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	<title>illegali Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Libro/Inchiesta sul clan dei Casamonica: intervista a Nello Trocchia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 07:59:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani ha intervistato il giornalista Nello Trocchia sul suo libro/inchiesta “I Casamonica. Viaggio nel mondo parallelo del clan che ha conquistato Roma”, edito da Utet, il clan mafioso che ha&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><i><b>Associazione Per i Diritti umani </b></i>ha intervistato il giornalista Nello Trocchia sul suo libro/inchiesta “I Casamonica. Viaggio nel mondo parallelo del clan che ha conquistato Roma”, edito da Utet, il clan mafioso che ha conquistato Roma (e non solo). Pubblichiamo oggi l&#8217;intervista, nella Giornata in cui Libera celebra la Giornata della Memoria e dell&#8217;impegno in ricordo delle vittime di mafie.</p>
<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/cover_casamonica_DEF.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-12224" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/cover_casamonica_DEF.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="287" height="436" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/cover_casamonica_DEF.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1654w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/cover_casamonica_DEF-197x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 197w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/cover_casamonica_DEF-768x1168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/cover_casamonica_DEF-673x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 673w" sizes="(max-width: 287px) 100vw, 287px" /></a></p>
<p>Cosa l&#8217;ha spinta a lavorare ad un&#8217;inchiesta così scottante e pericolosa?</p>
<p>Non ci sono inchieste facili: il nostro lavoro è quello di scoperchiare e raccontare realtà che vengono spesso sottaciute o dimenticate. Da tempo mi occupo di organizzazioni criminali; a mio avviso la questione romana e il rapporto tra la capitale e le mafie è un rapporto che è stato per troppi anni sottovalutato anche dagli esponenti dello Stato, penso ai prefetti di Roma, infatti si è parlato solo di “mele marce”. Il tema delle mafie a Roma è stato taciuto, silenziato e l&#8217; idea di raccontare una mafia, autoctona che è attiva in alcuni quartieri e in alcune zone mi sembrava molto interessante dopo aver affrontato, nel penultimo mio libro, la storia di Roberto Mancini nel quale, con il collega Ferrari, avevamo già affrontato il tema delle organizzazioni criminali a Roma. Volevo, però, affondare di più oltre la superficie e raccontare i profili identitari, i profili criminali e sociali di una mafia come quella dei Casamonica.</p>
<p>Quali sono i quartieri più colpiti?</p>
<p>Loro hanno un controllo territoriale che va dalla zona Mandrione, Porta Furba, Tuscolana fino ai Castelli. Il loro controllo è molto esteso nell&#8217;area sud della capitale, ma sono presenti ovunque. Il collaboratore di giustizia Massimiliano Fazzari, he ho intervistato in esclusiva, mi racconta he sono ome i topi (è un racconto che ha fatto anche alla Procura, al distretto antimafia di Roma), cioè divorano tutto, sono ovunque. Questa metafora ci permette di capire che, indipendentemente dalle aree territoriali, dal censo, dal ceto sociale, i Casamonica arrivano e interloquiscono con tutti perchè loro hanno a disposizione dei servizi che la città chiede e li forniscono con i soldi che vengono prestati “a strozzo” e con il commercio della cocaina. Quando tu offri questi servizi assurgi al ruolo di agenzia criminale.</p>
<p>La città li ha relegati ad un ruolo marginale, solo dal punto di vista della nomea perchè loro sono gli “zingaracci”, ma in realtà la città si serviva di questi soggetti e loro sono diventati romanissimi, prendendo usi, abitudini e costumi dei romani, incrociando con i romani la loro identità sinti che è la loro identità profonda.</p>
<p>Quali sono, quindi, le origini del clan e quali i passaggi della loro escalation criminale?</p>
<p>Sono riusciti nella loro escalation criminale perchè a Roma li ha sottovalutati; in una città che non nominava, non evidenziava, non combatteva la presenza del crimine organizzato, i Casamonica sono stati privilegiati. Se già la mafia non era un problema, i Casamonica, essendo stati battezzati come criminali di rango inferiore o di periferia, erano ancora di più sottovalutati e sono cresciuti tanto perchè il capostipite, Vittorio, e non solo lui, è stato “allevato” da Enrico Nicoletti, uomo di collegamento tra politica, imprenditoria, banda della Magliana.</p>
<p>Mi conferma, cioè, che c&#8217;è una collusione anche con la politica&#8230;</p>
<p>La collusione c&#8217;è in termini di relazioni. Nel momento in cui un&#8217;organizzazione criminale crea un impero, è chiaro che ci sono degli elementi di connivenza. A Roma sono riusciti a mettere su veri e propri quartieri abusivi e soprattutto ad imporre il loro Verbo criminale e questo lo fai solo se hai degli elementi di connivenza molto, molto importanti con ambienti della politica o quantomeno di settori di controllo. Se tu riesci a costruire le case abusive su aree pubbliche e se riesci a diventare un riferimento per mafie potentissime, è chiaro che hai il benestare di chi dovrebbe controllare le tua attività. Compito della Magistratura è capire quali sono i soggetti che li hanno aiutati, ma è un compito difficile perchè in questo clan non ci sono collbarotari di giustizia, ci sono ma sono esterni.</p>
<p>I pentiti sono i “gagi”, quelli che hanno avuto rapporti con il clan e che poi, hanno preso le distanze dallo stesso. I “gagi” sono gli estranei al clan.</p>
<p>Nel libro sono riportati molti aneddoti che riguardano i Casamonica: ce ne può anticipare uno?</p>
<p>Un aneddoto che racconta bene lo sfarzo, l&#8217;amore per la richezza: era il compleanno di Vittorio Casamonica. Mentre le donne, vestite con le loro gonne gitane, e gli uomini pieni zeppi di oro, aspettavano Vittorio, escono in questo prato davanti al ristorante e vedono arrivare un elicottero atterrare. Era il festeggiato con un elicottero privato che faceva il suo ingresso davanti ad imprenditori, professionisti, politici. Con bottiglie di Don Perignon: una festa gigantesca, da magnate, peccato che qualche giorno dopo il ristoratore pretendesse di essere pagato dall&#8217;avvocato di Vittorio Casamonica. La ricchezza, la boria sempre a spese degli altri.</p>
<p>Ma lo Stato è riuscito ad assestare qualche colpo ai Casamonica?</p>
<p>Lo Stato si è svegliato molto tardi con una ordinanza cautelare importante che è stata eseguita lo scorso luglio, l&#8217;”Operazione gramigna” (non a caso chiamata così). Un&#8217;ordinanza molto interessante dalla quale ho preso degli spunti e che cito in diverse parti del libro perchè si inserisce in un quadro della situazione che avevo già scritto e dava un contributo ulteriore perchè dava un colpo duro ad UNO degli arcipelaghi della famiglia Casamonica. Ogni arcipelago ha un capofamiglia e quell&#8217;ordinanza colpisce l&#8217;arcipelago di Via Porta Furba che aveva in Giuseppe Casamonica l&#8217;uomo di potere e nella sorella Stefania la reggente quando Giuseppe era in carcere.</p>
<p>Ci sono, poi, diversi capi in libertà, capaci di avere a che fare con broker del traffico internazionale di droga, in grado di mettere in atto usure, estorsioni , di gestire anche la prostituzione ad alto livello: insomma, a tenere in mano attività criminali ad ampio raggio. I loro soldi sono nascosti in investimenti che vanno trovati e sottratti al clan.</p>
<p>Qual è il suo rapporto con la paura?</p>
<p>La paura è un sentimento che vira verso l&#8217;annullamento della persona; dato che io amo molto la vita,provo a sviare da stati d&#8217;animo che mi conducono all&#8217;annientamento, alla compromissione degli istanti di felicità.</p>
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		<title>Gomme, coloni e beduini: cronaca di una demolizione annunciata</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2016 06:32:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>  di Monica Macchi Chi demolisce una scuola, demolisce il futuro Scuola di Gomme, villaggio beduino di Khan Al Ahmar, Palestina La Scuola di Gomme è una struttura realizzata nel deserto di Gerico con&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">di Monica Macchi</span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Chi demolisce una scuola, demolisce il futuro</b></span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #555555;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Scuola di Gomme, villaggio beduino di Khan Al Ahmar, Palestina</b></span></span></span></em></span></span></p>
<p align="CENTER"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-491.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6667" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6667" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-491.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (491)" width="960" height="640" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-491.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-491-300x200.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-491-768x512.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Scuola di Gomme è una struttura realizzata nel deserto di Gerico con </span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">2.200 pneumatici usati e appoggiati uno sull’altro, sfalsati come fossero mattoni, riempiti col terreno e poi pressati: non ha dunque né cemento nè fondamenta, come impongono i regolamenti militari</span></span></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> israeliani</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> nella cosiddetta Area C (circa il 60% della Cisgiordania).</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> E’ stata progettata dal gruppo ARCò – Architettura e Cooperazione e </span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">costruita sette anni fa dalla ong Vento di Terra (http://www.ventoditerra.org/)?utm_source=rss&utm_medium=rss con finanziamenti di enti locali, della Cooperazione italiana, della Conferenza Episcopale Italiana e della Rete di Sostegno a Vento di Terra. </span></span></strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ una </span></span></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">scuola primaria che ospita 8 classi con quasi 200 alunni ed è un punto di riferimento imprescindibile per le comunità beduine dell’area, circondate da colonie illegali ed escluse dall’accesso ai servizi di base. </span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In questi giorni l</span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">a scuola torna ad essere oggetto di un ordine di demolizione su richiesta della vicina colonia </span></span></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">illegale</span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di </span></span></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Kfar Adumim che presentando foto della scuola chiusa durante le vacanze, ha sostenuto la sua inutilità e chiesto il trasferimento forzato degli alunni alla scuola di Al Jabal, a più di sette chilometri di distanza.</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> In realtà </span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">la scuola di gomme si trova nel “Corridoio E1”, dove il Governo israeliano intende allargare la colonia </span></span></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">illegale</span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di </span></span></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Kfar Adumim ed estendere fino alla colonia illegale di Maale Adumim il Muro che gli arabi definiscono </span></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">فصل</span></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">عنصري</span></span> </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ossia “Muro dell’apartheid”.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-490.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6668" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6668" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-490.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (490)" width="960" height="640" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-490.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-490-300x200.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-490-768x512.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La scuola, ha poi ricordato Vento di Terra, costituisce il simbolo tangibile della tutela dei diritti della popolazione beduina in una area segnata dalla continua espansione degli insediamenti israeliani, ed il suo valore sociale è stato riconosciuto anche dalla Corte suprema israeliana e la sua demolizione e ricollocazione costituisce una</span></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">grave violazione degli </span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">art. 49 e art. 53 della IV Convenzione di Ginevra che vieta esplicitamente alla potenza occupante trasferimenti forzati della popolazione civile e demolizioni.</span></span></strong></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv è già stata convocata dal Primo Ministro israeliano per un incontro relativo allo smantellamento della scuola di Gomme che dovrebbe avvenire tra circa una settimana. La notizia ha avuto molta eco sulla stampa locale e internazionale e per cercare di bloccare questa decisione si sono mossi finora </span></span></strong><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">il Vice Console Italiano Luigi Mattirolo, la rappresentanza dei consolati di Belgio e Spagna, il direttore di UN-OCHA David Carden, il Ministro dell’Istruzione Palestinese ed il Governatore di Gerusalemme. </span></span></strong></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Niente invece dal Governo italiano….eppure Renzi nel suo discorso alla Knesset ha detto “</span></span></strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per me l&#8217;università, il centro di ricerca, una scuola, sono i luoghi in cui il capitale umano emerge con tutta la sua forza e la sua bellezza: passa dall&#8217;investimento educativo sulle nuove generazioni la ripartenza di qualsiasi territorio”…ma forse si riferiva solo alla “Startup Nation” neologismo per indicare il connubio tra “università, venture capitalism e nuove aziende” con cui sono stati firmati accordi di cooperazione e stigmatizzata la pratica del boicottaggio.</span></span></span></p>
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		<title>&#8220;Hate crimes in Europe!&#8221;: Conversazione/Conversations</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2016 07:40:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cinzia D&#8217;Ambrosi &#160; “Possiamo fare un esperimento. Se usciamo di qui insieme, tu sei bianca ed io nero, vedrai che la polizia ci ferma nel giro di poco tempo. Ti prometto che e&#8217;&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Cinzia D&#8217;Ambrosi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">“Possiamo fare un esperimento. Se usciamo di qui insieme, tu sei bianca ed io nero, vedrai che la polizia ci ferma nel giro di poco tempo. Ti prometto che e&#8217; cosi&#8217;.” mi dice Abdul “Perche ci fermerebbero?” chiedo.</p>
<p align="JUSTIFY">“Pensano che, se tu passeggi con me, e&#8217; perche&#8217; ti sto vendendo della droga. Non pensano che tu potresti essere un&#8217;amica”.</p>
<p align="JUSTIFY">Sembra una conversazione come un&#8217;altra, ma il significato mi colpisce. Non perche&#8217; nel discorso si rivelano e si riconfermano dei fatti spiacevoli con una carica scorcentante di razzismo, ma e&#8217; il senso di rassegnamento su cui e&#8217; difficile passare sopra. Khamis, seduto intorno al tavolo dice: “Sono del Sudan e sono ad Atene da otto anni. Ancora non ho un permesso di soggiorno. Conosco molti altri che aspettano da 15 anni. Che vita e&#8217; questa? Alcuni di noi, nel frattempo, hanno avuto dei figli, ma anche loro non hanno un riconoscimento e quindi rimangono senza cittadinanza”.</p>
<p align="JUSTIFY">Mi sono ritrovata spesso a partecipare a conversazioni in cui viene recepita la frustazione e la disperazione di non poter vivere la propria vita pienamente. Purtroppo non ci sono molte speranze di un processo piu&#8217; veloce per coloro che aspettano che il loro caso venga valutato. Allo stesso tempo, un impegno verso un&#8217;integrazione che garantisca dignita&#8217; e&#8217; ancora distante.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-291.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5792" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5792" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-291.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (291)" width="752" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-291.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 752w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-291-300x200.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 752px) 100vw, 752px" /></a>Foto di Cinzia D&#8217;Ambrosi</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><b>Didascalia:</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Molti come A. sono senza un permesso di soggiorno per anni/</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><b>Captions:</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Many like A. are without a permit to stay for years.</span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="CENTER"><span style="font-family: Liberation Sans, Arial, sans-serif;"><span style="font-size: xx-large;"><b>Conversations</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">“We could do an experiment. If we go out together from this flat, you are white and I am black, in a little time the police will be stopping us. I promise you it will happen.” says Abdul. “ Why would they stop us?” I ask. “They would think that there is only one reason for which you will be walking with me, that I am selling you drugs. They would not consider that we could be friends”.</p>
<p align="JUSTIFY">A conversation like any other, yet its meaning reveals and confirms that racism is so embedded that is like a matter of fact knowledge among the refugee community. Sadly, it is its resignation that is very difficult to digest. Khamis, sitting at the same table adds: “I am from Sudan and I am in Athens from 8 years. I still don&#8217;t have a permit to stay. I know people that have been waiting from 15 years. What kind of life is this for us? Some of us even have children now and even they don&#8217;t have papers. Children are left without a citizenship, paperless. I found myself often to participate in similar conversations. Frustration and desperation of a life on the margins are rampant. Sadly, there is no much hope for a faster process for cases to be evaluated and their status cleared. At the same time, there is no significant effort for a dignified integration.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La schiavitù nei campi: coercizione e volontarietà dei lavoratori sfruttati</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2016 08:58:56 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Marco Omizzolo    (da Eurispes.it)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli studi sullo sfruttamento lavorativo spesso si confrontano con una diffusa e vetusta interpretazione del fenomeno legata a modelli propriamente schiavistici dei secoli passati e poco attenti alle modalità specifiche con le quale esso si manifesta nella società contemporanea. Lo sfruttamento lavorativo deve essere, invece, declinato in modo moderno. D’altro canto, già l’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel 2014 riconosce e specifica i caratteri del lavoro gravemente sfruttato, affermando che esso si manifesta quando “<i>implica una non facile fuoriuscita da parte dei lavoratori dalla condizione in cui versano, poiché assoggettati e minacciati e dunque probabile oggetto di violenza</i>”<sup><a class="sdfootnoteanc" href="http://www.leurispes.it/la-schiavitu-nei-campi-coercizione-e-volontarieta-dei-lavoratori-sfruttati/#sdfootnote1sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote1anc">1</a></sup>.     <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/lavori-agricoli1-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5714" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-5714 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/lavori-agricoli1-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="lavori-agricoli1-300x225" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Il lavoratore sfruttato, soprattutto se bracciante, vive una condizione in cui è evidente la relazione asimmetrica tra il datore di lavoro, titolare del potere decisionale che manifesta in via esclusiva e diretta, e se stesso in quanto forza-lavoro, obbligato ad obbedire al potere del primo. È una prima condizione subito evidente che costituisce la struttura di base dello sfruttamento lavorativo, riscontrabile anche nelle sue forme tradizionali. L’orario di lavoro è un altro aspetto fondamentale e tradizionale dello sfruttamento lavorativo. Lavorare in campagna come bracciante per 14 ore consecutive con brevi pause di pochi minuti significa essere pienamente dentro la fattispecie dello sfruttamento lavorativo. La retribuzione anche è di fondamentale importanza. Ottenere una retribuzione mensile di poche centinaia di euro a fronte di un lavoro quotidiano per un’attività logorante e usurante come quella bracciantile, autorizza a considerarla una variabile propria dello sfruttamento lavorativo.</p>
<p>Il grave sfruttamento lavorativo è però declinabile anche secondo alcune variabili che consentono di comprenderne la complessità moderna e nel contempo di leggerne l’evoluzione. Tra esse, la qualità strutturale delle condizioni materiali di lavoro. L’attività del bracciante impegnato nella raccolta di ortaggi in serra per quattordici ore al giorno per trenta giorni al mese per una retribuzione mensile di appena 400/500 euro, se è anche subordinato alla volontà vincolante e dominante del datore di lavoro o del caporale che esercita un potere diretto e insindacabile sulla persona del lavoratore, termina direttamente nella fattispecie specifica del lavoro para-schiavistico.</p>
<p>Si deve sommare poi la condizione di vulnerabilità del lavoratore data da uno stato temporaneo (che può essere anche di lungo periodo) di precarietà o fragilità sociale, da cui scaturisce la sua predisposizione ad accettare qualsiasi occupazione pur di garantirsi la sussistenza e quella del proprio nucleo familiare (che nel caso dei migranti comprende anche le proprie famiglie residenti nei paesi di origine). Ciò significa predisporsi ad accettare le condizioni imposte dal datore di lavoro. Ad esse si sommano, nel caso dei migranti, gli obblighi di legge derivanti dalle condizioni previste dalla normativa vigente con riferimento ad esempio al rinnovo del permesso di soggiorno, che obbliga i lavoratori ad accettare le condizioni di lavoro informali ma predominanti imposte dal datore di lavoro e dal caporale pur di riuscire a soddisfare i parametri normativi previsti. A queste si deve aggiungere anche la segmentazione propria del mercato del lavoro italiano che impedisce la necessaria mobilità, soprattutto ascensionale, allo scopo di superare la reclusione in ambiti lavorativi precari, stagionali, particolarmente faticosi, poco retribuiti, esposti a ricatti, violenze e discriminazioni. Infine, ci sono da considerare anche gli ostacoli culturali, come la scarsa conoscenza della lingua italiana, delle normativa nazionale e internazionale, delle consuetudini vigenti e i servizi sindacali, di welfare o istituzionali territorialmente organizzati.</p>
<p>Alcuni case studies emersi in Italia nel corso degli ultimi anni possono specificare meglio, almeno empiricamente, quanto illustrato con riferimento al lavoro gravemente sfruttato. Ciò vale riguarda in territori dove il fenomeno è più noto, come la Sicilia, la Puglia, la Calabria, la Campania o il Lazio e anche alcune realtà del Nord del Paese dove esso è più localmente circoscrivibile ma rispondente alle medesime perverse logiche. Tra le tante, ad esempio, il grossetano, l’astigiano, alcune aree del Veneto, l’hinterland milanese, alcune zone emiliane e friulane. In alcune di queste aree la declinazione moderna del grave sfruttamento assume caratteri originali che spesso superano le rigidi fattispecie della dottrina tradizionale, compresa quella giudiziaria. Proprio questa originalità consente di superare una lettura troppo ortodossa del grave sfruttamento lavorativo.</p>
<p>È il caso dell’utilizzo, indotto dal datore di lavoro, di sostanze dopanti come metanfetamine, oppio e antispastici da parte dei braccianti indiani originari del Punjab impiegati nelle campagne della provincia di Latina allo scopo di reggere le fatiche psico-fisiche derivanti dallo sfruttamento lavorativo (http://www.inmigrazione.it/it/dossier/2014—doparsi-per-lavorare-come-schiavi).?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
<p>In questo caso si rileva al volontà dei braccianti punjabi di lavorare alle condizioni imposte dal datore di lavoro, accettandone le condizioni, a fronte della supposta, ipotetica e spesso improbabile, possibilità di rifiutarsi e dunque di sottrarsi allo sfruttamento. Quest’ultima opzione risulta assai poco praticata, considerando gli obblighi normativi volti al rinnovo del permesso di soggiorno, i vincoli sociali derivanti dall’impegno assunto con la famiglia di origine, il vincolo proprio del rapporto con il trafficante (http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=23093)&utm_source=rss&utm_medium=rss che lo ha condotto in provincia di Latina e l’obiettiva impossibilità di trovare altra occupazione che non sia quella del bracciante. Per questa ragione la declinazione particolarmente cruenta del doping è in corso di diffusione e rischia di generare circuiti economici spesso gestiti da forme varie di criminalità, compresa quella organizzata, sino a generare una forma originale di criminalità indiana. Il vincolo della “catena”, secondo il vecchio paradigma schiavistico, ossia dell’impossibilità fisica del soggetto di sottrarsi dallo sfruttamento lavorativo para-schiavistico, è evidentemente fallace nella società contemporanea, nella quale invece tale fattispecie sfocia in una complessità policroma che comprendere variabili sociali, culturali, economiche e giuridiche ampie che solo una lettura approfondita, e dunque non banale, è in grado di rilevare.</p>
<p>L’auspicio è che la riflessione sulla genesi delle moderne forme di sfruttamento e di grave sfruttamento consenta presto di aggiornare schemi interpretativi vetusti, anche dal punto di vista giuridico e giurisdizionale. L’analisi del fenomeno grazie a ricerche qualificate e appropriate (http://www.inmigrazione.it/it/dossier/migranti-e-territori-lavoro-diritti-accoglienza)?utm_source=rss&utm_medium=rss possono influenzare anche il dibattito politico, a patto che si comprenda il rapporto intenso tra coercizione e volontarietà del lavoratore che precipita nello sfruttamento lavorativo.</p>
<div id="sdfootnote1">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.leurispes.it/la-schiavitu-nei-campi-coercizione-e-volontarieta-dei-lavoratori-sfruttati/#sdfootnote1anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote1sym">1</a> Organizzazione Internazionale del Lavoro, Convenzione sul lavoro forzato e obbligatorio, n.29/1930.</p>
</div>
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		<title>“America latina: i diritti negati”: Carovane migranti</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2016 05:58:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Mayra Landaverde E’ partita il 2 aprile da Torino la 2a Carovana per i diritti dei migranti, per la verità e la giustizia. Le tappe saranno Torino, Mondeggi, Roma, Pescara, Lanciano, Caivano, Altamura,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Abadi MT Condensed Light, serif;"><span style="font-size: large;">di Mayra Landaverde</span></span></p>
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<p>E’ partita il 2 aprile da Torino la 2a Carovana per i diritti dei migranti, per la verità e la giustizia. Le tappe saranno Torino, Mondeggi, Roma, Pescara, Lanciano, Caivano, Altamura, Palazzo S. Gervasio, Riace, Caltanissetta, Sutera, Agrigento, Niscemi, Siracusa e Catania.</p>
<p>Sono tutte località del territorio italiano e questa rubrica parla di Latinoamerica. Cosa c’entrano allora? Tutto. Perché la Carovana migrante lavora a stretto contatto con il Movimiento Migrante Mesoamericano che organizza a loro volta la Caravana de madres centroamericanas.</p>
<p><span style="font-size: medium;">La carovana delle madri latinoamericane parte dal sud del Messico e percorre lo stesso tragitto che fanno i migranti attraversando tutto il paese con l’obiettivo di arrivare vivi al confine con gli Stati Uniti. Si, arrivare vivi, perché non è per nulla scontato. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Migliaia di donne uomini e bambini spariscono in questo viaggio. E’ questo il motivo per cui si fa la carovana, per cercarli. E in dodici anni hanno ritrovato decine di persone.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In questa seconda edizione della Carovana migrante ( la prima fu nel 2014 ) ci saranno oltre ai volontari che organizzano lo svolgimento di questo lungo viaggio, tre persone che vengono dal Messico e una dalla Tunisia.</span></p>
<p>Omar Garcìa Velàzquez, portavoce degli studenti della scuola “Normale “Rurale Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa nello stato del Guerrero in Messico; è un sopravvissuto della tragica notte del 26 settembre 2014 nella quale tre studenti furono uccisi e altri 43, prelevati dalle forze dell’ordine, sono scomparsi.</p>
<p>Le scuole normali rurali, essendo completamente gratuite, costituiscono l’unica possibilità di studio per lo strato più povero della popolazione, ma questi studenti sono un esempio di impegno scolastico civile e di lotta per tutti gli studenti messicani. In un contesto di corruzione e narcotraffico e distruzione ambientale da parte delle multinazionali studiano per diventare maestri, inseguono il sogno di formare i più emarginati a costruire un mondo di giustizia sociale e sono l’unico supporto dei bisogni della loro comunità. Per questo sono oggetto di repressione. La vicenda dei 43 studenti ha prodotto nel Messico, in cui la violenza contro la natura e contro l’uomo è normale e la protesta viene criminalizzata, una grande mobilitazione e voglia di cambiamento.</p>
<p>Guadalupe Gonzàlez fa parte di un gruppo di donne conosciute con il nome <span lang="zxx"><a href="http://laspatronas.org.mx/?utm_source=rss&utm_medium=rss">“Las Patronas”</a></span>, che vive nel quartiere Patronas della città de Los Reyes nello stato di Veracruz in Messico. Sono persone comuni che ogni giorno, senza nessun utile personale, preparano il cibo per i migranti che attraversano il Messico sul treno soprannominato “La Bestia” nel loro viaggio verso gli Stati Uniti.</p>
<p>Da vent’anni svolgono questo lavoro perché purtroppo la condizione dei migranti non è cambiata, anzi è peggiorata. Sono un esempio che ogni essere umano dovrebbe seguire, portano vita sulla strada della morte.</p>
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<p align="JUSTIFY">Ana Gricélides Enamorado è una madre honduregna che, da anni, cerca il figlio di cui non ha più notizie dal 2010.</p>
<p align="JUSTIFY">Ora Ana vive in Messico e lavora con il <span lang="zxx"><a href="https://movimientomigrantemesoamericano.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Movimiento Migrante Mesoamericano</a></span> continuando la ricerca del figlio ed aiutando tutti gli altri familiari a cercare i loro cari scomparsi. E’ diventata un’autorevole portavoce del Movimento e della Caravana Centroamericana</p>
<h2 align="JUSTIFY"></h2>
<p align="JUSTIFY">Imed Soltani è il rappresentante dell’associazione tunisina <span lang="zxx"><a href="https://www.facebook.com/جمعية-الأرض-للجميع-Association-la-terre-pour-tous-439972149418271/?fref=ts&utm_source=rss&utm_medium=rss">“La terre pour tous”</a></span> che da cinque anni rappresenta le madri di 504 ragazzi dispersi durante il viaggio migratorio verso l’Italia e le supporta nella loro ricerca, nel tentativo di ritrovarli o di conoscere la verità sulla loro sorte.</p>
<p align="JUSTIFY">Si tratta di persone svanite nel nulla dopo l’approdo sulle nostre coste, e sul cui arrivo in Italia esistono evidenze tratte da fotografie e riprese video.</p>
<p align="JUSTIFY">Mettere insieme tutte le nostre lotte ma in particolare la ricerca dei nuovi desaparecidos da questa parte nel Mediterraneo e dall’altra in Messico non può che darci forza per continuare finché non cessino tutte queste tragedie e fino a ritrovare l’ultimo dei figli dispersi, ovunque sia nel mondo.</p>
<p align="JUSTIFY">Per sostenere il tour della Carovana migrante in Italia: <a href="https://www.produzionidalbasso.com/projects/9901/support?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.produzionidalbasso.com/projects/9901/support?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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