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	<title>linguistica Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>&#8220;La banalità dell&#8217;hate speech&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Dec 2019 07:26:33 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="878" height="400" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/2.1-hate-speech.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13361" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/2.1-hate-speech.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 878w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/2.1-hate-speech-300x137.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/2.1-hate-speech-768x350.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 878px) 100vw, 878px" /><figcaption>stop hate speech conflict violence start from comments aggressive communication by crowd vector</figcaption></figure></div>



<p></p>



<p>di Matteo Vairo</p>



<p>Fino a poco tempo fa, dopo essermi presentato, quasi come un automatismo mi sentivo dire “<em>Ah Matteo! Che bel nome!</em>” . Ultimamente invece a seconda del colore della sciarpa indossata dal <em>tifoso</em> del momento, non ho risposte, ma solo sguardi che vorrebbero dirmi “<em>Mi dispiace</em>!”</p>



<p>Banale come inizio ma..significativo.</p>



<p>Significativo perché ormai sembra che
tutto sia in qualche modo <em>contaminato</em>.. contaminato da un
bisogno spasmodico di polemizzare e/o politicizzare qualsiasi
pensiero venga espresso, qualsiasi tema diventa <em>scottante </em>che
siano migranti, vaccinazioni o animali</p>



<p>E se quello del nome può essere un
esempio banale, cercherò di raccontare un qualcosa di più..concreto.</p>



<p>Sono un operatore umanitario, mi occupo
di vulnerabilità da più di 10 anni ed in questo lasso di tempo ho
avuto modo di rapportarmi con persone fragili di qualsiasi
nazionalità, ideale politico ed estrazione sociale possibile ed
immaginabile.</p>



<p>Fino a poco tempo fa (dopo essermi
presentato) non appena qualificatomi mi sentivo dire “<em>Ce ne
vorrebbero di persone come te.. tanta stima… se posso contribuire…</em>”
. Ultimamente invece a seconda del colore della sciarpa indossata dal
tifoso del momento, ho sì risposte.. e che risposte: “<em>ecco il
buonista.. sei uno dei nemici della nazione.. aiuti X ma non Y..
zecca..</em>” e queste sono le più educate.</p>



<p>La riconoscenza verso chi si prodiga
per il prossimo penso sia umanamente comprensibile pur senza arrivare
a <em>santificare </em>la “categoria” che rappresento, perché c’è
questo falso mito che un operatore umanitario sia un “<em>senza
macchia</em>”: nulla di più sbagliato, sono un essere umano, siamo
esseri umani e come tali non assolutamente in grado di poter
<em>scagliare la prima pietra</em>; a volte mi faccio paura da solo per
le amenità che magari riesco ad abortire anche solo per rabbia,
perché il primo pregiudizio è credere di non avere pregiudizi.
Proprio per questo ho sempre fatto fatica a digerire questo <em>alone
di santità</em> che mi hanno spesso appioppato e che spesso ci
appioppano.</p>



<p>Indipendentemente da questa mia
percezione, come si passa dall’essere identificato da <em>buono</em>
a <em>buonista</em>?</p>



<p>A <em>nemico della nazione</em>? 
</p>



<p>E a <em>zecca</em>? A <em>zecca</em>!! 
</p>



<p>Personalmente questa
de-responsabilizzazione dell’uso delle parole mi destabilizza. Mi
stordisce. Mi scava.</p>



<p>Mi scava perché sembra non esserci più
spazio per esprimersi, perché dall’altra parte c’è già
qualcuno (spesso più di uno) pronto a riversarti barili di bile
addosso pur sostanzialmente essendo avulso da quell’espressione.</p>



<p>Perché se X da Roma decide di
condividere su Facebook la foto della nuova scala che ha comprato, Y
da Milano e Z da Palermo si sentono quasi in diritto di palesare il
loro dissenso verso quel modello/colore/posizionamento della scala
con turpiloqui ed altre amenità?</p>



<p>Quella della scala non vuole essere una
banalizzazione di questo fenomeno, ma uno spunto di riflessione su un
fenomeno che molti si affrettano ad etichettare, ma che io non riesco
ancora ad inquadrare. Beati anzi quelli che hanno risposte a tutto…io
quando distribuirono il manicheismo mi sa che ero in bagno.</p>



<p>Ci si affretta ad etichettare subito
tutto con <em>fascismo</em>, <em>nazismo</em>, <em>comunismo</em>…ma
attenzione, ripetendo certe parole all’infinito non si rischia di
svuotarle del loro significato primo?</p>



<p>Come si è arrivati ad inneggiare alla
violenza, o addirittura alla morte, nei confronti chi la pensa o
agisce in modo diverso?</p>



<p>Come è difficile dire se sia nato
prima l’uovo o la gallina è molto complesso definire se
l’influenza e l’impatto di Facebook e degli altri social media
abbiano contribuito alla formulazione di un certo linguaggio o se
invece la galassia social abbia fatto solo da megafono sociale e reso
più visibile ciò che già serpeggiava all’interno della società.</p>



<p>Innegabile è invece il fatto che
nell’ultimo decennio si è palesata un’aggressività verbale
individuale ed individualizzata poco etichettabile, facile da
prevedere (difficile da mediare), ma soprattutto veloce e, a seconda
dei casi, sovrastrutturata, capace di fare rete, di aggregare,
attraverso istinti che fuori dalla piazza virtuale magari restavano
silenti.</p>



<p>Aggressività non ostacolate dallo
stigma sociale, anzi.</p>



<p>Un esempio sono le istituzioni che da
essere argine (o mediatori) si sono fatte spesso cassa di risonanza
della cosiddetta “<em>pancia del paese</em>” (anche se parlerei più
di intestino crasso) e delle sue espressioni più basse e bieche, al
punto di modificare le proprie agende e cavalcarne l’onda per
suscitare comprensione ed incrementare consenso anziché mettere in
atto campagne di contrasto efficaci; anzi magari a volte donando
neologismi in pasto all’arena come “<em>PDioti..fascioleghisti…</em>”,
epiteti che hanno la presunzione di giudicare e facilmente
etichettare tutta la vita passata, presente e futura, di una persona.
Come non ricordare che uno dei partiti attualmente al governo è nato
sostanzialmente da un “<em>Vaffanculo</em>!” capace di unire e
raccogliere con decisamente inattesa infettività sia virtuale che
reale? Questa rottura, come riporta Federico Faloppa ha creato “<em>una
liberazione prima (“Vaffanculo!”) un’abitudine poi, e infine un
assuefazione sia nel produrre razzismo linguistico, sia nel
diffonderlo, nell’ascoltarlo, nel leggerlo</em>”</p>



<p>Questo non riguarda un solo colore
ideologico, ma sta appartenendo tendenzialmente a tutti perché per
ogni “<em>bruciamoli…che ti stuprino…apriamo i forni..</em>” c’
è un “<em>a testa in giù.. nelle fogne..</em>” denotando un
“tetro arcobaleno” di provenienze linguistiche ed una
contrapposizione tra chi è sicuramente nel giusto e chi quasi non
merita di vivere.</p>



<p>Il fatto è che le opinioni sono sempre
esistite (e sempre si spera esisteranno), ciò significa che con esse
esisterà anche il dissenso ed il confronto purchè entrambi siano
espressi in modo civile e con il rispetto come base imprescindibile.
Al momento invece sembra di avere a che fare con i capi classe dei
malinformati, dei ripetenti per scelta, portatori della verità
assoluta senza magari aver mai messo naso fuori di casa.</p>



<p>Non mi piace. Non mi piace questa
tecnica di manifestare il proprio pensiero.</p>



<p>Al tempo stesso, da inguaribile
romantico e comunque fiducioso del genere umano, non voglio credere
ad una definitiva deriva malvagia del genere umano (anche se mio
malgrado a volte mi trovo a dar ragione ad Emil Ferris quando afferma
“<em>tutti noi siamo dei mostri, ma quelli cattivi non sanno di
esserlo</em>”).</p>



<p>C’è dell’altro…c’è del
malessere, c’è della povertà ed un senso di abbandono collettivo
oggettivo che non viene captato a livello governativo e che trova
sfogo, in modo individuando di volta in volta un tendenzialmente
errato nemico che in quel momento è individuato come ostacolo alla
propria affermazione.</p>



<p>Ovviamente la via non è questa. Ma
queste persone, perché di persone parliamo, merita attenzione.
Merita una risposta, altrimenti la deriva sarà ancora più buia di
questa.</p>



<p>Calmiamoci tutti, uniamo le
vulnerabilità e facciamone un coro unico. Non cerchiamo risposte
semplici a problemi complessi ed a volte biblici.</p>



<p>Concludendo mutuando da Gaber: non temo
il <em>fascismo</em> o il <em>comunismo</em> in sé, temo il <em>fascismo</em>
o il <em>comunismo</em> in me, in noi.</p>



<p>Io…speriamo che me la cavo!</p>
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