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	<title>Luigi Manconi Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Mamma Regeni: “Giulio fa cose ma non può farle tutte lui”</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Feb 2020 07:47:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Capanna (da Other-news.info) “Il governo italiano non prende una posizione ferma nei confronti dell’Egitto sul caso Regeni, le indagini procedono a fatica. Chi sa parli“. Giulio Regeni potrebbe essere il figlio, il&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>di Cecilia Capanna  (da Other-news.info)</p>



<p>“<strong><em>Il governo italiano non prende una posizione ferma nei confronti dell’Egitto sul caso Regeni, le indagini procedono a fatica. Chi sa parli</em></strong>“.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.other-news.info/notizie/wp-content/uploads/2020/02/WqZpni6lSU2wTZhXET9YWA_thumb_3840.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1593"/><figcaption>Claudio Regeni, Alessandra Ballerini, Paola Deffendi, Marino Sinibaldi, Valerio Mastandrea<br>(Foto di Cecilia Capanna)</figcaption></figure></div>



<p>Giulio Regeni potrebbe essere il figlio, il fratello, l’amico di chiunque di noi. Quattro anni fa è scomparso in Egitto un nostro ragazzo, uno dei migliori, uno dei più brillanti, che non trovando lavoro in Italia, aveva accettato un incarico da ricercatore per un’università straniera, quella di Cambridge. Conosceva sei lingue, era uno dei cervelli in fuga dall’Italia, carico di voglia di conquistare il mondo, destinato al successo per i suoi mille talenti.</p>



<p>Questo è il cruccio della mamma di Giulio. Paola non se ne dà pace: se solo l’Italia fosse un paese che punta sui propri giovani, se solo non si facesse scappare i migliori di loro, costringendoli a vivere lontano dalla propria famiglia, dai propri affetti, dalla propria terra.</p>



<p>Giulio aveva appena compiuto 28 anni nel 2016, quando è stato sequestrato, torturato per giorni ed ucciso mentre stava lavorando. Perché fare il ricercatore è un lavoro.&nbsp;<strong>Quindi Giulio è morto sul lavoro.</strong></p>



<p>Si sono succeduti quattro di governi dal giorno della sua scomparsa, un ambasciatore è stato a suo tempo ritirato ma successivamente sostituito da uno nuovo,&nbsp;<strong>Giampaolo Cantini</strong>, il cui mandato principale era quello di risolvere questa gravissima questione e che invece sembra non rispondere alle email dei Regeni.</p>



<p>Di questo hanno parlato Paola Deffendi e Claudio Regeni, accompagnati dalla loro legale Alessandra Ballerini, all’<a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/04/giulio-regeni-i-genitori-lambasciatore-in-egitto-neanche-ci-risponde-ragioni-di-alfano-per-rinviarlo-li-fuffa-velenosa-renzi-da-premier-ci-volle-incontrare-senza-avvocati/5694724/?fbclid=IwAR1sOA931g1E7ohJ5sHn0k7ZqcwKBbRDa-xmrpCoFw7kFUywHdlBRpa5phw&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>audizione da parte della commissione parlamentare di&nbsp;inchiesta per la morte del ragazzo</strong></a><strong>,</strong>&nbsp;tenutasi lo scorso martedì mattina. “Se la politica non collabora, i pm non vanno avanti” ha detto la mamma di Giulio rivolgendosi al Parlamento. Alessandra Ballerini ha anche parlato di&nbsp;<strong>“altri italiani presi in passato e liberati grazie ad un meccanismo oliato” di interventi ufficiosi delle nostre autorità per liberare i connazionali e che “nel caso di Giulio non ha funzionato</strong>“.&nbsp;</p>



<p>I due politici italiani che si sono interessati sin dall’inizio al caso Regeni sono il&nbsp;<strong>Senatore</strong>&nbsp;<strong>Luigi Manconi</strong>, in prima fila ad ogni incontro di sensibilizzazione alla causa, e il&nbsp;<strong>Presidente della Camera Roberto Fico</strong>, che&nbsp;martedì ha parlato con il&nbsp;<strong>consulente della famiglia al Cairo Ahmed Abdallah</strong>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.other-news.info/notizie/wp-content/uploads/2020/02/UNADJUSTEDNONRAW_thumb_383f.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1584"/><figcaption>Ahmed Abdallah e Roberto Fico</figcaption></figure></div>



<p>In questi giorni i coniugi Regeni hanno presentato, a Milano con Pif e a Roma con Valerio Mastandrea, il loro&nbsp;<strong>libro “Giulio fa cose”</strong>,&nbsp;scritto con Alessandra Ballerini per far conoscere i dettagli delle indagini e per far capire il loro dramma, che è un dramma di tutti, perché nella misura in cui ancora non ci sono verità e giustizia per Giulio, non ci sarebbero verità e giustizia per qualsiasi altro ragazzo dei nostri che si trovasse al momento sbagliato nel posto sbagliato, come è successo a lui.</p>



<p>La storia è piena di prove inquinate, prove occultate, 5 persone morte in circostanze strane. La ricerca della verità è davvero complicata, è molto difficile venirne a capo senza l’intervento del governo. E per tutta risposta invece arriva la notizia che&nbsp;<a href="https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/02/06/news/regeni_egitto_italia_fregata-247851049/?fbclid=IwAR2bzZOh3-02-4oPQr0lArmJOviInPZISvwPy5uROXECX2xAadH-cDEQ93U&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>l’Italia ha venduto due navi militari all’Egitto&nbsp;</strong></a><strong>e che la trattativa è stata gestita da Palazzo Chigi e Fincantieri.</strong></p>



<p><strong>Sembra che non resti altro da fare che sperare che chi sa parli.</strong></p>



<p><strong>L’appello di Alessandra Ballerini:</strong>&nbsp;“C’è sicuramente il lavoro straordinario della procura e degli investigatori ma serve che chi sa parli e credo che dopo 4 anni sia arrivato il tempo che chiunque abbia osservato, abbia visto, abbia partecipato anche in minima parte, parli. Noi diciamo a queste persone che loro trovano pace solo se parlano”.&nbsp;<a href="https://www.repubblica.it/esteri/2019/11/25/news/regenifiles_giulio_regeni-241664081/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>La Repubblica ha messo a disposizione una piattaforma online</strong></a>&nbsp;<strong>su cui chiunque sappia qualcosa può testimoniare in modo assolutamente anonimo</strong>.</p>



<p><strong>La mamma Paola: “Abbiamo bisogno del vostro aiuto, perché Giulio fa cose ma non può farle tutte lui”.&nbsp;</strong></p>
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		<title>Conferenza delle Ong che operano nel Mediterraneo. NON SIAMO PESCI</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2019 07:35:06 +0000</pubDate>
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<p>Se la situazione non cambia, in estate in mare non ci sarà nessuno a salvare vite. È questa la denuncia fatta lo scorso 16 gennaio presso l’associazione Stampa estera a Roma nel corso di una conferenza stampa dal titolo “Sea Watch, Open Arms e la politica europea nel Mediterraneo”, alla quale hanno partecipato <strong>Christiane Groeben</strong>, vice presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI),<strong> Marco Fornerone</strong>, pastore della Chiesa valdese di Roma,<strong> Giorgia Linardi</strong>, portavoce di Sea Watch Italia, <strong>Riccardo Gatti</strong>, capo missione di Open Arms, <strong>Lucia Gennari</strong> dell’Associazione Mediterranea e <strong>Luigi Manconi</strong>, presidente di “A Buon Diritto”.<br />
Proprio a una imbarcazione della ONG spagnola Open Arms la Capitaneria di porto di Barcellona ha impedito di lasciare il porto per andare nel Mediterraneo centrale. Dunque si fa concreto il rischio che nessuna ONG possa più salvare vite in mare.<br />
Nel frattempo, c’è chi continua a occuparsi di accogliere le persone già arrivate, come i migranti sbarcati dalla Sea Watch e dalla Sea Eye pochi giorni fa.<br />
Christiane Groeben, vicepresidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ha spiegato che <a href="http://www.nev.it/nev/2019/01/04/fcei-e-diaconia-valdese-pronti-allaccompagnamento-e-allaccoglienza-dei-49-profughi-della-sea-watch-e-della-sea-eye/?utm_source=rss&utm_medium=rss">la FCEI e la Diaconia valdese sono pronte</a> “a contribuire, come abbiamo già fatto, nel nostro piccolo. Grazie al progetto dei corridoi umanitari – che ha fatto scuola in tutta Europa – ci sono infatti 1.500 persone che vivono in Italia in posti di ospitalità diffusa”.<br />
“Il nostro dovere è accogliere ed essere tra le voci che denunciano le violazioni della dignità umana. Siamo in prima linea – ha concluso Marco Fornerone, pastore della Chiesa Valdese di Roma – insieme alle Ong per salvare e accogliere le persone e riportare la questione su un piano di verità. Proprio 90 anni fa nasceva il Pastore <a href="http://www.nev.it/nev/2017/01/30/scheda-martin-luther-king-movimento-diritti-civili/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Martin Luther King</a> che diceva: ‘Nessuna menzogna può vivere per sempre’”.</p>
<p>“Ringraziamo chi, finalmente, ha contribuito a chiudere una pagina vergognosa e disumana della politica europea – ha dichiarato il moderatore della Tavola valdese Eugenio Bernardini a commento della soluzione al caso Sea-Watch concretizzatasi nella notte fra i vertici del governo -. Siamo felici di dare il nostro contributo e ci occuperemo di queste persone riconoscendo la loro dignità, come abbiamo sempre continuato a fare con tutti, anche con tanti italiani, di cui noi ci occupiamo quotidianamente, come in generale le chiese cristiane in Europa fanno per tutti. La nostra priorità è aiutare chi è nel bisogno e nella sofferenza, tutto il resto viene dopo”.</p>
<p>Molti governi dell’Unione Europea si comportano da “fuorilegge” con i migranti, sottraendosi al dovere dell’accoglienza con l’intento di “sgomberare” il Mediterraneo dai presidi umanitari. È questa l’opinione emersa alla conferenza stampa “Non siamo pesci” tenuta da alcune Ong e rappresentanti della Chiesa evangelica nella sede della Stampa Estera a Roma. Tra i relatori intervenuti, Riccardo Gatti capo missione di Proactiva Open Arms, a cui lunedì 14 gennaio la capitaneria di Barcellona ha impedito di prendere il largo per andare a soccorrere i migranti.</p>
<p>“Il fatto di fermarci è come fermare un’ambulanza perché gli ospedali non vogliono ricevere persone da soccorrere. Allora cosa facciamo? Fermiamo pure le ambulanze? Perché è questo quello che si rappresenta”, ha affermato. “Quello che noi vediamo è la stessa dinamica che ha come obiettivo, da una parte cercare di non appoggiare quello che viene presentato come uno dei peggiori mali di questi anni, la migrazione qualcosa che viene presentata in maniera sempre molto tendenziosa ed evidentemente, ormai lo sappiamo, il fatto di far sparire evidenti testimoni scomodi”, ha aggiunto.</p>
<p>Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) che nei giorni scorsi è più volte intervenuto sul tema, ha detto: “Questa è una chiesa che accoglie. Lo abbiamo scritto nel nostro <a href="https://www.fcei.it/wp-content/uploads/2018/08/Manifesto-una-chiesa-che-accoglie.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">Manifesto per l’accoglienza</a> e lo abbiamo messo in opera. Siamo tutti stranieri di qualcun altro. Gesù stesso, il Signore dei cristiani, è stato respinto quando era ancora nel grembo materno e poi perseguitato e ucciso da chi pensava di avere il potere di vita o di morte. Come cristiani italiani, amiamo il nostro prossimo e invitiamo alla fratellanza e alla sorellanza universali. L’importante è che si arrivi a una strategia europea dell’accoglienza, che non ceda di un millimetro sul rispetto dei diritti umani. È evidente la necessità di una proposta politica strutturata, collettiva, che abbia come parole d’ordine cooperazione, pace e giustizia. Il nostro apprezzamento a chi nel governo italiano ha lavorato a questa soluzione e auspichiamo vivamente che possa presto costituirsi una cabina di regia europea che operi stabilmente secondo le procedure attivate in questa occasione”.</p>
<p>L’ospitalità è totalmente a carico delle chiese protestanti grazie al finanziamento della Tavola valdese e a donatori, come per tutti i programmi rifugiati e migranti, primo fra tutti i <a href="https://www.nev.it/nev/category/mediterranean-hope/corridoi-umanitari/?utm_source=rss&utm_medium=rss">corridoi umanitari</a> promossi ecumenicamente dal 2015 insieme alla Comunità di Sant’Egidio.</p>
<p>“Siamo felici che questa situazione si sia sbloccata – ha affermato il presidente della Diaconia valdese Giovanni Comba -. Abbiamo dato la disponibilità ad accogliere queste persone così come ne abbiamo accolte centinaia tramite i corridoi umanitari. Siamo in attesa di conoscere i dettagli per predisporre un’accoglienza diffusa adeguata ai bisogni delle persone e delle famiglie. Grati agli italiani che ci hanno sostenuto e che continuano a farlo, anche economicamente, continueremo ad utilizzare le risorse che abbiamo a ‘disposizione a favore degli ultimi, italiani e stranieri. Nello spirito biblico ‘tratterete lo straniero come chi è nato tra voi’ (Levitico 19,34) ci auguriamo che l’Italia e l’Europa tornino ad avere una politica di accoglienza.”</p>
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		<title>Il 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria, ma lo sterminio degli almeno 500 mila rom e sinti vittime del &#8220;Porrajmos&#8221; durante il nazi-fascismo resta ancora oggi privo di riconoscimento istituzionale. Associazione 21 luglio: «Riconoscimento urgente e doveroso».</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jan 2018 07:37:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Si celebra, il 27 gennaio, la Giornata della Memoria, una ricorrenza istituita in Italia con la legge n.211/2000 in ricordo delle vittime perseguitate e uccise nei campi di concentramento e sterminio durante il nazi-fascismo. Manca&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2018/01/28/il-27-gennaio-ricorre-la-giornata-della-memoria-ma-lo-sterminio-degli-almeno-500-mila-rom-e-sinti-vittime-del-porrajmos-durante-il-nazi-fascismo-resta-ancora-oggi-privo-di-riconoscimento-istituzi/">Il 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria, ma lo sterminio degli almeno 500 mila rom e sinti vittime del &#8220;Porrajmos&#8221; durante il nazi-fascismo resta ancora oggi privo di riconoscimento istituzionale. Associazione 21 luglio: «Riconoscimento urgente e doveroso».</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/untitled-1161.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10073" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/untitled-1161.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="473" height="292" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/untitled-1161.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 473w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/untitled-1161-300x185.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /></a></p>
<p>Si celebra, il 27 gennaio, la <strong>Giornata della Memoria</strong>, una ricorrenza istituita in Italia con la<strong> legge n.211/2000</strong> in ricordo delle vittime perseguitate e uccise nei campi di concentramento e sterminio durante il nazi-fascismo. Manca tuttavia un riconoscimento ufficiale degli almeno 500 mila rom e sinti caduti per mano di questi regimi, un genocidio &#8211; ricordato in lingua romanès con i termini <strong>“Porrajmos” </strong>(grande divoramento”) e <strong>“Samudaripen”</strong> (“tutti morti”) &#8211; perpetrato per ragioni puramente razziali e rimasto a tutt’oggi <strong>una pagina di storia da molti rimossa</strong>.</p>
<p>In vista di questa Giornata sono iniziate celebrazioni, commemorazioni e dibattiti ma l’amnesia relativa allo sterminio di queste comunità resta <strong>una profonda lacuna soprattutto sul piano politico e istituzionale</strong>. Non è stato infatti discusso da questa legislatura il <a href="https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u=9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c&amp;id=4989d77a1d&amp;e=a18abbae43&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u%3D9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c%26id%3D4989d77a1d%26e%3Da18abbae43&amp;source=gmail&amp;ust=1517210520039000&amp;usg=AFQjCNEwgthZx1xd5jWkRHOQJgwRtabmXg&utm_source=rss&utm_medium=rss">disegno di legge</a> presentato nel 2015 dai senatori <strong>Luigi Manconi</strong>, <strong>Manuela Serra</strong>, <strong>Francesco Palermo</strong> e altri membri della Commissione Diritti Umani del Senato che prevedeva di includere il riferimento allo sterminio di rom e sinti nella legge istitutiva del Giorno della Memoria. Ne consegue che la persecuzione etnica di questi popoli non ha, ad oggi, ricevuto alcun riconoscimento istituzionale.</p>
<p><strong>Associazione 21 luglio</strong>, in quanto organizzazione che supporta e tutela comunità in condizioni di segregazione e discriminazione, celebrerà quest’anno la Giornata della Memoria presso Gioia del Colle (BA) dove ha organizzato, in collaborazione con il Comune e l’Associazione Sic! ProgettAzioni Culturali, un <a href="https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u=9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c&amp;id=c7c27e183a&amp;e=a18abbae43&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u%3D9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c%26id%3Dc7c27e183a%26e%3Da18abbae43&amp;source=gmail&amp;ust=1517210520039000&amp;usg=AFQjCNExbz5CazwxS28r4BdgNPmeABbPlQ&utm_source=rss&utm_medium=rss">convegno</a> dal titolo “<strong>Porrajmos. La persecuzione dei rom e dei sinti durante il fascismo</strong>” al quale parteciperanno <strong>Luca Bravi</strong> (università di Firenze), <strong>Stefano Pasta</strong> (Università Sacro Cuore di Miano), <strong>Eva Rizzin</strong> (Università di Verona) e <strong>Ernesto Grandini</strong> (Associazione Sinti di Prato). A seguire verrà rappresentato, presso il Teatro Comunale Rossini, “<strong>Il mio inv(f)erno. Vita da zingaro</strong>”, uno spettacolo di <strong>Maurizio Vacca</strong> prodotto da <strong>Sic! ProgettAzioni Culturali</strong> e <strong>Comune di Gioia del Colle </strong>dedicato alla storia del pugile <strong>Johann Trollmann</strong>, detto<strong> Rukeli</strong>, campione e vittima del nazi-fascismo.</p>
<p>“Il mio inv(f)verno…vita da zingaro” è la storia di un uomo e allo stesso tempo di un intero popolo. La rappresentazione ripercorre infatti non soltanto la <strong>deportazione</strong> nei campi di concentramento e lo <strong>sterminio</strong>, ma anche la <strong>persecuzione</strong> e la discriminazione esacerbata da <strong>leggi razziali sempre più dure </strong>nei confronti di un popolo di persone degradate dal regime al livello di «non umani».</p>
<p>«La rimozione dalla memoria collettiva dello sterminio delle comunità rom e sinte durante il nazifascismo è <strong>una ferita ancora aperta</strong> che spiega bene perché, ancora oggi, queste comunità siano tenute<strong> ai margini della vita sociale collettiva</strong> – <strong>ha sottolineato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio </strong>– È invece fondamentale <strong>riportare quelle comunità rom e sinte che in Italia vivono in condizioni abitative ghettizzanti al centro di azioni politiche inclusive</strong>, abbandonando l’approccio pregiudizievole e stigmatizzante. Il riconoscimento del “Porrajmos”, che a questo punto diventa <strong>un atto urgente e doveroso</strong>, potrebbe rappresentare un&#8217;importante tappa in questa direzione».</p>
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		<title>Libertà per gli uomini e le donne dell’HDP, fuori la Turchia dal Consiglio d’Europa, canali umanitari per i profughi</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Nov 2016 07:57:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1 class="entry-title"></h1>
<p class="entry-meta"><span class="byline"><span class="author vcard">Fonte: (A-dif.org) <a href="http://www.a-dif.org/2016/11/05/liberta-per-gli-uomini-e-le-donne-dellhdp-fuori-la-turchia-dal-consiglio-deuropa-canali-umanitari-per-i-profughi/?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.a-dif.org/2016/11/05/liberta-per-gli-uomini-e-le-donne-dellhdp-fuori-la-turchia-dal-consiglio-deuropa-canali-umanitari-per-i-profughi/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></span></span></p>
<div class="entry-content">
<p>Gli arresti di parlamentari e dei vertici del partito HDP segnano il punto di non ritorno dell’involuzione autoritaria voluta da Erdogan dopo il tentativo fallito di colpo di stato. In Turchia è la fine dello stato di diritto e delle libertà democratiche. Le regioni curde sono in stato di guerra sotto coprifuoco. Al confine con la Siria si spara sui profughi. Sono stati bloccati i social media e le manifestazioni dell’opposizione vengono represse nel sangue.</p>
<p>Il progetto del regime è ben definito dal suo agire. Da una parte l’AKP, il partito di Erdogan, si va sempre più configurando nella sua matrice nazionalista-islamista, per togliere consenso ai concorrenti nello stesso alveo di voti e garantirsi maggiore appoggio popolare. Dall’altra, la demolizione sistematica dei luoghi che hanno segnato la storia della nascita della Turchia laica di Ataturk, con tutte le sue contraddizioni (è recente l’avvio della demolizione del mausoleo e l’abbattimento degli alberi di <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2016/11/02/news/gezi_park_e_l_edificio_ataturk_verso_la_demolizione-151136143/?ref=search&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Gezi Park</strong></a> per far posto a una moschea e a una caserma) si coniuga con il tentativo di estirpare l’HDP, partito composto da curdi e da esperienze della sinistra politica e sociale turca.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-2298 alignleft" src="http://i2.wp.com/www.a-dif.org/wp-content/uploads/2016/11/fighen.jpg?resize=300%2C157&utm_source=rss&utm_medium=rss" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" srcset="http://i2.wp.com/www.a-dif.org/wp-content/uploads/2016/11/fighen.jpg?resize=300%2C157&utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, http://i2.wp.com/www.a-dif.org/wp-content/uploads/2016/11/fighen.jpg?resize=768%2C402&utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, http://i2.wp.com/www.a-dif.org/wp-content/uploads/2016/11/fighen.jpg?resize=1024%2C536&utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, http://i2.wp.com/www.a-dif.org/wp-content/uploads/2016/11/fighen.jpg?w=1200&utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" alt="fighen" width="300" height="157" />I due copresidenti dell’HDP, entrambi arrestati benché parlamentari (l’immunità è stata revocata con legge dello Stato ben prima del golpe, anche per reati di opinione) sono il simbolo di una Turchia diversa. La giornalista <strong>Figen Yüksekdağ</strong> (nella foto) è stata recentemente in Italia, ospite di Rifondazione Comunista, e ha incontrato giornalisti e parlamentari, tra cui il presidente del Comitato per la Tutela dei Diritti Umani Luigi Manconi, a cui ha di fatto predetto ciò che sarebbe avvenuto da lì a pochi mesi. Poi è ripartita per Istanbul, dove avrebbe dovuto attendere una coincidenza (aerea?) per Ankara. Confidava di poter rivedere casa, è stata invece arrestata in un’operazione di “controterrorismo”.</p>
<p>Il governo di Erdogan si è arrogato persino il potere di sostituire i giudici e gli avvocati durante i processi, quando la piega dei procedimenti non risulta gradita. Le ultime voci libere sono sul punto di essere ridotte al silenzio. Il fascismo turco sta assumendo una dimensione popolare che ricorda l’albore dei nazifascismi europei costruiti sul consenso di masse sempre più ampie. Lo sbocco di quell’esperienza storica fu la seconda guerra mondiale. Oggi la Turchia rischia di diventare la miccia capace di far deflagrare il conflitto globale già in corso. La Turchia, che rischia di precipitare nella guerra civile a causa delle scelte di Erdogan, è tuttora un paese in cui persistono fortissime diseguaglianze sociali. Ripetendo vecchi schemi anziché affrontare le cause del disagio generalizzato, si cerca il capro espiatorio nelle retoriche della sicurezza, nell’espansionismo verso un “impero ottomano”, nell’etnicizzazione dei problemi (non solo in chiave anti curda) e si invoca uno “Stato forte” che riporti l’antico ordine.</p>
<p><strong>Ormai in Turchia si può davvero parlare di un contro golpe. Secondo i dati forniti nel corso dell’estate da Amnesty, dopo il tentativo fallito di putch del 15 luglio sarebbero stati emessi ordini di cattura nei confronti di 89 giornalisti, 40 dei quali sono stati arrestati. </strong>Da allora, il numero di coloro, volendo garantire libertà di informazione, hanno subito un simile provvedimento si è oltremodo ampliato. Il secondo decreto dello stato d’emergenza, dopo quello che aveva esteso da 4 a 30 giorni la detenzione preventiva, ha comportato la <strong>chiusura di 131 organi d’informazione, tanto che la libertà d’espressione già di per sé scarsa è oggi effettivamente uccisa, con l’alibi dell’“attentato alla sicurezza dello Stato” e dei “legami con il terrorismo”</strong>. Non è possibile dare dati definitivi, le chiusure di giornali e gli arresti indiscriminati degli oppositori si susseguono giorno dopo giorno, ed è prevedibile che da questa nuova ondata repressiva possano scattare a valanga ulteriori provvedimenti di privazione generalizzata di ogni libertà.</p>
<p><strong>In base ai dati forniti da Amnesty, da quando Erdogan è tornato nel pieno possesso dei suoi poteri sono state uccise almeno 208 persone</strong> e ne sono state<strong> ferite oltre 1400</strong>. Sono state <strong>arrestate oltre 15.000 persone</strong>, e più di<strong> 50.000 sono state sospese o rimosse dal proprio incarico. Tra queste </strong>giudici, procuratori, funzionari di polizia. La situazione nei territori curdi è catastrofica, non si riesce neppure a stilare una lista dei nomi delle vittime. Decine i sindaci destituiti e tanti i paesi e le città in regime di occupazione militare. Ma la dittatura è calata su tutta la Turchia.</p>
<p><strong>Nell’intero paese, oltre 1000 scuole private sono state chiuse</strong> e 138.000 alunni sono stati trasferiti nelle scuole di stato. <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/21/turchia-un-appello-in-difesa-della-liberta-dei-docenti/2923767/?utm_source=rss&utm_medium=rss">I loro docenti sono stati licenziati</a></strong>, molti si sono visti ritirare il passaporto e altri – non diversamente da giudici e avvocati, nel mirino del governo – sono stati privati di tutti i beni. Secondo le informazioni raccolte da Amnesty, i <strong>detenuti </strong>in custodia di polizia a Istanbul e Ankara sono<strong> costretti a rimanere fino a 48 ore in posizioni che provocano dolore fisico, sono privati di cibo, acqua e cure mediche, insultati e minacciati e, in diversi casi, sottoposti a brutali pestaggi e torture, </strong>tra cui lo stupro. La Turchia ha sospeso la giurisdizione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Erdogan non riconosce più i giudici della Corte di Strasburgo che da anni continuano a condannare la Turchia per violazioni dempre più gravi dei diritti umani. Il Consiglio d’Europa deve reagire a questa mossa liberticida e sanzionare la Turchia con la misura dell’esclusione immediata.</p>
<p><strong>Quello che succede oggi in Turchia è anche conseguenza dell’indifferenza e della complicità dell’Unione Europea e dei paesi occidentali rispetto alle gravissime violazioni dei diritti umani che si verificano da anni in quel paese. </strong>I massacri ai danni della popolazione civile curda e gli arresti di giornalisti, docenti, avvocati e semplici cittadini che sono stati accusati di simpatizzare per il PKK sono stati ignorati da una comunità internazionale interessata solo a sfruttare la posizione strategica della Turchia nei tanti conflitti regionali che la circondano ed a esternalizzare i controlli di frontiera per delegare a Erdogan il compito di garante delle frontiere esterne dell’Unione Europea.</p>
<p>Intere regioni del territorio turco, ovunque abitino comunità curde, sono sottoposte da tempo a rastrellamenti e non si contano i casi di sparizioni forzate, torture e stupri da parte di squadre speciali o di elementi dell’esercito turco. Vittime di queste azioni sono tutte le minoranze etniche, politiche e religiose: iazidi, turcomanni, caldei, cristiani e chiunque appaia pericoloso agli occhi del sovrano.</p>
<p>Ai confini con la Siria, truppe che rispondono al governo di Erdogan hanno aperto il fuoco su profughi siriani in fuga dalle violenze dell’ISIS e dai bombardamenti di Assad. Di fatto, l’esercito turco fa parte dell’alleanza che in Iraq sta tentando di riconquistare la città di Mosul, non già per strapparla all’Isis ma perché, secondo il sogno di Erdogan, Mosul è città turca come lo è un’ampia fascia del territorio siriano. Un progetto espansionistico prima sostenuto dall’occidente e oggi non osteggiato dalla Russia, per cui la Turchia sembra non incontrare ostacoli. La grande Turchia potrebbe sorgere su questo spargimento di sangue, continuando ad essere un carcere a cielo aperto per chi fugge dalle guerre.</p>
<p>Già da tempo era impossibile considerare la Turchia un “paese terzo sicuro” verso cui respingere i richiedenti asilo e concludere accordi per contrastare quella che viene definita “immigrazione illegale”, tuttavia – ignorando quanto i media democratici turchi denunciavano da anni – si è concluso a tutti i costi un accordo tra Unione Europea e Turchia che adesso Erdogan mette all’incasso alzando il prezzo del ricatto e chiedendo l’abolizione dell’obbligo di visto per i cittadini turchi che intendano recarsi in Europa.</p>
<p>Viene rivendicata la libertà di circolazione in Europa per i cittadini turchi, al centro degli accordi del 18 marzo scorso con l’Unione Europea, in cambio del fermo dei siriani, mentre vengono revocati migliaia di passaporti a persone che sono soltanto sospettate di opposizione politica rispetto alla svolta fascista di quello che si avvia a diventare un vero e proprio califfo. D’altra parte sono noti i favori che il regime turco ha fatto ai terroristi di ISIS quando ha permesso loro rifornimenti e zone franche di movimento, per colpire alle spalle i curdi che avevano liberato le città del Rojava.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-2303 alignleft" src="http://i2.wp.com/www.a-dif.org/wp-content/uploads/2016/11/erdogan-putin-.jpg?resize=300%2C150&utm_source=rss&utm_medium=rss" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" srcset="http://i2.wp.com/www.a-dif.org/wp-content/uploads/2016/11/erdogan-putin-.jpg?resize=300%2C150&utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, http://i2.wp.com/www.a-dif.org/wp-content/uploads/2016/11/erdogan-putin-.jpg?w=620&utm_source=rss&utm_medium=rss 620w" alt="erdogan-putin" width="300" height="150" />In Turchia è <strong>stato di polizia</strong>. Non sono più solo gli oppositori filo curdi ad essere nel mirino. Si può essere arrestati perché inseriti in una lista di proscrizione, perché si è magistrati o avvocati indipendenti, perché si fa il mestiere di giornalista, perché si insegna in una scuola privata, perché si sono fatte dichiarazioni scomode in un’aula universitaria, e scomparire per sempre senza neppure poter comunicare con gli avvocati e con le famiglie. Le epurazioni all’interno delle forze armate stanno completando la fascistizzazione dello stato. Il dibattito sulla reintroduzione della pena di morte rischia a questo punto di essere un paravento dietro al quale si nasconderà la completa trasformazione dello stato turco in una dittatura personale ad ampio sostegno popolare. Se si vuole dare una risposta efficace ad Erdogan e ai suoi sponsor internazionali, dagli emirati del Qatar alla <a href="http://www.b92.net/eng/news/world.php?yyyy=2016&amp;amp;mm=07&amp;amp;dd=21&amp;amp;nav_id=98678&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Russia di Putin</strong></a>, occorre una politica internazionale che offra soluzioni al conflitto siriano, riconosca l’autonomia del popolo curdo, sostituisca le iniziative diplomatiche ai bombardamenti aerei che in Iraq ed Afghanistan possono solo cementare solidarietà tra gli estremismi.</p>
<p>L’Unione Europea dovrebbe recuperare una presenza unitaria sullo scenario internazionale e rispettare rigorosamente lo stato di diritto all’interno e fuori dei suoi confini.</p>
<p>Sarà molto importante la risposta che daranno gli Stati europei alle richieste di asilo provenienti da cittadini turchi. Ogni diniego potrebbe significare una legittimazione del regime di Erdogan e delle violenze che sta perpetrando. La Germania di Angela Merkel, adesso nel mirino di Erdogan, dovrebbe riconoscere il colossale errore commesso quando a Bruxelles e a Berlino si è pensato di mettere in mano al governo turco la politica estera europea in materia di immigrazione, concedendo 6 miliardi di euro per chiudere la rotta balcanica. Vediamo oggi con quali risultati.</p>
<p>La Turchia va espulsa dal Consiglio d’Europa perché ha denunciato la giurisdizione della Corte Europea dei diritti dell’Uomo per sottrarsi alle condanne che potrebbe ricevere, più spesso che in passato, dalla Corte di Strasburgo. La Grecia e gli altri paesi europei devono rispettare i Trattati internazionali, la Convenzione di Ginevra, i Regolamenti e le Direttive europee che garantiscono il diritto alla protezione internazionale e vietano trattamenti inumani o degradanti. Nessuno <a href="https://www.left.it/2016/07/22/il-suicidio-della-politica-realista-che-baratta-liberta-e-diritti/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>scambio</strong></a> è possibile tra il rispetto della dignità umana e ragioni economiche o militari.</p>
<p>Sulla base di quello che è successo in questi ultimi giorni, <a href="http://www.statewatch.org/analyses/no-289-eu-turkey-legal-analysis.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>l’accordo</strong></a> stipulato tra Unione Europea e Turchia, che già appariva in contrasto con le Direttive europee in materia di protezione internazionale e con il Regolamento frontiere Schengen n. 562 del 2006, risulta ancora più in contrasto con le Carte internazionali che dovrebbero garantire i diritti fondamentali della persona umana, oltre che con le <a href="http://statewatch.org/news/2016/jun/eu-turkey-second-progress-report.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>norme europee</strong></a> in materia di rimpatri e di accesso alla procedura di asilo.</p>
<p>Alla luce degli arresti di massa in Turchia, si può escludere che il governo di Erdogan possa adempiere le condizioni previste dagli accordi stipulati con l’Unione Europea. L’avvicinamento tra Turchia e Russia dopo il fallito colpo di stato getta un’ombra sinistra sui futuri rapporti tra la Turchia e l’Unione Europea. <strong>Che ruolo potrà avere un’Unione priva di una politica estera comune e preoccupata soltanto dall’arrivo di altri richiedenti asilo? L’Unione Europea non ha ancora una lista di “paesi terzi sicuri” vincolante per tutti gli stati e non può imporre alla Grecia il respingimento di siriani che siano entrati irregolarmente nel suo territorio. Come reagirà alla probabile denuncia degli accordi da parte di Erdogan?</strong></p>
<p><strong>Oppure abolirà l’obbligo di visto per i cittadini turchi che Erdogan deciderà di far arrivare in Europa, selezionandoli naturalmente tra i suoi sostenitori, perché agli altri sta ritirando i passaporti?</strong></p>
<p><strong>Quanto riusciranno a pesare le critiche che gli stati europei stanno rivolgendo al califfo turco, sul piano delle pesanti violazioni dei diritti umani di cui si sta macchiando?</strong></p>
<p>L’Unione Europea deve sospendere immediatamente tutte le misure attuative dell’accordo stipulato con la Turchia il 18 marzo scorso, bloccare tutte le trattative per l’ingresso della Turchia in Europa e predisporre missioni di soccorso e centri di accoglienza per i profughi, non solo siriani, nel Dodecaneso e nei Balcani.</p>
<p>O ci si prepara oggi, o ci troveremo, tra qualche mese, di fronte a una nuova emergenza umanitaria. Nessuno si illuda che Erdogan non ritorni a usare l’arma del ricatto sui profughi. Non basterà, allora, il <strong><a href="http://www.dailymail.co.uk/news/article-3901452/Austria-sends-soldiers-Hungary-s-border-Serbia-following-Turkish-threats-ABANDON-deal-stem-flow-migrants-Europe.html?ITO=1490&amp;ns_mchannel=rss&amp;ns_campaign=1490&utm_source=rss&utm_medium=rss">muro di soldati</a> </strong>che l’Austria sta erigendo ai suoi confini con la Serbia e la Croazia.</p>
<p>Rimane sempre più incerta la sorte dei cittadini siriani presenti in Turchia, oltre tre milioni di persone. Si vedrà se Erdogan continuerà a usarli come arma di ricatto nei confronti dell’Unione Europea, riaprendo la possibilità di fuga, o se rispetterà l’accordo chiuso con la Merkel e poi ratificato dall’Unione. In Turchia, in Grecia e in Bulgaria, per queste persone, alla vigilia di un inverno che si preannuncia durissimo, sarà comunque catastrofe umanitaria.</p>
<p>Secondo alcuni osservatori, il piano di Erdogan in materia è semplicemente diabolico: per una parte dei richiedenti asilo, quelli più compatibili con il suo regime, la prima tappa potrebbe essere quella di ampliare i permessi di soggiorno per motivi di lavoro, in maniera tale da divenire concorrenziali con i lavoratori turchi e far crollare ogni velleità di opposizione politica dei sindacati. Ma l’asticella del ricatto potrebbe spostarsi più in alto: trasferire i rifugiati nelle aree occidentali del paese, causando una vera e propria modifica demografica, per poi cominciare a concedere a una parte dei siriani la cittadinanza turca. In pratica, ad accordo con l’UE a regime, i “neo-turchi” potrebbero spostarsi in Europa sensa bisogno di visto. Una minaccia con cui ottenere dall’Europa altri soldi e mano libera nei propri progetti.</p>
<p>Molti cittadini europei, insieme ai partiti populisti che raccolgono consensi sempre più ampi, non vogliono più accogliere profughi e i nuovi rapporti strategici tra Turchia e Russia rischiano di legittimare la politica di Erdogan e di allontanare le speranze di pace in Siria, o in quello che ne rimane. <strong>Occorrono canali legali di ingresso in Europa. Gli accordi con le dittature – come le intese tra Unione europea e stati africani, maturate nell’ambito del Processo di Khartoum – hanno già dimostrato effetti fallimentari e insostenibili dal punto di vista umanitario, con un aumento insostenibile delle vittime.</strong></p>
<p>Se le minacce di Erdogan nei confronrti dell’Unione europea avranno seguito, le politiche di <a href="http://www.lavoce.info/archives/42182/porte-girevoli-nel-controllo-delle-frontiere-europee/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>subordinazione</strong></a> nei confronti di stati che non rispettano gli standard minimi di garanzia dei diritti umani potrebbero cominciare a produrre effetti devastanti in territorio europeo. Se ne accorgerebbero forse anche quei cittadini che continuano a sostenere governi che predicano la pace e la sicurezza e si pongono a fianco dei dittatori e dei califfati, fornendo armi e supporto politico per diffondere odio, guerra e distruzione nel mondo.</p>
<p>Da tempo, in buona parte del pianeta, governano novelli apprendisti stregoni capaci di elaborare progetti tattici di breve durata che innescano rapidamente meccanismi non più controllabili, con il risultato di risvegliare moloch antichi e di divenire portatori endemici di guerra. Nel frattempo nelle piazze turche e di mezza Europa, ma ovviamente nel silenzio mediatico, si protesta contro l’avvento di questo nuovo fascismo. Le dichiarazioni di Junker, secondo cui la Turchia in questa maniera si allontana dall’Europa sono insufficienti, la Danimarca ha richiamato l’ambasciatore ma è ancora nulla rispetto alla gravità della situazione.</p>
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		<title>DDL sul cyberbullismo: una sfida partita dal 2013</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2016 09:04:43 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/th-76.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6723" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6723" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/th-76.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (76)" width="239" height="155" /></a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;Associazione per i Diritti umani ha chiesto alla senatrice PD Elena Ferrara un articolo sulla legge riguardante il cyberbullismo. Eccolo, per voi! Ringraziamo tantissimo Elena Ferrara per questo suo contributo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Elena Ferrara</p>
<p>La morte di Carolina Picchio, prima vittima acclarata di cyberbullismo, fu un fatto tragico, che scosse tutta la comunità e l’opinione pubblica. Un episodio che spinse il padre Paolo Picchio ad impegnarsi per raccogliere il messaggio lasciato dalla figlia: “le parole fanno più male delle botte”. Proprio Carolina, allora 14enne, nella sua lettera d’addio il 5 gennaio 2013, auspicò che più nessuno potesse subire ciò che aveva coinvolto lei. Il web, d’altronde non ha coscienza. Dobbiamo essere noi, in quanto comunità, a costruirla assieme. Da oltre tre anni, dunque, è partita una sfida che mi ha vista in prima linea, anche in quanto insegnante di musica di Carolina durante l’intero triennio della secondaria di primo grado frequentata ad Oleggio. Non appena eletta in Senato ho portato la tematica all’attenzione della Commissione Diritti Umani ottenendo dal Presidente Luigi Manconi un incarico di referente condiviso con il senatore Mazzoni per un’apposita indagine conoscitiva sul fenomeno del cyberbullismo che in quel momento non era certo percepito come lo è attualmente.</p>
<p>Il disegno di legge</p>
<p>Dal lavoro svolto in Commissione Diritti Umani è nato un disegno di legge a prevenzione e contrasto del cyberbullismo, di cui sono prima firmataria, già approvato all’unanimità in Senato. Il ddl non è contro la Rete, ma pone le basi per costruire un nuovo principio di cittadinanza digitale. La proposta di legge, infatti, non ha carattere repressivo, bensì educativo e inclusivo. Il mio impegno è stato quello di partire dalle scuole e soprattutto dai ragazzi in tutto il territorio nazionale forte del contributo di tutti i soggetti preposti, a partire dal MIUR, dalla Polizia postale, dai Garanti privacy e Infanzia e adolescenza, dalle associazioni che lavorano da anni sul campo, di Agicom e dalle stesse aziende new media. Proprio queste ultime, per la prima volta e in maniera decisa, hanno dato tutto il proprio supporto: un impegno che risulta fondamentale per l’attuazione del disegno di legge. In tutti gli incontri con gli esperti, le procure minorili, autorità garanti e rappresentanti istituzionali e terzo settore è sempre emersa la necessità di mettere a sistema una formazione continua a partire dalla scuola e di riorganizzare le tante attività educative che ho riscontrato in oltre 70 incontri sui territori. “Aiutiamo i nostri ragazzi a non farsi del male tra loro e a capire che Internet è luogo di umanità, prima ancora che comunità. Un luogo che genera emozioni vere, anche nelle amicizie virtuali. Sarà infatti non tanto la scienza, ma l’etica ad insegnarci ad usare bene la tecnologia ed essere cittadini in una società immateriale”. La gravità del fenomeno che dal 2013 ha registrato altri episodi di suicidio ed ha aperto una breccia sul sommerso, richiede la massima urgenza al Parlamento. Il Senato approva, dopo un iter in prima commissione, relatore Francesco Palermo, il 20 maggio 2015 all’unanimità il ddl 1261.</p>
<p>Le azioni del MIUR</p>
<p>Va evidenziato che nell’aprile del 2015 il Ministero Istruzione, Università e Ricerca ha emanato le Linee di orientamento di prevenzione e contrasto al bullismo e al cyberbullismo ed ha anticipato alcune azioni previste dalla norma in attesa della sua definitiva approvazione. Anche in collegamento con attività respiro europeo il Miur da diversi anni ha costituito il Safer Internet Centre e progettato Generazioni connesse con azioni di prevenzione, di sostegno alle vittime e di indagine sul fenomeno. Senza dimenticare che nel luglio del 2015 la legge di riforma della scuola ha introdotto al comma 7 la lettera h) sviluppo delle competenze digitali degli studenti, con</p>
<p>particolare riguardo al pensiero computazionale, all&#8217;utilizzo critico e consapevole dei social network e dei media nonché alla produzione e ai legami con il mondo del lavoro;</p>
<p>Nell’ottobre del 2015, inoltre, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e l’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano, primo ospedale d’Italia per bambini dopo la riforma di Regione Lombardia, hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per attivare il primo “presidio operativo nazionale” per arginare i fenomeni illegali sul web. Un centro a coordinamento di una rete nazionale per trattare i casi in una logica di prossimità. Un passaggio importante a tutela delle persone in età evolutiva che tenta di dare una risposta alle continue sollecitazioni che giungono dai territori, inserendosi in un contesto di attenzione crescente delle Istituzioni per la promozione di un uso sicuro e consapevole del web da parte dei minori. I dati che il Centro porta all’attenzione sono confermano il costante aumento del disagio che colpisce bulli e vittime, così come crescono le denunce. Un centro che aspetta di partire e che vede il coinvolgimento attivo di Paolo Picchio: la nuova struttura, infatti, sarà intitolata proprio a Carolina.</p>
<p>I dati più recenti relativi al fenomeno:</p>
<p>·       Circa 4 ragazzi su 10 sono connessi oltre 6 ore al giorno. (i numeri di <a href="http://skuola.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Skuola.net</a> per Generazioni Connesse, il Safer Internet Centre italiano)</p>
<p>·       Il 6% degli adolescenti e pre-adolescenti è vittima di cyberbullismo (ma è evidente che vi sia ancora tanto sommerso). Di questi l’11% ha tentato il suicidio; il 50% pratica autolesionismo o ha pensato al suicidio; il 77% si dichiara depresso o triste. (la ricerca di <a href="http://skuola.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Skuola.net</a>)</p>
<p>·       Secondo il 77% dei presidi ritiene che “Internet è l’ambiente dove più frequentemente si verificano casi di bullismo”; l’89% ritiene che sia “più difficile da intercettare rispetto al bullismo tradizionale” del quale risulterebbe “anche più doloroso”. Infine il 93% dei presidi ritiene che “l’esempio dei genitori influenzi molto i cyberbulli”. Non solo: l’81% dei presidi ritiene che i genitori minimizzino il problema del bullismo digitale. (la ricerca del Censis in collaborazione con la Polizia Postale)</p>
<p>·       Il 95% dei ragazzi possiede uno smartphone. (lo studio dell’Università di Firenze e <a href="http://skuola.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Skuola.net</a> per il Safer Internet Centre)</p>
<p>·       Il 98% dei ragazzi ha almeno un social network. L’83% degli adolescenti conosce un under 13 che ha aperto un profilo Facebook. Il 35% si dà appuntamento con qualcuno conosciuto sul web. 452.000 ragazzi (12%), contemporaneamente, non hanno accesso alla Rete. (i dati dallo studio Ipsos per Save The Children)</p>
<p>·       Il 13% dei ragazzi dichiara di aver inviato foto intime. (indagine del centro CREMIT dell’Università Cattolica di Milano)</p>
<p>·       Il 50% ha ricevuto immagini sessualmente esplicite da amici (studio Pepita Onlus)</p>
<p>·       L’85% dei ragazzi vuole corsi a scuola sull’uso dei social network (ricerca <a href="http://skuola.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Skuola.net</a> per la Polizia di Stato)</p>
<p>·       Il 25% dei ragazzi pratica vamping, ovvero ha l’abitudine di restare svegli la notte a chattare e navigare su internet. (i numeri di Telefono Azzurro e Doxa Kids)</p>
<p>I contenuti del ddl 1261</p>
<p>Il testo di legge approvato in Senato è rivolto ai minori, ovvero ai soggetti in età evolutiva e ha come finalità la tutela della loro dignità sia in qualità di vittime sia responsabili. Ecco i punti salienti:</p>
<p>– Definizione del fenomeno del cyberbullismo: non è di per sé un reato, ma tali atteggiamenti si configurano in casi di stalking, minacce, diffamazione, molestie, diffusione materiale pedo pornografico, furto d’identità, che, invece, violano la normativa e sono perseguibili anche penalmente.</p>
<p>– Rimozione contenuti offensivi dalla rete e dai social: previa segnalazione il materiale lesivo sarà direttamente rimosso dai gestori, intesi come prestatori di servizi della società dell’informazione, l’indicazione potrà pervenire direttamente dagli utenti dai quattordici anni in su, al di sotto di questa età sarà necessario il coinvolgimento da parte di un genitore.</p>
<p>– Segnalazione al garante della privacy: qualora entro le 24 ore successive al ricevimento dell’istanza il gestore non provvedesse alla rimozione si prevede l’intervento del Garante della Privacy il quale entro 48 ore dal ricevimento dell’atto ha facoltà di intervento.</p>
<p>– Procedura di ammonimento: in caso di reati compiuti da minorenni con età superiore ai 14 anni nei confronti di un altro minorenne è prevista applicazione procedura di ammonimento. Il Questore convoca il minore unitamente ad almeno un genitore. La sanzione in assenza di reiterazione cessa di avere conseguenze al compimento della maggiore età, nella logica di educare e responsabilizzare i giovani che anche solo inconsapevolmente si rendono attori di comportamenti penalmente perseguibili.</p>
<p>– Un referente per ogni autonomia scolastica: corsi di formazione per personale scolastico che dovranno garantire l’acquisizione di idonee competenze nell’ambito di azioni preventive a sostegno del minore.</p>
<p>– Educazione continua: l’educazione all’uso consapevole della rete trova continuità nel piano dell’offerta formativa in ogni ordine di scuola.</p>
<p>– Risorse formazione Polizia postale: nell’ambito di ciascun programma operativo nazionale sono stanziate idonee risorse alla formazione del personale specializzato alla tutela dei minori sul web. I fondi certi per la Polizia Postale sono per l’aggiornamento ai docenti, nella chiave di individuare un referente cyberbullismo per ogni autonomia scolastica e dare luogo alla formazione continua dedicata agli studenti.</p>
<p>– Tavolo interministeriale permanente: costituzione di un tavolo tecnico per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno. Il tavolo coordinato dal Miur include i Ministeri dell’Interno, Lavoro e Politiche sociali, Giustizia, Sviluppo Economico e della Salute; Anci, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Garante Privacy, Comitato di applicazione del codice di autoregolamentazione media e minori, organizzazioni già coinvolte nel programma nazionale del Safer Internet Centre, nonché una rappresentanza delle associazioni studentesche e dei genitori.</p>
<p>– Marchio di qualità: adozione di un marchio da riconoscere ai fornitori di servizi di comunicazione aderenti ai progetti elaborati dal tavolo interministeriale.</p>
<p>In questo momento la norma è alla Camera (A.C. 3139) ed è stata abbinata ad altre proposte di legge già depositate. Nel passaggio in commissioni congiunte II e XII ha subito pesanti modifiche e, con la ripresa dei lavori parlamentari, si aprirà la discussione in aula.</p>
<p>Nel testo emendato si riscontrano elementi migliorativi e un aggiornamento rispetto alle norme nel frattempo intervenute soprattutto in ambito di riforma della scuola.</p>
<p>Senza volermi addentrare in dettagli temo però che si sia aperta una frattura rispetto allo spirito originario della norma che era incentrata sui minori e non aveva carattere sanzionatorio né di censura nei confronti del web. Il ricorso all’aggravante di pena con modifica dell’art. 612/b del Codice penale rappresenta in tal senso un’incoerenza che spero possa essere sanata nella prosecuzione della discussione.</p>
<p>Il problema nel frattempo si fa sempre più urgente e la politica è chiamata a dare la miglior risposta. In queste ultime settimane è intervenuto anche Papa Francesco che ha voluto incontrare il padre di Carolina Picchio<span style="color: #646464;"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: small;">.</span></span></span> Il Santo Padre più volte si è interessato ai temi della sicurezza in Rete: “internet è un dono di Dio, in grado di offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Ma se da un lato la Rete – continua il Papa – con nuovi servizi e strumenti tecnologici dovrebbe semplificare e migliorare la qualità della vita, talvolta distoglie l’attenzione da quello che è veramente importante”. Alla Messa del Giubileo dei ragazzi Francesco lo ha ricordato nuovamente, sottolineando l’importanza delle emozioni e di come nessuno strumento possa sostituire il valore dell’empatia: “La vostra felicità non ha prezzo e non si commercia; non è un’app che si scarica sul telefonino: nemmeno la versione più aggiornata potrà aiutarvi a diventare liberi e grandi nell’amore”</p>
<p>Non abbiamo bisogno di reati che ci sono già, ma di interventi educativi per i nostri ragazzi perché possano accrescere la propria inclusione digitale!</p>
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		<title>Il Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite ha adottato il testo della Dichiarazione sul diritto alla pace</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2016 07:15:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>a cura del Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università degli Studi di Padova  Il 24 giungo 2016, dopo sei anni di lavoro, il Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite[1], riunito a Ginevra per&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="western"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/resized_650x365_origimage_622611.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6565" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6565" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/resized_650x365_origimage_622611.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="resized_650x365_origimage_622611" width="650" height="365" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/resized_650x365_origimage_622611.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 650w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/resized_650x365_origimage_622611-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p class="western">a cura del Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università degli Studi di Padova<span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: xx-small;"><br />
</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"> Il 24 giungo 2016, dopo sei anni di lavoro, il Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite[1], riunito a Ginevra per la 32° sessione, ha adottato con 34 voti a favore[2], 9 contrari[3] e 4 astenuti[4] una risoluzione con cui approva il testo della Dichiarazione delle Nazioni Unite “sul diritto alla pace”[5] e dispone che sia tramesso all’Assemblea Generale per la definitiva approvazione. L’Italia non ha partecipato al voto non essendo attualmente membro del Consiglio.</p>
<p>Il testo approvato riproduce sostanzialmente quello presentato dal Presidente-Rapporteur, Ambasciatore Christian Guillermet Fernandez (Costarica), alla terza sessione dell’apposito Gruppo di Lavoro Intergovernativo (IWG) il 24 aprile 2015. Di nuovo c’è l’art. 4 che fa riferimento all’educazione alla pace e che nell’originario testo dell’Ambasciatore Guillermet era nel preambolo. <span lang="en-US">Di seguito il testo del dispositivo della Dichiarazione:</span></p>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">Article 1</p>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">Everyone has the right to enjoy peace such that all human rights are promoted and protected and development is fully realized.</p>
<p align="JUSTIFY">Ognuno ha il diritto di godere la pace in modo che tutti i diritti umani sono promossi e protetti e lo sviluppo è pienamente realizzato.</p>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">Article 2</p>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">States should respect, implement and promote equality and non-discrimination, justice and the rule of law and guarantee freedom from fear and want as a means to build peace within and between societies.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli stati devono rispettare, implementare e promuovere l’eguaglianza e la non discriminazione, la giustizia e lo stato di diritto e garantire la libertà dalla paura e dal bisogno quali misure per costruire la pace dentro e fra le società.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/00034_1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6566" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-6566 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/00034_1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="00034_1" width="405" height="270" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/00034_1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 405w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/00034_1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 405px) 100vw, 405px" /></a></p>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">Article 3</p>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">States, the United Nations and specialized agencies should take appropriate sustainable measures to implement the present Declaration, in particular the United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization. International, regional, national and local organizations and civil society are encouraged to support and assist in the implementation of the present Declaration.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli Stati, le Nazioni Unite e le agenzie specializzate, in particolare l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura devovo assumere appropriate misure sostenibili per implementare la presente Dichiarazione. Le organizzazioni internazionali, regionali, nazionali e locali e la società civile sono incoraggiate a prestare supporto e assistenza nell’implementazione della presente Dichiarazione.</p>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">Article 4</p>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">International and national institutions of education for peace shall be promoted in order to strengthen among all human beings the spirit of tolerance, dialogue, cooperation and solidarity. To this end, the University for Peace should contribute to the great universal task of educating for peace by engaging in teaching, research, post-graduate training and dissemination of knowledge.</p>
<p align="JUSTIFY">Saranno promosse le istituzioni internazionali e nazionali di educazione per la pace al fine di rafforzare fra tutti gli esseri umani lo spirito di tolleranza, dialogo, cooperazione e solidarietà. Per questo scopo, l’Università per la Pace deve contribuire al grande compito universale di educare per la pace impegnandosi nell’insegnamento, nella ricerca, nella formazione postuniversitaria e nella disseminazione della conoscenza.</p>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">Article 5</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="en-GB">Nothing in the present Declaration shall be construed as being contrary to the purposes and principles of the United Nations. The provisions included in the present Dec</span><span lang="en-GB">laration are to be understood in line with the Charter of the United Nations, the Universal Declaration of Human Rights and relevant international and regional instruments ratified by States.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Nulla della presente Dichiarazione sarà interpretato in senso contrario agli obiettivi e ai principi delle Nazioni Unite. Le disposizioni contenute nella presente Dichiarazione devono essere intese in linea con la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e i pertinenti strumenti internazionali e regionali ratificati dagli Stati.</p>
<p align="JUSTIFY"> La decisione ha colto di sorpresa quanti hanno seguito con attenzione fin dall’inizio la vicenda di questo processo normativo (standard-setting), in particolare il mondo delle organizzazioni non governative. Infatti, era in calendario ufficiale l’effettuazione di una quarta sessione dell’IWG fissata dall’11 al 15 luglio 2016, e il 16 giugno un cartello di ben 700 ONG aveva promosso al Palais des Nations un ‘evento parallelo’ (side event) rispetto alla sessione del Consiglio allo scopo di presentare ulteriori considerazioni e proposte per il testo della  Dichiarazione.</p>
<p align="JUSTIFY">La decisione del Consiglio si spiega probabilmente con la diffusa consapevolezza che i lavori dell’IWG si sarebbero prolungati all’infinito a causa della costante, pregiudiziale opposizione soprattutto di stati occidentali, con in prima fila gli Stati Uniti d’America e i membri dell’Unione Europea, e che la pur lodevole determinazione del suo Presidente-Rapporteur nel perseguire ad oltranza l’obiettivo del ‘consenso’ di tutti, come dire dell’unanimità quanto meno di facciata, non avrebbe sortito alcun risultato. In particolare questa scelta di sostanza, più che di procedura, aveva contribuito a non dare seguito all’iniziale bozza di Dichiarazione[6] elaborata nel 2012, su richiesta del Consiglio[7], dal suo Comitato Consultivo, composto di esperti indipendenti.</p>
<p align="JUSTIFY">Un’ulteriore spiegazione sta nella particolare abilità profusa dall’attivissima Ambasciatrice di Cuba, Signora Anayansi Rodríguez Camejo, nello sfruttare il clima di larga soddisfazione creatosi a seguito della firma a Cuba, il 23 giugno 2016, dell’accordo di pace tra il Governo di Colombia e i rappresentanti delle FARC.</p>
<p align="JUSTIFY">L’iniziale rigetto del corposo testo elaborato dal Comitato Consultivo del Consiglio e le proposte riduttive presentate dal Presidente-Rapporteur nelle tre sessioni dell’IWG, con la rinuncia dello stesso Guillermet all’eventuale prosieguo del suo mandato, avevano portato ad una situazione di stallo. Al termine della terza sessione (aprile 2015) era in forse la stessa sopravvivenza dell’IWG, ma il Consiglio con Risoluzione del 1° Ottobre 2015[8] stabiliva che l’IWG dovesse riprendere i suoi lavori con una quarta sessione da tenersi nel 2016.  La Risoluzione fu approvata con 33 voti a favore, 12 contrari, 2 astenuti[9].</p>
<p align="JUSTIFY">Il fronte del no, pervicacemente espresso dai paesi occidentali, nasconde vischiosità ideologiche che risalgono molto indietro nel tempo. Questo emerge chiaramente dai resoconti dei lavori del IWG: per motivare l’opposizione si rievocava anche il propagandismo pacifista di Stalin e adepti &#8230; In particolare gli Stati Uniti d’America sostenevano che non si dovesse parlare di diritto alla pace perchè di questo non c’è traccia nel vigente diritto internazionale. Argomento palesemente pretestuoso se si considera che, nella sostanza, tale diritto esiste (si veda l’articolo 28 della Dichiarazione Universale) e che con la nuova Dichiarazione lo si vuole appunto rendere esplicito.</p>
<p align="JUSTIFY">E’ il caso di ricordare che qualora la pace sia esplicitamente riconosciuta come diritto della persona e dei popoli, essa fuoriesce (si libera) dall’abbraccio mortifero delle sovranità statuali armate per entrare nella sfera di garanzia dei diritti e libertà fondamentali, la cui radice sta nella dignità umana incarnata nel supremo diritto alla vita. Tra i pregiudizi degli occidentali c’era anche quello nei confronti del forte attivismo politico-diplomatico di Cuba. Stupisce al riguardo che non si sia preso atto con favore dello ‘sdoganamento’ della stessa Cuba da parte degli Stati Uniti.</p>
<p align="JUSTIFY">Proprio per i paesi occidentali sarebbe stata l’occasione di asserire con forza che la pace è un diritto individuale e collettivo comportante precisi obblighi per gli stati a cominciare dal disarmo e dal governo dell’economia mondiale nel rispetto dei diritti economici e sociali alla luce del principio della interdipendenza e indivisibilità di tutti i diritti umani. Tra l’altro, si sarebbe così evitato ai difensori dei diritti umani di dover appoggiare un testo di Dichiarazione che tra i suoi proponenti annovera rappresentanti di regimi non democratici.</p>
<p align="JUSTIFY">Ci domandiamo anche, forse ingenuamente, perché gli stessi paesi promotori della Risoluzione, una volta deciso di scartare la via del ‘consensus’ e andare al voto palese, non abbiano osato di più riprendendo se non l’intera bozza di Dichiarazione preparata dal Comitato Consultivo, quanto meno il testo dell’art. 1 che riportiamo integralmente:</p>
<p align="JUSTIFY"> “Gli individui e i popoli hanno diritto alla pace. Questo diritto deve essere realizzato senza alcuna distinzione o discriminazione per ragioni di razza, discendenza, origine nazionale, etnica o sociale, colore, genere, orientamento sessuale, età, lingua, religione o credo, opinione politica o altra, condizione economica o ereditaria, diversa funzionalità fisica o mentale, stato civile, nascita o qualsiasi altra condizione.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli Stati, individualmente o congiuntamente, o quali membri di organizzazioni multilaterali, sono controparte principale del diritto alla pace.</p>
<p align="JUSTIFY">Il diritto alla pace è universale, indivisibile, interdipendente e interrelato.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli Stati sono tenuti per obbligo giuridico a rinunciare all’uso e alla minaccia della forza nelle relazioni internazionali.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutti gli Stati, in conformità ai principi della Carta delle Nazioni Unite, devono usare mezzi pacifici per risolvere qualsiasi controversia di cui siano parte.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutti gli Stati devono promuovere lo stabilimento, il mantenimento e il rafforzamento della pace internazionale in un sistema internazionale basato sul rispetto dei principi enunciati nella Carta delle Nazioni Unite e sulla promozione di tutti i diritti umani e libertà fondamentali, compresi il diritto allo sviluppo e il diritto dei popoli all’autodeterminazione”.</p>
<p align="JUSTIFY">La Dichiarazione approvata dal Consiglio mantiene il titolo “Diritto alla pace” originariamente fissato dallo stesso  Consiglio ma che gli irriducibili avversari avrebbero voluto cancellare. Questo è un elemento che aiuta a interpretare lo scarno dispositivo dell’atto alla luce del paradigma dei diritti umani.</p>
<p>L’art. 1 stabilisce che il diritto è di ‘ciascuno’: non alla ‘pace’, bensì a ‘godere la pace’ (to enjoy peace). Il diritto degli individui è dunque collegato al verbo, non al sostantivo com’era invece nell’originario testo del Comitato Consultivo. Titolari del sostantivo, nella tradizionale forma dello ius ad pacem, rimarrebbero pertanto gli stati, il cui concetto di pace è quello di ‘pace negativa’ all’insegna di: si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra). Gli individui (e i popoli) avrebbero quindi il diritto di godere di una pace ‘interstatuale’ che, in quanto tale, manterrebbe il tradizionale collegamento con lo ius ad bellum. Ma l’articolo 2 scarta questa possibilità di continuare ad accettare l’indissolubilità dei due tradizionali attributi di sovranità degli stati e ci fornisce elementi per identificare i contenuti della pace positiva: gli stati “devono rispettare, implementare e promuovere eguaglianza, non discriminazione, giustizia e stato di diritto, libertà dal bisogno e dalla paura quali mezzi per costruire la pace nelle e tra le società”.</p>
<p>L’ampio e corposo preambolo della Dichiarazione esplicita il concetto di pace positiva, riconducendo tutto all’area dei diritti umani e dello stato di diritto. All’inizio del preambolo c’è infatti il richiamo puntuale alla Carta delle Nazioni Unite e alle fonti primarie del diritto internazionale dei diritti umani: Dichiarazione Universale, Patti internazionali rispettivamente sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali nonchè Dichiarazione di Vienna del 1993 e relativo Programma d’Azione. E c’è l’esplicito richiamo ai principi della Carta delle Nazioni Unite riguardanti il divieto dell’uso della forza e l’obbligo di risolvere pacificamente le controversie internazionali.</p>
<p>Il concetto di pace è chiaramente multidimensionale, comprendente anche gli aspetti economici: “pace e sicurezza, sviluppo e diritti umani sono i tre pilastri del sistema delle Nazioni Unite e le fondamenta della sicurezza collettiva e del benessere, fra loro interconnessi e reciprocamente rafforzantisi”.</p>
<p>Si sottolinea inoltre l’importanza dell’educazione per la pace e i diritti umani, richiamando sia la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’educazione e la formazione ai diritti umani sia la Dichiarazione su una Cultura di pace. All’educazione, come già accennato, è dedicato l’articolo 4 del dispositivo, che fa esplicito riferimento all’obbligo di promuovere le istituzioni nazionali e internationali di educazione per la pace: l’ottica è dunque infrastrutturale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/logo-2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6567" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6567" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/logo-2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="logo (2)" width="437" height="110" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/logo-2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 437w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/logo-2-300x76.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 437px) 100vw, 437px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">Insomma, per capire il senso della Dichiarazione e operare nella direzione della pace positiva, occorre coniugare insieme preambolo e dispositivo e, naturalmente, utilizzare la proposta iniziale del Comitato Consultivo del Consiglio quale utilissimo sussidio prodotto in sede di lavori preparatori. Questa operazione interpretativa offre chiari elementi per definire il sostantivo ‘pace’ nel senso della pace positiva, cioè come dritto umano fondamentale ad un ordine internazionale e sociale in cui tutti i diritti enunciati nella Dichiarazione universale possono essere pienamente realizzati.</p>
<p align="JUSTIFY">Quanto al peso politico dell’ampia maggioranza (34 a favore) con cui è stata approvata la Dichiarazione, si fa notare che ne fanno parte potenze del calibro della Cina, dell’India e della Federazione Russa, la cui popolazione rappresenta i tre quarti della popolazione mondiale. Anche di questo avrebbero dovuto tener conto i paesi occidentali, badando alla sostanza dell’atto più che alla morfologia geopolitica dei sostenitori della Dichiarazione. Il fatto che in questa maggioranza ci siano paesi i cui governi non brillano per  il rispetto dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto, mette in risalto la scarsa intelligenza politica e la cattiva coscienza di quei governi che professano fedeltà a valori universali e allo stesso tempo primeggiano nel produrre ed esportare armi e scatenano guerre e interventi armati al di fuori della legalità internazionale. Senza dire che tengono poco conto dell’ampia mobilitazione di società civile per i diritti umani e la pace, la quale da voce alla coscienza morale dei popoli.</p>
<p align="JUSTIFY">Ora il testo approvato dal Consiglio diritti umani passa all’Assemblea generale e in quella sede vedremo se la maggioranza aumenterà ulteriormente.</p>
<p align="JUSTIFY">Una volta approvata dall’Assemblea generale l’efficacia della Dichiarazione dipenderà dalla diffusione della sua conoscenza e dall’impegno di tutti, a cominciare dagli stati, di riempire di contributi operativi gli scarni articoli del dispositivo. Insomma c’è spazio per lo sviluppo dell’effettività di norme che formalmente sono di soft law, cioè di obbligatorietà leggera (perché ‘raccomandazioni’ e non accordi giuridici in senso stretto), ma che nella sostanza contengono principi di ius cogens, cioè di altissima precettività. In questo contesto, sarà utile interpretare il testo della Dichiarazione avvalendosi anche di quanto contenuto nella originaria bozza del Comitato Consultivo, parte integrante dei valori preparatori.</p>
<p align="JUSTIFY">La mobilitazione di società civile ha avuto rilievo particolare in Spagna e in Italia. In Spagna un’iniziativa importante è stata quella della Società Spagnola per il Diritto Internazionale dei Diritti Umani (SSIHRL), successivamente affiancata da Miguel Bosè e da altri artisti che hanno messo in rete una petizione “Right to Peace Now”[10].</p>
<p align="JUSTIFY">In Italia l’iniziativa è partita dal Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università di Padova e dalla Cattedra Unesco Diritti Umani, Democrazia e Pace presso la stessa Università e si è avvalsa della collaborazione del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani. Sia dall’associazione spagnola sia dal Centro universitario di Padova sono state inviate al Consiglio diritti umani e al suo IWG riflessioni e proposte di carattere sostanziale per il testo della Dichiarazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Da segnalare, sempre in Italia, la pubblicazione di un numero speciale in inglese della Rivista Pace Diritti Umani/Peace Human Rights dedicato al Diritto alla pace. Il volume, redatto anche con la collaborazione dell’Amb. Guillermet Fernandez e del suo consigliere giuridico, David Fernandez Puyana, è stato consegnato a tutti i membri del Consiglio diritti umani (<span lang="zxx"><a href="http://unipd-centrodirittiumani.it/it/pubblicazioni/Pace-diritti-umani-Peace-Human-Rights-2-32013/1094?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">http://unipd-centrodirittiumani.it/it/pubblicazioni/Pace-diritti-umani-Peace-Human-Rights-2-32013/1094?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></span>).</p>
<p align="JUSTIFY">Caratteristica peculiare della mobilitazione in Italia è stata la partecipazione di centinaia di Consigli comunali e provinciali e di 5 Consigli regionali che hanno approvato la mozione preparata dal Centro Diritti Umani e dalla Cattedra Unesco Diritti umani, democrazia e pace dell’Università di Padova e l’hanno direttamente inviata ai membri del Consiglio Diritti Umani.</p>
<p align="JUSTIFY">Da segnalare anche che una delegazione guidata dalla presidenza del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti umani e dal Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università di Padova, si è recata a Ginevra il 23 giugno 2014 per consegnare un dossier contenente le prime cento delibere di Comuni e Province.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 3 luglio 2014 è avvenuto l’incontro al Senato della Repubblica, con ampia partecipazione di Sindaci e rappresentanti di associazioni. Il dossier con le prime cento delibere è stato consegnato al Presidente della Commissione Diritti Umani, Luigi Manconi, e al Presidente del Senato, Pietro Grasso.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa mobilitazione ha avuto specifico rilievo il 19 ottobre 2014 durante la storica Marcia per la pace Perugia-Assisi. E sarà durante la prossima Marcia per la pace in programma domenica 9 ottobre 2016 nel 50° anniversario dell’adozione dei due patti internazionali del 1966 rispettivamente sui diritti civili e politici e si diritti economici, sociali e culturali, che il movimento per la pace e la nonviolenza potrà chiedere all’Italia e agli altri paesi membri dell’Unione europea di esprimersi in Assemblea Generale delle Nazioni Unite a favore del riconoscimento della pace come diritto fondamentale della persona e dei popoli.</p>
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		<title>L&#8217;Autorità anticorruzione apre istruttoria sul Best House ROM</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2015 06:03:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160;&#160; L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha avviato un’istruttoria nei confronti del Comune di Roma in merito ai ripetuti affidamenti diretti alla cooperativa sociale Inopera della gestione del centro di raccolta denominato “Best House Rom”. L’intervento&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width: 100%px;">
<tbody>
<tr>
<td bgcolor="#ffffff" width="100%">
&nbsp;&nbsp; </p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L’<strong>Autorità   Nazionale Anticorruzione</strong>   ha avviato un’istruttoria nei confronti del Comune di Roma in   merito ai ripetuti affidamenti diretti alla cooperativa sociale    <strong>Inopera</strong>   della gestione del centro di raccolta denominato “<strong>Best   House Rom</strong>”.    </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L’intervento   dell’Autorità guidata da <strong>Raffaele   Cantone </strong>giunge   come risposta a un esposto presentato alla stessa Autorità il 3   febbraio 2015 dall’Associazione 21 luglio, che ha denunciato sia   le <strong>condizioni   strutturali del centro</strong>   sia la <strong>mancanza   di trasparenza nelle modalità di affidamento diretto</strong>   dal Comune alla cooperativa Inopera.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il   Best House Rom, situato in via Visso 12/14, nella periferia   orientale della Capitale, è un capannone industriale   classificato, secondo la visura dell&#8217;Agenzia del Territorio, nella   categoria C/2, la stessa riservata ai locali utilizzati per il    <strong>deposito   delle merci</strong>.   Non potrebbe, dunque, ospitare delle persone. Vi vivono, in   condizioni precarie, alcune centinaia di rom all’interno di    <strong>spazi   angusti</strong>,   in <strong>veri   e propri «loculi»</strong>    – come denunciato dal presidente della Commissione Diritti Umani   del Senato <strong>Luigi   Manconi</strong>   lo scorso gennaio, in occasione di una visita alla struttura   organizzata dall’Associazione 21 luglio &#8211; <strong>privi   di finestre e punti luce</strong>   per il passaggio dell’aria e della luce naturale.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
La   struttura è stata inaugurata a <strong>luglio   2012</strong>   quando, con determinazione dirigenziale n. 3233 del 9 luglio 2012,   firmata dall’allora Direttore del Dipartimento Politiche Sociali   del Comune di Roma <strong>Angelo   Scozzafava</strong>,   arrestato&nbsp;in seguito all’inchiesta su Mafia Capitale, <strong>il   Comune ha affidato in maniera diretta alla cooperativa Inopera</strong>   il servizio di accoglienza di circa 300 rom sgomberati   dall’insediamento di via del Baiardo e di altri rom provenienti   dal campo di Castel Romano.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
La   gestione del centro, nato con carattere temporaneo, è stata   prolungata fino ad oggi mediante una serie di determinazioni   dirigenziali che hanno confermato i <strong>ripetuti   affidamenti diretti</strong>,   di durata breve, alla stessa cooperativa Inopera. A dicembre 2013,   nella struttura sono stati spostati&nbsp;<u><a href="http://mandrillapp.com/track/click/30159671/www.21luglio.org?p=eyJzIjoiOE05TzMtYnU3TUlJZ1F3TWh6UTBKdGxBdGVJIiwidiI6MSwicCI6IntcInVcIjozMDE1OTY3MSxcInZcIjoxLFwidXJsXCI6XCJodHRwOlxcXC9cXFwvd3d3LjIxbHVnbGlvLm9yZ1xcXC93cC1jb250ZW50XFxcL3BsdWdpbnNcXFwvbmV3c2xldHRlclxcXC9zdGF0aXN0aWNzXFxcL2xpbmsucGhwP3I9TXpjME96TXdNREk3YUhSMGNEb3ZMM2QzZHk0eU1XeDFaMnhwYnk1dmNtY3ZjbTl0WVMxeWIyMHRkSEpoYzJabGNtbDBhUzFrWVd3dFkyRnRjRzh0WVd3dFkyVnVkSEp2TFhKaFkyTnZiSFJoTFRJN1wiLFwiaWRcIjpcIjUwNjgyYTk3YzZmNDQ3NGI4MTkzMTNmMDMwNjU0MjliXCIsXCJ1cmxfaWRzXCI6W1wiYmYxNGRjZmY2MmJmZTkzZWZlZDQ5OGY4Y2U2Mjg2YzBjOTZhODFhMVwiXX0ifQ&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">anche   i 137 rom provenienti dal “villaggio attrezzato” di via della   Cesarina </a></u>e   altre persone vittime di sgomberi forzati.</div>
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Nel   solo 2014, il Best House Rom è costato circa <strong>2,8   milioni di euro</strong>,   pari a una spesa di <strong>650   euro al mese per ogni ospite</strong>,   mentre per una singola famiglia, dalla nascita del centro, il   Comune ha speso oltre <strong>150   mila euro</strong>.   Il <strong>93%   delle risorse</strong>,   inoltre, è usato per la sola gestione della struttura mentre   nulla è destinato all’inclusione sociale di uomini, donne e   bambini.</div>
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Nell’avviare   l’istruttoria, l’Autorità Nazionale Anticorruzione ha chiesto   al Comune di Roma una <u>giustificazione   circa i </u><strong><u>reiterati   affidamenti diretti</u></strong><u>   di breve durata alla cooperativa Inopera nonché circa la </u><strong><u>mancanza   di una opportuna pubblicazione</u></strong><u>   a livello comunitario degli stessi affidamenti, contravvenendo   così al principio di trasparenza</u>.</div>
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L’Autorità   ha quindi domandato&nbsp;al&nbsp;Comune di fornire informazioni   dettagliate sui <strong>requisiti   richiesti</strong>   alla cooperativa Inopera per la gestione del servizio di   accoglienza e sulle <strong>autorizzazioni   in materia urbanistica</strong>,    <strong>edilizia</strong>,   di <strong>igiene</strong>,    <strong>sicurezza</strong>   e <strong>prevenzione   incendi</strong>.   Infine, ha richiesto un elenco delle verifiche della corretta   esecuzione della prestazione da parte della cooperativa.</div>
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«L’apertura   del fascicolo da parte dell’Autorità Anticorruzione rappresenta    <strong>l’ennesima   scure</strong>   su un luogo, privo dei requisiti strutturali, dove si violano   sistematicamente i diritti umani di uomini, donne e bambini»,    afferma l’Associazione 21 luglio che auspica l’<strong>immediata   chiusura e superamento</strong>   del Best House Rom.</div>
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A   gennaio 2015 l’Assessore alle Politiche Sociali <strong>Francesca   Danese</strong>   aveva definito la struttura «<strong>un   mostro</strong>»,    promettendone la chiusura <strong>entro   due mesi</strong>.   Qualche mese dopo, lo scorso maggio, lo stesso Assessore aveva   pubblicamente annunciato che, con la fine della scuola, sarebbe   stata individuata una soluzione alternativa per almeno cinque   famiglie residenti nel centro di raccolta. <u>A   nulla di tutto ciò, ad oggi, è seguito un riscontro nella   realtà</u>.</div>
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Nel   frattempo, il 29 maggio 2015, nell’Ordinanza di applicazione di   misure cautelari, che aveva scandito l’inizio dell’azione   denominata “Mafia Capitale 2”, la cooperativa Inopera emergeva   nelle intercettazioni e nei dialoghi con altre realtà ora   indagate nell’inchiesta.</div>
<p>«<strong>Il   mostro è ancora lì</strong>   e continua, imperterrito, a nutrirsi dei milioni di euro che vi   confluiscono <strong>in   maniera poco trasparente</strong>.   Sulla pelle dei rom – afferma Carlo Stasolla, presidente   dell’Associazione 21 luglio -. Non riusciamo a capacitarci del   perché, nonostante i proclami dell’Amministrazione, sul Best   House Rom non sia ancora stata messa la parola fine. A fronte   dell’immobilismo istituzionale non ci resta che confidare nella   scure dell’Ufficio guidato da Raffaele Cantone e   nell’assestamento del <strong>colpo   decisivo a questa vergogna capitale»</strong>.<br />
<strong></p>
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</tr>
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