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		<title>“LibriLiberi&#8221;. Blue nights</title>
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		<pubDate>Sun, 15 May 2022 08:37:10 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Ho deciso di leggere l&#8217;ultimo libro di Joan Didion, “Blue nights” (edito in Italia da Il saggiatore), e non il suo penultimo, più celebre, “L&#8217;anno del pensiero magico” per due ragioni: in primo luogo perchè l&#8217;autrice americana è deceduta nel dicembre del 2021 a causa di complicazioni del Parkinson (secondo la versione ufficiale della sua casa editrice, ma forse per via dell&#8217;anoressia che da tempo l&#8217;aveva colpita) e il Parkinson è la patologia di cui soffre anche mio padre, ora quasi ottantacinquenne; e in secondo luogo perchè in questo ultimo romanzo parla del rapporto con sua figlia Quintata, deceduta due anni dopo il decesso del marito, John Dunne, anche lui celebre autore e giornalista. Insomma è chiaro che io sia stata attratta da questo libro per la paura del lutto, della perdita dei miei genitori e per il timore di non aver ancora concluso, dentro di me, il percorso di comprensione e perdono reciproco, necessario per la nostre vicende esistenziali e familiari.</p>



<p>Ma perchè la mia vita, unica e particolare, si collega a quella in fondo altrettanto unica e particolare di una donna più grande di me, che ha vissuto lontano da me, in California e in altre parti degli Stati Uniti, molto più colta, brava, privilegiata, famosa di me?</p>



<p>Per quanto riguarda il suo essere privilegiata, Joad Didion ne è stata sempre perfettamente consapevole e ne parla definendo il “privilegio” un&#8217;opinione, un&#8217;accusa che lei rifiuta, considerando quello che ha perso, quello che sua figlia Quintana ha vissuto. Non esistono vite privilegiate, perchè la malattia e la morte &#8211; i temi principali con cui si fanno i conti in <em>Blue nights</em> &#8211; sono quelli più ardui che si affrontano proprio quando le notti azzurre iniziano a comparire all&#8217;orizzonte.</p>



<p>Il particolare, quindi, si fa univerale e le domande a cui la Didion tenta di dare risposte sono le stesse mie, le nostre, le vostre&#8230;Il senso di colpa di Joan madre per non aver approfondito il lato oscuro della figlia adottiva, amata più che se fosse stata biologica per il bisogno di proteggerla da se stessa e di non esserci riuscita; il trauma della perdita del marito-compagno che, come Joan moglie dichiara, era il <em>medium</em> tra lei e il mondo esterno, un mondo che dagli anni &#8217;60 inizia a rinnegare per la violenza gratuita, per quel caos che Joan, fin da bambina, osserva e cerca di razionalizzare, incapace di “stare nel mezzo”, ma sempre invece in cerca di Assoluto.</p>



<p>Resta, in <em>Blue nights</em>, la scrittura pulita, netta del&#8217;autrice, in grado di riportare il timore della fragilià e della malattia in forma di cronaca, la penna utilizzata come un chirurgo che, freddamente, seziona la banalità, lo scorrere dei giorni con metodo e disciplina per tenere l&#8217;universo terreno sotto controllo: l&#8217;imprevedibile fuori e l&#8217;ingovernabile, dentro.</p>



<p>Del marito e della figlia, gli amori più grandi, conserva le ceneri nel muro e le fotografie sulla scrivania: è Passato, sono passati, ma ogni tanto li rivede nelle strade, nelle stanze come ombre di chi ora è nella Luce: Joan è laica, forse atea, non fa riferimenti ad una Fede specifica, ma crede in una Luce come quelle notti che prima o poi avvertono dell&#8217;arrivo della Fine, come quelle notti, blu, che appartengono ai nostri cari e che poi traghetteranno ognuno di noi verso l&#8217;Oltre e allora mi piace pensare che ci ritroveremo dalla stessa parte perchè tutto si Ri-nnova.</p>



<p>Leggerò anche “L&#8217;anno del pensiero magico” e consiglio la visione dell&#8217;intenso documentario intitolato “Joan Didion. Il centro non reggerà”, disponibile sulla piattaforma Netflix perchè non credo si debba temere l&#8217;ineluttabile e io desidero affrontarlo con la stessa spavalderia con cui mi butto nella vita e sono grata a Joan Didion per avermi insegnato a farlo anche con la sua capacità di tradurre la paura in profondità e la profondità in poesia dell&#8217;esperienza.</p>
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		<title>“LibriLiberi”: Un amore</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2022 13:09:42 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Sara Mesa è un&#8217;autrice spagnola pluripremiata ed è in libreria con il suo ultimo romanzo intitolato, semplicemente: <em>Un amore</em> (in Italia per La nuova frontiera). Ma di semplice c&#8217;è poco. La protagonista, Nat, svolge la professione di traduttrice e, in seguito ad un problema sopraggiunto nella sede dell&#8217;ultimo luogo di lavoro (un errore?, una sfida?, un atto di ribellione?) decide di trasferirsi in un piccolo paese, nell&#8217;entroterra rurale dove tutti si conoscono, ma non abbastanza a fondo per volersi bene o stimarsi. Le relazioni si basano su sguardi, parole accennate, rigidi sorrisi. E&#8217; difficile fare amicizia persino con un cane. Il padrone dell&#8217;abitazione in affitto di Nat è un uomo viscido e volgare; il vicino di casa (soprannominato “il tedesco”) ama dispensare consigli non richiesti, dando sfogo ai propri giudizi sui comportamenti altrui; le donne e gli uomini del quartiere affibiano alla nuova arrivata etichette che non le appartengono, senza sapere nulla di lei, del suo Passato, dei motivi che l&#8217;hanno fatta arrivare fino a lì. Durante tutta la lettura si respira un&#8217;aria tagliente e pesante allo steso tempo, quella dell&#8217;emarginazione, della colpa (spesso attribuita dall&#8217;esterno), di una mancata comunicazione: La giovane donna, spaesata e intimoraita all&#8217;inizio, prende coraggio per farsi conoscere almeno da qualcuno e incontra “lui”: un uomo taciturno, che le chiede se può avere un rapposrto sessuale con lei, un rapporto pulito, breve, asettico, meccanico. E Nat accetta. Non sa nemmeno lei il motivo: per solitudine, per sentirsi di nuovo donna, per dimostrare di essere ancora viva&#8230;Ma quel primo rapporto si trasforma in un&#8217;ossesione da parte di lei e in silente indifferenza da parte di lui fino a trasformarsi in unulla. Assolutamnete nulla.</p>



<p>La sensazione di inquietudine che attraversa le pagine si fa, via via, tristezza e desolazione. Cosa siamo diventati, dunque? Esseri fatti solo di corpi, incapaci di provare emozioni e sentimenti. Non solo in grado di rubare, di mentire, di uccidere , in alcuni casi, ma anche di omettere, escludere, tenere a distanza non per paura dell&#8217;Altro, ma proprio per indifferenza. Che è peggio.</p>



<p>Nat, nel periodo in cui si trova a La Escapa, credendo di fuggire da se stessa, lascia momentaneamente il suo lavoro come traduttrice, per poi re-incontrarlo perchè questo suo viaggio nell&#8217;anaffettività e nella violenza verbale, le fa capire(e lo capiamo anche noi) l&#8217;importanza delle parole. L&#8217;unico personaggio che dice la verità è una donna anziana, Roberta, considerata folle: si legge infatti: “Parla in maniera corretta, ordinata, con un vocabolario preciso e strutture complesse, ma quello che dice non ha nessun senso, c&#8217;è una crepa enorme tra la logica del linguaggio e quella della realtà”. Il romanzo è proprio un&#8217;analisi del linguaggio e della comunicazione odierna; a cui si aggiunge un discorso sull&#8217;Etica contemporanea. Interessanti, infine, anche le riflessioni sulla dicotomia tra Corpo e Spirito, sul silenzio e sull&#8217;Amore. Oggi, secondo la scrittrice, di amore ce n&#8217;è davvero poco e quello del titolo è forse proprio l&#8217;amore mancato e, quindi, ritrovato solo nella e per la scrittura.</p>
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