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	<title>Ken Loach Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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	<title>Ken Loach Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>La gabbia dorata: al cinema per riflettere ancora sul tema delle migrazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Nov 2013 06:04:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E&#8217; uscito nelle sale italiane ieri, 7 novembre, un film utile e interessante: La gabbia dorata che, attraverso il codice linguistico dell&#8217;arte cinematografica, approfondisce e fa riflettere su uno dei temi di maggiore attualità&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
E&#8217;<br />
uscito nelle sale italiane ieri, 7 novembre, un film utile e<br />
interessante: <i>La gabbia<br />
dorata </i>che,<br />
attraverso il codice linguistico dell&#8217;arte cinematografica,<br />
approfondisce e fa riflettere su uno dei temi di maggiore attualità<br />
sociale e politica, quello delle migrazioni.
</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Abbiamo<br />
deciso di pubblicare per voi la recensione di Luca Scarafile, in<br />
collaborazione con Cinequanon.it.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/11/la_gabbia_dorata_poster.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/11/la_gabbia_dorata_poster.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm; text-align: center;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<strong><i>La jaula de oro</i></strong><br />
(<i>La gabbia dorata</i>),<br />
nelle sale italiane dal 7 novembre, non è certo un film che è stato<br />
trascurato dalla critica. A testimoniarlo ci sono il Grifone d’oro<br />
al Giffoni Film Festival, il prestigioso <i>A<br />
certain talent prize </i>a<br />
Cannes, infine la recente consacrazione, in data 6 ottobre 2013, con<br />
il trionfo al nono Festival di Zurigo. Riconoscimento quest’ultimo<br />
che, mai come questa volta, ci colpisce come un pugno nello stomaco,<br />
portando con sé il sorriso amaro e beffardo del destino. Già,<br />
perché arriva mentre il 3 ottobre 2013 sta passando alla storia come<br />
il giorno della strage di<br />
Lampedusa, perché il primo<br />
lungometraggio del regista spagnolo <strong>Diego<br />
Quemada-Diez</strong> è e<br />
vuole essere innanzitutto proprio un film sull’emigrazione.</div>
<p>Così,<br />
mentre increduli nella nostra impotenza stiamo contando i corpi<br />
esanimi di chi scorgeva nel Vecchio continente la Terra promessa, di<br />
chi sperava e che, per quello stesso sperare, ha dovuto arrendersi<br />
alla morte, il cinema, pur senza saperlo, ci offre un commento della<br />
tragedia meno retorico e superficiale delle parole di tanti<br />
opinionisti che riempiono televisioni e giornali. Poco conta che<br />
siano gli Stati Uniti l’Atlantide di una felicità mai vissuta, che<br />
le terre della disperazione siano il Guatemala o il Messico e non<br />
l’Eritrea o la Siria, perché in ogni dove e in ogni quando sono la<br />
stessa voglia di riscatto, la stesso mito dell’<i>altrove</i>,<br />
la stessa miseria a spingere fiumi di uomini in un’impresa che per<br />
i più non troverà alcuna redenzione.<br />Ecco allora la storia di<br />
Juan, Sara e Samuel, tre giovanissimi guatemalchi che decidono di<br />
imbattersi in un viaggio verso gli Stati Uniti, terra dell’abbondanza<br />
e del capitalismo più scintillante. Di questo viaggio non sanno<br />
nulla, ma del resto nulla hanno da perdere. A loro ben presto si<br />
aggiungerà Chauk, un indio del Chiapas che non parla una parola di<br />
spagnolo e le cui azioni aderiscono a una logica primordiale, quella<br />
del cuore e del sentimento, che i suoi compagni dovranno<br />
faticosamente imparare a decifrare.<br />È un intreccio semplice e<br />
lineare quello scelto da Quemada-Diez, narrato attraverso una regia<br />
che talvolta assume intenzionalmente una piega documentaristica, ma<br />
che riesce ad indagare a fondo quel cumulo di insidie, speranze e<br />
illusioni che costituisce il fardello di ogni migrante. Sui tetti dei<br />
treni merci in cui clandestinamente si tenta di accorciare la<br />
traversata, tra la violenza dei delinquenti pronti ad approfittare di<br />
chi non è protetto da nessuno, di fronte ai cecchini statunitensi<br />
che attendono gli stranieri al confine, questo viaggio <i>on<br />
the road</i> si tramuta così<br />
in un vero e proprio romanzo di formazione, un viaggio in cui non<br />
tutti possono farcela e nel quale, anche chi ce la fa, sembra non<br />
trovare il riscatto di cui era in cerca .<br />Ciò che si conquista<br />
attraverso lo sguardo di questi cinque adolescenti è allora soltanto<br />
il disincanto, impressione crudele quanto realistica, a cui lo<br />
spettatore è educato dall’uso sapiente della recitazione di attori<br />
non professionisti, uso nel quale Quemada-Diez dimostra di aver ben<br />
recepito la lezione di Ken Loach con il quale ha collaborato.<br />A<br />
mancare non è nemmeno il richiamo metaforico, mai eccessivo o<br />
criptico, delle immagini. C’è innanzitutto la neve, la neve che<br />
irrompe, quantomai inaspettata, nei momenti cruciali del film: cade<br />
lenta e senza sosta in alcune inquadrature fisse facendo da<br />
contrappunto a questo viaggio disperato, come un destino dal<br />
significato velato fa da contrappunto, spesso ironico e maligno, alle<br />
nostre aspettative, ma è anche la neve che si fa bufera nell’ultima<br />
sequenza del film, quasi che quel significato incerto si sia infine<br />
rivelato nella sua tragicità. C’è poi l’enorme macello<br />
californiano in cui Juan, l’unico superstite di questa tormentata<br />
ascesa, finisce a lavorare: quasi a chiedere allo spettatore se la<br />
storia, come voleva qualche filosofo, non sia altro per noi singoli<br />
individui che un “banco da macellaio”.<br />C’è infine quel<br />
treno che corre sempre su una linea retta e che è lì, nelle<br />
intenzioni dichiarate del regista, a incarnare la fede incrollabile<br />
nel progresso, in quel grande racconto metafisico<br />
che fa dell’Occidente, per chi almeno ha provato a sperare, la <i>meta</i><i><br />
</i>ammaliante e sempre ambita del benessere. Ma del resto senza una<br />
fede, che sia in un etereo aldilà ultraterreno o in un aldiquà<br />
finalmente redento da una felicità per<br />
tutti allo stesso modo,<br />
forse non si può vivere. Come evoca il canto che chiosa una delle<br />
ultime sequenze del film: “<i>Ho<br />
perso la fede, è necessario trovarla</i>”.</p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>The spirit of &#8217;45, di Ken Loach</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Oct 2013 02:56:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>The spirit of &#8217;45, di Ken Loach Recensione di Cinzia Quadrati, critico cinematografico e collaboratrice del Festival africano, d&#8217;Asia e America latina. Ringraziamo molto Cinzia Quadrati per questo suo contributo. Dopo “La parte degli&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">
The<br />
spirit of &#8217;45, di Ken Loach</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Recensione<br />
di Cinzia Quadrati, critico cinematografico e collaboratrice del<br />
Festival africano, d&#8217;Asia e America latina. Ringraziamo molto Cinzia<br />
Quadrati per questo suo contributo.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/10/Loach-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/10/Loach-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Dopo “La<br />
parte degli angeli” leggera ed aggraziata commedia, Ken Loach,<br />
regista figlio di operai, che da sempre cioè dagli anni &#8217;80-&#8217;90 ad<br />
oggi, dipinge e problematizza la società (operaia) dei suoi tempi,<br />
realizza un documentario sulla storia economica del suo Paese,<br />
l&#8217;Inghilterra com&#8217;era e com&#8217;è diventata. </p>
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il film<br />
si apre con immagini di repertorio dell&#8217;immediato dopoguerra: giovani<br />
che festeggiano la fine della guerra, in un&#8217;esplosione di entusiasmo,<br />
di liberazione, di ritrovato ottimismo.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Dall&#8217;ottimismo<br />
al pragmatismo: comincia la ricostruzione economica del Paese, che è<br />
anche la sua ricostruzione sociale e morale. Lo stato interviene<br />
consolidando l&#8217;edilizia popolare, nazionalizzando miniere e ferrovie<br />
e costruendo il sistema sanitario pubblico. Con il passaggio dalla<br />
miseria materiale alla dignità abitativa e lavorativa, si costruisce<br />
l&#8217;anima della nazione, che nel sistema sociale si va, man mano<br />
affrancando e realizzando.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Loach<br />
ci presenta interviste dei protagonisti di questo cambiamento, che<br />
portano l&#8217;esperienza dei padri a<br />
confronto con la loro. Gli intervistati guardano al passato di<br />
cambiamenti e speranze, che si sono realizzate proprio nella<br />
costruzione di uno spirito comune, nel consolidamento del senso di<br />
appartenenza alla cosa pubblica, con orgoglio e riconoscenza.
</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/10/loach-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/10/loach-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/10/loach-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/10/loach-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a>Agli<br />
interventi di infermieri, operai, sindacalisti, dirigenti, si<br />
alternano commenti di storici: tutti d&#8217;accordo sulla portata<br />
rivoluzionaria di quel sistema, in cui l&#8217;economia era al servizio<br />
delle persone e non viceversa.&nbsp; </div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Perché<br />
poi, qualcosa è cambiato: c&#8217;è stato l&#8217;avvento di Margareth Tatcher<br />
e Loach non ha mai nascosto il suo non amore verso la lady di Ferro,<br />
stigmatizzato con il recente commento in occasione del suo funerale,<br />
che, ha dichiarato “come avrebbe fatto lei, sarebbe stato bene<br />
privatizzare e vendere al peggior offerente”.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
sintesi di quel processo che è iniziato negli anni &#8217;80 con l&#8217;era<br />
Tatcher, ma è continuato anche negli anni successivi e si è<br />
bruscamente accelerato con la recente crisi  l&#8217;economia, che ha, via<br />
via, soppiantato l&#8217;economia con la finanza, sta in alcune parole<br />
pronunciate da un intervistato: l&#8217;economia capitalista è debole, ma<br />
la considerazione che se ne ha è molto forte.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
La tesi<br />
dell&#8217;opera di Loach supportata dalle parole di  tutti i protagonisti<br />
del suo film è limpida e cristallina, forse troppo: con la crisi<br />
dell&#8217;economia, alias della finanza, le privatizzazioni selvagge, già<br />
iniziate in epoca pre-crisi, sono aumentate e, con esse, il crollo<br />
economico e dei valori.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il film,<br />
quindi, regge nel suo impianto ideativo e ideologico, che certo non<br />
sorprende, conoscendo l&#8217;opera e il pensiero di  Loach, ma con un<br />
marcato schematismo, e un certo dogmatismo, delude sul piano<br />
estetico.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
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