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	<title>multietnica Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>&#8220;Raccontarsi (a modo mio)&#8221;. Nubia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2022 09:27:49 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/jo-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/jo-1-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16543" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/jo-1-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/jo-1-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/jo-1-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/jo-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p>A cura di Jorida Dervishi</p>



<p>Inizio da lontano. Arrivai in Italia dall&#8217;Ecuador nel 2003: una scelta difficile, visto che di là avevo un figlio di tre anni e mezzo e un&#8217;attività che per vari motivi andò in fallimento. Per tale fallimento avevo accumulato un debito di quasi 15.000 euro, sostenuto da una ipoteca della fattoria di mia mamma. A un certo punto mi trovai di fronte a un bivio: decidere se perdere la proprietà o venire in Italia, dov&#8217;erano da qualche anno i miei due fratelli, e provare a pagare.<br>Fu una scelta sofferta: da una parte non volevo separarmi da mio figlio, ma dall&#8217;altra parte non volevo che mia madre perdesse la fattoria per le mie decisioni sbagliate, così scelsi di partire con il cuore a pezzi, sconfitta nell&#8217;anima e con un senso di fallimento addosso indescrivibile.<br>Una volta in Italia, non sapendo neanche l&#8217;italiano tranne due o tre parole, cominciai a lavorare con una signora facoltosa, che abitava da sola nel centro di Milano e che aveva bisogno di un supporto dopo una caduta in casa. Il figlio, disperato, cercava una ragazza affidabile che accompagnasse la madre di notte, così si era rivolto a mio fratello, che godeva della stima di questa signora. Mio fratello, sapendo che ero arrivata da poco e conoscendo la mia urgenza di guadagnar,&nbsp; suggerì me, dicendo anzitutto che ero disponibile ma che non parlavo bene l&#8217;italiano. Il figlio, fidandosi di mio fratello, accettò. Il giorno dopo mi&nbsp; presentai al domicilio della signora, intimidita e spaventata, consapevole di non parlare l&#8217;italiano e di non aver mai fatto quel tipo di lavoro. Ragionando, mi&nbsp; dissi in fin dei conti che avrei dovuto soltanto accompagnarla di notte, non ero pagata male e poi i soldi mi servivano per pagare i miei debiti in Ecuador.<br>Così conobbi la signora L.C., una piccola donna di ottant&#8217;anni, fragile e con gli occhi di ghiaccio, che mi guardava della testa ai piedi. Sicuramente le piacqui, perché diede l&#8217;ok al figlio, nonostante non riuscisse a comunicare.<br>Ero felicissima di cominciare questa esperienza, dopo qualche mese, la lontananza con mio figlio si faceva sentire in maniera pesante, provocando in me tanta angoscia: qualche volta piangevo senza che lei capisse perché.<br>Con il suo aiuto il mio italiano migliorava di giorno in giorno e riuscivo a esprimermi sempre meglio. All&#8217;ennesima richiesta del perché della mia tristezza, mi confidai con lei, raccontando la mia storia, nonostante conoscesse la sua fama di donna molto fredda.<br>Rimasi senza parole quando lei, dopo aver ascoltato tutto il mio racconto, chiamò il figlio mettendolo al corrente della mia storia e della sua decisione di aiutarmi con un prestito bancario. Evidentemente, per loro la cifra non era così ingente come per me, considerando che in Ecuador uno stipendio medio si aggira intorno ai 200 euro al mese.<br>Dopo qualche giorno l&#8217;accompagnai in banca. Lei chiese un colloquio con il capoagenzia, che&nbsp; venne con grande sollecitudine invitandola ad accomodarsi in ufficio. Io rimasi fuori pregando dentro di me che accettasse la richiesta di lei. Dalla porta lasciata semichiusa assistetti alla loro conversazione: il mio italiano non era perfetto, però già capivo abbastanza bene la lingua.<br>La signora gli disse che voleva aiutarmi, lui fece invece di tutto per convincerla a non farlo, dicendole che c&#8217;erano stati molti altri suoi clienti rimasti truffati dai badanti che si facevano prestare dei soldi e poi sparivano. Lui aveva paura che sarebbe successo la stessa cosa anche a lei.<br>Capivo il suo discorso e capivo pure la sua paura che io fossi fra quelle persone, in fin dei conti lui non mi conosceva.<br>Apprezzai tanto l&#8217;enorme fiducia che la signora aveva in me, perché ai dubbi posti dal capoagenzia, lei rispose che se non avesse accettato la sua richiesta si sarebbe semplicemente rivolta a un&#8217;altra banca.<br>Lui vide nella signora una forte determinazione, per cui fu praticamente costretto ad accettare la&nbsp;richiesta, concedendomi il finanziamento che pagai alla banca in due anni.<br>Due giorni dopo, il prestito fu approvato e inviato direttamente in Ecuador a mia madre, la quale&nbsp; poté finalmente sanare la situazione della fattoria e almeno stare più tranquilla.<br>Rimasi con la signora L.C. anche dopo i due anni. Purtroppo, dopo quasi un anno, il figlio morì di infarto; a quel punto la nuora decise di ricoverarla in una casa di riposo, dove morì dopo due anni circa. La andai a trovare fino alla fine dei sui giorni; prima mi riconosceva, poi pian piano la sua memoria&nbsp; iniziava&nbsp; ad abbandonarla, fino a non riconoscermi più.<br>A distanza di anni ricordo il suo volto e la sue parole: &#8216;Ricordati, che nel momento del bisogno capirai chi ti vuole bene&#8217;&#8230; In effetti lei mi ha voluto bene.<br>Lei, senza saperlo, mi ha insegnato una grande lezione: l&#8217;importanza di essere corretti a prescindere dagli altri. Le buone azioni prima o poi tornano indietro e io ne sono la prova. Nel mio percorso di vita tengo ben presente le sue parole.<br>Nel frattempo mi sono sposata con una persona meravigliosa, sono riuscita a portare mio figlio con me, ho avuto un seconda figlia e posso dire di essere una persona realizzata, perché ho una famiglia che adoro, un lavoro che mi dà tanto e posso dire a gran voce che l&#8217;Italia è casa mia!!&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p></p>



<p>Il progetto &#8220;Raccontarsi a modo mio&#8221;, a cura di Jorida Dervishi, sarà presentato pubblicamente a Milano, il 9 ottobre, presso la Casa dei diritti. </p>
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		<title>Sconfinare. Viaggio alla ricerca dell&#8217;altro e dell&#8217;altrove</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Nov 2018 07:52:38 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Sconfinare_cover.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11613" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Sconfinare_cover.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1377" height="2126" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Sconfinare_cover.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1377w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Sconfinare_cover-194x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 194w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Sconfinare_cover-768x1186.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Sconfinare_cover-663x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 663w" sizes="(max-width: 1377px) 100vw, 1377px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E&#8217; uscito da pochi giorni il saggio intitolato <span style="color: #ff0000;"><em>Sconfinare</em>. <em>Viaggio alla ricerca dell&#8217;altro e dell&#8217;altrove</em></span> a cura di Donatella Ferrario, per San Paolo Edizioni.</p>
<p>«Questa è la storia di un viaggio. Come tutti i viaggi è nato da un&#8217;idea: la voglia di esplorare un luogo in cui si è stati e in cui ci si trova ogni giorno, in cui pare di muoversi a proprio agio, di conoscerne strade e scorciatoie. Un luogo tanto comune a tutti da divenire insignificante, in senso etimologico. Il confine».</p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> ha intervistato Donatella Ferrario &#8211; giornalista, lavora per Milano Multietnica &#8211; e la ringrazia per la sua disponibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">“Insignificante”, in senso etimologico, significa “privo di significato”: quali sono, invece, i luoghi che comunicano ancora qualcosa?</p>
<p align="JUSTIFY">Ogni luogo comunica sempre qualcosa, a patto di porsi in un atteggiamento di apertura, in una disposizione a vedere e ascoltare. Luoghi fisici ma anche luoghi dell’anima, ricordi di ciò che magari non esiste più, se non dentro di noi o in una memoria condivisa o storica.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Sconfinare</em> è un viaggio che fa parte dell’esperienza di ognuno. Ho riflettuto, insieme ad altri compagni di avventura &#8211; da Abraham Yehoshua a Paolo Rumiz, da Claudio Magris ad Antonia Arslan, Eugenio Borgna, Uliano Lucas, Pap Khouma, José Tolentino Mendonça, Furio Colombo e Nello Scavo &#8211; su un luogo che, spesso, è un non luogo, inafferrabile, talora imposto da trattati, segnato da cippi, da dogane, tracciato sulle mappe: il confine, appunto. E ho pensato poi di allargare l’orizzonte: perché, anche se non ce ne rendiamo conto, noi, come esseri umani, siamo sempre portati ad andare oltre, a scavalcare i muri e/o a guardare cosa c’è al di là. È l’atteggiamento del bambino, quell’istinto che abbiamo &#8211; magari sepolto dagli anni e dall’abitudine &#8211; e che dovremmo recuperare: quello di andare a vedere, di renderci conto. Il libro, attraverso più voci e sguardi, ritrova una convinzione comune a tutti: il fatto che, in ogni nostro atto, sconfiniamo, andiamo oltre. Poi magari ritorniamo, ma il movimento è sempre presente in noi: è un andare e venire. E al ritorno siamo molto diversi da come siamo partiti. Basta pensare all’esperienza che tutti hanno fatto di un viaggio, non importa quanto lontano.</p>
<p align="JUSTIFY">Quindi ogni luogo è significante: anche il più consueto, il più routinario. E prende significato dalle persone che lo abitano e lo attraversano.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche la nostra pelle è un confine, quello della nostra identità: pelle chiara, scura, tatuata&#8230; Come è stato trattato, nel libro, il tema della ricerca di un&#8217;identità?</p>
<p align="JUSTIFY">La domanda, più o meno sottintesa, è stata: cos’è l’identità? Cosa caratterizza me, te, un altro? Un confine, un muro invalicabile, può proteggere questa identità, questo essere appartenenti a un qualcosa (un popolo, una nazione, una tradizione, una lingua, ecc. ecc.)? Ognuno ha risposto secondo la sua visione esistenziale. Di fatto l’identità, il nascere in un luogo, da certi genitori, il vissuto, è sempre un qualcosa in movimento. La mia unicità di individuo non viene messa in crisi dal contatto con l’altro, la mia nascita non mi definisce per sempre. È come un’impronta che muta, rimanendo però la mia impronta. Non si può parlare di identità senza aver presente la riflessione di Amartya Sen («dobbiamo avere piena consapevolezza di possedere molte e distinte affiliazioni, e di poter agire con ognuna di esse in molti e diversi modi»), che supera il determinismo e apre a decine di possibilità.</p>
<p align="JUSTIFY">Nelle conversazioni di Sconfinare spesso fa capolino la nostra identità europea, penso a Paolo Rumiz e a Pap Khouma, per esempio. Quel riconoscimento che non sempre ci è chiaro di un’appartenenza, oggi così bistrattata che ha, come dice Rumiz, un bisogno disperato di cantori.</p>
<p align="JUSTIFY">Un ulteriore argomento importante è quello del razzismo: fino a poco tempo fa era strisciante, ora sempre più evidente. Quali sono, a suo parere, i motivi che stanno riportando a galla nella nostra società slogan e comportamenti sempre più violenti nei confronti, ad esempio, degli stranieri?</p>
<p align="JUSTIFY">Si fa leva sulla paura. Quella irrazionale, inconscia: la paura del diverso da me, di colui/colei che possono minare la mia identità &#8211; per riandare al tema della domanda precedente &#8211; sottrarmi quello che è mio, rubarmi il lavoro, ottenere benefici a mio discapito.</p>
<p align="JUSTIFY">La paura genera, come il sonno della ragione, dei mostri. Chi detiene il potere (ogni forma di potere, peraltro) questo lo sa benissimo e in questo momento storico il potere lo si usa in modo spregiudicato: le tematiche sono poche, depauperate di verità, ma su queste si insiste quotidianamente, si parla di invasione di migranti, di pericolo, si sottolineano solo certi episodi e se ne tacciono altri. E non importa se i numeri e le percentuali negano, per esempio, l’invasione: il seme della paura fa in fretta ad attecchire. Un proclama ripetuto più volte finisce per essere una verità, qualcosa di indiscusso.</p>
<p align="JUSTIFY">Si è completamente perso il senso del limite, il confine, se si vuole, tra ciò che è lecito dire e cosa no: l’amplificazione talora irresponsabile dei media o dei social fa poi da cassa di risonanza. Il linguaggio pare funzionare di più se è urlato, se usa parole che incitano all’odio, che risvegliano paure ataviche. Dobbiamo fare i conti con i nostri fantasmi, prendere coscienza che l’altro da noi non è un depauperamento ma è una fonte di ricchezza. Riandare alla storia: che dovrebbe essere un cartello indicatore per non ripetere gli stessi errori, o che dovrebbe ricordarci che, da sempre, l’umanità migra e che anche noi siamo stati un popolo di migranti. Il razzista per lo più lo è insieme ad altri: si sente rafforzato, legittimato, protetto da chi pare pensarla come lui. Il gruppo è il deterrente della sua paura.</p>
<p align="JUSTIFY">La risposta è nella solidarietà, nel rispondere punto per punto: mi viene in mente Paolo Rumiz quando afferma che ciò che fa davvero paura è il silenzio impaurito di chi si professa antirazzista ma tace. Ma per andare oltre e combattere i razzismi ci vuole una coraggiosa autocritica: uno dei grandi errori degli scorsi anni, come racconta sempre Rumiz nel libro, è stato di aver trascurato e abbandonato a se stesse le periferie.</p>
<p align="JUSTIFY">Qual è il luogo che una persona può considerare “casa”?</p>
<p align="JUSTIFY">Ognuno ha una sua personale risposta. Direi che casa è il luogo in cui sento che ci sono o possono esserci le condizioni perché come individuo riesca a esprimermi in tutte le mie potenzialità. In sostanza casa è per me libertà: di crescere, di poter manifestare la mia opinione. Va oltre il senso di appartenenza: casa è proprio senza confini. È l’illusione di avere infinite possibilità. Per Pap Khouma casa è il luogo in cui puoi entrare e chiudere la porta: dice “sono io che faccio entrare e faccio uscire il mondo”.</p>
<p align="JUSTIFY">Quanto è importante riuscire a “sconfinare” da se stessi per entrare in contatto con l’altro? E scoprire, poi, che non c&#8217;è un vero e proprio limite&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">Il libro si è proposto di mostrare che lo sconfinamento è la cifra quotidiana del nostro vivere. Anche se non ce ne accorgiamo, come dicevo. Si è parlato anche di confini che devono esistere: quelli morali o i limiti imposti dalle leggi. Ma ciò che è elettrizzante è proprio accorgersi che la “contaminazione” con l’altro avviene sempre, anche a nostra insaputa, e che non ci può fare male, anzi, ci arricchisce, ci fornisce degli occhiali che ci fanno guardare più in là, ci offre la possibilità di osservare il mondo da diverse prospettive. Oltretutto il rapporto è sempre circolare, si dà e si riceve. E la contaminazione inizia ogni giorno, non appena apriamo gli occhi e ci guardiamo intorno.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Locandina-16-11-2018.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-11614" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Locandina-16-11-2018.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="360" height="513" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Locandina-16-11-2018.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 709w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Locandina-16-11-2018-211x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 211w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La comunità romena, protagonista in „Milano multietnica. Storia e storie della città globale”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Nov 2016 07:55:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Ana Ciubian &#160; Tra i vari poeti e scrittori italiani e rumeni, l’edizione di quest’anno della manifestazione dedicata al libro e alla lettura di Milano, BookCity, ha ospitato anche la presentazione del libro&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Ana Ciubian</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">Tra i vari poeti e scrittori italiani e rumeni, l’edizione di quest’anno della manifestazione dedicata al libro e alla lettura di Milano, BookCity, ha ospitato anche la presentazione del libro „Milano multietnica. Storia e storie della città globale”, firmata dagli giornalisti italiani Donatella Ferrario e Fabrizio Pesoli.</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-663.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7499" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-663.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-663" width="600" height="300" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-663.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-663-300x150.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">L’evento si è tenuto sabato, presso la<strong> sala Auditorium del Museo delle Culture del Mondo di Milano</strong> che ha riunito più di 100 persone curiose di scoprire la storia, le tradizioni, la cultura, le ricette e le testimonianze delle comunità più importanti che vivono a Milano.</span></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">Con oltre un milione di persone in tutta l’Italia, ai rumeni è stato regalato un ampio capitolo nel <strong>„Milano multietnica. Storia e storie della città globale”.</strong></span></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">„<b><i>La comunità romena è tra le più attive e feconde che abbiamo avuto il piacere di conoscere in profondità attraverso il Consolato Generale della Romania a Milano e il Centro Culturale Italo-Rumeno”, dice Donatella Ferrario, l’autrice del libro</i></b>.</span></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"> In seguito, gli autori Donatella Ferrario e Fabrizio Pesoli, rispondono,<strong> in esclusiva per Agenda Diasporei,</strong> alle domande sulla comunità rumena presente nel <strong>”Milano multietnica. Storia e storie della città globale”.</strong></span></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"> </span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">Come siete venuti a contatto con la comunità romena di Milano?</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"><strong>Donatella:</strong> Abbiamo iniziato un po’ di anni fa, attraverso il Consolato Rumeno a Milano, che ci ha messo in contatto con Violeta Popescu, la fondatrice del Centro Culturale Italo-Rumeno di Milano. E da lì è iniziata una vera catena di contatti, con le associazioni rumene e le organizzazioni di Milano.</span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">Quando diciamo „multietnicità” diciamo  origini, storia, ma anche vissuto migratorio. Qual è la parte sulla quale vi siete soffermati di più per la stesura del libro?</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"><strong>Fabrizio:</strong> Diciamo che entrambi piani si intersecano, ma devo dire che il nostro libro non è uno specifico sulle immigrazioni, ma sulle presenze delle comunità straniere a Milano; quindi, Milano come masaico di culture, tra cui anche la comunità rumena, in aumento negli ultimi anni (ci sono circa 15.000 rumeni a Milano). A noi interessava il processo che si avvia dopo che loro hanno messo le radici qui: iniziano i rapporti sociali, di lavoro, praticamente l’integrazione nella comunità locale.</span></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"> </span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">A proposito di integrazione, secondo voi, la comunità rumena può considerarsi integrata a Milano (e non solo)? Pensate che manchi qualcosa perché si integri meglio?</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"><strong>Fabrizio:</strong> L’integrazione&#8230;in tanti parlano di inclusione, ma in ogni caso quando si parla di integrazione si parla di una buona convivenza, di  assenza di conflitti (o se ci sono, sono minimi). E siccome i rumeni hanno tantissime radici comuni con gli italiani, per esempio la lingua, questo li favorisce rispetto a altre presenze etniche. Quindi, i rumeni, direi, sono molto bene integrati.</span></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"> </span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">Ovviamente, attraverso le vostre ricerche per il libro, avete scoperto tanto sulla cultura rumena. Vi chiederei che cosa vi è piaciuto di più e con che cosa vi siete identificato meno paragonando al modello culturale italiano?</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"><strong>Donatella:</strong> Personalmente, ho scoperto attraverso Violeta Popescu (Centro Culturale Italo-Rumeno di Milano) e le altre associazioni questa sorellanza tra la cultura rumena e quella italiana di cui i rumeni parlavano tanto, ma di cui io non rammentavo. In effetti, questa è stata la parte più bella, dell’assomiglianza tra i due modelli.</span></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"> </span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">Ricordate in particolare qualche testimonianza di un rumeno/a?</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"><strong>Donatella:</strong> Ne abbiamo avuto tante, ma purtroppo abbiamo dovuto comprimere al massimo perché ci stesse tutto nelle 200 pagine che contiene il libro. Sulla comunità rumena, ci siamo concentrati sulla cultura, sulle somiglianze tra il popolo rumeno e italiano; quindi abbiamo preferito dare una presentazione esclusivamente culturale e lasciare le problematiche alle associazioni sul territorio.</span></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">Tuttavia, sono venuta a conoscenza con la situazione delle badanti, che lavorano dalla mattina alla sera e che si ritrovano senza tempo per stare insieme ai loro figli. E’ una situazione difficile&#8230;</span></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"> </span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">Qualche feedback da parte della comunità rumena fino adesso?</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"><strong>Fabrizio:</strong> Anche se abbiamo avuto le presentazioni ieri e oggi, abbiamo già ricevuto un buon feedback da parte di chi ha visto il libro.</span></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">„Questi due hanno pensato di raccontare la nostra storia e le nostre  storie”, ci è stato detto. Il libro è nato dopo aver notato la mancanza di un prodotto del genere.  Praticamente abbiamo riempito un vuoto: non un libro sulle statistiche o sull’immigrazione, realizzati  già da tanti studiosi. Il nostro è un libro sulle presenze straniere a Milano, accessibile agli studenti e a chiunque fosse interessato.</span></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"><strong>Donatella:</strong><u><i> Devo dire che i rumeni sono stati molto, molto attenti e si sono attivati subito, sin dall’inizio. Ho trovato la comunità rumena di Milano molto unita.</i></u></span></p>
<p><strong><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;"> </span></strong></p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">Durante l&#8217;evento sono intervenuti: Anna Scavuzzo, vice sindaco di Milano, </span>Diana De Marchi, Consigliere Comune di Milano e Presidente Commissione Pari opportunità e Diritti Civili, Paolo Branca, Professore associato Università Cattolica del Sacro Cuore, Davide Demichelis, Giornalista e autore televisivo – “Radici -L’altra faccia dell’immigrazione”, Rai 3, Violeta Popescu, fondatrice Centro Culturale Italo-Rumeno di Milano, Silvia Dumitrache (ADRI), María Gabriela Vera Basurto, Console Generale dell’Ecuador in Italia, Elienor Llanes Castillo, Fondatrice MAIA – Migrant’s Advocacy for Integration Association.</p>
<p>George Miloșan, Console Generale della Romania in Italia</p>
<p><span style="font-family: georgia, serif; font-size: large;">L’evento si è concluso con l’esibizione del Coro Multietnico Mediolanum, diretto da Carlos Verduga Rivera.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-664.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7498" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-664.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-664" width="1140" height="641" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-664.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1140w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-664-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-664-768x432.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-664-1024x576.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1140px) 100vw, 1140px" /></a></p>
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		<title>&#8220;Comunicazione interculturale e sfera pubblica. Diversità e mediazione nelle istituzioni&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jul 2016 09:08:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le grandi trasformazioni provocate dai processi di globalizzazione hanno, negli ultimi anni, messo in primo piano le dimensioni della comunicazione e dell’intercultura. &#160; &#160; Il confronto con la diversità culturale è oggi un passaggio ineludibile e, sempre di più, operare nella&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le grandi trasformazioni provocate dai processi di globalizzazione hanno, negli ultimi anni, messo in primo piano le dimensioni della <strong>comunicazione </strong>e dell’<strong>intercultura</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/unnamed-242.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6230" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6230" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/unnamed-242.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="unnamed (242)" width="200" height="297" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il confronto con la <strong>diversità culturale</strong> è oggi un <em>passaggio ineludibile </em>e, sempre di più, operare nella sfera pubblica richiede l’adozione di una prospettiva comunicativa interculturale che, oltre a <strong>riconoscere le differenze</strong>, consenta di <strong>valorizzare </strong>appieno le molteplici realtà di una società sempre più aperta e plurale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questi delicati temi sono affrontati dall&#8217;ultimo libro del prof.<strong> Mohammed Khalid Rhazzali </strong>&#8220;<em>Comunicazione interculturale e sfera pubblica. Diversità e mediazione nelle istituzioni</em>&#8221; che avrò il piacere di presentare<strong> venerdì </strong><strong>8 luglio</strong><strong> p. v. </strong>alle ore <strong>10 </strong>presso<strong> la Sala del Mappamondo</strong>.<strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Intervengono:</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Khalid Chaouki</strong>, deputato e coordinatore intergruppo parlamentare immigrazione e cittadinanza</p>
<p><strong>Milena Santerini</strong>, deputata, prof. ordinario di Pedagogia alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del S.Cuore di Milano</p>
<p><strong>Mohamed Khalid Rhazzali</strong>, autore del libro</p>
<p><strong>Roberto Mazzola,</strong> direttore del Forum Internazionale Democrazia e Religioni</p>
<p>Modera <strong>Karima Moual</strong> giornalista de «La Stampa»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ingresso da Piazza Montecitorio 1 dalle ore 9:45</p>
<p>Per accreditarsi scrivere a: <a href="mailto:silvia.demarchi@camera.it">silvia.demarchi@camera.it</a></p>
<p>Per gli uomini è obbligatorio l’uso della giacca.</p>
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		<title>Ti disturbo?: parlare di una Milano multietnica con ironia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Nov 2013 07:55:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sanja Lucic è nata a Belgrado. Vive e lavora a Milano da 13 anni, città che ama moltissimo . Giornalista da più di 16 anni, nel 2000 si trasferisce nel capoluogo lombardo dove lavora&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sanja Lucic è nata a Belgrado.<br />
Vive e lavora a Milano da 13 anni, città che ama moltissimo .<br />
Giornalista da più di 16 anni, nel 2000 si trasferisce nel capoluogo<br />
lombardo dove lavora a <em>Radio<br />
Popolare</em> oltre a scrivere<br />
per molti giornali in Serbia e in Italia.<br />Ha curato per anni il<br />
blog <u><a href="http://www.strangerinmilan.com/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">www.strangerinmilan.com?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></u><br />
da cui è nata<br />
l&#8217;idea di <em>Ti disturbo? </em><em>Una<br />
serie di racconti lucidi, divertenti, acuti e pungenti. Un libro<br />
edito da Edizioni del Gattaccio.</em></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/11/copertina-Ti-disturbo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/11/copertina-Ti-disturbo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div align="JUSTIFY" style="font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
L&#8217;Associazione<br />
per i Diritti Umani ha intervistato per voi l&#8217;autrice e, in<br />
primavera, saremo lieti di presentare il libro in un incontro<br />
pubblico. Ringraziamo tantissimo Sanja Lucic e il suo editore.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Le<br />
parole, il linguaggio veicolano stereotipi, spesso negativi: quali<br />
sono i modi di dire più frequenti nelle conversazioni e quali le<br />
sembrano inopportuni?</b></div>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Nel<br />
mio libro parlo molto di modi di dire che non sono solo questo,<br />
rispecchiano i concetti di vita in questa città, in questo Paese. Ho<br />
sempre trovato molto strano dire “Ti disturbo?” (ed è anche il<br />
titolo del libro) quando si chiama qualcuno. Non capisco perché<br />
dobbiamo pensare che la nostra telefonata disturbi la persona<br />
dall’altra parte e poi se è effettivamente occupata dovrebbe non<br />
rispondere, giusto? Ma questo evidenzia un modo di vivere<br />
completamente indirizzato sul lavoro, sulle cose da fare, dove i<br />
momenti per godersi la vita, fare due chiacchiere con gli amici,<br />
sentire qualcuno al telefono, sono rari, sono un fattore disturbante.<br />
Il tempo qua è prezioso, si ritiene che tutti hanno tanto da fare in<br />
ogni momento della giornata e non hanno il tempo da perdere, con una<br />
telefonata (se non è di lavoro), appunto. La stessa cosa è con:<br />
“Dimmi”, oppure “Buon lavoro”. Queste frasi mi sono sempre<br />
suonate stonate, non mi appartengono e non le uso mai. Non è una<br />
critica, è solo un’osservazione di qualcosa che è diverso dal mio<br />
modo di vivere. Nel libro ci sono molti modi di dire che ho notato da<br />
straniera, ma decisamente non è un libro che parla solo di questo.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Ci<br />
può raccontare della sua esperienza, vissuta nel 1999 a Belgrado?</b></div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
1999 è stato un culmine, dopo sette anni d’embargo economico e gli<br />
scaffali nei supermercati completamente vuoti, la benzina che si<br />
vendeva nelle bottiglie per strada, l’inesistenza delle banche,<br />
lunghe code per i beni primari dalle 04 del mattino, gli amici<br />
chiamati in guerra e i notiziari che 24/24 h trasmettevano le<br />
immagini terribili; gli anni in cui non sapevo che fine avevano fatto<br />
mia zia e la nonna in Croazia perché le linee telefoniche erano<br />
tagliate. Nel 1999  gli aerei della Nato hanno bombardato Belgrado<br />
per 78 giorni. Ho vissuto in quei giorni sempre vestita, con uno<br />
zaino vicino al letto dentro il quale c’erano poche cose necessarie<br />
per una fuga. Non c’era più la differenza tra il giorno e la<br />
notte. Gli aerei attaccavano sempre, le sirene che ci avvisavano del<br />
loro arrivo partivano d’improvviso, ad ogni ora. Il 30 aprile del<br />
1999 una “bomba intelligente” e’ caduta a 100 metri da casa<br />
mia. Sono morte le persone, l’intera via è stata rasa al suolo ed<br />
io per soli 100 metri non sono stata “l’errore collaterale”. E’<br />
stato terribile ma è come se io solo ora avessi elaborato tutto.<br />
Qualche giorno fa, per la prima volta dopo 14 anni, sono scoppiata a<br />
piangere raccontando l’accaduto.
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<b>Le<br />
è capitato di sentirsi straniera a Milano e ci si può sentire tali<br />
anche se si è nati in questa città?</b></div>
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Non<br />
mi è mai capitato che gli altri mi abbiano fatto sentire straniera.<br />
Ho forse avuto la fortuna di incontrare le persone che non hanno mai<br />
fatto un accenno, in senso negativo, al fatto che io fossi straniera.<br />
Ma ci sono state alcune volte in cui mi sono sentita tale.
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Si<br />
tratta di momenti, di episodi di vita quotidiana quando per esempio<br />
mi accorgevo che qua la gente non si telefona per chiacchierare ma<br />
per mettersi d’accordo per qualcosa. Che non c’è l’abitudine<br />
di sentirsi al telefono solo per condividere una cosa, una<br />
sensazione, un episodio. Che la gente non fa le visite a casa se non<br />
si preannunciano molto tempo prima. Ma in generale ci si incontra nei<br />
ristoranti e raramente a casa. Che Milano toglie completamente la<br />
spontaneità. E’ una città molto programmata, ogni minuto è<br />
pensato bene e riempito fino ai minimi dettagli. Non c’è tregua. E<br />
poi, qua si sente spesso che si è amici, tutti sembrano amici ma in<br />
realtà, si tratta delle semplici e superficiali conoscenze. Ecco,<br />
questi sono gli esempi delle varie situazioni nelle quali io mi sono<br />
sentita diversa-straniera visto che da dove arrivo io si vive<br />
diversamente.
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Ascoltando<br />
gli amici napoletani, calabresi, sardi e pure romani noto che loro<br />
fanno le mie stesse osservazioni. E si sentono stranieri a Milano. Ma<br />
la cosa interessante è che spesso le persone nate in questa città<br />
commentano e criticano Milano dicendo: “E pensa, sono nato qua!”
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<b>Che<br />
cosa ama, invece, in particolare di Milano?</b></div>
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Spesso<br />
mi capita di guidare per le vie che ormai conosco bene, di sorridere<br />
e pensare: “Questa è la mia città”. Io adoro i tram milanesi,<br />
mi fanno sentire a casa, mi piace il Duomo, lo trovo “mozzafiato”<br />
ed ogni volta quando gli passo vicino mi emoziona. Mi piace via Paolo<br />
Sarpi. Mi piacciono i chioschi che vendono i fiori, il parco<br />
Sempione, i mezzi pubblici che nonostante quello che si dice sono<br />
puntuali. Ma sopratutto mi piace il  mio mondo che mi sono creata a<br />
Milano. Il mondo fatto dal bar di Efisio sotto il condominio 54, i<br />
miei stupendi vicini di casa e il caffé al mattino con loro, i<br />
piccoli negozi dove conosco tutti, la passeggiata con il cane quando<br />
chiacchiero con la gente e il fatto che nel mio quartiere ci<br />
conosciamo tutti. Io amo le persone perché basta non fermarsi<br />
all’apparenza e in questa città trovi gente stupenda, buona,<br />
creativa, interessante, generosa.
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<b>Il<br />
suo nome, in serbo, significa “colei che sogna”: quali sono il<br />
suo sogno più bello e il suo desiderio più grande ?</b></div>
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<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Direi<br />
che proprio in questo momento una fase della mia vita è finita. In<br />
questa fase avevo realizzato tutti i miei sogni. Avevo una lista che<br />
riguardava l’università, il lavoro da giornalista, l’amore, gli<br />
interessi, i viaggi. E ho fatto tutto anche se è stata davvero dura,<br />
soprattutto negli anni di guerra.
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<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Ora<br />
le cose sono cambiate ed io ho una nuova lista. Mi piacerebbe<br />
continuare ad essere in salute, avere i soldi a sufficienza per poter<br />
rendere felici le persone che mi circondano, vorrei continuare a<br />
lavorare in radio perché non è solo un lavoro, è la ragione di<br />
vita. Vorrei pubblicare un altro libro, portare questo primo in<br />
teatro e vorrei avere una famiglia.
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