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	<title>immistampa Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Noi terroristi, storie vere dal Nord Africa a Charlie Hebdo</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2016 09:55:01 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 14 gennaio, presso I.S.P.I (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) di Milano si è tenuto il convegno dal titolo “Noi terroristi. Storie vere dal Nord Africa a Charlie Hebdo” che riprende il titolo anche del saggio di Mario Giro, sottosegretario agli Affari Esteri, libro edito da Guerini e associati.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/noi_terroristi_-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5085" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/noi_terroristi_-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="noi_terroristi_" width="230" height="353" class="aligncenter size-full wp-image-5085" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/noi_terroristi_-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 230w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/noi_terroristi_-1-195x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 195w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></a></p>
<p>Parigi, 25 luglio 1995: esplode una bomba nella stazione RER di Saint Michel, causando 8 morti e 117 feriti. Parigi 7 gennaio 2015: i fratelli Saì&#8217;d e Chérif Kouachi assaltano la redazione di Charlie Hebdo e compiono una strage. Vent&#8217;anni di differenza tra i due fatti di sangue. Stessa la matrice, quella del jihadismo, il terrorismo islamico. Simili le storie: giovani perduti, finiti nel gorgo della delinquenza e alla fine corrotti dai &#8220;cattivi maestri&#8221; del terrore. Ma anche &#8211; questo è il nodo &#8211; un filo che lega le stesse persone: c&#8217;è un contatto tra i due attentati, medesimi gli ambienti, stesse le cellule. Questo è un libro di storie di ragazzi perduti che a un certo punto decidono di farsi terroristi. Storie diverse e uguali, forse banali. Tra tutte, al centro, la storia principale, quella di HM, uno dei primi, quando al-Qaeda nemmeno esisteva. HM è un archetipo, un attentatore alle prime armi. La sua vicenda si intreccia con quelle di tanti altri giovani e giunge fino ad oggi, fino a Charlie Hebdo. Il tragitto di HM è stato pubblicato nel 2005 (nel libro intitolato &#8220;Gli occhi di un bambino ebreo&#8221;) ma torna oggi di estrema attualità. </p>
<p>L&#8217;Associazione per i Diritti umani ha seguito il convegno al quale hanno partecipato, oltre al sottosegretario: Shady Hamadi, giornalista e scrittore, Sumaya Abdel Qader, ricercatrice e blogger, Alberto Negri, giornalista de Il Sole24Ore e Milena Santerini, Docente presso l&#8217;Università Cattolica di Milano e Parlamentare.</p>
<p>Ecco per voi il report del convegno.</p>
<p>Mario Giro: Il libro nasce quando mi accorgo che i ragazzi che hanno compiuto gli attentati appartengono alla stessa filiera di quelli che hanno compiuto gli attentati dal 1995, in Francia, per cui è un libro sui nostri ragazzi e non si tratta di un testo di geopolitica.<br />
Dobbiamo avere memoria: dal &#8217;95, in Francia, ad esempio si passano la mano tra fratelli, cugini etc. Il fenomeno è antico e ce lo porteremo dietro anche dopo la sconfitta dell&#8217;Isis perchè i membri delle filiere (algerino-francese e marocchino-francese) sono passati da una parte all&#8217;altra; inoltre, c&#8217;è un problema di integrazione e anche noi siamo chiamati in causa per capire cosa vogliono le nuove generazioni.</p>
<p>Alberto Negri: C&#8217;è una grossa responsabilità anche dell&#8217;Europa per ciò che sta accadendo anche se ci sono stati alcuni momenti in cui si è provato a cambiare qualcosa: a metà degli anni &#8217;90, ad esempio, Sant&#8217;Egidio provò a radunare intorno ad un tavolo, a Roma, le vecchie componenti del partito socialista algerino e le comunità islamiche per avviare un dialogo e sui muri di Algeri campeggiava la scritta: “W Sant&#8217;Egidio”.<br />
Quando sconfiggeremo l&#8217;Isis ci saranno quelli che hanno preso parte alle guerre in Iraq e in Siria, ci sarà il ritorno dei foreign fighters, ritorno causato dalla destabilizzazione del Paesi, come è accaduto in Algeria e in Libia. Allora cosa possiamo fare? Possiamo fare qualcosa per la seconda generazione. Dobbiamo domandarci se siamo capaci di includere e dobbiamo essere credibili nella giustizia e nell&#8217;equità nei confronti degli altri. </p>
<p>Milena Santerini: Siamo angosciati da un fenomeno che non riusciamo a capire. Per prima cosa, allora, dobbiamo ascoltare le storie perchè il fenomeno è complesso. Molti ragazzi non vengono solo dalle periferie povere, ma sono anche di famiglie piccolo-borghesi, oppure vengono da quelle guerre che hanno fatto scoppiare, in loro, la rabbia.<br />
Se non iniziamo a capire cosa hanno in comune questi ragazzi, non troveremo mai le soluzioni: si parla di “islamizzazione del nichilismo”, di umiliazione e di mancanza di speranza. Questi elementi sono alla base del terrorismo, terrorismo che è poi anche politicizzato. Il nostro errore è quello di credere alla propaganda: “Loro sono il vero Islam, quello delle origini”, ma questo non è vero. Queste sono forme deviate di Islam che si mescolano ad un senso di vittimismo e di risentimento. Quei ragazzi hanno la capacità di buttarci in faccia il sacrificio, anche della loro stessa vita.<br />
Possiamo chiedere alle comunità islamiche di fare autocritica, ammettendo di non aver capito il disagio dei ragazzi e di essere stati compiacenti ( e questo vale anche per noi).<br />
Alla società non musulmana possiamo chiedere il rispetto, a partire dalla scuola.  Manca l&#8217;interpretazione di ciò che chiedono i ragazzi: il fenomeno del nichilismo radicalizzato è molto pericoloso e noi dobbiamo ripensare il nostro modello di integrazione, condannando qualsiasi forma di violenza.</p>
<p>Sumaya Abdel Qader: La tematica dell&#8217;estremismo (o radicalizzazione) è un problema di tutti: se ci sentiamo distinti, ci percepiamo lontani; se ci sentiamo vicini, ci percepiamo come parte della stessa società. I problemi e le paure sono comuni a tutti.<br />
Possiamo evidenziare tre categorie di giovani: 1) giovani musulmani plagiati che restano chiusi in un mondo a sé. 2) I giovani che potenzialmente possono diventare terroristi e 3) giovani musulmani equilibrati, che vivono tranquillamente nella quotidianità.<br />
Cosa chiedere a questi ultimi e alle istituzioni? Ai ragazzi musulmani di lavorare sulla propria identità, aprendo le porte al dialogo alle altre fedi e alla società civile.<br />
Siamo sommersi da una propaganda strumentale per creare fobie per  fare leggi “speciali” o per ottenere più consensi elettorali. Alle istituzioni, quindi, chiediamo di lavorare sulla cittadinanza, iniziando a riconoscere chi è nato in Italia da genitori stranieri. La cittadinanza non deve essere vista come una “concessione” perchè ormai la società è una società plurale e non possiamo affrontare queste questioni con fare paternalistico, ma come pari. </p>
<p>Shady Hamadi: La cultura della morte e del fondamentalismo nascono dagli ultimi cinquant&#8217;anni di Storia in quell&#8217;area del mondo: anni di dittature che hanno sradicato i giovani, privati di istruzione e di prospettive. In loro c&#8217;è un fatalismo che continua a riproporsi. L&#8217;80% dei sunniti, in Siria, è stato marginalizzato e deprivato dei diritti.<br />
La questione principale, quindi, è quella del riconoscimento dell&#8217;Altro. E&#8217; importante parlare CON gli arabi e non degli arabi, CON i musulmani e non dei musulmani e la sfida è quella di imparare gli uni dagli altri. </p>
<p>Mario Giro: Ci sarebbero tre modi di affrontare il problema: 1) Ricordare la Storia del mondo arabo, quei regimi durissimi che noi occidentali abbiamo ignorato o dei quali siamo stati complici, regimi che hanno fallito per cui c&#8217;è stata una rinascita islamica, un&#8217;utopia che è diventata un incubo totalitario.<br />
Il terrorismo è una guerra, innanzitutto, contro gli arabi musulmani stessi, è uno scontro dentro una civiltà per il controllo geopolitico: tutti soggetti di quell&#8217;area dovrebbero sedersi attorno a un tavolo e dialogare per costruire un&#8217;ipotesi di convivenza o di equilibrio.<br />
Processi di radicalizzazione sono presenti in qualsiasi religione, ma sono gestibili. Per l&#8217;Islam è peggio perchè, nei Paesi arabi, c&#8217;è la guerra: i reclutatori, i Maestri del Male, si fanno forte di questo. I video di Daesh, ad esempio, sono terribili, pieni di violenza quando sono rivolti a noi, ma quando sono rivolti agli adepti sono molti diversi: lo jihad è la risposta alla depressione, l&#8217;Occidente non è una democrazia perchè chi governa veramente sono le banche e così via&#8230;E così colpiscono nervi scoperti. Questo non è Islam, non è teologia.<br />
Le storie dei ragazzi sottolineano il vuoto che a loro appartiene, ma che è proprio anche dei giovani italiani e occidentale. Anche qui c&#8217;è il problema di una generazione senza futuro, ma allo stesso tempo con un bisogno di Assoluto e quell&#8217;Assoluto può essere lo jihad. Si tratta di un bisogno di giustizia distorto che diventa una trappola per i ragazzi musulmani.<br />
Dividere ed escludere crea insicurezza: pensiamo ai ghetti di italiani a New York e alla criminalità che lì è nata. Ognuno di noi deve fare il possibile per abbassare il livello di aggressività, cercando di considerare le persone per persone e non per categorie. </p>
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