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	<title>libanese Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Chi era Samir Kassir</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Sep 2019 07:37:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lella Di Marco ricorda l’intellettuale della «infelicità araba» e il premio intitolato al suo nome (Da labottegadelbarbieri.org) Libertà di espressione e pensiero critico disturbano “i manovratori” Il problema è antico ma purtroppo sempre attuale.&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Lella Di Marco ricorda l’intellettuale della «infelicità araba» e il premio intitolato al suo nome </p>



<p></p>



<p>(Da labottegadelbarbieri.org)</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/samir-kassir-2-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12966" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/samir-kassir-2-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/samir-kassir-2-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/samir-kassir-2-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/samir-kassir-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Libertà di espressione e pensiero critico disturbano “i manovratori”</p>



<p>Il problema è antico ma purtroppo sempre attuale. Non si possono accettare censure e attacchi mortali a giornalisti. E anche l’Italia non è estranea.</p>



<p>Riconoscimenti postumi sarebbe meglio non ci fossero (meglio che giornaliste/i controcorrente restino in vita e possano lavorare) ma il fatto che ci siano – o che molti si mobilitino per fare luce sui delitti di giornalisti e operatori dell’informazione “di opposizione” – dà sollievo e speranza.</p>



<p>Il nostro pensiero è rivolto a Samir Kassir e al premio giornalistico proposto dalla Ue dopo il suo assassinio.</p>



<p><strong>Chi era&nbsp;</strong><strong>Samir Kassim</strong></p>



<p>Un arabo, erede di una grande civiltà che guardava al futuro. Aveva il bisogno del riscatto nel cuore. Rappresentava il dissenso con la voglia di liberarsi dal vittimismo e dalla&nbsp;<em>minaccia</em>&nbsp;della modernità, in cui molti arabi erano, e probabilmente sono ancora, spinti a credere.</p>



<p>Nato e cresciuto a Beirut da madre siriana e padre palestinese, è stato uno degli intellettuali arabi più illuminati riuscendo ad animare, per oltre un ventennio, la vita intellettuale e politica in Libano. Storico e giornalista è stato impegnato a ricercare l’identità nazionale del proprio Paese e ad alimentarne la vocazione democratica.</p>



<p>Nel suo ultimo libro «<strong>L’INFELICITA’ ARABA»</strong>&nbsp;(del 2004 e tradotto da Einaudi nel 2006) esordisce partendo dalla infelicità personale-collettiva.</p>



<p>«<em>Non è bello essere arabo di questi tempi. Senso di persecuzione</em>&nbsp;<em>per alcuni, odio di sé per altri, nel mondo arabo il mal di esistere è la cosa meglio ripartita. Anche chi per molto tempo ha pensato di esserne immune , sauditi vincitori e kuwaitiani prosperi, è stato contagiato dopo quell’11 settembre. Da qualsiasi parte si esamini, il quadro è fosco e lo diventa ancor di più se lo si paragona ad altre aree del mondo… il mondo arabo è la zona del pianeta dove, oggi come oggi,l’uomo ha minori opportunità. A maggior ragione la donna…».</em></p>



<p>Per prima cosa questa parola «arabo»: qui e là impoverita o tacciata da infamia, o nel “migliore” dei casi ridotta a una cultura negatrice.</p>



<p>Eppure questa «infelicità» non c’è da sempre… Io credo che Kassir con «L<em>’infelicità araba»</em>volesse fare un manifesto della rinascita araba e che da storico non abbia raccontato la “storia”&nbsp;<em>ma fatto storia</em>&nbsp;egli stesso, da arabo militante. Lasciando un testamento spirituale. Aveva intuito che&nbsp;<em>un corso diverso degli arabi sarebbe stato fondamentale per i nuovi equilibri mondiali</em>.</p>



<p>Kassir agisce e pensa la rinascita – AL NAHDA – araba, con un lavoro giornalistico e scientifico e con la dimensione dell’intellettuale che ha imparato la lezione della storia e lavora per il cambiamento necessario. Non separa la progettualità, l’analisi e la conoscenza dall’azione politica. Esercita il ruolo di comandante in campo, quando il 14 marzo 2005 decolla a Beirut la più grande manifestazione popolare mai realizzata in quel Paese.</p>



<p>Il 2 giugno dello stesso anno purtroppo arriva un segnale terribile della «INFELICITA’ ARABA» con un attacco terroristico: e l’intellettuale che aveva lottato per la rinascita araba, per la democrazia, per eliminare la cosidetta “infamia araba” viene ucciso nell’ esplosione di un camion . LO STORICO, IL GIORNALISTA E L’ACCADEMICO – COLUI CHE PENSA E SCRIVE LIBRI –VIENE ELIMINATO PERCHE’ «IMPUTATO» DI LIBERTA’. Di fatto perché la cultura, il pensiero critico , la conoscenza il sapere, del popolo, sono sempre un pericolo per il potere.</p>



<p>Nessuna giustizia è stata resa A TUTT’OGGI, nè vi è stata chiarezza nelle indagini.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><a href="http://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2019/08/Lella-premioSamirKfotoDIgruppo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="http://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2019/08/Lella-premioSamirKfotoDIgruppo-300x175.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-85504"/></a></figure></div>



<p><strong>Nell’agosto del 2005 in sua memoria e per la liberta’ di stampa è stato istituito dalla Unione Europea il premio giornalistico (annuale) Samir Kassir</strong></p>



<p>Quest’anno i vincitori per la libertà di stampa sono- un giornalista algerino, una egiziana e uno iracheno La cerimonia di premiazione si è svolta a Beirut nel 13/o anniversario dell’uccisione di Samir Kassir (all’iniziativa collabora la fondazione che porta il suo nome).</p>



<p>I PREMI</p>



<p>Miloud Yabrir, algerino, un medico di 34 anni ma anche giornalista specializzato in temi culturali, premiato per la sezione giornalismo d’opinione per un pezzo pubblicato su&nbsp;<em>New Arab</em>.</p>



<p>Per il giornalismo investigativo è stata premiata l’egiziana Asmaa Shalaby, di 28 anni, del quotidiano&nbsp;<em>Yom7</em>.</p>



<p>Nella sezione audiovisivi il vincitore è Asaad Zalzali, iracheno di 34 anni, generale manager dell’agenzia Maraya Media.</p>



<p>Il premio assegnato in ciascuna delle tre categorie è di 10.000 dollari.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><a href="http://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2019/08/Lella-premioSamirKfotoIniziale.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="http://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2019/08/Lella-premioSamirKfotoIniziale-300x226.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-85503"/></a></figure></div>



<p>Organizzato fin dal 2006 e finanziato dall’Unione europea, il Premio Samir Kassir è destinato a giornalisti che si siano distinti per il loro impegno a favore dei diritti umani e della democrazia. La competizione è riservata a giornalisti di Paesi del Nord Africa, Medio Oriente e del Golfo.<br><br></p>



<p><em>Manifesto di Sinistra Democratica affisso in memoria di Samir Kassir</em></p>
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		<title>Ziad Doueiri, arrestato e rilasciato . La maledizione mediorientale: non c&#8217;è pace per la cultura</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Sep 2017 08:54:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ha prevalso l’istinto repressivo, la pulsione incoercibile alla guerra santa. Come se nella fornace del Medio Oriente non possa esserci mai pace, nemmeno una pace culturale di Pierluigi Battista (Da Corrieredellasera.it) &#38;amp;amp;amp;lt;img alt=&#8221; &#8221;&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1 class="article-title">Ha prevalso l’istinto repressivo, la pulsione incoercibile alla guerra santa. Come se nella fornace del Medio Oriente non possa esserci mai pace, nemmeno una pace culturale</h1>
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<h3 class="article-signature">di <span class="writer">Pierluigi Battista</span></h3>
<p>(Da Corrieredellasera.it)</p>
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<div class="shadow"></div>
</div>
<div>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">È come se il regista Ziad Doueiri, nel percorso che da Venezia lo ha portato a Beirut, avesse compiuto un vertiginoso viaggio nel tempo, all’indietro però. Un tuffo nel passato, dalla libertà dell’arte e della cultura che per il suo film <em>The insult</em> nella Mostra veneziana del cinema aveva appena premiato come miglior interprete maschile l’attore Kamel el Basha, al regime autoritario e arrogante del Libano, dove il regista è stato arrestato (e poi rilasciato) con l’accusa grottesca di «tradimento». Sembra una maledizione: non appena il cinema, i libri, l’arte in genere suscita l’illusione di un regno se non ideale, almeno passabilmente decente, in cui la persecuzione ideologica, la protervia bellicista, la discriminazione, la smania censoria siano messe da parte nel mondo della cultura, subito la realtà si incarica di riferirci che un regista apprezzato debba essere minacciato perché nella messa in opera di un film ha osato girare alcune scene nell’odiatissimo, vituperatissimo, scomunicatissimo Stato di Israele. Il Libano avrebbe ben potuto gloriarsi del prestigioso riconoscimento veneziano, e infatti già nei vertici politici libanesi si era fatta strada di fare del film di Doueiri una bandiera nazionale per gli Oscar. Ma niente, ha prevalso l’istinto repressivo, la pulsione incoercibile alla guerra santa. Come se nella fornace del Medio Oriente non possa esserci mai pace, nemmeno una pace culturale, una tregua, un momento di respiro, e infatti un altro film premiato a Venezia, «Foxtrot», sta suscitando ardenti polemiche in Israele prima ancora di essere visto. Come se l’eccesso, la dismisura, la sproporzione di un fanatismo politico senza freni non potesse che agire così, arrestando all’alba un regista apprezzato nel mondo solo perché ha avuto l’imprudenza di oltrepassare un confine proibito. Una maledizione, appunto. Una tragedia politica che non conosce armistizi.</p>
</div>
<p class="chapter-paragraph"><strong>QUI DI SEGUITO IL COMUNICATO STAMPA DEL SINDACATO DEI CRITICI CINEMATOGRAFICI ITALIANI PER LA SUA IMMEDIATA LIBERAZIONE</strong></p>
</div>
<p>Il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani<strong> condanna fermamente l’arresto del regista Ziad Doueiri,</strong> il cui film <strong>The Insult</strong> ha conquistato la Coppa Volpi attribuita a Kamel El Basha per la migliore interpretazione maschile.</p>
<p>Il regista, già autore di West Beirut, arrestato dalla polizia al suo arrivo in Libano, dovrà affrontare un processo pochi giorni prima del lancio del suo film nei cinema libanesi.</p>
<p>Si tratta di un atto di intimidazione inaccettabile. Di un sopruso intollerabile.</p>
<p>Il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani e la Settimana Internazionale della Critica di Venezia si schierano al fianco di Ziad Doueiri e di tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione di The Insult, ribadendo il proprio <strong>“NO!” inequivocabile a tutte le forme di censura e di intimidazione nei confronti dei registi, del cinema e dell’arte.</strong></p>
<p><strong>Auspicando la liberazione immediata di Ziad Doueiri, il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani ribadisce che la libertà d’espressione e di parola è intoccabile.</strong></p>
<p><strong>No alla censura.</strong></p>
<p><strong>No alle minacce.</strong></p>
<p><strong>No alla paura. </strong></p>
</div>
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		<title>Il poeta libanese cantato da Fairouz e Marcel Khalifa</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2016 05:25:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Monica Macchi &#160; &#160; Il venditore del tempo,  per la prima volta tradotta in italiano l&#8217;opera del poeta libanese Talal Haidar. L&#8217;introduzione è di Simone Sibilio. &#160; “La poesia non chiede in che&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Monica Macchi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/9788897831143.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5283" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5283" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/9788897831143.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="9788897831143" width="158" height="240" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il venditore del tempo,  per la prima volta tradotta in italiano l&#8217;opera del poeta libanese Talal Haidar. L&#8217;introduzione è di Simone Sibilio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="RIGHT">“<i>La poesia non chiede in che lingua arriva </i></p>
<p align="RIGHT"><i>ma chiede dove sei diretto </i></p>
<p align="RIGHT"><span style="color: #000000;"><i>e quali porte sei riuscito a spalancare”</i></span></p>
<p align="RIGHT"><i>In guerra ho imparato che</i></p>
<p align="RIGHT"><i>niente è più prezioso del silenzio, </i></p>
<p align="RIGHT"><i>perché solo dopo aver toccato l’abisso </i></p>
<p align="RIGHT"><i>puoi iniziare a ricostruire</i></p>
<p align="RIGHT"><i>La mia poesia è la valle della Beqa’: </i></p>
<p align="RIGHT"><i>l’acqua, le pietre, il sonno, la caffettiera ed il cavallo</i></p>
<p align="RIGHT">
<p align="RIGHT">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Talal Haidar è stato paroliere di Fairouz e di Marcel Khalifa: e proprio l’incontro tra musica e poesia costituisce l’unico riferimento nazionale in grado di superare le divisioni e le barriere identitarie di quel Libano che Corm ha definito “la grande malata del XX secolo”. Ma Talal ha anche contribuito a far riconoscere dignità letteraria al dialetto libanese e alla poesia vernacolare relegata a folklore per fattori ideologici (minaccia la lingua araba pura intesa come sacralità e vessillo identitario della Umma): per questo gli è stato impedito di entrare in Egitto per più di dieci anni. In realtà si è trattato di scelta estetica e filosofica contro-egemonica che abbatte le barriere sociali e culturali riproducendo il ritmo della vita quotidiana. Ma anche di una scelta contro il fenicismo di Shiha e Aql che rigetta l’identità arabo-islamica mentre per Talal il libanese è una” “lingua araba evoluta nel tempo” arricchita dalle contaminazioni culturali e civili e soprattutto dal dinamismo di Baalbek e della valle della Beqa. Si sofferma poco sull’esperienza della guerra civile ma assume la Palestina a paradigma della perdita e contemporaneamente dell’anelito di liberazione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Palestina:</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">il tuo viso, un ariete che grida in preda al terrore</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">un anello d’oro, un soppalco, un baule del corredo</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">il saccheggio dei campi</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">e tu</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">libro di storie e re del tempo</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">sei il tatuaggio</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">su mani di nomadi persi nel buio</span></p>
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		<title>This is not paradise: le donne migranti e la semi-schiavitù in Libano.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2016 08:29:06 +0000</pubDate>
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<p>Human Right Watch stima che dal 2007, circa due donne di servizio migranti, in Libano, si tolgano la vita ogni settimana perchè lavorano in condizioni di semi-schiavitù. Attraverso le testimonianze delle donne che sono riuscite ad emanciparsi, i racconti di coloro che le emarginano e dei volontari delle associazioni a sostegno dei diritti dei migranti si approfondisce un aspetto quasi sconosciuto del Libano e del Medio Oriente, dove tuttavia oggi è in atto un radicale cambiamento in positivo, grazie alla mobilitazione della società civile libanese e delle giovani generazioni.</p>
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" src="https://player.vimeo.com/video/121447310?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="500" height="281" frameborder="0" title="This is not paradise IT - Trailer" webkitallowfullscreen mozallowfullscreen allowfullscreen></iframe></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;Associazione per i Diritti umani ha rivolto alcune domande a Gaia Vianello, regista con Lisa Tormena, del documentario <i>This is not paradise.</i> Ringraziamo molto Gaia Vianello per la sua disponibilità.</p>
<p>Come è stata possibile la realizzazione di questo progetto cinematogtafico? Come siete riuscite a incontrare le donne che avete intervistato?</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">L’idea del documentario è nata durante il lavoro che ho svolto come cooperante internazionale in Libano.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Una delle prime cose che mi hanno colpita appena arrivata è stata la presenza capillare e diffusa di donne, molto giovani, di origine subsahariana o asiatica, che &#8211; spesso vestite in livrea &#8211; si accompagnavano a famiglie libanesi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Le vedevo ovunque: nei ristoranti, in un tavolo in disparte, aspettando che la famiglia finisse di cenare; nei ricchi resort sulla spiaggia, impegnate a controllare i bambini sul bagnasciuga, mentre moglie e marito prendevano il sole; nei parcheggi dei supermercati, cariche di borse della spesa, intente ad seguire le “madames” verso le loro macchine; e spesso affacciate ai balconi di casa, durante una breve pausa dal lavoro domestico, a guardare fuori con occhi non molto felici.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Ho cominciato così ad interessarmi alla questione, scoprendo che il fenomeno ha una portata enorme: si stima una presenza di 250.000 collaboratrici domestiche migranti in un paese che conta 4.500.000 di abitanti, senza contare tutte coloro che passano per vie illegali e sulle quali è dunque difficile fare una stima.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il mio soggiorno lavorativo in Libano mi ha permesso dunque di entrare in contatto con diverse Ong e associazioni che si occupano di diritti dei migranti, quali Kafa, Caritas Lebanon, Migrant Workers Task Force e Anti-Racism Movement, solo per citarne alcune, e questo a sua volta mi ha dato la possibilità di conoscere alcune donne e ragazze migranti, impegnate nelle maggior parte dei casi nel lavoro domestico.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Grazie ad una campagna di crowdfunding lanciata nel 2013, abbiamo potuto sostenere le riprese del documentario e parte della post produzione.</span></p>
<p>Come funziona il meccanismo della semischiavitù per le donne migranti in Libano? Nel documentario fate riferimento alla pratica del kafala…</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il problema principale riguardante la migrazione per lavoro in Libano è che nel paese non esiste alcuna tutela legale per il lavoratore migrante. I flussi migratori sono regolati dal sistema della Kafala, istituto giuridico che letteralmente significa “fideiussione”, e che comporta &#8211; nel caso dei lavoratori migranti che arrivano in Libano attraverso agenzie di reclutamento- che il datore di lavoro, il quale sostiene i costi di viaggio e delle pratiche per far arrivare il lavoratore, ne diventi automaticamente il tutore legale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Per “tutelarsi” da eventuali problemi, la grande maggioranza dei datori di lavoro, una volta che le lavoratrici domestiche atterrano in suolo libanese, confisca loro il passaporto, e lo detiene durante tutta la loro permanenza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Ciò comporta che queste donne, se vogliono uscire dalla casa in cui lavorano, si trovino sempre in una situazione di illegalità, perché se vengono fermate dalla polizia senza documenti vengono dichiarate clandestine e portate automaticamente in carcere.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Uno studio svolto nel 2010 dall’Università Americana di Beirut per Human Rights Watch stima che il 99% delle lavoratrici domestiche non ha libertà di movimento e che il 55% di esse lavora più di 12 ore al giorno, senza una giornata libera.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Si generano dunque per queste donne situazioni al limite del sostenibile, che possono arrivare fino al suicidio.</span></p>
<p>Molte donne si sono tolte la vita, ma come sono riuscite a salvarsi le altre?</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Ovviamente non è possibile fare generalizzazioni, visto anche i numeri legati al fenomeno migratorio in Libano: vi sono molti contesti in cui le lavoratrici si trovano bene, lavorando per datori che rispettano orari e retribuzioni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">In molti casi però, quando le situazioni di abuso giungono al limite, le lavoratrici domestiche non hanno altra scelta che scappare dalla casa presso cui sono recluse. Questo ovviamente comporta dei rischi molto alti: si trovano infatti senza documenti in una situazione di clandestinità e molto spesso vengono arrestate. I processi hanno dei tempi molto lunghi, anche a causa della scarsa collaborazione da parte delle ambasciate dei paesi di origine, che possono andare fino ad oltre un anno. Inoltre, devono essere in grado di mettere insieme la somma per fare rientro nel proprio paese, e questo non è sempre facile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Le donne che abbiamo intervistato nel documentario sono esempi di lavoratrici domestiche che sono riuscite ad emanciparsi: vuoi perché sono riuscite a portare a termine il proprio contratto, solitamente della durata di due anni, e quindi a ritornare in possesso dei propri documenti, vuoi perché hanno trovato, lungo il loro percorso, datori di lavoro che le hanno assunte con condizioni di lavoro decenti.</span></p>
<p>Quali sono le attività delle associazioni e del volontariato che operano sul campo?</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Mentre fino a qualche anno fa, sebbene il problema delle lavoratrici domestiche migranti fosse ampiamente diffuso &#8211; non solo in Libano, ma in tutto il Medio Oriente- si tendeva a rimuovere il problema: i media ne parlavano raramente e le Ong che si occupavano della questione si contavano sulle punta delle dita.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Tuttavia a partire dal 2012 sono andate crescendo le associazioni e i movimenti in difesa dei diritti dei migranti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Questi si occupano prevalentemente di garantire un appoggio psicologico, legale e medico e, contestualmente, portano avanti un’azione di lobbying per la abolizione del sistema della kafala e la sensibilizzazione della società civile libanese.</span></p>
<p>E&#8217; in atto, per fortuna, un cambiamento positivo: in cosa consiste e chi vede coinvolti?</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nel 2012 un video divenuto virale su youtube ha di fatto cambiato l’approccio dell’opinione pubblica nei confronti delle lavoratrici domestiche in Libano: Alem Dechasa, giovane madre etiope venuta a lavorare in Libano da qualche anno per sostentare la propria famiglia, recatasi davanti all’ambasciata etiope per chiedere aiuto, viene brutalmente presa di peso dal titolare dell’agenzia di reclutamento che l’aveva portata nel Paese, e trascinata in macchina. Due giorni dopo questo fatto, ripreso con un telefonino e caricato on-line, la donna si suicida nell’ospedale presso cui era stata ricoverata.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Quest’evento ha di fatto puntato i riflettori dei media sulla questione, scuotendo le coscienze dei libanesi, in particolare delle giovani generazioni che hanno cominciato a costituirsi in associazioni a sostegno delle lavoratrici migranti, al fine di garantire loro un’esistenza decente e di far pressioni sul governo per un cambiamento radicale della legislazione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Alla fine del 2014 è nato il primo sindacato delle lavoratrici migranti, che tuttavia, ad oggi, non è ancora stato riconosciuto dal governo libanese.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT"><b>Il documentario “This is not paradise” è disponibile on demand sul sito </b></span><span style="color: #0000ff;"><span lang="zxx"><u><a href="http://www.distribuzionidalbasso.com/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><span lang="en-US"><b>www.distribuzionidalbasso.com?utm_source=rss&utm_medium=rss</b></span></a></u></span></span><span lang="it-IT"><b>: è possibile richiedere il link per visionarlo on-line, il dvd, oppure l’organizzazione di una proiezione.</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><b><span lang="it-IT">Il ricavato delle vendite andrà a finanziare il nuovo documentario di Gaia Vianello “Les amoureux des bancs publics”, a produzione Sunset Soc. Coop., sulla street art come mezzo di cittadinanza attiva in Tunisia.</span></b></p>
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