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	<title>miliziani Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Attentato nel Nord Kivu: le testimonianze raccolte dalla Dire</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 08:24:47 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2021/02/nord-kivu-nigrizia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Attentato nel Nord Kivu: le testimonianze raccolte dalla Dire"/><figcaption>(Foto di Nigrizia)</figcaption></figure>



<p>(da pressenza.com) </p>



<p><em>Riportiamo integralmente alcuni dispacci della redazione esteri dell’Agenzia Dire sull’attentato in cui ha perso la vita l’ambasciatore italiano, il suo autista e la sua scorta.</em></p>



<p>“L’agguato al convoglio è stato molto probabilmente condotto da miliziani delle Forces democratiques de liberation du Rwanda, le Fdlr”. Così all’agenzia Dire il governatore del Nord Kivu, Carly Nzanzu Kasivita, che punta il dito contro forze ruandesi in campo già durante il conflitto di fine anni Novanta.</p>



<p>“E’ la tesi più probabile”, insiste l’amministratore, sottolineando che i miliziani hanno rifugi nella zona del Parco nazionale del Virunga.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Il governatore esprime “profonda tristezza” per la morte dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, rimasti uccisi insieme a Mustapha Milambo, l’autista del Word Food Programme (Wfp). La delegazione doveva visitare una missione umanitaria dell’Onu nel Nord Kivu.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Il governatore, che nella mattinata ha parlato con i sopravvissuti all’imboscata, ricostruisce l’accaduto: “I veicoli sono stati assaltati lungo la strada nazionale che da Goma porta a Beni da uomini armati che hanno aperto il fuoco colpendo le due autovetture. Dopo averli fermati, i miliziani hanno costretto tutti a seguirli: il loro obiettivo probabilmente era portare l’intera delegazione nel cuore della foresta. Chiedevano di camminare in fretta”.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Durante il cammino, tuttavia, il gruppo sarebbe stato intercettato da una pattuglia dei ranger del Virunga, dispiegati sia per contrastare i gruppi armati che popolano il parco nazionale, il più grande del Congo, sia per contrastare il traffico illecito di merci e il bracconaggio.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Secondo Kasivita, i ranger erano stati allertati in seguito all’assalto al convoglio e con loro erano giunti a dare sostegno anche militari dell’esercito. Ne sarebbe seguito uno scambio a fuoco. Gli assalitori, però, riferisce il governatore, “hanno preferito sparare anche contro gli ostaggi”.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Kasivita conclude: “Le guardie forestali sono riuscite a liberare gli altri, portando d’urgenza i feriti in ospedale dove però, appena giunto, l’ambasciatore è deceduto”.</p>



<p>“Lungo la strada operano gruppi ribelli, come le ex Fdlr ruandesi, ma anche combattenti congolesi come i Mai mai e soprattutto banditi comuni, che colpiscono solo per rapinare; in più tratti, prima e dopo il settore di Kanya Bayonga, la scorta è essenziale”: così all’agenzia Dire Etienne Kambale, direttore dell’ong Fondation Point de vue de Jeunes Africains pour le Developpement.</p>



<p>La sua voce arriva da Goma, il capoluogo del Nord Kivu dove stamane sono morti in seguito a un agguato l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, 44 anni, origini lombarde, e il carabiniere Vittorio Iacovacci, 30 anni, nato in provincia di Latina.</p>



<p>Secondo ricostruzioni condivise con la Dire, l’episodio si è verificato nel settore di Kilimanyoko, a una ventina di chilometri da Goma, lungo l’asse che porta verso nord in direzione del territorio di Beni.</p>



<p>“Sulla strada ci sono aree considerate più sicure, dove ribelli e banditi non si spingono anche perché ci sono posti di blocco delle Fardc, le Forze armate congolesi” sottolinea Kambala. Convinto che però le zone offlimits o ad alto rischio siano diverse. “Una delle aree più pericolose – dice -è quella di Kanya Bayonga, nella direzione del Parco nazionale della Virunga”.</p>



<p>Secondo Kambale, ad alimentare l’insicurezza sono spezzoni delle Fdlr, le Forces democratiques de liberation du Rwanda, un gruppo composto perlopiù da ribelli hutu, già comandato dal generale Sylvestre Mudacumura, ucciso da forze congolesi nel 2019. Sono però attivi anche Mai mai, milizie nate su base comunitaria, inizialmente per difendere i villaggi dalle incursioni dei ribelli, in particolare con basi in Ruanda.</p>



<p>Secondo il direttore della Fondation, però, questa matrice si intreccia spesso ad altre dinamiche. “Episodi come quello di oggi – dice Kambale – potrebbero non essere legati né a politica né a ideologia ma solo a tentativi di estorsione ed esigenze di finanziamento”.</p>



<p>“Il sacrificio dell’ambasciatore e del carabiniere italiano risvegli la coscienza della comunità internazionale sul dramma del Congo”: così padre Gaspare Di Vincenzo, missionario, in un’intervista con l’agenzia Dire nella quale evidenzia però anche lo “stupore” per misure di sicurezza che non sarebbero state adeguate.</p>



<p>Il religioso, comboniano originario di Agrigento, vive da otto anni nella provincia del Nord Kivu, quella dove si è verificato l’agguato di stamane. “Stupisce il fatto che l’ambasciatore Luca Attanasio viaggiasse in una macchina non blindata, in una zona insicura come il territorio di Rutshuru” la premessa. “Secondo le prime informazioni condivise dai giornalisti locali, il convoglio era accompagnato da caschi blu della missione di pace dell’Onu, la Minusco, ma si tratta di un fatto per certi versi scontato perché in quest’area nessun’auto privata può viaggiare da sola”.</p>



<p>Secondo padre Di Vincenzo, raggiunto al telefono nella città di Butembo, a nord rispetto a Goma e al luogo dell’agguato, in buona parte del Kivu c’è “un’insicurezza totale” a causa delle incursioni sia di gruppi ribelli che di bande armate. “I peggiori massacri sono avvenuti davanti a basi della Monusco” dice il missionario: “L’agguato di oggi, che sembra avere quasi un carattere intimidatorio, quasi a beffare le forze di sicurezza, non dovrebbe meravigliare”.</p>



<p>Fotografie condivise da giornalisti locali mostrano il vetro infranto di un mezzo con le insegne del World Food Programme (Wfp/Pam), organizzatore della missione alla quale partecipava Attanasio, partito da Goma come pure la seconda vittima italiana, il carabiniere Vittorio Iacovacci.</p>



<p>In un altro scatto è riconoscibile il diplomatico sorretto dopo essere stato colpito, a bordo di un mezzo scoperto.</p>



<p>“Potrebbe essere un veicolo delle Fardc, l’esercito congolese” dice padre Di Vincenzo. “Non è chiaro se nell’area siano intervenuti anche soldati”.</p>



<p>“Dalle informazioni che stiamo ricevendo dai nostri contatti a Beni, l’ambasciatore italiano Luca Attanasio viaggiava a bordo di un veicolo che non era blindato.</p>



<p>Le fotografie mostrano vetri infranti, forse a causa dello scambio di colpi d’arma da fuoco seguito all’attacco dei miliziani dopo l’imboscata. Sarebbe molto grave: bisognerà verificare le responsabilità di tutti gli attori coinvolti”.</p>



<p>Così all’agenzia Dire Sam Kalambay, analista politico.</p>



<p>Il commento giunge in seguito all’agguato di stamane a un convoglio di delegati del Programma alimentare mondiale (World Food Programme, Pam-Wfp) e dell’ambasciata d’Italia, nel quale lungo la strada nazionale che conduce a Beni, sono stati uccisi il diplomatico, un carabiniere e un autista del Wfp. La strada attraversa il parco nazionale di Virunga, dove hanno basi gruppi armati, disertori e banditi comuni.</p>



<p>Kalambay chiama in causa presunte “leggerezze” e sostiene che vadano verificate le responsabilità dell’amministrazione locale, ma anche dell’ambasciata e dell’organismo Onu nel provvedere alla sicurezza dei delegazione. “In quelle zone non si può avere una sola guardia del corpo e con un veicolo che non sia blindato” dice l’analista. Critiche che si sommano a voci che circolano tra i giornalisti locali secondo cui il governatore Carly Nzanzu Kasivita non fosse stato informato del viaggio.</p>



<p>Una situazione che conferma l’insicurezza nel Nord Kivu e che, secondo Kalambay, non sarebbe sufficientemente raccontato dai media internazionali. “Oggi hanno perso la vita due europei e allora il mondo si è accorto di quanto pericolosa sia la crisi in Nord Kivu” dice l’analista.<br>“Ogni giorno però qui muoiono congolesi; i media non possono fare due pesi e due misure, perché le vite umane hanno lo stesso valore”.</p>



<p>L’esperto continua. “A volte i media internazionali ci danno notizie a cui le nostre testate locali non arrivano- dice- ma devono fare di più per premere sulle autorità affinché sia riportata la pace”.</p>



<p>Sempre all’agenzia Dire il corrispondente di Voice Of America, Austere Malivika, ha riferito che a garantire la sicurezza nel Parco del Virunga pensano ranger, o “ecogards”, come vengono chiamate in francese. “L’esercito non c’è” dice il cronista, riferendo che stamane i primi a prestare soccorso dopo l’assalto sono state proprio le guardie forestali. “Da almeno 20 anni la situazione securitaria nel Nord Kivu è precipitata” continua Malivika. “Da tante voci della società civile giungono continui appelli affinché la regione sia liberata dai gruppi armati”.</p>



<p>Secondo Kalambay, la strada dell’imboscata “è un tragitto obbligato per chi deve raggiungere grandi città come Goma, Beni o Butembo e i veicoli civili devono sempre viaggiare scortati perché uccisioni, sequestri e ferimenti sono all’ordine del giorno”.</p>
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		<title>La complessa realtà del Mali</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Aug 2020 08:47:28 +0000</pubDate>
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<p>di Nicole Fraccaroli</p>



<p></p>



<p>Il presente articolo ha come fine quello di condividere informazioni in merito alla dura e complessa realtà che ormai da molti anni abita e affligge il Mali. Non si sente troppo parlare di questo territorio e delle sue sfide, e per questo motivo, l’autrice ha deciso di puntare i riflettori in questa direzione.</p>



<p>La missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) è stata istituita con la risoluzione 2100 del Consiglio di Sicurezza ONU del 25 aprile 2013 per sostenere i processi politici in quel paese e svolgere una serie di compiti relativi alla sicurezza. Alla missione è stato chiesto di sostenere le autorità di transizione del Mali nella stabilizzazione del paese e nell&#8217;attuazione della tabella di marcia transitoria. Adottando ad unanimità la risoluzione 2164 del 25 giugno 2014, il Consiglio ha inoltre deciso che la Missione dovrebbe concentrarsi su compiti quali garantire la sicurezza, la stabilizzazione e la protezione dei civili; sostenere il dialogo politico e la riconciliazione nazionale; e assistere il ripristino dell&#8217;autorità statale, la ricostruzione del settore della sicurezza e la promozione e protezione dei diritti umani in quel paese.</p>



<p>“Nel Mali centrale, ho osservato un accumulo di fallimenti di sicurezza, giudiziari e amministrativi che facilita l&#8217;impunità di violenza di massa. Le forze armate maliane e il MINUSMA non sono riusciti a fornire un&#8217;adeguata sicurezza ai civili della regione&#8221;, ha affermato Alioune Tine, esperto indipendente delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Mali, in una dichiarazione in seguito alla sua visita al paese. Ha inoltre aggiunto che i civili sono stati vittime di organizzazioni criminali transnazionali, gruppi terroristici e milizie armate che stanno afferrando il controllo della regione. All&#8217;esperto in diritti umani è stato detto che gli autori di precedenti attacchi in diverse regioni non sono stati ritenuti responsabili, rendendo l&#8217;impunità come uno dei fattori aggravanti dell&#8217;attuale violenza.</p>



<p>La situazione dei diritti umani in Mali è peggiorata nel 2019, poiché centinaia di civili sono stati uccisi in numerosi incidenti da gruppi etnici di autodifesa, la maggior parte per il loro percepito sostegno ai gruppi islamisti, e gli attacchi di islamisti armati si sono intensificati nelle parti settentrionali e centrali della contea alleata di Al- Qaeda e dello Stato islamico; e servizi di sicurezza maliani, forze di pace, forze internazionali e sempre più civili sono stati presi di mira. Le forze di sicurezza maliane hanno sottoposto numerosi sospettati a gravi maltrattamenti e molti sono morti in custodia o sono scomparsi con la forza.</p>



<p>Oltre 85.000 civili sono fuggiti dalle loro case a causa della violenza nel 2019. Le agenzie umanitarie sono state attaccate, in gran parte da banditi, minando la loro capacità di fornire aiuti.</p>



<p>Le atrocità contro i civili e il deterioramento della situazione della sicurezza nel Sahel hanno attirato una significativa attenzione da parte dei partner internazionali del Mali, in particolare le Nazioni Unite, la Francia, la Germania, l&#8217;Unione Europea e gli Stati Uniti. Questi attori denunciavano regolarmente atrocità attraverso dichiarazioni pubbliche ma sono stati incoerenti nelle loro richieste di responsabilità.</p>



<p>Nel corso del 2019, almeno 400 civili sono stati uccisi in incidenti di violenza comunitaria nel Mali centrale e settentrionale. La violenza ha contrapposto gruppi di autodifesa allineati etnicamente con comunità etniche Peuhl o Fulani accusate di sostenere gruppi armati islamisti. Gli attacchi più letali nel Mali centrale furono perpetrati dai miliziani Dogon, inclusa la peggiore atrocità nella storia recente del Mali, poiché almeno 150 civili furono massacrati il ​​23 marzo nel villaggio di Ogossagou; un attacco del 1 ° gennaio al villaggio di Koulogon ha ucciso 37 civili e gli attacchi di giugno nei villaggi di Bologo e Saran hanno lasciato oltre 20 morti. Dopo il massacro di Ogossagou, il governo ha promesso ma non è riuscito a disarmare e sciogliere la milizia implicata. I miliziani di Peuhl furono implicati nel massacro del 9 giugno di 35 civili Dogon nel villaggio di Sobane-da.</p>



<p>Gli attacchi di islamisti armati alleati di Al Qaeda e, in misura minore, della consociata dello Stato islamista nel Sahel, hanno ucciso oltre 150 civili, nonché decine di forze governative e almeno 16 missioni multidimensionali di stabilizzazione integrata delle Nazioni Unite in Mali, incluso l&#8217;attacco del 20 gennaio alla base ONU di Aguelhok che ha ucciso 11 peacekeeper ciadiani.</p>



<p>Oltre 50 civili sono stati uccisi da ordigni esplosivi improvvisati piantati su strade, specialmente nel Mali centrale. Il 3 settembre, un&#8217;esplosione ha ucciso 14 passeggeri di autobus vicino a Dallah e un attacco di giugno vicino a Yoro ne ha uccisi 11.</p>



<p>Gli islamisti armati hanno continuato a minacciare e talvolta ad uccidere i leader locali ritenuti collaboratori del governo e hanno anche imposto la loro versione della Sharia (legge islamica) attraverso tribunali che non aderivano a standard di giusto processo.</p>



<p>Dalla fine del 2018, numerosi uomini detenuti dalle forze di sicurezza durante operazioni di antiterrorismo sono stati sottoposti a sparizione forzata, cinque sono stati presumibilmente giustiziati o sono morti sotto custodia e dozzine di altri sono stati sottoposti a gravi maltrattamenti in detenzione. Numerosi uomini accusati di reati legati al terrorismo sono stati arrestati dall&#8217;agenzia di intelligence nazionale in strutture di detenzione non autorizzate e senza rispetto per l’equo processo.</p>



<p>Oltre 150 bambini sono stati uccisi durante la violenza in comunità. Il Fondo delle Nazioni Unite per l&#8217;Infanzia (UNICEF) ha segnalato 99 casi di reclutamento e utilizzo di bambini da parte di gruppi armati nei primi sei mesi del 2019, più del doppio di quelli segnalati l&#8217;anno precedente. Oltre 900 scuole sono rimaste chiuse e a 270.000 bambini sono stati negati il ​​diritto all&#8217;istruzione e allo sfollamento.</p>



<p>La magistratura maliana è rimasta afflitta da negligenza e cattiva gestione e molti posti nel Mali settentrionale e centrale sono stati abbandonati a causa dell&#8217;insicurezza. Centinaia di detenuti sono stati trattenuti in detenzione preventiva estesa a causa dell&#8217;incapacità dei tribunali di trattare adeguatamente i casi. Il ministro della giustizia Malick Coulibaly, nominato a maggio, ha preso provvedimenti concreti per migliorare le condizioni carcerarie e ha promesso di migliorare l&#8217;accesso alla giustizia e di compiere progressi nei casi di atrocità. Il mandato dell&#8217;unità giudiziaria specializzata contro il terrorismo e il crimine organizzato transnazionale, istituito dalla legge nel 2013, è stato ampliato a luglio per includere i crimini internazionali in materia di diritti umani. A ottobre, il governo ha prorogato di un anno lo stato di emergenza, dichiarato per la prima volta nel 2015. Lo stato di emergenza conferisce ai servizi di sicurezza ulteriore autorità e limita le riunioni pubbliche.</p>



<p>Vi sono stati scarsi progressi nel fornire giustizia per le atrocità commesse nel 2012-2013, tuttavia sono state avviate diverse indagini da parte dei tribunali locali e dell&#8217;unità giudiziaria specializzata. Gruppi locali hanno affermato che il governo è riluttante a mettere in discussione o accusare i leader della milizia implicati in modo credibile nei massacri, favorendo gli sforzi di riconciliazione a breve termine previsti per mitigare la tensione comunitaria. Al contrario, l&#8217;unità specializzata ha indagato attivamente su oltre 200 casi legati al terrorismo e nel 2018 ha completato 10 processi. La Commissione nazionale per i diritti umani (CNDH) ha indagato su alcuni abusi, ha emesso numerosi comunicati, ha visitato i centri di detenzione e ha istituito un programma per fornire supporto legale agli indigenti.</p>



<p>La Commissione per la verità, la giustizia e la riconciliazione, istituita nel 2014 per indagare sui crimini e sulle cause profonde della violenza dal 1960, ha raccolto oltre 14.000 vittime e testimonianze, ma la sua credibilità è stata indebolita dall&#8217;inclusione dei membri del gruppo armato e dall&#8217;esclusione dei rappresentanti delle vittime. Francia e Stati Uniti hanno guidato le questioni militari, l&#8217;UE quelle relative alla formazione e alla riforma del settore della sicurezza, mentre le Nazioni Unite si sono focalizzate sulle vicende relative allo stato di diritto e alla stabilità politica.</p>



<p>L&#8217;operazione Barkhane, la forza antiterrorismo regionale francese di 4.500 membri, ha condotto numerose operazioni in Mali. La missione di formazione dell&#8217;UE in Mali (EUTM) e la missione di rafforzamento delle capacità dell&#8217;UE (EUCAP), hanno continuato a formare e consigliare le forze di sicurezza del Mali.</p>



<p>MINUSMA ha significativamente supportato il governo, anche nelle indagini sulle atrocità, negli sforzi di riconciliazione della comunità e nel pattugliamento. Tuttavia, il suo solido mandato di protezione civile è stato messo in discussione a causa di persistenti attacchi contro le forze di pace e la mancanza di attrezzature.</p>



<p>La Commissione internazionale d&#8217;inchiesta, istituita nel 2018 dal segretario generale delle Nazioni Unite come previsto dall&#8217;accordo di pace del 2015, ha indagato su gravi violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario commesse tra il 2012 e gennaio 2018. A giugno, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato e rafforzato il mandato di MINUSMA includendo il deterioramento della situazione della sicurezza nel centro del Mali come seconda priorità strategica. Il Tribunale penale internazionale (ICC) ha continuato le indagini, iniziate nel 2013, su presunti crimini di guerra commessi in Mali. L’investigazione è stata richiesta dal governo del Mali nel luglio 2012. Il 27 settembre 2016, al-Mahdi è stato condannato a nove anni di prigione per la distruzione del patrimonio culturale mondiale nella città malese di Timbuktu. Almeno nove mausolei e una moschea furono distrutti.</p>



<p>La lotta ad una realtà maliana fatta di tolleranza, dialogo, rispetto per i diritti umani e libertà fondamentali e conformità con il diritto internazionale è ancora attuale, giornaliera; e tali sforzi non includono unicamente gli attori domestici, ma anche quelli internazionali. Per questi motivi, è importante essere a conoscenza degli sviluppi che possono influenzare fortemente la storia di un paese, il suo presente e futuro.</p>
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		<title>Iraq / Yazidi: 5. anniversario del genocidio degli Yazidi nel nord  dell&#8217;Iraq (3 agosto)</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Aug 2019 08:13:53 +0000</pubDate>
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<p> <br>L&#8217;Associazione per i popoli minacciati presenta uno studio sulla <br>situazione delle donne yazide.</p>



<p>In occasione del quinto anniversario del genocidio degli Yazidi nell&#8217;Iraq del nord, l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha presentato uno studio sull&#8217;attuale situazione delle donne yazide. La ricerca, fatta dallo psicologo tedesco-yazida Jan Ilhan Kizilhan, <br>documenta i traumi causati dal genocidio, la loro elaborazione tra i profughi in Germania e nel Kurdistan iracheno e accenna a possibili interventi politici.</p>



<p>Secondo Kizilhan, che da anni collabora con l&#8217;APM, il terrore dell&#8217;IS e i conflitti politici, religiosi e etnici in Iraq hanno dimostrato che gli Yazidi così come le persone appartenenti ad altre minoranze lasciano il paese quando non sono sufficientemente tutelati o non hanno alcuna <br>possibilità di vivere secondo la propria cultura e religione. Il mantenimento della propria lingua e cultura però non è garantito nemmeno nella diaspora. Quando un gruppo relativamente piccolo come quello degli Yazidi si trova diviso in tutto il mondo, è probabile che nel corso di quattro o cinque generazioni smetta di esistere.</p>



<p>In considerazione dello studio, l&#8217;APM torna a chiedere maggiori tutele e aiuti per la ricostruzione sia per gli Yazidi sia per le altre minoranze presenti in Iraq. L&#8217;APM inoltre chiede la mediazione internazionale per risolvere il conflitto tra il governo centrale di Baghdad e <br>l&#8217;amministrazione del Kurdistan iracheno relativamente alla regione dello Sinjar, che è tradizionalmente la regione di insediamento degli Yazidi. Circa 280.000 Yazidi vivono tuttora come profughi in campi provvisori o sono ospitati da privati. Finché non potranno tornare a <br>casa in sicurezza, queste famiglie e i loro bambini non hanno alcuna prospettiva per il futuro. L&#8217;Iraq arabo e il Kurdistan iracheno devono finalmente trovare una soluzione alla situazione dello Sinjar e decidere a quale parte del paese lo Sinjar deve appartenere. E&#8217; inoltre un dovere <br>della comunità internazionale aiutare e sostenere i sopravvissuti di un genocidio nella ricostruzione.</p>



<p>Il prossimo 3 agosto gli Yazidi e i loro amici in tutto il mondo ricorderanno le vittime del genocidio, iniziato proprio il 3 agosto 2014 quando le milizie dell&#8217;IS attaccarono i villaggi e le città dei circa 400.000 Yazidi dello Sinjar. Furono uccise o rapite migliaia di persone, <br>le donne catturate furono stuprate, costrette a sposarsi con miliziani dell&#8217;IS o vendute in veri e propri mercati degli schiavi. In occasione del quinto anniversario dell&#8217;attacco dell&#8217;IS agli Yazidi vi saranno numerose manifestazioni in tutta Europa, in America, in Russia, Armenia, <br>Georgia e soprattutto nel Kurdistan iracheno.</p>



<p>Jan Ilhan Kizilhan è nato nel 1966 nel Kurdistan turco. Attualmente è a&nbsp;<br>capo dell&#8217;Istituto per gli studi interculturali sulla salute presso la&nbsp;<br>Duale Hochschule Baden-Württemberg Villingen-Schwenningen. Dal 2015 è il&nbsp;<br>direttore medico-psicologico del gruppo speciale per l&#8217;assistenza a&nbsp;<br>donne con particolare bisogno di tutela del governo regionale del&nbsp;<br>Baden-Württemberg.

</p>
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		<title>Kurdistan: resistenza e democrazia curda contro l’assedio</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jun 2017 08:09:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1>Oggi ripubblichiamo un pezzo importante, del giugno 2016.</h1>
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<p><a title="" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/Kurdistan-map.gif?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6151" data-rel="lightbox-image-bGlnaHRib3gtMA==" data-rl_title="" data-rl_caption=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6151" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/Kurdistan-map.gif?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Kurdistan-map" width="622" height="366" /></a></p>
<p>La situazione dei diritti umani nelle regioni curde in Turchia è peggiorata negli ultimi mesi. Dal settembre 2015 il governo dell’AKP di Recep Tayyip Erdoğan, ha decretato lo stato d’assedio in diverse città in risposta alla “dichiarazione di autonomia” che questi municipi hanno esercitato. Questa dichiarazione è la conseguenza della stretta repressiva non solo contro la comunità curda e le forze politiche che la rappresentano ma più in generale della società turca che il governo dell’AKP sta portando avanti. Le conseguenze dello stato d’assedio sono drammatiche.</p>
<p>Secondo le dichiarazioni dello stesso vicepremier e portavoce del governo turco Numan Kurtulmus nove mesi (s’iniziò il 4 settembre 2015) d’assedio continuato, interrotto solo a tratti, a varie città kurde del sudest anatolico, da Diyarbakir a Cizre, passando per Silopi, Idil, Yukeskova e in queste ultime settimane Nusaybin, hanno prodotto la distruzione di 6.320 edifici. E’ la guerra condotta dalle Forze Armate di Ankara contro la popolazione locale accusata tutta, indiscriminatamente d’essere un supporto alla guerriglia del Partito Kurdo dei Lavoratori (PKK). Così son stati distrutti 11.000 appartamenti e case e oltre 90.000 persone risultano sfollate. Molte di loro restano accampate perché non sanno dove andare. Non hanno parenti visto che i congiunti sono rimasti vittime delle incursioni distruttive. Sono state registrate centinaia di vittime civili tra cui 80 giovani. Numerose anche le vittime tra i membri dei gruppi di autodifesa curdi e i militari dell’esercito turco.</p>
<p>In questo contesto vi sono tentativi di modificare l’assetto demografico delle città con progetti di insediamento di popolazioni provenienti da altre regioni della Turchia. Sono stati emessi decreti governativi di esproprio di terreni comunali per “motivi di sicurezza”. Secondo i principi della legalità internazionale gli attacchi e le distruzioni dell’esercito turco, con il pretesto della lotta al terrorismo, sono azioni contro città e cittadini “turchi”. Erdogan nell’aprile 2016 lanciò la proposta di togliere la cittadinanza turca, e tutti i diritti ad essa connessi, a chi è sospettato di appoggiare il PKK. Nel maggio 2016 il Parlamento ha approvato una legge che toglie l’immunità parlamentare. La rimozione dell’immunità riguarda almeno 138 (su 550) membri dell’assemblea, per cui sono state presentate richieste di autorizzazione a procedere. Allo stesso tempo è in discussione una legge per l’immunità dei militari dell’ esercito turco che combattono nelle città curde.</p>
<p>La decisione del Governo dell’AKP di imprimere questa svolta autoritaria s’inserisce nel contesto della drammatica situazione in Medioriente e soprattutto della guerra civile siriana. Il Governo turco fin dall’inizio aveva osteggiato il sostegno alla coalizione internazionale contro l’ISIS, poiché i propri obiettivi sono sempre stati dichiaratamente l’abbattimento del regime siriano e impedire l’autonomia curda costituitasi in Siria a partire dal 2012. Dal luglio 2015 il governo turco è intervenuto militarmente sia contro il movimento curdo in Turchia sia in Siria. Con questo intervento ha di fatto rotto la tregua che il PKK, organizzazione politico militare curda, aveva dichiarato unilateralmente dal marzo del 2013 sulla spinta del suo leader Ocalan detenuto in isolamento nel carcere dell’isola di Imrali dal 1999. Le proposte inclusive del movimento curdo attuate anche dal partito HDP nei municipi da esso governato, che si basano sulla partecipazione di tutte le componenti etniche e religiose della società attraverso forme di democrazia rappresentativa partecipata, ecologica, con il fondamentale protagonismo delle donne, sono l’unica strada percorribile per una soluzione pacifica e democratica. La comunità internazionale ha l’obbligo morale di sostenere un progetto in cui il dialogo tra le parti viene considerato prioritario per la soluzione del conflitto così come il rispetto dei diritti umani, civili e politici.</p>
</div>
</div>
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		<title>&#8220;Cappuccio rosso&#8221; è morta nella lotta all&#8217;Is</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jun 2017 07:39:28 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>La militante turca Ayse Deniz Karacagil ieri.  La sua figura era stata raccontata in Italia proprio da Zerocalcare (alias Michele Rech) nel suo volume <em>Kobane Calling</em>, dedicato alla lotta all&#8217;Isis nella città curda di Kobane. La giovane attivista turca, poco più che ventenne, era stata condannata a 100 anni di carcere per le proteste di Gezi Park. &#8220;Aveva scelto di andare in montagna e unirsi al movimento di liberazione curdo invece di trascorrere il resto della sua vita in galera o in fuga. Da lì poi è andata a combattere contro Daesh in Siria e questa settimana è caduta in combattimento&#8221;, ricorda il fumettista.</div>
<div></div>
<div><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/untitled-1010.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-8866 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/untitled-1010.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="279" height="269" /><br />
</a></div>
<div></div>
<div></div>
<div>Secondo quanto riportano i canali di informazione curdi e turchi sarebbe stata uccisa dal Califfato vicino al confine tra la Turchia e la Siria, martedì mattina. Attivista di sinistra, proveniente da Antalya, quando aveva poco più di 20 anni era stata arrestata nel corso delle proteste di Gezi Park. Condannata a 103 anni di carcere aveva deciso di “prendere la via delle montagne”, come si dice in gergo di chi aderisce alle milizie curde dello Ypg impegnate nella campagna contro il Califfato.  Deniz si era unita allo Ypj, divisione femminile delle milizie curde, impegnata insieme agli uomini nella liberazione di Raqqa, la capitale dell&#8217;Is (sedicente Stato Islamico) e nella difesa della regione autonoma del Rojava, nella Siria del Nord, noto anche come Kurdistan siriano.</div>
<div></div>
<div></div>
<div><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/310x0_1496303787605.6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-8867 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/310x0_1496303787605.6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="310" height="212" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/310x0_1496303787605.6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 310w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/310x0_1496303787605.6-300x205.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /><br />
</a></div>
<div></div>
<div>&#8220;Il commento di Zerocalcare: &#8220;È sempre antipatico puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno. Però siccome siamo fatti che se incontriamo qualcuno poi per forza di cose ce lo ricordiamo e quel lutto sembra toccarci più da vicino, a morire sul fronte di Raqqa contro i miliziani di Daesh è stata Ayse Deniz Karacagil, la ragazza soprannominata Cappuccio Rosso&#8221;.</div>
<div></div>
<div></div>
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		<title>Liberate 84 ragazze rapite da Boko Haram in Nigeria</title>
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		<pubDate>Mon, 08 May 2017 07:38:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>  Sembra che il rilascio sia  avvenuto al termine di un negoziato tra i miliziani e il governo federale in cui sarebbe stato concordato uno scambio con alcuni militanti dell&#8217;organizzazione arrestati nei mesi scorsi. Da&#46;&#46;&#46;</p>
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<header>
<p class="summary">Sembra che il rilascio sia  avvenuto al termine di un negoziato tra i miliziani e il governo federale in cui sarebbe stato concordato uno scambio con alcuni militanti dell&#8217;organizzazione arrestati nei mesi scorsi. Da ricordare che oltre cento delle 276 ragazze rapite a Chibok nell&#8217;aprile del 2014 restano ancora in mano ai terroristi.</p>
</header>
<p class="summary">In occasione di questa notizia, ripubblichiamo l&#8217;intervista di <em><strong>Ass. per i Diritti Umani</strong></em> al giornalista  Lorenzo Simoncelli che ha avuto occasione di parlare con alcune delle ragazze che sono<br />
riuscite a scappare dai rapitori. Ringraziamo moltissimo Simoncelli<br />
per il tempo che ci ha dedicato e per le notizie che ci ha voluto<br />
fornire.</p>
<div class="separator"><a title="" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/04/images-60.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-bGlnaHRib3gtMA==" data-rl_title="" data-rl_caption=""><img class="alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/04/images-60.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" border="0" /></a></div>
<div>Come si è preparato e organizzato per questo viaggio?</div>
<div></div>
<div>Rispetto agli altri viaggi professionali, c’è stato da limare tutto l’aspetto legato alla sicurezza. Sono andato nel Nord Est del Paese, cioè nella parte più colpita da Boko Haram, e mi sono appoggiato ad una mozione diplomatica che è stata portata avanti dall’ambasciata svizzera e, una volta in loco, ho avuto il supporto tecnico-logistico dell’American University di Yola, l’unica realtà accademica internazionale nella zona del Nord Est che mi ha facilitato fornendomi le “stringhe”: i traduttori, gli autisti e una sicurezza fisica con guardie personali.</div>
<div>Ventuno delle ragazze rapite sono all’interno dell’università di Yola: ho avuto la possibilità di conoscere il Rettore – una professoressa della California – e ho avuto l’accesso all’incontro con quattro ragazze, nello scorso mese di febbraio, durante il periodo delle elezioni.</div>
<div></div>
<div>Qual è la situazione attuale in Nigeria?</div>
<div></div>
<div>La situazione è di caos calmo. La Nigeria è, in realtà, un continente. Non è enorme per quanto riguarda la superficie, però è un Paese con 180 milioni di abitanti e il PIL di Lagos comprende, da solo, 19 Stati africani.</div>
<div>C’è una netta separazione tra Nord e Sud: un Nord poverissimo, arido e prevalentemente musulmano e un Sud di varie confessioni cristiane, più ricco, con una Lagos con un neoliberismo totale e una roccaforte petrolifera, nel delta del Niger, in cui, secondo me, ci saranno i problemi maggiori perchè ci sono dei guerriglieri che negli anni passati sono stati artefici di molti rapimenti soprattutto di imprenditori stranieri e che, nel 2009, hanno siglato questo tacito accordo con il governo (in carica fino a maggio) in cui dicevano “Voi ci date parte delle royalties dell’estrazione del petrolio e in cambio noi stiamo tranquilli”. Questo “patto”, con la<br />
vittoria di Muhammadu Buhari, rischia di saltare.</div>
<div>Buhari, inoltre, ha più di settant’anni, non si parlava di lui da tanto tempo, è per la dissciplina ferrea, ma è sembrato l’uomo giusto perchè il precedente governo è stato caratterizzato da una fortissima corruzione, considerando anche che durante la dittatura militare sono state uccise tante persone, è stata applicata una dura censura giornalistica e sono stati incarcerati anche alcuni politici. Ho paura, quindi, che sia stato fatto un voto di protesta, mirato ad abbattere la corruzione e a tenere sotto controllo i guerriglieri, attraverso la disciplina (perchè è stato un generale), recuperando anche un esercito.</div>
<div></div>
<div>Prima di essere rapite, dove vivevano le ragazze? In che condizioni le hai trovate?</div>
<div></div>
<div>Le ragazze vivevano a Chibok, città in uno dei tre Stati più colpiti da Boko Haram, nel Nord Est. Si tratta di una zona desertica, dove non c’è nulla: hanno vite semplicissime, in condizioni precarie e caldo terribile. Ci sono scuole che, in realtà, sono costruzioni fatiscenti. Le ragazze sono cristiane in un posto in cui la<br />
popolazione è al 97% musulmana.</div>
<div>Prima del rapimento, le ragazze andavano a scuola al mattino, al pomeriggio si dedicavano alla famiglia, cucinavano insieme alle madri e lavoravano nei campi. Non erano mai uscite dal villaggio e non sapevano nulla di quello che passa nel mondo.</div>
<div>Io dico che la ragazze con cui ho parlato, hanno avuto la “sorte” di fuggire dai rapitori. Appena i guerriglieri sono entrati nella scuola: alcune sono riuscite a scappare dalla finestra; due sorelle, appena caricate sui sette camion dei guerriglieri, sono scappate in corsa; altre sono riuscite a venire via dai campi di Boko Haram nelle prime ore del mattino.</p>
<div class="separator"><a title="" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/04/images-59.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-bGlnaHRib3gtMQ==" data-rl_title="" data-rl_caption=""> </a></div>
<div>La sorella di una delle ragazze rapite lavorava come guardia di sicurezza all’interno dell’università americana ed è riuscita a sapere che sua sorella era riuscita a scappare: ho chiesto,quindi, al Rettore se si poteva fare qualcosa e, tramite un lavoro di squadra anche con il Senato, sono riuscite ad ottenere un fondo di circa 50.000 dollari per creare delle borse di studio. Da Yola al luogo dove sono state rapite, ci sono circa tre ore di autobus: il rettore dell’università ha mandato la ragazza della sicurezza a Chibok che ha iniziato a parlare con le famiglie delle studentesse, famiglie spaventate e che avevano paura di mandare le ragazze in una realtà occidentale anche perchè “Boko Haram” significa proprio “contro l’istruzione, contro l’educazione”. Sono riusciti a convincere alcune famiglie, i genitori che hanno dato il permesso di andare all’università americana sono scappati e vivono in altri Stati. Le ragazze sono state portate via dai villaggi, scortate dalle guardie del corpo e si sono presentate ad una rotonda, senza sapere chi sarebbe andato a prenderle, con un sacchetto di palstica che era tutto il loro bagaglio e senza scarpe. Uno dei padri di queste ragazze aveva due figlie, entrambe rapite: all’inizio le borse di studio erano dieci e questo padre si è trovato a dover scegliere tra le due figlie. Quando, arrivate alla rotonda, è stata fatta la conta, l’uomo ha preso due fogli di carta e ha fatto un sorteggio: di fronte a questa immagine, il Rettore ha concesso una borsa di studio in più.</div>
<div>Quando sono entrate nell’università, una di loro con cui ho parlato, mi ha detto: “Pensavo di essere stata addormentata e di trovarmi negli Stati Uniti perchè non ho mai visto delle strutture del genere”:<br />
questo è stato il loro primo shock.il secondo è stato quello della lingua perchè parlavano solo il dialetto locale. Tutti gli operatori dell’università sono stati molto bravi a prendersi cura di loro, anche a livello educativo: le ragazze hanno giornate piene di lezioni, sono molto attive e una di loro vorrebbe fare il pilota…Oggi usano Internet anche se fino a un anno fa non sapevano cosa fosse un computer, ma non accettano il counceling psicologico e cercano di farcela da sole. E’ anche vero che sono le meno traumatizzate perchè non hanno vissuto la prigionia e le torture, resta il trauma del rapimento e tra noi c’era un patto: non parlarne troppo.</div>
<div>Molte di loro vogliono tornare a Chibok per migliorare la realtà locale e questo mi ha colpito: vogliono creare fondazioni, senza negare la realtà e nonostante siano ancora adolescenti.</div>
<div></div>
<div>Ci sono notizie delle studentesse ancora in mano a Boko Haram?</div>
<div></div>
<div>Poco fa (<i>14 aprile 2015) </i>ho parlato con un giornalista nigeriano, che ha molti contatti con Boko Haram e la verità assoluta non c’è. Ci sono due correnti di pensiero: una sostiene che sono morte (tesi sostenuta anche dall’ONU) e l’altra sostiene, invece, che per un qualsiasi gruppo terrorista (e Boko Haram si trova in mezzo al nulla, con poche fonte di approvvigionamento) avere 200 ragazze come ostaggi che tutto il mondo rivuole, rappresenta una enorme possibilità di scambio e io sono più per questa seconda ipotesi. Altri ancora sostengono che, quando<br />
Buhari diventerà presidente (il prossimo 29 maggio), ci sarà un colpo di scena e sarà proprio quello della liberazione delle ragazze.</div>
<div>Tre settimane fa sono state viste circa 50 studentesse ancora in vita ma, ripeto, la verità non la conosce ancora nessuno.</div>
</div>
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<div id="linkedin" class="sharrre" data-text="Ad un anno dal rapimento delle studentesse nigeriane da parte di Boko Haram" data-url="http://www.peridirittiumani.com/2015/04/28/ad-un-anno-dal-rapimento-delle/?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-title="Publish on Linked In">
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		<title>Da Al Jazeera sulla Siria</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2016 07:55:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Senza parole. No comment. &#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Senza parole. No comment.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/12/untitled-695.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7628" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/12/untitled-695.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-695" width="686" height="515" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/12/untitled-695.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 686w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/12/untitled-695-300x225.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 686px) 100vw, 686px" /></a></p>
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