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	<title>materie prime Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Franco CFA, economia colonialista o moneta libera</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2019 07:48:36 +0000</pubDate>
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<p align="JUSTIFY">di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY">Dopo le ultime dichiarazioni sul Franco CFA di diversi politici italiani, è bene fare chiarezza su alcuni punti e sulle caratteristiche di questa moneta.</p>
<p align="JUSTIFY">Cominciamo con il dire che il Franco CFA occidentale (Franc Communautè Financière Africaine) è la moneta utilizzata da 8 stati indipendenti africani: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo e si collega anche al Franco CFA centrale che viene utilizzato da altri 6 paesi. 14 stati in tutto che condividono, quindi, la stessa moneta che ha un tasso di cambio fisso che fa discutere diversi economisti.</p>
<p align="JUSTIFY">I paesi della zona Franco CFA sono “costretti” a lasciare in deposito in Francia il 65% dei proventi delle loro esportazioni, chiamate “riserve in valuta estera”. Per chiarire meglio, facciamo un esempio reale con il Burkina-Faso che, in questo momento di forte crisi, non è in grado di pagare i propri funzionari; a fronte di un’esportazione di prodotti per il valore di 1 miliardo di euro (per esempio nel caso di esportazioni di materie prime), automaticamente dovrà lasciare in Francia un deposito di 650 milioni di euro.</p>
<p align="JUSTIFY">Perché? Per il motivo già citato: il 65% delle riserve valutarie di tali paesi sono depositate in un conto di transazione della Banque de France a Parigi. Secondo l’ex ministro della Prospettiva e della Valutazione delle politiche pubbliche in Togo, gli africani dovrebbero, in cambio, poter attingere dalle eccedenze delle riserve di cambio depositate al Tesoro pubblico francese per finanziare la crescita economica della regione. I politici degli Stati africani coinvolti in questa situazione, però, non agiscono per una sorta di “sudditanza volontaria” dei dirigenti che accettano ancora soldi fisicamente fabbricati in Francia, che produce l’ultima moneta coloniale ancora presente al mondo.</p>
<p align="JUSTIFY">Negli anni 90 il Franco CFA subì una grossa svalutazione di circa il 50%, richiesta dagli stati parte per cercare di ristabilire la competività internazionale delle esportazioni africane. Tale svalutazione causò, però, anche il crollo del 40% del potere d’acquisto della popolazione e, ancora una volta, inutile ribadirlo, quelli che maggiormente pagarono le conseguenze di questa situazione furono gli Stati più poveri.</p>
<p align="JUSTIFY">Considerato, inoltre, che il grosso export di queste regioni è sicuramente la produzione agricola, una costante diminuzione del prezzo di prodotti quali cotone, caffè o cacao rese sempre più necessaria la stipula di convenzioni per garantire il valore d’acquisto dei produttori locali. Inutile dire che questo tipo di economia non sia la più conveniente per paesi come quelli citati, che nascono già con alte problematiche di povertà e disagio sociale.</p>
<p align="JUSTIFY">Moltissime proteste si sono sviluppate negli ultimi anni in tutti questi paesi e, in parallelo, anche in molte capitali europee per richiedere alla Francia la restituzione all’Africa subsahariana di autonomia economica.</p>
<p align="JUSTIFY">A queste proteste si aggiungono le voci di studiosi ed economisti, come Nicolas Agbohou, economista e docente universitario che nel suo libro <em>Il Franco Cfa e l’Euro contro l’Africa</em> accusa duramente la Francia e la sua economia coloniale. Secondo Nicolas “gli africani sono esseri umani a pieno titolo come tutti gli altri. In quanto tali, è importante che gli africani siano liberi di condurre la politica monetaria che soddisfi meglio le proprie aspettative” e ancora, “Nessun paese può svilupparsi senza l’indipendenza monetaria. Abbiamo bisogno di una nuova moneta comune che non sia guidata dall’estero. Bisogna buttare nell’immondizia i principi che reggono il Franco CFA”.</p>
<p align="JUSTIFY">Siamo davanti ad una delicata questione di sovranità monetaria che riaccende intere popolazioni ad un “patriottismo economico”. Una lotta politica e cittadina che si sta sviluppando attraverso manifestazioni sempre più grandi.</p>
<p align="JUSTIFY">Il Franco CFA non rimane l’unica causa dell’immigrazione dall’Africa “nera” ma, sicuramente, è necessaria un’economia libera e autonoma che, vista l’abbondanza di materie prime presenti su tutto il territorio, condurrebbe l’Africa subsahariana verso una crescita immediata e un grande sviluppo economico.</p>
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		<title>&#8220;Stay human, Africa!&#8221;: Jogò, un buon esempio per tutti</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jul 2016 05:50:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-405.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6373" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6373" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-405.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (405)" width="686" height="509" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-405.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 686w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-405-300x223.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 686px) 100vw, 686px" /></a></b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Jogò, dolci sorprese. Così si intitola l’articolo di Raffaele Masto (giornalista della rivista Africa) sulla nuova e rinnovatissima fabbrica di lavorazione della frutta, nata in Mozambico.</p>
<p align="JUSTIFY">Una fabbrica che lavora frutta esotica, manghi e banane nello specifico, e che consente ai mozambicani di lavorare sul luogo di raccolta ciò che la loro ricca terre produce, prima di procedere all’eventuale esportazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa notizia è di particolare importanza, non solo per il Mozambico ma per tutte le industrie di trasformazione africane. Come sappiamo, infatti, la maggior parte degli stati africani è ricchissimo di materie prime; nel caso del Mozambico la ricchezza è riscontrabile in fonti minerali, tra cui carbone, sale e diamanti e nella produzione di frutta esotica.</p>
<p align="JUSTIFY">Uno dei motivi che sta alla base della povertà di alcuni stati africani è, appunto, riscontrabile nell’immediata esportazione di ciò che viene raccolto, togliendo così posti di lavoro e frenando la redistribuzione del reddito. Purtroppo ad oggi la situazione è proprio questa, la maggior parte degli insediamenti cinesi o occidentali che troviamo in Africa non ha al suo interno un reparto di trasformazione iniziale; le persone del luogo vengono impiegate esclusivamente per la raccolta di frutta e l’estrapolazione di materie prime, con salari alquanto criticabili.</p>
<p align="JUSTIFY">Non si prevede, quindi, in quasi la totalità dei casi, una prima lavorazione sul posto.  <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-407-1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6386" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6386" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-407-1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (407)" width="318" height="509" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-407-1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 318w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-407-1-187x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 187w" sizes="(max-width: 318px) 100vw, 318px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Jogò è l’eccezione, Jogò è una delle prime speranze; qui la frutta viene inizialmente pesata e pagata per poi iniziare il suo processo di lavorazione.</p>
<p align="JUSTIFY">I primi addetti hanno il compito di verificare la salubrità del prodotto per poi procedere con lavaggio e taglio. Infine la frutta viene introdotta in un’apposita macchina termoventilata per essere sottoposta nelle 14 ore successive, al processo di essiccazione. Si conclude quindi con il confezionamento sottovuoto e l’esportazione.</p>
<p align="JUSTIFY">“Jogò”, scrive Masto, “è il prodotto dell’intervento di quattro ong bresciane (Medicus Mundi, Servizio Volontariato Internazionale, Servizio di collaborazione e Assistenza Piamartino). Bruno Comini, 38 anni, che è il coordinatore dei progetti nella regione di Inhambane, è convinto che Jogò sia strategica per lo sviluppo della Regione”.</p>
<p align="JUSTIFY">Creare economia lavorando le numerose materie prime è un importante esempio che Jogò sta dando a tutte le imprese africane. Combattere lo sfruttamento dei lavoratori e imporre una lavorazione iniziale delle materie prime potrebbe essere il punto di svolta per molte realtà africane.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-406.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6374" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6374" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-406.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (406)" width="472" height="509" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-406.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 472w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-406-278x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 278w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
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