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	<title>Livia Grossi Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<title>Livia Grossi Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Livia Grossi e il suo giornalismo a teatro</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2016 05:59:08 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/reportage-teatrale-2-628x353.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5601" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5601" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/reportage-teatrale-2-628x353.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reportage-teatrale-2-628x353" width="628" height="353" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/reportage-teatrale-2-628x353.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 628w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/reportage-teatrale-2-628x353-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 628px) 100vw, 628px" /></a></p>
<p><i>L&#8217;Associazione per i Diritti umani</i> ha avuto l&#8217;occasione di rivolgere alcune domande alla giornalista Livia Grossi che, in questo periodo, sta portando in alcuni teatri milanesi l&#8217;esperienza del reportage sul palco. Si chiama proprio <i>Reportage teatrale. Il giornale parlato. Rassegna d&#8217;informazione in scena. </i>il progetto di Livia Grossi, al Franco Parenti di Milano: il teatro è Arte e comunicazione e, come tale, suscita emozioni e dovrebbe fare riflettere.</p>
<p>Ecco a voi le risposte della giornalista che ringraziamo molto.</p>
<p>Come si possono coniugare giornalismo e teatro?</p>
<p>Pratico la professione di giornalista da 25 anni, occupandomi di Spettacolo e Cultura per il Corriere della sera (da diciotto anni), precedentemente per Il Tempo, l&#8217;Unità e altre testate e – sia come giornalista sia come lettrice – mi sono resa conto che a volte si girano le pagine dei quotidiani con un po&#8217; di superficialità per cui ho pensato che fosse interessante provare ad informare le persone tramite la forma del reading teatrale: dare voce a chi non ne ha – perchè certe notizie non trovano ampi spazi nella stampa nazionale – attraverso le storie che ho raccolto anche durante i miei viaggi nel mondo, in particolare in Africa subsahariana. L&#8217;idea, infatti, è nata dalle figure dei <i>griots</i>, i cantastorie afrcani, che di villggio in villaggio, tramandano le tradizioni, la Memoria, le vicende delle famiglie e anche insegnamenti di vita. Inoltre, in passato, ho seguito anche un&#8217;esperienza di teatro degli incontri, dove le persone comuni sono chiamate a scrivere e mettere in scena alcuni testi a carattere sociale, e tutto questo materiale è diventato il reportage che proponiamo nei teatri della città.</p>
<p>Qual è il filo conduttore che lega le storie raccontate?</p>
<p>I diritti civili e umani. Le prime tre sono al femminile. Presso il Centro di accoglienza e di aiuto in Via Sammartini a Milano, pochi anni fa, ho avuto una conversazione con una signora sudamericana (è tutto quello che posso dire sulla sua identità) che ha trascorso otto anni in un carcere del proprio Paese per l&#8217;accusa di terrorismo: all&#8217;epoca aveva 26 anni e allattava il figlio appena nato. E&#8217; riuscita ad essere liberata e a scappare, ma il marchio le è riamsto addosso: per la “sua gente” rimane il tatuaggio di terrorista e ha divuto attendere due anni prima di vedersi riconosciuto lo status di rifugiata. Poi ascoltiamo le parole di Puska, nubile, albanese e donna, simbolo di un caso antropolgico di grande rilevanza perchè, per poter lavorare e gestire la famiglia da sola &#8211; lei non si è sposata, ma molti altri  uomini sono morti nel conflitto, nella mafia e per malattia – secondo la legge del <i>Kanun</i>, è stata costretta a cambiare genere: Puska è diventata un uomo. Si veste, parla e si comporta come un uomo. Ora ha 76 anni, ma la sua anima parla ancora al femminile perchè tutti la riconoscono come maschio, si rapportano a lei come tale, ma non è cambiata la sua identità biologica. E ancora: nella foresta del Senegal, una donna di 46 anni, analfabeta, perde le due figlie, di 6 e 7 anni, a causa dell&#8217;infibulazione. La signora lascia il marito e torna nella propria famiglia di origine, per fortuna una famiglia di persone illuminate. Dopo qualche tempo incontra un altro uomo, ma gli fa giurare che se fosse rimasta incinta di una femmina non avrebbe praticato alcuna mutilazione genitale, il marito accetta e metteranno al mondo altre due figlie.</p>
<p>Da allora, la signora senegalese si sposta, di capanna in capanna, per parlare con le altre donne, per dar loro informazioni, per fare attività di prevenzione. Dieci anni di lavoro insieme all&#8217;UNICEF, a una ONG locale e a un movimento al femminile del parlamento di Dakar hanno portato a sancire l&#8217;infibulazione come reato, anche il 28 o 30% della popolazione – cristiana e musulmana – continua a praticarla.</p>
<p>C&#8217;è una storia più forte o grave delle altre?</p>
<p>Direi di no. Ogni racconto ha la propria peculiarità, è grave per le conseguenze subìte dalle persone che ne sono state protagoniste e ogni vicenda mette in luce un problema o un diritto negato.</p>
<p>L&#8217;Occidente e il Sud del mondo: errori e opportunità&#8230;</p>
<p>L&#8217;errore più grave è l&#8217;indifferenza: legare certi temi soltanto alla giornata della ricorrenza (ad esempio l&#8217;8 marzo). C&#8217;è una parte di società civile attenta e impegnata, ma è una minoranza.</p>
<p>E&#8217; come se, negli ultimi 20 anni, ci avessero somministrato un sedativo per la mente e la coscienza, quasi che determinati argomenti fossero disturbanti e, quindi, fosse meglio non parlare di tematiche serie e importanti. Invece è necessario aprire gli occhi, guardare il mondo diversamente, anche perchè abbiamo la fortuna di accedere all&#8217;istruzione e alle informazioni, possiamo muoverci ed è nostro dovere farlo, fare qualcosa di attivo, prima per allenare la nostra capaicità critica e poi per trasformare i nostri comportamenti e le nostre azioni. L&#8217;indignazione non deve rimanere individuale e sterile, ma collettiva e produttiva di cambiamento.</p>
<p><b>I prossimi appuntamenti del “Reportage teatrale” sono: </b></p>
<p><strong>7 aprile: </strong>ci si sposta in Albania con la storia di Puska; ospite l’antropologo Franco La Cecla.</p>
<p><strong>21 aprile:</strong> Livia Grossi porta sul palco la vicenda della senegalese Marietu ‘Ndaye, che dopo la morte delle figlie per infibulazione ha deciso di ribellarsi a questa terribile pratica. Interviene Alessandra Kustermann, primario alla Mangiagalli.</p>
<p><strong>12 maggio</strong> «Nonostante Voi. Storie di donne coraggio», con la regia di Gigi Gherzi. Una riflessione  sui ruoli sociali e sul valore della donna come individuo.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ricchi di cosa, poveri di cosa? Burkina Faso, Senegal, Italia. Reportage teatrale tra giornalismo, fotografia e musica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Mar 2014 07:34:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>testo e voce Livia Grossi foto e video Emiliano Boga musica Jali Omar Suso scrittura scenica Emanuela Villagrossi Emiliano Boga &#160; Senegalesi che tornano a casa dopo anni di emigrazioni, lavori degradanti in Europa&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
testo<br />
e voce <b>Livia<br />
Grossi</b></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
foto<br />
e video <b>Emiliano<br />
Boga </b>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0.5cm;">
musica<br />
<b>Jali<br />
Omar Suso </b>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
scrittura<br />
scenica <b>Emanuela<br />
Villagrossi</b></div>
<p></p>
<table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/03/w670_20140130130812.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/03/w670_20140130130812.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="152" width="320" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;">Emiliano Boga</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
&nbsp;</div>
<p>
Senegalesi<br />
che tornano a casa dopo anni di emigrazioni, lavori degradanti in<br />
Europa e tante umiliazioni;  europei che decidono di andare in<br />
Burkina Faso per essere poveri sì, ma più felici. Questa la<br />
situazione paradossale che viene raccontata da Livia Grossi in un<br />
<em>reportage</em><br />
che, alla forza della sua indagine giornalistica unisce le bellissime<br />
foto &#8211; un paio qui pubblicate – e i video di Emiliano Boga.<br />La<br />
giornalista del Corriere della sera accompagna gli spettatori in un<br />
viaggio reso affascinante anche dalle note della <em>kora</em><br />
(tipico strumento africano) di Jali Omar Suso che come tanti altri<br />
nel suo Paese è un “griot”, un cantastorie. Storie che dovremmo<br />
solo imparare ad ascoltare con attenzione. </p>
<p><a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="%25253A23"></a>Abbiamo<br />
intervistato per voi Livia Grossi che ci ha anche scritto:</p>
<div style="margin-bottom: 0.21cm;">
“Emiliano<br />
è stato il mio compagno di viaggio, amico e fotografo: è scomparso<br />
recentemente per un incidente. Ogni replica di questo reading la<br />
dedico a lui”.&nbsp;&nbsp; </p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
<p><b>Quando è come si è sviluppato<br />
il suo progetto sul teatro africano?</b></p>
<p>Da oltre vent&#8217;anni viaggio per il<br />
continente africano, ma solo nel 2012 ho deciso di partire per il<br />
Burkina Faso, &#8220;il paese degli uomini integri&#8221;, come l&#8217;aveva<br />
battezzato Thomas Sankara, ex presidente del Paese assassinato nel<br />
1987. A farmi prendere la decisione di partire è stata una notizia a<br />
dir poco bizzarra: in Burkina, il 6° paese più povero al mondo, ci<br />
sono oltre 200 compagnie che lavorano e si mantengono facendo teatro.<br />
Per una giornalista come me che scrive di cultura e teatro è quasi<br />
una provocazione: ho deciso di prendere l&#8217;aereo e partire, ovviamente<br />
a mie spese , senza alcuna sicurezza di pubblicare l&#8217;articolo, fa<br />
parte del pacchetto &#8216;rischi e libertà&#8217; del free lance.</p>
<p>
<b>Che cosa significa &#8220;fare<br />
teatro&#8221; nei paesi africani, in particolare in Burkina Faso e in<br />
Senegal?&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </b></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/03/untitled-23.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/03/untitled-23.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></b></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
Burkina Faso, ma anche in Senegal spesso gli spettacoli sono un mezzo<br />
d’informazione e formazione sociale. Si parla di aids, emigrazione,<br />
infibulazione, decessi per parto, ma anche di come ci si cura con le<br />
erbe. Si fa teatro ovunque, sotto i baobab nei villaggi, in piazza<br />
tra la polvere rossa della strada, sotto le stelle del teatro della<br />
capitale Ouagadogou, o tra i panni stesi nella Casa della Parola di<br />
Bobo Doulasso, l&#8217;antica corte di Sotigui Kouyaté, il griot scelto da<br />
Peter Brook per il suo Mahabharata.<br />
Il teatro è essenziale<br />
per la vita del popolo burkinabé, e qui se c&#8217;è da pagare qualche<br />
centesimo per il biglietto nessuno si tira indietro, perchè tutti ne<br />
riconoscono il valore.<br />
&#8220;Le<br />
“case della parola” nate nei villaggi come luoghi dove discutere<br />
responsabilità e conflitti, proprio come in tribunale, in Burkina<br />
Faso sono diventati palcoscenici dove raccontare e raccontarsi. La<br />
sede africana di quell’agorà, dove il Teatro delle Origini è<br />
nato. Un rito sociale antico che noi con il tempo abbiamo<br />
dimenticato, lasciando il palcoscenico a forme d’ intrattenimento<br />
non sempre di buon gusto&#8221;.</div>
<p>
<b>Il teatro può essere una forma<br />
di giornalismo?</b></p>
<p></p>
<div lang="it-IT" style="font-weight: normal; margin-bottom: 0cm; orphans: 0; widows: 0;">
Certo,<br />
qui si fa teatro per conoscere tutto ciò che è utile sapere, e gli<br />
attori e i cantastorie (i griot), in qualche modo diventano miei<br />
colleghi. Come m&#8217;interessa ritrovare quel<br />
“Teatro delle origini” che al di là di ogni luogo comune,<br />
stabilisca una rinnovata forma di condivisione della realtà<br />
attraverso il racconto e la sua rappresentazione. m&#8217;interessa un<br />
“giornalismo delle origini”, capace di trasmettere, con<br />
sentimento e ragione, nuove e necessarie motivazioni. Da qui nascono<br />
i miei reportage teatrali, una<br />
forma di giornalismo detto in scena, come se il palco fosse una<br />
pagina di un magazine, con contributi fotografici, interviste in<br />
video e la giornalista che &#8216;dice il pezzo&#8217; guardando negli occhi il<br />
lettore.</div>
<p>
<b>Quali sono, oggi, gli stereotipi<br />
sugli africani in Italia? Ed esistono anche stereotipi al contrario?</b></p>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm; orphans: 2; widows: 2;">
I<br />
media spesso fanno passare un&#8217;immagine che conferma e rassicura su<br />
posizioni di ricchezza e povertà. Il bambino nero con la pancia<br />
gonfia e la mosca sull&#8217;occhio e il bianco grasso e opulento con la<br />
sua Range Rover. Certo, questo è uno degli aspetti della realtà ma<br />
non l&#8217;unico. La seconda parte del mio reportage offre al<br />
lettore/spettatore un &#8216;altro punto di vista. Racconto che in tempo di<br />
crisi l&#8217;emigrazione inizia a invertire le rotte. </div>
<p>I senegalesi incominciano tornare a<br />
casa perché il gioco non vale più la candela, gli italiani pensano<br />
all’Africa per fuggire da solitudine e povertà. Non sto ovviamente<br />
dicendo che gli aerei oggi si stanno riempiendo di italiani in fuga,<br />
ma cerco di far riflettere dando voce alle testimonianze di alcuni<br />
&#8220;emigrati al contrario&#8221;: insegnanti precari tagliati dalla<br />
Gelmini che per sei mesi all&#8217;anno fanno imparare a leggere e scrivere<br />
ai bambini della spiaggia (i figli dei pescatori), ragazzi in cerca<br />
di futuro e socialità che aprono ostelli per viaggiatori zaino in<br />
spalla, e a chi con 300 euro di pensione dichiara: &#8216;Ci vuole molto<br />
più coraggio a vivere in Italia con la mia pensione che stare in<br />
Senegal&#8217;. Un pensionato comasco che ho intervistato in un piccolo<br />
villaggio di pescatori, nella sede della sua associazione, un punto<br />
di riferimento per tutti i bambini di strada, qui possono avere una<br />
doccia, abiti puliti, cibarsi, giocare e imparare a scrivere in wolof<br />
e in francese. Tra un italiano e&nbsp;l&#8217;&nbsp;altro ci sono le testimonianze anche<br />
di alcuni senegalesi che dopo anni in Italia hanno deciso di tornare<br />
a casa, preferendo qualità di vita rispetto a qualche euro in più<br />
in tasca. Dal 2011 in Italia se ne sono andati circa 800mila<br />
immigrati <b>, ma anche se i<br />
dati non sono mai certi, pare i numero siano destinato a salire.</b></p>
<p><b>Il lavoro si intitola <em>Ricchi<br />
di cosa e poveri di cosa?:</em> perché questa scelta?</b></p>
<p>Nel nostro Occidente alla deriva<br />
credo sia necessario pensare a una nuova definizione delle parole<br />
“ricchezza” e “povertà”, il Pil non può essere l&#8217;unica<br />
unità di misura; credo sia giunto, da tempo, il momento di chiedersi<br />
&#8220;Ricchi di cosa e poveri di cosa?&#8221;, O meglio è questa la<br />
vera domanda a cui dovremmo impegnarci a rispondere. In scena dico:<br />
&#8220;Qui da noi la Festa oggi pare essere proprio finita, non ci<br />
resta che imparare a guardare con altri occhi&#8221;. Il reportage non<br />
a caso inizia con il prologo (in video) dedicato a Thomas Sankara,<br />
“il Che Guevara africano”, con alcuni estratti del suo discorso<br />
sul debito pubblico.</p>
<p>
 Rai 3 domenica 9<br />
febbraio 2014 ha dedicato la puntata di &#8220;Persone&#8221; ,<br />
approfondimento del TG3, &nbsp;registrata in occasione della messa in<br />
scena di &#8220;Ricchi di cosa?&#8221; all&#8217;interno dell&#8217;Edge festival<br />
Teatro/carcere.</p>
<p>Il link è :</p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0.5cm;">
<u><a href="https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=8424209312067535033#_blank&utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.tg3.rai.it/dl/tg3/rubriche/PublishingBlock-407cb9d7-d4f2-4185-9883-c7f199892c8d.html#?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></u></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.58cm;">
La<br />
prossima data di &#8220;Ricchi di cosa e poveri di cosa&#8221; sarà il<br />
15 marzo allo Spazio Har Baje, via Zuretti 47, nella stessa via dove<br />
è stato ucciso un<br />
ragazzo africano di 19 anni, per avere rubato un pacco di dolciumi da<br />
un chiosco. Abba. Dopo il reading ci sarà una cena africana.
</div>
<p></p>
<div style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0cm;">
Le<br />
nuove storie di resistenza al femminile di Livia Grossi saranno in<br />
scena per la prima volta allo Spazio Oberdan, di Milano il 19 marzo<br />
ore 20.15. per il  festival Sguardi Altrove.</div>
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