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	<title>#Libano Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Aggiornamento #Libano</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2020 07:50:16 +0000</pubDate>
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<p>(Da Anmbamed di Farid Adly)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="800" height="600" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14497" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure></div>



<p>Manifestazioni a Beirut per il terzo giorno consecutivo. Scontri con la polizia nella piazza dei Martiri, nel centro della città. “Punire i responsabili ed i primi tra coloro si siedono sulle poltrone del governo e del Parlamento”, hanno scritto nei cartelli. “Negligenza e corruzione sono le cause della strage”, annunciano altri. La richiesta è la caduta del governo e elezioni anticipate subito. Pietre contro lacrimogeni e pallottole di gomma. I manifestanti hanno tentato di raggiungere la sede del Parlamento, scavalcando le transenne, ma sono stati respinti. Nei video postati sui social è stato notato un principio di incendio nelle vicinanze del palazzo del Parlamento, ma è stato subito domato dai vigili del fuoco. La situazione politica nel paese sta precipitando. Si sono dimessi due ministri: quella dell&#8217;Informazione, Manal Abdulsamad, e dell&#8217;ambiente, Dimanus Qattar. Abdulsamad ha spiegato la sua decisione per l&#8217;incapacità di rispondere alla volontà popolare di un passo di cambio nella gestione del potere. 11 i deputati che si sono dimessi dall&#8217;incarico.</p>



<p>Il confronto politico è sulla natura dell&#8217;inchiesta sulla strage. I partiti dell&#8217;opposizione, Saad Hariri (sunniti), Walid Jumblat (Socialisti) e una parte dei partiti cristiani chiedono un&#8217;inchiesta internazionale. I partiti al governo (Hezbollah, una parte dei sunniti e i cristiani&nbsp;seguaci del presidente&nbsp;Aoun) vogliono mantenere il carattere nazionale alla vicenda. Il timore dei primi è che venga insabbiata l&#8217;inchiesta; quello dei contrari è che vengano scoperte responsabilità politiche dei diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni.</p>



<p>Sulla questione si è espresso anche il patriarca maronita, nel sermone della Domenica, chiedendo le dimissioni del governo, elezioni anticipate e inchiesta internazionale.</p>



<p>Un altro tema nel dibattito politico libanese è il disarmo di Hezbollah; tema questo che rischia di avvelenare le acque e portare il paese allo scontro confessionale e alla guerra civile.</p>



<p>Le ricerche dei dispersi sono praticamente concluse. Il capo delle squadre ha affermato che “non ci sono più speranze di trovare altre persone vive sotto le macerie. Rimaniamo a lavorare per la rimozione delle macerie e liberare le strade”. Il numero totale delle vittime sale quindi a 208 morti.</p>



<p>Sul piano internazionale, la Conferenza di Parigi dei paesi donatori, promossa dalla Francia e dall&#8217;ONU, non sembra aver trovato il successo sperato. Di fronte ad una valutazione del danno di 15 miliardi di dollari, gli aiuti promessi sono di 250 milioni e “condizionati alla fornitura diretta degli aiuti alla popolazione, per evitare corruzione e clientelismo. Non daremo carta bianca al sistema politico libanese”, ha sentenziato il presidente Macron.</p>



<p>IL premier libanese Diyab ha presentato le sue dimissioni, dopo le proteste popolari e le dimissioni di 4 ministri e 11 deputati dai loro incarichi. Lo ha fatto con dignità, sostenendo le rivendicazioni della piazza, ma mettendo con dignità i punti sugli i: “Siamo qui a guidare il paese da pochi mesi, ma ci siamo accorti che il sistema corrotto è uno Stato nello Stato. Siamo per la punizione di chi ha sbagliato, per una vicenda che dura da 7 anni&#8230; Tra coloro che hanno chiesto le nostre dimissioni ci sono politici che hanno governato per molto più tempo di questo governo tecnico. Non c&#8217;è limite alla vergogna”. La frecciata è rivolta senza nominarli all&#8217;ex premier Saad Hariri, ai ministri di governi passati che siedono nelle istituzioni bancarie e finanziarie. Il presidente Aoun lo ha incaricato degli affari correnti e inizierà le consultazioni per una nuova nomina o elezioni anticipate. La crisi libanese è complessa, perché il sistema politico è marcio e fondato non sulla cittadinanza, ma sull&#8217;appartenenza alle confessioni. Una delle richieste delle manifestazioni di piazza, che durano dello scorso 17 Ottobre, è proprio la fine della spartizione confessionale della politica e delle poltrone. Una rivendicazione che dura dai tempi della guerra civile durata dal 1975 al 1990. Ma il sistema è riuscito, a causa dell&#8217;interferenza anche di fattori esterni, a impedire il cambiamento. La strage del porto è dato il colpo di grazia al sistema corrotto, ma probabilmente anche alle speranza di cambiamento e di fronte al Libano si apre un periodo molto difficile pieno di incognite.</p>



<p>Il paese è sulla bocca di un vulcano e rischia di finire nell&#8217;uragano degli scontri regionali e internazionali: lo scontro tra l&#8217;iran e Israele e Stati Uniti, la lotta tra Turchia e Qatar da una parte e Arabia Saudita e Emirati arabi uniti dall&#8217;altra. E anche qua non manca lo zampino della Turchia, che sfida sul terreno delle influenze la Francia. Nel paese inoltre vivono circa due milioni di profughi palestinesi e siriani, con il dramma dei loro paesi dove, in uno c&#8217;è una guerra civile e l&#8217;altro è sottoposto ad un&#8217;occupazione militare. La guerra tra Israele e Siria si gioca anche sul territorio libanese.</p>



<p>Il Libano si è barcamenato finora in un equilibrio instabile, dichiarando la sua neutralità. Una condizione impossibile in un mare di contraddizioni come lo è il Vicino Oriente. Le pressioni politiche ed economiche messe in campo da Washington e Riad nascono dalla volontà di escludere Hezbollah dal governo. Ma senza questo movimento, non ci sarebbe una maggioranza in Parlamento. Hezbollah è un partito e allo stesso tempo un movimento armato di resistenza contro Israele ed è nel campo dell&#8217;Iran e del presidente siriano Bashar Assad. Suoi 4 aderenti sono accusati per l&#8217;assassinio dell&#8217;ex premier Rafiq Hariri e processati in contumacia al Tribunale speciale dell&#8217;Aja, che doveva emettere la sentenza lo scorso Venerdì. In passato, le condizioni politiche hanno costretto lo stesso Saad Hariri, figlio di Rafiq e capo del Partito Al Mustqbal (Futuro), a presiedere un governo di coalizione con Hezbollah. Condizioni che adesso non ci saranno più.</p>



<p>Durante la conferenza dei paesi donatori, si è vista la debolezza del governo attuale, che è stato escluso dal poter gestire gli aiuti internazionali, che andranno direttamente alle organizzazioni non governative libanesi ed agli organismi internazionali dell&#8217;ONU.</p>



<p>Le variabili sono molte e il presidente francese Macron ha accennato ad una di queste rivolgendosi al presidente USA Trump: “Le sanzioni rischiano di complicare il quadro politico libanese, invece di risolverlo”. Le sanzioni all&#8217;Iran, che toccano Hezbollah, intende. Per non far crollare il paese dei cedri, Parigi indica un governo di unità nazionale, per una riforma costituzionale.</p>



<p>Sarà capace la società civile libanese, che ha condotto le lotte di piazza, in modo civile e misurato, di proseguire su questo sentiero accidentato? Una riforma costituzionale ha bisogno di un Parlamento non spartito tra le confessioni ed una legge elettorale democratica: ogni testa un voto.</p>



<p>E&#8217; una lotta impari, che si svolge in condizioni molto più difficili in una situazione economica disastrosa e un clima internazionale polarizzato, che non lascia spazi di manovra.</p>



<p>Dalle ceneri del porto, potrebbe nascere il nuovo Libano, ma non si vedono in campo le forze per portarlo a termine.</p>
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		<title>Notizie dal mondo. Libano, in primo piano</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Aug 2020 09:25:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Rassegna stampa di oggi, 5 agosto 2020, a cura di Farid Adly, Anbamed. I titoli: Libano: una strage nel porto di Beirut. Dubbi sulla versione ufficiale sull&#8217;origine della spaventosa deflagrazione Iran: un altro incendio&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>Rassegna stampa di oggi, 5 agosto 2020, a cura di Farid Adly, Anbamed. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="738" height="462" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/beirut-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14484" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/beirut-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 738w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/beirut-1-300x188.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 738px) 100vw, 738px" /></figure></div>



<p><em>I titoli:</em></p>



<p>Libano: una strage nel porto di Beirut. Dubbi sulla versione ufficiale sull&#8217;origine della spaventosa deflagrazione</p>



<p>Iran: un altro incendio misterioso in un complesso industriale a Teheran</p>



<p>Acque del Nilo: Egitto e Sudan abbandonano il negoziato</p>



<p>Yemen: piogge torrenziali e aluvioni: 45 morti e migliaia di sfollati.</p>



<p>Egitto: appello per la liberazione di Sanaa Seif</p>



<p><em>Le notizie:</em></p>



<p><strong>Libano:</strong></p>



<p>“Beirut Piange”, “La Catastrofe”. Sono due titoli di giornali libanesi stamattina, il giorno dopo la spaventosa esplosione nel porto della capitale libanese. Al-Nahar rincara la dose: “Il suicidio di uno Stato fallito”. Gli ospedali sono in tilt per l&#8217;arrivo di oltre 3 mila feriti. I morti sono 73, ma non si esclude che il numero sia più alto e che sicuramente aumenterà. La Croce Rossa libanese parla già di 100 vittime. Sgomento, incredulità e tanta solidarietà umana e internazionale.</p>



<p>Le dichiarazioni che tendevano a minimizzare hanno ridotto la credibilità delle versioni ufficiali: deposito di fuochi d&#8217;artificio, esplosivi sequestrati da tempo e, infine, i nitrati d&#8217;ammonio non convincono. Un generale in pensione, Khalil Hello, ha puntualizzato che “i nitrati di ammonio per esplodere hanno bisogno di un innesco, non esplodono da sole”.</p>



<p>Negligenza o attentato? Nessuna pista è esclusa e il primo ministro ha promesso che i responsabili saranno individuati e pagheranno.</p>



<p>Non mancano i commentatori che collegano l&#8217;esplosione con l&#8217;avvicinarsi della sentenza per l&#8217;assassinio dell&#8217;ex premier Rafiq Hariri (14 febbraio 2005), che sarà pronunciata dopo domani Venerdì al Tribunale speciale per il Libano, all&#8217;Aja. Una sentenza attesa da anni di un processo che ha visto sul banco degli imputati 4 uomini di Hezbollah.</p>



<p><strong>Iran:</strong></p>



<p>Un altro incendio misterioso in una zona industriale iraniana. Lo riporta la Tv di Stato sostenendo che non ci sono state vittime, ma soltanto danni materiali. L&#8217;incendio è avvenuto in un quartiere di Teheran, ieri mattina, ed è stato domato dai vigili del fuoco. E&#8217; l&#8217;ennesimo episodio di una lunga serie che ha colpito a ripetizione impianti industriali strategici iraniani e che finora non hanno trovato spiegazione; il più preoccupante dei quali è stato l&#8217;incendio divampato nella centrale nucleare di Natanz.</p>



<p>Il sito statunitense, Business Insider, citando generali israeliani e statunitensi in anonimato, ha sostenuto che dietro questi incendi c&#8217;è la mano di Tel Aviv, che mira ad innescare una guerra con Teheran con il sostegno di Trump, prima delle elezioni negli Stati Uniti.</p>



<p><strong>Acque del Nilo:</strong></p>



<p>Egitto e Sudan hanno chiesto la sospensione delle trattative con Etiopia. “Dopo l&#8217;ultima lettera del governo di Addis Abeba, è apparso chiaro che si sta cercando di perdere tempo”, ha detto il ministro dell&#8217;irrigazione del Cairo. Il ministero degli esteri di Khartoum, invece, va più pesante: “Non possiamo consegnare la sorte di 22 milioni di sudanesi, che vivono sulle rive del Nilo, nelle mani di chi non rispetta gli impegni”. Il ritiro dei due Paesi è stato comunicato all&#8217;Unione Africana che sta conducendo il difficile negoziato. Le trattative durano da tempo, ma non si è arrivato ad un accordo che rispetti i diritti e gli interessi di tutti i tre paesi. Etiopia ha annunciato, lo scorso 21 luglio, di aver completato la prima fase del riempimento della diga Rinascita, senza nessun accordo con gli altri due paesi rivieraschi. Il Cairo aveva annunciato che farà ricorso al Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU ed al Tribunale Internazionale dell&#8217;Aja.</p>



<p><strong>Yemen:</strong></p>



<p>Le piogge torrenziali hanno causato alluvioni in tutto il Paese, con vittime e danni materiali ingenti. Ci sono state 45 vittime, 8 dei quali bambini. I danni materiali sono incalcolabili, in un paese distrutto dalla guerra e dalla povertà. Due dighe sono crollate. Decine di migliaia gli sfollati. La provincia più colpita è quella di Marab, dove i campi degli sfollati della guerra in corso sono stati travolti dalle acque. Le previsioni meteo sono allarmanti. Nel paese non c&#8217;è un governo centrale e vive da 6 anni una guerra civile per procura, con un pesante intervento militare saudita.</p>



<p><strong>Egitto:</strong></p>



<p>200 intellettuali internazionali, tra i quali, Noam Chomsky, hanno firmato un appello per la liberazione di Sanaa Seif, sorella dell&#8217;attivista egiziano, Alaa Abdel Fattah, dirigente del movimento di protesta del 25 gennaio 2011, che ha fatto cadere la dittatura di Mubarak, anche lui in carcere dal settembre 2019. Sanaa è stata arrestata lo scorso Giugno mentre stava compiendo uno sciopero della fame, insieme alla madre, davanti al carcere di Tora, per chiedere notizie su Alaa. Le due donne avevano lamentato di essere state maltrattate dagli agenti e la magistratura ha ordinato l&#8217;arresto di Sanaa per “diffusione di notizie false e di turbativa della sicurezza nazionale”.&nbsp;&nbsp;</p>
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