<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>incendio Archives - Per I Diritti Umani</title>
	<atom:link href="https://www.peridirittiumani.com/tag/incendio/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.peridirittiumani.com/tag/incendio/</link>
	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
	<lastBuildDate>Wed, 28 Jul 2021 07:13:58 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.8.13</generator>

<image>
	<url>https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/cropped-peridirittiumani_logodef-150x150.jpg</url>
	<title>incendio Archives - Per I Diritti Umani</title>
	<link>https://www.peridirittiumani.com/tag/incendio/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>&#8220;America latina: diritti negati&#8221;. Venezuela: la casa che sconfigge le ombre</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2021/07/28/america-latina-diritti-negati-venezuela-la-casa-che-sconfigge-le-ombre/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
					<comments>https://www.peridirittiumani.com/2021/07/28/america-latina-diritti-negati-venezuela-la-casa-che-sconfigge-le-ombre/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jul 2021 07:13:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#peridirittiumani.com]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Caracas]]></category>
		<category><![CDATA[cittadini]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[denuncia]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[dirittiumani]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[incendio]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[politico]]></category>
		<category><![CDATA[regime]]></category>
		<category><![CDATA[sede]]></category>
		<category><![CDATA[sociale]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>
		<category><![CDATA[studio]]></category>
		<category><![CDATA[umanista]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
		<category><![CDATA[vandalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Venezuela]]></category>
		<category><![CDATA[volontariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.peridirittiumani.com/?p=15536</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi È il moto dell’Universidad Central de Venezuela, chiamata UCV, la più importante università pubblica del paese. Nel 1721, anno della sua nascita, si chiamava “Universidad de Caracas”; in quei primi anni,&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2021/07/28/america-latina-diritti-negati-venezuela-la-casa-che-sconfigge-le-ombre/">&#8220;America latina: diritti negati&#8221;. Venezuela: la casa che sconfigge le ombre</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" width="300" height="168" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/UCV2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15537"/></figure></div>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p></p>



<p>È il moto dell’Universidad Central de Venezuela, chiamata UCV, la più importante università pubblica del paese. Nel 1721, anno della sua nascita, si chiamava “Universidad de Caracas”; in quei primi anni, l’università vide laurearsi brillanti studenti che formarono un gruppo di professionisti che fece parte del processo di indipendenza e di creazione di istituzioni della Repubblica del Venezuela: da Andrés Bello, uno degli umanisti più importanti del continente al politico ed ex presidente José María Vargas passando per il generale e patriota Francisco de Miranda, padre del indipendenza en Venezuela. Con il passare degli anni questo non si è mai fermato, gli avvocati, politici, architetti, medici, artisti, scrittori, psicologi, economisti… più importanti del paese sono passati dai corridoi, dalle biblioteche e dalle aule dell’UCV.</p>



<p>L’attuale sede chiamata città universitaria è posizionata nella zona est della capitale, circondata di verde e da corridoio quasi all’aria aperta che uniscono le facoltà tra di loro. E’ stata progettata dal rinomato architetto Carlos Raúl Villanueva ed è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco nel 2000 per la sua architettura innovativa. È stracolma di importanti opere d’arte in completa sintonia con il verde degli alberi, con il sole e la luce che illuminano le mura e i corridoi: murales di Oswaldo Vigas, di Matteo Manaure, di Fernand Léger, di Victor Vasarely. Sculture di Francisco Narváez, di Jean Arp, di Antoine Pevsner, di Ernst Maragall. Il soffitto e le pareti della grande e imponente Aula Magna sono coperti di opere straordinarie di Alexander Calder chiamate “Las Nubes”. Un luogo pieno di magia. Unico. La mia seconda casa: il luogo dove correvo e giocavo a nascondino da bambina mentre i miei genitori lavoravano, il luogo dove ho studiato e dove mi sono laureata.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" width="256" height="197" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/UCV-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15540"/></figure></div>



<p>Vi chiederete: cosa ha a che fare tutto questo con i Diritti Umani? Ebbene, l’UCV è stata considerata da sempre il bersaglio dei governi di turno del paese, o perché in passato era considerata di sinistra, comunista e radicale dai governi di destra o perché è sempre stata e lo è ancora la culla del sapere, dello studio, della ricerca, della pace e quindi pericolosa. Governi totalitari come quelli di Hugo Chávez e poi di Nicolás Maduro considerano i centri del sapere come pericolosi, luoghi da neutralizzare; più tieni il popolo ignorante e analfabeta più lo puoi controllare. Negli ultimi 20 anni i due Stati-regime si sono sistematicamente accaniti contro l’UCV attaccandolo attraverso minacce alle autorità universitarie, manipolazioni legislative, blocco dei sussidi, rendendo difficile il pagamento delle retribuzioni al personale accademico e amministrativo, bloccando gli investimenti per la manutenzione degli spazi e le infrastrutture e persino attraverso irruzioni in piena notte di vandali armati, incendi dolosi, furti, quest’ultimi presuntamente commessi da gang di criminali e delinquenti proliferati negli ultimi decenni di crisi economica e sociale e persino appoggiati dai regimi; anche perché il movimento studentesco si è sempre caratterizzato per la sua ferma opposizione ai regimi di Chavez e Maduro. L’Università compie 300 anni dalla sua fondazione, è annegata per i deficit di budget, i salari dei lavoratori accademici e amministrativi non sono mai aumentati e invece l’inflazione sì.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="792" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/actos-vandalicos1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15538" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/actos-vandalicos1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/actos-vandalicos1-300x232.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/actos-vandalicos1-768x594.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>L’ultimo incidente è stato un incendio nell’Istituto di Studi Politici ed Amministrativi, fiamme propagate per ore e che i vigili del fuoco hanno spento a fatica a causa della mancanza d’acqua che persiste in tutto il paese e che non lascia fuori la capitale. Dopo ore di grande preoccupazione, impotenza e sforzo, l’incendio è stato spento grazie all’invio di camion cisterne mandati dalle sedi dei governi locali. È stata aperta un’inchiesta per capire se la causa sia dolosa. L’anno scorso, il soffitto di cemento di un corridoio è crollato, per fortuna, senza lasciare feriti. È da anni che è partita la denuncia che la UCV cade a pezzi e che l’Aula Magna è spenta per mancanza di elettricità e di manutenzione. Dirigenti studenteschi denunciano che “l’università è un paziente in coma” e che questo ultimo incidente è il riflesso dello stato di abbandono in cui è la casa di studio. Abbondano immagini di strade rotte, di alberi caduti, di corridoi distrutti, di opere d’arte nell’oblio, di tetti caduti e soffitti con gravi infiltrazioni. Gli studenti e il personale si sono uniti per aiutare in modo volontario a sostenere e recuperare questo luogo così importante per il paese. (<a href="https://efectococuyo.com/la-humanidad/la-ucv-resiste-entre-filtraciones-de-agua-y-abandono/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://efectococuyo.com/la-humanidad/la-ucv-resiste-entre-filtraciones-de-agua-y-abandono/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>



<p>Un Diritto fondamentale è quello dell’istruzione e del profondo rispetto verso i luoghi dell’istruzione: dalla scuola fino all’università. Questi piccoli e grandi templi del sapere non si devono toccare.</p>



<p>Per chi volesse fare una donazione: <a href="https://eucvexterior.org/proyectos/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://eucvexterior.org/proyectos/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>@VivaLaUCV</p>



<p>@UCVene</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2021/07/28/america-latina-diritti-negati-venezuela-la-casa-che-sconfigge-le-ombre/">&#8220;America latina: diritti negati&#8221;. Venezuela: la casa che sconfigge le ombre</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.peridirittiumani.com/2021/07/28/america-latina-diritti-negati-venezuela-la-casa-che-sconfigge-le-ombre/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Testimonianza da Lesbo, a cura del Naga</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2020/09/19/testimonianza-da-lesbo-a-cura-del-naga/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
					<comments>https://www.peridirittiumani.com/2020/09/19/testimonianza-da-lesbo-a-cura-del-naga/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2020 09:01:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#peridirittiumani.com]]></category>
		<category><![CDATA[accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[campo]]></category>
		<category><![CDATA[cibo]]></category>
		<category><![CDATA[contagi]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[dirittiumani]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[giornale]]></category>
		<category><![CDATA[incendio]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Lesbo]]></category>
		<category><![CDATA[malattie]]></category>
		<category><![CDATA[medico]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[minori]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[monitoraggio]]></category>
		<category><![CDATA[Naga]]></category>
		<category><![CDATA[notizie]]></category>
		<category><![CDATA[ospedali]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[tamponi]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianza]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[vittime]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.peridirittiumani.com/?p=14636</guid>

					<description><![CDATA[<p>Federica Dassoni, è un medico, volontaria del Naga e attualmente a Lesbo con l’associazione inglese Kitrinos che fornisce assistenza sanitaria soprattutto per malattie croniche nel campo di Moria andato a fuoco qualche giorno fa.&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2020/09/19/testimonianza-da-lesbo-a-cura-del-naga/">Testimonianza da Lesbo, a cura del Naga</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Federica Dassoni, è un medico, volontaria del Naga e attualmente a Lesbo con l’associazione inglese Kitrinos che fornisce assistenza sanitaria soprattutto per malattie croniche nel campo di Moria andato a fuoco qualche giorno fa. </strong></p>



<p><strong>Ecco la sua testimonianza</strong>. (www.naga.it)?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG-20200915-WA0036-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14637" width="484" height="645" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG-20200915-WA0036-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG-20200915-WA0036-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG-20200915-WA0036-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG-20200915-WA0036.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 484px) 100vw, 484px" /></figure>



<p><strong>Da quanto sei arrivata a Lesbo?</strong><br>Sono arrivata il 29 agosto, ho fatto una settimana di quarantena e ho poi iniziato a lavorare nel nostro ambulatorio, ma il terzo giorno c’è stato l’incendio. È stato un grande caos, deciderecome agire e coordinarsi è stato molto complicato. Il nostro ambulatorio nel campo è bruciato e quindi ora operiamo all’interno di strutture di altre realtà presenti.  <br> <br><strong>Che situazione hai trovato, prima e dopo l’incendio?</strong><br>Nel campo c’erano tra le 11.000 e le 12.000 persone, ho appena fatto in tempo a vedere tutto il campo che era diviso in diversi settori. Nelle prime strutture costruite ci stavano i minori non accompagnati e le donne sole per le quali il campo non era assolutamente un posto sicuro. Poi c’erano zone gestite da grandi associazioni internazionali e l’ultima parte chiamata “La giungla” dove si erano messe spontaneamente le persone che non riuscivano ad entrare nelle altre aree. Il campo era stato inizialmente pensato per 3.000 persone, in dei momenti sono arrivate ad essere 20.000.<br> <br><strong>Da dove arrivano le persone presenti?</strong><br>In grandissima maggioranza da Afghanistan, Siria e Iran. E c’è anche un gruppo di congolesi e di altri paesi francofoni. Ci sono persone che sono qui da anni e altre appena arrivate. E ci sono tanti bambini, cammino e incontro una marea di bambini che vivono in mezzo alla strada. Una cosa allucinante.</p>



<p><br> <strong>Dove si sono spostate le persone dopo l’incendio?</strong><br>Le persone si sono messe ai lati della strada e la polizia ha messo dei blocchi per non farli uscire, ha creato un’area circoscritta dalla quale le persone non possono uscire né altre possono entrare. Sono quindi rimasti tutti, non li lasciano uscire né possono lasciare l’isola. Non possono andare via, ma nessuno ha offerto soluzioni alternative e il campo non c’è più.Si sono così accampati nel parcheggio di un supermercato e ai lati della strada. Ci sono delle tende e, alcuni, hanno fatto delle specie di capanne con mezzi di fortuna come canne, fogliame, rami di bambù. Anche i bambini sono accampati, ci sono anche neonati. Di tutto. Ci sono delle persone che sono riuscite a scappare, ma la polizia pattuglia la zona e vengono riportate in quest’area circoscritta.<br> <br><strong>Che situazione hai trovato dopo l’incendio?</strong><br>Le tende e le capanne erano tutte bruciate, erano rimaste le strutture in lamiera. Il primo problema è stato il cibo e l’acqua. Inizialmente ci sono stati problemi nella distribuzione. Ora ci sono file di ore e ore per avere del cibo.<br> <br><strong>Che sensazioni hai avuto?</strong><br>La cosa che più ti fa star male è incontrare i bambini che giocano e vedere dove vivono ai lati della strada. È veramente straziante. Soprattutto quando vedi quelli piccoli, appena nati o di pochi mesi. Ma in generale tutti i bambini vivono in queste condizioni veramente allucinanti, non vanno a scuola e non c’è nessuna prospettiva. I Paesi europei non accolgono nessuno di loro, salvo 400 minori non accompagnati che sono già stati redistribuiti in varie nazioni.  Stanno costruendo un nuovo campo con 1000 tende, ma ovviamente sono molti di più.<br> <br><strong>Quali sono le richieste più frequenti in termini sanitari?</strong><br>Le richieste più frequenti sono attacchi di panico legati sia alla situazione in cui vivono qui sommata a quello che hanno vissuto nei Paesi di origine e ai viaggi che hanno affrontato. Il panico è anche dovuto agli attacchi della polizia con i gas lacrimogeni e anche a causa della presenza di gruppi di estrema destra che cercano di attaccare le persone. Sono state attaccate anche delle donne: io ho visto una donna in preda ad una crisi di panico proprio perché era stata attaccata, credo, dalla polizia. E ne vediamo tutti i giorni.Come associazione incontriamo poi soprattutto pazienti con malattie croniche come diabete, pressione alta, malattie della tiroide, persone che hanno bisogno di prendere medicine quotidianamente. Dopo l’incendio non ce l’hanno più. Come dermatologa vedo tante banali infezioni batteriche della pelle, molto frequenti nei bambini.<br> <br><strong>Com’è gestita la questione coronavirus?</strong><br>Prima dell’incendio avevano cominciato a fare i test, dopo quattro giorni che ero qui hanno trovato il primo caso. Hanno iniziato a fare tamponi, circa 2000 e hanno trovato 35 positivi. C’è stato l’incendio e le persone che erano in isolamento sono uscite e non si sa dove siano. Alcuni sono stati rintracciati, ma una minoranza. Considerate che tutt’ora non si sa se ci sono stati dei morti per l’incendio. La cosa non è stata ancora appurata.<br> <br><strong>Per concludere, trovi delle similitudini o sensazioni simili tra i tuoi lunedì all’ambulatorio del Naga e il tuo lavoro a Lesbo?</strong><br>Il Naga è un lavoro molto più normale, siamo un ambulatorio di base, la sua normalità è proprio la sua forza. E seppur a volte con difficoltà, dal Naga possiamo rimandare i pazienti agli ospedali per esami di approfondimento o altro. Qui non si possono fare esami di nessun tipo. Ora anche il nostro ecografo è bruciato. Quindi niente esami, niente ospedali le persone vengono prese negli ospedali solo quando stanno per morire e si creano delle situazioni gravissime. Per esempio le persone con l’HIV non hanno accesso ai farmaci, oggi c’era un signore con un tumore che è gestito da un ambulatorio mobile… Situazioni che gridano vendetta.</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2020/09/19/testimonianza-da-lesbo-a-cura-del-naga/">Testimonianza da Lesbo, a cura del Naga</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.peridirittiumani.com/2020/09/19/testimonianza-da-lesbo-a-cura-del-naga/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Basta tragedie  nel mare e ai mercati di esseri umani per colpa di criminali e generali corrotti</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2020/08/31/basta-tragedie-nel-mare-e-ai-mercati-di-esseri-umani-per-colpa-di-criminali-e-generali-corrotti/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
					<comments>https://www.peridirittiumani.com/2020/08/31/basta-tragedie-nel-mare-e-ai-mercati-di-esseri-umani-per-colpa-di-criminali-e-generali-corrotti/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2020 07:58:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[#peidirittiumani.com]]></category>
		<category><![CDATA[accordi]]></category>
		<category><![CDATA[associazione]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[barcone]]></category>
		<category><![CDATA[Catanzaro]]></category>
		<category><![CDATA[circolazione]]></category>
		<category><![CDATA[comunicato]]></category>
		<category><![CDATA[confini]]></category>
		<category><![CDATA[cooperazione Ong]]></category>
		<category><![CDATA[criminali]]></category>
		<category><![CDATA[Crotone]]></category>
		<category><![CDATA[dirittiumani]]></category>
		<category><![CDATA[ditritti]]></category>
		<category><![CDATA[esseriumani]]></category>
		<category><![CDATA[incendio]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[notizie]]></category>
		<category><![CDATA[stampa]]></category>
		<category><![CDATA[traffico]]></category>
		<category><![CDATA[tragedia]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[violenze]]></category>
		<category><![CDATA[vittime]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.peridirittiumani.com/?p=14555</guid>

					<description><![CDATA[<p>*Amsi ,UMEM ,CO-MAI; L&#8217;Europa ed i governi italiani &#160;hanno fallito nel far rispettare gli accordi bilaterali e non controllare gli aiuti economici destinati ai paesi da dove provengono i migranti* Così l&#8217;Associazione medici di&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2020/08/31/basta-tragedie-nel-mare-e-ai-mercati-di-esseri-umani-per-colpa-di-criminali-e-generali-corrotti/">Basta tragedie  nel mare e ai mercati di esseri umani per colpa di criminali e generali corrotti</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="600" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/Migranti-in-61-sbarcati-nel-porto-di-Crotone-1000x600-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14556" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/Migranti-in-61-sbarcati-nel-porto-di-Crotone-1000x600-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/Migranti-in-61-sbarcati-nel-porto-di-Crotone-1000x600-1-300x180.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/Migranti-in-61-sbarcati-nel-porto-di-Crotone-1000x600-1-768x461.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>*Amsi ,UMEM ,CO-MAI; L&#8217;Europa ed i governi italiani &nbsp;hanno fallito nel far rispettare gli accordi bilaterali e non controllare gli aiuti economici destinati ai paesi da dove provengono i migranti*</p>



<p>Così l&#8217;Associazione medici di origine straniera in Italia) e la Comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai) e L&#8217;Unione medica euro Mediterranea (UMEM) esprimono  solidarietà e condoglianze ai familiari dei migranti morti e feriti migranti e finanzieri italiani nell’ incidente del barcone oggi a Crotone causato dall&#8217;esplosione di un carburante. Ringraziamo le autorità italiane , i medici e finanzieri che subito si sono messi in moto a soccorrere i feriti e trasferirli in ospedale a Catanzaro e al centro<br> di accoglienza a Crotone.</p>



<p>&#8220;Sicuramente non avrà fine queste tragedie nel mare e dei  numerosi morti ,feriti e violenze su donne e bambini e dei mercati neri se non combattiamo la corruzione dei generali che sono i veri &#8220;datori di lavoro&#8221; dei scafisti in Libia ,Tunisia ,Egitto ,Somalia ,Sudan e nei paesi africani. Sono senza risultati concreti e costruttivi le missioni internazionali se non viene messo in agenda  il primo punto su come combattere la corruzione e le coperture dei scafisti che hanno una vita facile e libera circolazione e vengono arrestati solo in Europa e in Italia .Noi non sappiamo del 70% dei morti che avvengono durante il tragitto della speranza (all&#8217;inizio,durante ,in Libia ,dopo la partenza dalla Libia) ,noi siamo al corrente solo del 30% dei morti e feriti perché avvengono quasi ai confini o dentro i confini italiani. L’Italia deve intensificare la cooperazione internazionale per impedire le partenze e le tragedie e questo non si risolve dando solo soldi senza controllare dove vanno a finire o a quale progetti sono stati destinati, bisogna far rispettare gli accordi bilaterali cosi Dichiara con indignazione e sofferenza.</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2020/08/31/basta-tragedie-nel-mare-e-ai-mercati-di-esseri-umani-per-colpa-di-criminali-e-generali-corrotti/">Basta tragedie  nel mare e ai mercati di esseri umani per colpa di criminali e generali corrotti</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.peridirittiumani.com/2020/08/31/basta-tragedie-nel-mare-e-ai-mercati-di-esseri-umani-per-colpa-di-criminali-e-generali-corrotti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Quando i diritti umani vanno a fuoco</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2019/03/11/imprese-e-diritti-umani-quando-i-diritti-umani-vanno-a-fuoco/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
					<comments>https://www.peridirittiumani.com/2019/03/11/imprese-e-diritti-umani-quando-i-diritti-umani-vanno-a-fuoco/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Mar 2019 05:28:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Minori]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[abusi]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Bangladesh]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[controllo]]></category>
		<category><![CDATA[dirigenti]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[dirittiumani]]></category>
		<category><![CDATA[garanzie]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[incendio]]></category>
		<category><![CDATA[industria]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[inglesi]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[legge]]></category>
		<category><![CDATA[legislazione]]></category>
		<category><![CDATA[manager]]></category>
		<category><![CDATA[minori]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[multinazionali]]></category>
		<category><![CDATA[norme]]></category>
		<category><![CDATA[notizie]]></category>
		<category><![CDATA[operai]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
		<category><![CDATA[pakistani]]></category>
		<category><![CDATA[produzione]]></category>
		<category><![CDATA[rogo]]></category>
		<category><![CDATA[sanzioni]]></category>
		<category><![CDATA[sensibilizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[tragedia]]></category>
		<category><![CDATA[tutela]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[violazioni]]></category>
		<category><![CDATA[vittime]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.peridirittiumani.com/?p=12189</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Grillo Pungenti le parole con cui il Segretario Generale dell’UNI Global Union si è riferito a KiK Textilien und Non-Food GmbH, una delle prime dieci aziende tedesche specializzate nel commercio al dettaglio&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/03/11/imprese-e-diritti-umani-quando-i-diritti-umani-vanno-a-fuoco/">&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Quando i diritti umani vanno a fuoco</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12190" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1024" height="677" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695-300x198.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695-768x508.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">di Cecilia Grillo</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Pungenti le parole con cui il Segretario Generale dell’UNI Global Union si è riferito a KiK Textilien und Non-Food GmbH, una delle prime dieci aziende tedesche specializzate nel commercio al dettaglio per la vendita di prodotti tessili e articoli non-food “</span><span lang="it-IT">KIK is the only retailer involved in all three recent major factory disasters – Ali Enterprises in Pakistan and the Tazreen fire and Rana Plaza building collapse in Bangladesh. </span>Why is KIK refusing to pay compensation to the victims of Ali Enterprises and their families – does KIK really believe that the lives of these workers are worth less than those in Germany? We cannot build a sustainable supply chain in the garment industry if companies like KIK do not commit. KIK it is never too late to do the right thing.”</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nel settembre del 2012, più di 260 persone sono morte e 32 sono state ferite a seguito dell’incendio avvenuto nella fabbrica tessile Ali Enterprises a Karachi, in Pakistan. Il fuoco è stato in grado di diffondersi così rapidamente in gran parte a causa del mancato rispetto da parte dell’impresa tessile degli </span><span lang="it-IT">standard </span><span lang="it-IT">di sicurezza e della presenza di bocchi alle uscite di emergenza: l’incidente è stato soprannominato</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>l&#8217;11 settembre industriale</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">”.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">KiK rappresentava il principale acquirente dei prodotti di abbigliamento della Ali Enterprises e come tale poteva essere ritenuto responsabile congiuntamente ai proprietari e al </span><span lang="it-IT">management </span><span lang="it-IT">dell’industria a causa delle violazioni degli obblighi di applicazione di misure di sicurezza e di misure antincendio che sarebbero dovute essere predisposte all’interno dello stabilimento pakistano.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Qualche settimana prima di tale disastro, la fabbrica era stata sottoposta ad ispezioni da parte della società italiana di revisione RINA che le aveva conferito la certificazione SAI </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">(</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Social Accountability International</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">)</span></span></span></span><span lang="it-IT"> SA8000, nonostante la Ali Enterprise svolgesse le proprie attività in violazione delle principali normative in materia di sicurezza e di misure antincendio: l’industria non era dotata di uscite di emergenza, le finestre erano sbarrate, un intero piano era il risultato di costruzione abusiva. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il 13 marzo 2015 Muhammad Hanif, Muhammad Jabbir, Abdul Aziz Khan Yousuf Zai e Saeeda Khatoon, un sopravvissuto al disastro dell’11 settembre 2012 e tre parenti delle vittime, hanno intentato un’azione legale contro KiK presso il tribunale regionale di Dortmund. I quattro querelanti, nonché membri dell’</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association”, </i></span></span></span></span><span lang="it-IT">hanno chiesto un risarcimento di € 30.000 a KiK per il dolore e la sofferenza causati dall’incendio a tutte le famiglie colpite, così come le scuse e l’impegno da parte dell’impresa a garantire la sicurezza presso le strutture di produzione di abbigliamento </span><span lang="it-IT">esternalizza</span><span lang="it-IT">te.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">KiK inizialmente ha accettato di versare un milione di dollari al fine di garantire sollievo immediato ai feriti e ai familiari delle vittime e di negoziare un risarcimento di lunga durata per mezzo del </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Pakistan Institute of Labour Education &amp; Research</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">. </span></span></span></span><span lang="it-IT">Nel 2013 a seguito dell’inerzia di Kik nel rispettare la promessa di risarcimento</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, l’</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>European Center for Constitutional and Human Rights </i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">(ECCHR) </span></span></span></span><span lang="it-IT">ha depositato presso la Corte Suprema di Sindh un</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>amicus brief</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">” </span></span></span></span><span lang="it-IT">volto ad esporre in dettaglio le responsabilità di KiK in relazione alla violazione delle misure di sicurezza e antincendio, mettendo in luce inoltre gli obblighi dello Stato pakistano ai sensi del diritto internazionale. Secondo l’ECCHR, lo scopo della presentazione dell’</span><span lang="it-IT">amicus brief </span><span lang="it-IT">è stato quello di garantire che l’indagine coprisse non solo gli attori locali, ma esaminasse anche il ruolo nella vicenda della società acquirente KiK e della società di revisione RINA.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nonostante KiK abbia la propria sede legale in Germania, ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 1 del regolamento Roma II, la legge pakistana risulta essere la legge applicabile alla controversia in quanto legge del luogo in cui si è verificato il fatto. La legge pakistana è, in larga misura, basata sui principi del </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Common Law</i></span></span></span></span><span lang="it-IT"> inglese e le corti pakistane si riferiscono spesso alla giurisprudenza inglese come fonte giuridica prevalente, in particolare nel campo della responsabilità civile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">I richiedenti sostenevano che KiK avesse un diretto dovere di diligenza volto a garantire il rispetto degli </span><span lang="it-IT">standard </span><span lang="it-IT">di sicurezza sul lavoro, in quanto era regolarmente intervenuta nello svolgimento delle operazioni dell’industria, dirigendo e monitorando la gestione dell’applicazione delle misure di sicurezza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">In particolare, KiK dispone di un proprio codice di condotta, incorporato anche nei contratti stipulati dall’impresa con le proprie </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>supply chains</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, </span></span></span></span><span lang="it-IT">sulla base del quale i fornitori che vogliano entrare in rapporti commerciali con KiK sono tenuti a conformarsi a </span><span lang="it-IT">standard</span><span lang="it-IT"> volti a garantire determinate condizioni lavorative: l’azienda tedesca è tenuta a svolgere procedimenti di monitoraggio in relazione al rispetto di tali </span><span lang="it-IT">standard</span><span lang="it-IT">, in particolare attraverso attività di </span><span lang="it-IT">audit </span><span lang="it-IT">condotte da enti terzi e l’imposizione di sanzioni quali la cancellazione di ordini o la cessazione dell’attività commerciale in caso di non conformità rispetto a tali disposizioni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">I richiedenti hanno evidenziato come KiK avesse acquistato il 75% della produzione della Ali Enterprise, rappresentando di conseguenza il suo principale acquirente, avendo stretto vincolanti rapporti commerciali con suddetto stabilimento: Kik era responsabile di garantire la conformità delle attività condotte alla Ali Enterprise rispetto a </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>standards</i></span></span></span></span><span lang="it-IT"> di salute e sicurezza all’interno della fabbrica e ha violato il proprio dovere di diligenza omettendo di prevenire gli ingenti danni subiti dai lavoratori dell’industria pakistana.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nel caso Kik, un ostacolo importante è stato rappresentato dalla difficoltà nell’attribuire responsabilità diretta a una società subappaltatrice a causa del mancato esercizio della dovuta diligenza nell’assicurare che i diritti umani venissero rispettati anche all’interno delle sue catene di approvvigionamento globali. Sebbene tali previsioni siano perfettamente in linea con gli obblighi di dovuta diligenza connessi al rispetto dei diritti umani da parte delle società controllanti stabiliti negli UNGPs, nella pratica impongono ai ricorrenti di essere supportati da una serie di prove fra cui la dimostrazione del livello di controllo e di supervisione esercitati dalla società madre sull’attività dei suoi fornitori, accertamenti frequentemente di difficile dimostrazione; inoltre il limitato accesso alle informazioni (come ad esempio alle documentazioni interne) rende ancora più complessa la dimostrazione da parte dei richiedenti della veridicità delle proprie affermazioni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il 10 gennaio 2019, la Corte di Dortmund ha respinto la domanda dei ricorrenti per scadenza dei termini di prescrizione secondo quanto previsto dalle disposizioni legislative pakistane.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il caso Kik è il primo del suo genere in Germania, essendo stato in grado di mettere in luce la responsabilità delle imprese nelle loro operazioni transnazionali in relazione al rispetto delle condizioni lavorative presso le proprie filiali e i propri fornitori all’estero: è la prima volta che la responsabilità di una società europea è stata invocata dalle corti internazionali in riferimento a violazioni dei diritti umani avvenute da parte di uno dei suoi fornitori all’interno di un paese terzo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Indipendentemente dall’esito del processo, il viaggio dei querelanti in Europa è stata un’occasione per mettere in luce le violazioni dei diritti umani commesse dalle multinazionali europee e nordamericane, la loro campagna ha evidenziato la necessità imminente di ritenere le corporazioni locali e transnazionali responsabili di violazioni dei diritti umani che avvengono nello svolgimento delle loro operazioni e delle attività condotte dalle loro catene di approvvigionamento.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Gli sforzi di tali campagne di sensibilizzazione stanno già iniziando a dare i propri frutti: molti stati occidentali hanno messo in atto meccanismi volti a controllare le violazioni dei diritti umani delle corporazioni transnazionali all’interno dei loro territori, ad esempio la Francia ha promulgato e implementato la </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>loi-de-vigilanza</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, </span></span></span></span><span lang="it-IT">una legge che prevede un’attività di </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>due diligence</i></span></span></span></span><span lang="it-IT"> necessaria in relazione al rispetto dei diritti umani da parte delle società nello svolgimento delle proprie operazioni; il parlamento olandese ha adottato il Wet Zorgplicht Kinderarbeid, una legislazione volta al controllo, da parte delle imprese, del verificarsi di fenomeni di sfruttamento del lavoro minorile all’interno della loro catena di produzione. Nonostante tali misure siano state adottate da parte di diversi paesi occidentali, paesi economicamente meno sviluppati, a causa prevalentemente di ragioni socio-politiche, non sono stati in grado di uscire dalla persistente situazione di violazioni e abusi che li caratterizza. </span></p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/03/11/imprese-e-diritti-umani-quando-i-diritti-umani-vanno-a-fuoco/">&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Quando i diritti umani vanno a fuoco</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.peridirittiumani.com/2019/03/11/imprese-e-diritti-umani-quando-i-diritti-umani-vanno-a-fuoco/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Rogo dell&#8217;hotspot nella piana di Gioia Tauro. La denuncia di MEDU e Amnesty</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2018/03/02/rogo-dellhotspot-nella-piana-di-gioia-tauro-la-denuncia-di-medu-e-amnesty/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
					<comments>https://www.peridirittiumani.com/2018/03/02/rogo-dellhotspot-nella-piana-di-gioia-tauro-la-denuncia-di-medu-e-amnesty/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2018 07:52:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Amnesty]]></category>
		<category><![CDATA[appello]]></category>
		<category><![CDATA[assistenza]]></category>
		<category><![CDATA[associazione]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[campagna]]></category>
		<category><![CDATA[denuncia]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[hotspot]]></category>
		<category><![CDATA[incendio]]></category>
		<category><![CDATA[inclusione]]></category>
		<category><![CDATA[istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[mediazione]]></category>
		<category><![CDATA[medici]]></category>
		<category><![CDATA[MEDU]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[notizie]]></category>
		<category><![CDATA[peridirittiumani]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[rogo]]></category>
		<category><![CDATA[San Ferdinando]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[servizi]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<category><![CDATA[sgombero]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[stranieri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.peridirittiumani.com/?p=10255</guid>

					<description><![CDATA[<p>LA DENUNCIA DI MEDICI PER I DIRITTI UMANI E AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA A due settimane dal tragico incendio che ha distrutto la baraccopoli di San Ferdinando causando la morte di una giovane donna, la&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2018/03/02/rogo-dellhotspot-nella-piana-di-gioia-tauro-la-denuncia-di-medu-e-amnesty/">Rogo dell&#8217;hotspot nella piana di Gioia Tauro. La denuncia di MEDU e Amnesty</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/foto-comunicato-Medu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10256" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/foto-comunicato-Medu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="794" height="555" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/foto-comunicato-Medu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 794w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/foto-comunicato-Medu-300x210.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/foto-comunicato-Medu-768x537.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 794px) 100vw, 794px" /></a></strong></p>
<p><strong>LA DENUNCIA DI MEDICI PER I DIRITTI UMANI E AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA</strong></p>
<p><em>A due settimane dal tragico incendio che ha distrutto la baraccopoli di San Ferdinando causando la morte di una giovane donna, la risposta delle istituzioni è ancora vergognosamente carente. Solo 174 dei circa 2.000 lavoratori stranieri nell’area sono state trasferiti, qualche giorno fa ed in modo del tutto improvvisato, in una nuova tendopoli del Ministero dell’Interno priva di servizi igienici, acqua, luce. In assenza di alternative, la maggior parte delle persone sono rimaste a vivere tra i resti della vecchia baraccopoli, dichiarata ad alto rischio per la salute a causa dell’elevata tossicità riscontrata. Medu chiede alle istituzioni che vengano garantite nell’immediato soluzioni di accoglienza sicure e dignitose.</em></p>
<p>A circa un mese dal rogo della baraccopoli di San Ferdinando, che nella notte tra il 26 e il 27 gennaio ha distrutto gran parte delle abitazioni di fortuna e causato la morte di una donna di 26 anni, ancora una volta desta allarme e preoccupazione <strong>la colpevole incapacità delle istituzioni di fornire risposte urgenti e concrete per il superamento della drammatica situazione abitativa e igienico-sanitaria dei circa 2.000 lavoratori agricoli stranieri</strong> che si concentrano nella zona industriale di San Ferdinando.</p>
<p>La tensostruttura della protezione civile, approntata nelle ore immediatamente successive al rogo e in grado di ospitare solo 198 persone, è stata smantellata la mattina del giorno 8 febbraio e solo parte delle persone accolte sono state trasferite in modo del tutto improvvisato e sbrigativo presso una nuova tendopoli del Ministero dell’Interno situata a poca distanza: 29 tende in grado di ospitare fino a 174 persone, <strong>senza servizi igienici, acqua ed elettricità, montate sulla terra nuda, in un’area che poche gocce possono trasformare in una palude. </strong>Eppure, secondo un rapporto dell’ARPACAL, consegnato qualche giorno fa alla Prefettura di Reggio Calabria, occorre mettere in sicurezza quanto prima l’area su cui insiste la vecchia tendopoli e le persone che ci vivono visto l’alto grado di tossicità – dovuto alla combustione incontrollata di rifiuti eterogenei in grado di produrre diossine ed altre sostanze inquinanti dannose alla salute umana- che rende necessario e prioritario tutelare vite umane.</p>
<p>Solo due giorni prima del nuovo trasferimento le associazioni attive nella piana di Gioia Tauro erano state convocate dal Commissario Straordinario di Governo e dal Sindaco di San Ferdinando – unici interlocutori istituzionali presenti – per essere informate sulle soluzioni individuate dalle istituzioni per far fronte nell’immediato alle sempre più critiche condizioni di vita dei lavoratori rimasti a vivere nei resti insalubri della vecchia baraccopoli. In quell’occasione Medici per i Diritti Umani (MEDU), insieme alle altre associazioni presenti, aveva chiesto che la struttura in corso di allestimento fosse predisposta in modo tale da garantire <strong>condizioni di vita dignitose e adeguate</strong>, tra cui servizi igienico-sanitari in numero proporzionale alle persone accolte, adeguato allestimento e riscaldamento delle unità abitative, presenza di operatori professionali con formazione specifica, servizi di assistenza ed orientamento sociale e legale, mediazione linguistica e culturale, adeguata informativa rispetto ai diritti dei lavoratori agricoli. Niente di tutto questo è stato realizzato.</p>
<p>Le iniziative poste in atto fino ad ora sembrano piuttosto essere l’ennesima improvvisata soluzione d’emergenza, che non risponde alla necessità di garantire, nemmeno in maniera provvisoria, <strong>una capienza adeguata ad accogliere tutti i lavoratori attualmente presenti e di tutelare la sicurezza di tutti coloro </strong>che vivono nella zona industriale di San Ferdinando. Con i pochi posti a disposizione, è stato infatti possibile dare un letto soltanto a chi dormiva nella tensostruttura della protezione civile (e probabilmente nemmeno a tutti, nonostante la struttura sia stata rimossa), lasciando gli abitanti della vecchia tendopoli a dormire ancora su strati di plastica e gomma bruciata. Inoltre, vista la prossimità all’area da bonificare, mancano garanzie – non fornite al momento – sul fatto che la tossicità del luogo non mantenga i suoi effetti nocivi anche a poche decine di metri di distanza.</p>
<p>Alla luce dei concreti rischi in termini di salute e sicurezza, evidenziati a più riprese dalle istituzioni, <strong>MEDU e Amnesty International Italia chiedono con forza che venga garantita nell’immediato a tutte le persone presenti nell’area una soluzione di accoglienza dignitosa e con standard igienico-sanitari e di sicurezza adeguati, in grado di tutelare in primo luogo la salute e i diritti fondamentali di ogni persona.</strong></p>
<p>In relazione alla soluzione di medio termine delineata dalle istituzioni- un campo container attrezzato nel contiguo territorio del comune di Gioia Tauro, nella cosiddetta area “ex opera Sila” – <strong>MEDU e Amnesty International Italia chiedono che vengano rapidamente fornite informazioni certe sulle tempistiche, il numero di posti disponibili, le risorse a disposizione e le condizioni generali di accoglienza.</strong> Inoltre, in attesa di conferma della possibilità di utilizzo del sito identificato da parte del comune interessato, MEDU e Amnesty International Italia chiedono garanzie rispetto ai possibili rischi per la salute derivanti dalla presenza di un inceneritore nell’area. Resta infine il timore che l’isolamento, l’assenza di un sistema di trasporti pubblici adeguato, la mancanza di un reale impegno nella prospettiva dell’inclusione sociale, possano determinare il sorgere di un ennesimo luogo di esclusione, marginalità e sfruttamento con inevitabili conseguenze anche in termini di conflittualità sociale.</p>
<p>Per quanto riguarda le soluzioni di medio-lungo termine, MEDU e Amnesty International Italia chiedono un impegno concreto per realizzare l’obiettivo da tempo auspicato da tutte le istituzioni, quello cioè <em>dell’accoglienza diffusa</em>, che ad oggi resta solo uno slogan privo di contenuto.  A tale proposito, MEDU e Amnesty International Italia chiedono che vengano indicate <strong>le modalità, le tempistiche, gli attori istituzionali preposti ed i finanziamenti disponibili</strong>. Tale soluzione non può ricadere naturalmente solo nell’ambito territoriale dei comuni di San Ferdinando e di Rosarno ma <strong>si deve estendere a tutti i comuni della piana di Gioia Tauro</strong> attraverso il coordinamento delle istituzioni coinvolte, in primis la <em>Regione Calabria</em>. Desta grave preoccupazione che la Regione, già investita del compito di promuovere “politiche di promozione e sostegno abitativo in favore dei lavoratori agricoli stagionali e iniziative volte a incentivare la loro integrazione nella piana di Gioia Tauro”, sia oggi del tutto assente.</p>
<p>Si richiama infine l’opportunità di <strong>coinvolgere attivamente le associazioni che da anni operano a stretto contatto con i lavoratori migranti e soprattutto</strong> <strong>degli abitanti delle tendopoli</strong> nella pianificazione ed implementazione delle soluzioni individuate e condivise, al fine di evitare ulteriori fallimenti e tensioni e cercando in ogni caso di evitare azioni di sgombero violento non concordate con la popolazione degli insediamenti.</p>
<h5><em>Medici per i Diritti Umani (MEDU)  ha avviato dal 2014 il progetto Terragiusta. Campagna contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura. </em><em>I partner del biennio 2016-18 sono: Arci “Iqbal Masih” di Venosa, Flai-Cgil di Gioia Tauro, Comune di Rosarno, Terra!Onlus, Zalab, Amisnet/Echis, OIS- Osservatorio Internazionale per la Salute Onlus-</em></h5>
<h5><em>Progetto realizzato con il sostegno di: Fondazione con il Sud; Fondazione Charlemagne; Open Society Foundations</em>.</h5>
<p>(Mediciperidirittiumani.it)</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2018/03/02/rogo-dellhotspot-nella-piana-di-gioia-tauro-la-denuncia-di-medu-e-amnesty/">Rogo dell&#8217;hotspot nella piana di Gioia Tauro. La denuncia di MEDU e Amnesty</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.peridirittiumani.com/2018/03/02/rogo-dellhotspot-nella-piana-di-gioia-tauro-la-denuncia-di-medu-e-amnesty/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Due euro l&#8217;ora: e poi morire di lavoro nero</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2016/10/13/due-euro-lora-e-poi-morire-di-lavoro-nero/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
					<comments>https://www.peridirittiumani.com/2016/10/13/due-euro-lora-e-poi-morire-di-lavoro-nero/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Oct 2016 06:56:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[abusivi]]></category>
		<category><![CDATA[associazione]]></category>
		<category><![CDATA[attrice]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[denuncia]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[Human rights]]></category>
		<category><![CDATA[illegalità]]></category>
		<category><![CDATA[immagini]]></category>
		<category><![CDATA[immigrata]]></category>
		<category><![CDATA[incendio]]></category>
		<category><![CDATA[internazional]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[job]]></category>
		<category><![CDATA[journalism]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[legalità]]></category>
		<category><![CDATA[legge]]></category>
		<category><![CDATA[life]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[nero]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[notizia]]></category>
		<category><![CDATA[notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Opera]]></category>
		<category><![CDATA[operai]]></category>
		<category><![CDATA[Peppe Servillo]]></category>
		<category><![CDATA[persone]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[polizia]]></category>
		<category><![CDATA[protesta]]></category>
		<category><![CDATA[regista]]></category>
		<category><![CDATA[rogo]]></category>
		<category><![CDATA[schiavitù]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<category><![CDATA[sindacato]]></category>
		<category><![CDATA[sociale]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[tratta]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
		<category><![CDATA[walfare]]></category>
		<category><![CDATA[Women]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.peridirittiumani.com/?p=7147</guid>

					<description><![CDATA[<p>DUE EURO L&#8217;ORA di Andrea D’Ambrosio prende spunto dall’incendio del materassificio Bimaltex di Montesano sulla Marcellana (Sa) il 5 luglio 2006 in cui sono morte Annamaria Mercadante di 49 anni e Giovanna Curcio di 15&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2016/10/13/due-euro-lora-e-poi-morire-di-lavoro-nero/">Due euro l&#8217;ora: e poi morire di lavoro nero</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/Due20euro20lora20locandina20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7148" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/Due20euro20lora20locandina20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="due%20euro%20lora%20locandina%20" width="276" height="395" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/Due20euro20lora20locandina20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 276w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/Due20euro20lora20locandina20-210x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 210w" sizes="(max-width: 276px) 100vw, 276px" /></a></b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">DUE EURO L&#8217;ORA di Andrea D’Ambrosio prende spunto dall’incendio del materassificio Bimaltex di Montesano sulla Marcellana (Sa) il 5 luglio 2006 in cui sono morte Annamaria Mercadante di 49 anni e Giovanna Curcio di 15 anni. Nonostante il titolare della “fabbrica” sia stato condannato in via definitiva ad otto anni di reclusione per “grave noncuranza per la vita delle proprie dipendenti” le famiglie delle due operaie sono rimaste sole e il regista non è riuscito neppure a girare lì il film. Anzi, (molti) rappresentanti istituzionali e dirigenti pubblici hanno scaricato la responsabilità sui singoli cittadini e in primis sulle operaie che avrebbero dovuto denunciare quella fabbrica abusiva.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel film, in un piccolo paesino del Sud Italia in un seminterrato che fa da sartoria abusiva, Rosa e Gladys confezionano tute sportive schiavizzate da Enzo Blasi (uno strepitoso Peppe Servillo) un avido menefreghista che sfrutta le paure, l’insicurezza e l’omertà di chi finge di non vedere….ma anche la connivenza dei carabinieri, come ben esemplificato dalla scena in cui padrone e carabinieri si bevono insieme una tazzina di caffè ridacchiando e ammiccando. Rosa è una ragazzina di 17 anni che di nascosto decide di abbandonare gli studi per racimolare i soldi e raggiungere il fidanzato emigrato in Svizzera mentre Gladys è un’immigrata di ritorno dal Venezuela (interpretata da Chiara Baffi, vincitrice del premio come miglior attrice protagonista al Bari International Film Festival) che prova a ribellarsi ma la crisi economica e delusioni personali la risospingono nel laboratorio, troppo debole e sola per sindacalizzare il suo grido di protesta.</p>
<p align="JUSTIFY">Un film di denuncia non solo del lavoro nero ma anche dell’omertà e del bisogno economico che obbliga i soggetti ad accettare qualsiasi condizione perché “o così o niente”, ma anche un film d’amore e di amicizia: dopo il rogo Rosa e Gladys vengono trovate abbracciate…e solo una delle due sopravviverà.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="en-US"><b>Trailer</b></span></span></span></p>
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/eiTf09UX8e8?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2016/10/13/due-euro-lora-e-poi-morire-di-lavoro-nero/">Due euro l&#8217;ora: e poi morire di lavoro nero</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.peridirittiumani.com/2016/10/13/due-euro-lora-e-poi-morire-di-lavoro-nero/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Morire di lavoro</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2013/12/09/morire-di-lavoro/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
					<comments>https://www.peridirittiumani.com/2013/12/09/morire-di-lavoro/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Dec 2013 05:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[abusivo]]></category>
		<category><![CDATA[capannone]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[cinesi]]></category>
		<category><![CDATA[clandestino]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[incendio]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[operai]]></category>
		<category><![CDATA[permesso di soggiorno]]></category>
		<category><![CDATA[Prato]]></category>
		<category><![CDATA[reato]]></category>
		<category><![CDATA[rogo]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[tragedia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.peridirittiumani.com/2013/12/09/morire-di-lavoro/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Prato, 2013: un capannone-dormitorio per un gruppo di persone di nazionalità cinese si è trasformato in un inferno. Il capannone era adibito a fabbrica tessile, in cui non veniva osservata alcuna misura di sicurezza:&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2013/12/09/morire-di-lavoro/">Morire di lavoro</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/12/cinesi-rogo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/12/cinesi-rogo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="195" width="320" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Prato,<br />
2013: un capannone-dormitorio per un gruppo di persone di nazionalità<br />
cinese si è trasformato in un inferno.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
capannone era adibito a fabbrica tessile, in cui non veniva osservata<br />
alcuna misura di sicurezza: “una tragedia annunciata”, come ha<br />
sostenuto il sindaco della città, Roberto Cenni.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Restano<br />
pezzi di macchine da cucire e tessuti bruciati, stendini e vetri<br />
rotti. Ma resta, soprattutto, la vergogna e l&#8217;indignazione per quei<br />
sette operai che hanno perso la vita nel rogo, sette persone, emblema<br />
degli schiavi contemporanei, vittime di un sistema economico e di un<br />
mercato sempre più aggressivi che pretendono  produttività e non<br />
concedono tutele.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
A<br />
distanza di pochi giorni dal dramma, l&#8217;unico corpo identificato è<br />
quello di un irregolare e anche questo mette in luce un problema<br />
irrisolto e complesso, la questione che riguarda il lagame tra la<br />
possibilità, per gli immigrati, di ottenere un permesso di soggiorno<br />
e un lavoro in regola.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Le<br />
parole del Procuratore che sta seguendo l&#8217;inchiesta, Piero Tony,<br />
sottolineano la gravità e le criticità che stanno alla base<br />
dell&#8217;accaduto: “ La maggior parte delle aziende sono organizzate<br />
così: è il far west. I controlli sulla sicurezza e su ciò che è<br />
collegabile al lavoro, nonostante l&#8217;impegno delle amministrazioni e<br />
delle forze dell&#8217;ordine, sono insufficienti. Siamo sottodimensionati:<br />
noi come struttura burocatica siamo tarati su una città che non<br />
esiste più, una città di 30 anni fa”.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
I reati<br />
contestati al proprietario italiano della fabbrica abusiva, ad oggi,<br />
sono: disastro colposo, omicidio colposo plurimo, omissione di norme<br />
di sicurezza e sfruttamento di manodopera clandestina. Gli operai<br />
lavoravano, ovviamente sottopagati, nel capannone, ma ci vivevano<br />
anche: ammassati in un soppalco, suddiviso in piccole stanze con<br />
pareti in cartongesso. E qui c&#8217;era anche un bambino di quattro anni<br />
che è riuscito a fuggire insieme ai genitori. Se questo è il modo<br />
di tutelare la dignità della vita, se questo è il modo di<br />
accogliere i migranti, se questo vuol dire essere un Paese civile,<br />
come tante, troppe volte è stato scritto&#8230;</div>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2013/12/09/morire-di-lavoro/">Morire di lavoro</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.peridirittiumani.com/2013/12/09/morire-di-lavoro/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
