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	<title>matrimoni gay Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>L&#8217;Italia dei (tanti) doveri e dei (pochi) diritti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jan 2013 06:48:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Agenda politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il prossimo 24 febbraio si voterà in Italia. E siamo in piena campagna elettorale, ma tra le tante idee, proposte e promesse, si parla poco, pochissimo dei diritti delle persone. Se si affronta l&#8217;argomento&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on">
Il prossimo 24 febbraio si voterà in Italia. E siamo in piena campagna elettorale, ma tra le tante idee, proposte e promesse, si parla poco, pochissimo dei diritti delle persone. Se si affronta l&#8217;argomento è, più che altro, per parlare &#8211; quasi sempre senza argomentazioni, ma con una buona dose di slogan &#8211; delle unioni civili e, soprattutto, dei matrimoni omosessuali. L&#8217;ex premier, Mario Monti, ha dichiarato: <i class="twUnmatched" id="TWP103"> </i>che la famiglia debba essere costituita da un uomo e una donna e ritengo<br />
necessario che i figli debbano crescere con una madre ed un padre&#8221;, il leader del PD, Pierluigi Bersani ha risposto: &#8220;Abbiamo approvato dopo lunga discussione una<br />
proposta che dice precisamente quello che faremo: una legge che<br />
riconosca le unioni civili omosessuali secondo il modello tedesco che<br />
non prevede l’adozione da parte delle coppie omosessuali, ma la<br />
possibilità di esercizio dalla potestà genitoriale per una persona e il<br />
riconoscimento di adozione del figlio di uno dei due membri della<br />
coppia. Credo sia una posizione aperta ma abbastanza prudenziale”.<br />
Il dibattito è ancora aperto, ma questo è un esempio del &#8220;deserto dei diritti&#8221; che ancora copre il nostro Paese, come sostiene Stefano Rodotà. Ricordiamo, a questo proposito, che è stato da poco pubblicato il nuovo saggio del giurista intitolato Il diritto di avere diritto, Editori Laterza.</p>
<h2>
Il grande deserto dei diritti</h2>
<table align="" border="0" cellpadding="1" cellspacing="1" style="width: 510px;">
<tbody>
<tr>
<td></td>
<td align="right"><a href="http://bit.ly/abb_mm?utm_source=rss&utm_medium=rss"><br /></a></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><i>di <b>Stefano Rodotà</b>, la Repubblica, 3 gennaio 2013 </i></p>
<p><img alt="" src="http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/files/2012/06/stefano-rodota-costituzione.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" />Si<br />
 può avere una agenda politica che ricacci sullo sfondo, o ignori del<br />
tutto, i diritti fondamentali? Dare una risposta a questa domanda<br />
richiede memoria del passato e considerazione dei programmi per il<br />
futuro.</p>
<p>Ma bilanci e previsioni, in questo momento, mostrano<br />
un’Italia che ha perduto il filo dei diritti e, qui come altrove, è<br />
caduta prigioniera di una profonda regressione culturale e politica. Le<br />
conferme di una valutazione così pessimistica possono essere cercate nel<br />
 disastro della cosiddetta Seconda Repubblica e nelle ambiguità<br />
dell’Agenda per eccellenza, quella che porta il nome di Mario Monti.<br />
Solo uno sguardo realistico può consentire una riflessione che prepari<br />
una nuova stagione dei diritti.</p>
<p>Vent’anni di Seconda Repubblica<br />
assomigliano a un vero deserto dei diritti (eccezion fatta per la legge<br />
sulla privacy, peraltro pesantemente maltrattata negli ultimi anni, e<br />
alla recentissima legge sui diritti dei figli nati fuori del<br />
matrimonio). Abbiamo assistito ad una serie di attentati alle libertà,<br />
testimoniati da leggi sciagurate come quelle sulla procreazione<br />
assistita, sull’immigrazione, sul proibizionismo in materia di droghe, e<br />
 dal rifiuto di innovazioni modeste in materia di diritto di famiglia,<br />
di contrasto all’omofobia. La tutela dei diritti si è spostata fuori del<br />
 campo della politica, ha trovato i suoi protagonisti nelle corti<br />
italiane e internazionali, che hanno smantellato le parti più odiose di<br />
quelle leggi grazie al riferimento alla Costituzione, che ha così<br />
confermato la sua vitalità, e a norme europee di cui troppo spesso si<br />
sottovaluta l’importanza.</p>
<p>La considerazione dei diritti permette<br />
di andare più a fondo nella valutazione comparata tra Seconda e Prima<br />
Repubblica, oggi rappresentata come luogo di totale inefficienza. Alcuni<br />
 dati. Nel 1970 vengono approvate le leggi sull’ordinamento regionale,<br />
sul referendum, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, sulla<br />
carcerazione preventiva. In un solo anno si realizza così una profonda<br />
innovazione istituzionale, sociale, culturale. E negli anni successivi<br />
verranno le leggi sul diritto del difensore di assistere<br />
all’interrogatorio dell’imputato e sulla concessione della libertà<br />
provvisoria, sulla delega per il nuovo codice di procedura penale,<br />
sull’ordinamento penitenziario; sul nuovo processo del lavoro, sui<br />
diritti delle lavoratrici madri, sulla parità tra donne e uomini nei<br />
luoghi di lavoro; sulla segretezza e la libertà delle comunicazioni;<br />
sulla riforma del diritto di famiglia e la fissazione a 18 anni della<br />
maggiore età; sulla disciplina dei suoli; sulla chiusura dei manicomi,<br />
l’interruzione della gravidanza, l’istituzione del servizio sanitario<br />
nazionale. La rivoluzione dei diritti attraversa tutti gli anni ’70, e<br />
ci consegna un’Italia più civile.</p>
<p>Non fu un miracolo, e tutto<br />
questo avvenne in un tempo in cui il percorso parlamentare delle leggi<br />
era ancor più accidentato di oggi. Ma la politica era forte e<br />
consapevole, attenta alla società e alla cultura, e dunque capace di non<br />
 levare steccati, di sfuggire ai fondamentalismi. Esattamente l’opposto<br />
di quel che è avvenuto nell’ultimo ventennio, dove un bipolarismo<br />
sciagurato ha trasformato l’avversario in nemico, ha negato il negoziato<br />
 come sale della democrazia, si è arresa ai fondamentalismi. È stata<br />
così costruita un’Italia profondamente incivile, razzista, omofoba,<br />
preda dell’illegalità, ostile all’altro, a qualsiasi altro. Questo è il<br />
lascito della Seconda Repubblica, sulle cui ragioni non si è riflettuto<br />
abbastanza.<br />
Le proposte per il futuro, l’eterna chiacchiera su una<br />
“legislatura costituente” consentono di sperare che quel tempo sia<br />
finito?</p>
<p>Divenuta riferimento obbligato, l’Agenda Monti può<br />
offrire un punto di partenza della discussione. Nelle sue venticinque<br />
pagine, i diritti compaiono quasi sempre in maniera indiretta, nel<br />
bozzolo di una pervasiva dimensione economica, sì che gli stessi diritti<br />
 fondamentali finiscono con l’apparire come una semplice variabile<br />
dipendente dell’economia. Si dirà che in tempi difficili questa è una<br />
via obbligata, che solo il risanamento dei conti pubblici può fornire le<br />
 risorse necessarie per l’attuazione dei diritti, e che comunque sono<br />
significative le parole dedicate all’istruzione e alla cultura,<br />
all’ambiente, alla corruzione, a un reddito di sostentamento minimo. Ma,<br />
 prima di valutare le questioni specifiche, è il contesto a dover essere<br />
 considerato.</p>
<p>In un documento che insiste assai sull’Europa, era<br />
lecito attendersi che la giusta attenzione per la necessità di procedere<br />
 verso una vera Unione politica fosse accompagnata dalla sottolineatura<br />
esplicita che non si vuole costruire soltanto una più efficiente Europa<br />
dei mercati ma, insieme una più forte Europa dei diritti. Al Consiglio<br />
europeo di Colonia, nel giugno del 1999, si era detto che solo<br />
l’esplicito riconoscimento dei diritti avrebbe potuto dare all’Unione la<br />
 piena legittimazione democratica, e per questo si imboccò la strada che<br />
 avrebbe portato alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione<br />
europea. Questa ha oggi lo stesso valore giuridico dei trattati, sì che<br />
diviene una indebita amputazione del quadro istituzionale europeo la<br />
riduzione degli obblighi provenienti da Bruxelles a quelli soltanto che<br />
riguardano l’economia. Solo nei diritti i cittadini possono cogliere il<br />
“valore aggiunto” dell’Europa.</p>
<p>Inquieta, poi, l’accenno alle<br />
riforme della nostra Costituzione che sembra dare per scontato che la<br />
via da seguire possa esser quella che ha già portato alla manipolazione<br />
dell’articolo 41, acrobaticamente salvata dalla Corte costituzionale, e<br />
alla “dissoluzione in ambito privatistico” del diritto del lavoro grazie<br />
 all’articolo 8 della manovra dell’agosto 2011. Ricordo quest’ultimo<br />
articolo perché si è proposto di abrogarlo con un referendum, unico modo<br />
 per ritornare alla legalità costituzionale e non bieco disegno del<br />
terribile Vendola. Un’agenda che riguardi il lavoro, oggi, ha due<br />
necessari punti di riferimento: la legge sulla rappresentanza sindacale,<br />
 essenziale strumento di democrazia; e il reddito minimo universale,<br />
considerato però nella dimensione dei diritti di cittadinanza. E i<br />
diritti sociali, la salute in primo luogo, non sono lussi, ma vincoli<br />
alla distribuzione delle risorse.</p>
<p>Colpisce il silenzio sui<br />
diritti civili. Si insiste sulla famiglia, ma non v’è parola sul<br />
divorzio breve e sulle unioni di fatto. Non si fa alcun accenno alle<br />
questioni della procreazione e del fine vita: una manifestazione di<br />
sobrietà, che annuncia un legislatore rispettoso dell’autodeterminazione<br />
 delle persone, o piuttosto un’astuzia per non misurarsi con le<br />
cosiddette questioni “eticamente sensibili”, per le quali il<br />
ressemblement montiano rischia la subalternità alle linee della<br />
gerarchia vaticana, ribadite con sospetta durezza proprio in questi<br />
giorni? Si sfugge la questione dei beni comuni, per i quali si cade in<br />
un rivelatore lapsus istituzionale: si dice che, per i servizi pubblici<br />
locali, si rispetteranno “i paletti posti dalla sentenza della Corte<br />
costituzionale”, trascurando il fatto che quei paletti li hanno piantati<br />
 ventisette milioni di italiani con il voto referendario del 2011.</p>
<p>Queste<br />
 prime osservazioni non ci dicono soltanto che una agenda politica<br />
ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior respiro.<br />
Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica<br />
ad una dimensione, quella dell’economia. Serve un ritorno alla politica<br />
“costituzionale”, quella che ha fondato le vere stagioni riformatrici.</p></div>
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