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	<title>impianti Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Giustizia per Taranto. Il processo ambientale più importante in Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2021 07:34:47 +0000</pubDate>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha intervistato Mimmo Laghezza, attivista in Giustizia per Taranto e giornalista professionista, in occasione del più importante processo ambientale in Italia. Ringraziamo moltissimo Mimmo Laghezza per le informazioni e la disponibilità. </p>



<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p><strong>Innanzitutto, Mimmo, puoi ricordarci brevemente la vicenda dell&#8217;Ilva?</strong></p>



<p>“Il siderurgico – che allora si chiamava Italsider &#8211; nel 1995 è passato dalla gestione pubblica nelle mani della famiglia Riva. Una vendita farsa perché l’hanno pagata un’inezia.</p>



<p>Detto questo, sarebbe sbagliato attribuire al privato colpe superiori rispetto a quelle statali. Probabilmente le manutenzioni sono state particolarmente disattese, ma in termini di inquinamento quella fabbrica era pensata per una durata di trent’anni, ma poi quel limite &#8211; che era stato posto come tempo massimo di esposizione di una popolazione agli inquinanti &#8211; è stato disatteso.</p>



<p>Nulla è stato mai fatto perché quel ‘mostro’, come chiamiamo lo stabilimento siderurgico a Taranto, si protendesse verso il futuro utilizzando tecnologie all’avanguardia, come pure è stato fatto in altri Paesi civili. Perché, pur ammettendo che la sensibilità ambientalista negli anni della gestione statale non fosse molto alta, è certo che la pericolosità degli inquinanti prodotti da un siderurgico fosse nota agli esperti e quindi ai decisori”.</p>



<p><strong>Ho letto della denuncia di un noto medico tarantino già all’indomani della messa in funzione degli impianti.</strong></p>



<p>“Sì, il dottor Alessandro Leccese: un ufficiale medico di Taranto, che aveva evidenziato che gli studi condotti sino ad allora avevano rilevato una maggiore mortalità per tumori al polmone, soprattutto dove nel pulviscolo atmosferico sono presenti berillio, molibdeno, arsenico e benzopirene. Grazie alle denunce di professionisti come lui, sul piano ambientale si iniziò presto ad avere contezza dell’impatto del siderurgico. L’amministrazione provinciale del tempo si era posta la questione dei possibili danni ambientali e sanitari dell’inquinamento generato dal siderurgico, tanto che nell’ottobre del 1965 (quindi a neanche un anno dalla prima colata di ghisa, datata novembre 1964) fu organizzato un convegno su “Problemi di medicina sociale in una zona a rapido sviluppo industriale”. Nel 1965 e nel 1967 il dottor Leccese aveva prodotto altre relazioni sulle emissioni del siderurgico in mare e in atmosfera, ma per questa sua attività dovette sperimentare un sostanziale isolamento. Scriveva nel suo diario: «Mi hanno lasciato solo a battermi per la difesa di Taranto dall’inquinamento determinato massivamente dagli scarichi a mare delle acque di lavorazione del centro siderurgico entrato in funzione di recente. Malgrado le sollecitazioni fatte dal ministero della Sanità, al prefetto, al medico provinciale e al sindaco, per fronteggiare la grave situazione venutasi a creare, nessuno di loro si è mosso, nel timore di urtare la suscettibilità di alcuni politici locali interessati al problema».</p>



<p>Non erano passati neanche tre anni dacché l’Italsider aveva cominciato a produrre e quindi a inquinare!”</p>



<p><strong>Lo scorso 1 febbraio è partita la fase finale del processo ambientale più importante nella storia italiana, che vede 47 imputati. Di cosa sono accusati?</strong></p>



<p>“Possiamo dire ‘della storia europea’, senza ombra di dubbio. Sono a processo 44 persone fisiche e 3 persone giuridiche e sono accusati di disastro ambientale, ma anche per imputazioni relative all’avvelenamento di sostanze alimentari, alle omesse cautele per la sicurezza sul lavoro, alla corruzione e all’abuso di ufficio”.</p>



<p><strong>Il pm, Mariano Buccoliero, ha pronunciato frasi molto dure, facendo riferimento anche ad una scuola: la scuola Deledda, nel quartiere Tamburi, a Taranto. Ce ne vuoi parlare?</strong></p>



<p>“Il pm, nella sua requisitoria durata nove giorni, ha definito sciagurata e criminale la conduzione dell’Ilva da parte della famiglia Riva. Nel crimine – il processo ci dirà, come auspichiamo, se dal punto di vista anche penale – che è certamente morale, ricade il disinteresse di qualsiasi premura riguardasse i più piccoli, i bambini e gli adolescenti. A poche decine di metri dal camino E312, lo sputaveleni per eccellenza, c’è la scuola ‘Deledda’, che il pm Buccoliero ha definito «la scuola della morte», perché intasata dalle polveri nocive. Parlando dei bambini che frequentano quella scuola e più in generale dei cittadini che vivono ai Tamburi, il pubblico ministero ha definito «l’inquinamento prodotto da quella fabbrica devastante per l’ambiente e per la salute».</p>



<p>Sui bambini dei Tamburi, soprattutto quelli delle famiglie meno abbienti, fa riflettere una letterina per Babbo Natale scritta da uno di loro, qualche tempo fa e che è stata portata in aula dal pubblico ministero: «Visto che ci serve, mi porti una macchinetta per fare l’aerosol?»</p>



<p>Dimmi se è ammissibile ascoltare una simile richiesta… dimmi in che baratro siamo sprofondati se la politica a tutti i livelli preferisce tutelare i profitti (quali, poi???) legati alla presenza del ‘mostro’ piuttosto che salvare vite umane!”</p>



<p><strong>Quali sono le richieste dei familiari delle vittime dell&#8217;Ilva e delle famiglie degli operai che ancora vi lavorano?</strong></p>



<p>La città chiede a gran voce la chiusura immediata delle fonti inquinanti. Non c’è altro tempo da perdere. Quella fabbrica, oltre a provocare malattie e morte, inghiotte 2 milioni di euro a giorno, soldi pubblici: tu terresti in strada la vecchia Prinz del nonno che sputa fumi neri ad ogni accelerata, che consuma un litro di carburante a chilometro e che perde pezzi a ogni tragitto?</p>



<p>Non c’è logica. Ma ci sono logiche lobbistiche che tengono aperto quel rottame, antieconomico e amorale!</p>



<p>Poi c’è una minoranza davvero esigua che vuole mantenere lo status quo: si tratta prevalentemente di operai, sui cui criteri d’assunzione stendiamo un velo pietoso, che vengono da altre province; pur sobbarcandosi un viaggio, ogni giorno, si sentono al sicuro perché hanno almeno gli affetti a 70-100 chilometri di distanza dalla principale fonte di diossina d’Europa: si stima che a Taranto si produca il 93% della diossina italiana, il 67% di piombo… Numeri impressionanti che fanno il paio con quelli che voglio evitarti sulla mortalità infantile.</p>



<p><strong>Qual è la voce dei tarantini in merito a questa vicenda?</strong></p>



<p>Ti rispondo con un’evidenza: alcuna famiglia tarantina non è stata toccata dalle conseguenze nefaste degli inquinanti.</p>



<p>Soffriamo molto l’isolamento a cui siamo stati ridotti; sui media, tranne pochissime voci informate, ma che evidentemente non fanno parte del grande circo dell’acciaioitalianoprimaditutto, passa l’idea di una città che vorrebbe tutelare quei pochi posti di lavoro che ora l’ex Ilva ancora garantisce.</p>



<p>Ti dò un elemento, su tutti, di riflessione: il 15 dicembre del 2012 si è svolta una manifestazione – ovviamente pacifica – contro l’inquinamento al grido di ‘Taranto libera’… Hanno partecipato quasi 30.000 persone: pensi che una cosa simile non dovesse passare sui canali nazionali? Ritieni che il grido di indignazione di un’intera città, non dovesse essere reso pubblico?</p>



<p>Invece, nulla. Da quel momento, il nostro agire è stato rivolto a parlare ‘fuori’, dal denunciare quello che viene sottaciuto, del diritto alienato alla salute e alla vita.</p>



<p>Io ho scritto un libro per ragazzi (Il formicaio delle zampe pelose, edito da Multimage, ndr) che parla dei nostri diritti negati: lo presento in tutt’Italia per raccontare ai ragazzi e ai genitori che li accompagnano, il nostro diritto – negato &#8211; ad una vita normale; il diritto di andare a scuola, ad esempio: sai che nei wind days (i giorni di vento da nord-nordovest) i bambini e i ragazzi dei Tamburi non possono andare a scuola? Per due, tre, talvolta quattro giorni, le scuole rimangono chiuse perché per le strade c’è una coltre di polvere color ruggine. Devono rimanere barricati in casa, con le finestre chiuse! E quando ritornano a scuola, devono ripulirsi i banchi nonostante il personale preposto avesse già fatto una pulizia radicale, prima del loro rientro in classe.</p>



<p><strong>Come se ne esce, allora?</strong></p>



<p>“Chiusura di quel vecchio catorcio bonifiche e riconversione! Il lavoro non dev’essere una fonte di morte per sé e per i propri cari. Il lavoro, quello pulito, dev’essere gioia di determinare sussistenza, non dolore e sofferenze.</p>



<p>Questo è il nostro mantra: chiusura, bonifiche e riconversione green! Ma non ‘green’ come è usato strumentalmente dalla politica: realmente green, rispettoso al 100% della salute e dell’ambiente.</p>



<p>Non vogliamo alcuna forma di assistenzialismo: chiediamo che il governo prenda atto della disumanità delle condizioni di vita a cui ci ha ridotto e ripari i danni con bonifiche e smantellamento del ‘vecchio rottame’; il resto lo faremo noi con la voglia di vivere e di rinascita che esprimiamo anche in questo momento difficile: perché il mare è una nostra risorsa, non possiamo proporla in termini turistici se hanno paura ad avvicinarsi a Taranto!”</p>



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		<title>[CALL FOR PAPER] ‘A tutto campo’: ricerche, intrecci, riflessioni su sport e criminalità</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jun 2019 06:57:00 +0000</pubDate>
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<p>Ci sembra un&#8217;ottima iniziativa, questa proposta da associazione Antigone Onlus !</p>



<ul class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/calcio_ipm_bari-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" data-id="12685" data-link="http://www.peridirittiumani.com/?attachment_id=12685&utm_source=rss&utm_medium=rss" class="wp-image-12685" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/calcio_ipm_bari-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/calcio_ipm_bari-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/calcio_ipm_bari-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/calcio_ipm_bari.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></li></ul>



<p>Guardare allo sport, alla sua organizzazione, ai fenomeni che a vario titolo intersecano questo ambito di vita sociale, ha l’indubbio vantaggio di vedere all’opera, potremmo dire quasi in laboratorio, le dinamiche che in senso più generale attraversano la società. Nella forma moderna di sport che si è istituzionalizzata nel Novecento, è possibile distinguere nettamente gli stessi processi che hanno contraddistinto la società fordista e tardo fordista: secolarizzazione, eguaglianza (in senso almeno formale), specializzazione, razionalizzazione, organizzazione burocratica, quantificazione e mito della performance (Gutmann, 1978). Lo sport rappresenta in questo senso un’arena di comportamenti, strutture e relazioni tale da costituire un’occasione unica per studiare la complessità della vita sociale. Scelte individuali o organizzative, dinamiche di gruppo, decisioni, legami sociali, processi di socializzazione, comportamenti devianti, subculture, sono alcune delle questioni che possono costituire il focus di analisi sociologica dello sport (Frey &amp; Eitzen, 1991). Come fenomeno prodotto dalla fase matura della modernità, lo sport rappresenta un campo (Bourdieu, 1979), un ambito sociale dotato di forti strutture di senso e di significato, un fatto sociale totale Russo (2004), le cui implicazioni vanno dalla sfera giuridica, a quella medica, a quella economica, da quella politica a quella scientifica.</p>



<p><br>È proprio nell’intersecarsi di queste diverse sfere, delle diverse logiche che ne caratterizzano il funzionamento che si intende stimolare l’attenzione degli studiosi. Se, come abbiamo visto, lo sport è un microcosmo sociale, in alcune situazioni, esso si presenta come una “palestra” dove sperimentare orientamenti normativi e pratiche da diffondere poi in ambiti diversi di vita sociale.&nbsp;<br>Come primo esempio della messa in opera di pratiche di controllo estese poi in senso generale, possiamo richiamare le vicende riguardanti l’introduzione nel 1989 nel nostro ordinamento del c.d. DASPO, un dispositivo di controllo, limitativo della libertà personale con l’obiettivo di contrastare il fenomeno della violenza negli stadi. In questo caso le curve hanno rappresentato una sorta di laboratorio di sperimentazione di forme di repressione che troveranno poi applicazione in altri ambiti della vita sociale. Con il decreto Minniti del 2017, infatti, sono introdotte nel nostro ordinamento due figure giuridiche modellate sul DASPO sportivo: il c.d. DASPO urbano e l’arresto in flagranza differita, quest’ultimo introdotto già nel 2010 negli stadi. Misure controverse e criticate già nella loro applicazione al campo sportivo, che, tuttavia, permettono di veicolare un messaggio potente ed efficace in termini di governo e controllo del territorio, diversificando tra persone “per bene” e persone “per male”.&nbsp;<br>Un altro ambito che mostra la porosità dei confini e le contaminazioni tra mondo sportivo e società è quello che concerne il consumo di sostanze tra gli atleti. Anche se la logica strettamente proibizionistica ha mostrato tutte le sue debolezze nel regolamentare un fenomeno così diffuso socialmente come quello del consumo di sostanze psicoattive, è con la medesima logica che il legislatore nel 2000 interviene nel campo sportivo per cercare di contrastare l’utilizzo di sostanze dopanti tra gli atleti (Altopiedi, 2008).&nbsp;<br>Fenomeni corruttivi hanno riguardato a più riprese il mondo dello sport professionistico e non solo. Si tratta di comportamenti che coprono un ampio spettro di condotte: dalla corruzione legata agli appalti per la costruzione degli impianti sportivi, alla truffa, alle frodi sportive, al c.d. doping amministrativo, ecc. Sempre a titolo d’esempio, possiamo ricordare il ruolo giocato dalla criminalità organizzata in diversi ambiti del “contenitore” sportivo. Si pensi alle infiltrazioni mafiose all’interno delle tifoserie, in particolare nel tifo organizzato delle curve negli stadi; o al mondo delle scommesse clandestine (non soltanto con riferimento alla disciplina calcistica).&nbsp;<br>Un altro tema che merita certamente un’attenta riflessione è la questione del razzismo in ambito sportivo: Ad esempio: come vengono perseguiti gli episodi di razzismo (si pensi ai cori razzisti negli stadi)? Quali strumenti giuridici sono usati per contrastare e/o punire questo fenomeno? Chi viene perseguito? E, per converso: il mondo dello sport offre degli esempi di integrazione “concreta” che vanno oltre le saltuarie campagne antirazziste promosse dalle istituzioni sportive (si pensi alla campagna della UEFA in occasione delle coppe europee di calcio)?</p>



<p>Il numero monografico della rivista vuole riflettere a tutto campo sui temi su delineati, con contributi di riflessioni teorica e descrizioni di ricerche sul campo, verificando il senso delle politiche di intervento adottate e la loro effettività.</p>



<p>Gli abstract e gli articoli in Italiano, inglese, francese o spagnolo vanno inviati in formato .doc al seguente indirizzo:&nbsp;<a href="mailto:rivista@associazioneantigone.it">rivista@associazioneantigone.it</a>&nbsp;e in cc agli indirizzi mail dei curatori del volume&nbsp;<a href="mailto:rosalba.altopiedi@uniupo.it">rosalba.altopiedi@uniupo.it</a><a href="mailto:massimiliano.verga@unimib.it">massimiliano.verga@unimib.it</a></p>



<p>Si prega di allegare all&#8217;abstract il nome dell&#8217;autore, un indirizzo mail, e una breve nota biografica con indicazione dell’affiliazione.</p>



<p>Si prega di prendere visione della sezione “Invia un articolo a questo indirizzo&nbsp;<a href="http://www.osservatorioantigone.it/rivista/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=50&amp;Itemid=57&utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.osservatorioantigone.it/rivista/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=50&amp;Itemid=&utm_source=rss&utm_medium=rss</a>&nbsp;per conoscere i dettagli della procedura di referaggio e delle norme editoriali per la redazione degli articoli.</p>



<p>Scadenza invio abstract: 15/06/2019&nbsp;<br>Scadenza invio articoli: 15/09/2019</p>



<p>[<a href="https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/Callrivistaantigonesport.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">CALL FOR PAPER: ING/FRA</a>]<br></p>
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