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	<title>Nicaragua Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Tris di Covid-19: Venezuela, Cuba e Nicaragua</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2020 07:00:07 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="707" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/covid-y-nicaragua-1-1024x707.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14450" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/covid-y-nicaragua-1-1024x707.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/covid-y-nicaragua-1-300x207.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/covid-y-nicaragua-1-768x530.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/covid-y-nicaragua-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1484w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>A homeless man wears a face mask against the spread of the new coronavirus, COVID-19, as he walks past a mural depicting Nicaraguan President Daniel Ortega, in Managua on April 9, 2020. &#8211; More than 1.46 million cases have been officially recorded and at least 86,289 people have died in 192 countries since the virus emerged in China in December, according to an AFP tally at 1900 GMT Wednesday based on official sources. (Photo by INTI OCON / AFP) (Photo by INTI OCON/AFP via Getty Images)</figcaption></figure>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p>Poche notizie arrivano sulla situazione del Covid-19 in alcuni paesi dell’America Latina. Si conoscono le amare realtà in Brasile, Messico e Peru, ma poco si sa di Nicaragua, Cuba o Venezuela. Si presume che la crisi è grave. I dati forniti dai governi di questi paesi sono stati fin dall’inizio molto lontani dalla realtà.</p>



<p><strong>Venezuela</strong>. Mercoledì 15 luglio la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez dichiara in un comunicato stampa che nel paese ci sono 10.428 casi divisi così: 6.661 asintomatici, 577 con sintomi lievi, 16 con sintomi moderati e 24 in terapia intensiva. E i deceduti? Nemmeno una parola nella suddetta dichiarazione, comunque cifre ufficiali dicono che ci sono 96 decessi dall’inizio della pandemia. Cifra criticata dall’opposizione e da organizzazioni come Human Right Watch considerandole poco credibili. Il capo del regime Nicolás Maduro informò che istallerà un ospedale militare provvisorio nel parcheggio di un grande stadio alle porte di Caracas per ospitare i malati, il che significa che forse la cifra è maggiore e forse il governo non può continuare ad affermare che il Venezuela è forte e preparato per combattere il Covid. Anche del 15 luglio è la notizia che Caracas e tutta la zona metropolitana che comprende gran parte dello Stato Miranda è di nuovo in lockdown. Quali sono le ragioni? I casi stanno aumentando esponenzialmente perché la gente non segue i protocolli. Secondo le cifre ufficiali in quella zona del nord del paese si sono registrati fino al 15 luglio 889 casi. Quale è il commento generalizzato della popolazione rovesciata sulle strade soprattutto di mattina nonostante i pericoli? “Dobbiamo portare da mangiare a casa”, “Se non lavoro, non mangio”, “Come faccio a rimanere a casa? Chi mi aiuta, il governo? Devo uscire, altrimenti muoio di fame”. Questo dicono dalle zone più popolose e povere della capitale. La pandemia ha trovato pane per i suoi denti in un paese estremamente povero e in recessione da più di dieci anni. La malattia corre veloce nella cintura più povera della città, dove ci sono i famosi <em>barrios</em>, le baraccopoli dove in una cassetta piccola, fangosa e sporca senza elettricità, gas e acqua, mura di mattoni e tetto di zinco vivono tante persone che è impossibile censire. In un paese con un sistema sanitario precario e praticamente inesistente e una economia informale che fa sopravvivere all’incirca l’80% delle famiglie è impossibile rimanere a casa e rispettare il lockdown come si dovrebbe. Bisogna guadagnarsi il pane ogni giorno. È stato dimostrato che purtroppo il Covid non crea nessuna differenza per loro, perché non c’è alternativa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="496" height="386" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/cuba-y-covid.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14451" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/cuba-y-covid.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 496w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/cuba-y-covid-300x233.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 496px) 100vw, 496px" /></figure>



<p>Il governo, prima del lockdown di Caracas aveva annunciato il modello 7-7, cioè sette giorni di lavoro + sette giorni di quarantena, dove la quarantena dovrebbe essere rigorosa e disciplinata e sarebbe in atto in altre regioni del paese. Sembra che il regime si sia ispirato ad un simile modello messo in atto in Israele, ma Venezuela non ha le stesse condizioni tecnologiche, economiche, sanitarie e sociali di Israele e per di più ha una popolazione maggiore. In una intervista al giornale britannico BBC.com, il Dott. Jaime Torres esperto di epidemiologia all’Universidad Central de Venezuela assicura che: “l’esperienza in altri paesi indica che i risultati delle misure di confinamento iniziano a vedersi alle due settimane, per cui, l’alternanza settimanale che emerge in Venezuela potrebbe non essere sufficiente.” Secondo la ricerca della BBC non è stato comprovato il rapporto causa ed effetto. Da quando si è implementato questo modello, i contagi hanno aumentato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="410" height="230" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/Venezuela-y-Covid.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14452" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/Venezuela-y-Covid.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 410w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/Venezuela-y-Covid-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" /></figure>



<p>L’aumento lo si può percepire nello Stato di Miranda dove c’è una baraccopoli chiamata Petare. Anticamente era un bel paesino coloniale alle porte della Caracas del est. Adesso, con molto orgoglio, alcuni dei loro abitanti sostengono che sia la baraccopoli più grande del Venezuela e una delle più popolose di America Latina e io aggiungerei delle più pericolose. Secondo l’ultimo censimento del 2011 Petare avrebbe una densità di 600.000 abitanti. Non sappiamo quanto è cambiato questo numero negli anni per l’emigrazione o per l’emergenza sanitaria, fatto sta che da quando c’è la crisi, questa zona è una delle più calde della nazione. Qui convivono, a volte in guerra a volte in pace, lavoratori, disoccupati, delinquenti, gang di narcotrafficanti, sostenitori del regime e gente onesta. Per le strade di Petare si vedono interminabili file di persone in attesa di un autobus o del camion che porta le bombole del gas, scene di botte per avere un bidone di acqua potabile, file lunghissime davanti agli alimentari e piccoli commerci, situazioni di assembramento nei mercati pubblici. Tutto senza distanziamento sociale, con poche mascherine e nessuna misura sanitaria. Come possiamo pensare che il Covid possa essere sotto controllo in mezzo alla sporcizia e l’anarchia più totale? Petare è soltanto una piccola fotografia del paese.</p>



<p>In Venezuela, l’apparato produttivo già depresso è totalmente fermo da quattro mesi, soltanto il settore alimentare e del farmaco hanno un leggero movimento economico per ragioni ovvie. Gli emigrati venezuelani che lavorano e/o vivono in Colombia, molti di loro contagiati, stanno tornando definitivamente in Venezuela. Preferiscono stare nella loro patria insieme ai loro cari e non continuare a vivere oltre la frontiera vista la realtà colombiana, dove anche la economia informale tipica dei nostri paesi si è vista penalizzata. Questa situazione coinvolge milioni di persone. Vuol dire che milioni di contagiati stanno tornando nel proprio paese senza sistema sanitario, senza organizzazione, senza soldi, senza cibo, senza, senza, senza.</p>



<p><strong>Cuba</strong>. La situazione non è molto diversa dal Venezuela. Anche nell’isola l’informazione sui contagiati si potrebbe discutere. Secondo il Coronavirus Resourse Center dell’Università Johns Hopkins i numeri sono 2.438 di cui 87 decessi, cifra che coincide con quella diffusa dal Ministero della Salute Cubano. Il copione però a la Habana è quasi lo stesso: il governo annuncia che va tutto bene, i focolai sono sotto controllo, l’approvvigionamento di cibo e beni di prima necessità è a posto, ecc. La verità è che in molte zone del paese non c’è elettricità, nei supermercati mancano tanti prodotti, le medicine scarseggiano, le file davanti ai negozi si è duplicata, la povertà dilaga a macchia di leopardo per la chiusura delle frontiere e la mancanza di turismo, questo comporta lo stop di una economia molto importante per il paese. Quella gestita dai “cuentapropistas”, cioè i commercianti e piccoli imprenditori privati che avevano i loro affari collegati con il turismo (negozi di souvenir, di vestiti, servizi di taxi privati, imprenditori alberghieri, ristoratori, guide turistiche, ecc.) Queste persone si sono viste da un giorno all’altro il loro affare crollare e adesso non sanno come sopravvivere.</p>



<p>Tutti abbiamo visto la nostra vita cambiare radicalmente, la differenza è che in paesi come Cuba o Venezuela c’era già una forte crisi che teneva sotto torchio la popolazione, già si viveva male, già c’erano mancanze di ogni tipo, già c’era fame e già c’erano problemi collegati con le nuove tecnologie perché non in tutte le zone c’è internet e non in tutte le zone ci sono computer nelle case e non in tutte le zone c’è la possibilità e la conoscenza di fare shopping online… Adesso la pandemia ha accentuato la crisi ancora di più in tutti i settori. Per tornare a Cuba, la meravigliosa città di La Habana è sempre più in rovine ed è sempre più sporca, cosa che non aiuta a controllare il virus. Come si vede è tutto simile al Venezuela e quindi il Covid molto presente. A turni, i quartieri de La Habana vengono messi in quarantena per i focolai. Nonostante la crisi e per combattere il dilagare del virus, ci sono delle brigate di studenti di medicina e odontoiatri che girano l’isola con l’obbiettivo di trovare possibili focolai e/o contagiati, si chiamano “indagini casa per casa”. Questo modello sembra funzionare ed è stato considerato dall’Organizzazione Panamericana della Salute come una strategia aggressiva ma positiva che sembra avere dei buoni risultati. Sembrerebbe una buona notizia.</p>



<p><strong>Nicaragua</strong>. La situazione nel paese del centroamerica pare più chiara e anche più complessa. Sembra evidente dalle notizie sui giornali e dalle denunce dei cittadini e politici dell’opposizione che Daniel Ortega abbia gestito molto male la pandemia. Insieme alla crisi economica già esistente, alle costanti denunce di violazioni dei diritti umani e alle sanzioni messe in atto dagli Stati Uniti, Nicaragua è gravemente colpita e la popolarità di Ortega e della moglie Rosario Murillo, sono a terra. Il 19 luglio si celebra il trionfo della Rivoluzione Sandinista e da quando è al potere Ortega lo celebra alla grande, con parate e concerti. Quest’anno il virus ha preso il sopravento e il presidente è addirittura scomparso, sono 38 giorni che non si fa vedere, così com’è successo all’inizio della crisi. Perché scompare ogni tanto? Gli oltraggi alla cittadinanza e al personale della salute da parte del regime si sommano a quelli storici: parecchio personale sanitario è stato licenziato a causa delle denunce per i problemi che incontravano nelle loro sedi di lavoro, problemi che vanno dal controllo dei test, al rifornimento dei sistemi di sicurezza per pazienti e personale, tutto gestito male dal governo per nascondere il numero reale di contagiati e la malasanità. Ci sono dubbi sulla quantità di tamponi fatti e i risultati. L’informazione proveniente dal laboratorio nazionale del Ministero della Salute è molto confusa secondo Human Right Wacht, CNN e altri mezzi di stampa che cercano chiarimenti. La Commissione di Giustizia e Pace dell’Arcidiocesi di Managua insieme all’Osservatorio Cittadino fanno l’ennesima denuncia: riportano a fine giugno la cifra di 6.775 casi e 1.878 decessi, in contrasto con le cifre del governo di Ortega: 2.519 casi e 83 decessi. Inoltre, l’Osservatorio Cittadino parla di 78 decessi per Covid-19 nel personale sanitario: 34 medici, 21 infermieri e 11 nel personale amministrativo. Il governo tace e non ha riconosciuto che tra i sanitari ci sia nemmeno una morte.</p>



<p>Sono iniziate a girare in Facebook e Twitter immagini di funerali clandestini molto sospetti e nel bel mezzo della notte. Più di una persona ha denunciato di aver ricevuto una chiamata dall’ospedale pubblico dov’era ricoverato un parente, informando della morte del proprio caro. Una volta arrivata all’obitorio per riconoscere e ritirare il corpo, la notizia allucinante da parte del personale che il corpo era già stato seppellito. Si chiama “procedimento di sepoltura express”, senza rispettare i protocolli che si dovrebbero seguire per seppellire un malato di virus e nella totale illegalità e mancanza di rispetto verso i famigliari, il personale del Ministero, o dei laboratori, o degli ospedali pubblici… non si sa bene chi siano queste persone, mettono i corpi in sacchetti di plastica e in bare sigillate improvvisate ed entro tre ore dalla morte, senza la presenza dei parenti, fanno sparire sotto terra i corpi. Perché fare tutto ciò se le dichiarazioni di morte emesse dagli ospedali dicono che le cause sono infarto, polmonite o pneumonia “normale”, diabete, ecc. e cioè cause naturali che non c’entrano con il Covid-19? Cosa c’è da nascondere? Dopo tante denunce hanno smesso di compiere questi funerali anomali.</p>



<p>Gli orrori che si vedono a Petare, le difficoltà che vivono gli abitanti dell’Habana o la tragedia che vivono i parenti di malati deceduti a Managua sono soltanto degli esempi che dimostrano che in quei paesi regna il caos e la totale disinformazione, dimostrano anche che non c’è uno stato solido, un ente governativo che possa aiutare la popolazione a fronteggiare la pandemia. Non ci sono alcuni casi isolati, non ci sono alcuni problemi, non ci sono alcuni politici incapaci e corrotti. È un 100% di tutto: di casi critici, di problemi, di politici incapaci e corrotti, di mancanze, di arbitrarietà, di ingiustizie.</p>
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		<title>Massacro contro i Mayangna in Nicaragua</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Feb 2020 07:50:43 +0000</pubDate>
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<p> <br>Le popolazioni indigene hanno bisogno di maggiore protezione. I crimini contro gli indigeni non devono restare impuniti.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="600" height="400" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/el_icaco_residents.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13595" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/el_icaco_residents.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/el_icaco_residents-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></div>



<p>In seguito al massacro di indigeni Mayangna avvenuto lo scorso 28 gennaio nella biosfera di Bosawás in Nicaragua, l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede maggiore tutela per la popolazione indigena del Nicaragua e la fine dell&#8217;impunità per i crimini commessi contro gli indigeni del paese. Il 28 gennaio un gruppo di circa 80<br>persone armate ha assalito un villaggio di indigeni Mayangna nella biosfera di Bosawás. Dopo aver bruciato alcune case, gli assalitori hanno sparato agli abitanti del villaggio uccidendo almeno sei persone.<br>Altre dieci persone risultano scomparse dopo l&#8217;aggressione.</p>



<p>La riserva di Bosawás è un&#8217;area protetta grande circa 2,2 milioni di ettari, situata vicino alla frontiera con l&#8217;Honduras e riconosciuta nel 1997 come biosfera e patrimonio biologico globale dall&#8217;UNESCO. Di fatto è la più grande foresta vergine a nord dell&#8217;Amazzonia.</p>



<p>Da anni le popolazioni indigene che abitano l&#8217;area lamentano l&#8217;aumento drammatico del disboscamento illegale e delle aggressioni da parte dei taglialegna illegali. Le immagini satellitari documentano infatti l&#8217;incremento delle aree disboscate e sfruttate per l&#8217;agricoltura all&#8217;interno della riserva e che oggi coprono il 31% del territorio. Nel 2000 l&#8217;area disboscata illegalmente copriva il 15% della riserva. In 20 anni il Nicaragua ha perso il 19% delle sue foreste. I disboscamenti illegali stanno mettendo a rischio l&#8217;intero ecosistema dell&#8217;area e distruggono la base vitale delle popolazioni indigene che nei boschi e dei boschi vivono. Le aggressioni armate contro le popolazioni indigene<br>per appropriarsi illegalmente della terra purtroppo non sono un&#8217;eccezione e solitamente restano impunite. L&#8217;APM chiede al governo del Nicaragua di porre finalmente fine a questa guerra non dichiarata contro le popolazioni indigene e contro l&#8217;ambiente.</p>



<p>In Nicaragua vivono circa 30.000 nativi Mayangna. L&#8217;assassinio di indigeni è diffuso e nei pochi casi in cui gli aggressori vengono arrestati, questi solitamente vengono assolti in giudizio per mancanza di prove. Secondo l&#8217;APM, il problema reale è che al Nicaragua manca la volontà politica per perseguire i crimini commessi contro la sua popolazione nativa. La scorsa settimana tre cittadini nicaraguensi sono stati arrestati in Costa Rica con l&#8217;accusa di aver assassinato un&#8217;intera<br>famiglia nella riserva indigena Maio nell&#8217;ottobre 2019. L&#8217;APM seguirà attentamente la vicenda giudiziaria. </p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Nicaragua: Il clero golpista secondo Daniel Ortega</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Aug 2019 08:45:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi I rappresentanti della chiesa nicaraguense in quasi un anno e mezzo sono diventati le colonne vertebrali degli oppositori del regime di Daniel Ortega. In questo piccolo e martoriato paese dell’America Centrale,&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/08/16/america-latina-diritti-negati-nicaragua-il-clero-golpista-secondo-daniel-ortega/">&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Nicaragua: Il clero golpista secondo Daniel Ortega</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<p>di Tini Codazzi</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="600" height="400" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/clero-manifestando.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12919" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/clero-manifestando.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/clero-manifestando-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></div>



<p>I rappresentanti della chiesa nicaraguense in quasi un anno e mezzo sono diventati le colonne vertebrali degli oppositori del regime di Daniel Ortega. In questo piccolo e martoriato paese dell’America Centrale, le croci, le tonache, i rosari e le preghiere hanno preso il posto delle armi, dello slogan politico, delle pietre e delle bandiere, diventando un fronte di difesa alquanto inconsueto per l’America Latina. Popolazione civile e chiesa hanno formato un solo corpo, come dovrebbe essere sempre in questi casi, dove l’interesse è l’integrità della persona e non la politica o il potere. Ad aprile del 2018 le braccia del clero nicaraguense si sono aperte per aiutare i feriti, le famiglie dei desaparecidos, i prigionieri politici, insomma il popolo che stava diventando vittima della repressione a mano del regime. La riforma sulle tasse e sulle nuove pensioni fu la ciliegina sulla torta per far scattare l’insurrezione civile nel paese.<a href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a> Dall’alto dei pulpiti delle loro chiese i preti denunciarono la situazione, le violazioni dei diritti umani che stavano ferendo a morte il territorio nicaraguense. Manifestarono nelle strade insieme alla popolazione, raccontarono le miserie e le violenze attraverso i Social Network, protessero donne, bambini, studenti tra le mura delle loro chiese e perciò generarono l’odio nei rappresentanti del governo e dei paramilitari di Ortega.  La chiesa era diventata un problema, altroché gli studenti. Il Cardinale Brenes, arcivescovo di Managua, il Vescovo Silvio José Báez e il sacerdote Juan José Ortiz sono diventati in pochissimo tempo tre simboli, tre golpisti secondo Ortega, tre perseguitati del regime di Managua. Ma non solo loro, la chiesa nicaraguense rappresentata da tanti vescovi, sacerdoti e preti è compatta nella lotta per i diritti umani e nel messaggio di pace che Ortega vorrebbe far tacere.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="225" height="225" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/silvio-Jose-Baez.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12920" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/silvio-Jose-Baez.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/silvio-Jose-Baez-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/silvio-Jose-Baez-160x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></figure></div>



<p>In una intervista al giornale cattolico
<em>Alfa y Omega</em>, Padre Ortiz ha dichiarato: “Eravamo nella
Cattedrale di Managua durante una giornata di preghiera e ci hanno
avvertito che c’erano molte probabilità che succedesse un massacro
a Masaya (…) abbiamo visto diverse convogli di gruppi paramilitari
che si dirigevano là, quando siamo arrivati la gente si
inginocchiava e ringraziava Dio per la presenza dei vescovi e
sacerdoti, a questo punto i paramilitari si sono dovuti ritirare”.
Purtroppo il massacro a Masaya c’è stato poco dopo. <a href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></p>



<p>Padre Ortiz ha vissuto nella propria pelle le aggressioni dei paramilitari. Il 10 luglio del 2018 era insieme all’arcivescovo e ad atri preti nella Basilica di San Sebastián e sono stati aggrediti verbalmente e fisicamente. Insulti, botte e accuse di occultamento di armamento e terroristi all’interno della basilica. Molti sacerdoti sono stati vittime di assedio, spionaggio (il regime aveva sotto controllo i loro telefoni), minacce e gravi violazioni dei loro diritti. Il clero nicaraguense era diventato il nemico numero 1 di Ortega. Padre Ortiz adesso è in Spagna.  </p>



<p>Il Vescovo Silvio José Báez è stato
uno dei più attivi nella difesa della pace e della democrazia. Ad
aprile del 2019 è stato chiamato a Roma dal Vaticano per un lungo
periodo perché correvano voci ufficiali che sarebbe stato vittima di
un tentativo di attentato. 
</p>



<p>Da aprile 2018 fino a gennaio 2019 ci sono state più di 700 casi di aggressioni contro la stampa, più di 300 morti, anche se alcune ONG radicate nel paese parlano di più di 500; più di 700 prigionieri politici. Come in Venezuela, il fenomeno delle porte girevoli, nel caso dei prigionieri è una prassi. Il regime libera un certo numero di prigionieri e ne fa un caso chiamando la stampa, ma dietro, nascosto nell’oscurità, ne imprigiona ingiustamente altrettanto numero di persone.  </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="624" height="385" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/Baez-e-arcivescovo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12921" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/Baez-e-arcivescovo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 624w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/Baez-e-arcivescovo-300x185.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 624px) 100vw, 624px" /></figure></div>



<p>Anche se l’opinione pubblica e la
stampa sono in silenzio, i problemi continuano: aggressioni a
studenti e manifestanti, repressioni selvagge nelle manifestazioni
studentesche, negoziati tra regime e oppositori per risolvere la
crisi che vanno e vengono per il semplice fatto che il regime non ha
nessun interesse a lasciare il potere alla democrazia. L’ultima
impasse è perché il regime non ha voluto accettare osservatori
internazionali durante i negoziati. In Nicaragua, lo stato continua
con riluttanza un polemico processo di scarcerazione dei detenuti che
parteciparono alle manifestazioni. L’opposizione, guidata da
<em>Alianza Cívica por la Justicia y la Democracia</em> ha deciso di
non continuare i negoziati fino a quando il governo non rispetti gli
accordi già firmati il 29 marzo, cioè la liberazione definitiva dei
prigionieri politici e il ripristino delle garanzie e dei diritti
fondamentali: diritti a manifestare, censura alla stampa,
persecuzioni, ecc. 
</p>



<p>Il ruolo della chiesa in Nicaragua è
stato ed è ancora fondamentale per ottenere la libertà democratica
nel paese. 
</p>



<p><a href="#sdfootnote1anc">1</a><sup></sup>
	Per maggiore informazione leggere l’articolo Nicaragua in fiamme:
	<a href="https://www.peridirittiumani.com/2018/04/22/nicaragua-in-fiamme/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.peridirittiumani.com/2018/04/22/nicaragua-in-fiamme/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>
	<a href="#sdfootnote2anc">2</a><sup></sup>
	Per approfondire leggere l’articolo La Mattanza di Masaya:</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-per-i-diritti-umani"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="QNpZNZXCWz"><a href="http://www.peridirittiumani.com/2018/06/23/nicaragua-la-mattanza-di-masaya/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Nicaragua. La mattanza di Masaya</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" src="http://www.peridirittiumani.com/2018/06/23/nicaragua-la-mattanza-di-masaya/embed/#?secret=QNpZNZXCWz&utm_source=rss&utm_medium=rss" data-secret="QNpZNZXCWz" width="500" height="282" title="&#8220;Nicaragua. La mattanza di Masaya&#8221; &#8212; Per I Diritti Umani" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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		<title>Nicaragua. La mattanza di Masaya</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jun 2018 08:30:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; di Tini Codazzi &#160; Sapete cos’è Masaya? È un comune a sud di Managua, in Nicaragua. Di non più di 174.000 abitanti. Un puntino minimo nella mappa del Centro America. Ebbene, questa cittadina&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span lang="it-IT"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/masaya1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10888" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/masaya1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="970" height="580" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/masaya1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 970w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/masaya1-300x179.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/masaya1-768x459.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 970px) 100vw, 970px" /></a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Tini Codazzi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span lang="it-IT">Sapete cos’è Masaya? È un comune a sud di Managua, in Nicaragua. Di non più di 174.000 abitanti. Un puntino minimo nella mappa del Centro America. Ebbene, questa cittadina si è alzata contro il governo di Daniel Ortega, ha posizionato delle barricate nelle strade e non ha smesso di manifestare e protestare contro il governo centrale di Managua. Come sapete Il paese vive una grave crisi, iniziata ad aprile. L’Associazione Nicaraguense Pro Diritti Umani (ANPDH) ha contabilizzato 76 persone assassinate delle forze dell’ordine, 657 feriti, 85 desaparecidos e 152 denunce di molestie da parte della polizia. Tutto questo durante le manifestazioni di aprile e maggio. </span></p>
<p><span lang="it-IT">Masaya è diventata il simbolo della protesta nicaraguense, la città è in guerra, non soltanto perché vogliono un paese democratico ma perché vorrebbero fare giustizia contro la polizia nazionale e i paramilitari di Ortega e dare un senso ai morti. C’è una sorta di guerra civile nella città, i cittadini hanno formato all’incirca 200 barricate con mattoni, pezzi di alberi, pali, cartelli abbandonati, sacchi di terra, ecc. Sono diventate una sorta di posti di blocco civile, se si vuole attraversare uno di questi posti bisogna fa vedere la propria carta d’identità. Sono organizzatissimi, il suono delle campane della chiesa principale funziona come avvertimento della vicinanza di poliziotti e paramilitari, così i cittadini possono nascondersi e chiudersi in casa, sono molto guerrieri e a differenza dei venezuelani queste persone sono armate e si sono dichiarati in ribellione contro il governo centrale. La risposta di Ortega per ricuperare il controllo della cittadina sandinista è stata inviare un contingente di poliziotti, carri armati e paramilitari. Lo scorso martedì c’è stata una battaglia, Masaya è diventata un campo di guerra tra cittadini e polizia, quest’ultima ha attaccato ferocemente e la conclusione sono 6 morti e un numero non definito di feriti, i social network e la stampa nicaraguense denunciano 20, anche 30, persino 50 feriti in un solo giorno… in questi scenari così confusi non si sa mai la quantità vera di vittime. </span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/masaya2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10889" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/masaya2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="800" height="533" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/masaya2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/masaya2-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/masaya2-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></p>
<p><span lang="it-IT">I messaggi dei cittadini dicono che non si smettono di sentire le detonazioni anche durante la notte, è impossibile dormire, hanno molta paura di uscire per cercare cibo, i negozianti hanno paura dei saccheggi e hanno paura di perquisizioni illegali e di incursioni nelle case. </span></p>
<p><span lang="it-IT">A Masaya c’è un quartiere di nome </span><span lang="it-IT">Monimbó, simbolo della resistenza antimperialista, socialista e nazionalista del sandinismo negli anni 70. Daniel Ortega è stato dirigente del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale contro la dittatura di Anastasio Somosa e quelle terre di Masaya le conosce bene perché all’epoca anche lui aveva lottato contro la guardia nazionale del regime di Somosa in questa città. Il fratello minore di Ortega, Camilo Ortega è morto lì a Monimbó nel 1978. È curioso come gira il mondo ed è molto curioso come funziona la mente umana. Daniel Ortega ha la memoria corta, sta facendo con il popolo nicaraguense la stessa identica cosa che ha fatto il sanguinario Anastasio Somasa con lui e la sua famiglia, ma i cittadini di Monimbó hanno invece la memoria lunga, ricordano e non vogliono vivere le stesse cose di quelli anni, quindi Masaya non lo vuole più, il luogo che è nel cuore di Ortega non lo vuole più. </span></p>
<p><span lang="it-IT">Così stanno le cose in questo momento a Masaya, si continua a lottare indefinitamente. </span></p>
<p><span style="color: #333333;"> <span style="font-size: small;"><span lang="it-IT">#SOSMasaya</span></span></span></p>
<p><span style="color: #333333;"><span style="font-size: small;"><span lang="it-IT">#Masaya</span></span></span></p>
<p><span style="color: #333333;"><span style="font-size: small;"><span lang="it-IT">#SOSNicaragua</span></span></span></p>
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		<title>Nicaragua in fiamme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Apr 2018 06:41:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>  di Tini Codazzi &#160; @Oswaldo Rivas (Reuters) E’ esplosa la pentola a pressione in Nicaragua. 3 giorni fa sono iniziate le proteste dei cittadini contro le nuove riforme sulle pensioni e sulle tasse,&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2018/04/22/nicaragua-in-fiamme/">Nicaragua in fiamme</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;"> </span></p>
<p>di Tini Codazzi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/foto-de-Oswaldo-Rivas-Reuters.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10555" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/foto-de-Oswaldo-Rivas-Reuters.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1960" height="1274" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/foto-de-Oswaldo-Rivas-Reuters.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/foto-de-Oswaldo-Rivas-Reuters-300x195.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/foto-de-Oswaldo-Rivas-Reuters-768x499.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/foto-de-Oswaldo-Rivas-Reuters-1024x666.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1960px) 100vw, 1960px" />@Oswaldo Rivas (Reuters)</a></p>
<p>E’ esplosa la pentola a pressione in Nicaragua. 3 giorni fa sono iniziate le proteste dei cittadini contro le nuove riforme sulle pensioni e sulle tasse, il governo ha approvato una legge per aumentare i contributi e ridurre l’ammontare delle pensioni, e in questo modo tentare di salvare l’INSS (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social), l’INPS del Nicaragua. L’INSS è in default dopo anni di cattiva amministrazione, perché serviva da fondo cassa per finanziare progetti statali. Il governo non ha consultato nessuno, né sindacati, né imprenditori, né opposizione, ecc. Questa riforma arbitraria è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, evidentemente i nicaraguensi non sono molto contenti dopo tanti anni di governo di Daniel Ortega. L’attuale presidente è stato rieletto 4 volte, nel 2011 vinse dopo aver cambiato la costituzione per poter essere di nuovo candidato alla presidenza. Nel 2017 vinse per la terza volta consecutiva. Adesso ha il controllo di tutti gli enti statali compresi l’ufficio elettorale centrale, Il tribunale supremo di giustizia e il congresso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/foto-de-jorge-Torres-EFE.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10556" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/foto-de-jorge-Torres-EFE.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1960" height="1222" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/foto-de-jorge-Torres-EFE.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/foto-de-jorge-Torres-EFE-300x187.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/foto-de-jorge-Torres-EFE-768x479.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/foto-de-jorge-Torres-EFE-1024x638.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1960px) 100vw, 1960px" /></a>@Jorge Torres</p>
<p>Mercoledì scorso sono scattate le proteste. Da una parte c’è la società civile con, in prima fila, imprenditori del settore privato, studenti e pensionati, e dall’altra, la polizia e i “grupos de choque”, cioè gruppi di scontro, giovani studenti simpatizzanti del governo di Ortega e membri della gioventù sandinista, braccio politico del fronte sandinista comandato dal presidente. Sono usciti per strada muniti di sassi, tubi e armi bianche, volto coperto e sulle moto hanno aggredito i manifestanti in modo brutale e violento. Finora ci sono un’ottantina di feriti, altrettanti di detenuti e 10 morti.</p>
<p>In questi giorni il governo ha ordinato di oscurare 5 reti televisive private e indipendenti, ha vietato di trasmettere le immagini delle manifestazioni. La rete locale <em>100% Noticias</em>, che trasmetteva in diretta le proteste, è stata oscurata violentemente. Diversi giornalisti sono stati aggrediti.</p>
<p>Il 19 aprile, il Centro Nicaraguense dei Diritti Umani (CENIDH) ha pubblicato un comunicato dove ripudia queste riforme chiamandole “criminali”. Dicono che costituiscono il più grande retrocesso in materia di diritti sulla previdenza sociale, essendo una grave violazione dei diritti umani commessa dal regime di Daniel Ortega e Rosario Murillo, vicepresidente, nonché moglie di Ortega. Una commissione del CENIDH ha potuto verificare la brutale aggressione di cui sono state vittime centinaia di giovani da parte di brigate motorizzate. Condannano la repressione generalizzata alla popolazione, tra cui giovani studenti, giornalisti, attivisti dei diritti umani che, legittimamente manifestavano pacificamente in diversi punti del paese.</p>
<p>Staremo attenti agli sviluppi per diffondere questo ennesimo sopruso alla popolazione dell’America Latina.</p>
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		<title>America latina: i diritti negati. America Latina si scrive al femminile!</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2016 07:54:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-218.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5405" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5405" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-218.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (218)" width="320" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-218.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-218-191x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 191w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" /></a></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Prima parte</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">di Mayra Landaverde</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il continente americano è fatto di donne. Di donne coraggiosissime, intelligenti e molto amorevoli. Siamo così le donne latinoamericane, forti. Non abbiamo scelta. Il nostro territorio è pieno di maschilismo. Siamo maltrattate, umiliate, uccise. Tutti i giorni, da tempi immemorabili. Tante di noi, non abbiamo avuto la possibilità di studiare e di avere una carriera professionale di successo. Tante non sanno scrivere ne leggere. Tante moriranno a Cd. Juárez a Tijuana o Estado de México, dove si registrano le cifre più alte di femminicidi in Messico. Troppe moriranno di parto, si, di parto nel 2016, come l’indigena del Oaxaca che è morta dopo aver partorito sulle aiuole del ospedale dopo essere stata mandata a casa. Altre moriranno assassinate per aver “parlato troppo” come le giornaliste di Veracruz o la militante ecologista dell’Honduras Berta Cáceres. Altre sono morte durante le dittature militari in Argentina, Chile, Uruguay ecc. Altre sono ancora vive a cercare giustizia per le loro desaparecidas.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nonostante tutto noi donne americane non perdiamo mai la voglia di vivere, di ballare, di sorridere di lavorare. Di cambiare il mondo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Queste sono le donne che hanno cambiato il mio.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mia madre, che ha avuto il coraggio di portarmi al mondo, anche se aveva soltanto diciannove anni. Si è laureata con me in braccio. Le sue colleghe mi raccontano che andava alla Facoltà con me, mi metteva sulla finestra e lei studiava, e io dormivo. Non si può dire che io non abbia frequentato l’Università!</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La mia mamma non è una famosa scrittrice non è un’attrice né si dedica alla politica. E’ solo mia madre, ma è una donna incredibilmente forte. E’ riuscita a mantenere decorosamente due figlie da sola, mi ha sempre procurato una casa e del cibo. E tanto tanto amore. Sono donne come lei che inventano ogni giorno quest’America Latina che tanto mi manca nelle mie grigie giornate milanesi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mia nonna che con la sua cucina ha riempito le bocche di tutti quanti noi maschi e femmine. Che con i suoi racconti ho scoperto la passione di scrivere e inventarmi delle storie. Donna di una pazienza infinita, intraprendente, bella. Mia nonna mi ha sempre dato dei buoni consigli che in parte ho seguito e soprattutto mi ha sempre visto come la “salvezza” della famiglia. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mia sorella che è e sarà sempre la mia più grande musa ispiratrice. Che è rimasta a vivere in Messico nonostante tutto, che fa la mamma di due bimbi straordinari, che fa la moglie, ma fa anche l’artista, che disegna, che recita. Che si rifiuta di trovare un lavoro che non le piaccia e fa quello che la rende veramente felice. Essere libera.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sono tutte queste donne fantastiche che non solo non lasciano morire il nostro continente, ma lo fanno vivere.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Donne come Elena Poniatowska, la <i>Princesa roja. </i>Giornalista, scrittrice messicana. La chiamano così perché lei è veramente una principessa, viene dalla famiglia reale della Polonia. Ed è veramente comunista. I suoi genitori sono arrivati in Messico ma poi durante la Revoluciòn sono scappati in Francia poiché grandi sostenitori del dittatore Porfirio Dìaz. Non mi sono mai spiegata come sia stata sempre una donna <i>de izquierdas </i>venendo da una famiglia così. Scherzi della vita. D&#8217;altra parte nemmeno io vengo da una famiglia di sinistra. Mio papà mi buttava nella spazzatura tutti i miei libri de <i>rojillos</i> , cioè tutti i libri di Marx o del Che Guevara…</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-219.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5406" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-5406" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-219-1024x484.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (219)" width="720" height="340" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-219.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-219-300x142.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-219-768x363.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-219-520x245.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 520w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-219-720x340.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Poniatowska è un bell’esempio di queste poche ma importantissime donne femministe del mio paese.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Las Patronas sono delle tipiche donne messicane. Forti, determinate e fanno da mangiare. Loro, come ho scritto diverse volte su questa rubrica, danno da mangiare ai migranti centroamericani che viaggiano sulla Bestia. Tutto volontariamente. Hanno ricevuto nel 2013 il Premio Nacional de Derechos Humanos in Messico. Non solo hanno cambiato il mio di mondo, ma il mondo di migliaia di centroamericani che passano da Veracruz nel loro viaggio verso gli Stati Uniti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Potrei scrivere per giorni sulle donne scrittrici latine ma ora mi viene subito in mente Gioconda Belli. <i>La donna abitata</i> è uno dei libri più belli che abbia mai letto. E’ un libro davvero femminile pieno di amore di sesso e di politica. Meglio di così…</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gioconda Belli è una giornalista, poetessa nicaraguense. E anche se non ho la fortuna di conoscerla, da donne americane ci capiamo benissimo:</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">«<i>Due cose che non ho deciso io hanno determinato la mia vita: il paese in cui sono nata e il sesso col quale sono venuta al mondo […] Non sono stata ribelle fin da piccola. Al contrario. Niente faceva presagire ai miei genitori che la creatura ammodo, dolce e garbata, delle mie fotografie infantili si sarebbe trasformata nella donna rivoluzionaria che tolse loro il sonno.[…] Sono stata due donne e ho vissuto due vite. Una delle due donne voleva far tutto secondo i canoni classici della femminilità: sposarsi, fare figli, nutrirli, essere docile e compiacente. L’altra aspirava ai privilegi maschili: sentirsi indipendente, essere considerata per se stessa, avere una vita pubblica, la possibilità di muoversi, amanti. Ho consumato gran parte della vita alla ricerca di un equilibrio tra queste due donne, per unirne le forze, per non essere dilaniata dalle loro battaglie a morsi e graffi. Penso di avere ottenuto, alla fine che entrambe le donne coesistessero sotto la stessa pelle. Senza rinunciare a sentirmi donna, credo di essere riuscita a essere anche uomo.»</i></span></span></p>
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