscimento dello Stato di Palestina sarebbe un gesto unilaterale,<br />
vorremmo ricordare che lo fu anche il riconoscimento e l’ammissione<br />
all’Onu dello Stato di Israele.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Ci auguriamo e<br />
chiediamo che il nostro governo sappia agire con onestà e coraggio<br />
oltre che rispetto per la giustizia e la legalità Internazionale,<br />
riconoscendo lo Stato di Palestina, per la pace e per la sicurezza<br />
dei palestinesi e degli israeliani.</div>
<p>
Per aderire e portare avanti questo<br />
appello:</p>
<ul>
<li>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Scaricate<br />
 il <u><a href="http://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2014/12/Dichiarazione_Riconoscimento_Stato_Palestina.doc?utm_source=rss&utm_medium=rss">modello<br />
 di lettera da inviare al presidente del Consiglio dei Ministri</a></u><br />
 (centromessaggi@governo.it) al Ministro degli Affari Esteri e della<br />
 Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni<br />
 (segreteriaministro.gentiloni@esteri.it) a nome di associazioni,<br />
 circoli, comitati, parrocchie e giunte comunali. In copia sarebbe<br />
 bene mettere:  i Parlamentari per la Pace<br />
 (parlamentariperlapace@gmail.com) e Rete della pace<br />
 (segreteria@retedellapace.it).
 </div>
<li>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Firmate<br />
 la petizione on line di LiberaTva: <u><a href="https://www.change.org/p/l-italia-riconosca-lo-stato-di-palestina?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">L’Italia<br />
 riconosca lo Stato di Palestina</a></u></div>
<li>Diffondete la campagna on line<br />
 con l’hashtag <strong>#Italy4Palestine</strong></p>
</li>
</li>
</li>
</ul>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2015/01/10/lettera-per-il-riconoscimento-dello/">Lettera per il riconoscimento dello Stato di Palestina</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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