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	<title>lingua Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Stay human: Africa&#8221;. Nigeria: fuori l’inglese dalle elementari e dentro le lingue locali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2022 14:36:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da nigrizia.it) Il Ministro dell’educazione nigeriano ha annunciato un piano per sostituire l’inglese con le lingue locali nelle scuole primarie. La sfida di dover includere più di 600 lingue Il ministro dell’educazione della Nigeria&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>(da nigrizia.it)</p>



<p></p>



<p>Il Ministro dell’educazione nigeriano ha annunciato un piano per sostituire l’inglese con le lingue locali nelle scuole primarie. La sfida di dover includere più di 600 lingue </p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.nigrizia.it/wp-content/uploads/sites/2/2022/12/galleria-foto_3x2-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>Il ministro dell’educazione della Nigeria Adamu Adamu&nbsp;ha annunciato ieri una nuova politica scolastica che prevede la sostituzione dell’inglese con&nbsp;<a href="https://www.aljazeera.com/news/2022/12/1/nigeria-junior-schools-to-teach-in-mother-tongues-not-english?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la lingua locale&nbsp;</a>nelle scuole primarie, per i primi 6 anni di insegnamento.&nbsp;</p>



<p>Secondo il piano denominato “National Language Policy” (Politica di lingua nazionale) l’inglese – l’unica lingua ufficiale del paese –&nbsp; sarà introdotto solo a partire dai gradi successivi di istruzione.&nbsp;</p>



<p>La decisione è stata motivata dal ministro stesso come una misura per facilitare l’apprendimento.&nbsp;«I bambini imparano meglio nella loro lingua locale»&nbsp;ha dichiarato Adamu.&nbsp;L’altra motivazione principale consiste nel preservare la ricchezza e varietà linguistica del paese.&nbsp;</p>



<p>Il piano è in vigore già da oggi, ma per vederlo messo in pratica bisognerà attendere la formazione degli insegnanti, e soprattutto, la preparazione del materiale didattico in lingue diverse dall’inglese.&nbsp;</p>



<p>Scontata quanto centrale è la prima domanda a riguardo: quante lingue verranno prese in considerazione?&nbsp;</p>



<p>In Nigeria, ce ne sono tre di dominanti: lo hausa, lo yoruba e l’igbo che, secondo stime non ufficiali, sono utilizzate da circa il 60% della popolazione.&nbsp;&nbsp;Ma queste tre rientrano in altrettanti macro-gruppi linguistici presenti nel paese, in cui si contano più di 600 lingue.&nbsp;</p>



<p>Non è noto, quante di esse verranno incluse nell’insegnamento pubblico.&nbsp;Per ora, il Ministro ha solo affermato che le scuole adotteranno la lingua prevalente nella comunità in cui si trovano.</p>



<p>Per dare un’idea della frammentazione linguistica del paese, è interessante guardare ai numeri, per quanto non ufficiali e approssimativi possono essere.&nbsp;</p>



<p>Secondo le stime più accreditate, la seconda lingua più diffusa nel paese (la prima rimane l’inglese) non è neanche una delle tre principali. Ma è l’inglese&nbsp;<em>pidgin</em>.&nbsp;</p>



<p>Quest’ultimo è il frutto del miscuglio tra inglese e lingue locali ed è parlata da circa 75 milioni di persone, perlomeno da quanto riportato dalla<a href="https://www.bbc.com/news/world-africa-38000387?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;BBC</a>&nbsp;nel 2016; numero da rivedere al rialzo data la crescita della popolazione nigeriana negli ultimi anni.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Gli amanti dell’<em>afrobeats</em>&nbsp;(il pop nigeriano sdoganato a livello mondiale) lo avranno già sentito, dato che i testi delle canzoni sono perlopiù in pidgin.&nbsp;</p>



<p>L’Hausa sarebbe invece utilizzato da circa 50 milioni di persone, lo Yoruba e l’Igbo da più di 20 milioni.&nbsp;</p>



<p>Tornando al disegno di legge: la sua tempistica e la stessa fattibilità non sono affatto scontate, soprattutto vista la crisi&nbsp;<a href="https://www.nigrizia.it/notizia/nigeria-quanto-manca-al-collasso?utm_source=rss&utm_medium=rss">economica</a>&nbsp;e&nbsp;<a href="https://www.nigrizia.it/notizia/nigeria-insicurezza-situazione-fuori-controllo?utm_source=rss&utm_medium=rss">securitaria</a>&nbsp;che agita il paese da qualche anno. Senza dimenticare le elezioni&nbsp;<a href="https://www.nigrizia.it/notizia/nigeria-elezioni-a-febbraio-aumenta-la-violenza-politica?utm_source=rss&utm_medium=rss">presidenziali</a>&nbsp;del febbraio 2023, che potrebbe portare al governo una maggioranza ostile a questa riforma.&nbsp;</p>



<p>Di certo c’è che si entra in un argomento classico di dibattito, che risale ai tempi in cui il colonialismo britannico impose l’inglese come lingua franca per la Nigeria, accorpando gruppi etnici e linguistici estremamente differenti l’uno dall’altro.&nbsp;</p>



<p>Insegnare in una lingua locale potrebbe riparare a quel torto di omologazione culturale? O rischierebbe di minare ulteriormente la coesione sociale del paese più popoloso d’Africa?&nbsp;(RV)</p>
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		<title>Il fallimento del &#8220;Minority SafePack&#8221; a favore delle minoranze</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2022 08:22:15 +0000</pubDate>
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<p>L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si rammarica per il fallimento dell’iniziativa popolare “Minority SafePack” a favore delle<br>minoranze davanti al Tribunale dell’Unione europea (organo di prima istanza della Corte di Giustizia, CGUE). Questa decisione deludente<br>permette agli Stati dell’UE di continuare a ignorare le loro minoranze e di accettarne la definitiva scomparsa. Contrariamente a quanto<br>sostengono la Commissione europea e la Corte di giustizia europea, le misure e i mezzi attuali non sono affatto sufficienti a preservare la diversità culturale dell’Europa. Al contrario, l’esempio della Polonia mostra come una singola minoranza – in questo caso la minoranza tedesca – sia discriminata dalla riduzione delle lezioni di tedesco nelle scuole. Questo accade perché al governo polacco non piacciono le posizioni tedesche all’interno dell’UE. Ma gli esempi non mancano per la maggior parte degli stati europei in cui vivono minoranze più o meno in declino e che avrebbero urgente bisogno di un sostegno.</p>



<p>Più di un milione di cittadini di numerosi Stati dell’UE hanno aderito all’iniziativa. Ha formulato raccomandazioni a livello europeo per<br>proteggere e promuovere la diversità culturale e linguistica. Tra questi, i programmi di sostegno alle piccole comunità linguistiche,<br>l’uguaglianza per le minoranze apolidi come i Rom, la creazione di un centro per la diversità linguistica e la ricerca sul valore aggiunto<br>delle minoranze in Europa. La protezione delle minoranze nazionali e la promozione della diversità culturale e linguistica dovrebbero diventare biettivi del Fondo europeo di sviluppo regionale. La Commissione non sembra vedere le opportunità che tali finanziamenti offrirebbero.<br>Invece, si nasconde dall’esplosività della questione delle minoranze. Di recente la questione minoranze è servita a Putin come giustificazione pretestuosa per il suo attacco all’Ucraina in violazione del diritto internazionale.</p>



<p>L’Unione federale delle nazionalità europee (FUEN), l’organizzazione ombrello delle minoranze europee, aveva avviato il processo nel 2011. La Commissione europea ha infine richiesto la raccolta di un milione di firme per il progetto entro un anno. Le soglie dovevano essere raggiunte in almeno sette Paesi, cosa che è stata fatta in ben undici. L’iniziativa ha consegnato gli ultimi 1,1 milioni di firme alla<br>Commissione nel gennaio 2020, che ha poi affermato di fare già abbastanza per la protezione delle minoranze. In questo modo, l’UE sta<br>portando ad absurdum il suo unico strumento di partecipazione diretta dei cittadini. Ai cittadini dell’UE si sta mandando come segnale che le loro preoccupazioni non sono importanti e che il loro impegno non vale la pena. Tutto questo fa solo il gioco dei nemici della democrazia.</p>
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		<title>Sono solo parole?</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Sep 2022 08:07:49 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/giusta.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="310" height="163" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/giusta.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16599" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/giusta.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 310w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/giusta-300x158.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /></a></figure></div>



<p>di Filippo Cinquemani </p>



<p><br>E&#8217; sotto gli occhi di tutti, o almeno sotto i miei, in quanto attivista, che stiamo vivendo un momento<br>di grande vivacità riguardo i movimenti sociali e culturali.<br>Un momento in cui si cerca, a volta con fatica, di andare sempre più verso l&#8217;inclusività sociale e non solo.<br>L’inclusività è un percorso che passa anche attraverso il linguaggio, cioè il modo in cui si dicono le cose e soprattutto si definiscono le persone.<br>Sinceramente, da persona gender fluid, non ho nessun problema a utilizzare il maschile per<br>definirmi o per essere definito. Sono sensibile però le istanze di molte persone che, da non-binarie<br>(né maschili né femminili) si trovano in difficoltà con una lingua che non sembra prevedere la loro<br>esistenza. Spesso, soprattutto per pigrizia, si liquida l&#8217;argomento con affermazioni del tipo: “si è sempre detto<br>così…”, oppure: “sono solo parole in fondo”; Sembrano questioni di poco conto, ma la lingua è il principale mezzo che utilizziamo per trasmettere la nostra visione del mondo.<br>Le parole hanno un peso, possono ferirci ma anche farci stare bene.<br>Già negli anni ottanta, la linguista e saggista Alma Sabatini nel libro “Il sessismo nella lingua<br>italiana” sottolineava come nel nostro uso della lingua italiana, lo spazio dato al maschile è ancora molto ampio e questo, in qualche modo, corrobora il principio della marginalità della donna e delle persone non binarie nella nostra società. In italiano, infatti, si usa tuttora il maschile, cosiddetto pervasivo, per riferirsi ad una folla che comprende persone di sesso e genere differente.<br>Le mie conclusioni sono quindi che, se il linguaggio non influenza la società spesso ne è lo specchio. La lingua ,del resto, come la società è in continuo cambiamento, anche se questo cambiamento non è sempre ben visibile. Escono ed entrano nel nostro vocabolario comune un numero non indifferente di parole.<br>Nel caso specifico, dell&#8217;adozione del neutro, ne sente la necessità una parte di popolazione che vuole essere riconosciuta ed è stufa di vivere nell&#8217;invisibilità dell&#8217;indefinito e indefinibile.<br>Possiamo quindi sforzarci di venire incontro a questo bisogno? Fosse facile. Non bisogna essere linguisti per accorgersi che la nostra lingua non prevede un neutro; ci sono però varie strategie pensate e adottate negli ultimi anni per venire incontro a<br>questa esigenza linguistica. I più diffusi sono: l&#8217;asterisco nello scritto, la circonlocuzione (care<br>persone…), la sostituzione della O con la U e lo SCHWA (nel caso non sapeste di che si tratta<br>consultate pure la rete).</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/Schwa-portrait.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="615" height="861" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/Schwa-portrait.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16600" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/Schwa-portrait.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 615w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/Schwa-portrait-214x300.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 214w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /></a></figure>



<p><br>Come mi regolo io malgrado la mia pigrizia? Li uso un po&#8217; tutti, alcuni più di altri, soprattutto in contesti in cui questo può essere particolarmente apprezzato.<br>Ci vorrà molto tempo probabilmente perchè si affermi un&#8217;unica soluzione linguistica per formare il<br>neutro. Personalmente credo però che come la società è formata dai suoi componenti, così la<br>lingua la fanno i parlanti.</p>
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		<title>&#8220;Raccontarsi (a modo mio)&#8221;. Nubia</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2022 09:27:49 +0000</pubDate>
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<p>A cura di Jorida Dervishi</p>



<p>Inizio da lontano. Arrivai in Italia dall&#8217;Ecuador nel 2003: una scelta difficile, visto che di là avevo un figlio di tre anni e mezzo e un&#8217;attività che per vari motivi andò in fallimento. Per tale fallimento avevo accumulato un debito di quasi 15.000 euro, sostenuto da una ipoteca della fattoria di mia mamma. A un certo punto mi trovai di fronte a un bivio: decidere se perdere la proprietà o venire in Italia, dov&#8217;erano da qualche anno i miei due fratelli, e provare a pagare.<br>Fu una scelta sofferta: da una parte non volevo separarmi da mio figlio, ma dall&#8217;altra parte non volevo che mia madre perdesse la fattoria per le mie decisioni sbagliate, così scelsi di partire con il cuore a pezzi, sconfitta nell&#8217;anima e con un senso di fallimento addosso indescrivibile.<br>Una volta in Italia, non sapendo neanche l&#8217;italiano tranne due o tre parole, cominciai a lavorare con una signora facoltosa, che abitava da sola nel centro di Milano e che aveva bisogno di un supporto dopo una caduta in casa. Il figlio, disperato, cercava una ragazza affidabile che accompagnasse la madre di notte, così si era rivolto a mio fratello, che godeva della stima di questa signora. Mio fratello, sapendo che ero arrivata da poco e conoscendo la mia urgenza di guadagnar,&nbsp; suggerì me, dicendo anzitutto che ero disponibile ma che non parlavo bene l&#8217;italiano. Il figlio, fidandosi di mio fratello, accettò. Il giorno dopo mi&nbsp; presentai al domicilio della signora, intimidita e spaventata, consapevole di non parlare l&#8217;italiano e di non aver mai fatto quel tipo di lavoro. Ragionando, mi&nbsp; dissi in fin dei conti che avrei dovuto soltanto accompagnarla di notte, non ero pagata male e poi i soldi mi servivano per pagare i miei debiti in Ecuador.<br>Così conobbi la signora L.C., una piccola donna di ottant&#8217;anni, fragile e con gli occhi di ghiaccio, che mi guardava della testa ai piedi. Sicuramente le piacqui, perché diede l&#8217;ok al figlio, nonostante non riuscisse a comunicare.<br>Ero felicissima di cominciare questa esperienza, dopo qualche mese, la lontananza con mio figlio si faceva sentire in maniera pesante, provocando in me tanta angoscia: qualche volta piangevo senza che lei capisse perché.<br>Con il suo aiuto il mio italiano migliorava di giorno in giorno e riuscivo a esprimermi sempre meglio. All&#8217;ennesima richiesta del perché della mia tristezza, mi confidai con lei, raccontando la mia storia, nonostante conoscesse la sua fama di donna molto fredda.<br>Rimasi senza parole quando lei, dopo aver ascoltato tutto il mio racconto, chiamò il figlio mettendolo al corrente della mia storia e della sua decisione di aiutarmi con un prestito bancario. Evidentemente, per loro la cifra non era così ingente come per me, considerando che in Ecuador uno stipendio medio si aggira intorno ai 200 euro al mese.<br>Dopo qualche giorno l&#8217;accompagnai in banca. Lei chiese un colloquio con il capoagenzia, che&nbsp; venne con grande sollecitudine invitandola ad accomodarsi in ufficio. Io rimasi fuori pregando dentro di me che accettasse la richiesta di lei. Dalla porta lasciata semichiusa assistetti alla loro conversazione: il mio italiano non era perfetto, però già capivo abbastanza bene la lingua.<br>La signora gli disse che voleva aiutarmi, lui fece invece di tutto per convincerla a non farlo, dicendole che c&#8217;erano stati molti altri suoi clienti rimasti truffati dai badanti che si facevano prestare dei soldi e poi sparivano. Lui aveva paura che sarebbe successo la stessa cosa anche a lei.<br>Capivo il suo discorso e capivo pure la sua paura che io fossi fra quelle persone, in fin dei conti lui non mi conosceva.<br>Apprezzai tanto l&#8217;enorme fiducia che la signora aveva in me, perché ai dubbi posti dal capoagenzia, lei rispose che se non avesse accettato la sua richiesta si sarebbe semplicemente rivolta a un&#8217;altra banca.<br>Lui vide nella signora una forte determinazione, per cui fu praticamente costretto ad accettare la&nbsp;richiesta, concedendomi il finanziamento che pagai alla banca in due anni.<br>Due giorni dopo, il prestito fu approvato e inviato direttamente in Ecuador a mia madre, la quale&nbsp; poté finalmente sanare la situazione della fattoria e almeno stare più tranquilla.<br>Rimasi con la signora L.C. anche dopo i due anni. Purtroppo, dopo quasi un anno, il figlio morì di infarto; a quel punto la nuora decise di ricoverarla in una casa di riposo, dove morì dopo due anni circa. La andai a trovare fino alla fine dei sui giorni; prima mi riconosceva, poi pian piano la sua memoria&nbsp; iniziava&nbsp; ad abbandonarla, fino a non riconoscermi più.<br>A distanza di anni ricordo il suo volto e la sue parole: &#8216;Ricordati, che nel momento del bisogno capirai chi ti vuole bene&#8217;&#8230; In effetti lei mi ha voluto bene.<br>Lei, senza saperlo, mi ha insegnato una grande lezione: l&#8217;importanza di essere corretti a prescindere dagli altri. Le buone azioni prima o poi tornano indietro e io ne sono la prova. Nel mio percorso di vita tengo ben presente le sue parole.<br>Nel frattempo mi sono sposata con una persona meravigliosa, sono riuscita a portare mio figlio con me, ho avuto un seconda figlia e posso dire di essere una persona realizzata, perché ho una famiglia che adoro, un lavoro che mi dà tanto e posso dire a gran voce che l&#8217;Italia è casa mia!!&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p></p>



<p>Il progetto &#8220;Raccontarsi a modo mio&#8221;, a cura di Jorida Dervishi, sarà presentato pubblicamente a Milano, il 9 ottobre, presso la Casa dei diritti. </p>
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		<title>Porrajmos – Sa Mudaripen: il grande genocidio di Rom e Sinti mai terminato</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2022 11:23:45 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/porrajmos-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="512" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/porrajmos-3-1024x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16510" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/porrajmos-3-1024x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/porrajmos-3-300x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/porrajmos-3-768x384.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/porrajmos-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1140w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p>In quel campo c’erano tantissimi bambini, molti di quei bambini certamente erano nati in quel recinto […]. La notte del 2 agosto 1944, ero rinchiuso ed era notte e la notte nel lager c’era il coprifuoco, però ho sentito tutto. In piena notte sentimmo urlare in tedesco e l’abbaiare dei cani, dettero l’ordine di aprire le baracche del campo degli zingari, da lì grida, pianti e qualche colpo di arma da fuoco. All’improvviso, dopo più di due ore, solo silenzio e dalle nostre finestre, poco dopo, il bagliore delle fiamme altissime del crematorio. La mattina, il primo pensiero fu quello di volgere lo sguardo verso lo&nbsp;<em>Zigeunerlager</em>&nbsp;che era completamente vuoto, c’era solo silenzio e le finestre delle baracche che sbattevano”.</p>



<p>Piero Terracina (Ebreo, sopravvissuto ad Aushwitz)</p>



<p>La comunità Rom e Sinta in Italia conta circa 180.000 individui il 70% e oltre di questi è cittadino italiano, molte delle famiglie sono presenti sul territorio nazionale dal 1300 la maggioranza di questi a combattuto nella Resistenza.</p>



<p>Perché la data del 2 agosto è importante da ricordare? Cosa succede in quell’occasione?</p>



<p>Il 2 Agosto del ’44 precisamente la notte del 1 agosto intere famiglie presenti nello Zigeunerlager  verranno sterminate nelle camere a gas ma questo non fu il primo tentativo da parte dei nazisti di sterminare il popolo Rom e Sinto. Il primo tentativo avvenne il 16 maggio del ’44 ma le persone all’interno dello <em>Zigeunerlager</em>, avvisati di quanto stava per accadere, diedero vita alla prima rivolta, armati di pietre, bastoni e tanta voglia di resistere cacciarono le SS e riuscirono a sopravvivere per altri tre mesi circa prima della fatidica notte. Tale rivolta, una delle più simboliche e importanti, ad oggi non viene menzionata da nessuno e il ricordo rimane vivo solo nel nostro popolo che porta avanti la memoria di ciò che fu e la testimonianza di quanto accade nei giorni nostri.</p>



<p>Ad oggi la situazione è migliorata?</p>



<p>Assolutamente no, oggi l’antiziganismo è molto forte nel nostro Paese ed è soprattutto istituzionale.</p>



<p>Il segretario di Maserada della Lega Nord scrive su Facebook: “Cosa si lancia a uno zingaro che sta affogando?&#8230;. La moglie e i figli”</p>



<p>“Possono partecipare tutti: basta avere un qualsiasi mezzo di locomozione che cammini, più è grosso e più va veloce sarà facilitato nella raccolta dei punti”. E&#8217; questa la descrizione del gioco “Acciacca lo zingaro”, Forza nuova, Roma Sud.</p>



<p>Giancarlo Gentilini Lega: settembre 2008: «<em>Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n&#8217;è più neanche uno. Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anziani.</em></p>



<p><em>Ci ricordiamo della capotreno che ai microfoni disse: “Via gli zingari dal convoglio, alla prossima scendete perché avete rotto”</em></p>



<p><em>Il caso di Casal Bruciato? Dove una famiglia Rom ha avuto una casa popolare regolarmente assegnata, quando la famiglia si presentò per entrarvi, cori fascisti e atti violenti seguirono la famiglia per impedirne l’entrata in casa, tanto da dover far intervenire le forze dell’ordine.</em></p>



<p><em>Il caso di Torre Maura dove venne calpestato il pane pur di non farlo arrivare al campo Rom al quale era destinato. In quest’occasione un ragazzo di 15 anni interverrà a difesa delle persone Rom alle quali era destinato il pane, dandoci una grande lezione di vita.</em></p>



<p>La&nbsp;<strong>legge 20 luglio 2000, n. 211</strong>&nbsp;(&#8220;<em>Istituzione del &#8220;Giorno della Memoria&#8221; in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti</em>&#8220;) è una&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_ordinaria?utm_source=rss&utm_medium=rss">legge ordinaria</a>&nbsp;della&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_italiana?utm_source=rss&utm_medium=rss">Repubblica italiana</a>&nbsp;emanata per l&#8217;istituzione della&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giornata_della_Memoria?utm_source=rss&utm_medium=rss">Giornata della Memoria</a>&nbsp;e pubblicata nella&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Gazzetta_Ufficiale_della_Repubblica_Italiana?utm_source=rss&utm_medium=rss">Gazzetta Ufficiale</a>&nbsp;n. 177 del 31 luglio 2000, non cita in alcun modo le persone Rom e Sinte.</p>



<p>«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, &#8220;Giorno della Memoria&#8221;, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.»</p>



<p>Ad oggi L’Italia riconosce 12 minoranze storico – linguistiche presenti sul suolo nazionale nell&#8217;articolo 6 della Costituzione tranne una, la più numerosa d’Europa quella dei Rom e Sinti appunto.</p>



<p>La strada è ancora lunga e a tal proposito ci terrei a chiudere con la citazione di uno dei sopravvisuti del campo che è Karl Stojka:</p>



<p>“<em>Noi Rom e Sinti siamo come i fiori di questa terra. Ci possono calpestare, ci possono eradicare, gassare, ci possono bruciare, ci possono ammazzare – ma come i fiori noi torniamo comunque sempre”</em></p>
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		<title>Non puoi conoscermi se non mi riconosci</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Apr 2022 08:40:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>NON PUOI CONOSCERMI SE NON MI RICONOSCI La più grande minoranza europea, più di 12 milioni di cittadini europei di etnia Rom e Sinti che da secoli fanno parte dell’identità europea, un popolo che&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>NON PUOI CONOSCERMI SE NON MI RICONOSCI</p>



<p>La più grande minoranza europea, più di 12 milioni di cittadini europei di etnia Rom e Sinti che da secoli fanno parte dell’identità europea, un popolo che non ha mai armato un esercito per conquistare una terra, che parla tutte le lingue e pratica tutte le religioni europee, che ha saputo  mettere insieme le proprie diversità e mantenere un’unica identità attraverso secoli, pur essendo il più discriminato e maltrattato in Europa, ha  rappresentato nel suo piccolo quello che l’Europa dichiara di voler essere. Il nostro popolo lotta ancora per avere il suo posto nel panorama della cultura europea. Lotta ancora per essere riconosciuto e rispettato proprio per la sua diversità, una ricchezza che l’Europa ancora si ostina a rifiutare. Anche in Italia, siamo presenti dal 1400, abbiamo partecipato alla resistenza, abbiamo subito un genocidio razziale esattamente come gli ebrei, e in Italia siamo stati internati nei campi di concentramento fascisti, e lo stato Italiano ancora si ostina a non riconoscerci nonostante l’articolo 6 della nostra Costituzione lo preveda, e nonostante le altre 12 minoranze siano già state riconosciute da 23 anni.</p>



<p><br>#RMSL #movimentokethane #romesintiperlitalia </p>



<p><br>FIRMA LA PETIZIONE Per il riconoscimento dello status di minoranza storico linguistica dei Rom e Sinti! </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://fonts.gstatic.com/s/e/notoemoji/14.0/2b07_fe0f/32.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="&#x2b07;"/></figure>



<p><a href="https://petizione.kethane.digitribe.me/linguistica?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://petizione.kethane.digitribe.me/linguistica?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><br></p>
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		<title>Raccontarsi (a modo mio): Marjola Saliu</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2022 08:50:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A cura di Jorida Dervishi Marjola Saliu, nata nel 1982 a Mallakaster, Albania da una famiglia di insegnanti. Cresciuta tra i libri, scopro prestissimo la mia passione per la scrittura. Scrivo poesie da quando&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>A cura di Jorida Dervishi</p>



<p></p>



<p>Marjola Saliu, nata nel 1982 a Mallakaster, Albania da una famiglia di insegnanti. Cresciuta tra i libri, scopro prestissimo la mia passione per la scrittura. Scrivo poesie da quando avevo 12 anni vincendo anche diversi premi regionali. Laureata nel 2004 all&#8217;Università di Valona presso la Facoltà di Infermieristica Generale con il massimo dei voti. Nonostante il titolo di studio, la passione per la letteratura non mi ha mai abbandonata.</p>



<p>Da maggio 2007 vive in Italia. Nel 2017 ho partecipato al concorso Premio Internazionale di Poesia &#8221; Giulietta e Romeo Savorgnan&#8221; organizzato dall&#8217;Accademia Città di Udine e viene classificata quinta. La poesia (Il volto dell&#8217;anima) è stata inclusa nell&#8217; antologia che loro pubblicano ogni anno .</p>



<p>Scrive in entrambe le lingue.</p>



<p>A giugno del 2020 ha autopubblicato il suo primo e-book su Amazon Kindle &#8220;Il diritto di sognare&#8221;.</p>



<p>In collaborazione con un bravissimo autore emergente Dave Given, hapubblicato il dicembre scorso la raccolta poetica &#8221; L&#8217;amore è un apostrofo nero tra le parole distinti e distanti&#8221;</p>



<p></p>



<p>Marjola afferma:</p>



<p>la poesia mi accompagna da sempre. È la mia migliore amica, la mia confidente, la mia psicologa.</p>



<p>Attraverso lei riesco a capirmi meglio e di conseguenza anche a capire gli altri e farmi capire.</p>



<p>Per una persona timida e introversa come me è stata ed è un importante canale di comunicazione con il mondo esterno.</p>



<p>Scrivendo sono riuscita a costruire ponti che mi hanno portato al cuore di tante meravigliose persone.</p>



<p>La poesia è in gran parte emozione e quindi si nutre di qualsiasi cosa che mi fa emozionare.</p>



<p>Questo può essere un soffio di vento, il mare, le onde, l&#8217;universo intero ma soprattutto le persone.</p>



<p>Le persone con le loro storie, le loro passioni, le loro preoccupazioni.</p>



<p>Divento ricca ogni volta che qualcuno leggendomi, prende il coraggio di scrivermi raccontando un pezzo del proprio cuore e della propria vita.</p>



<p>La poesia può passare solo da cuore a cuore secondo me. Non c&#8217;è altra via.</p>



<p>E se quello che scrivo sarà rimasto in almeno uno di questi cuori, ne sarà valsa la pena.</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p>Tu mi hai</p>



<p>in ogni piccola rivoluzione</p>



<p>che mi fai scoppiare dentro.</p>



<p>Tu mi hai</p>



<p>ogni volta che ti sposti</p>



<p>per mettermi al centro.</p>



<p>Tu mi hai</p>



<p>tutta, intera, senza esclusione alcuna</p>



<p>tu mi hai</p>



<p>in un modo assoluto e profondo</p>



<p>come non hai mai avuto nessuna.</p>



<p>Tu mi hai</p>



<p>in ogni piccolo respiro</p>



<p>mi hai</p>



<p>anche quando cerchi di prendermi in giro.</p>



<p>Mi hai, ti ho, ci abbiamo</p>



<p>e fino ad ora l&#8217;amore che conoscevamo</p>



<p>era un involucro vuoto e deserto</p>



<p>ora che mi hai, ora che ti ho</p>



<p>tutto l&#8217;universo abbiamo dentro.</p>



<p>…</p>



<p>Ci può essere mai musica dentro la morte?</p>



<p>O siamo noi che per paura la vestiamo di suoni?</p>



<p>Ci può essere mai una melodia</p>



<p>Quando insieme all&#8217;innocenza</p>



<p>Ti bruciano la vita e i sogni?</p>



<p>Che musica può esserci dentro l&#8217;oblio</p>



<p>Dentro la miseria,la fame,la paura</p>



<p>Che musica c&#8217;è dentro un addio</p>



<p>Che spera di trovare a questo mal di vivere, oltremare una cura.</p>



<p>Ci può essere musica dentro la morte</p>



<p>In questo viaggio insensato chiamato storia</p>



<p>Ci inventiamo alibi per non vedere la nostra brutta sorte</p>



<p>Alziamo il volume per non sentire le urla della memoria.</p>



<p>Può mai vivere la musica dentro il vuoto</p>



<p>Questo grande vuoto in cui tutti ormai viviamo</p>



<p>Il mare diventa una montagna di vite dimenticate</p>



<p>E noi intanto altre morti fintamente commemoriamo.</p>



<p>…</p>



<p>Mi sento così piccola</p>



<p>e nonostante questo</p>



<p>sembra che non ci sia</p>



<p>posto per me</p>



<p>in questo grande universo&#8230;</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Minority Safepack: un nuovo passo avanti per le minoranze linguistiche in Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2020 08:20:27 +0000</pubDate>
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<p>di Maddalena Formica</p>



<p>“Uniti nella diversità”: solo questo poteva essere il motto dell’Unione Europea, un’unione <em>sui generis</em> nel panorama internazionale, dove convivono in ventisette Stati decine e decine di popoli e dove sono parlate più di cinquanta lingue, molte delle quali minoritarie, dal basco al bretone, dal sami al frisone, ciascuna espressione di un patrimonio culturale secolare, se non millenario, che ancora oggi cerca di sopravvivere nonostante le difficoltà.</p>



<p>In Europa e nel mondo, infatti, associazioni e comunità locali denunciano da decenni che l’uso e la conservazione delle lingue regionali e minoritarie, parlate cioè nelle regioni di uno o più Stati o da un gruppo etnico minoritario significativo, sono oggi sempre più minacciati dal ruolo preponderante delle lingue ufficiali degli Stati di appartenenza dei loro locutori così come dal fenomeno della globalizzazione.</p>



<p>LA PROTEZIONE DELLE LINGUE MINORITARIE: LA LENTA EVOLUZIONE DEL DIRITTO COMUNITARIO</p>



<p>Diversi sono gli atti di diritto internazionale che oggi vogliono favorire la protezione dei diritti umani connessi all’appartenenza a una minoranza, e in particolare dei cosiddetti diritti linguistici, temendo una graduale scomparsa, naturale o forzata, di tali idiomi: UNESCO e UNHCR hanno più volte sottolineato la sempre più pressante esigenza di tutelare le comunità minoritarie e, in un contesto regionale, il Consiglio d’Europa ha promosso l’adozione della Convenzione quadro sulla protezione delle minoranze nazionali e della Carta europea delle lingue regionali e minoritarie.</p>



<p>Inizialmente, a causa della natura prettamente economica dei suoi obiettivi, la Comunità Europea è invece stata spesso reticente a riconoscere ai propri cittadini tutele specifiche in ragione della loro appartenenza a un gruppo di minoranza: i soli strumenti riconosciuti erano dunque quelli propri al diritto internazionale e ai diritti interni, rispettivamente spesso meno efficaci o poco protettori. È solo negli ultimi anni, infatti, che, grazie al continuo lavoro di associazioni e di militanti, si è assistito a una maggiore apertura in tal senso, al punto che oggi il rispetto delle minoranze è tra i criteri richiesti per divenire Stato membro dell’Unione.</p>



<p>Dal 2007, inoltre, è lo stesso Trattato dell’Unione Europea, suo atto fondamentale, a sancire all’articolo 2 che quest’ultima “si fonda sui valori […] del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze” ed è vietata, sulla base dell’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, qualsiasi forma di discriminazione sulla base di tale appartenenza.</p>



<p>LA NUOVA SPERANZA DI UN REALE PLURICULTURALISMO EUROPEO: IL MINORITY SAFEPACK</p>



<p>Malgrado le previsioni comunitarie, spesso nella pratica, però, questi riconoscimenti risultano inefficaci o quantomeno insufficienti per la reale protezione delle minoranze etniche e linguistiche, con frequenti episodi di discriminazione ed esclusione sociali in diversi Stati membri: è proprio in ragione di tali insufficienze e per favorire al meglio quella diversità culturale e linguistica che è al cuore del progetto europeo, che è nata l’iniziativa <em>Minority</em> <em>SafePack &#8211; One million signatures for diversity in Europe</em>.</p>



<p>Questo progetto nasce dall’utilizzo di un rivoluzionario strumento di partecipazione democratica dell’Unione Europea, il diritto di iniziativa dei cittadini europei (ICE), che permette ad un milione di quest’ultimi, purché provenienti da almeno un quarto degli Stati membri, di invitare per mezzo di petizione la Commissione europea a presentare una proposta legislativa in una data materia.</p>



<p>Il Minority Safepack, che ad oggi è stato firmato da più di 1 milione e 100 mila persone, ha come obiettivo di presentare alla Commissione proposte di leggi per una maggior tutela delle minoranze europee, in particolare attraverso una maggior protezione delle lingue da esse parlate.</p>



<p>Tra le proposte presentate, in particolare, vi sono:</p>



<ul><li>l’istituzione di un Centro per la diversità linguistica che abbia come missione la promozione e la conservazione di tali idiomi e il coordinamento di organizzazioni nazionali e internazionali che già operano in questo campo;</li><li>l’adozione di una raccomandazione che solleciti e promuova l’uso di tali lingue in momenti di vita pubblica, ad esempio nel contesto dell’insegnamento, della salute o della giustizia;</li><li>una maggior accessibilità ai finanziamenti europei i cui criteri oggi escludono categoricamente programmi in lingue minoritarie in alcuni settori chiave, ad esempio in quello della Cultura;</li><li>un miglioramento della vita di soggetti appartenenti a minoranze apolidi e una loro maggiore partecipazione alla vita economica, politica e sociale dello Stato.</li></ul>



<p>Tale iniziativa, ideata nell’aprile 2017 dall’ONG Unione federale delle nazionalità europee (FUEN) e sponsorizzata tra gli altri dalla Provincia autonoma di Bolzano, è stata ufficialmente registrata dalla Commissione europea il 10 gennaio 2020, diventando così il quinto esempio riuscito di tale strumento comunitario di partecipazione dalla sua creazione nel 2007.</p>



<p>L’audizione pubblica presso il Parlamento Europeo fissata nel rispetto dell’iter ICE per marzo 2020 è stata posticipata in ragione della crisi sanitaria al 15 ottobre 2020: alla presenza di membri di istituzioni quali il Parlamento europeo, la Commissione europea, il Consiglio d&#8217;Europa e il Comitato delle regioni, gli organizzatori dell’iniziativa hanno potuto illustrare in presenza e in remoto i punti delle proposte contenute nel Minority Safepack.</p>



<p>Alla luce di tali interventi, la Commissione è chiamata entro tre mesi a rispondere formalmente all’iniziativa proposta: milioni di cittadini in Europa attendono ora gennaio per sapere se gli saranno riconosciuti diritti fondamentali, quali il poter imparare la propria lingua madre a scuola o comunicare senza barriere linguistiche con le autorità amministrative, ad oggi ancora un’utopia in diversi Stati europei.</p>



<p>Link utili:</p>



<p><a href="http://www.minority-safepack.eu/?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.minority-safepack.eu/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://multimedia.europarl.europa.eu/en/eci-public-hearing-minority-safepack-joint-libe-cult-peti_20201015-0900-COMMITTEE-PETI-LIBE-CULT_vd?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://multimedia.europarl.europa.eu/en/eci-public-hearing-minority-safepack-joint-libe-cult-peti_20201015-0900-COMMITTEE-PETI-LIBE-CULT_vd?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>&#8220;La mia storia è la tua storia&#8221;. La storia di Mohamed</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Aug 2020 08:36:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>a cura di Jorida Dervishi La storia di Mohamed Nato in Marocco Età: 25 anni Con la stessa naturalezza dello zoom di una mappa computerizzata, Mohamed sa farci vedere il quadro globale dei cambiamenti&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>a cura di Jorida Dervishi</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="901" height="600" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/IMG-20200802-WA0001.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14536" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/IMG-20200802-WA0001.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 901w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/IMG-20200802-WA0001-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/IMG-20200802-WA0001-768x511.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 901px) 100vw, 901px" /></figure>



<p>La storia di Mohamed</p>



<p>Nato in Marocco</p>



<p>Età: 25 anni</p>



<p>Con la stessa naturalezza dello zoom di una mappa computerizzata, Mohamed sa farci vedere il quadro globale dei cambiamenti planetari che stiamo vivendo ed allo stesso tempo stringere le vite degli uomini per raccontare la fragile tenerezza di un giovane.</p>



<p>Raccontare l&#8217;universale della storia attraverso il particolare dei destini individuali, riportare ciò che è frammentario, (l&#8217;esperienza del singolo), alla compiuta totalità dell&#8217;umano.&nbsp;Questa è la realtà sconvolgente, capace di dare un senso a questi tempi di disorientamento e follia.</p>



<p>Mohamed è nato in Marocco, ha 25 anni. Per lui è molto difficile raccontare su se stesso. Dopo aver finito la terza media ha iniziato a lavorare come contadino insieme a suo padre. Un lavoro duro. Sicuramente non era quello che aveva sognato per il suo futuro. Ha deciso di attraversare il Mediterraneo cercando una speranza che prende inizio dentro ad un aereo con “direzione ITALIA”.</p>



<p>Era il 2011 l&#8217;anno nel quale ė arrivato per ricominciare una nuova vita. All’inizio lavorava in un ristorante marocchino a Milano. Faceva il cameriere, più che altro stava al bar. Gli piaceva servire i clienti. Lui è un ragazzo gentile che cerca di superare tutte le sue incertezze sorridendo. Adesso lavora in una impresa occupandosi del carico- scarico in magazzino. Lavora solo 4 ore al giorno. Infatti è in cerca di un altro lavoro per poter guadagnare e coprire tutte le spese.</p>



<p>‹‹Io abito da mio cugino, ho affittato una casa qui a Pioltello‹‹, dice: ‹‹mi trovo bene in Italia, sono passati otto anni, la lingua la so bene, almeno riesco a comunicare, esprimere i miei pensieri.</p>



<p>Mi sento libero di fare le cose che più mi piacciono&#8230;» <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.1.0/72x72/25aa.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="▪" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> racconta Mohamed mentre ride. «In Marocco non puoi uscire quando vuoi. I genitori ti fanno tante domande anche quando sei grande e hai già costruito la tua famiglia.<br>‹‹ Le cose a cui tengo di più sono il lavoro, la casa e i documenti. »</p>
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		<title>Brevi lezioni sul linguaggio. Intervista a Federico Faloppa</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Dec 2019 18:02:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani ha intervistato Federico Faloppa &#8211; Lecturer nel Dipartimento di Modern Languages dell’Università di Reading (Gran Bretagna), dove insegno Storia della lingua italiana e Sociolinguistica &#8211; autore del saggio Brevi&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em><strong>Associazione Per i Diritti umani</strong></em> ha intervistato Federico Faloppa &#8211;  <br>Lecturer nel Dipartimento di Modern Languages dell’<a rel="noreferrer noopener" href="http://reading.academia.edu/FedericoFaloppa?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">Università di Reading</a> (Gran Bretagna), dove insegno Storia della lingua italiana e Sociolinguistica &#8211; autore del saggio Brevi lezioni sul linguaggio, Bollati Boringhieri.</p>



<p>Ringraziamo molto Federico Faloppa per la sua disponibilità.</p>



<p>Secondo alcune fonti, nel mondo ci sarebbero oltre settemila lingue vive. In Europa le lingue parlate sarebbero quasi trecento, delle quali una trentina solo in Italia. Effettivamente, trenta lingue per l&#8217;Italia sembrano davvero tante, e molti infatti le «declasserebbero» quasi tutte a semplici dialetti. La distinzione tra lingua e dialetto è però tutt&#8217;altro che scontata, e resta comunque il fatto che la nostra penisola, come il resto del mondo, possiede una varietà linguistica sbalorditiva. Dunque, cos&#8217;è una lingua? Da dove viene questa abbondanza? In che cosa, linguisticamente, noi esseri umani siamo così diversi? E in che cosa, soprattutto, siamo simili? Queste sono solo alcune delle domande da cui prende spunto Federico Faloppa in questo libro, un vademecum per addentrarsi nei meandri della comunicazione verbale e dei suoi segreti. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="699" height="1024" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Federico-Faloppa-Brevi-lezioni-sul-linguaggio-ridotto-699x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13342" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Federico-Faloppa-Brevi-lezioni-sul-linguaggio-ridotto-699x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 699w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Federico-Faloppa-Brevi-lezioni-sul-linguaggio-ridotto-205x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 205w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Federico-Faloppa-Brevi-lezioni-sul-linguaggio-ridotto-768x1125.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Federico-Faloppa-Brevi-lezioni-sul-linguaggio-ridotto.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 982w" sizes="(max-width: 699px) 100vw, 699px" /></figure></div>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p><em>La lingua è un elemento fondante dell&#8217;identità individuale e collettiva: questo può essere un fattore positivo e negativo, ad esempio in società multiculturali?</em></p>



<p>Come cerco di raccontare in <em>Brevi
lezioni sul linguaggio</em> (Bollati Boringhieri), ci sono tanti
fattori in gioco quando si parla di linguaggio (umano), e di lingue. 
</p>



<p>Intanto, c’è da considerare
l’aspetto evolutivo. La nostra specie, <em>Homo sapiens</em>, forse
ha avuto la meglio sulle altre proprio perché a un certo punto della
propria evoluzione è stata capace di produrre e utilizzare un
linguaggio più ricco e articolato – a partire dai suoni – in
ragione di adattamenti, <em>esattamenti</em>, concause evolutive (ad
esempio un apparato vocale fonatorio più sviluppato) e in presenza
di funzioni e strutture sociali più complesse. L’acquisizione di
questa nostra abilità, quella linguistica, ha certamente
rappresentato un vantaggio sul piano evolutivo per la nostra specie.
Diventando anche un tratto distintivo della nostra identità di
esseri umani.</p>



<p>Sul piano individuale, l’acquisizione
del linguaggio e lo sviluppo delle abilità linguistiche avviene
molto presto (e con una rapidità impressionante) entro i primi anni
di età. L’abilità linguistica – e più tardi metalinguistica,
ovvero il modo di pensare il linguaggio e di riflettere sulle sue
strutture – ci permettono non solo di stare nel mondo, ma di starci
come animali estremamente sociali, creativi, e capaci di apprendere.
Cominciamo a farlo già nel grembo materno, quando percepiamo alcuni
elementi paralinguistici fondamentali, come ritmo, intonazione,
volume della voce della madre. E poi, soprattutto, entro i primi
12-18 mesi. Quando cominciamo a parlare, il nostro cervello sa già
quasi tutto ciò che ci servirà nel corso della nostra esistenza in
fatto di linguaggio. Al punto che alcuni scienziati, fra cui Noam
Chomsky, hanno ipotizzato l’esistenza di strutture innate, e di un
<em>Language Acquisition Device</em>, uno ‘strumento’ che ci
permetterebbe di imparare in pochi mesi le regole e le strutture che
ci servono nella nostra lingua madre, ‘dimenticando’ tutte le
possibili altre. Anche in questo caso, il linguaggio è parte
costituente della nostra identità di individui: individui parlanti
almeno una lingua madre, attraverso cui strutturiamo e descriviamo i
nostri pensieri, il nostro mondo, le nostre relazioni sociali.</p>



<p>Sul piano sociale, le cose sono meno
lineari. Intanto, non è facile stabilire che cosa sia positivo o
negativo, nel rapporto tra identità e linguaggio. L’equazione una
lingua = una nazione è molto recente, essendosi affermata
soprattutto tra Sette e Ottocento, con la nascita degli stati
nazionali in Europa. L’impero romano era molto meno monolingue di
quanto si pensi, per contatto linguistico diretto e costante tra le
varietà di latino parlato e le altre lingue. O basti accennare alla
Repubblica di Venezia, alla varietà di lingue e di culture che era
capace di accogliere, al mistilinguismo che era cifra normale delle
sue relazioni commerciali e politiche. Certo, il nazionalismo
ottocentesco, in Europa, ci ha convinti del fatto che una nazione
dovesse avere una e una sola lingua stabile, centralizzata, delle
istituzioni. Ma la realtà era ed è ben più articolata, come
dimostra il lento processo di costruzione di un idioma parlato
nazionale in Italia, compiutosi – forse – solo negli ultimi
decenni. O come dimostra la non equivalenza, in molta parte del
mondo, tra lingua e nazione, che molti stati federali (ad esempio
l’India) hanno faticosamente cercato di affrontare. Il discorso è
però ampio, e non voglio correre il rischio di banalizzare. Il
multilinguismo è un fatto quotidiano per moltissimi abitanti della
Terra, i quali infatti vedrebbero il monolinguismo come qualcosa di
imposto, di innaturale. E bilinguismo e trilinguismo sono fenomeni
diffusi anche nei nostri stati monolingui per statuto: possiamo
parlare con la stessa competenza più lingue, se le apprendiamo
naturalmente nei primi anni di vita. Eppure il plurilinguismo è
stato visto fino a tempi recenti come uno svantaggio per
l’apprendimento, non solo linguistico. Il dibattito è accesso,
perché quando si parla di lingue si parla anche, necessariamente, di
identità culturali e politiche, di appartenenze e di confini. Per
questo, con <em>Brevi lezioni sul linguaggio</em>, ho preferito mettere
l’accento su un’abilità universale, quella linguistica appunto,
esaltando ciò che ci rende tutti simili e mettendo in secondo piano,
per una volta, le differenze e le divisioni. 
</p>



<p><em>I bambini piccoli – privi ancora
dell&#8217;articolazione delle parole – comunicano con il linguaggio
non-verbale o para verbale. Possiamo re-imparare da loro forme di
comunicazione utili alla conoscenza e alla comprensione reciproca?</em></p>



<p>La questione è complessa. Come ho
anticipato, nei primi dodici mesi della loro vita, i bambini e le
bambine acquisiscono già gran parte delle strutture che serviranno
loro per parlare una o più lingue nel corso della loro esistenza. Ma
certamente alcuni elementi non verbali o paralinguistici
(intonazione, volume, prosodia) vengono già appresi nel ventre
materno, e certamente i <em>tocchi</em>, il contatto fisico con la
madre, la percezione della relazione tra movimenti (del viso, ma non
solo) e provenienza del suono, gli sguardi, ecc. sono elementi
fondamentali per sentire e creare empatia, senso di protezione, senso
di inclusione, socialità nei primi anni di vita. Nasciamo fragili,
con un cervello più piccolo di altri mammiferi (in relazione alla
massa corporea), con alcune abilità poco sviluppate (ad esempio, la
deambulazione, il controllo dei movimenti) e abbiamo bisogno di tempo
per renderci autonomi, per sentirci sicuri nell’ambiente. Il
contatto costante con la madre è quindi fondamentale, e avviene nei
primi mesi con mezzi non verbali, come sappiamo. Ma poi impariamo a
essere animali sociali e a relazionarci con gli altri soprattutto
attraverso il linguaggio (verbale e paraverbale o non verbale). È un
processo naturale e culturale insieme, al punto che i codici e le
loro modalità d’uso cambiano a seconda dei sistemi culturali a cui
apparteniamo (pensiamo ad esempio alla gesticolazione, un sistema di
comunicazione molto comune nell’area del Mediterraneo, ma meno
prominente in altre zone del mondo). Non serve tornare bambini, o
re-imparare alcune modalità per capirsi meglio: anzi, più
sviluppiamo il linguaggio, più abbiamo piena consapevolezza della
multimodalità della nostra comunicazione (suoni, intonazione,
volume, velocità di eloquio, e poi sguardo, movimenti facciali,
postura, gesti, gestione del corpo nello spazio, ecc.). Né esiste un
modo solo di comporre questa multimodalità: molte variabili sono
culturali. Bisognerebbe forse, questo sì, conoscere lo strumento del
linguaggio per poterlo usare al meglio, in modo adeguato ai contesti,
con ricchezza di mezzi, con la giusta sensibilità pragmatica.
Abbiamo già in dote un’abilità complessa, e straordinaria, seppur
non perfetta: esserne pienamente consapevoli ci aiuterebbe a
utilizzarla meglio, forse.</p>



<p><em>Lei vive e insegna nel Regno Unito:
queli sono, a suo parere, le differenze tra la situazione inglese e
quella italiana in termini di apertura (anche linguistica) verso
altre culture?</em></p>



<p>Difficile dirlo in poche parole. Provo
a dirlo con una battuta, a mo’ di provocazione. La Gran Bretagna è
un paese multiculturale seppur privo di <em>policy</em> adeguate sul
piano del multilinguismo. Si può anche non essere britannici, e si è
ancora benvenuti. Ma lo spazio e le risorse per lingue che non siano
l’inglese sono sempre più ridotti. A questo, negli ultimi anni, si
è aggiunta la sensazione che avere un forte accento straniero in
inglese – cosa frequentissima – sta diventando uno stigma
sociale, in tempi di Brexit. E non è raro che ci si senta
apostrofare in malo modo per non parlare un inglese britannico.
Infine, l’atteggiamento prevalente nella popolazione britannica è
che essendo l’inglese lingua globale, è di fatto inutile imparare
altre lingue straniere. Se l’imperialismo politico è solo un
lontano ricordo (con buona pace dei nostalgici dell’Impero) quello
linguistico è sicuramente – e spocchiosamente – ben vivo.
L’Italia ha raggiunto un’unità linguistica molto dopo aver
raggiunto un’unità politica, come ci ha insegnato Tullio De Mauro.
E solo oggi, forse, ha trovato nell’<em>e-italiano</em>, come
suggerisce lo storico della lingua Giuseppe Antonelli, una varietà
popolare condivisa da gran parte della popolazione. Tuttavia, la
grande variabilità regionale di italiano parlato, l’uso dei
dialetti, la presenza di lingue minoritarie (come il tedesco, il
francese, il patois, il ladino, lo sloveno, l’arbaresh, etc.)
tutelate per legge ci fa paradossalmente avere un atteggiamento più
aperto verso le differenze linguistiche. Siamo un paese storicamente
fondato sul multilinguismo, ma non ancora apertamente multiculturale.
La sfida è oggi quella di accettare ricchezza linguistica e
culturale come un insieme di correlate possibilità, e non come un
intrico di problemi o, peggio, minacce. 
</p>



<p><em>Si è occupato, tramite le sue
ricerche, di discorsi d&#8217;odio: in che modo è possibile contrastare
l&#8217;hate speech?</em></p>



<p>Questa è una domanda molto ampia.
Anche qui, per brevità, sono costretto a sintetizzare, e spero di
non farlo a danno della chiarezza. Direi che tanto si può fare, e
molto si è già cominciato a fare, a partire – per quanto mi
riguarda – dalla costituzione del “Tavolo nazionale di contrasto
ai discorsi d’odio”, una rete di esperti, attività e progetti
che coordino per conto di Amnesty International, che molte risorse
sta dedicando a quasto tema. Innanzi tutto, occorre avere una precisa
consapevolezza di ciò si intende per <em>hate speech</em>. Non è solo
un problema di definizioni (quelle attualmente in uso sono spesso
parziali, lacunose, imprecise), né di quali elementi facciano parte
di questo linguaggio d’odio (gli insulti, certamente, ma anche
elementi testuali e retorici, l’ironia, le immagini, gli
impliciti&#8230;), ma anche e soprattutto di sensibilità. A me un
insulto estemporaneo come “sporco cuneese” (sono nato a Cuneo,
n.d.a) può anche dar fastidio, ma non necessariamente può far male,
minare la mia autostima, farmi sentire inferiore, ledere i miei
diritti (ad esempio, quello di sentirmi sicuro se cammino per
strada). Ma se tutti i giorni mi sentissi apostrofare come “cuneese
di merda”, “bestia cuneese”, “idiota di un cuneese” potrei
pure convincermi che c’è del vero in quegli assunti, che se è
normale per qualcuno chiamarmi così, deve esserci una verità
oggettiva in quelle parole. Voglio dire: per cominciare a contrastare
davvero il linguaggio d’odio occorrerebbe sentire le persone che ne
vengono colpite. Capire quali sono le conseguenze, i traumi, la
violenza percepita. E poi isolare quelli che usano certe espressioni,
farli sentire minoranza, vittime loro stessi del loro stesso odio.
Importanti sono certo le risposte giuridiche: se un’espressione è
ingiuriosa, o discriminante, o diffamante, occorre utilizzare gli
strumenti che già esistono per tutelare chi ne è colpito, e per
colpire chi se ne fa latore. Fondamentale è il lavoro culturale,
educativo: smontare gli stereotipi che sono alla base della
cosiddetta “piramide dell’odio” e che alimentano il linguaggio
d’odio (gli immigrati sono infetti, quindi “sporchi immigrati”,
quindi “ributtiamoli a mare”), lavorando nelle scuole, chiedendo
ai chi fa informazione avere un ruolo responsabile, pretendere che
nel linguaggio delle istituzioni che tutti dovrebbero rappresetare e
tutelare non entrino mai certi stilemi, certe cattivissime abitudini.
Necessario è capire quali sono i nessi tra <em>hate speech</em> e
propaganda (e quindi costruzione del consenso), tra <em>hate speech</em>
e <em>hate crime</em>, tra <em>hate speech</em> e condizioni
socio-culturali di chi assume atteggiamenti d’odio sociale, tra
<em>hate speech</em> e mentalità coloniale (ancora così diffusa in
Italia come altrove), tra <em>hate speech</em> e sistemi di potere (a
tutti i livelli, dall’ufficio alle università ai media). Urgente
si sta rivelando la necessità di studiare l’<em>hate speech</em>
attraverso la lente dell’intersezionalità (per cui si può essere
bersaglio di linguaggi d’odio per diverse caratteristiche,
contemporaneamente, come ad esempio donna + lesbica + attivista). Ma
ancora più importante è, credo, rovesciare il paradigma che vuole
la vittima isolata e l’odiatore (o meglio, chi assume ripetutamente
atteggiamenti d’odio) voce univoca di un senso comune. Il
linguaggio dell’odio deve tornare a essere un’eccezione – a cui
rispondere su più livelli, con strategie di breve, media e lunga
durata, grazie a una conoscenza profonda del fenomeno – e cessare
di essere visto, e purtroppo accettato, come la regola. La regola
sono e dovrebbero essere il dialogo, il confronto (anche acceso), la
sfida sul piano degli argomenti e delle idee. Non l’insulto, il
dileggio, la violenza, il tentativo costante di umiliare l’altro.</p>



<p><em>Cosa si sentirebbe di consigliare ai
futuri giornalisti della carta stampata riguardo al modo di
utilizzare le parole? </em>
</p>



<p>Molti strumenti sono già disponibili.
L’Associazione “Carta di Roma”, ha prodotto negli anni non solo
un codice deontologico, sottoscritto da gran parte dei <em>media</em>
in Italia, ma anche ricerche e approfondimenti su buone e cattive
pratiche nel giornalismo. L’Ordine dei giornalisti ha moltiplicato
le giornate di formazione per contrastare <em>fake news</em>,
linguaggio discriminante, informazione stereotipata. Esistono inoltre
il “Manifesto di Venezia”, la carta per il rispetto e la parità
di genere nell&#8217;informazione diffuso dal 25 novembre 2017, e una serie
di raccomandazioni proposte dall’Agcom per l’informazione
radio-televisiva e sulle piattaforme social. Insomma, per chi vuole
capire e approfondire non mancano certo né le occasioni, né i
materiali o i consigli. Tuttavia, una cosa non si può né insegnare
né imparare: la capacità di ascolto, l’apertura vera verso una
società plurale, e un po’ di umiltà, necessaria in tutti gli
ambiti professionali. Per citare un caso recente, l’unica replica
possibile alla prima pagina “Black Friday” da parte del direttore
del “Corriere dello Sport” era un editoriale di scuse, senza se e
senza ma. E invece, la risposta alle critiche è stata un offeso
petulante “Razzisti a chi?”, un arrampicarsi sugli specchi
vanesio e arrogante, che non solo non ha concesso nulla al dibattito
ma ha anche peggiorato, se possibile, la posizione del giornale.
Ecco, l’incapacità di mettersi nei panni degli altri, di ascoltare
tutte le voci, di accettare la ricchezza della società come un dato
di fatto, di aprire le redazioni a giornalisti non maschi, non
autoctoni, non provenienti dallo stesso <em>background</em> culturale e
sociale è un problema reale e diffuso nella carta stampata italiana.
Ma qui non c’è raccomandazione o codice deontologico che tenga. Né
si tratta solo di uso più consapevole del linguaggio. Qui si tratta
invece di una rivoluzione professionale e culturale (quasi) tutta
ancora da fare. Come cittadino e lettore, prima ancora che come
linguista, non posso che sperare di vederne presto non dico gli
esiti, ma almeno i prodromi. 
</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/12/07/brevi-lezioni-sul-linguaggio-intervista-a-federico-faloppa/">Brevi lezioni sul linguaggio. Intervista a Federico Faloppa</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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