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	<title>interruzione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Aborto. Relazione al Parlamento</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2020 08:15:16 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="512" height="341" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/ABORTO.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14306" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/ABORTO.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 512w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/ABORTO-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></figure></div>



<p><strong>ASS.COSCIONI E AMICA: “Situazione peggiorata: garantire contraccezione, day hospital e i servizi previsti dalla legge 194”</strong></p>



<p>Il Ministero della Salute ha depositato lo scorso 9 giugno, la Relazione 2019 sull’Interruzione Volontaria di Gravidanza, che riporta i dati 2018.</p>



<p>Lo scorso gennaio la senatrice Emma Bonino, con una interrogazione al Ministro della salute Speranza, aveva anche evidenziato che l’ultima Relazione presentata al Parlamento sullo stato di applicazione della legge 194 faceva riferimento ai dati relativi al 2017.</p>



<p><em>“Cambiano i Ministri e le maggioranze ma in materia di applicazione della legge 194 resta tutto immutato, anzi lo spiacevole ’caso Umbria’ di questi giorni testimonia una situazione addirittura peggiorata &#8211;&nbsp;</em>dichiarano&nbsp;<strong>Filomena Gallo, Segretario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica,</strong>&nbsp;<strong>Mirella Parachini, ginecologa e Vice Segretario ass. Luca Coscioni e Anna Pompili (ginecologa di AMICA, Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto)</strong>&nbsp;&#8211;<em>&nbsp;I mesi di ritardo portano a commentare dati ed evidenze risalenti a un anno e mezzo fa.&nbsp;</em><em></em></p>



<p><em>“La relazione del Ministro attribuisce, almeno in parte, il calo delle IVG alla maggiore diffusione dell’uso dei contraccettivi di emergenza tra le donne maggiorenni, per le quali è stato eliminato l’obbligo di prescrizione medica; ci sembra dunque necessario facilitarne l’accesso anche per le minorenni, ad esempio dispensando tali contraccettivi gratuitamente nei consultori. L’aborto farmacologico costituisce il 20,8% del totale delle IVG; questa bassa percentuale evidenzia una limitazione della possibilità di accesso alla IVG medica, ancora fortemente limitata dall’obbligo di ricovero in regime ordinario previsto dalle linee di indirizzo ministeriali del 2010. E’ necessario rivedere tali linee di indirizzo, estendendo la applicabilità della procedura farmacologica da 7 a 9 settimane e garantendo l’appropriatezza delle procedure, con&nbsp; il regime di ricovero in day hospital e il regime ambulatoriale”.&nbsp;</em><em></em></p>



<p><em>“Facilitare l’accesso alla IVG farmacologica &#8211;&nbsp;</em>concludono&nbsp;<em>&#8211; minimizzerebbe</em>&nbsp;<em>l’impatto dell’obiezione di coscienza, che limita pesantemente, con il 69% di ginecologi obiettori, i diritti delle donne.Nel complesso in questa relazione emerge che se le regioni hanno un potere in ambito di sanità e nel caso specifico per l’applicazione della 194, di fatto prevalgono azioni che rendono il percorso per l’IVG molto difficoltoso.</em>&nbsp;<em>Chiediamo al Ministro della salute Speranza di esercitare i poteri del suo mandato per garantire la piena applicazione della legge 194, anche con verifiche nei confronti delle regioni. Crediamo che, oltre al Consiglio Superiore di Sanità, egli debba consultare anche gli operatori e le società scientifiche, che ben conoscono le criticità da superare in questo settore per garantire alle donne un diritto costantemente in pericolo”</em></p>



<p><strong>APPROFONDIMENTO IN PILLOLE&nbsp;</strong></p>



<p>1. &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;<strong>La riduzione del numero di IVG,</strong>&nbsp;che per il quinto anno consecutivo sono risultate inferiori alle 100.000 (76.328 nel 2018). Questa rilevazione impone almeno due puntualizzazioni:</p>



<p>a. &nbsp; &nbsp; &nbsp; Nella relazione si attribuisce un ruolo fondamentale nella riduzione degli aborti alla maggiore diffusione del ricorso alla&nbsp;<strong>contraccezione di emergenza</strong>, verificatasi dopo l’abolizione dell’obbligo di prescrizione medica per le maggiorenni, con un’impennata delle vendite delle pillole a base di ulipristal acetato (pillola dei 5 giorni dopo) e di levonorgestrel (pillola del giorno dopo).&nbsp;Sarebbe logico trarre da questa osservazione l’impegno a facilitare l’accesso a tale contraccezione anche alle minorenni, magari attraverso la dispensazione gratuita nei consultori.</p>



<p>b. &nbsp; &nbsp; &nbsp; Nella relazione si tocca il tema della&nbsp;<strong>abortività al di fuori della legge</strong>, la cosiddetta “abortività clandestina”. La relazione riferisce una sostanziale stabilità del fenomeno, che si attesterebbe attorno ai 10.000-13.000 aborti clandestini. Purtroppo, la stabilità del dato, a fronte di una costante diminuzione degli aborti legali, indica invece un maggior ricorso percentuale a procedure illegali. Vi è peraltro il sospetto che il fenomeno sia fortemente sottostimato, per la maggiore difficoltà ad individuare gli aborti clandestini precoci eseguiti con farmaci ormai facilmente reperibili e che non danno complicazioni importanti. Dovremmo dunque guardare a questa “stabilità” del fenomeno (o più correttamente del numero) degli aborti clandestini come indice dell’esistenza, ancora, di ostacoli importanti all’accesso all’interruzione di gravidanza, soprattutto in alcune aree del paese</p>



<p>2. &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;<strong>Le IVG farmacologiche:&nbsp;</strong>nel 2018 sono state il 20,8% del totale, con un lieve incremento rispetto al 17,8% del 2017, un dato bassissimo se confrontato con le percentuali dei paesi scandinavi, prossime al 100%, ma anche quelle della Francia, della Svizzera, del Regno Unito o del Portogallo, che si aggirano tra il 70 e l’80%.&nbsp;</p>



<p>Questa bassa percentuale rispecchia la difficoltà di accesso alla metodica, legata all’adozione del regime di ricovero ordinario raccomandato da linee di indirizzo ministeriali antiscientifiche e anacronistiche già nel 2010, quando furono emanate. L’alta percentuale di donne che ricorrono alla dimissione volontaria dove vige il regime di ricovero ordinario, la bassissima percentuale di complicazioni nelle regioni che hanno adottato il regime di Day Hospital, nonché l’esperienza più che trentennale dei paesi che adottano il regime ambulatoriale, evidenziano l’inappropriatezza di linee di indirizzo che devono essere cambiate. Alla luce dell’ingiustificato ritorno indietro della Regione Umbria, apprezziamo quindi la richiesta di un nuovo parere posta dal Ministro al CSS. Non vi è dubbio che la deospedalizzazione della procedura, oltre a ridurre costi ingiustificati, permetterebbe di minimizzare le enormi differenze regionali che la relazione registra rispetto all’accesso alla procedura farmacologica.</p>



<p>3.&nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;<strong>&nbsp;L’obiezione di coscienza</strong>: si evidenziano percentuali elevate per tutte le categorie, in particolare tra i ginecologi (69% rispetto al 68,4% del 2017).&nbsp;Sottolineiamo come il parametro del numero di procedure effettuate non rispecchi affatto il reale carico di lavoro per i ginecologi non obiettori, che sono impegnati anche nelle procedure che precedono l’intervento, dalla valutazione di ogni singolo caso, clinica e strumentale, al counselling contraccettivo, che dovrebbe essere fatto sempre prima dell’IVG. Riteniamo importante che il Ministro sottolinei il ruolo delle Regioni che “<em>devono assicurare che l’organizzazione dei servizi e le figure professionali garantiscano alle donne la possibilità di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, come indicato nell’articolo 9 della Legge, garantendo il libero esercizio dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne e assicurando l’accesso ai servizi IVG, minimizzando l’impatto dell’obiezione di coscienza nell’esercizio di questo diritto”.&nbsp;</em>Il Ministro della salute Roberto Speranza scrive nel testo della relazione che ”q<em>uesto approfondimento ha consentito di mettere a fuoco ancora una volta la disomogeneità territoriale nell’impatto della disponibilità di non obiettori rispetto alla richiesta di IVG. Un’ulteriore conferma del fatto che, in generale, non sembra essere il numero di obiettori di per sé a determinare eventuali criticità nell’accesso all’IVG, ma probabilmente il modo in cui le Strutture sanitarie si organizzano nell’applicazione della Legge 194/78. Facendo in tal modo emergere una responsabilità delle Regioni sulla tipologie di strutture dove si esegue l’IVG e ponendo in secondo piano invece il numero di medici obiettori”.&nbsp;</em>Osservazioni importanti,ma che rimangono lettera morta per via della mancanza di volontà politica a rendere l’accesso all’ IVG tradizionale o farmacologica, conforme a legge.</p>



<p>4. &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;<strong>&nbsp;I consultori:</strong>&nbsp;nella Relazione si legge che “<em>è indispensabile rafforzare e potenziare i consultori familiari (…) per evitare future gravidanze indesiderate ed il ricorso all’IVG”.&nbsp;</em></p>



<p>Ma non possiamo non notare che, nonostante la legge istitutiva dei consultori, la 405 del 1975, la prevedesse esplicitamente, di fatto in Italia la contraccezione non è gratuita<em>.&nbsp;</em>I consultori sono pochi, con equipes spesso incomplete, e nella relazione non vengono sottolineati due dati importanti per il percorso IVG. Il primo riguarda la sempre maggiore presenza di consultori privati convenzionati, spesso di ispirazione confessionale, esonerati in alcune regioni dalle prestazioni che riguardano l’IVG. Il secondo riguarda l’obiezione di coscienza nei consultori, poiché per il secondo anno consecutivo si è deciso di non rilevare questo dato, che invece potrebbe avere un peso importante nell’accesso all’IVG, soprattutto in alcune realtà territoriali. Ci aspettiamo che rispetto a queste criticità, legate anche alla aziendalizzazione e alla dipartimentalizzazione dei consultori, come rilevato dal richiamato studio dell’ISS, il Ministro voglia mettere in pratica adeguate misure correttive.</p>



<p>5.        <strong>La formazione</strong>: il ricorso al raschiamento in oltre il 10% dei casi, con punte particolarmente alte in alcune regioni, nonché il ricorso all’anestesia generale in oltre il 90% dei casi rendono evidenti carenze formative a livello di scuole di specializzazione e di aggiornamento del personale sanitario ospedaliero e consultoriale, alle quali le regioni non hanno finora dato risposta.</p>
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		<title>La legge sull’aborto è del 1978: a distanza di quasi quarant’anni dobbiamo riparlarne perché mancano ancora i diritti civili</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Nov 2017 08:35:39 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1139.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9826" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1139.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="299" height="168" /></a></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Valentina Tatti Tonni</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La legge che regola insieme la tutela sociale della maternità con l’interruzione volontaria di gravidanza è regolata nel 1978 dalla legge numero 194 che ha in sé ventidue articoli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">I consultori o le strutture socio-sanitarie come gli ospedali, sono tenute a consigliare e supportare tutte quelle donne che vi si rivolgono, ma spesso non è così. Ogni donna ha dei diritti e il medico dovrebbe garantirne la loro attuazione, indipendentemente dalla propria ragione etica e morale. La presente legge riconosce alla donna la possibilità di abortire nell’articolo 4. “Entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>La storia che portò alla 194</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Quella legge non fu immediata, ma fu il risultato di grandi mobilitazioni di piazza che vedeva schierarsi da una parte il Partito Radicale con i democratici e le femministe a favore, dall’altra l’ala conservatrice e cattolica contraria. Non fu neanche un dibattito sereno, perché infatti la contesa durò vari anni prima che ci fosse un testo da presentare e firmare in Parlamento (e che i Radicali, infine, non promossero). Prima dell’approvazione della legge 194, l’aborto era disciplinato dal codice penale. Erano previste limitazioni alla libertà personale, quindi con ricorso a detenzione in carcere, sia per chi procurava un aborto su una donna consenziente sia che lei non lo fosse e sia che fosse lei stessa a procurarselo, come accaduto in molti casi nefasti. Inasprite le pene per procurata morte e diminuite se invece si cercava di salvare l’onore proprio o del congiunto. La legge allora abrogò questi articoli e ne destituì il reato.</p>
<p align="JUSTIFY">Tre anni prima, nel 1975, i riflettori erano puntati tutti sul dibattito, soprattutto dopo l’arresto di tre esponenti chiave. L’allora segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, la segretaria del Centro di Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto (CISA) Adele Faccio e la militante radicale Emma Bonino, per aver praticato l’aborto ed essersi, senza alcun latitare, autodenunciati alla polizia.</p>
<p align="JUSTIFY">L’Italia in quel periodo stava affrontando oltreché gli anni di piombo con le vicende stragiste del terrorismo, anche mobilitazioni sociali importanti come lo era stata la legge sul divorzio, supportata da correnti sempre più vicine alla gente come il femminismo. Quel movimento di scoperta e conoscenza dell’essere donna, in lotta contro quel secondo sesso di cui aveva scritto Simone De Beauvoir, un’Altra minore e senza opportunità di fianco all’oramai stanco stereotipo dell’uomo vero. La rivoluzione culturale e sessuale dunque era in atto e la campagna abortista continuò, nonostante i dubbi sollevati dai più conservatori che tanto amaramente avevano già dovuto accettare e deliberare sul divorzio qualche anno prima.</p>
<p align="JUSTIFY">Iniziativa molto importante resa possibile dalla CISA fu quella di contrastare anche l’aborto clandestino istituendo i primi consultori in Italia (a Firenze nel ’75 ne fu inserito uno all’interno del partito) e mettendo a disposizione di chi ne avesse necessità dei voli charter verso Paesi come Inghilterra e Olanda che lo praticavano, grazie alle convenzioni ottenute con prezzi contenuti e interventi medici più accurati. Nel febbraio dello stesso anno Marco Pannella insieme all’allora direttore della rivista L’Espresso Livio Zanetti presentarono alla Corte di Cassazione richiesta di referendum abrogativo di quegli articoli del codice penale che ritenevano l’aborto un reato, iniziando così la raccolta delle firme necessarie. Ne arrivarono settecentomila, forti anche di una sentenza della Corte Costituzionale di ritenere possibile la pratica dell’aborto “per motivi molto gravi”, aggirando così gli invalicabili limiti morali.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/th-193.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9827" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/th-193.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="302" height="206" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/th-193.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 302w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/th-193-300x205.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 302px) 100vw, 302px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Difatti, una legge che non regola</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">La legge sull’aborto dovrebbe rientrare nel diritto alla salute della donna garantito dalla Carta Sociale Europea, riveduta rispetto a quella iniziale del 1965 ed entrata in vigore lo stesso anno in cui anche il nostro paese l’ha recepita nel suo ordinamento interno, ossia nel 1999. Linearità di obiettivi che evidentemente non ha suscitato la stessa accettazione nell’opinione pubblica quanto nel personale medico. Infatti, i dati al 2016 mostravano l’aumento dei cosiddetti obiettori di coscienza che rifiutavano, salvo casi indispensabili per cui non ci si poteva tirare indietro per salvare la vita umana, di praticare l’aborto per ragioni o credenze proprie. Lo Stato non potendo obbligare l’obiettore a praticarlo, dovrà rimediare procurando alla struttura nuovo personale disposto a farlo, tramutando la pratica in qualcosa di eccezionale, quasi estorto.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli obiettori di coscienza, per quanto vadano contro la legge fisica di uno Stato di diritto, ne sono immuni poiché obbediscono ad un’altra legge, talvolta spirituale, alla quale sottoscrivono l’anima. Nella credenza totale di stare tutelando prima la vita umana anziché lo Stato, si ritengono nel giusto, anche se negano il presupposto della scelta alla persona che sono convinti di tutelare. E’ infatti la presente legge numero 194 che li esonera senza colpa, facendone così proliferare in massa: in Italia in alcune regioni come Molise o Basilicata, è quasi impossibile, secondo i dati del 2016, praticare l’aborto. Oltre ai singoli obiettori esistono anche associazioni che promuovono la credenza in favore della vita umana, ritenendo che l’aborto significhi omicidio. Una di queste è la Pro Life, una Onlus che “opera in difesa dei bambini, della vita dal concepimento alla morte naturale, che sostiene la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna” come si legge nel loro sito. Accanto alla Pro Life, troviamo la cosiddetta Pro Choice, quella persona o associazione che al contrario è ed era dichiaratamente a favore dell’aborto.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1138.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9828" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1138.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="352" height="176" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1138.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 352w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1138-300x150.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 352px) 100vw, 352px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Ultimi episodi di cronaca: Don Pieri, Emma Bonino e il Concilio Vaticano del ‘65</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Negli anni sono nate moltissime associazioni contrarie, ma è la Pro Life che, in seguito all’aspro botta e risposta avvenuto nelle ultime settimane tra la radicale Emma Bonino e il prete bolognese don Pieri, ad aver affisso in molte zone di Roma manifesti raffiguranti una pinza vicino ad un feto all’interno dell’utero materno, immagine crude accompagnata da una frase ancora più esplicita “6 milioni di morti” causati, secondo i promotori della campagna, proprio dalla legge sull’aborto.</p>
<p align="JUSTIFY">Don Pieri, il parroco bolognese, scrisse una decina di giorni fa su Facebook una frase provocatoria, dimenticando per un attimo di non avere alcun potere di giudizio: “Ha più morti innocenti sulla coscienza Totò Riina o Emma Bonino?”, provocando appunto una serie di polemiche a catena che infine giunsero domenica 19 novembre sulle pagine del Resto del Carlino. Il parroco che tuttora insegna nella facoltà teologica dell’Università dell’Emilia-Romagna, sicuro delle sue idee, ha anche risposto ai commenti che gli sono arrivati, ammonendo che “moralmente non c’è differenza”. Nello scrivere quest’ultima frase, don Pieri rievoca il II Concilio Vaticano con la sua Gaudium et spes, ossia la quarta costituzione apostolica conciliare promulgata da Papa Paolo VI nel 1965, quindi ben prima che venisse proposta e accettata la legge sull’aborto.</p>
<p align="JUSTIFY">L’obiettivo del Vaticano allora era quello di avvicinarsi alla cultura contemporanea, cercando di separare l’idea che se qualcosa non rientrava nella morale cristiana allora non poteva essere la volontà di Dio. E’ interessante leggere infatti quanto fosse avveduto il pensiero della Chiesa nei confronti delle nuove scoperte dell’uomo, l’intelligenza, la creatività, analizzava altresì in maniera molto lucida i problemi che affliggevano la Terra, non tralasciando il senso di libertà che ogni singolo individuo doveva poter avere. Di questo don Pieri non faceva cenno perché nell’articolo 27 del presente II Concilio, dopo aver parlato di bene comune, libertà e rispetto, leggeva l’unica cosa che gli interessava per la causa: l’aborto insieme al genocidio e all’eutanasia (che oggi sappiamo avere significati differenti dal crimine) è considerato parimenti come “tutto ciò che è contro la vita stessa”, azioni che se praticate ledono l’onore del Creatore. La contraddizione qui sembra celarsi dietro il rispetto per la libertà individuale e il rispetto per le scoperte scientifiche dell’essere umano, cui si faceva riferimento nel proemio. La scienza e il diritto infatti sono d’accordo nel ritenere che il feto non è un individuo, diventerà un bambino solo dopo aver respirato fuori dal grembo materno la prima volta.</p>
<p align="JUSTIFY">Tuttavia il discorso tende ancora ad inasprirsi a distanza di quasi quarant’anni dalla sottoscrizione di quella legge, perché si confonde la genesi con i diritti civili, non ammettendo che ci possa essere confronto e rispetto reciproco, anziché negazione. Come ha detto Emma Bonino “la libertà prende forma con i diritti”, ma di quali diritti stiamo parlando se ci viene negata la libertà civile di scegliere con cognizione, in quale misura ci sono stati concessi dei diritti che poi possono essere ritirati perché ritenuti, qualora la regolazione della norma giuridica non risulti efficace, contrari alla volontà divina. Sembra quasi che obiettare contro il diritto alla scelta individuale cauteli la collettività, come se dopo tutto la vera obiezione non fosse di coscienza ma di libertà.</p>
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		<title>La legge sull’aborto e il degrado polacco</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2016 06:34:11 +0000</pubDate>
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<p>Lunedì scorso, in Polonia, le donne hanno indetto la Black Monday, una giornata di sciopero con l&#8217;obiettivo di paralizzare il paese, per protestare contro la legge che vuole vietare l&#8217;aborto promossa dalle lobby ultra cattoliche e dal governo di destra</p>
<p>La <strong>Polonia</strong> ha già una delle leggi vigenti più restrittive sull’aborto, è possibile abortire solo in tre casi: un pericolo per la salute o la vita della donna, la forte probabilità di una grave ed irreversibile condizione di ritardo mentale del feto o il sospetto che la gravidanza sia legata a una violenza. Oggi la nuova legge in discussione in parlamento, denominata ‘<strong>Legge per la protezione pre-natale</strong>’ vuole eliminare la possibilità di abortire anche in questi tre casi. L’aborto sarà reso completamente illegale, e si potrà perseguire penalmente la donna che ha interrotto la gravidanza e i medici che l’hanno aiutata.</p>
<p>Contro questa proposta di legge si è sollevato un movimento enorme che ha organizzato manifestazioni e azioni nei mesi passati, e che oggi ha indetto uno <strong>sciopero delle donne</strong>: parole d&#8217;ordine della giornata sono<strong> #blackprotest e #czarnyprotest</strong>. Le donne polacche oggi si asterranno da qualsiasi attività, che siano di lavoro o di cura della famiglia, per protestare contro una legge che le considera meno importanti del ‘nascituro’. La protesta prende esempio dallo sciopero indetto dalle donne islandesi nel 1975, che si presero una “giornata libera” dal lavoro produttivo e domestico per dimostrare la loro importanza nella società.<br />
Riportiamo l&#8217;intervento dell&#8217;europarlamentare Barbara Spinelli sulla questione:</p>
<p>«La proposta di legge polacca preoccupa, perché vieta l’interruzione di gravidanza in quasi tutte le circostanze. Preoccupa a tal punto che un grande movimento di donne ha frastornato il governo, il quale pensa forse a un’altra legge, magari escludendo dal divieto gli stupri. Ma sarà una legge non meno punitiva. Leggi del genere non miglioreranno perché rientrano in una vasta regressione, cui Kaczyński dà il nome di “controrivoluzione culturale”, incentrata sulla totale fusione tra Stato e Chiesa e la deliberata violazione di precise norme europee sull’accesso non discriminatorio alla salute. La competenza dunque non è solo nazionale.<br />
Anche se restasse la legge vigente, non sarebbe certo un progresso: è tra le più punitive d’Europa. È ora di sostenere la battaglia delle donne che si oppongono. Le loro rappresentanti sono oggi qui con noi in plenaria, e vi invito a salutarle».</p>
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