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	<title>multilinguismo Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Brevi lezioni sul linguaggio. Intervista a Federico Faloppa</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Dec 2019 18:02:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani ha intervistato Federico Faloppa &#8211; Lecturer nel Dipartimento di Modern Languages dell’Università di Reading (Gran Bretagna), dove insegno Storia della lingua italiana e Sociolinguistica &#8211; autore del saggio Brevi&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em><strong>Associazione Per i Diritti umani</strong></em> ha intervistato Federico Faloppa &#8211;  <br>Lecturer nel Dipartimento di Modern Languages dell’<a rel="noreferrer noopener" href="http://reading.academia.edu/FedericoFaloppa?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">Università di Reading</a> (Gran Bretagna), dove insegno Storia della lingua italiana e Sociolinguistica &#8211; autore del saggio Brevi lezioni sul linguaggio, Bollati Boringhieri.</p>



<p>Ringraziamo molto Federico Faloppa per la sua disponibilità.</p>



<p>Secondo alcune fonti, nel mondo ci sarebbero oltre settemila lingue vive. In Europa le lingue parlate sarebbero quasi trecento, delle quali una trentina solo in Italia. Effettivamente, trenta lingue per l&#8217;Italia sembrano davvero tante, e molti infatti le «declasserebbero» quasi tutte a semplici dialetti. La distinzione tra lingua e dialetto è però tutt&#8217;altro che scontata, e resta comunque il fatto che la nostra penisola, come il resto del mondo, possiede una varietà linguistica sbalorditiva. Dunque, cos&#8217;è una lingua? Da dove viene questa abbondanza? In che cosa, linguisticamente, noi esseri umani siamo così diversi? E in che cosa, soprattutto, siamo simili? Queste sono solo alcune delle domande da cui prende spunto Federico Faloppa in questo libro, un vademecum per addentrarsi nei meandri della comunicazione verbale e dei suoi segreti. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="699" height="1024" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Federico-Faloppa-Brevi-lezioni-sul-linguaggio-ridotto-699x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13342" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Federico-Faloppa-Brevi-lezioni-sul-linguaggio-ridotto-699x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 699w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Federico-Faloppa-Brevi-lezioni-sul-linguaggio-ridotto-205x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 205w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Federico-Faloppa-Brevi-lezioni-sul-linguaggio-ridotto-768x1125.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Federico-Faloppa-Brevi-lezioni-sul-linguaggio-ridotto.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 982w" sizes="(max-width: 699px) 100vw, 699px" /></figure></div>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p><em>La lingua è un elemento fondante dell&#8217;identità individuale e collettiva: questo può essere un fattore positivo e negativo, ad esempio in società multiculturali?</em></p>



<p>Come cerco di raccontare in <em>Brevi
lezioni sul linguaggio</em> (Bollati Boringhieri), ci sono tanti
fattori in gioco quando si parla di linguaggio (umano), e di lingue. 
</p>



<p>Intanto, c’è da considerare
l’aspetto evolutivo. La nostra specie, <em>Homo sapiens</em>, forse
ha avuto la meglio sulle altre proprio perché a un certo punto della
propria evoluzione è stata capace di produrre e utilizzare un
linguaggio più ricco e articolato – a partire dai suoni – in
ragione di adattamenti, <em>esattamenti</em>, concause evolutive (ad
esempio un apparato vocale fonatorio più sviluppato) e in presenza
di funzioni e strutture sociali più complesse. L’acquisizione di
questa nostra abilità, quella linguistica, ha certamente
rappresentato un vantaggio sul piano evolutivo per la nostra specie.
Diventando anche un tratto distintivo della nostra identità di
esseri umani.</p>



<p>Sul piano individuale, l’acquisizione
del linguaggio e lo sviluppo delle abilità linguistiche avviene
molto presto (e con una rapidità impressionante) entro i primi anni
di età. L’abilità linguistica – e più tardi metalinguistica,
ovvero il modo di pensare il linguaggio e di riflettere sulle sue
strutture – ci permettono non solo di stare nel mondo, ma di starci
come animali estremamente sociali, creativi, e capaci di apprendere.
Cominciamo a farlo già nel grembo materno, quando percepiamo alcuni
elementi paralinguistici fondamentali, come ritmo, intonazione,
volume della voce della madre. E poi, soprattutto, entro i primi
12-18 mesi. Quando cominciamo a parlare, il nostro cervello sa già
quasi tutto ciò che ci servirà nel corso della nostra esistenza in
fatto di linguaggio. Al punto che alcuni scienziati, fra cui Noam
Chomsky, hanno ipotizzato l’esistenza di strutture innate, e di un
<em>Language Acquisition Device</em>, uno ‘strumento’ che ci
permetterebbe di imparare in pochi mesi le regole e le strutture che
ci servono nella nostra lingua madre, ‘dimenticando’ tutte le
possibili altre. Anche in questo caso, il linguaggio è parte
costituente della nostra identità di individui: individui parlanti
almeno una lingua madre, attraverso cui strutturiamo e descriviamo i
nostri pensieri, il nostro mondo, le nostre relazioni sociali.</p>



<p>Sul piano sociale, le cose sono meno
lineari. Intanto, non è facile stabilire che cosa sia positivo o
negativo, nel rapporto tra identità e linguaggio. L’equazione una
lingua = una nazione è molto recente, essendosi affermata
soprattutto tra Sette e Ottocento, con la nascita degli stati
nazionali in Europa. L’impero romano era molto meno monolingue di
quanto si pensi, per contatto linguistico diretto e costante tra le
varietà di latino parlato e le altre lingue. O basti accennare alla
Repubblica di Venezia, alla varietà di lingue e di culture che era
capace di accogliere, al mistilinguismo che era cifra normale delle
sue relazioni commerciali e politiche. Certo, il nazionalismo
ottocentesco, in Europa, ci ha convinti del fatto che una nazione
dovesse avere una e una sola lingua stabile, centralizzata, delle
istituzioni. Ma la realtà era ed è ben più articolata, come
dimostra il lento processo di costruzione di un idioma parlato
nazionale in Italia, compiutosi – forse – solo negli ultimi
decenni. O come dimostra la non equivalenza, in molta parte del
mondo, tra lingua e nazione, che molti stati federali (ad esempio
l’India) hanno faticosamente cercato di affrontare. Il discorso è
però ampio, e non voglio correre il rischio di banalizzare. Il
multilinguismo è un fatto quotidiano per moltissimi abitanti della
Terra, i quali infatti vedrebbero il monolinguismo come qualcosa di
imposto, di innaturale. E bilinguismo e trilinguismo sono fenomeni
diffusi anche nei nostri stati monolingui per statuto: possiamo
parlare con la stessa competenza più lingue, se le apprendiamo
naturalmente nei primi anni di vita. Eppure il plurilinguismo è
stato visto fino a tempi recenti come uno svantaggio per
l’apprendimento, non solo linguistico. Il dibattito è accesso,
perché quando si parla di lingue si parla anche, necessariamente, di
identità culturali e politiche, di appartenenze e di confini. Per
questo, con <em>Brevi lezioni sul linguaggio</em>, ho preferito mettere
l’accento su un’abilità universale, quella linguistica appunto,
esaltando ciò che ci rende tutti simili e mettendo in secondo piano,
per una volta, le differenze e le divisioni. 
</p>



<p><em>I bambini piccoli – privi ancora
dell&#8217;articolazione delle parole – comunicano con il linguaggio
non-verbale o para verbale. Possiamo re-imparare da loro forme di
comunicazione utili alla conoscenza e alla comprensione reciproca?</em></p>



<p>La questione è complessa. Come ho
anticipato, nei primi dodici mesi della loro vita, i bambini e le
bambine acquisiscono già gran parte delle strutture che serviranno
loro per parlare una o più lingue nel corso della loro esistenza. Ma
certamente alcuni elementi non verbali o paralinguistici
(intonazione, volume, prosodia) vengono già appresi nel ventre
materno, e certamente i <em>tocchi</em>, il contatto fisico con la
madre, la percezione della relazione tra movimenti (del viso, ma non
solo) e provenienza del suono, gli sguardi, ecc. sono elementi
fondamentali per sentire e creare empatia, senso di protezione, senso
di inclusione, socialità nei primi anni di vita. Nasciamo fragili,
con un cervello più piccolo di altri mammiferi (in relazione alla
massa corporea), con alcune abilità poco sviluppate (ad esempio, la
deambulazione, il controllo dei movimenti) e abbiamo bisogno di tempo
per renderci autonomi, per sentirci sicuri nell’ambiente. Il
contatto costante con la madre è quindi fondamentale, e avviene nei
primi mesi con mezzi non verbali, come sappiamo. Ma poi impariamo a
essere animali sociali e a relazionarci con gli altri soprattutto
attraverso il linguaggio (verbale e paraverbale o non verbale). È un
processo naturale e culturale insieme, al punto che i codici e le
loro modalità d’uso cambiano a seconda dei sistemi culturali a cui
apparteniamo (pensiamo ad esempio alla gesticolazione, un sistema di
comunicazione molto comune nell’area del Mediterraneo, ma meno
prominente in altre zone del mondo). Non serve tornare bambini, o
re-imparare alcune modalità per capirsi meglio: anzi, più
sviluppiamo il linguaggio, più abbiamo piena consapevolezza della
multimodalità della nostra comunicazione (suoni, intonazione,
volume, velocità di eloquio, e poi sguardo, movimenti facciali,
postura, gesti, gestione del corpo nello spazio, ecc.). Né esiste un
modo solo di comporre questa multimodalità: molte variabili sono
culturali. Bisognerebbe forse, questo sì, conoscere lo strumento del
linguaggio per poterlo usare al meglio, in modo adeguato ai contesti,
con ricchezza di mezzi, con la giusta sensibilità pragmatica.
Abbiamo già in dote un’abilità complessa, e straordinaria, seppur
non perfetta: esserne pienamente consapevoli ci aiuterebbe a
utilizzarla meglio, forse.</p>



<p><em>Lei vive e insegna nel Regno Unito:
queli sono, a suo parere, le differenze tra la situazione inglese e
quella italiana in termini di apertura (anche linguistica) verso
altre culture?</em></p>



<p>Difficile dirlo in poche parole. Provo
a dirlo con una battuta, a mo’ di provocazione. La Gran Bretagna è
un paese multiculturale seppur privo di <em>policy</em> adeguate sul
piano del multilinguismo. Si può anche non essere britannici, e si è
ancora benvenuti. Ma lo spazio e le risorse per lingue che non siano
l’inglese sono sempre più ridotti. A questo, negli ultimi anni, si
è aggiunta la sensazione che avere un forte accento straniero in
inglese – cosa frequentissima – sta diventando uno stigma
sociale, in tempi di Brexit. E non è raro che ci si senta
apostrofare in malo modo per non parlare un inglese britannico.
Infine, l’atteggiamento prevalente nella popolazione britannica è
che essendo l’inglese lingua globale, è di fatto inutile imparare
altre lingue straniere. Se l’imperialismo politico è solo un
lontano ricordo (con buona pace dei nostalgici dell’Impero) quello
linguistico è sicuramente – e spocchiosamente – ben vivo.
L’Italia ha raggiunto un’unità linguistica molto dopo aver
raggiunto un’unità politica, come ci ha insegnato Tullio De Mauro.
E solo oggi, forse, ha trovato nell’<em>e-italiano</em>, come
suggerisce lo storico della lingua Giuseppe Antonelli, una varietà
popolare condivisa da gran parte della popolazione. Tuttavia, la
grande variabilità regionale di italiano parlato, l’uso dei
dialetti, la presenza di lingue minoritarie (come il tedesco, il
francese, il patois, il ladino, lo sloveno, l’arbaresh, etc.)
tutelate per legge ci fa paradossalmente avere un atteggiamento più
aperto verso le differenze linguistiche. Siamo un paese storicamente
fondato sul multilinguismo, ma non ancora apertamente multiculturale.
La sfida è oggi quella di accettare ricchezza linguistica e
culturale come un insieme di correlate possibilità, e non come un
intrico di problemi o, peggio, minacce. 
</p>



<p><em>Si è occupato, tramite le sue
ricerche, di discorsi d&#8217;odio: in che modo è possibile contrastare
l&#8217;hate speech?</em></p>



<p>Questa è una domanda molto ampia.
Anche qui, per brevità, sono costretto a sintetizzare, e spero di
non farlo a danno della chiarezza. Direi che tanto si può fare, e
molto si è già cominciato a fare, a partire – per quanto mi
riguarda – dalla costituzione del “Tavolo nazionale di contrasto
ai discorsi d’odio”, una rete di esperti, attività e progetti
che coordino per conto di Amnesty International, che molte risorse
sta dedicando a quasto tema. Innanzi tutto, occorre avere una precisa
consapevolezza di ciò si intende per <em>hate speech</em>. Non è solo
un problema di definizioni (quelle attualmente in uso sono spesso
parziali, lacunose, imprecise), né di quali elementi facciano parte
di questo linguaggio d’odio (gli insulti, certamente, ma anche
elementi testuali e retorici, l’ironia, le immagini, gli
impliciti&#8230;), ma anche e soprattutto di sensibilità. A me un
insulto estemporaneo come “sporco cuneese” (sono nato a Cuneo,
n.d.a) può anche dar fastidio, ma non necessariamente può far male,
minare la mia autostima, farmi sentire inferiore, ledere i miei
diritti (ad esempio, quello di sentirmi sicuro se cammino per
strada). Ma se tutti i giorni mi sentissi apostrofare come “cuneese
di merda”, “bestia cuneese”, “idiota di un cuneese” potrei
pure convincermi che c’è del vero in quegli assunti, che se è
normale per qualcuno chiamarmi così, deve esserci una verità
oggettiva in quelle parole. Voglio dire: per cominciare a contrastare
davvero il linguaggio d’odio occorrerebbe sentire le persone che ne
vengono colpite. Capire quali sono le conseguenze, i traumi, la
violenza percepita. E poi isolare quelli che usano certe espressioni,
farli sentire minoranza, vittime loro stessi del loro stesso odio.
Importanti sono certo le risposte giuridiche: se un’espressione è
ingiuriosa, o discriminante, o diffamante, occorre utilizzare gli
strumenti che già esistono per tutelare chi ne è colpito, e per
colpire chi se ne fa latore. Fondamentale è il lavoro culturale,
educativo: smontare gli stereotipi che sono alla base della
cosiddetta “piramide dell’odio” e che alimentano il linguaggio
d’odio (gli immigrati sono infetti, quindi “sporchi immigrati”,
quindi “ributtiamoli a mare”), lavorando nelle scuole, chiedendo
ai chi fa informazione avere un ruolo responsabile, pretendere che
nel linguaggio delle istituzioni che tutti dovrebbero rappresetare e
tutelare non entrino mai certi stilemi, certe cattivissime abitudini.
Necessario è capire quali sono i nessi tra <em>hate speech</em> e
propaganda (e quindi costruzione del consenso), tra <em>hate speech</em>
e <em>hate crime</em>, tra <em>hate speech</em> e condizioni
socio-culturali di chi assume atteggiamenti d’odio sociale, tra
<em>hate speech</em> e mentalità coloniale (ancora così diffusa in
Italia come altrove), tra <em>hate speech</em> e sistemi di potere (a
tutti i livelli, dall’ufficio alle università ai media). Urgente
si sta rivelando la necessità di studiare l’<em>hate speech</em>
attraverso la lente dell’intersezionalità (per cui si può essere
bersaglio di linguaggi d’odio per diverse caratteristiche,
contemporaneamente, come ad esempio donna + lesbica + attivista). Ma
ancora più importante è, credo, rovesciare il paradigma che vuole
la vittima isolata e l’odiatore (o meglio, chi assume ripetutamente
atteggiamenti d’odio) voce univoca di un senso comune. Il
linguaggio dell’odio deve tornare a essere un’eccezione – a cui
rispondere su più livelli, con strategie di breve, media e lunga
durata, grazie a una conoscenza profonda del fenomeno – e cessare
di essere visto, e purtroppo accettato, come la regola. La regola
sono e dovrebbero essere il dialogo, il confronto (anche acceso), la
sfida sul piano degli argomenti e delle idee. Non l’insulto, il
dileggio, la violenza, il tentativo costante di umiliare l’altro.</p>



<p><em>Cosa si sentirebbe di consigliare ai
futuri giornalisti della carta stampata riguardo al modo di
utilizzare le parole? </em>
</p>



<p>Molti strumenti sono già disponibili.
L’Associazione “Carta di Roma”, ha prodotto negli anni non solo
un codice deontologico, sottoscritto da gran parte dei <em>media</em>
in Italia, ma anche ricerche e approfondimenti su buone e cattive
pratiche nel giornalismo. L’Ordine dei giornalisti ha moltiplicato
le giornate di formazione per contrastare <em>fake news</em>,
linguaggio discriminante, informazione stereotipata. Esistono inoltre
il “Manifesto di Venezia”, la carta per il rispetto e la parità
di genere nell&#8217;informazione diffuso dal 25 novembre 2017, e una serie
di raccomandazioni proposte dall’Agcom per l’informazione
radio-televisiva e sulle piattaforme social. Insomma, per chi vuole
capire e approfondire non mancano certo né le occasioni, né i
materiali o i consigli. Tuttavia, una cosa non si può né insegnare
né imparare: la capacità di ascolto, l’apertura vera verso una
società plurale, e un po’ di umiltà, necessaria in tutti gli
ambiti professionali. Per citare un caso recente, l’unica replica
possibile alla prima pagina “Black Friday” da parte del direttore
del “Corriere dello Sport” era un editoriale di scuse, senza se e
senza ma. E invece, la risposta alle critiche è stata un offeso
petulante “Razzisti a chi?”, un arrampicarsi sugli specchi
vanesio e arrogante, che non solo non ha concesso nulla al dibattito
ma ha anche peggiorato, se possibile, la posizione del giornale.
Ecco, l’incapacità di mettersi nei panni degli altri, di ascoltare
tutte le voci, di accettare la ricchezza della società come un dato
di fatto, di aprire le redazioni a giornalisti non maschi, non
autoctoni, non provenienti dallo stesso <em>background</em> culturale e
sociale è un problema reale e diffuso nella carta stampata italiana.
Ma qui non c’è raccomandazione o codice deontologico che tenga. Né
si tratta solo di uso più consapevole del linguaggio. Qui si tratta
invece di una rivoluzione professionale e culturale (quasi) tutta
ancora da fare. Come cittadino e lettore, prima ancora che come
linguista, non posso che sperare di vederne presto non dico gli
esiti, ma almeno i prodromi. 
</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/12/07/brevi-lezioni-sul-linguaggio-intervista-a-federico-faloppa/">Brevi lezioni sul linguaggio. Intervista a Federico Faloppa</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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