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	<title>nemici Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>La drammatica attualità degli stupri di guerra</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2022 06:52:07 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Ilaria Damiani</p>



<p></p>



<p>In questi giorni si sono susseguite voci di continui stupri da parte dei soldati russi ai danni delle donne ucraine.</p>



<p>Su Sky News24, il 20 marzo scorso, il vicepremier ucraino, Stefanishyna Olha, ha denunciato lo stupro delle donne ucraine da parte dei soldati russi e ha aggiunto che dopo l’aggressione le donne vengono uccise e fatte a pezzi per nascondere le prove</p>



<p>Il vicepremier ha inoltre dichiarato che bisogna assicurarsi che gli aggressori vengano puniti e che sono state già avviate indagini per più di duemila casi di violenza da parte delle forze russe.</p>



<p>Il primo a denunciare questo fenomeno è stato Ihor Sapozhko, sindaco di Brovary, una cittadina non molto distante da Kiev. Il primo cittadino ha riferito che le persone che scappano dalle aree occupate raccontano casi di stupri.</p>



<p>Allo stato attuale pare che i presunti stupri di cui si possa fornire prova siano pochi, per quanto essi durante le guerre costituiscano un fenomeno piuttosto comune per cui, considerando i racconti che arrivano da più parti, i casi (ovviamente da provare) potrebbero essere molto più numerosi. Gli accusati sostengono invece che trattasi solo di propaganda, posta in essere per demonizzarli agli occhi della Comunità internazionale. Tuttavia, gli Organi preposti stanno indagando sui presunti crimini di guerra di cui si sarebbe macchiato l’esercito russo.</p>



<p>Concentrando ora l’attenzione solo sul drammatico fenomeno dello stupro in sé nella storia delle guerre, esso, nella sua natura di brutale atto delittuoso, diventa un ulteriore e spregevole strumento di terrore, attraverso il quale non si intende solo umiliare le donne in quanto tali, ledendone e offendendone la dignità, ma si brama colpirle proprio perché madri, figlie, sorelle di quel popolo che si vuole sottomettere e oltraggiare anche nei sentimenti.</p>



<p>Infatti, è tesi condivisa e diffusa che lo stupro di guerra sia da considerare una vera e propria arma che distrugge le persone e la nazione a cui la vittima appartiene. E la donna, suo malgrado, diviene la rappresentazione del nemico da umiliare e da distruggere.</p>



<p>La giornalista e femminista Susan Brownmiller si chiede se questo avviene solo perché la donna, in quel momento, rappresenta il nemico o perché, in quanto donna è nemico dell’uomo.</p>



<p>Se consideriamo quest’ultimo aspetto (la donna nemica dell’uomo) lo stupro diviene un modo per dominare la donna, per sottometterla, per umiliarla in quanto appartenete al genere femminile e quindi inferiore all’uomo.</p>



<p>Ma non è solo per questo che nei conflitti armati avvengono gli stupri. Le violenze avvengono perché, con la guerra, le regole a cui siamo abituati e che scandiscono la nostra vita vengono disapplicate e la brutalità dell’uomo emerge, alimentata da un inebriante sentimento di impunità. Lo stupro diventa un atto di conquista, un premio certo, una gratificazione personale che aiuta il soldato a continuare a combattere.</p>



<p>Storicamente gli stupri durante la guerra venivano considerati come un qualcosa di inevitabile, di fisiologico.</p>



<p>A livello internazionale la prima forma di divieto dello stupro di guerra si può trovare nel Codice Lieber del 1863. Il Codice raccoglieva circa 150 articoli di diritto consuetudinario e fu il primo tentativo di disciplinare il comportamento da tenere durante la guerra. L’articolo 37 del Codice Lieber prevedeva una protezione generica della donna durante il conflitto, mentre l’articolo 44 sanciva un categorico divieto di stupro.</p>



<p>Andando avanti nel tempo, con l’articolo 27 della IV Convenzione di Ginevra del 1949 relativa alla “Protezione dei civili in tempo di guerra” veniva statuito che “le donne saranno specialmente protette contro qualsiasi offesa al loro onore e, in particolare, contro lo stupro, la coercizione alla prostituzione e qualsiasi offesa al loro pudore.”</p>



<p>Successivamente, con la Dichiarazione di Vienna delle Nazioni Unite (1993), venne stabilito che le violazioni dei diritti umani delle donne in situazioni di conflitto armato rappresentano violazioni dei fondamentali principi del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani. Tutte le violazioni di tale tipo, incluso in particolare l&#8217;assassinio, lo stupro sistematico, la schiavitù sessuale e la gravidanza forzata, richiedono una risposta particolarmente efficace.</p>



<p>A livello di giurisprudenza internazionale è importante che vengano ricordate le sentenze emesse dai Tribunali Penali Internazionali per il Ruanda e per l’ex-Jugoslavia che stabilirono che le violenze sessuali commesse dai militari in tempo di guerra erano da considerarsi come crimini di guerra. In particolare, il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia considerò lo stupro come crimine contro l’umanità, mentre il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda statuì che le violenze sessuali commesse erano da considerarsi come un atto di genocidio.</p>



<p>Infine, non si deve dimenticare il contributo dello Statuto di Roma del 1998 della Corte Penale Internazionale che considera le violenze sessuali come crimini contro l’umanità (art.7) o come crimini di guerra (art.8), a seconda dei casi.</p>



<p>Da questa breve, sintetica e non esaustiva panoramica internazionale si è potuto vedere come le violenze sessuali durante le guerre non siano state più considerate, nel corso del tempo, come meramente fisiologiche, ma come crimini lesivi della dignità umana, da perseguire e condannare.</p>



<p>Tuttavia, fin quando (è banale dirlo) esisteranno le guerre, fin quando la tutela dei diritti umani non entrerà nel DNA delle persone e fino a che la donna continuerà ad essere inconsciamente (e consciamente) considerata come inferiore rispetto al maschio e come una proprietà, continueranno ad esserci odiosi casi di violenza.</p>
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		<title>La vita dei prigionieri di guerra e il Diritto internazionale umanitario</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2021 08:03:50 +0000</pubDate>
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<p>di Maddalena Formica</p>



<p></p>



<p>Nel contesto di un conflitto armato, i combattenti di una fazione vengono spesso catturati dalle forze nemiche e da queste vengono privati di libertà e posti, per mesi o anni, in campi di prigionia, dove le condizioni di vita possono essere particolarmente difficili.</p>



<p>Il diritto internazionale umanitario si è dunque interessato alla loro sorte, compiendo una distinzione tra coloro che sono stati privati di libertà nell’ambito di un conflitto armato internazionale, un conflitto che vede dunque opporsi due o più Stati, e quelli che invece sono stati catturati nell’ambito di uno conflitto non internazionale, dove ad opporsi sono invece uno Stato e un gruppo armato o due o più gruppi armati. Nel primo caso, il termine utilizzato dalla dottrina è in genere quello di vero e proprio “prigioniero di guerra”, nel secondo caso si tenderà a favorire invece l’espressione di semplice “detenuto”. La distinzione tra i due non è solo puramente terminologica ma, anzi, risulta nella pratica particolarmente importante poiché, se quasi nulla dice il diritto umanitario circa i diritti dei detenuti, una disciplina particolarmente protettrice è riconosciuta ai prigionieri di guerra.</p>



<p>LA FORTE TUTELA DEI PRIGIONIERI DI GUERRA NEI CONFLITTI ARMATI INTERNAZIONALI</p>



<p>Nel quadro di un conflitto armato internazionale, tale statuto, innanzitutto, non può essere oggetto di rinuncia o essere perso dal soggetto che ne è beneficiario, anche qualora egli stesso abbia violato in precedenza disposizioni di diritto internazionale umanitario, ed è uno statuo che gli è automaticamente riconosciuto dal momento della cattura fino al momento del rimpatrio; in caso di dubbio circa il diritto ad ottenere tale statuto, inoltre, gioca una presunzione a lui favorevole, una presunzione che potrà essere superata solo nell’ambito di un procedimento giurisdizionale dinanzi ad un Tribunale.</p>



<p>La disciplina in materia di tutela dei prigionieri di guerra risulta essere inoltre particolarmente estesa nel momento in cui si affronta la gestione dello stesso campo di prigionia: tutti gli aspetti della vita dei prigionieri sono regolati in maniera precisa e tutte le disposizioni nel merito derivano da un generale obbligo di uguale ed umano trattamento a favore dei combattenti privati di libertà, a cui è quindi garantita una protezione massima.</p>



<p>Puntuali sono già le disposizioni circa la struttura stessa del campo: questi deve essere ad esempio posizionato in un luogo sicuro rispetto ai combattimenti, le evacuazioni in caso di emergenza devono essere possibili e il campo deve essere identificabile come tale (in genere sul tetto viene aggiunta la scritta “POW”” o “Prisoners of war” leggibile dall’alto) per evitare che venga colpito dalle forze nemiche. Standard minimi igienico-sanitari devono essere inoltre rispettati, così come garantite devono essere le cure mediche, le accortezze in materia di alimentazione, la possibilità di professare la propria religione e di ricevere lettere e pacchi dalla propria famiglia. Altre regole specifiche sono previste per proteggere bambini e donne (che ad esempio devono essere posti in locali diversi da quelli degli uomini) e in materia di lavoro: i prigionieri possono infatti svolgere attività ma non possono essere obbligati a lavorare se sono malati o feriti così come non possono essere obbligati ad arruolarsi o a partecipare in altro modo al conflitto.</p>



<p>Queste regole derivano dall’idea generale che essere della fazione opposta non costituisce un reato e che dunque l’essere prigioniero non deve inteso come una sanzione: condurre una vita “normale”, nei limiti del contesto del conflitto, deve essere dunque possibile.</p>



<p>Oltre a certe condizioni di vita, il diritto internazionale umanitario prevede e disciplina anche dei veri e propri meccanismi di garanzia dei diritti dei prigionieri di guerra, attivabili dal Comitato Internazionale della Croce Rossa e dagli stessi prigionieri. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa, innanzitutto, ha la possibilità di ispezionare i campi e di chiedere colloqui anonimi ai prigionieri per valutare le condizioni di vita ed eventualmente discuterne con coloro che ne sono responsabili; i prigionieri, invece, con piena immunità, possono allertare autonomamente la Croce Rossa, nominare un “uomo di fiducia” che li rappresenti e faccia valere i loro diritti e denunciare ai responsabili del campo eventuali situazioni contrarie alle disposizioni circa i già menzionati standard di vita individuati dalla Convenzione di Ginevra e dal relativo Protocollo I.</p>



<p>In genere, si può rilevare come, almeno nel contesto dei conflitti armati internazionali, le Parti tendano a rispettare nella pratica queste regole: oltre alle conseguenze di eventuali violazioni del diritto internazionale umanitario, infatti, gli Stati temono che condizioni di vita eccessivamente dure nei campi portino alla radicalizzazione dei nemici imprigionati così come a delle ritorsioni dell’avversario durante il conflitto.</p>



<p>LA SCARSA PROTEZIONE DEI DETENUTI NEI CONFLITTI ARMATI NON INTERNAZIONALI E LE PAURE DEL COMITATO INTERNAZIONALE DELLA CROCE ROSSA</p>



<p>Situazione molto diversa e, soprattutto, oggi sempre più preoccupante è quella invece dei detenuti, ovvero dei soggetti che hanno partecipato ai combattimenti nel contesto di un conflitto armato non internazionale e che hanno in seguito perso la propria libertà.</p>



<p>Pochissime sono infatti le disposizioni specifiche in materia previste dal Protocollo II della Convenzione di Ginevra e ai detenuti, come agli eventuali civili internati, si applicheranno in genere unicamente le regole consuetudinarie e le eventuali norme di diritto interno e di diritto internazionale in materia di diritti umani.</p>



<p>Il Comitato Internazionale della Croce Rossa tenta nella pratica spesso di dialogare con i diversi gruppi armati ed esso stesso ha più volte denunciato le pessime condizioni di vita nei campi di detenzione, ma quelli che sono i desideri degli attori del diritto internazionale umanitario si scontrano con la peculiare natura di questi conflitti.</p>



<p>I conflitti armati non internazionali, infatti, nascono in genere da scontri ideologici tra diversi gruppi, gruppi che, a differenza degli Stati, non hanno risorse economiche tali da finanziare i campi e gestirli nel rispetto del diritto umanitario e che, sulla base di una forte ideologia politica o religiosa o di una differenza etnica, sono poco propensi nella pratica a “perdonare” al nemico il fatto di essere della fazione opposta.</p>



<p>Questo problema è stato più volte sottolineato dal Comitato della Croce Rossa e da ONG che lavorano sul campo ed è un problema che risulta essere sempre più preoccupante poiché il modello del conflitto armato non internazionale è ormai quello più diffuso, mentre la classica guerra interstatale è stata quasi del tutto abbandonata: nuove misure sono state spesso auspicate ma, come spesso avviene nel contesto dei conflitti armati non internazionali, gli Stati sono oggi più che mai reticenti a creare disposizioni che possano intervenire direttamente sul proprio territorio, limitando la propria sovranità in una questione puramente interna.</p>
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		<title>&#8220;La banalità dell&#8217;hate speech&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Dec 2019 07:26:33 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="878" height="400" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/2.1-hate-speech.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13361" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/2.1-hate-speech.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 878w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/2.1-hate-speech-300x137.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/2.1-hate-speech-768x350.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 878px) 100vw, 878px" /><figcaption>stop hate speech conflict violence start from comments aggressive communication by crowd vector</figcaption></figure></div>



<p></p>



<p>di Matteo Vairo</p>



<p>Fino a poco tempo fa, dopo essermi presentato, quasi come un automatismo mi sentivo dire “<em>Ah Matteo! Che bel nome!</em>” . Ultimamente invece a seconda del colore della sciarpa indossata dal <em>tifoso</em> del momento, non ho risposte, ma solo sguardi che vorrebbero dirmi “<em>Mi dispiace</em>!”</p>



<p>Banale come inizio ma..significativo.</p>



<p>Significativo perché ormai sembra che
tutto sia in qualche modo <em>contaminato</em>.. contaminato da un
bisogno spasmodico di polemizzare e/o politicizzare qualsiasi
pensiero venga espresso, qualsiasi tema diventa <em>scottante </em>che
siano migranti, vaccinazioni o animali</p>



<p>E se quello del nome può essere un
esempio banale, cercherò di raccontare un qualcosa di più..concreto.</p>



<p>Sono un operatore umanitario, mi occupo
di vulnerabilità da più di 10 anni ed in questo lasso di tempo ho
avuto modo di rapportarmi con persone fragili di qualsiasi
nazionalità, ideale politico ed estrazione sociale possibile ed
immaginabile.</p>



<p>Fino a poco tempo fa (dopo essermi
presentato) non appena qualificatomi mi sentivo dire “<em>Ce ne
vorrebbero di persone come te.. tanta stima… se posso contribuire…</em>”
. Ultimamente invece a seconda del colore della sciarpa indossata dal
tifoso del momento, ho sì risposte.. e che risposte: “<em>ecco il
buonista.. sei uno dei nemici della nazione.. aiuti X ma non Y..
zecca..</em>” e queste sono le più educate.</p>



<p>La riconoscenza verso chi si prodiga
per il prossimo penso sia umanamente comprensibile pur senza arrivare
a <em>santificare </em>la “categoria” che rappresento, perché c’è
questo falso mito che un operatore umanitario sia un “<em>senza
macchia</em>”: nulla di più sbagliato, sono un essere umano, siamo
esseri umani e come tali non assolutamente in grado di poter
<em>scagliare la prima pietra</em>; a volte mi faccio paura da solo per
le amenità che magari riesco ad abortire anche solo per rabbia,
perché il primo pregiudizio è credere di non avere pregiudizi.
Proprio per questo ho sempre fatto fatica a digerire questo <em>alone
di santità</em> che mi hanno spesso appioppato e che spesso ci
appioppano.</p>



<p>Indipendentemente da questa mia
percezione, come si passa dall’essere identificato da <em>buono</em>
a <em>buonista</em>?</p>



<p>A <em>nemico della nazione</em>? 
</p>



<p>E a <em>zecca</em>? A <em>zecca</em>!! 
</p>



<p>Personalmente questa
de-responsabilizzazione dell’uso delle parole mi destabilizza. Mi
stordisce. Mi scava.</p>



<p>Mi scava perché sembra non esserci più
spazio per esprimersi, perché dall’altra parte c’è già
qualcuno (spesso più di uno) pronto a riversarti barili di bile
addosso pur sostanzialmente essendo avulso da quell’espressione.</p>



<p>Perché se X da Roma decide di
condividere su Facebook la foto della nuova scala che ha comprato, Y
da Milano e Z da Palermo si sentono quasi in diritto di palesare il
loro dissenso verso quel modello/colore/posizionamento della scala
con turpiloqui ed altre amenità?</p>



<p>Quella della scala non vuole essere una
banalizzazione di questo fenomeno, ma uno spunto di riflessione su un
fenomeno che molti si affrettano ad etichettare, ma che io non riesco
ancora ad inquadrare. Beati anzi quelli che hanno risposte a tutto…io
quando distribuirono il manicheismo mi sa che ero in bagno.</p>



<p>Ci si affretta ad etichettare subito
tutto con <em>fascismo</em>, <em>nazismo</em>, <em>comunismo</em>…ma
attenzione, ripetendo certe parole all’infinito non si rischia di
svuotarle del loro significato primo?</p>



<p>Come si è arrivati ad inneggiare alla
violenza, o addirittura alla morte, nei confronti chi la pensa o
agisce in modo diverso?</p>



<p>Come è difficile dire se sia nato
prima l’uovo o la gallina è molto complesso definire se
l’influenza e l’impatto di Facebook e degli altri social media
abbiano contribuito alla formulazione di un certo linguaggio o se
invece la galassia social abbia fatto solo da megafono sociale e reso
più visibile ciò che già serpeggiava all’interno della società.</p>



<p>Innegabile è invece il fatto che
nell’ultimo decennio si è palesata un’aggressività verbale
individuale ed individualizzata poco etichettabile, facile da
prevedere (difficile da mediare), ma soprattutto veloce e, a seconda
dei casi, sovrastrutturata, capace di fare rete, di aggregare,
attraverso istinti che fuori dalla piazza virtuale magari restavano
silenti.</p>



<p>Aggressività non ostacolate dallo
stigma sociale, anzi.</p>



<p>Un esempio sono le istituzioni che da
essere argine (o mediatori) si sono fatte spesso cassa di risonanza
della cosiddetta “<em>pancia del paese</em>” (anche se parlerei più
di intestino crasso) e delle sue espressioni più basse e bieche, al
punto di modificare le proprie agende e cavalcarne l’onda per
suscitare comprensione ed incrementare consenso anziché mettere in
atto campagne di contrasto efficaci; anzi magari a volte donando
neologismi in pasto all’arena come “<em>PDioti..fascioleghisti…</em>”,
epiteti che hanno la presunzione di giudicare e facilmente
etichettare tutta la vita passata, presente e futura, di una persona.
Come non ricordare che uno dei partiti attualmente al governo è nato
sostanzialmente da un “<em>Vaffanculo</em>!” capace di unire e
raccogliere con decisamente inattesa infettività sia virtuale che
reale? Questa rottura, come riporta Federico Faloppa ha creato “<em>una
liberazione prima (“Vaffanculo!”) un’abitudine poi, e infine un
assuefazione sia nel produrre razzismo linguistico, sia nel
diffonderlo, nell’ascoltarlo, nel leggerlo</em>”</p>



<p>Questo non riguarda un solo colore
ideologico, ma sta appartenendo tendenzialmente a tutti perché per
ogni “<em>bruciamoli…che ti stuprino…apriamo i forni..</em>” c’
è un “<em>a testa in giù.. nelle fogne..</em>” denotando un
“tetro arcobaleno” di provenienze linguistiche ed una
contrapposizione tra chi è sicuramente nel giusto e chi quasi non
merita di vivere.</p>



<p>Il fatto è che le opinioni sono sempre
esistite (e sempre si spera esisteranno), ciò significa che con esse
esisterà anche il dissenso ed il confronto purchè entrambi siano
espressi in modo civile e con il rispetto come base imprescindibile.
Al momento invece sembra di avere a che fare con i capi classe dei
malinformati, dei ripetenti per scelta, portatori della verità
assoluta senza magari aver mai messo naso fuori di casa.</p>



<p>Non mi piace. Non mi piace questa
tecnica di manifestare il proprio pensiero.</p>



<p>Al tempo stesso, da inguaribile
romantico e comunque fiducioso del genere umano, non voglio credere
ad una definitiva deriva malvagia del genere umano (anche se mio
malgrado a volte mi trovo a dar ragione ad Emil Ferris quando afferma
“<em>tutti noi siamo dei mostri, ma quelli cattivi non sanno di
esserlo</em>”).</p>



<p>C’è dell’altro…c’è del
malessere, c’è della povertà ed un senso di abbandono collettivo
oggettivo che non viene captato a livello governativo e che trova
sfogo, in modo individuando di volta in volta un tendenzialmente
errato nemico che in quel momento è individuato come ostacolo alla
propria affermazione.</p>



<p>Ovviamente la via non è questa. Ma
queste persone, perché di persone parliamo, merita attenzione.
Merita una risposta, altrimenti la deriva sarà ancora più buia di
questa.</p>



<p>Calmiamoci tutti, uniamo le
vulnerabilità e facciamone un coro unico. Non cerchiamo risposte
semplici a problemi complessi ed a volte biblici.</p>



<p>Concludendo mutuando da Gaber: non temo
il <em>fascismo</em> o il <em>comunismo</em> in sé, temo il <em>fascismo</em>
o il <em>comunismo</em> in me, in noi.</p>



<p>Io…speriamo che me la cavo!</p>
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		<title>Promozione teatrale per i nostri lettori: LEAR di Edward Bond</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Apr 2017 09:33:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>SOLO PER I LETTORI DI PER I DIRITTI UMANI “LEAR DI EDWARD BOND” AL TEATRO ELFO PUCCINI IN PROMOZIONE SPECIALE: UNA FAVOLA NERA DEI NOSTRI GIORNI SULLA PARABOLA DELLA VIOLENZA E DEL POTERE! BIGLIETTI&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/lear_0.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8589" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/lear_0.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="630" height="354" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/lear_0.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 630w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/lear_0-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" /></a></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong><span style="font-family: Times;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;">SOLO PER I LETTORI DI PER I DIRITTI UMANI</span></span></span></span></strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
<p lang="it-IT">“<span style="font-family: Times;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;"><b>LEAR DI EDWARD BOND”</b></span></span><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;"> AL TEATRO ELFO PUCCINI IN </span></span><span style="color: #1e721e;"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;"><b>PROMOZIONE SPECIALE</b></span></span></span><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;">: </span></span><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;">UNA FAVOLA NERA DEI NOSTRI GIORNI SULLA PARABOLA DELLA VIOLENZA E DEL POTERE!</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times;"><span style="font-size: small;"><span style="color: #1e721e;"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;"><b>BIGLIETTI RIDOTTI a 13,50 EURO cad. </b></span></span></span><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;">(anziché</span></span> <span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;">32,50 euro) fino a esaurimento posti disponibili.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;"><b>Prenotazioni:</b></span></span><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;"> scrivere una mail a </span></span><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;"><b>promozione@elfo.org</b></span></span><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;"> indicando cognome, nome, numero di telefono, data e numero di posti e specificando nell&#8217;oggetto </span></span><span style="color: #1e721e;"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;"><b>PROMO TEATRO</b></span></span></span><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;">.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Times;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;">TEATRO ELFO PUCCINI | SALA SHAKESPEARE</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;"><b>19 APRILE &#8211; 7 MAGGIO 2017</b></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;">MAR-SAB: 20:30 / DOM: 16:00</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #1e721e;"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: large;"><b>LEAR DI EDWARD BOND</b></span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: small;">adattamento e regia Lisa Ferlazzo Natoli</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: small;">con Elio De Capitani, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Alice Palazzi, Pilar Perez Aspa, Diego Sepe, Francesco Villano</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: small;">coproduzione Teatro di Roma, Teatro dell&#8217;Elfo e Lacasadargilla</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;">Il drammaturgo inglese Edward Bond scrisse “Lear” nel 1971, pensando probabilmente di trovare risposte nella tragedia shakespeariana agli orrori della Seconda guerra mondiale, dai campi di sterminio alla bomba atomica. Ma l’opera, cruda e violenta, ben si colloca nello scenario odierno, animato da politiche folli che prendono vita nelle democrazie occidentali.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;">Lear è un re dispotico e autocrate che si dedica alla costruzione di un muro per difendere il suo territorio e tenere fuori i nemici. Le figlie Bodice e Fontanelle gli si ribellano causando una guerra sanguinosa e una lunga catena di abusi “di stato”. Cordelia non è più la terza figlia, quella onesta e ingiustamente ripudiata, ma una donna del popolo a capo di una rivolta. Dopo un arco – tutto teatrale e letterale – di violenza e consapevolezza, Lear si lascerà uccidere provando a smantellare il muro da lui stesso edificato. </span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-size: medium;">Quella che Bond ci consegna è una catena di orrore senza fine. Il richiamo a Shakespeare appare quasi un pretesto; il Lear di Bond è infatti un testo complesso, una riflessione sull’uomo e sul potere e su come il potere renda schiavo chi lo detiene, portando un sovrano o un ribelle, una volta al comando, a mettere in atto comportamenti speculari. </span></span></p>
<p lang="it-IT">
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