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		<title>Como – Quello che non vedi non finisce</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Sep 2016 09:23:45 +0000</pubDate>
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<p>di Andrea Cegna   (Milanoinmovimento.it)</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Tende vuote, silenzio e poi il nulla. Il parco della stazione San Giovanni di Como è così da giovedì mattina. Nessuno sgombero di forze di polizia. L’abbandono del campo è stata la sola opzione posta davanti alla violenza con cui si è imposta l’unica soluzione possibile per decoro urbano e ordine cittadino: il campo istituzionale.</p>
<p>Pioggia, freddo, necessità di cibo, docce e bagni sono stati un ricatto formidabile per veicolare la scelta, transitoria, dei migranti. Si perché nel campo voluto dal Prefetto si può stare per un periodo, il periodo necessario a scegliere se chiedere asilo in Italia o tentare nuovamente il tiro di dadi dell’attraversamento della frontiera. Come dire un campo che sposta il problema dagli occhi di cittadini e turisti ma non genera risposta alla richiesta di centinaia di persone: continuare il viaggio.</p>
<p>Cinicamente si potrebbe anche accettare l’idea che occorra dare un ricovero dignitoso a chi non può proseguire il viaggio e non può farlo. Ma mentre si accetta la contraddizione si dovrebbe anche accettare di dare e concepire un campo dove i migranti possano decidere, possano costruire la loro permanenza, possano determinare e determinarsi e si possano autogestire. Un campo con regole stringenti e che concede solo il lusso di stare al suo interno e di mangiare, senza attività, senza possibilità di movimento e senza intrattenimento è una cosa utile solo ed esclusivamente a confinare i migranti fuori dallo spazio del confronto con la città.<br />
<strong>Per due mesi il campo informale ha obbligato Como e i turisti, a scontrarsi con le regole europee, il Trattato di Dublino III, il dramma umano di centinaia di persone che scappano dalla guerra, dall’oppressione e dalla morte.</strong> Il campo ufficiale cancella questo scontro. Trasforma il problema in ghettizzazione, cancella le complessità del mondo dove si vive, e consegna una città governabile, pulita, sicura e pacificata agli occhi vigili di turisti e benpensanti.</p>
<p>Ma Como non potrà dimenticare facilmente le tante vite, che in molti non avrebbero voluto incontrare. Sono comparse a fine Giugno, quasi all’improvviso tracciando i contorni di una città di frontiera, che come ogni città di frontiera nell’Europa delle barriere deve aspettarsi che qualcosa accada. <strong>Quando tante vite, scoperte per caso, scompaiono improvvisamente lasciano un vuoto umano e sociale indescrivibile. I benpensanti festeggiano, tronfi delle loro piccole certezze.</strong><br />
<strong>Quelle vite non sono scoparse sono solo spostate un po’ più in la, in luoghi che la città non incrocia e così può evitare di interrogarsi. </strong><br />
<strong>Vite che parlano della violenza dei confini e delle regole europee.</strong></p>
<p>Tanti sono tornati a Milano. Altri hanno provato a passare la frontiera e aspettano l’infame viaggio, su pullman Rampinini, verso Taranto, altri avranno fatto altre scelte. Alcuni, in parecchi sono andati al campo. Il campo ufficiale è già pieno, 305 registrati, per una capienza di 300 persone. Se si vuole dare uno spazio di dignità e d’occasione come ci si pone davanti al sovraffollamento?<br />
<strong>La partita a Como non è finita, e non potrà finire finché non cambiano le regole del gioco.</strong> Abbattere le frontiere è giusto, ma non basta. Serve una proposta. Spendibile e comprensibile ai più. Perché l’urgenza è un mondo diverso, e una proposta politica radicale che sappia costruirlo.</p>
<p><strong> </strong></p>
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