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	<title>Isis Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<title>Isis Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Anbamed. Notizie dal sud est del Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Dec 2021 10:38:47 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>A cura di Farid Adly (anbamed.it)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="800" height="450" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Foto-20211224-Egitto-Sanaa-Seif.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15926" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Foto-20211224-Egitto-Sanaa-Seif.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Foto-20211224-Egitto-Sanaa-Seif-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Foto-20211224-Egitto-Sanaa-Seif-768x432.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<p>I titoli</p>



<p><strong>Siria:</strong> Catturato dai curdi un capo dell’Isis. Migranti: Naufragi al largo delle coste tunisine e greche.</p>



<p><strong><u>Palestina occupata:</u></strong>&nbsp;Sostituzione etnica in Cisgiordania e Golan occupati.<strong>Sudan:</strong>&nbsp;Centinaia di feriti nelle manifestazioni di protesta contro il regime militare.&nbsp;Egitto:&nbsp;Si infittisce di mistero lo scandalo della banda di tombaroli capeggiata da un imprenditore e da un ex parlamentare.</p>



<p><strong><u>Libia:</u></strong>&nbsp;Si riunisce oggi il Parlamento per il piano del dopo naufragio delle elezioni.</p>



<p><strong><u>Yemen:</u></strong>&nbsp;Una guerra senza fine e dimenticata.</p>



<p><strong><u>Somalia:</u></strong>&nbsp;Un predicatore di una moschea di origine somala è stato ucciso nell’Ohio (USA)</p>



<p><strong>Le notizie</strong></p>



<p><strong>Siria</strong></p>



<p>Le unità speciali delle forze democratiche siriane (FDS; curdi), supportate dagli statunitensi, hanno arrestato un capo&nbsp;dell&#8217;ISIS. Si chiama Mohammed AbdelAwwad&nbsp;e noto con il soprannome&nbsp;di Rasheed. Stava architettando un attacco in grande stile contro il carcere di Ghuweran&nbsp;nella provincia&nbsp;siriana nord orientale di Hasakah.</p>



<p>Secondo le confessioni&nbsp;dello stesso, l&#8217;attacco al carcere sarebbe avvenuto con un&#8217;autobomba guidata da un kamikaze, l&#8217;entrata di diversi attentatori&nbsp;suicidi con cinture esplosive e un camion carico di 165 Kalashnikov da distribuire&nbsp;ai prigionieri, per prendere possesso della struttura e compiere altri attacchi contro la guarnigione delle FDS.</p>



<p>Secondo quanto riportato&nbsp;dalla stampa curda siriana e irachena l&#8217;attacco contro il covo dell&#8217;Isis sarebbe avvenuto con un&#8217;operazione inconsueta: sono state usate due autobombe fatte esplodere contro l&#8217;abitazione del capo jihadista.</p>



<p><strong>Palestina Occupata</strong></p>



<p>Mobilitazione in Cisgiordania contro le aggressioni dei coloni diventate quotidiane con la protezione dell’esercito di occupazione. A Burqa, a Kusra ed in altre località del distretto di Nablus, i coloni hanno inscenato nel giorno di Natale attacchi ai villaggi e cittadine palestinesi con incendi e lanci di pietre. L’intento è quello di costringere gli abitanti a abbandonare le loro case e fuggire per lasciare posto all’espansionismo coloniale. Una politica sistematica di sostituzione etnica: nel 2021, l’esercito di occupazione ha ordinato la demolizione di 700 unità abitative nel distretto, mentre nelle colonie sono state costruite 3000 case. 145 organizzazioni palestinesi della società civile hanno lanciato un appello all’ONU, per garantire la protezione alla popolazione autoctona da questa politica razzista del governo israeliano.</p>



<p>Il governo Bennett ha approvato un piano per il raddoppio degli insediamenti ebraici nel Golan siriano occupato. I coloni passeranno entro il 2030 dagli attuali 50 mila a 100 mila.</p>



<p><strong>Migranti</strong></p>



<p>La guardia costiera ha riportato in Tunisia 44 migranti che si trovavano al largo delle coste di Ben Gardane, al confine con la Libia. Prevalentemente erano siriani e maliani e provenivano da un porto libico. La Tunisia sta assumendo sempre di più il ruolo di gendarme dei confini sud dell’Unione Europea. Secondo la stampa locale, alcuni migranti hanno informato gli operatori della mezzaluna rossa che il gommone che li trasportava non era in avaria al momento del suo blocco da parte della Marina tunisina. &nbsp;</p>



<p>È andata peggio per i migranti che tentavano di raggiungere le coste delle isole greche: 24 persone sono morte e 92 salvate. La guardia costiera greca ha compiuto negli ultimi 5 giorni ben tre salvataggi di imbarcazioni in avaria. La maggior parte dei migranti sono di nazionalità siriana e egiziana.<strong>Sudan</strong>&nbsp;Grandi manifestazioni sabato in Sudan per la democrazia e contro il potere politico dei militari. La polizia ha sparato lacrimogeni. La protesta respinge l’accordo tra il premier Hamdouk e il generale golpista Burhan, per la condivisione del potere nella fase transitoria fino alle elezioni politiche del 2023. Secondo il sindacato dei medici ci sono stati 178 feriti, tra i quali diversi gravi per i colpi di lacrimogeni lanciati ad altezza d’uomo e 8 colpiti da pallottole vere. Almeno 700 le persone che hanno ricevuto cure per soffocamento provocato dai gas. Per bloccare l’arrivo della folla ai centri di concentramento, la polizia ha chiuso i ponti sul Nilo, interrotto le comunicazioni telefoniche e internet. Il Comitato organizzatore ha denunciato che venerdì, il giorno prima della manifestazione, reparti della polizia avevano fatto irruzione nelle case dei coordinatori ed arrestato molti di loro per far fallire la catena organizzativa della mobilitazione. La crisi sudanese si è acuita in seguito al colpo di Stato del 25 ottobre, ordito dai generali contro la componente civile del governo. La manovra maldestra era arrivata pochi giorni prima della consegna del vertice del consiglio presidenziale ai civili, prevista dagli accordi del 2019 per la metà di novembre. L’isolamento internazionale e le mobilitazioni popolari hanno costretto i generali a fare un passo indietro, ma con l’accordo siglato col premier Hamdouk, hanno mantenuto nelle loro mani un forte potere sulle sorti del paese. &nbsp;&nbsp;<strong>Egitto</strong>Uno scandalo nello scandalo. Il giudice incaricato del processo contro l’imprenditore, Hassan Ratib e l’ex parlamentare, Alaa Hassanin, implicati nella banda dei tombaroli, ha rinunciato all’incarico per “<em>motivi di inopportunità</em>”. I due imputati insieme ad altri 23 sono accusati di aver organizzato una banda di tombaroli alla ricerca di reperti archeologici con vere e proprie missioni di scavi. L’inchiesta è partita lo scorso giugno ed ha riportato alla scoperta di tesori antichi importantissimi, trafugati e pronti per l’espatrio. Nella vicenda sembra implicato l’ex ambasciatore degli Emirati arabi Uniti al Cairo, che è stato richiamato dal suo paese lo scorso novembre. Secondo un ex diplomatico egiziano a Doha, avrebbe permesso l’espatrio dei reperti con la valigia diplomatica. Nell’inchiesta viene citato il nome di un’emira saudita interessata all’affare.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Libia</strong></p>



<p>Oggi si riunisce il Parlamento per decidere un piano per le elezioni. Non è ancora chiaro l’orientamento sul percorso da intraprendere: rinviare per un mese o due oppure addirittura per altri 6 mesi. Nel frattempo non sono chiare le sorti del governo Dbeiba, uno dei protagonisti del rinvio delle elezioni per la sua candidatura alle presidenziali mentre era a capo dell’esecutivo. Il suo governo è accusato di corruzione e di sussidi a pioggia per finanziare la campagna elettorale a spese dello Stato. Lo stesso premier ha annunciato nei giorni scorsi che il suo governo ha speso, in 6 mesi, 19 miliardi di dollari. L’ultimo scandalo riguarda l’importazione di vaccini anti covid. La Commissione di controllo finanziario sulle attività &nbsp;economiche ha denunciato anomalie nell’affidamento del bando e incongruenza con i prezzi internazionali. Il Ministero della Salute stava importando 2 milioni di dosi Sinovax ad un prezzo sette volte superiore a quello del mercato internazionale. La commessa è stata bloccata, ma è una goccia in un mare di corruzione dilagante.</p>



<p><strong>Yemen</strong></p>



<p>Il comando delle forze saudite in Yemen ha informato di aver colpito ieri e sabato la capitale Sanaa, per mettere fuori uso un campo di addestramento al lancio di droni. Gli Houthi invece sostengono che ad essere colpite sono state costruzioni civili. Nessuna delle due parti parla delle vittime. I militari sauditi e i ribelli Houthi continuano a minacciarsi a vicenda di allargare le operazioni belliche.</p>



<p><strong>Somalia</strong></p>



<p>L’associazione islamica USA CAIR ha annunciato un premio di 10 mila dollari a chi fornisse informazioni sugli assassini del predicatore somalo, Imam Mohamed Hassan Adam, trovato morto dopo tre giorni di sparizione. Il predicatore era a capo di una moschea di Columbus (Ohio), affiliata alla CAIR. Sabato è stato trovato in un&#8217;auto, ucciso con colpi di pistola. Chi lo ha assassinato? Al-Arabiyah sostiene che gli assassini si troverebbero nella stessa comunità islamica della moschea e dell&#8217;associazione CAIR che la gestisce. Il motivo? La collaborazione di Adam con un&#8217;inchiesta dell&#8217;FBI sui legami tra Cair e movimenti jihadisti.</p>



<p><strong>Approfondimento</strong></p>



<p><a href="https://www.anbamed.it/2021/12/27/gerusalemme-sgomberi-piu-vicini-sheikh-jarrah-ritorna-campo-di-battaglia/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.anbamed.it/2021/12/27/gerusalemme-sgomberi-piu-vicini-sheikh-jarrah-ritorna-campo-di-battaglia/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>GERUSALEMME. Sgomberi<br>più vicini, Sheikh Jarrah ritorna campo di battaglia</p>



<p>di&nbsp;<strong><em>Michele Giorgio</em></strong>&nbsp;</p>



<p><a href="https://pagineesteri.it/2021/12/18/primo-piano/gerusalemme-sgomberi-piu-vicini-sheikh-jarrah-ritorna-campo-di-battaglia/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://pagineesteri.it/2021/12/18/primo-piano/gerusalemme-sgomberi-piu-vicini-sheikh-jarrah-ritorna-campo-di-battaglia/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><em>Pagine Esteri, 18 dicembre 2021</em>&nbsp;–</p>



<p>Gli scontri a&nbsp;<strong>Sheikh Jarrah</strong>&nbsp;sono cominciati poco dopo la preghiera islamica del venerdì, davanti alla casa della&nbsp;<strong>famiglia palestinese Salem</strong>: 11 persone di tutte le età che il&nbsp;<strong>29 dicembre rischiano concretamente di rimanere senza un tetto</strong>&nbsp;sulla testa e di vedere la loro abitazione occupata dai coloni israeliani. Ieri per diversi minuti il quartiere palestinese è rimasto avvolto nel fumo delle granate stordenti lanciate in abbondanza dai poliziotti che, a colpi di manganello, hanno arrestato alcuni giovani palestinesi e ferito diversi altri – tra i quali un fotografo,&nbsp;<strong>Mahmoud Aliyan</strong>&nbsp;– riportando una calma precaria nella zona da mesi luogo delle proteste di palestinesi e di attivisti israeliani. I media locali riferivano in serata che sono rimasti leggermente feriti anche due agenti.</p>



<p>A novembre le famiglie a rischio avevano respinto un compromesso proposto dalla Corte suprema israeliana che avrebbe permesso loro di rimanere nelle case per altri 15 anni riconoscendo però ai coloni la proprietà delle abitazioni. Un punto che i palestinesi ritengono inaccettabile. I<strong>&nbsp;Salem, perciò, potrebbero diventare la prima delle sette famiglie a rischio immediato di espulsione dalle case di Sheikh Jarrah – dove vivono dal 1956 –</strong>&nbsp;sulla base di una sentenza di una corte israeliana che ha riconosciuto il diritto dei coloni di reclamare terreni appartenuti ad ebrei prima del 1948. Diritto che la legge israeliana invece nega ai palestinesi nel caso delle proprietà arabe a Gerusalemme confiscate dopo la fondazione dello Stato ebraico. La casa dei Salem è già stata recintata e i coloni si preparano ad occuparla.</p>



<p><strong>Il vicesindaco di Gerusalemme, Arye King</strong>, di recente è andato a Sheikh Jarrah assieme al colono che occuperà l’abitazione. «Stiamo facendo dei progressi incredibili ogni giorno. Qui costruiremo un parcheggio, avremo delle case, presto tutta l’area diventerà ebraica», ha detto ai giornalisti presenti. La tensione nel quartiere sta tornando alta come la scorsa primavera quando la minaccia di sgombero con la forza delle famiglie palestinesi&nbsp;<strong>innescò un nuovo scontro militare tra Israele e Hamas a Gaza.</strong>&nbsp;Lunedì, inoltre, i giudici dovrebbero incriminare la 14enne palestinese che una decina di giorni fa ha ferito una israeliana nei pressi di Sheikh Jarrah.&nbsp;<strong>La ragazzina fa parte della famiglia Hammad, una di quelle minacciate di espulsione,</strong>&nbsp;e nega qualsiasi coinvolgimento nell’accaduto.</p>



<p>Ieri centinaia di israeliani hanno preso parte ai funerali di&nbsp;<strong>Yehuda Dimentman, il colono dell’avampostoebraico di Homesh, in Cisgiordania, ucciso giovedì da spari esplosi da un’auto palestinese</strong>. Durante i funerali si sono uditi appelli alla «vendetta» di Dimentman che è stato inumato a Gerusalemme. Ma la vendetta è già scattata. Giovedì sera e ieri mattina, centinaia di coloni si sono riuniti sulle strade della Cisgiordania per lanciare sassi contro le automobili palestinesi. Hanno anche aggredito i contadini nei villaggi di&nbsp;<strong>Karyut e Burqa</strong>&nbsp;(Nablus). Di recente si è parlato parecchio della violenza dei coloni a danno dei civili palestinesi, aumentata del 150% in due anni, e della tensione che genera in Cisgiordania.&nbsp;<strong>Violenza che il premier israeliano Bennett considera «insignificante»</strong>&nbsp;mentre, sostiene, i coloni sarebbero le vere vittime, perché presi di mira dal «terrorismo palestinese».</p>



<p>Si avverte una forte tensione e l’esercito israeliano ha fatto affluire rinforzi in Cisgiordania. Ha quindi sequestrato le telecamere di sorveglianza nell’area vicino a quella dell’agguato e ha compiuto numerosi arresti e perquisizioni nelle case palestinesi. Si ritiene che l’attacco sia opera di militanti di Hamas, perché il movimento islamico ha subito applaudito all’azione armata.</p>
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		<title>Afghanistan: chi è il più assassino qui?</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2021 09:16:36 +0000</pubDate>
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<p>Kabul &#8211; <a href="https://www.pressenza.com/it/author/francesca-borri/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Francesca Borri</a> (da pressenza.it)</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2021/11/park-azadi-820x624.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>Ha 45 giorni e la pelle grigia. Si chiama Subhan. E a un certo punto, semplicemente, non respira più. Morto di freddo e di fame. Tra gli sfollati del Park Azadi di Kabul, è già l’undicesimo.Morto così, senza essere sentito, né visto – la sua immagine è una di quelle che le televisioni non trasmettono: una di quelle che turberebbero la nostra sensibilità. Dell’Afghanistan, l’ONU dice solo: il 95% della popolazione è food insecure. Ma significa questo: che cammini, qui, e i bambini ti svengono davanti.E all’improvviso, semplicemente, non respirano più.</p>



<p>Dopo una guerra durata vent’anni, e costata 2.300 miliardi di dollari, gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Afghanistan. E sull’ambasciata americana, ora, sventola la bandiera dei talebani. Ma Kabul è come sospesa. Da un lato la comunità internazionale, che non ha ancora deciso se riconoscere o meno il nuovo governo, se e come avere rapporti con i talebani: e per il momento, ha congelato le riserve della Banca Centrale e bloccato gli aiuti umanitari. Che sono il 40% del PIL. Dall’altro, i talebani. Che giurano di essere cambiati, invece, di non essere più quelli delle lapidazioni, delle mani tagliate ai ladri, del divieto di musica e cinema. Ma non si aspettavano di tornare subito al potere: e sembrano non avere ancora idee precise. A parte un generico richiamo alle tradizioni, non hanno ancora definito le nuove regole. Di certo, le strade sono molto più tranquille di prima. Non si sente più sparare. Ma il vero nemico qui è un altro, adesso: è l’inverno.</p>



<p>“E farà molte più vittime dei jihadisti dell’ISIS di cui tanto parlate”, dice Abdul Baseer Rahimi, il coordinatore di Park Azadi. Che in realtà, più che un parco, è uno slargo alla periferia nord di Kabul, in cui mille dei circa 3,5 milioni di sfollati interni delle mille guerre dell’Afghanistan si sono accampati in tende di iuta e stracci. Non hanno più niente da tre giorni. Solo del tè. Il fuoco acceso bruciando bottiglie di plastica e vecchie scarpe sfondate. “Prima avevamo le ONG. Ma ora sono andati via tutti. E non arrivano più donazioni neppure dagli afghani”, dice. “I più ricchi si sono rifugiati all’estero, e quelli che sono rimasti qui, non ricevono lo stipendio da cinque mesi. E in banca non si possono ritirare più di 200 dollari a settimana. Sono chiuse persino le Western Union. Non arriva più un centesimo neppure da chi sta in Europa”, dice. Sono completamente soli. “Potessero, tornerebbero tutti a casa. Dove se non altro, avrebbero i vicini. Avrebbero parenti e amici. Ma non hanno di che pagarsi il viaggio”, dice. “E comunque, i pullman non hanno di che pagarsi la benzina”. Insieme alle riserve della Banca Centrale, è stata congelata l’intera economia.</p>



<p>Nei giorni in cui molti sono corsi all’aeroporto, ad agosto, in cerca di una via di fuga, altri hanno scelto la direzione opposta. Hanno scelto di rientrare. Abdul Baseer Rahimi ha 29 anni, ed era in Russia. Cadetto di un’accademia militare. E tutti gli hanno consigliato di restarsene lì. Che opportunità avrebbe mai avuto, a Kabul? “Ma il problema dell’Afghanistan non è l’Afghanistan”, dice. “Il problema di questo paese sono gli altri. Da sempre. Gli inglesi, i sovietici, gli americani. I pakistani. Non noi afghani”.</p>



<p>Mentre il mondo discute dei talebani, delle differenze rispetto a vent’anni fa, e di quelle con al-Qaeda, con l’ISIS, con l’Iran, delle differenze tra Kabul e il resto dell’Afghanistan, tra il sud e il nord, tra i talebani vicini al Pakistan e quelli vicini al Qatar, e la sharia di scuola indiana e quella di scuola saudita, e le ripercussioni di tutto questo sull’Indonesia, sul Mali, sull’Iraq, su Gaza, sulla coltivazione dell’oppio e il prezzo dell’eroina, gli afghani sono disperati. Giri per Park Azadi, e subito tutti ti vengono dietro, poi intorno: e ti ritrovi assediato, trattenuto per i fianchi, le spalle, le caviglie, tutti che vogliono consegnarti un numero di telefono, o una fotocopia sgualcita di un documento di identità, una prescrizione di un medico, il tesserino di quando erano traduttori al servizio degli americani, e non importa che tu sia solo un giornalista: non si arrendono fino a quando non ti appunti il loro nome, Basmina, Yaqoot, Shafiq, Hashmat – come se avere un nome, poi, fosse sufficiente a rintracciarli, mentre un ragazzo caccia dei venditori ambulanti di dolci, perché qui i bambini non hanno niente, dice, ed è crudele: venire proprio qui, con tutti questi dolci. Anche se poi, gli stessi venditori ambulanti sono bambini. E hanno altrettanta fame.</p>



<p>Park Azadi ti travolge. Una ragazza ha un’emorragia interna, perde sangue dall’orecchio e dalla bocca, un uomo non ha gli occhi, centrati da schegge di un RPG, un bambino ha il braccio deforme, con le ossa che si sono saldate al contrario dopo una frattura multipla, una bambina ha un cancro, la lingua così gonfia che non deglutisce più, un’altra la pelle tutta ustionata, un’altra ancora, semplicemente, è orfana, è qui da sola, e davanti alla sua tenda, tiri dritto, perché è solo un’orfana, in fondo, un’orfana di otto anni, non è certo una priorità, qui, una storia rilevante – provi a schivare gli sguardi, fissi il terreno: ma un bambino è scalzo nel fango, un altro non ha le dita di un piede.</p>



<p>Poi, all’improvviso, compare del riso. Lasciato da chissà chi. Una casseruola di riso. Ed è il caos. Mezzo Park Azadi si accalca intorno. Tutti che si spintonano. Tutti uno sull’altro, per arrivare alla casseruola. Fino a quando finisce tutto per terra.</p>



<p>Le ONG internazionali sono sparite. Vogliono garanzie sui diritti umani, e soprattutto, la riapertura immediata delle scuole alle bambine. Ammesse ora in classe solo fino al sesto grado. “Ma per studiare, le bambine intanto devono essere vive”, mi dice una madre: una delle undici che credeva che qui, i suoi figli sarebbero stati più al sicuro che in guerra. Tra l’altro, i talebani, diversamente da molti altri movimenti islamisti, non hanno mai avuto delle proprie charity. Non hanno mai costruito uno stato ombra. Sono combattenti e basta. E spesso, hanno fame quanto gli altri. Alcuni sono addestrati e equipaggiati come forze speciali: ma la maggioranza non ha che un Kalashnikov, e l’aria di chi dalla vita non ha avuto niente. Al passare di un aereo di linea, di istinto, si fermano: come se stesse per bombardare. Sono delle specie di Robin Hood. Tra i poveri, per i poveri. Quali prevarranno? Quelli sostenuti dall’estero, o quelli sostenuti dagli afghani? Difficile dirlo. Non hanno distintivi. E sono così diversi, così divisi in così tante unità, che ai checkpoint a volte sono controllati più dei civili: temono infiltrati dell’ISIS. Basta avvolgersi un turbante in testa, qui, per sembrare talebani.</p>



<p>E agli afghani, intanto, non rimane che tentare di sopravvivere. L’anima di Park Azadi è Abdul Mateen, un fisioterapista di 28 anni con lo stetoscopio al collo e poco altro: per comprare le medicine si è venduto l’oro della madre. E oggi, non ha che un po’ di antidolorifici e il vaccino contro il Covid. “Quando mi è stato consegnato, sono rimasto senza parole”, dice, mentre svita una fiala, e un uomo protesta: ha fame, e il Covid non ha idea di cosa sia. Sta qui giorno e notte: perché è uno sfollato come gli altri. Sta qui anche quando Park Azadi, la sera, scompare. L’unica luce è quella dei fari delle auto per strada. E senti solo tossire. Tossire ovunque. Per il fumo tossico che viene dal fuoco di bottiglie di plastica. Ma la sera, qui o respiri o ti congeli.</p>



<p>Prepara un’iniezione a una signora anziana che ha la febbre alta, prima di scoprire che da una settimana, non ha che tè, e cercare piuttosto un po’ di zucchero: e come di giorno, subito gli sono tutti intorno. Una ragazza con la polmonite, poi un’altra, e poi un’altra invece che è arrivata a Kabul con il femore frantumato in più punti da un’esplosione, e chiuso in una specie di tubo rigido, e sigillato. Dice che ha crampi ovunque, ma Abdel Mateen non ha strumenti per tagliare il tubo, e esamina al chiaro di luna le lastre delle radiografie, prima di lasciarle un analgesico, e mormorare solo: “Finirà amputata”, mentre ripete: “Solo chi è in condizioni critiche! Solo chi è in condizioni critiche!” – ma è inutile, perché gli sono già tutti addosso: sperano in un po’ di pane, in un po’ di fortuna. Una diabetica si sente confusa, ha la vista annebbiata, la pressione alta, e Abdul Mateen chiede dell’aglio, non ha di meglio, ma tutti si frugano in tasca, e non c’è, in tutto Park Azadi, non c’è neppure dell’aglio, viene fuori solo un pezzo di mela, mentre altri gli mostrano foto di padri, fratelli, cugini malati: che non stanno qui, ma nel resto dell’Afghanistan – dove oltre alle medicine, mancano anche i medici. Gli chiedono una diagnosi a distanza, mentre una madre scheletrica si avvicina con il figlio in braccio, già livido, senza dire niente, perché lo sa: è già troppo tardi – Avete deriso il nuovo governatore della Banca Centrale, che aveva un Kalashnikov sulla scrivania, dice un uomo, ma poi, dice, avete bloccato l’economia: chi è più assassino?</p>



<p>Un bambino, intanto, si mette sull’attenti. Gli unici estranei in cui si è imbattuto, nella sua vita, sono uomini armati. Ma è un’eccezione. I bambini qui in genere ti fissano immobili. Inespressivi. E né quelli più piccoli, di pochi mesi, stretti ai padri, alle madri, piangono: non hanno forze. A un certo punto, semplicemente, capisci che sono morti. E sono così piccoli che invece di un lenzuolo bianco, sui loro corpi viene steso un tovagliolo.</p>



<p>La comunità internazionale è divisa. Alcuni pensano che riattivare gli aiuti umanitari sia un modo per influenzare i talebani, costringendoli, in cambio, a rispettare i diritti umani, mentre altri, invece, pensano che l’unico modo per influenzarli sia sospenderli. Secondo te?, chiedo ad Abdul Mateen. Mi guarda. Poi tira fuori il telefono, e mi mostra delle foto di casa sua. Completamente vuota. Si sono venduti tutto. E comunque, ora la casa neppure esiste più. E’ in macerie. Dice solo: Ma che altro volete da noi afghani?</p>
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		<title>Il genocidio degli yazidi: intervista a Simone Zoppellaro</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Sep 2018 07:36:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Associazione per i Diritti umani ha intervistato Simone Zoppellaro, autore del saggio Il genocidio degli yazidi. L&#8217;Isis e la persecuzione degli &#8220;adoratori del diavolo, edito da Guerini e Associati. Il libro&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong> </em>ha intervistato Simone Zoppellaro, autore del saggio <em>Il genocidio degli yazidi. L&#8217;Isis e la persecuzione degli &#8220;adoratori del diavolo</em>, edito da Guerini e Associati. Il libro racconta la storia e la cultura di un&#8217;antica minoranza religiosa, quella degli yazidi, e il genocidio compiuto contro di loro. Nell&#8217;agosto 2014 lo Stato Islamico si lancia alla conquista della regione del Sinjar, nell&#8217;Iraq nord occidentale, massacrando in pochi giorni più di tremila yazidi; questo sterminio coincide con il rapimento di oltre seimila persone, in prevalenza bambini e donne, ridotte in stato di schiavitù sessuale dagli uomini dell&#8217;Isis.</p>
<p>Ringraziamo molto Simone Zoppellaro per la sua disponibilità.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/zoppellaro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11398" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/zoppellaro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1199" height="822" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/zoppellaro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1199w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/zoppellaro-300x206.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/zoppellaro-768x527.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/zoppellaro-1024x702.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1199px) 100vw, 1199px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Iniziamo a collocare gli yazidi geograficamente e culturalmente&#8230;</p>
<p><i>Si tratta di un’antica minoranza religiosa che ha avuto origine in quell’area ricchissima di fedi, culture e storie che è la piana di Ninive, nel Kurdistan iracheno. Minoranza nella minoranza, alla cultura curda andranno ricondotte anche l’identità e la lingua di questo piccolo popolo, che a causa della sua fede eterodossa – un sincretismo originale che ha tratto diversa ispirazione dalle religioni abramitiche e da quelle iraniche – ha subito molte persecuzioni nella sua storia millenaria, dimostrando capacità di resistenza davvero straordinarie, ma anche un’inevitabile chiusura nei confronti dell’esterno, soprattutto nei momenti di maggiore crisi. Oggi, dopo l’ultimo attacco subito, gli yazidi vivono sparsi per il mondo: dal Medio Oriente – dove si trovano in moltissimi casi stipati in campi profughi, strappati dalle loro terre – al Caucaso del Sud, fino al Canada, agli USA e alla Germania, che è stato l’unico paese che si è impegnato in programmi di sostegno materiale e psicologico per questa comunità che, allo stato attuale, è sul punto del collasso e rischia di scomparire.</i></p>
<p>Quando è iniziato l&#8217;ultimo genocidio &#8211; in ordine di tempo &#8211; di questa minoranza?</p>
<p><i>Nell’agosto 2014 lo Stato Islamico si lancia alla conquista della regione del Sinjar, nell’Iraq nord occidentale, massacrando in pochi giorni più di tremila yazidi, incapaci di porre alcuna resistenza nei confronti di un nemico assai più potente e organizzato da un punto di vista militare. La loro persecuzione – apertamente rivendicata anche nei canali mediatici dell’Isis – è giustificata in primo luogo da ragioni di propaganda, nonché dal rapimento di migliaia di donne e ragazze, vendute e utilizzate come schiave. Allo stesso modo, anche molti bambini yazidi, strappati dalla loro terra e dalle loro famiglie, sono stati addestrati e persino usati in missioni suicide, come kamikaze. E proprio questo, oggi come ieri, significa genocidio: un tentativo, studiato a tavolino e portato avanti con determinazione e ferocia, di estirpare dalla faccia della Terra un intero popolo, andando a colpire in particolare gli anelli fondamentali di questa cultura: le donne, i bambini, e i legami di comunità rappresentati dal suo collante religioso.</i></p>
<p>La comunità ha fatto appello alla Corte Penale Internazionale e alle Nazioni Unite: ci può parlare dell&#8217;iter per il riconoscimento del genocidio?</p>
<p><i>Siamo ancora in alto mare. Agli yazidi mancano, come ho avuto modo di appurare in Kurdistan, le risorse finanziarie, il supporto politico (dentro e fuori dall’Iraq) gli uomini e le tecnologie per poter portare avanti con successo una causa di riconoscimento del loro genocidio, sia a livello nazionale che internazionale. Le decine di fosse comuni che sono state scoperte negli ultimi mesi, man mano che i miliziani dello Stato Islamico arretravano sconfitti, non possono essere analizzate per mancanza di fondi, dando un’identità a questi corpi martoriati. E questo è solo un esempio, un triste paradosso di un genocidio che non ha ricevuto l’attenzione che meritava, nonostante sia ben nota a tutti gli attori internazionali, e da lungo tempo, l’entità dei crimini commessi. In questo disastro della diplomazia internazionale, mi piace segnalare un caso positivo, per quanto su piccola scala. Il parlamento armeno, all’inizio di quest’anno, ha approvato una risoluzione sul genocidio degli yazidi. Un gesto simbolico ma importante, per un piccolo Paese che accoglie oggi 35.000 membri di questa minoranza perseguitata, ma anche e soprattutto una lezione che ci dimostra come dalla storia, a volte, si possa imparare qualcosa di importante: un secolo fa esatto, infatti, furono gli yazidi a fornire supporto agli armeni perseguitati e vittime di genocidio nell’Impero Ottomano.</i></p>
<p>In che modo anche la UE, può contribuire alla lotta contro la persecuzione delle minoranze religiose in Iraq e in Siria?</p>
<p><i>Tanto può essere fatto, innanzitutto fornendo supporto materiale e politico alle vittime di questo genocidio e alla comunità che le rappresenta, che ha cercato come meglio poteva di fare fronte a questa catastrofe umanitaria, pur in mancanza di mezzi. Gli yazidi devono poter avere la possibilità di tornare nelle loro terre, da dove sono fuggiti e dove a migliaia sono morti, sotto gli occhi dei loro famigliari e amici. Ma, affinché ciò avvenga, servono garanzie per la loro sicurezza, e serve che i responsabili di questi crimini siano identificati e condannati. E questo ancora non è avvenuto. Accogliere poi, naturalmente, chi di tali violenze è stato vittima, sarebbe un segno importante, ma anche in questa direzione poco o nulla e stato fatto, anche nel nostro Paese.</i></p>
<p>Qual è la differenza tra il genocidio subìto dagli yazidi per mano dell&#8217;Isis rispetto a quelli del Passato?</p>
<p><i>Questo è il primo genocidio della storia raccontato in presa diretta dai suoi carnefici, che hanno utilizzato internet per un macabro esercizio di propaganda. Questo è certamente un elemento di novità all’interno di un fenomeno, quello genocidario, che attraversa tutta la storia umana. Una rivendicazione che è avvenuta moltiplicando video, foto e storie delle vittime, ma anche con un’immediata dichiarazione di intenti e una teorizzazione aperta, che non lascia adito ad alcun dubbio su quale sia la natura di quanto avvenuto.</i> <i>Per concludere, trascorsi ormai oltre quattro anni dall’inizio di questo genocidio, riporto le parole di Murad Ismael dell’organizzazione Yazda, fra le più importanti a rappresentare gli yazidi a livello internazionale: </i><i>«</i><i>Il genocidio degli yazidi non è ancora concluso, poiché i 2/3 delle vittime non hanno il diritto di tornare alla loro terra, oltre 3.000 fra donne e bambini risultano dispersi, più di 60 fosse comuni restano ancora da esumare, nessuno dei colpevoli di questo crimine è stato portato di fronte alla giustizia, e le vittime continuano a soffrire</i><i>»</i><i>.</i></p>
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		<title>Mentre Assad combatte contro tutti, la Siria non trova pace</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2018 07:31:37 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b> </b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">di Valentina Tatti Tonni</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/siria-guerra-civile.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10657" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/siria-guerra-civile.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1140" height="641" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/siria-guerra-civile.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1140w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/siria-guerra-civile-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/siria-guerra-civile-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/siria-guerra-civile-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1140px) 100vw, 1140px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">All’indomani dell’attacco missilistico da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia contro le basi chimiche siriane, analisti e politologi si sono affrettati a rilasciare interviste e dichiarazioni su ciò che era successo e su ciò che probabilmente sarebbe accaduto in futuro. Mentre auspicano alla pace, viene predetta, spaventosa, una terza guerra mondiale. Nella notte del 14 aprile l’operazione militare di quei tre alleati, che non è stata approvata dalle Nazioni Unite, mirava a colpire gli arsenali di Bashar al-Assad che due giorni prima aveva lanciato un’offensiva contro i ribelli nella città di Duma intossicando con armi chimiche più di 500 persone.</p>
<p align="JUSTIFY">Una guerra siriana che non è più solo civile ma che sta coinvolgendo molte nazioni esterne e altrettanti interessi. La guerra siriana inizialmente era nata come un’opposizione di cittadini contro il governo, qualcosa che si vede accadere in tutti i Paesi ma che qui, a causa del fragile equilibrio socio-geo-politico si è trasformato in ben altro. Seguendo l’onda tunisina della primavera araba, nel marzo del 2011 Damasco e Aleppo si ribellano al regime.</p>
<p align="JUSTIFY">Prestato al disappunto internazionale, anche dopo la strage dei bambini uccisi nei bombardamenti, Israele (nonostante l’impegno con Gaza) ne ha approfittato per colpire le truppe iraniane presenti in Siria, dopo che queste in febbraio erano a loro volta penetrate nello spazio aereo di Netanyahu.</p>
<p align="JUSTIFY">L’Iran infatti, insieme alla Russia, ad alcune milizie sciite e ad Hezbollah fanno parte delle forze alleate al regime di Assad, quelle che fin da subito si sono schierate al suo fianco per combattere alleati occidentali, Israele e i ribelli. Aleppo in dicembre è stata appunto riconquistata totalmente.</p>
<p align="JUSTIFY">La Repubblica Araba siriana è attraversata poi da altri conflitti nati prima, come quello che iniziarono gli Stati Uniti nel 2014 contro lo Stato Islamico (Isis). Obama all’epoca aveva ad appoggiare il suo esercito i curdi, riuniti in una coalizione di forze siriane. Sembrava facile, come si vide con la battaglia di Kobane: la città fu devastata dall’Isis ma alla fine i miliziani curdi riuscirono a riconquistarla. Spinti dalla vittoria a Kobane, si sono spostati a Raqqa e sono riusciti a liberarla anche se è ormai una città fantasma e il pericolo per i civili rimane alto a causa delle granate inesplose.</p>
<p align="JUSTIFY">Altro protagonista nelle guerriglie in Siria, è la Turchia. Nel 2011 Erdogan aveva appoggiato i ribelli sunniti contro le forze del regime siriano. Schieratosi con i sunniti voleva colpire il maggior alleato dell’Iran, la “mezzaluna sciita” di cui faceva parte l’Iraq. Quando nel 2015 è entrato in gioco anche Putin, la reazione turca non si è fatta attendere abbattendo un caccia russo. Avendo però compreso che Assad non si sarebbe arresto, Erdogan ha fatto un passo indietro e si è alleato con Putin e con Teheran per contenere i curdi. L’unica coerenza strategica del suo piano è trovare ripugnante l’intesa con gli Stati Uniti, ma in questo non è solo.</p>
<p align="JUSTIFY">I curdi sono la quarta etnia più grande del Medio Oriente e la loro presenza si vede in Siria, Turchia, Iran, Armenia e Iran, nonostante il suo esercito YPG, Unità di Protezione Popolare, in Siria voglia abbattere l’Isis (hanno iniziato a difendersi nel 2013), non sono visti di buon occhio da alcune potenze tra cui la Turchia per via dei curdi emigrati che hanno formato un gruppo politico, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) considerato da Erdogan un gruppo terroristico.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo Stato Islamico (Isis) era una costola di Al Qaeda che nel 2000 in Iraq si staccò creando un’entità a sé stante guidata da Abu Musab al Zarqawi. Hanno poi aspettato il momento propizio per entrare in scena, approfittando della guerra in Siria nel 2014 si sono spostati da Mosul. Il disprezzo condiviso per gli antichi imperi coloniali e per l’Occidente in genere hanno fanno iniziare una escalation di attentati anche in Europa: Germania, Francia, Belgio, Spagna, Inghilterra.</p>
<p align="JUSTIFY">A perdere queste sanguinose guerre sembrerebbero proprio i ribelli, anche se l’appoggio dell’Arabia Saudita potrebbe forse modificare gli esiti. Intanto Trump sembrerebbe dell’idea di formare un gruppo coeso di forze armate provenienti da Emirati, Qatar, Egitto e Arabia Saudita (che si è già detta disponibile), in modo che prendano il suo posto.</p>
<p align="JUSTIFY">Mentre dalla Gran Bretagna, subito dopo il raid notturno, la May si è affrettata a precisare che il loro intervento voleva soltanto fermare gli attacchi chimici e non mettere bocca nel regime, Assad il 20 aprile ha restituito alla Francia la Legion D’Onore che l’allora Presidente francese Chirac aveva consegnato nel 2001. Nella motivazione si legge: &#8220;Il presidente Assad non è onorato di portare un&#8217;onorificenza di un regime servo degli Stati Uniti che sostiene le organizzazioni terroristiche in Siria&#8221;. Dieci giorni dopo alcuni missili hanno colpito basi dell’esercito siriano che ospitavano militari iraniani, ad Aleppo e Hama. Segno questo di indelebile riluttanza verso una qualunque pacificazione, ma non sono d’accordo i cittadini, un gruppo coeso profugo in Libano, che il 3 maggio scorso hanno presentato al Parlamento Europeo una proposta di pace e presentata a Bruxelles dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, dove si richiede che la gente possa rientrare in Siria protetta dalla comunità internazionale in zone umanitarie e non campi fatiscenti dove manca sanità e istruzione.</p>
<p align="JUSTIFY">Intanto, i periti dell’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) il 4 maggio scorso hanno terminato la loro missione di accertamento a Douma sul presunto attacco chimico da parte di Damasco il 7 aprile scorso. Arrivati in Siria due settimane dopo il presunto attacco, hanno riferito che i campioni di analisi rilevati non siano sufficienti per la verifica e che in extremis sarebbe necessario riesumare i corpi di alcune delle vittime.</p>
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		<title>Kabul, doppio attentato contro i giornalisti: dedicata a loro la giornata internazionale per la libertà di stampa (il 3 maggio)</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2018 07:03:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/th-221.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10640" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/th-221.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="474" height="299" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/th-221.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 474w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/th-221-300x189.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 474px) 100vw, 474px" /></a></b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">di Valentina Tatti Tonni</p>
<p align="JUSTIFY">Bombe russe, talebane, americane. Diciassette anni di guerra. A Kabul si respira aria di morte, eppure si continua a sparare, colpi di mortaio contro caserme che cadono a pezzi e si sgretolano su sé stesse, grondano calce, agli spigoli dei vetri in terra brandelli di vestiti bruciati. Immagini simili si ripetono da quando tutto è iniziato, dal primo colpo avvenuto nel 2001: i talebani lasciarono la capitale afghana quando gli americani insieme alla Nato entrarono bombardando il Paese.</p>
<p align="JUSTIFY">La notizia del duplice attentato avvenuto lunedì 30 aprile ha fatto il giro del mondo in poche ore. A rivendicare gli attentati è lo Stato Islamico che da sempre ha cercato di uccidere i giornalisti provenienti dalla stampa occidentale. Dopo l’attentato in Francia alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo nel 2015, i giornalisti sono stati messi nel mirino. Questa volta a farne le spese sono stati 9 giornalisti afghani: Shah Marai di Afp, Yar MohammadTokhi cameraman di ToloNews, Ghazi Rasooli e Ali Rajabi di 1Tv Nowroz, Saleem Talash e Ali Saleemi di Mashal Tv, Abdullah Hananzai, Mahram Durani e Sabawoon Kakar di Azadi Radio. In un attacco separato è rimasto ucciso anche Ahmad Shahda un anno alla Bbc. Secondo Rsf (Reporter sans frotières) l’Afghanistan nell’anno corrente si troverebbe al 118° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa.</p>
<p align="JUSTIFY">Un doppio attentato, una trappola costruita ad hoc dall’Isis contro di loro: reporter, fotografi, operatori. Una strage, un messaggio, una strategia volta alla repressione e alla propaganda. Sembra che un kamikaze travestito da giornalista si sia avvicinato al loro gruppo facendosi esplodere. Il bilancio negativo delle vittime si è allargato fino a 37 morti.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma non vorremmo che la notizia sia di rilevanza pubblica “solo” perché sono stati uccisi nove colleghi nello svolgimento del loro lavoro, vorremmo far passare la notizia che nel duplice attentato sono morti ventotto civili e più nel dettaglio 37 persone, non effetti collaterali. Uomini e donne, padri e madri, fratelli e sorelle. Vorremmo porre l’accento sulla situazione in Afghanistan, su come l’Isis stia distruggendo il Paese e su come stia rubando la speranza a quei pochi figli rimasti ancora vivi.</p>
<p align="JUSTIFY">Sarebbe quanto meno auspicabile che quest’anno, oltre a dedicare la giornata internazionale per la libertà di stampa (3 maggio) ai giornalisti afghani uccisi, venga predisposta un’azione di contrasto al crimine adeguata, concreta e soprattutto partecipata. Dall’inizio della guerra sono morte migliaia di persone avvolte oggi da una coltre di silenzio: non basta una dedica per rendergli giustizia.</p>
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		<title>Promozione teatrale: TU ES LIBRE</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Nov 2017 07:59:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una promozione teatrale per i nostri lettori. Chi si presenterà in biglietteria con una copia stampata, avrà diritto a 2 biglietti a 9 euro cadauno (anziché 18). TU ES LIBRE Haner è partita per la&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/Tu-es-libre_locandina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9766" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/Tu-es-libre_locandina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2548" height="1612" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/Tu-es-libre_locandina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2548w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/Tu-es-libre_locandina-300x190.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/Tu-es-libre_locandina-768x486.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/Tu-es-libre_locandina-1024x648.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 2548px) 100vw, 2548px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Una promozione teatrale per i nostri lettori.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Chi si presenterà in biglietteria con una copia stampata, avrà diritto a 2 biglietti a 9 euro cadauno (anziché 18).</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;">TU ES LIBRE</span></p>
<p style="text-align: left;"><span class="m_-3210493751200575228TextRun m_-3210493751200575228SCXW261652553" lang="IT-IT"><span class="m_-3210493751200575228SpellingError m_-3210493751200575228SCXW261652553">Haner</span><span class="m_-3210493751200575228NormalTextRun m_-3210493751200575228SCXW261652553"> è partita per la Siria. Si è unita a </span><span class="m_-3210493751200575228SpellingError m_-3210493751200575228SCXW261652553">Daesh</span><span class="m_-3210493751200575228NormalTextRun m_-3210493751200575228SCXW261652553"> e, così, ha aderito ad un sistema sociale, culturale, etico del tutto differente da quello a cui noi apparteniamo. Ma </span><span class="m_-3210493751200575228SpellingError m_-3210493751200575228SCXW261652553">Haner</span><span class="m_-3210493751200575228NormalTextRun m_-3210493751200575228SCXW261652553"> non ha origini mediorientali, non è un’immigrata, non è un’emarginata, non è stata manipolata e non è pazza. </span><span class="m_-3210493751200575228SpellingError m_-3210493751200575228SCXW261652553">Haner</span><span class="m_-3210493751200575228NormalTextRun m_-3210493751200575228SCXW261652553"> è una giovane donna francese che può fare, ed essere, tutto ciò che vuole.</span></span><span class="m_-3210493751200575228EOP m_-3210493751200575228SCXW261652553"> </span></p>
<div>
<p><span lang="IT-IT">Haner è libera di scegliere e</span><span lang="IT-IT"> semplicemente mette in atto la propria libertà. Una libertà feroce, che non si fa controllare, definire o interpretare, che va oltre il valore della morte e della vita, oltre la comprensione e al di là di qualsiasi previsione.</span></p>
</div>
<div>
<p><span lang="IT-IT">Solo sette giorni &#8211; sette come sette sono i giorni della creazione, nella Bibbia e nel Corano – e solo il tempo dello spettacolo per capire quanta e quale libertà siamo davvero in grado di tollerare.</span></p>
</div>
<div>
<p><span lang="IT-IT">Perché, al di là di tutto, Haner, quando sceglie, è libera.</span></p>
</div>
<div>
<p><span lang="IT-IT">E</span><span lang="IT-IT"> noi sappiamo accettare una libertà per cui la vita non è necessariamente un valore? Una libertà per cui l’individuo non è bene prezioso da difendere, ma solo funzione o frammento di una comunità? Una libertà che uccide?</span></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<div class="m_-3210493751200575228OutlineElement m_-3210493751200575228Ltr m_-3210493751200575228SCXW261652553">
<p><strong><span lang="IT-IT">PRESSO TEATRO I &#8211; Via G. Ferrari 11 MILANO (MM Porta Genova)</span></strong></p>
<p><strong><span lang="IT-IT">dal </span><span lang="IT-IT">15 novembre all’11 dicembre</span><span lang="IT-IT"> </span><span lang="IT-IT">2017 </span> </strong></p>
<p><strong><span lang="IT-IT">ORARI</span></strong></p>
<p class="m_-3210493751200575228Paragraph m_-3210493751200575228SCXW261652553"><span style="font-family: Calibri, Helvetica, sans-serif;">&gt; </span><span class="m_-3210493751200575228TextRun m_-3210493751200575228SCXW84940020" lang="IT-IT"><span class="m_-3210493751200575228SpellingError m_-3210493751200575228SCXW84940020">mer-sab</span><span class="m_-3210493751200575228NormalTextRun m_-3210493751200575228SCXW84940020"> h 19.30 </span></span></p>
<p class="m_-3210493751200575228Paragraph m_-3210493751200575228SCXW261652553"><span class="m_-3210493751200575228TextRun m_-3210493751200575228SCXW84940020" lang="IT-IT"><span class="m_-3210493751200575228SpellingError m_-3210493751200575228SCXW84940020">&gt; lun</span><span class="m_-3210493751200575228NormalTextRun m_-3210493751200575228SCXW84940020"> &#8211;</span><span class="m_-3210493751200575228SpellingError m_-3210493751200575228SCXW84940020">gio-ven</span><span class="m_-3210493751200575228NormalTextRun m_-3210493751200575228SCXW84940020"> h 21</span></span></p>
<p class="m_-3210493751200575228Paragraph m_-3210493751200575228SCXW261652553"><span class="m_-3210493751200575228TextRun m_-3210493751200575228SCXW84940020" lang="IT-IT"><span class="m_-3210493751200575228SpellingError m_-3210493751200575228SCXW84940020">&gt; dom</span><span class="m_-3210493751200575228NormalTextRun m_-3210493751200575228SCXW84940020"> h 17</span></span><span class="m_-3210493751200575228EOP m_-3210493751200575228SCXW84940020"> </span></p>
</div>
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		<title>Il silenzio pieno di significato di Padre Paolo Dall&#8217;Oglio</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jul 2017 06:40:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Padre Paolo Dall’Oglio, il costruttore di ponti contro l&#8217;odio, le disuguaglianze, per la pace e il dialogo, anche religioso. La notte tra il 28 e il 29 luglio di quattro anni, fa , nel&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Padre Paolo Dall’Oglio, il costruttore di ponti contro l&#8217;odio, le disuguaglianze, per la pace e il dialogo, anche religioso. La notte tra il 28 e il 29 luglio di quattro anni, fa , nel 2013, Padre Paolo è stato rapito. Non hanno mai rivendicato il suo sequestro.</p>
<p>“Quest’anno l’Adha, la festa del sacrificio alla fine del pellegrinaggio abramitico, cade pochi giorni prima di Natale. Da secoli i vicini di casa cristiani e musulmani si rendono vicendevolmente visita per le feste cogliendo l’occasione per riconciliarsi quando necessario. Perché non farlo anche in Italia? Magari con una telefonata prima: “Pronto? Parlo con il signor Mohammad? Volevo augurarle buona festa. Ha parenti al pellegrinaggio? Dio glieli riporti tutti a casa in buona salute&#8230;”. Parole scritte da Padre Paolo Dall&#8217;Oglio verso la fine dell&#8217;anno 2007 per dare il buon esempio, l&#8217;esempio di buone e semplici pratiche di rispetto e di convivenza.</p>
<p>Evitava le dottrine, si serviva della parola e del cuore per portare avanti il suo messaggio (e non solo, anche il suo progetto concreto) di armonia tra le confessioni, tra cittadini, fedeli e non in quella Siria martoriata, devastata dall&#8217;indifferenza (o forse no, dalla volontà) della comunità internazionale, ma anche fuori da quel Paese che oggi, forse, non potrebbe più riconoscere perchè non c&#8217;è più.</p>
<p>Dopo essersi espresso a favore del piano di pace dell’inviato dell’Onu Kofi Annan, il religioso è stato espulso proprio dalla Siria nel 2012, ma ha deciso di rientravi per il popolo siriano, per i popoli sottomessi ad una tirrania feroce e ad una violenza cieca e barbara. E da allora, da quattro lunghi anni, non si hanno notizie di un Uomo, di un intellettuale, oltre che di un servitore di Dio, il cui spessore fa sentire ancora di più il vuoto della sua mancanza, ma un vuoto che sarà sempre pieno di quei valori positivi che devono tornare a governare il mondo.</p>
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		<title>Attacco all&#8217;arte. La bellezza negata</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jun 2017 07:24:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Il diritto alla bellezza. Il diritto all&#8217;Arte: dovrebbero essere diritti universali,appartenenti a tutti. Ecco perchè è da leggere il saggio della giornalista Simona Maggiorelli intitolato Attacco all&#8217;arte. La bellezza negata, Asino d&#8217;oro edizioni.&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/attacco-all-arte-la-belezza-negata.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8968" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/attacco-all-arte-la-belezza-negata.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="546" height="796" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/attacco-all-arte-la-belezza-negata.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 546w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/attacco-all-arte-la-belezza-negata-206x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 206w" sizes="(max-width: 546px) 100vw, 546px" /></a></p>
<p>Il diritto alla bellezza. Il diritto all&#8217;Arte: dovrebbero essere diritti universali,appartenenti a tutti.</p>
<p>Ecco perchè è da leggere il saggio della giornalista Simona Maggiorelli intitolato <i>Attacco all&#8217;arte. La bellezza negata</i>, Asino d&#8217;oro edizioni.</p>
<p>La ricerca prende l&#8217;avvio dai celebri affreschi rupestri delle grotte di Chauvet e Lascaux in Francia e di Altamira in Spagna a cui si sono rifatti artisti moderni quali: Picasso, Matisse, Modigliani, Moore, Pollok e altri. Con l&#8217;apporto dello psichiatra Massimo Fagioli l&#8217;autrice cerca il significato profondo di quei tratti e di quelle figure, il legame tra pensiero e linguaggio figurativo, il bisogno e il desiderio di esprimere la realtà. Il Prof. Fagioli, nell&#8217;ultimo capitolo, avanza l&#8217;ipotesi che le donne siano state le prime artiste della Storia, le donne del Paleolitico. Le donne incinte o che avevano appena partorito, mentre l&#8217;uomo era a caccia, restavano nelle caverne, imparando a cuocere la carne, utilizzando il fuoco e, oltre a questo, iniziando a raffigurare ciò che le circonda, forse per caso, semplicemente stando con i loro bambini. C&#8217;è un discorso, alla base di questa teoria, che riguarda la differenza di genere: gli uomini tutelano la sopravvivenza, le donne sono più portate a sviluppare la creatività.</p>
<p>Il secondo capitolo del saggio (dedicato alla memoria dell&#8217;archeologo siriano Khaled al-Assad) si occupa di iconoclastia e, ancora una volta, il punto di vista è molto originale: la Maggiorelli, infatti, sottolinea il fatto che accanirsi contro le opere d&#8217;arte sia un mezzo per procurare lesioni psichiche ad una popolazione, per colpire la società e per annientare la capacità di immaginazione che caratterizza l&#8217;umanità intera. Ma, dopo aver analizzato le motivazioni alla base dell&#8217;iconoclastia islamica (che non sempre fu tale) e dopo aver  spiegato  le motivazioni che inducono gli affiliati dell&#8217;Isis a compiere azioni di devastazione, viene preso in considerazione anche il nostro Passato, il “nostro” in quanto cristiani e occidentali: legittimati dalla conversione di Costantino, nel 313, una volta conquistato il Potere, i Cristiani da perseguitati diventarono feroci persecutori dei pagani. La crisi iconoclasta, poi, si conclude nell&#8217;843 quando viene stabilita l&#8217;ortodossia: icone fisse, immagini ieratiche disincarnate e astratte.</p>
<p>Il corpus del testo riguarda il nostro Paese: il saccheggio del patrimonio artistico in Italia e, secondo i dati e i riferimenti che vengono proposti al lettore, purtroppo, si evidenzia che tutti governi, dal dopoguerra in poi, non hanno tutelato il nostro Bene comune, anzi. Dalle ruberie durante il periodo nazifascista, all&#8217;impegno dei partigiani di recuparare alcune delle opere trafugate e vendute; dall&#8217;articolo 9 della Costituzione che recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione” fino alla messa sul mercato proprio del nostro paesaggio, dei nostri monumenti, dei nostri edifici da parte di Craxi, Franceschini, Berlusconi, Renzi&#8230;per un intreccio mefistofelico tra interessi politici ed economici. Da dove ripartire si chiedono gli autori? (Tommaso Montanari ha scritto la prefazione del libro). Dal coraggio civile come quello dei tre dipendenti della biblioteca dei Girolamini di Napoli che hanno denunciato il saccheggio sistematico di opere antichissime.</p>
<p>Il dovere da parte della società civile, quindi, è anche un diritto alla Cultura perchè solo la Cultura e la Bellezza portano all&#8217;evoluzione psichica, emotiva, interiore e, quindi, indirizzano le scelte e i comportamenti umani.</p>
<p>Di seguito il video della presentazione del saggio al Salone del Libro di Torino, edizione 2017</p>
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/zcsm4i1Kdss?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Kurdistan: resistenza e democrazia curda contro l’assedio</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jun 2017 08:09:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1>Oggi ripubblichiamo un pezzo importante, del giugno 2016.</h1>
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<p><a title="" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/Kurdistan-map.gif?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6151" data-rel="lightbox-image-bGlnaHRib3gtMA==" data-rl_title="" data-rl_caption=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6151" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/Kurdistan-map.gif?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Kurdistan-map" width="622" height="366" /></a></p>
<p>La situazione dei diritti umani nelle regioni curde in Turchia è peggiorata negli ultimi mesi. Dal settembre 2015 il governo dell’AKP di Recep Tayyip Erdoğan, ha decretato lo stato d’assedio in diverse città in risposta alla “dichiarazione di autonomia” che questi municipi hanno esercitato. Questa dichiarazione è la conseguenza della stretta repressiva non solo contro la comunità curda e le forze politiche che la rappresentano ma più in generale della società turca che il governo dell’AKP sta portando avanti. Le conseguenze dello stato d’assedio sono drammatiche.</p>
<p>Secondo le dichiarazioni dello stesso vicepremier e portavoce del governo turco Numan Kurtulmus nove mesi (s’iniziò il 4 settembre 2015) d’assedio continuato, interrotto solo a tratti, a varie città kurde del sudest anatolico, da Diyarbakir a Cizre, passando per Silopi, Idil, Yukeskova e in queste ultime settimane Nusaybin, hanno prodotto la distruzione di 6.320 edifici. E’ la guerra condotta dalle Forze Armate di Ankara contro la popolazione locale accusata tutta, indiscriminatamente d’essere un supporto alla guerriglia del Partito Kurdo dei Lavoratori (PKK). Così son stati distrutti 11.000 appartamenti e case e oltre 90.000 persone risultano sfollate. Molte di loro restano accampate perché non sanno dove andare. Non hanno parenti visto che i congiunti sono rimasti vittime delle incursioni distruttive. Sono state registrate centinaia di vittime civili tra cui 80 giovani. Numerose anche le vittime tra i membri dei gruppi di autodifesa curdi e i militari dell’esercito turco.</p>
<p>In questo contesto vi sono tentativi di modificare l’assetto demografico delle città con progetti di insediamento di popolazioni provenienti da altre regioni della Turchia. Sono stati emessi decreti governativi di esproprio di terreni comunali per “motivi di sicurezza”. Secondo i principi della legalità internazionale gli attacchi e le distruzioni dell’esercito turco, con il pretesto della lotta al terrorismo, sono azioni contro città e cittadini “turchi”. Erdogan nell’aprile 2016 lanciò la proposta di togliere la cittadinanza turca, e tutti i diritti ad essa connessi, a chi è sospettato di appoggiare il PKK. Nel maggio 2016 il Parlamento ha approvato una legge che toglie l’immunità parlamentare. La rimozione dell’immunità riguarda almeno 138 (su 550) membri dell’assemblea, per cui sono state presentate richieste di autorizzazione a procedere. Allo stesso tempo è in discussione una legge per l’immunità dei militari dell’ esercito turco che combattono nelle città curde.</p>
<p>La decisione del Governo dell’AKP di imprimere questa svolta autoritaria s’inserisce nel contesto della drammatica situazione in Medioriente e soprattutto della guerra civile siriana. Il Governo turco fin dall’inizio aveva osteggiato il sostegno alla coalizione internazionale contro l’ISIS, poiché i propri obiettivi sono sempre stati dichiaratamente l’abbattimento del regime siriano e impedire l’autonomia curda costituitasi in Siria a partire dal 2012. Dal luglio 2015 il governo turco è intervenuto militarmente sia contro il movimento curdo in Turchia sia in Siria. Con questo intervento ha di fatto rotto la tregua che il PKK, organizzazione politico militare curda, aveva dichiarato unilateralmente dal marzo del 2013 sulla spinta del suo leader Ocalan detenuto in isolamento nel carcere dell’isola di Imrali dal 1999. Le proposte inclusive del movimento curdo attuate anche dal partito HDP nei municipi da esso governato, che si basano sulla partecipazione di tutte le componenti etniche e religiose della società attraverso forme di democrazia rappresentativa partecipata, ecologica, con il fondamentale protagonismo delle donne, sono l’unica strada percorribile per una soluzione pacifica e democratica. La comunità internazionale ha l’obbligo morale di sostenere un progetto in cui il dialogo tra le parti viene considerato prioritario per la soluzione del conflitto così come il rispetto dei diritti umani, civili e politici.</p>
</div>
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		<title>&#8220;Cappuccio rosso&#8221; è morta nella lotta all&#8217;Is</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jun 2017 07:39:28 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>La militante turca Ayse Deniz Karacagil ieri.  La sua figura era stata raccontata in Italia proprio da Zerocalcare (alias Michele Rech) nel suo volume <em>Kobane Calling</em>, dedicato alla lotta all&#8217;Isis nella città curda di Kobane. La giovane attivista turca, poco più che ventenne, era stata condannata a 100 anni di carcere per le proteste di Gezi Park. &#8220;Aveva scelto di andare in montagna e unirsi al movimento di liberazione curdo invece di trascorrere il resto della sua vita in galera o in fuga. Da lì poi è andata a combattere contro Daesh in Siria e questa settimana è caduta in combattimento&#8221;, ricorda il fumettista.</div>
<div></div>
<div><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/untitled-1010.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-8866 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/untitled-1010.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="279" height="269" /><br />
</a></div>
<div></div>
<div></div>
<div>Secondo quanto riportano i canali di informazione curdi e turchi sarebbe stata uccisa dal Califfato vicino al confine tra la Turchia e la Siria, martedì mattina. Attivista di sinistra, proveniente da Antalya, quando aveva poco più di 20 anni era stata arrestata nel corso delle proteste di Gezi Park. Condannata a 103 anni di carcere aveva deciso di “prendere la via delle montagne”, come si dice in gergo di chi aderisce alle milizie curde dello Ypg impegnate nella campagna contro il Califfato.  Deniz si era unita allo Ypj, divisione femminile delle milizie curde, impegnata insieme agli uomini nella liberazione di Raqqa, la capitale dell&#8217;Is (sedicente Stato Islamico) e nella difesa della regione autonoma del Rojava, nella Siria del Nord, noto anche come Kurdistan siriano.</div>
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<div><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/310x0_1496303787605.6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-8867 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/310x0_1496303787605.6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="310" height="212" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/310x0_1496303787605.6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 310w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/310x0_1496303787605.6-300x205.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /><br />
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<div>&#8220;Il commento di Zerocalcare: &#8220;È sempre antipatico puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno. Però siccome siamo fatti che se incontriamo qualcuno poi per forza di cose ce lo ricordiamo e quel lutto sembra toccarci più da vicino, a morire sul fronte di Raqqa contro i miliziani di Daesh è stata Ayse Deniz Karacagil, la ragazza soprannominata Cappuccio Rosso&#8221;.</div>
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