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	<title>libanesi Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Appello e aggiornamenti Libano</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2020 06:42:00 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="457" height="304" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/fb7e2052cec22483181e46716ed4801a.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14487" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/fb7e2052cec22483181e46716ed4801a.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 457w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/fb7e2052cec22483181e46716ed4801a-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 457px) 100vw, 457px" /><figcaption>epa08584634 A damaged building in the aftermath of a massive explosion in Beirut, Lebanon, 05 August 2020. According to media reports, at least 100 people were killed and more than 4,000 were injured after an explosion, caused by over 2,500 tonnes of ammonium nitrate stored in a warehouse, devastated the port area on 04 August.  EPA/WAEL HAMZEH</figcaption></figure>



<p><strong>Appello di Foad Aodi</strong></p>



<p>Più di 3000 feriti e 100  morti,1500 dispersi .Urge aiuto sanitario e sangue*Co-mai e Amsi Solidarietà al Libano e ai libanesi in Libano ,in Italia e nel mondo .Cosi il Presidente della Co-mai(Comunità del mondo arabo in Italia) e Amsi(Associazione medici di origine straniera in Italia) Foad Aodi sta seguendo la tragedia libanese con i medici e giornalisti locali dopo le 2 esplosioni provocando  danni enormi sia materiali e che feriti più di 3000 e morti più di 100 e più di 1500 dispersi con contino aggiornamento visto tutti gli ospedali della capitale sono pieni di feriti gravi e alcuni di questi ospedali sono in difficoltà di funzionare per mancanza di elettricità ,sangue, posti letti ,strumenti chirurgici e sanitari oltre i medici e gli infermieri. sono morti 7 medici e infermieri e circa 10 pazienti ricoverati negli ospedali .Urge aiuti sanitari e medici e ospedali mobili e sostenere il Libano in questo momento molto grave. proprio nel momento dell&#8217;esplosione Foad Aodi stava in contatto con i giornalisti della Tv libanese per una intervista da Roma sul Coronavirus. Dopo i giornalisti ci hanno inviato le foto dello studio televisivo distrutto .</p>



<p>Cosi continua la Comunità del mondo arabo in Italia<strong>(Co-mai)</strong> e l&#8217;associazione medici di origine straniera in Italia <strong>(Amsi)</strong> e l&#8217;unione medica euro mediterranea <strong>(UMEM) </strong>continuano a seguire la tragedia libanese con statistiche sempre in aggiornamento vista la gravità della situazione in tutta la capitale libanese e provincia .&#8221;Più di 125 morti e 4500 feriti di cui 500 bambini feriti e numerosi dispersi e sotto le macerie e le case distrutte con più di 300 mila persone senza casa. Una squadra di 15 vigili del Fuoco sono morti tutti sul posto dell’esplosione mentre stavano cercando di spegnere il fuoco iniziale .Quattro  ospedali sono fuori uso e numerosi feriti li stanno curando per le strade e trasferendo fuori città negli ospedali vicini .</p>



<p>Sono morti numerosi pazienti negli ospedali per mancanza di elettricità e per gli ospedali distrutti. Manca sangue e tutto quello che è necessario per la branca di chirurgica e pediatria oltre i medici (chirurghi generali e vascolari ,ortopedici ,oculisti ,pediatri ,neurochirurghi ,cardiologi, otorinolaringoiatri ed infermieri.Numerosi paesi stanno già rispondendo all&#8217;appello del Governo Libanese ; dal Qatar due ospedali civili con 500 letti ciascuno ,stanno arrivando anche aiuti sanitari e medici da Iran ,Kuwait, Francia ,Emirati Arabi . Al nostro appello hanno risposto numerosi medici arabi e libanesi pronti ad andare in Libano per sostenere la popolazione. Facciamo il nostro appello al<strong> Governo Italiano</strong> affinché attivi subito un corridoio Sanitario e umanitario e delegazione di medici per la popolazione libanese<strong> .cosi dichiara Foad Aodi </strong>Presidente Amsi e Co-mai e membro del registro esperti Fnomceo che sta in contatto diretto con i medici libanesi locali .</p>



<p><strong>Libano. The day after di Farid Adly</strong></p>



<p>The day after, a Beirut. Secondo giorno di lutto nazionale e il governo ha dichiarato 15 giorni di Stato d&#8217;emergenza. I morti salgono a 135, ma ci sono 80 dispersi. I feriti sono 5000. Gli ospedali sono al collasso. Il dramma della città sono anche i 300 mila sfollati, per le distruzioni delle loro case. Il governatore di Beirut valuta i danni in 15 miliardi di dollari. Un colpo mortale per l&#8217;economia libanese già di per sé dissestata e in crisi. Annunciati aiuti umanitari da tutto il mondo e il FMI ha annunciato misure di sostegno, ma saranno gocce nell&#8217;oceano dei bisogni. Uno tra i più urgenti è la mancanza di farina per la panificazione, in seguito alla distruzione dei silos del grano nel porto, che rappresentavano due terzi del fabbisogno nazionale per un anno.</p>



<p>La riunione del governo di ieri, con la presenza del presidente della Repubblica, Aoun, ha confermato la tesi dei nitrati di ammonio immagazzinati dal 2014 nei depositi del porto e ha ordinato, sotto la custodia dell&#8217;esercito, gli arresti domiciliari per i dirigenti del porto che hanno operato sulla vicenda, da 6 anni.</p>



<p>I media libanesi e i social raccontano migliaia di azioni di solidarietà umana, scattata nel momento della catastrofe, per affermare un senso di determinazione e volontà di riscossa, all&#8217;insegna di quei bei versi del compianto grande poeta siriano, Nizar&nbsp;Qabbani, dedicati a Beirut, negli anni 80: “Alzati Beirut, dalla sofferenza nascono la rivoluzione e il cambiamento!”.</p>



<p>La tesi dell&#8217;incidente è quella in effetti la più rassicurante politicamente. Preserva il governo e l&#8217;esercito dalle responsabilità di mancata difesa dei confini nazionali e di quelle di far fronte alla necessità di una risposta adeguata.</p>



<p>I complottisti hanno già usato le parole del presidente Trump sulla convinzioni dei suoi generali che “si è trattato di un attacco e non di un incidente”, per scatenare accuse contro il nemico storico, Israele. In queste congetture sono stati aiutati dalle dichiarazioni e dalle analisi trasmesse dai media israeliani, che esprimevano malignità e poca celata soddisfazione. Non sono valse a convincere gli scettici le dichiarazioni ufficiali di Tel Aviv che escludevano una implicazione nell&#8217;esplosione e l&#8217;illuminazione del porto di Tel Aviv con i colori della bandiera libanese.</p>



<p>I dubbi sulla tesi dei nitrati di ammonio rimangono forti, perché per far esplodere questo materiale, usato normalmente in agricoltura per la produzione di fertilizzanti, serve un innesco. Esperti internazionali sostengono che quell&#8217;esplosione, con quella potenza distruttiva e la vastità dell&#8217;onda d&#8217;urto, è stata causata da un deposito di armi e di esplosivi militari.</p>



<p>L&#8217;opposizione in Libano chiede che ci sia una commissione internazionale ad affiancare quella nazionale, per accertare la verità.</p>



<p>Il Tribunale Speciale per il Libano dell&#8217;Aja ha deciso il rinvio della sentenza per l&#8217;assassinio dell&#8217;ex premier Rafiq Hariri. Nell&#8217;inchiesta internazionale sono accusati, in contumacia, per il grave attentato 4 elementi di Hezbollah, partito attualmente al governo in Libano.</p>
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		<title>Portami via: un documentario sull&#8217;importanza dei corridoi umanitari</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2016 08:11:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>L&#8217;Associazione per i Diritti umani</strong></em> ha intervistato la giornalista MARTA SANTAMATO COSENTINO (che ringrazia molto per la disponibilità), autrice del documentario intitolato &#8220;Portami via&#8221;.I<strong> Corridoi Umanitari</strong> sono un progetto pilota, il primo nel suo genere in Europa, che ha aperto vie di accesso legali e sicure per i richiedenti asilo. Protocollo sottoscritto da istituzioni: Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie e Ministero dell’Interno – Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione, ed espressioni della società civile: Tavola Valdese, Comunità di Sant’Egidio e Federazione Italiana delle Chiese Evangeliche. I Corridoi Umanitari promuovono, senza oneri per lo Stato, una campagna di pressione per l’approvazione a livello nazionale ed europeo, di una legislazione che protegga i diritti e la sicurezza dei richiedenti asilo affinché non si vedano costretti ad affrontare illegalmente il mare o la rotta balcanica.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Come e quando ha conosciuto la famiglia di cui racconta nel documentario?</p>
<p>Sono inciampata nella famiglia Maccawi e nella sua storia un pò per caso, come spesso avviene con le persone e le situazioni che, nell’arco di una vita, finiscono per segnare un passaggio, lasciando un segno.</p>
<p>Era l’autunno del 2015 quando, lavorando insieme a Gad Lerner, ho sentito parlare per la prima volta dei corridoi umanitari che, nel giro di pochi mesi, avrebbero portato in sicurezza dei profughi in Italia a bordo di un aereo in partenza da Beirut.</p>
<p>“Se le persone muoiono in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa, invece di piangere altre vittime mettiamo a disposizione dei vivi degli aerei”.</p>
<p>Nulla di più elementare, nulla di più rivoluzionario.</p>
<p>Abitavo a Beirut già da tempo e, una volta tornata lí dove sentivo di essere a casa, ho avuto l’istinto, la curiosità e la giusta dose di presunzione di diventare il diario di viaggio di coloro cui, finalmente, venivano offerte le condizioni per esercitare in sicurezza il diritto a mettersi in salvo. Volevo che i miei occhi, il mio tempo e il mio lavoro diventassero le pagine su cui scrivere una poesia della salvezza di cui desideravo essere testimone. Solo col tempo mi sono accorta che quella storia, quelle storie, fossero diventate anche la mia e per la prima volta mi è sembrato di capire cosa volesse dire Wislawa Szymborska quando scriveva “Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”.</p>
<p>Ho conosciuto Jamal e la sua famiglia in un pomeriggio di marzo quando erano già settimane che andavo in giro per il Libano a conoscere le famiglie che sarebbero partite con il secondo corridoio umanitario ai primi di Maggio. Quando sono uscita da quell’appartamento nella parte alta di Tripoli, ho capito che avevo qualcosa di prezioso tra le mani. Quando sono tornata a trovarli a distanza di pochi giorni ho capito che saremmo diventati colleghi di lavoro, compagni di viaggio, compaesani, amici. Ho frugato nelle loro vite, ho cercato di capire che cosa si potesse mai provare nel lasciarsi alle spalle una vita “tra i gelsomini del Levante” per andare verso l’ignoto. Un ignoto più sicuro, certo, ma in cui doversi costruire una nuova identità. Ho cercato di capire che cosa significasse non potersi permettere il lusso della nostalgia, tenendo testa all’abbraccio dell’oblio.</p>
<p>Abbiamo viaggiato da Tripoli a Torino tenendoci per mano perché bisogna migrare, non c’è altro modo, se si vuole avere il privilegio di raccontare come, quando e perchè le persone mettono in pericolo la propria vita per iniziarne una nuova.</p>
<p>Il film è anche una denuncia delle violenze da parte del regime siriano: può anticipare ai nostri lettori quali siano stati i motivi della carcerazione dei membri della famiglia e quali le condizioni in carcere?</p>
<p>Nel suo libro “La conchiglia”, Mustafa Khalifa racconta di aver imparato a scrivere con la memoria, con quella che lui chiama “la scrittura mentale”, una composizione senza carta né penna.</p>
<p>I suoi anni nelle prigioni di Hafez Assad vengono ricostruiti grazie ad un duro allenamento che ha permesso all’autore di “trasformare i pensieri in una sorta di nastro nel quale registravo tutto quello che vedevo e una parte di quello che sentivo”. Ed è dallo scorrimento di quel nastro che emergono l’annientamento, la negazione del dissenso, delle più elementari forme di libertà, della persona che finisce per perdere coscienza anche dei connotati del suo volto. Nelle celle dei regimi infatti non c’è spazio neanche per uno specchio perchè l’estraneità al mondo inizia proprio con l’estraneità nei confronti di se stessi.</p>
<p>“La prigione era il loro laboratorio. Facevamo da cavie e ci sbattevano fuori”. Anche Jamal ha sperimentato che cosa significhi non sapere se arrivederci qualunque si sarebbe trasformato in un addio inconsapevole.</p>
<p>Originario di Waer, uno dei quartieri culla della rivoluzione, racconta della curiosità verso quelle piazze e verso le rivendicazioni che le riempivano e racconta di aver iniziato, insieme ad un gruppo di amici, a portare cibo e medicinali ai civili stretti nella morsa del conflitto.</p>
<p>“Se avessero avuto anche solo la minima prova contro di me o se in qualche modo fossi stato coinvolto nel jihad o se casualmente fossi stato contro il regime, non avresti potuto vedermi qui”.</p>
<p>Le parole con cui conclude la sua testimonianza del carcere e delle torture dimostra come in Siria cosí come in tutto il mondo arabo, per finire in carcere – senza accusa né processo- non serva abbracciare armi o mostrare dissenso.</p>
<p>Talvolta può essere solo il prezzo della solidarietà.</p>
<p>Qual è la situazione dei profughi siriani in Libano?</p>
<p>In Libano, in quel purgatorio tra la Siria e l’Europa, in quel Paese esasperato nelle risorse prima ancora che nello spirito, essere profughi significa esistere senza avere il diritto di farlo. Significa pagare per una tenda, uno scantinato, una baracca sul tetto, significa pagare anche “per l’aria che respiri”. Significa sentirsi stranieri anche quando si parla la stessa lingua. Significa vivere in un campo profughi senza poterlo chiamare cosi perché, per farlo, bisognerebbe quantomeno che la condizione di profugo venisse riconosciuta. Il Paese dei cedri, infatti, non avendo firmato la convenzione di Ginevra, non riconosce lo status di rifugiato e non permette non solo la costruzione di campi profughi strutturati ma nemmeno l’accesso al lavoro. Beirut, cosí come tutto il Libano, è da secoli un crocevia di civiltà e migrazioni. Stratificazioni e cambi di pelle che, respingendosi, hanno frammentato e, allo stesso tempo, costruito il mosaico del tessuto sociale.</p>
<p>Macchie d’olio che, nei secoli, hanno inciso sulla fisionomia, anche urbanistica, del Paese, declinandolo in enclaves. Per ogni enclave, una provenienza e un’identità. Dagli armeni nel 1915 fino ai siriani di oggi, passando per i palestinesi. I siriani di oggi sono, per i libanesi, i palestinesi di ieri quando le tende sono diventate una casa e poi un quartiere che, ancora adesso, continua a crescere verso l’alto.</p>
<p>Alla luce del fragile equilibrio confessionale che struttura non solo la politica ma anche la pace armata, la paura di ritrovarsi davanti ad un nuovo ’48 e quindi davanti ad un nuovo ’75 non giustifica ma è utile a spiegare lo sforzo per mantenere tale una condizione di precarietà non legittimando la presenza di rifugitati sul territorio.</p>
<p>Può spiegare l&#8217;importanza dei corridoi umanitari e spiegare perchè, a suo parere, la politica occidentale fa fatica ad istituirli?</p>
<p>I corridoi umanitari non possono, a mio avviso, rappresentare l’unica soluzione alla gestione dei flussi migratori ma servono a smascherare un’ipocrisia perché ci obbligano a domandarci se non sia davvero possibile fare di piú.</p>
<p>Parlare e praticare vie di accesso legali e sicure per i richiedenti asilo non è più solo un’utopia ma una pratica possibile. E le 400 persone che, dallo scorso febbraio, sono atterrate a Fiumicino, sono la prova in carne ed ossa che tutto questo si può fare. Cosí come le migliaia di persone tratte in salvo dalle navi di Medici Senza Frontiere sono la prova vitale che ci siano altri modi di attraversare il Mediterraneo, in sicurezza, senza alimentare i flussi di denaro dei trafficanti di uomini.</p>
<p>Sono al contempo la dimostrazione della forza e dello stimolo della società civile, talvolta, un passo avanti ai nostri governi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nel viaggio della Memoria partiamo per il Libano</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2016 09:07:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Elias Marswanian (frate cristiano di origini armene e libanesi) che l&#8217;Associazione per i Diritti umani ringrazia molto per questo suo contributo &#160; &#160; Tutto è iniziato nel 1975 con un confronto tra un&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Elias Marswanian (frate cristiano di origini armene e libanesi)</p>
<p>che l&#8217;Associazione per i Diritti umani ringrazia molto per questo suo contributo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto è iniziato nel 1975 con un confronto tra un partito cristiano libanese e un partito palestinese e la situazione si complica nel 1978 quando in Libano entra Israele e quando inizia la guerra anni tra libanesi e palestinesi, poi tra libanesi e siriani, ma anche tra libanesi stessi, guerre che continuano fino agli anni &#8217;90.</p>
<p>Oggi il Libano è l&#8217;unico Paese dove i cristiani e i musulmani convivono in maniera apparentemente pacifica, ma è anche vero che il Paese è diviso perchè non c&#8217;è unità tra i vari partiti politici cristiani e musulmani (che operano in zone diverse), ma questo destabilizza e favorisce il terrorismo.</p>
<p>I miei genitori sicuramente ricordano molto bene gli anni della guerra – alla fine della quale io avevo solo due anni – ma mi raccontavano, per esempio, quanto fosse pericoloso, all&#8217;epoca, uscire di casa perché si rischiava di essere uccisi a causa della religione che si professava.</p>
<p>La memoria delle persone non è stata cancellata, purtroppo: c&#8217;è tanto odio, quasi in ogni casa si trova un immagine di un defunto deceduto in quegli anni, le mamme sono ancora vestite di nero in segno di lutto.</p>
<p>Certo, non bisogna dimenticare il ruolo che hanno i Paesi vicini, perché purtroppo ogni partito libanese ne appoggia uno: Siria, Iran, Stati uniti, Arabia saudita e, come dicevo prima, questa influenza dall&#8217;esterno non aiuta a mantenere l&#8217;unità e crea falle aperte per gruppi violenti, con conseguenze negative per la popolazione e con il pericoolo costante anche per i profughi che fuggono &#8211; per l&#8217;Is o per i regimi &#8211; dai territori confinanti.</p>
<p>Il Libano rimane un mistero davvero, non so come possa essere ancora un Paese così forte, penso sia un miracolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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