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	<title>infibulazione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Livia Grossi e il suo giornalismo a teatro</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2016 05:59:08 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/reportage-teatrale-2-628x353.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5601" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5601" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/reportage-teatrale-2-628x353.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reportage-teatrale-2-628x353" width="628" height="353" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/reportage-teatrale-2-628x353.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 628w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/reportage-teatrale-2-628x353-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 628px) 100vw, 628px" /></a></p>
<p><i>L&#8217;Associazione per i Diritti umani</i> ha avuto l&#8217;occasione di rivolgere alcune domande alla giornalista Livia Grossi che, in questo periodo, sta portando in alcuni teatri milanesi l&#8217;esperienza del reportage sul palco. Si chiama proprio <i>Reportage teatrale. Il giornale parlato. Rassegna d&#8217;informazione in scena. </i>il progetto di Livia Grossi, al Franco Parenti di Milano: il teatro è Arte e comunicazione e, come tale, suscita emozioni e dovrebbe fare riflettere.</p>
<p>Ecco a voi le risposte della giornalista che ringraziamo molto.</p>
<p>Come si possono coniugare giornalismo e teatro?</p>
<p>Pratico la professione di giornalista da 25 anni, occupandomi di Spettacolo e Cultura per il Corriere della sera (da diciotto anni), precedentemente per Il Tempo, l&#8217;Unità e altre testate e – sia come giornalista sia come lettrice – mi sono resa conto che a volte si girano le pagine dei quotidiani con un po&#8217; di superficialità per cui ho pensato che fosse interessante provare ad informare le persone tramite la forma del reading teatrale: dare voce a chi non ne ha – perchè certe notizie non trovano ampi spazi nella stampa nazionale – attraverso le storie che ho raccolto anche durante i miei viaggi nel mondo, in particolare in Africa subsahariana. L&#8217;idea, infatti, è nata dalle figure dei <i>griots</i>, i cantastorie afrcani, che di villggio in villaggio, tramandano le tradizioni, la Memoria, le vicende delle famiglie e anche insegnamenti di vita. Inoltre, in passato, ho seguito anche un&#8217;esperienza di teatro degli incontri, dove le persone comuni sono chiamate a scrivere e mettere in scena alcuni testi a carattere sociale, e tutto questo materiale è diventato il reportage che proponiamo nei teatri della città.</p>
<p>Qual è il filo conduttore che lega le storie raccontate?</p>
<p>I diritti civili e umani. Le prime tre sono al femminile. Presso il Centro di accoglienza e di aiuto in Via Sammartini a Milano, pochi anni fa, ho avuto una conversazione con una signora sudamericana (è tutto quello che posso dire sulla sua identità) che ha trascorso otto anni in un carcere del proprio Paese per l&#8217;accusa di terrorismo: all&#8217;epoca aveva 26 anni e allattava il figlio appena nato. E&#8217; riuscita ad essere liberata e a scappare, ma il marchio le è riamsto addosso: per la “sua gente” rimane il tatuaggio di terrorista e ha divuto attendere due anni prima di vedersi riconosciuto lo status di rifugiata. Poi ascoltiamo le parole di Puska, nubile, albanese e donna, simbolo di un caso antropolgico di grande rilevanza perchè, per poter lavorare e gestire la famiglia da sola &#8211; lei non si è sposata, ma molti altri  uomini sono morti nel conflitto, nella mafia e per malattia – secondo la legge del <i>Kanun</i>, è stata costretta a cambiare genere: Puska è diventata un uomo. Si veste, parla e si comporta come un uomo. Ora ha 76 anni, ma la sua anima parla ancora al femminile perchè tutti la riconoscono come maschio, si rapportano a lei come tale, ma non è cambiata la sua identità biologica. E ancora: nella foresta del Senegal, una donna di 46 anni, analfabeta, perde le due figlie, di 6 e 7 anni, a causa dell&#8217;infibulazione. La signora lascia il marito e torna nella propria famiglia di origine, per fortuna una famiglia di persone illuminate. Dopo qualche tempo incontra un altro uomo, ma gli fa giurare che se fosse rimasta incinta di una femmina non avrebbe praticato alcuna mutilazione genitale, il marito accetta e metteranno al mondo altre due figlie.</p>
<p>Da allora, la signora senegalese si sposta, di capanna in capanna, per parlare con le altre donne, per dar loro informazioni, per fare attività di prevenzione. Dieci anni di lavoro insieme all&#8217;UNICEF, a una ONG locale e a un movimento al femminile del parlamento di Dakar hanno portato a sancire l&#8217;infibulazione come reato, anche il 28 o 30% della popolazione – cristiana e musulmana – continua a praticarla.</p>
<p>C&#8217;è una storia più forte o grave delle altre?</p>
<p>Direi di no. Ogni racconto ha la propria peculiarità, è grave per le conseguenze subìte dalle persone che ne sono state protagoniste e ogni vicenda mette in luce un problema o un diritto negato.</p>
<p>L&#8217;Occidente e il Sud del mondo: errori e opportunità&#8230;</p>
<p>L&#8217;errore più grave è l&#8217;indifferenza: legare certi temi soltanto alla giornata della ricorrenza (ad esempio l&#8217;8 marzo). C&#8217;è una parte di società civile attenta e impegnata, ma è una minoranza.</p>
<p>E&#8217; come se, negli ultimi 20 anni, ci avessero somministrato un sedativo per la mente e la coscienza, quasi che determinati argomenti fossero disturbanti e, quindi, fosse meglio non parlare di tematiche serie e importanti. Invece è necessario aprire gli occhi, guardare il mondo diversamente, anche perchè abbiamo la fortuna di accedere all&#8217;istruzione e alle informazioni, possiamo muoverci ed è nostro dovere farlo, fare qualcosa di attivo, prima per allenare la nostra capaicità critica e poi per trasformare i nostri comportamenti e le nostre azioni. L&#8217;indignazione non deve rimanere individuale e sterile, ma collettiva e produttiva di cambiamento.</p>
<p><b>I prossimi appuntamenti del “Reportage teatrale” sono: </b></p>
<p><strong>7 aprile: </strong>ci si sposta in Albania con la storia di Puska; ospite l’antropologo Franco La Cecla.</p>
<p><strong>21 aprile:</strong> Livia Grossi porta sul palco la vicenda della senegalese Marietu ‘Ndaye, che dopo la morte delle figlie per infibulazione ha deciso di ribellarsi a questa terribile pratica. Interviene Alessandra Kustermann, primario alla Mangiagalli.</p>
<p><strong>12 maggio</strong> «Nonostante Voi. Storie di donne coraggio», con la regia di Gigi Gherzi. Una riflessione  sui ruoli sociali e sul valore della donna come individuo.</p>
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		<title>Mutilazioni genitali femminili (MGF): THE CUT, rompere il tabù</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2016 05:28:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>The cut. Voci del cambiamento, il nuovo saggio di Valentina Mmaka – scrittrice e attivista – mescola il registro dell&#8217;informazione con quello dell&#8217;Arte per rompere il tabù verso uno dei temi più importanti della&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/untitled-199.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5240" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5240" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/untitled-199.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (199)" width="542" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/untitled-199.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 542w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/untitled-199-300x278.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 542px) 100vw, 542px" /></a></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><i>The cut. Voci del cambiamento</i></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;">, il nuovo saggio di Valentina Mmaka – scrittrice e attivista – mescola il registro dell&#8217;informazione con quello dell&#8217;Arte per rompere il tabù verso uno dei temi più importanti della nostra contemporaneità: quello delle mutilazioni genitali femminili, una pratica diffusa in molitissimi Paesi, un problema globale. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;">Valentina Mmaka ha raccolto testimonianza e interviste di donne (di varie età) che l&#8217;hanno subìta, che l&#8217;hanno praticata e anche di persone e di artisti che mettono la propria creatività a serivizio di un lavoro culturale, perchè si parte sempre dalla mentalità e dalla conoscenza per modificare i comportamenti individuali e collettivi.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/untitled-198.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5239" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5239" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/untitled-198.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (198)" width="193" height="208" /></a></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"> </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;">L&#8217;Associazione per i Diritti umani ha intervistato Valentina Mmaka e la ringrazia moltissimo per questo approfondimento.   </span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">Il testo nasce dal progetto “Gugu Women Lab”: ce ne vuole parlare?</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 2011 ho fondato a Cape Town un collettivo di donne sudafricane e migranti da altri paesi africani. L’idea del collettivo era lavorare ad un progetto di scrittura che avesse come obiettivo quello di identificare le interrelazioni tra identità e spazi. Nel corso degli incontri, abbiamo esplorato diverse modalità per rappresentare l’ espressione e la scoperta identitaria, così come diverse nozioni di spazio. Dal lavoro è emerso che lo spazio che ciascuna donna voleva affermare era il proprio corpo. Alcune delle partecipanti hanno cominciato a condividere la loro esperienza del “taglio”e da lì c’è stata la volontà di rompere il tabù attorno al tema, realizzando uno spettacolo teatrale, un testo che raccontasse il corpo violato della donna ma al tempo stesso la sua auto affermazione. Il percorso che ha portato alla realizzazione di THE CUT è stato un lungo intenso viaggio verso l’acquisizione di consapevolezza della propria identità. L’idea centrale di tutto il lavoro è che l’arte, più di ogni altro percorso formativo, è in grado di sensibilizzare e smuovere le corde emotive della gente.</p>
<p align="JUSTIFY">Quali sono le pratiche che riguardano le Mutilazioni Genitali Femminili e quali conseguenze hanno sul corpo e sulla psiche delle donne che le subiscono?</p>
<p align="JUSTIFY">L’OMS classifica 4 tipologie di MGF: Tipo I, noto come clitoridectomia, consiste nella rimozione parziale o totale del clitoride e del prepuzio; Tipo II, conosciuto come escissione, consiste nella rimozione parziale o totale del clitoride e/o di entrambe le piccole e grandi labbra; Tipo III, noto come infibulazione, consiste nella chiusura vaginale riducendo le piccole e grandi labbra, lasciando un piccolo foro per l’urina e il ciclo; il Tipo IV, racchiude tutte le altre procedure legate ai genitali femminili come il pierceing, il nicking, l’incisione e la cauterizzazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Le conseguenze delle MGF sono innumerevoli. Ci sono conseguenze immediate come il tetano, la setticemia, infezioni urinarie, emorragie oltreché paura ad urinare per il dolore che provocano. A queste si aggiungono conseguenze a lungo termine sia fisiche che psicologiche. Quelle fisiche più gravi sono quelle legate alla gravidanza. L’insorgere di infezioni vaginali può compromettere l’esito della gravidanza quindi provocare aborti, rottura prematura del sacco amniotico, parto prematuro. Recenti ricerche hanno confermato che le donne che hanno subito le MGF, hanno il 55% in più di rischio di perdere il bambino al momento del parto. Anche durante il parto i rischi sono grandi, spesso si richiede un’ operazione di deinfibulazione per evitare al bambino di restare intrappolato nel canale vaginale e quindi soffocare a cui fa seguito una ulteriore operazione di re -infibulazione per riportare la vagina al suo aspetto iniziale. Tutto questo comporta sofferenze atroci per la donna. Tra le altre problematiche si possono riscontrare problemi come la fistula, l’AIDS, la sterilità. I danni psicologici legati al trauma sono l’insicurezza, il senso di perdita, l’impossibilità a provare piacere sessuale e spesso in conseguenza a questo a mantenere relazioni interpersonali stabili e durature. C’è un senso di alienazione e di solitudine, soprattutto perché le MGF sono ancora tutt’oggi un tabù anche presso le comunità che le praticano, non se ne parla apertamente e questo rende difficile condividere le proprie paure e inscurezze.</p>
<p align="JUSTIFY">Dove e da chi vengono praticate e quali sono i motivi (appartenenti alla tradizione culturale) che le motivano?</p>
<p align="JUSTIFY">Le MGF vengono praticate nei cinque continenti. I flussi migratori hanno amplificato la presenza del problema nelle nostre società. Si pensa erroneamente che le MGF siano un fenomeno esclusivamente africano, invece vengono praticate nel Sud Est Asiatico, in Medio Oriente, in India presso i Dawoodi Bohra, e nella diaqspora in Europa, negli Stati Uniti, in Australia. Fino a non molto tempo fa venivano praticate anche in Australia, Colombia e Perù da popolazioni autoctone.</p>
<p align="JUSTIFY">Le motivazioni per cui si praticano le MGF sono varie, a seconda dell’area geografica. Si tratta perlopiù di un fattore culturale tramandato da centinaia di anni. Presso alcune popolazioni viene addotta una motivazione religiosa, sebbene nessun testo sacro menzioni le MGF. Ci sono poi fattori sociali ed economici. In molte culture, una ragazza non mutilata è considerata una ragazza impura e in quanto tale non può accedere all’istituto del matrimonio e questo significa che non sarà in grado di portare una dote alla sua famiglia.</p>
<p align="JUSTIFY">Vengono perlopiù praticate da éxciseuse, donne anziane che ereditano la “professione” dalle madri. In alcuni paesi le MGF sono adirittura medicalizzate, basti pensare all’Indonesia dove l’incisione del clitoride avviene sulle bambine neonate in quello che viene chiamato il “birth package” un pacchetto di “servizi” che la neonata riceve nelle prime settimane di vita, esso comprende oltre al piercing nel lobo dell’orecchio e una serie di vaccinazioni standard anche la mutilazione dei genitali.</p>
<p align="JUSTIFY">In tema di diritti umani: come può, la comunità internazionale, contrastare le MGF?</p>
<p align="JUSTIFY">La comunità internazionale dovrebbe innanzi tutto investire nella formazione a partire dalla scuola. In ogni scuola dovrebbe essere obbligatoria la formazione di studenti e insegnanti su tematiche legate ai diritti umani, uno spazio dove si possa parlare apertamente di argomenti come le Mutilazioni Genitali Femminili e in modo più ampio della Violenza di Genere, creando un supporto umano e psicologico per tutte le bambine che provengono da paesi che praticano le MGF. È un problema che riguarda milioni di donne e ragazze nel mondo. Secondo l’ultimissimo rapporto dell’Unicef sarebbero ben 200 milioni e non 140 milioni come si pensava fino a pochi mesi fa, le donne che portano i segni delle mutilazioni e circa 86 milioni di bambine sono a rischio nei prossimi 15 anni. Sono numeri importanti che devono farci comprendere le dimensioni del problema. Le migrazioni hanno portato all’attenzione questo problema sebbene in molti paesi di immigrazione come l’Italia si faccia ben poco a riguardo. La scuola è il luogo del vero cambiamento. I ragazzi possono diventare dei veri mediatori agevolando le famiglie ad aprirsi ad un dialogo pubblico condiviso sulla tematica.</p>
<p align="JUSTIFY">Ci sono poi le figure professionali come medici di famiglia, ginecologi, ostetriche, pediatri, ufficiali di polizia e assistenti sociali che dovrebbero anche’essi beneficiare di un piano formativo in grado di offrire loro strumenti validi per fronteggiare emergenze e monitorare l’incidenza del problema nei diversi paesi. Ho conosciuto tantissime donne sopravvissute alle MGF che hanno incontrato innumerevoli difficoltà a spiegare la loro esperienza a medici, ad esempio nei consultori o all’atto della richiesta di asilo presso la polizia di frontiera.</p>
<p align="JUSTIFY">Un ruolo fondamentale dovrebbero poterlo inoltre svolgere i mass media trattando l’argomento in modo non pregiudizievole, ma inclusivo. Informare e offrire uno spazio di dialogo e confronto, questo andrebbe fatto.</p>
<p align="JUSTIFY">Con particolare enfasi andrebbero coinvolti gli uomini al fianco delle donne. Le MGF nascono storicamente in seno a società patriarcali per controllare il corpo delle donne, quindi un loro coinvolgimento nella lotta allo sradicamento di questa pratica avrebbe un impatto efficace e un ‘accelerazione rapida. In Kenya e in Nigeria conosco decine e decine di giovani attivisti che si fanno portavoce della campagna anti MGF.</p>
<p align="JUSTIFY">A livello internazionale, un passo importante sarebbe quello di individuare strategie transnazionali per sradicare il problema. Non esiste un unica soluzione al problema, bisognerebbe investire meno in conferenze e summit mondiali e più in programmi di formazione a livello locale di comunità. E’ evidente che l’impegno delle grandi organizzazioni mondiali impegnate da decenni nella lotta allo sradicamento delle MGF non sono riuscite con la loro strategia “unica” a raggiungere l’obiettivo prefissato. Guardiamo ad esempio al Senegal, dove solo alcune minoranze praticano le MGF, ancora oggi si praticano nonostante diversi organismi internazionali lavorino sul campo da oltre vent’anni. Se non sono riuscite a sradicare totalmente il problema di poche minoranze in una generazione, significa che la strategia unica non funziona.</p>
<p align="JUSTIFY">Quanto è importante la scrittura (o la cultura in genere) per cambiare la mentalità e affermare il rispetto per la donna e il suo corpo?</p>
<p align="JUSTIFY">Tantissimo. La violenza è un fattore culturale e per quanto le leggi siamo importanti e necessarie occorre cambiare la cultura che produce quella violenza per poterla sradicare definitivamente. Ci deve essere una cultura del rispetto condivisa perché si possano abolire tutte le forme di violazione dei diritti umani.</p>
<p align="JUSTIFY">La scrittura e l’arte in genere, sono ottimi strumenti attraverso cui il cambiamento culturale può avvenire. Contribuisce a una presa di coscienza, ci avvicina all’esperienza dell’altro, ci offre la possibilità di sperimentare la molteplicità dell’esperienza umana. Ho lavorato con tantissime donne offrendo la scrittura come strumento di conoscenza e come momento liberatorio e di auto affermazione, senza pregiudizi. Lo spettacolo THE CUT, che ho portato in giro in Italia e in altri paesi, ha sortito reazioni inattese negli spettatori che spesso hanno chiesto come fare per saperne di più sul problema e come fermarlo. Il teatro mi ha dato l’opportunità di incontrare gente diversa, la comunicazione è immediata e senza filtri, ci sei tu e lo spettatore e il feedback è sempre produttivo ed emotivamente coinvolgente. Portare il testo ai ragazzi delle scuole al di fuori dell’Italia, penso alla Spagna o alla Gran Bretagna o al Kenya, ha sortito entusiasmo e interesse. Gli studenti sono i primi a volerne sapere di più. In Italia purtroppo, dalla mia esperienza, le scuole si sono defilate da un confronto, questo per paura di affrontare un tema di cui non si sa nulla e che a detta degli insegnanti e dirigenti di istituto “rischia di creare nuove forme di discriminazione”. E’ chiaro che c’è molta ignoranza sull’argomento, non può esserci nulla di più discriminatorio che mantenere il silenzio su un abuso di minore come quello che le MGF rappresentano!”</p>
<p align="JUSTIFY">Anche a questo scopo ho scritto un libro sull’argomento (titolo <i>THE CUT. Voci Globali del Cambiamento per Rompere il Silenzio sulle Mutilazioni Genitali Femminili)</i> che cerca di presentare il tema delle MGF in modo esaustivo sotto tutti i punti di vista, da quello legislativo a quello sanitario, da quello sociologico a quello culturale oltreché dal punto di vista artistico, diventando così anche uno strumento formativo. Ho incontrato centinaia di attivisti e colleghi artisti in giro per il mondo impegnati nella lotta alle MGF, la loro voce è determinante per comprendere appieno l’esperienza di chi ha subito le MGF e di come poter dare voce a chi non ce l’ha rompendo il silenzio su questo tabù.</p>
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		<title>Contro le mutilazioni genitali femminili, di Valentina Acava Mmaka</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2015 06:30:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Oggi,<br />
per la Giornata contro le infibulazioni delle donne, ripubblichiamo<br />
il testo di Valentina  Acava Mmaka e la ringraziamo ancora per questo<br />
suo importante contributo.
</div>
<div align="CENTER" style="margin-bottom: 0cm;">
<a href="http://4.bp.blogspot.com/-gBjIO1BcR_w/UiWDNn8b5pI/AAAAAAAAAH4/07ojisy7kw8/s1600/valentina+1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" align="BOTTOM" border="0" height="212" name="immagini1" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/02/valentina-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="320" /></a></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ho<br />
da poco concluso la prima parte di un tour in Italia cominciato a<br />
marzo di quest’anno in cui ho portato in giro una performance<br />
poetico-teatrale “The Cut-Lo Strappo” che è nata da una<br />
esperienza che ho fatto in Sudafrica a Cape Town. Nel 2011 ho dato<br />
vita ad un collettivo di donne con le quali volevo lavorare ad un<br />
progetto di scrittura e diritti umani. Nel corso del periodo in cui<br />
abbiamo lavorato insieme, sono state tante le tematiche affrontate,<br />
quella che alla fine ha preso il sopravvento sulle altre è stata le<br />
Mutilazioni Genitali Femminili (MGF). Il tema non mi era nuovo, avevo<br />
già scritto di MGF, avevo già avuto modo anni addietro di<br />
incontrare donne infibulate. Ma questa volta è stato diverso, perché<br />
questa volta si è presentata a me in modo inaspettato. Nel corso del<br />
lavoro una donna del collettivo mi ha confidato di essere stata<br />
vittima del “taglio”. Ad un certo punto del nostro lavoro, nel<br />
momento in cui riflettevamo sulla percezione di limiti e divieti<br />
imposti dalla società, si deve essere creato in lei un conflitto tra<br />
la sua esperienza e la possibilità di condividerla con il gruppo di<br />
lavoro. Era sorto in lei un dubbio (è possibile condividere un<br />
tabu’?), che al tempo stesso era una richiesta (come uscire dal<br />
dolore? come riappropriarsi o costruirsi una vita senza una parte di<br />
sé?). Sicuramente il potere della parola, dell’immaginario hanno<br />
sortito in lei la consapevolezza che l’arte può essere<br />
rappresentativa di una presa di posizione, di un’idea, di un<br />
cambiamento. Lei aveva percepito, anche se non completamente a<br />
livello conscio, che per cambiare si deve dire di NO a ciò che ad un<br />
certo punto della tua vita ha impedito una scelta.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Oggi<br />
sono 140 milioni circa le vittime nel mondo. Due milioni le bambine<br />
che ogni anno nel mondo vengono sottoposte alle Mutilazioni Genitali<br />
Femminili, denominazione entro cui rientrano diverse pratiche: dal<br />
taglio del clitoride, l’escissione, l’infibulazione. Sono tutte<br />
pratiche invalidanti e irreversibili, questo significa che la donna<br />
mutilata è una donna che porta sul suo corpo il dolore fisico nel<br />
quotidiano; il semplice urinare, il ciclo mestruale, la maternità,<br />
sono tutti eventi in cui la donna patisce rischiando continuamente la<br />
sua vita a causa di infezioni, setticemia, tetano, senza contare che<br />
le mutilazioni aumentano il rischio di infertilità.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Le<br />
MGF vengono praticate per diversi motivi: inibire il piacere sessuale<br />
nella donna, che deve essere esclusivo dell’uomo; controllare la<br />
fedeltà della donna (il dolore che la donna prova nel rapporto<br />
sessuale e il suo piacere inibito, scoraggiano la donna a<br />
intraprendere relazioni adulterine); rendere la donna pura asportando<br />
quella parte del corpo ritenuta imperfetta. E’ importante<br />
sottolineare che le MGF non sono una pratica prescritta da alcuna<br />
religione, né tantomeno sono un problema solamente africano.<br />
Certamente l’Africa è il continente con il maggior numero di paesi<br />
dove sono praticate, ma ricordo che l’Indonesia, l’India, il Sud<br />
America sono tra i le aree geografiche dove le MGF sono una pratica<br />
tradizionale presso alcuni popoli. Uno degli aspetti raramente<br />
condivisi e sottolineati è l’implicazione che questa pratica ha<br />
non solo a livello culturale ma anche socio economico. Le MGF<br />
praticate nei paesi di origine, non rispondo solo alla necessità di<br />
ribadire un ideale che vuole la donna facilmente controllabile<br />
dall’uomo, ma anche ad una esigenza di tipo economico. Innanzi<br />
tutto la <i>daya</i><br />
che pratica le MGF vive<br />
di questo, viene pagata per farlo, è il suo lavoro. Quindi al di là<br />
del ruolo di prestigio sociale tramandato, la <i>daya</i><br />
svolge una professione<br />
che è la sua fonte di guadagno. Inoltre la bambina senza il taglio è<br />
una bambina che non potrà mai accedere al mondo femminile delle sue<br />
coetanee tagliate, non potrà cioè sposarsi e questo vuol dire per<br />
la famiglia niente dote, altra implicazione di tipo economico. Un<br />
altro degli aspetti sconcertanti è che in alcune situazioni,<br />
soprattutto là dove le mutilazioni sono praticate in altissima<br />
percentuale, talvolta sono le bambine stesse a richiederla per non<br />
essere discriminate a scuola o addirittura per andare a scuola visto<br />
che chi non si sottopone al taglio, viene bandito dalla frequenza<br />
della scuola. Questo è inquietante perché significa che è una<br />
pratica talmente radicata e stigmatizzata che la mancanza di<br />
partecipazione finisce per diventare una ulteriore condanna dalla<br />
società, significa diventare ad un tratto delle “invisibili”,<br />
delle “fuori casta” con le conseguenze del caso: discriminazione,<br />
impossibilità di studiare, allontanamento della famiglia dal resto<br />
della società. In questi casi estremi sembra 0non esserci una via<br />
d’uscita. Ci sono due punti su cui mi piace riflettere: da una<br />
parte c’è l’aspetto dei diritti umani che vanno tutelati in<br />
toto, ad esempio, condannando anche qualunque tipo di rito<br />
alternativo lieve come quello proposto dal medico somalo Omar<br />
Abdulcadir. E su questo tema ci sarebbe molto da dire perché il<br />
concetto di Diritti Umani non è riconosciuto universalmente allo<br />
stesso modo ovunque. Essendo<br />
i diritti umani non riconosciuti universalmente occorre legittimarli<br />
attraverso il confronto pluralista con le culture che non li<br />
contemplano nel loro sistema sociale tradizionale. Dall’altra<br />
è il ruolo dei migranti nei paesi di immigrazione rispetto a questa<br />
pratica. La pratica delle MGF si è diffusa a livello mondiale nella<br />
nostra contemporaneità grazie ai flussi migratori di persone<br />
provenienti da paesi dove essa è parte della tradizione socio<br />
culturale. Anche in Sudafrica dove le MGF non sono precipue delle<br />
culture locali, capitolo a parte i Venda che la praticano, ho<br />
incontrato migranti provenienti dall’Africa orientale e occidentale<br />
che continuavano a “tagliare” le loro bambine.&nbsp;
</div>
<p></p>
<div align="CENTER" style="margin-bottom: 0cm;">
<a href="http://1.bp.blogspot.com/-LzkQ2Pqm5Y0/UiWDUsnWm4I/AAAAAAAAAIA/aQX9zB0nqY8/s1600/valentina+2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" align="BOTTOM" border="0" height="284" name="immagini2" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/02/valentina-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="320" /></a></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Credo<br />
che il cambiamento sia possibile come è già avvenuto in alcuni<br />
paesi e presso diverse comunità, soprattutto africane, nella<br />
diaspora. Cambiare significa dire di NO non solo a livello<br />
individuale, come scelta e decisione personale ma a livello familiare<br />
e collettivo dell’intera comunità di appartenenza. L’opposizione<br />
del singolo non porta all’abbandono collettivo della pratica,<br />
tuttavia alzarsi in piedi e rivendicare i propri diritti che sono i<br />
dritti fondamentali come quelli alla salute, a condurre una vita<br />
completa, è fondamentale, può offrire una occasione per altre donne<br />
di confrontarsi con la possibilità di cambiare collettivamente.<br />
Lavorare sul cambiamento è possibile grazie ad un percorso di<br />
conoscenza ed emancipazione nei paesi dove le mutilazioni sono<br />
praticate. Le donne che si oppongono alle MGF vengono emarginate e<br />
non godono più di quel sostegno economico che una famiglia può<br />
darle per sopravvivere. Ecco che sradicare la pratica del taglio deve<br />
nascere da un percorso dove la donna viene messa nella condizione di<br />
scegliere e questa condizione prevede l’accesso all’istruzione e<br />
l’acquisizione di una autonomia economica sostenibile che le<br />
permetta di non doversi più sottomettere all’autorità maschile.<br />
Il miglioramento della condizione femminile all’interno della<br />
propria società originaria porta di riflesso anche ad una diversa<br />
percezione delle tradizioni culturali e quindi ad esaminare credenze<br />
e valori optando per un cambiamento nella loro pratica.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Un<br />
ruolo determinante è quello rappresentato dalle comunità dei<br />
migranti. I migranti che provengono da aree geografiche dove le MGF<br />
sono praticate anche contro la legge, possono diventare mediatori di<br />
un cambiamento. Vivere l’altrove inevitabilmente mette la persona<br />
nella situazione di rapportarsi a nuove idee, a nuovi “modelli”,<br />
a un concetto diverso della donna e dei suoi diritti. Conoscere<br />
significa prendere coscienza. Se nell’altrove le comunità migranti<br />
riescono ad acquisire consapevolezza circa la dannosità di questa<br />
pratica e riescono, attraverso i loro figli, quindi i migranti di<br />
seconda generazione, a interrompere il supplizio, allora possono<br />
diventare gli interlocutori-fautori del cambiamento anche nei loro<br />
paesi originari. Anche in questo caso, statisticamente si evidenzia<br />
che le donne che godono di una istruzione di livello superiore e<br />
hanno comunque una autonomia economica derivante dal lavoro, non<br />
sottopongono le loro figlie alle MGF. Quindi anche nella diaspora,<br />
tali condizioni di emancipazione vanno garantite in modo da creare<br />
mediatrici efficaci di un cambiamento sostenibile in patria.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
E’<br />
un passaggio fondamentale, il cui primo scoglio da superare è<br />
proprio la condivisione. Le MGF sono un tabù, le comunità che le<br />
praticano non ne parlano, difficile immaginare una dodicenne che<br />
condivida questa esperienza con una coetanea in una scuola italiana,<br />
inglese o spagnola. Sono comprensibili anche i motivi: innanzi tutto<br />
si prova un senso di vergogna perché il proprio corpo è stato<br />
mutilato mentre il corpo delle altre bambine no, poi esiste un<br />
disagio evidente fisico, un trauma psicologico derivato<br />
dall’impossibilità di condurre una vita attiva pari a quella<br />
condotta fino al taglio. Inoltre c’è il dubbio giustificato di<br />
come si possa condividere qualcosa che altri non potrebbero capire o<br />
addirittura che potrebbero giudicare? La scuola secondo me dovrebbe<br />
essere il luogo primario da cui cominciare a riflettere sulla<br />
tematica fornendo ai ragazzi una documentazione completa sulle MGF,<br />
degli strumenti da utilizzare insieme agli educatori e alle famiglie<br />
per avvicinarli al problema con la consapevolezza che sta alla base<br />
di ogni cambiamento sostanziale. Di MGF si parla solo quando la<br />
cronaca riporta notizie drammatiche come quella della bambina<br />
egiziana Suahir morta dopo essere stata infibulata. La letteratura<br />
che ne parla in Italia è insufficiente anche perché è quasi tutta<br />
incentrata sugli aspetti antropologici della pratica, manca ad<br />
esempio una letteratura per ragazzi, a parte il libro di Silvana de<br />
Mari <i>Il<br />
gatto dagli occhi d’oro, </i>non<br />
ho trovato una pubblicazione per bambini/ragazzi che tratti<br />
l’argomento sotto forma di racconto-favola-fiaba. Sempre in Italia,<br />
e sempre secondo la mia esperienza, i consultori sono privi di<br />
materiale informativo sulle MGF, forse qualche eccezione saranno i<br />
consultori delle grandi città, ma realmente manca ogni possibilità<br />
di “sentire” che questo problema esiste anche qui. La legge del<br />
2006 prevedeva uno stanziamento economico di diversi milioni di euro<br />
da destinare alla formazione del personale medico sanitario e alla<br />
realizzazione di opuscoli informativi, e sportelli di accesso per le<br />
donne vittime del taglio. Resta inteso che tali finanziamenti non<br />
sono stati investiti come previsto.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
E’<br />
per questo motivo, con uno sguardo speciale rivolto al mondo dei<br />
giovani, che io e il documentarista<br />
Lorenzo<br />
Moscia<br />
stiamo<br />
cercando di realizzare un film documentario che parli di MGF sempre<br />
però bypassando l’argomento attraverso i diversi linguaggi<br />
dell’arte che meglio di altri, sa veicolare il dolore e stimolare<br />
un pensiero creativo e sensibile. Il film documentario vuole essere<br />
uno strumento di dialogo e confronto, un’occasione per cominciare a<br />
riflettere sulla tematica coinvolgendo tutte le parti della società,<br />
e offrire anche proposte per un cambiamento sostenibile che abbatta<br />
gli stereotipi e i pregiudizi che purtroppo non aiutano le vittime ad<br />
aprirsi verso una possibilità di confronto. Il progetto di questo<br />
lavoro si chiama Breaking<br />
The Cut e<br />
per poterlo realizzare si avvale anche di un sistema di<br />
sottoscrizione popolare attraverso cui le persone diventano<br />
co-produttori del documentario. Una formula che oltre a permettere la<br />
realizzazione dello stesso, pone in essere un interesse nella gente<br />
che partecipando al progetto sostiene questa causa di impegno civile.<br />
Stiamo anche coinvolgendo artisti in giro per l’Italia che vogliono<br />
sostenerci con delle serate di poesia, musica, teatro, danza, una<br />
sorta di staffetta “Artisti<br />
contro le MGF” .
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2015/02/06/contro-le-mutilazioni-genitali/">Contro le mutilazioni genitali femminili, di Valentina Acava Mmaka</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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