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	<title>Luigi Gherzi Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Atlante della città fragile: intervista a Gigi Gherzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Oct 2014 07:33:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/10/images-14.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/10/images-14.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="200" width="136" /></a>Uscito da pochissimo per una casa<br />
editrice che ha un nome molto bello: Sensibili alle foglie. Stiamo<br />
parlando del romanzo di Gianluigi Gherzi, già conosciuto come attore<br />
teatrale. Il titolo del suo lavoro è <i>Atlante<br />
della città fragile</i> da cui<br />
è stato tratto anche lo spettacolo “”Antigone nella città” in<br />
scena fino al 2 novembre al Teatro Out Off di Milano.</p>
<p>“Riprendi a viaggiare!”, si<br />
dice il protagonista. Dove? Nelle strade della tua città! A far che?<br />
A dare voce a un malessere, a un brusio che suona confuso,<br />
indistinto. Viaggiare per incontrare vite, ascoltarle, sentirle<br />
prendere forma all’interno del cuore della città. Vite fragili,<br />
dappertutto. Vite che tessono un altro disegno, mappa, atlante della<br />
città, percorsi che portano a un luogo straordinario, il parco del<br />
più grande ex ospedale psichiatrico della città, dove tra alberi,<br />
panchine, musei degli orrori, appaiono infermieri specializzati nello<br />
scassinare porte da troppo tempo chiuse, segretarie innamorate della<br />
bellezza e dei giovani spettinati, receptionist in guerra coi mondi<br />
ambigui e spietati della prestazione e della performance, un ragazzo<br />
tornado bloccatosi di colpo che riprende a camminare. Tutti<br />
accompagnati e benedetti dall’antichissimo Zio Jodok. Poesia, canto<br />
lirico, storia autobiografica, pericolose avventure, strazi sottili,<br />
confessioni e canzoni per una vita che rinasce. Ogni giorno.<br />
Nell’attenzione alla “fragilità”, che è misura necessaria e<br />
preziosa del vivere.</p>
<p>Abbiamo realizzato, per voi, questa<br />
intervista a Gigi Gherzi che ringraziamo molto per la disponibilità.</p>
<p>Cosa vuol dire essere “fragili”?</p>
<p>Essere fragili, in realtà, è<br />
qualcosa che appartiene profondamente all&#8217;umano. E&#8217; una condizione di<br />
esposizione, di rischio che è stata vista, ultimamente come un<br />
disvalore, come un segno di debolezza, come un segno di fallimento e<br />
di inadeguatezza rispetto agli impegni e all&#8217;immagine che la società<br />
ti chiede di avere e questo ha creato molta sofferenza perchè,<br />
invece di consolidare la fragilità anche come un atto costitutivo<br />
della perona, è considerata una colpa, un peccato di cui<br />
vergognarsi. Tutto questo trasforma la fragilità in patologia, in un<br />
senso di fallimento psicologico. </p>
<p>I protagonisti delle sue storie<br />
sono vittima di un&#8217;ingiustizia sociale? Le istituzioni potrebbero<br />
fare qualcosa di più per le persone che fanno parte della “città<br />
fragile”?</p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Non sono<br />
vittime di un&#8217;ingiustizia sociale specifica, sono quello che rimane<br />
quando si scuote fortemente un corpo sociale per cercare di renderlo<br />
omogeneo e rimane qualcosa impigliato dentro a quelle reti e sono<br />
proprio quelle persone che non hanno voluto omologarsi.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Non c&#8217;è<br />
nessun intento di denunciare una persecuzione specifica, ma si<br />
denuncia semmai quel meccanismo che appiattisce la diversità<br />
dell&#8217;essere umani e si cerca, invece, un&#8217;attenzione alle potenzialità<br />
delle persone e alle loro particolarità. In questo senso tutti<br />
viviamo in una situazione di ingiustizia, di disagio; tutti siamo<br />
fuori dai nostri panni perchè spesso siamo chiamati a preformances<br />
che non appartengono alla nostra vita.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
passato era molto più facile individuare i portatori di fragilità<br />
estreme e c&#8217;era una forte suddivisione tra loro e il mondo della<br />
normalità; oggi, invece, se si parla con molti psichiatri dicono che<br />
la maggior parte dei pazienti viene chiamata “normaloide” perchè<br />
sono si tratta di persone che sembrano assolutamente normali, ma al<br />
loro interno portano i segni di un enorme disagio, segni legati alla<br />
complessità dei problemi attuali e a quel sistema sociale che chiede<br />
massima operatività e omologazione. La nostra non è una società<br />
che rispetta la fragilità, è una società della forza, della<br />
violenza che è presente nelle relazioni, soprattutto in quelle<br />
lavorative perchè è un modello competitivo.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Oggi il<br />
disagio mentale fa paura?</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Sì, fa<br />
molta paura. Fa paura perchè porta con sé lo stigma di una condanna<br />
al non poter essere protagonisti, al non poter fare carriera e al non<br />
poter essere socialmente presentabili.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
questi motivi, oggi, c&#8217;è un uso nuovamente smodato dello<br />
psicofarmaco, come farmaco adattativo che tampona o nasconde questa<br />
realtà. Secondo me, è un disagio molto diverso dal passato perchè<br />
anche la malattia sembra aver preso contorni più insidiosi e sfumati<br />
in quanto si incrocia con un disagio legato all&#8217;esistenza stessa.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Come ha<br />
raccolto le storie per il suo libro (e per lo spettacolo)?&nbsp; </p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/10/images-15.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/10/images-15.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Le<br />
storie sono state raccontate in due modi: da una parte, cercavo<br />
persone appartenenti a una certa normalità e che testimoniassero la<br />
loro capacità ad essere fragili all&#8217;interno di questo mondo come, ad<br />
esempio, una ragazza che fa uno stage all&#8217;interno di un&#8217;agenzia<br />
pubblicitaria, una professoressa precaria, e anche un manager di<br />
multinazionale. Questo per uscire da un&#8217;idea di fragilità di coloro<br />
che dichiaratamente soffrono di un disturbo, vanno al CPS o hanno<br />
subito un trattamento o un ricovero. Dall&#8217;altra parte, ho<br />
intervistato persone che vivono o lavorano all&#8217;interno dell&#8217;ex<br />
ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Milano dove l&#8217;associazione<br />
Olinda, da tanto tempo, lavora sui diritti dei malati, sperimentando<br />
percorsi di reinserimento dentro a una normalità professionale,<br />
relazionale e anche di creatività culturale.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Si<br />
tratta, però, di un romanzo per cui mi sono preso tutta la libertà<br />
di incrociare le storie e, nel passaggio dall&#8217;intervista alla tecnica<br />
narrativa, ho dovuto operare dei “tradimenti”, ma per mantenere<br />
la verità.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
</div>
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