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	<title>nucleare Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>5 novembre: convergiamo e rilanciamo</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2022 08:06:42 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/guerra.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="700" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/guerra-1024x700.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16692" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/guerra-1024x700.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/guerra-300x205.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/guerra-768x525.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/guerra.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1300w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p><br>Evitare una guerra nucleare e una catastrofe umana e ambientale sono le priorità assolute. Per questo ci<br>auguriamo che centinaia di migliaia di persone manifestino con i colori arcobaleno della Pace, in Italia, come nel<br>resto d’Europa e del mondo.<br>Tuttavia riteniamo necessario sottolineare che chi sceglie PACE E NONVIOLENZA, chi rifiuta la logica della guerra<br>e si propone di creare «le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza,<br>ma concordate, giuste e stabili», d’accordo con il Papa, non si erge a giudice che condanna, e rifiuta l’interpretazione<br>lineare e semplicistica della struttura vittima-aggressore, per andare a cercare sin dalle origini del conflitto la<br>complessa rete di bisogni, aspirazioni, interessi da ascoltare e comprendere per poter avviare un processo di<br>riconciliazione tra popoli riconoscendo le molteplici responsabilità. Un groviglio di fattori culturali, sociali,<br>religiosi, economici e politici che nel crocevia storico dell’ultimo secolo ha creato muri e irrigidimenti nazionalistici,<br>piuttosto che reciproca accoglienza e co-esistenza nella prima civiltà planetaria della storia.<br>Alla luce di una rinnovata sensibilità che avanza nella convergenza delle diversità, contro qualsiasi discriminazione<br>e nell’ambizione ad una vita degna, giustizia e progresso per tutte, tutti e tutto sul pianeta, è evidente quanto<br>siano fallimentari e anacronistiche questa guerra, questa polarizzazione NATO-Russia, questo sistema economico e<br>poi politico basato su armi, consumo e fonti non sostenibili e soprattutto che punta all’arricchimento e la selezione di<br>pochi, affamando e privando di progettualità e futuro una percentuale sempre maggiore della popolazione.<br>Questo sistema disumano e violento è fallito e nell’ultimo colpo di coda rischia di creare danni irreparabili, per<br>questo è necessario rilanciare con fermezza la necessità di risoluzioni che possano portare realmente e<br>rapidamente a tavoli di negoziato, per arrestare subito la follia della guerra e prima che un incidente o una<br>provocazione di troppo degeneri in un disastro nucleare.</p>



<p><br>Per questo INVITIAMO TUTTE E TUTTI A IMPEGNARSI A SOSTENERE QUESTE ESIGENZE:</p>



<p><br> Cessate il fuoco immediato e ritiro delle forze militari dai territori coinvolti sotto la supervisione ONU e<br>dislocamento dei Corpi Civili di Pace per il monitoraggio del cessate il fuoco, il supporto a tutte le vittime<br>del conflitto e il contributo alle attività di costruzione della pace.</p>



<p><br> Stop immediato all’invio di armi, perché una risposta violenta alla violenza non porta la Pace, perché<br>alimentare il conflitto non è mai giustificabile, né creerà le condizioni del dialogo necessarie a raggiungere<br>soluzioni concordate, e soprattutto perché LE POPOLAZIONI CIVILI COINVOLTE NON VOGLIONO PIÙ NÉ<br>MORTI NÉ FERITI.</p>



<p><br> Ritiro delle sanzioni che solo alimentano una guerra economica che colpisce le popolazioni.</p>



<p><br> Impegno concreto dei governi europei per aprire il dialogo nei tavoli diplomatici, aperti a tutte le parti<br>sociali e soprattutto al contributo delle donne nello spirito della Risoluzione ONU 1325 (2000).</p>



<p><br> Firma e ratifica del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari da parte di tutti i governi, ad iniziare da<br>quello italiano e quelli europei.</p>



<p><br> Contrastare e risolvere le ricadute economiche, energetiche, alimentari, migratorie scaturite dalla<br>guerra e dalle speculazioni finanziarie, sollecitando la conversione ecologica ed eliminando a priori<br>ipotesi di gas liquido/rigassificatori e nucleare civile.</p>



<p><br> Scioglimento della NATO, un’alleanza che obbliga i Paesi membri ad essere complici delle guerre e degli<br>interessi dell’industria bellica e lotta contro le basi e le servitù militari presenti nel nostro Paese, già<br>troppe volte usate come piattaforma di lancio di guerre in giro per il mondo.</p>



<p><br>Per sottoscrivere convergenzanonviolenta@gmail.com</p>



<p><br>L’appuntamento per tutte/i coloro che vorranno sostenere questo appello a CONVERGERE E RILANCIARE è alle<br>ore 11.30 in Piazza della Repubblica angolo Via delle Terme di Diocleziano, Roma. Invitiamo tutte/i a venire con<br>bandiere della Pace e cartelli che riportino le suddette ESIGENZE.</p>



<p><br>Iniziativa Convergenza: Fronte Umanista Europe for Peace, La Comunità per lo Sviluppo Umano, WILPF Italia, Rete<br>per la Politicità Sociale, Mondo senza Guerre e senza Violenza; Energia per i Diritti Umani – Onlus; Pressenza; Rete<br>Sociale in Movimento; Gianmarco Pisa (operatore di pace); Tina Napoli (esperta politiche dei consumatori); Marco<br>Palombo, Associazione Per i Diritti umani</p>
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		<title>Notizie dal sud est del Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2022 09:03:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(Da Anmabmed.it). A cura di Farid Adly Titoli Vertice Gedda:&#160;Biden conclude la sua visita in M.O. Vertice in Arabia Saudita con il fronte anti Iran. Sudan:&#160;Scontri etnici provocano 31 morti. Egitto:&#160;“Perdono presidenziale” libera un&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/gedda.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="800" height="450" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/gedda.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16488" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/gedda.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/gedda-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/gedda-768x432.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></figure>



<p>(Da Anmabmed.it). A cura di Farid Adly</p>



<p></p>



<p></p>



<p><strong><u>Titoli</u></strong></p>



<p><strong><u>Vertice Gedda:</u></strong>&nbsp;Biden conclude la sua visita in M.O. Vertice in Arabia Saudita con il fronte anti Iran.</p>



<p><strong><u>Sudan:</u></strong>&nbsp;Scontri etnici provocano 31 morti.</p>



<p><strong><u>Egitto:</u></strong>&nbsp;“Perdono presidenziale” libera un altro gruppo di detenuti.</p>



<p><strong><u>Libano:</u></strong>&nbsp;Sciopero ad oltranza del settore pubblico contro il carovita e la corruzone.</p>



<p><strong><u>Yemen:</u></strong>&nbsp;L’esercito denuncia violazioni della tregua da parte degli Huothi.</p>



<p><strong><u>Mauritania:</u></strong>&nbsp;Amnistia per 7 terroristi pentiti.</p>



<p><strong><u>Iraq:</u></strong> Baghdad chiede ad Ankara il rilascio di maggiori quantità d’acqua dalle dighe sui fiumi Tigri e Eufrate.</p>



<p></p>



<p id="gedda"><strong><u>Le notizie</u></strong></p>



<p><strong>Vertice Gedda</strong></p>



<p>Si è concluso il vertice arabo-statunitense che si è tenuto a Gedda sotto la presidenza dell’emiro Mohammed Bin Salman. “Sicurezza e sviluppo” è il titolo dell’incontro che ha coinvolto i paesi arabi del Golfo oltre a Giordania e Egitto, presenti tutti a livello di capi di Stato o di governo. Il comunicato finale afferma la costituzione di due unità di coordinamento delle azioni di sicurezza tra le nazioni presenti e la Centcom (U. S. Central Comand). Il presidente Biden nel suo discorso ha sferrato un duro attacco all’Iran accusandolo di fomentare instabilità e interferenze negli affari degli altri paesi e si è impegnato ad impedire che Teheran possa costruire la bomba atomica. Ha ripetuto che la stabilità e lo sviluppo nella regione richiedono la collaborazione in campo economico e di sicurezza tra tutti i paesi, compreso Israele. Nella conferenza stampa, il ministro degli esteri saudita ha respinto l’ipotesi di una Nato mediorientale.</p>



<p>Biden ha ribadito il ritorno diplomatico e militare di Washington in Medio Oriente, ma è fallito nel creare un’alleanza tra i paesi arabi e Israele in funzione anti iraniana. La volontà di sconfiggere la Russia e contrastare la Cina era palesemente contro gli interessi diretti delle politiche economiche dei paesi produttori di petrolio. Infatti, l’aumento di produzione e esportazione auspicate dalla Casa Bianca non hanno ottenuto una risposta positiva. &nbsp;</p>



<p><strong>Sudan</strong></p>



<p>Duri combattimenti etnici nella regione Nilo Blu, la parte sudorientale del paese. Sono caduti 31 morti e 39 feriti e le autorità hanno imposto il coprifuoco per poter riprendere il controllo della situazione. Gli scontri sono iniziati mercoledì in seguito all’uccisione di un contadino in una contesa sui terreni da coltivare, ma poi si sono estesi a diverse cittadine. Nella regione opera una milizia ribelle, il Fronte Popolare per la Liberazione del Sudan, che non ha firmato gli accordi di pace. Il Comitato dei medici ha chiesto al governo federale di mandare aiuti sanitari agli ospedali, per sostenere gli sforzi degli operatori locali, che lavorano in condizioni disperate per la mancanza di attrezzature. &nbsp;</p>



<p><strong>Egitto</strong></p>



<p>Altri detenuti politici in attesa di giudizio sono stati rilasciati nel quadro dell’iniziativa della commissione parlamentare costituita per il processo di “dialogo nazionale”, promosso dal presidente Al-Sissi. Una goccia nel mare della repressione del dissenso. La formula usata è quella del “perdono presidenziale” e si ottiene su richiesta dell’interessato, che viene studiata da una commissione parlamentare; un procedimento farraginoso ed arbitrario che umilia le vittime e glorifica il tiranno. Nelle carceri egiziane giacciono 60 mila detenuti politici e di opinione. Per liberare con dignità gli oppositori politici detenuti, sarebbe bastata una semplice legge che preveda il proseguimento dei procedimenti giudiziari a piede libero. &nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Libano</strong></p>



<p>Prosegue lo sciopero del settore pubblico contro il carovita e il mancato adeguamento delle retribuzioni con la svalutazione della lira. Si è svolta ieri una grande manifestazione nella capitale Beirut contro la privatizzazione e la corruzione. I dipendenti pubblici hanno visto il loro potere d’acquisto eroso dalla caduta verticale della lira. Dal cambio ufficiale bancario di 1507 lire per un dollaro si è passati, nel mercato nero, a 30 mila lire per un dollaro. Chi guadagnava l’equivalente di 1000 dollari al mese, il valore del suo stipendio sul mercato adesso è di 50 dollari. &nbsp;</p>



<p><strong>Yemen</strong></p>



<p>L’esercito governativo ha denunciato violazioni della tregua in diverse province. Sarebbero rimasti uccisi 8 soldati e feriti altri 9. “Le violazioni negli ultimi 4 giorni sono state condotte con sparatorie per mano di cecchini, lanci di mortaio sui vari fronti del cessate il fuoco ed in particolare a Taez oppure con droni armati”. Il comunicato dell’esercito sostiene che è stato respinto un tentativo di sfondamento nel fronte di Taez. I ribelli Houthi non hanno risposto alle accuse ed a loro volta accusano le forze governative e quelle saudite di preparare un’offensiva e stanno cercando pretesti per la rottura del cessate il fuoco.</p>



<p><strong>Mauritania</strong></p>



<p>Il presidente Mohammed el-Ghazwani ha emesso un decreto di amnistia per la liberazione di 8 detenuti accusati di terrorismo. Non è stato pubblicato l’elenco degli amnistiati, ma fonti giornalistiche parlano del jihadista Taqi Weld-Yssuf, consegnato dal Niger nel 2010 ed il siriano Hassan Najjar. L’amnistia è stata decisa dopo un lungo confronto con i detenuti tramite una commissione di ulema. Il gruppo di jihadisti ha dichiarato il proprio pentimento e l’abbandono delle idee e delle pratiche estremiste. La Mauritania si trova in una regione infestata dal jihadismo di origine algerina e maliana, ma dal 2011 è riuscita a contrastare il terrorismo con un’azione politica mirante a neutralizzare il discorso dell’odio con un programma di educazione alla convivenza civile. &nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Iraq</strong></p>



<p>Il governo iracheno ha chiesto a quello turco di rilasciare più quantità d’acqua dalle dighe sui fiumi di Eufrate e Tigri. Secondo il ministero dell’irrigazione di Baghdad, Turchia ed Iran non rispettano gli accodi bilaterali per la distribuzione delle acque dei fiumi. La quota irachena si è ridotta ad un terzo di quello che otteneva nei decenni precedenti. A causa della siccità, quest’anno si è sentita maggiormente la scarsezza dell’acqua nei corsi e la conseguente desertificazione di larghe zone del paese, soprattutto nel sud. Gli effetti sull’agricoltura e sulla pesca sono stati disastrosi. Un problema che diventerà cronico, perché Baghdad non ha né la capacità militare né diplomatica per poter ottenere cedimenti dai due paesi confinanti, che usano l’arma dell’acqua come strumento di pressione politica. &nbsp;</p>



<h1>Se la “rivolta degli affamati” in Iran<br>rivitalizza l’accordo sul nucleare</h1>



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<p>L’ondata di proteste mette sotto pressione Raisi. Ma la strada diplomatica è stretta</p>



<p>di Marina Forti</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.anbamed.it/wp-content/uploads/2022/07/Foto-20220715-Approfondimento-Iran.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-5991"/></figure>



<p>Le immagini circolano sui social media: mostrano folle che urlano slogan contro l’aumento dei prezzi e contro il governo, a Tehran e altre importanti città iraniane. Scene simili si ripetono ogni settimana almeno da maggio, e testimoniano di&nbsp;<strong>una nuova ondata di proteste in Iran</strong>. Coinvolgono donne e uomini, giovani e vecchi; i commercianti, i dipendenti pubblici, i pensionati. In giugno in particolare sono scesi nelle strade anche gli insegnanti, che chiedono aumenti salariali e il rilascio dei loro colleghi arrestati durante precedenti proteste.</p>



<p>In questi stessi giorni, altre immagini hanno richiamato l’attenzione sull’Iran: quelle del capo-negoziatore iraniano Ali Bagheri Kani che arriva a Doha, capitale del Qatar, per un&nbsp;<strong>round di colloqui indiretti con l’inviato degli Usa</strong>&nbsp;Robert Malley; l’incontro era mediato dall’Unione Europea, oltre che dagli emiri del Qatar. A differenza dei precedenti round di colloqui svolti a Vienna, quelli di Doha non coinvolgono i rappresentanti di Gran Bretagna, Francia e Germania, Russia e Cina, cioè gli altri paesi firmatari dell’accordo sul nucleare che ora si tenta di rilanciare. L’accordo, noto come Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), firmato nel 2015, aveva portato l’Iran a limitare drasticamente le sue attività nucleari sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), ma era stato vanificato quando gli Stati Uniti avevano deciso di uscirne, nel maggio 2018, per decisione dell’allora presidente Donald Trump.</p>



<p>Le agitazioni sociali interne e i negoziati per riportare in vita l’accordo sul nucleare tra Tehran e le potenze mondiali non sono direttamente collegati. Eppure, in Iran la scena interna e quella internazionale non sono mai molto distanti. Vediamo perché.</p>



<p><strong>Rabbia dal basso</strong></p>



<p>L’ultima ondata di proteste in Iran ha una data di inizio: il 5 maggio, quando il governo ha annunciato l’ennesimo taglio delle sovvenzioni sul prezzo di beni alimentari. Nelle settimane precedenti erano venuti meno i prezzi controllati su olio di semi, carne, pollame; questa volta è saltata la sovvenzione sul prezzo della farina, quindi del pane. In pochi giorni il prezzo del pane comune è aumentato fino a cinque volte, e così anche la rabbia dei cittadini. Sui quotidiani sono circolati commenti molto critici, non solo dell’opposizione riformista ma anche di numerosi deputati della maggioranza di governo. Perfino un ex ministro dell’intelligence, Mohammad-Javad Azari Jahromi, ha ammonito il presidente Ebrahim Raissì che si prepara&nbsp;<strong>“una rivolta degli affamati”</strong>.</p>



<p>Da maggio in effetti i prezzi di olio di semi, uova, pane e latticini sono rincarati fino al 300 per cento. Proteste sono scoppiate un po’ ovunque. Sui social media sono circolate scene&nbsp;<a href="https://twitter.com/1500tasvir/status/1526179627340800001?s=20&amp;t=murqUugsx5M3ydX2JjJzpw&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">come questa</a>, dove i volti sono sfocati ma si sentono persone protestare per i salari che non arrivano, con improperi al governo e anche al Leader supremo (l’ayatollah Ali Khamenei, prima autorità dello Stato).</p>



<p>Il presidente Raissi ha cercato di correre ai ripari e il 15 maggio, dopo una riunione di gabinetto, ha annunciato nuovi sussidi alle famiglie sotto la soglia di povertà, versati in contanti con il sistema dei coupon elettronici. Il primo vicepresidente, Mohammad Mokhber, considerato il principale artefice della politica economica del governo, ha promesso che i prezzi di olio, pollo e uova sarebbero tornati alla normalità in pochi giorni.&nbsp;<strong>Promesse vane, che non sono bastate a calmare le proteste.</strong></p>



<p>Intanto, il 16 giugno migliaia di insegnanti hanno manifestato a Tehran e altre città, da Ahvaz a Sanandaj e Kermanshsh nella parte occidentale del paese, a Shiraz nel sud.&nbsp;<a href="https://t.me/hranews/68667?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Protestavano</a>&nbsp;perché gli aumenti di salario promessi dal governo Raissì nell’autunno scorso non si sono materializzati. Pare che la polizia abbia arrestato un centinaio di attivisti del sindacato degli insegnanti, di cui una sessantina nella sola città di Shiraz. “Impiegati pubblici, insegnanti, lavoratori e pensionati hanno perso di fronte all’inflazione, il loro potere d’acquisto si riduce ogni giorno”, dice un comunicato pubblicato sul canale Telegram del sindacato degli insegnanti. Esprimono disappunto perché “chi sta al potere usa misure di estrema violenza invece di ascoltare le grida di protesta”; chiedono la scarcerazione dei loro colleghi arrestati nelle settimane scorse e accusano le forze di intelligence di esportare “confessioni ottenute sotto pressione”. Come movimento organizzato, gli insegnanti sono stati presi di mira dagli apparati di sicurezza, e accusati di essere “manipolati da forze straniere” per attaccare l’Iran. L’arresto di due sindacalisti francesi, in Iran con visto turistico ma in contatto con esponenti sindacati iraniani, è stato presentato in questa chiave.</p>



<p>Ma è di fronte alle proteste più spontanee che la polizia ha risposto con violenza; si parla di almeno un morto durante le cariche per disperdere le folle (ma notizie ufficiose parlano di cinque).</p>



<p>L’Iran ha già conosciuto simili proteste. Nel 2017, quando il governo (era presidente il pragmatico Hasan Rohani) tagliò in modo drastico e senza preavviso le sovvenzioni sul prezzo del carburante e poi nel dicembre del 2019, quando nuove rivolte contro il carovita sono state represse in modo brutale.</p>



<p>Il punto è che&nbsp;<strong>le rivolte del pane o della benzina rivelano una rabbia profonda</strong>; coinvolgono soprattutto giovani dei quartieri più marginali, piccolissima borghesia impoverita e sottoproletariato urbano. Non alludono a forze politiche organizzate, dunque non rappresentano un pericolo immediato per lo Stato, che finora ha risposto più che altro con la repressione. E però proprio questi strati popolari oggi emarginati sono quelli su cui si è fondata la legittimità della Repubblica Islamica.</p>



<p>A fine giugno il presidente Raissì è andato a celebrare il primo anniversario del suo insediamento a Varamin, modestissima città satellite di Tehran: “Preferisco … vedere la gente e sentire quali sono le loro preoccupazioni”, ha dichiarato. Raissì, un conservatore eletto nel giugno 2021 senza avversari dopo che i tutti candidati di qualche peso erano stati esclusi dalla competizione elettorale, nell’ultimo anno ha viaggiato per tutto il Paese, cercando di accreditarsi come il presidente “vicino al popolo”. Ma stenta a mantenere la sua principale promessa, quella di rispondere ai bisogni materiali dei cittadini.</p>



<p><strong>Morsa macroeconomica</strong></p>



<p>Invece, gli iraniani continuano a impoverirsi. Nel mese concluso il 21 giugno l’inflazione ha registrato il 12,2 per cento, secondo i dati ufficiali, e il 51 per cento su base annua; i generi alimentari però sono rincarati più di tutto, perfino più dei trasporti. Bijan Khajehpour, imprenditore e commentatore economico iraniano,&nbsp;<a href="https://amwaj.media/article/deep-data-iran-s-inflationary-shock?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">parla di&nbsp;</a><strong>&nbsp;uno “shock inflazionistico” che colpisce in modo sproporzionato le classi più basse</strong>: e questo spiega perché il governo Raissì metta tanta enfasi nei sussidi in denaro e altre forme di welfare per i meno abbienti. Ma l’inflazione non colpisce solo i redditi più bassi. Tutta la classe media iraniana ha perso potere d’acquisto. La disoccupazione resta alta, ufficialmente il 21 per cento dei giovani tra 21 e 24 ani è senza lavoro. La moneta nazionale, il rial, continua a perdere valore. Gli effetti sono visibili: nel numero crescente di persone che cercano di emigrare, il deterioramento della salute generale, fino all’aumento della piccola criminalità urbana, osserva Khajehpour. I sussidi in denaro aiuteranno alcune famiglie più in difficoltà, ma non compensano l’impoverimento generalizzato degli iraniani.</p>



<p>L’inflazione ha diverse cause, ma quella principale è il sistematico deficit di bilancio dello Stato, sostiene Khajehpour, che aggiunge: “Ci sarebbe un rimedio agli attuali dilemmi economici: l’amministrazione Raisi dovrebbe ripristinare l’accordo sul nucleare del 2015, e così scongelare gli asset iraniani detenuti da banche all’estero”.&nbsp;<strong>Ripristinare il Jcpoa permetterebbe alle imprese di operare più liberamente</strong>, osserva; l’Iran potrebbe aumentare il suo export di petrolio, cosa che aiuterebbe a ridurre il suo deficit di bilancio.</p>



<p>Ecco che la scena interna rimanda a quella internazionale.</p>



<p>I colloqui di Doha arrivano a tre mesi dagli ultimi negoziati, sospesi in marzo a Vienna, e sono stati preceduti da un&nbsp;<strong>grande attivismo diplomatico</strong>: il 24 giugno a Tehran è arrivato il capo della politica estera europea Joseph Borrell; una settimana prima c’era il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov. In maggio il ministro degli esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian era volato a incontrare le controparti di Cina e Russia; nei giorni di Doha invece ha incontrato il presidente Recep Tayyip Erdoğan in Turchia.</p>



<p>Se i colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti porteranno frutti è difficile dire, e le possibilità sembrano remote. Il direttore dell’Aiea, Rafael Grossi, ha avvertito che tra qualche settimana il Jcpoa sarà definitivamente morto. Eppure, in marzo a Vienna i negoziatori avevano fatto passi avanti sostanziali e definito i passaggi che avrebbero riportato sia gli Stati Uniti, sia l’Iran a rientrare nei termini dell’accordo del 2015.</p>



<p>Da allora però la tensione è aumentata. Nell’ultimo anno l’Iran ha esteso le sue attività nucleari ben oltre i limiti dell’accordo del 2015, rispondendo alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti – e al fatto che non si siano allentate in modo significativo con l’avvento dell’amministrazione di Joe Biden. In giugno trenta dei trentacinque paesi membri del direttivo dell’Aiea hanno approvato una risoluzione che condanna la “mancanza di cooperazione” iraniana. Tehran ha risposto distaccando alcune delle telecamere di controllo dell’Aiea presso i suoi impianti atomici, minando quella che Grossi ha definito la “continuità della conoscenza” sulle attività iraniane. L’Iran&nbsp;<a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/iran-prepares-enrichment-escalation-fordow-plant-iaea-report-shows-2022-06-20/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha annunciato</a>&nbsp;inoltre di aver avviato alcune nuove centrifughe nel suo sito sotterraneo di Fordow: il che rende il quadro ancora più difficile.</p>



<p><strong>Questione di fiducia</strong></p>



<p>Eppure, gli ostacoli restano più politici che tecnici. Uno dei punti controversi ad esempio riguarda le Guardie della Rivoluzione iraniane, cioè una delle forze armate dello Stato, che gli Stati Uniti con Donald Trump hanno incluso tra le “organizzazioni terroriste”: l’Iran chiede che la designazione sia rimossa; l’amministrazione Biden chiede passi reciproci che Tehran trova inaccettabili. Sembra un’impasse insuperabile: eppure potrebbe essere aggirata, se l’Iran troverà accettabili altri gesti e garanzie da parte Usa.</p>



<p>Sarebbe un errore però pensare che sia solo questione di offrire all’Iran vantaggi economici. Certo, l’economia iraniana avrebbe tutto da guadagnare dall’allentamento delle sanzioni: ma&nbsp;<strong>le difficoltà del negoziato oggi sono prima di tutto politiche</strong>. E riguardano la fiducia reciproca tra Tehran e Washington.</p>



<p>Nel 2015 il vertice iraniano ha dato la sua fiducia al negoziato e poi ha approvato l’accordo raggiunto, per poi scoprire che un presidente degli Stati Uniti può disattendere i patti siglati dal suo predecessore. Oggi i dirigenti iraniani non vogliono correre lo stesso rischio. Nel 2018 il discredito per il fallimento è caduto sul governo pragmatico di Rohani, che le correnti oltranziste avevano sempre accusato di “svendere” gli interessi nazionali: così quando gli Usa hanno stracciato gli accordi è stato un coro di “l’avevamo detto”. Oggi un nuovo fallimento coinvolgerebbe le correnti conservatrici, che ormai controllano tutti i poteri – l’esecutivo, il parlamento, la magistratura. Inoltre, il consenso all’accordo era venuto dal Leader supremo in persona, il quale non può esporsi a essere raggirato dagli Stati Uniti una seconda volta – tanto più che&nbsp;<strong>a Tehran è di fatto aperta la partita politica della nomina di un suo successore</strong>.</p>



<p>L’Iran non sa se fidarsi degli Stati Uniti, ed è comprensibile. L’amministrazione di Joe Biden ha sempre dichiarato di voler rientrare nel Jcpoa, ma è dubbio che lo voglia al punto da aprire scontri politici interni con il Senato, dove la resistenza ad accordi con l’Iran è forte, tanto più nell’imminenza delle elezioni di medio termine che vedono i democratici svantaggiati. Anche l’eventualità che Biden vinca un secondo mandato è incerta; dal punto di vista iraniano significa che dopo il 2024 a Washington potrebbe insediarsi un’Amministrazione più “dura”, magari con un nuovo Mike Pompeo, l’artefice della strategia della “massima pressione” contro Tehran.</p>



<p><strong>Così l’Iran chiede “garanzie inerenti” sull’applicazione degli accordi.</strong>&nbsp;E poiché ha imparato che nessun presidente Usa può garantire per il suo successore, chiede garanzie diverse. Una proposta è che l’uranio arricchito tra il 20 e il 60 per cento oggi accumulato presso gli impianti iraniani venga messo in depositi sigillati e sotto il controllo dell’Aiea, ma in territorio iraniano (in passato era stato trasferito all’estero). Chiede anche di rivedere i meccanismi di infrazione. O garanzie che non ci saranno ritorsioni sulle aziende che hanno contatti commerciali con l’Iran.</p>



<p>D’altra parte, neppure il governo di Raisì, che pure beneficerebbe da un allentamento della pressione sull’economia iraniana, è riuscito a raccogliere il consenso interno su un nuovo accordo per rilanciare il Jcpoa. L’insistenza sul rimuovere la designazione negativa delle Guardie della Rivoluzione va letta anche in questo senso: Raissì potrebbe vantare di aver ottenuto una concessione che il predecessore Rohani non era riuscito ad avere, e questo aiuterebbe anche a&nbsp;<strong>costruire un consenso interno a nuovi accordi</strong>&nbsp;– come&nbsp;<a href="https://ecfr.eu/article/borrell-in-tehran-how-to-overcome-three-obstacles-to-the-iran-nuclear-deal/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">osserva</a>&nbsp;Ellie Geranmayeh, vicedirettrice del programma per il Medioriente dello European Council for Foreign Relations.</p>



<p>Infine, un altro pericolo incombe sui negoziati e sull’intero quadro regionale: che l’Iran, gli Stati Uniti e Israele “fraintendano la reciproca tolleranza a gesti di escalation”, aggiunge Geranmayeh. Incidenti e provocazioni come il sequestro di un cargo di petrolio iraniano, in maggio in Grecia, con il conseguente sequestro di due petroliere greche da parte dell’Iran, potrebbero sfuggire di mano. Anche la campagna di Israele contro l’Iran si è intensificata, con i ripetuti attacchi contro installazioni militari in territorio iraniano, l’assassinio di figure legate al programma nucleare, o l’accusa rivolta all’Iran di voler colpire turisti israeliani in Turchia. Mentre in Iran riprendono voce le correnti più oltranziste che chiedono di spingere sull’arricchimento dell’uranio (fino al 90 per cento, livello necessario per usi militari), e di uscire una volta per tutte dal Trattato di non proliferazione nucleare – cosa che però susciterebbe contromisure da parte americana, o di Israele.</p>



<p>Insomma, i fautori della linea dura, in Iran come negli Usa e in Israele, potrebbero pensare che sia il momento di spingere: con il rischio non solo di chiudere ogni ipotesi politica, ma anche di innescare un confronto militare.</p>



<p>Anche per evitare questo l’Europa ha tutto l’interesse a rilanciare l’accordo sul nucleare con l’Iran. Tanto più che nessuno sembra avere un piano di riserva.</p>



<p><em>Foto</em>: Il presidente iraniano Ebrahim Raisi parla in occasione della Giornata nazionale della tecnologia nucleare dell’Iran – Tehran, 9 aprile 2022 (Iranian Presidency / Anadolu Agency via AFP).</p>



<p>Aericolo tratto da Reset:&nbsp;<a href="https://www.reset.it/voci-dal-mondo/rivolta-degli-affamati-iran-rivitalizza-accordo-nucleare?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.reset.it/voci-dal-mondo/rivolta-degli-affamati-iran-rivitalizza-accordo-nucleare?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Fermare l’invio delle armi per fermare la guerra in Ucraina. Padre Zanotelli: “è fondamentale l’obiezione di coscienza, per un cristiano diventa qualcosa di essenziale”</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2022 07:17:10 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.farodiroma.it/wp-content/uploads/2022/05/Europa-x-la-pace-e-Zanotelli-820x615-1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption=""><img src="https://www.farodiroma.it/wp-content/uploads/2022/05/Europa-x-la-pace-e-Zanotelli-820x615-1-696x522.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" title=""/></a></figure>



<p><a href="https://www.pressenza.com/it/2022/05/zanotelli-mai-come-oggi-la-nonviolenza-e-significativa-e-importante/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Pressenza</a>&nbsp;pubblica un’intervista realizzata da Dale Zaccaria al missionario comboniano&nbsp; padre Alex Zanotelli sulla tragedia della guerra in Ucraina e la partecipazione della Nato con l’invio di armi.</p>



<p><strong>Padre Alex, in una recente lettera che ha titolato “ sull’orlo del baratro” lei afferma: Viviamo un momento drammatico della storia umana. Siamo sotto la minaccia dell’ “inverno nucleare” e dell’ “ estate incandescente”! La prima provocata da una guerra nucleare e la seconda dalla paurosa crisi ambientale. Il suo stesso pensiero lo ha formulato il famoso linguista Noam Chomsky. C’è il rischio reale di un conflitto nucleare? Ritiene sia un pericolo concreto per tutti noi?</strong></p>



<p>Dal 2 al 5 giugno si terrà il Festival del libro per la pace e la nonviolenza a Roma nel quartiere San Lorenzo. E’ un evento importante soprattutto in questo momento di grave crisi. Si, siamo sul baratro, il baratro davvero di una guerra nucleare che ci potrebbe venire dalla guerra in Ucraina e questo ci porterà all’ esplosione atomica e all’inverno nucleare. E l’altro baratro è quello della grave crisi ecologica che ci attanaglia e ci potrebbe portare all’estate incandescente. E le due cose sono connesse.</p>



<p><strong>Anch’io come Lei sono contraria all’invio di armi. Armare fino ai denti una guerra già in corso è come buttare benzina sul fuoco. Qual è secondo Lei la soluzione per uscire quanto prima da questo conflitto bellico?</strong></p>



<p>Il peso della guerra e delle armi sul pianeta è enorme, tanto quanto quello dello stile di vita di pochi. Per cui dobbiamo avere il coraggio davvero di dire no alle armi, non solo a non inviare armi all’Ucraina – è talmente ovvio vuol dire buttare benzina sul fuoco – ma no a tutte le armi. E’ mai possibile che questa umanità sia giunta lo scorso anno a spendere 2100 miliardi di dollari in armi? E’ una follia totale. In Italia non siamo in guerra con nessuno e abbiamo speso 30 miliardi di euro in armi e il Governo adesso ho deciso di arrivare al 2% del PI, dunquee fra qualche anno arriveremo a 38 miliardi di euro. È assurdo tutto questo, dobbiamo uscirne fuori altrimenti vuol dire davvero la morte che ci attende. Non possiamo continuare così.</p>



<p><strong>Da Papa Francesco al XIV Dalai Lama, le alte guide spirituali del nostro mondo hanno condannato la guerra e una possibile escalation nucleare. Siamo ancora in tempo per fermarci, per cambiare strada, per non distruggere noi stessi e la nostra madre terra?</strong></p>



<p>Io sono grato a Papa Francesco perché è stato così chiaro su questa guerra e non è facile ma è fondamentale, io lo dico questo e insieme a Papa Francesco lo diciamo perché siamo discepoli di quel povero Gesù di Nazareth. E’ lui che ha inventato la nonviolenza attiva, il suo popolo voleva andare alla guerra contro Roma e quando l’hanno aspettato a Gerusalemme speravano che fosse lui a guidare la grande rivolta. Gesù invece di entrare su un cavallo entra su un asino e prende in giro tutti. E’ Gesù che ha inventato la nonviolenza attiva, non è stato Gandhi. Gandhi ha ripetuto continuamente di averla imparata dal Vangelo. Tanti gli dicevano: “Ma se ammiri così tanto Gesù di Nazareth perché non sei diventato un cristiano?”. E lui rispondeva: “Se diventare cristiano vuol dire diventare come i cristiani d’Occidente preferisco rimanere indù”. E’ lui che ha tradotto gli insegnamenti di Gesù in prassi e ha portato il popolo dell’India all’indipendenza dall’Inghilterra con la nonviolenza. Da lì poi sono partiti tanti altri, da Martin Luther King in avanti.</p>



<p><strong>La pace, Padre, dovrebbe essere non solo uno slogan, una bandiera in una manifestazione, ma una pratica di vita quotidiana. Quali sono secondo Lei le cause, le radici della violenza, del male negli uomini? E come possiamo contrastarla?</strong></p>



<p>E’ l’unica scelta che rimane a questo umanità, con la forza delle armi nucleari che abbiamo noi siamo destinati a morire, dobbiamo assolutamente uscirne fuori. Io sono profondamente d’accordo con quanto Papa Francesco diceva e dice nell’ enciclica Fratelli Tutti: oggi con le armi nucleari, chimiche, batteriologiche che abbiamo non ci può più essere una guerra giusta. Ogni guerra diventa ingiusta. Ecco perché è così fondamentale imparare la strada della nonviolenza e praticarla.</p>



<p><strong>L’unica strada, Padre, è la nonviolenza, la strada dell’amore, da Gesù a Gandhi a Papa Francesco, a tutti gli uomini che l’hanno indicata prima e la indicano ora, più forte che mai.</strong></p>



<p>Soprattutto chiedo due cose: che incominciamo a impegnarci seriamente e prima di tutto a domandarci dove teniamo i nostri soldi. Sappiamo che in Italia le banche che pagano di più per le armi sono Unicredit, Deutsche Bank, Intesa San Paolo, dunque cominciamo a togliere i nostri soldi da quelle banche. E poi il coraggio di fare quello che stanno facendo i camalli di Genova, che si rifiutano di caricare nel porto le armi. E’ fondamentale l’obiezione di coscienza, per un cristiano diventa qualcosa di essenziale oggi, per la salvezza di tutti. Perché quel Dio in cui credo sono convinto che è il Dio della vita e vuole che viviamo e che siamo felici. Ecco perché mai come oggi la nonviolenza diventa estremamente significativa e importante.</p>



<p></p>
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		<title>Iran, tempi duri per società civile e difensori dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2022 08:42:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Giuseppe Acconcia A pochi mesi dall’insediamento del presidente conservatore Ebrahim Raisi e con i colloqui per il ritorno all’accordo sul nucleare ancora incerti, gli iraniani sono colpiti come non mai dalla crisi economica&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><br>di Giuseppe Acconcia</p>



<p><br>A pochi mesi dall’insediamento del presidente conservatore Ebrahim Raisi e con i colloqui per il ritorno all’accordo sul nucleare ancora incerti, gli iraniani sono colpiti come non mai dalla crisi economica e sono stanchi delle restrizioni alle libertà civili. Se i trasferimenti delle ingenti risorse che riempiono le casse iraniane grazie al ricco mercato petrolifero vanno sempre più diretti nel mercato privato e nel settore para-statale, i settori agricolo e industriale risentono come non mai della stagnazione economica. Crisi che con un’inflazione al 47% e gli effetti della guerra in Ucraina ha ripercussioni sempre più significative sugli iraniani, costretti già a fronteggiare le conseguenze nefaste delle sanzioni internazionali, volute dalla comunità internazionale e rafforzate dal pugno duro dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti.</p>



<p><br>Le restrizioni contro i difensori dei diritti umani</p>



<p><br>La lista degli attivisti e degli esponenti della società civile arrestati e condannati, in questa nuova stagione di revival conservatore, si allunga sempre di più. L’attivista per i diritti umani, Narges Mohammadi, è stata condannata a sei anni di prigione per “atti contro la<br>sicurezza nazionale”, e a due anni di prigione e 74 frustate per attacchi all’ordine pubblico in assenza del suo avvocato. Lo scorso 19 gennaio Mohammadi era stata trasferita dopo 64 giorni di isolamento dalla prigione di Evin nel carcere di Qarchak.<br>La nuova condanna è arrivata dopo il rilascio di Mohammadi che già aveva trascorso un anno in carcere. Il suo arresto risaliva al novembre 2019 quando Mohammadi stava partecipando al funerale di Ebrahim Ketabdar, uno tra le decine di vittime delle proteste<br>anti-governative che hanno attraversato il paese. La precedente condanna a 30 mesi di prigione e al bando dalla partecipazione alla vita politica per due anni per Mohammadi è arrivata nel maggio 2021 con l’accusa di “propaganda contro il sistema politico e ribellione<br>contro l’amministrazione penitenziaria”.<br>Secondo il suo avvocato, durante l’udienza, durata solo pochi minuti, lo scorso 12 gennaio, il giudice ha fatto anche riferimento, tra le accuse, alla nomination al premio Nobel per Mohammadi, presentata da due parlamentari norvegesi. Già nel 2015 Mohammadi era stata condannata a dieci anni di prigione per aver fondato un “gruppo illegale”. Il riferimento è a Step by Step to Stop the death penalty, think tank che si adopera nella sensibilizzazione contro l’uso della pena di morte in Iran, della quale però<br>Mohammadi non risulta tra i membri fondatori. Abtin Baktash e la fine in prigione.<br>A colpire gli attivisti iraniani sono poi le difficili condizioni di detenzione, in particolare in relazione alle ondate pandemiche di Covid-19 che in Iran hanno causato oltre 135mila morti. La stessa sorte è toccata al poeta e regista iraniano, Baktash Abtin, 47 anni, che è<br>morto in prigione dopo aver contratto per la seconda volta il virus lo scorso 8 gennaio. La notizia è stata diffusa dall’Associazione degli Scrittori iraniani (Iwa), associazione che Abtin guidava. Secondo Iwa, il trasferimento di Abtin dal carcere all’ospedale Taleghani con l’aggravarsi della malattia da Covid-19 è arrivato troppo tardi mentre sarebbero state fatte pressioni sulla sua famiglia perché venissero accelerati i tempi del suo funerale. Abtin era stato condannato dalla Corte rivoluzionaria di Teheran lo scorso 15 maggio a sei anni di prigione, insieme a Keyvan Bajan e Reza Khandan Mahabadi per “attacchi alla sicurezza nazionale” e “propaganda contro lo stato”.<br>Prima di Abtin, dall’inizio dell’anno era già deceduto in detenzione l’attivista di opposizione, Kian Adelpour, che aveva iniziato uno sciopero della fame nella prigione di Ahwaz. Altri due attivisti, Sasan Nikfans, accusato di propaganda anti-regime, e il sostenitore dei diritti della minoranza sufi, Behnam Mahjoobi, sono morti in prigione nel 2020. Secondo le loro famiglie, le due morti sono legate a ritardi nell’accesso alle cure mediche.<br>Buone notizie sono arrivate invece per Aras Amiri, dipendente del British Council arrestata al suo arrivo a Teheran nel 2018. È stata rilasciata e ha lasciato il paese dopo la condanna a dieci anni con accuse di spionaggio. Aras ha sempre negato le accuse e in una lettera<br>nel 2019 a Raisi, quando guidava il sistema giudiziario, ha denunciato di essere stata arrestata per essersi rifiutata di lavorare in attività di spionaggio per l’Intelligence iraniana.<br>I cittadini con doppia cittadinanza sono sempre più spesso nel mirino delle autorità iraniane. Come nel caso della cittadina anglo-iraniana, Nazanin Zaghari-Ratgliffe, e dell’ingegnere, Anoosheh Ashoori, che hanno accusato le autorità iraniane di trattarli come pedine di scambio con le autorità inglesi. È tornata in carcere invece, l’accademica franco- iraniana Fariba Adelkha. Condannata a cinque anni in prigione dal maggio 2020 con l’accusa di “cospirazione contro la sicurezza nazionale”, Adelkha era stata rilasciata. Il collettivo a sostegno di Adelkha ha fatto sapere in una nota che “il governo iraniano sta usando in modo cinico la nostra collega per scopi di politica interna ed estera che restano opachi e non hanno niente a che fare con le sue attività”. Secondo il gruppo, l’arresto avrà effetti negativi sulla salute di Adelkha così come è avvenuto nel caso di Baktash Abtin.<br>Infine, ha suscitato molte polemiche in Iran il caso di cronaca che ha coinvolto la 17enne, Ghazaleh Heydari, decapitata in una “disputa familiare”. Heydari, che viveva nella provincia araba del Khuzestan, si era sposata con suo cugino all’età di 12 anni. Dopo il femminicidio, sono stati arrestati il marito e il cognato della vittima che avrebbe subito anche maltrattamenti domestici e per questo avrebbe tentato di fuggire in Turchia.<br>Nonostante la legge per la Protezione, dignità e sicurezza delle donne sia stata introdotta lo scorso anno dal parlamento iraniano, molti attivisti per i diritti umani criticano la mancanza di una definizione chiara di violenza domestica contro le donne in Iran e i limiti imposti nella criminalizzazione dello stupro e del matrimonio di minorenni.<br>Sono bastati pochi mesi di governo dei conservatori dopo la fine dei due mandati del moderato, Hassan Rouhani, per aggravare la situazione dei difensori dei diritti umani e degli attivisti politici in Iran che continuano ad affollare le carceri del paese. Mentre non si<br>fanno passi avanti nei negoziati sul nucleare, nonostante le posizioni meno intransigenti del presidente Usa, Joe Biden, e le mediazioni del Qatar, e si intensificano gli scontri reciproci in Yemen tra milizie filo-iraniane Houthi, da una parte, ed Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, dall’altra, a fare i conti con la crisi economica e la censura interna è ancora una volta il popolo iraniano.</p>
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		<title>Appello alle forze pacifiste e nonviolente italiane</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Feb 2022 09:06:51 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Da Eirene Festival, festival dei libri per la pace e la nonviolenza di cui anche Associazione Per i Diritti umani farà parte, divulghiamo il seguente appello: </p>



<p>come persone, enti, associazioni, organizzazioni, realtà editoriali, media appartenenti al mondo nonviolento italiano chiediamo congiuntamente uno stop immediato agli scontri armati in Ucraina e condannare l’aggressione militare. Il primo obiettivo deve essere la protezione umanitaria di bambine, bambini, ragazze e ragazzi, di tutti i civili.</p>



<p>Chiediamo all’ONU, all’Unione Europea, al Governo italiano:<br>– iniziative di smilitarizzazione e disarmo, in particolare nucleare;<br>– nessun sostegno militare alla guerra;<br>– ripresa immediata del dialogo e della diplomazia.</p>



<p>Siamo convintə che un mondo nonviolento sia possibile e lo agiamo giorno dopo giorno.</p>



<p><a href="https://forms.gle/bFkP2W4vM95DGsAn6?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Per firmare l’appello &gt;&gt;&gt;</a></p>



<p><strong>Organizzazioni firmatarie al al 26/02/2022</strong></p>



<p><em>Movimento Nonviolento | Fondazione Alexander Langer Stiftung | Centro di Nonviolenza Attiva | Associazione Costruttori di Pace odv | Casa editrice Costruttori di Pace | La Comunità per lo sviluppo Umano – Ahimsa | Energia per i diritti umani – Milano | Mondo Senza Guerre e Senza Violenza | Multimage APS | Parcobello | Pressenza, Agenzia Stampa per la Pace e la Nonviolenza | Associazione per i Diritti umani | ildialogo.org | Rete di Cooperazione Educativa C’è speranza se accade | MSGV-Biodiversità Nonviolenta | ViviLambrate | MSGV | Coordinamento Genitori Democrazia Lombardia</em></p>
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		<title>Anbamed. Notizie dal sud est del Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Apr 2021 07:10:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A cura di Farid Adly I titoli Nucleare iraniano:&#160;Trattative serrate a Vienna. Oggi si incontrano le delegazioni di Mosca e Washington. Arabia Saudita:&#160;Riad apre alla ripresa delle relazioni diplomatiche con Teheran. Somalia:&#160;Un attentato contro&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>A cura di Farid Adly</p>



<p></p>



<p>I titoli</p>



<p><strong>Nucleare iraniano:</strong>&nbsp;Trattative serrate a Vienna. Oggi si incontrano le delegazioni di Mosca e Washington.</p>



<p><strong>Arabia Saudita:</strong>&nbsp;Riad apre alla ripresa delle relazioni diplomatiche con Teheran.</p>



<p><strong>Somalia:</strong>&nbsp;Un attentato contro la struttura carceraria, 11 morti.</p>



<p><strong>Egitto:</strong>&nbsp;Si aggrava la crisi economica a causa del Covid19.</p>



<p>Le notizie</p>



<p><strong>Nucleare iraniano</strong></p>



<p>Si è concluso il terzo ciclo di incontri a Vienna sul nucleare iraniano. Le commissioni stanno ancora limando i punti controversi, ma nessuna delle parti ha espresso pareri conflittuali. Non c&#8217;è stato mai un contatto diretto tra le due delegazioni di Teheran e Washington, ma il dialogo indiretto è avvenuto. Oggi, la delegazioni russa e quella statunitense si incontreranno per mettere a punto la formula quasi definitiva di un accordo. Teheran chiede la cancellazione di tutte le sanzioni, ma Washington sostiene che alcune di esse riguardano i diritti umani e quindi non fanno parte dell&#8217;accordo del 2015.</p>



<p>L&#8217;Iran ha chiesto dieci per ottenere due, ma sembra che stia portando a casa molto di più di quanto sperava. Il terrorismo nucleare di Tel Aviv ha irrigidito le posizioni dell&#8217;ala conservatrice nel potere della Repubblica Islamica e l&#8217;arricchimento dell&#8217;Uranio fino al 60% ha messo in guardia dalla follia del braccio di ferro.</p>



<p><strong>Arabia Saudita</strong></p>



<p>Il principe erede al trono Mohammed Bin Salman ha dichiarato che il suo paese aspira a costruire relazioni di buon vicinato con l&#8217;Iran, “un paese del Golfo con il quale si potrebbe stabilire rapporti economici con il regno nell&#8217;interesse delle due parti”.</p>



<p>Le relazioni tra i due paesi sono interrotte da 6 anni, a causa di manifestazioni che alla fine hanno dato fuoco alla sede diplomatica dell&#8217;ambasciata saudita. Le affermazioni di Bin Salman avvengono dopo che nei giorni scorsi si è parlato di un incontro avvenuto a Baghdad tra due delegazioni, con la partecipazione dei rispettivi capi dei servizi di sicurezza. I media ufficiali di Riad hanno smentito, mentre quelli di Teheran hanno sminuito la portata politica dell&#8217;incontro. Questo riavvicinamento avrà ripercussioni positive sulla guerra in Yemen. Il ministro degli esteri iraniano Zarif ha compiuto una visita a Mascate, in Oman, dove si è incontrato con i capi del movimento Houthi per perorare la causa del cessate il fuoco.</p>



<p><strong>Somalia</strong></p>



<p>Un&#8217;autobomba è esplosa all&#8217;esterno dell&#8217;Ente per le carceri nella capitale Mogadiscio, provocando l&#8217;uccisione di 11 persone e il ferimento di altre decine. L&#8217;esplosione è avvenuta nella parte sud ovest della capitale, ma è stata sentita in tutta la città. Inoltre, c&#8217;è stata una sparatoria tra le guardie e un gruppo di assalitori. Obiettivo dell&#8217;attacco terroristico era quello di liberare alcuni detenuti in fase di trasferimento che si trovavano, al momento dell&#8217;attacco, in quell&#8217;edificio. Non c&#8217;è stata nessuna rivendicazione, ma l&#8217;impronta del terrorismo dei Shebab non è sfuggita alla maggior parte degli esperti.</p>



<p><strong>Egitto</strong></p>



<p>La crisi economica egiziana si aggrava per il secondo anno. Il bilancio generale dello Stato – secondo quanto affermato dal ministro delle finanze – ha subito nel 2020 un calo delle entrate di 370 miliardi di sterline egiziane (circa 24 miliardi di dollari) ed un aumento delle spesa pubblica per oltre 100 miliardi di Sterline egiziane, portando il deficit a circa 500 miliardi (= 32 miliardi di dollari). I motivi delle difficoltà, il calo del turismo e delle attività produttive a causa del Covid.</p>
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		<title>Cosa diavolo vuole fare Trump con l’Iran?</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jan 2020 09:16:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Storia di tre anni di strategie aggressive e imprevedibili, per provare a trovarci un senso (che secondo qualcuno non c&#8217;è) di @elenazacchetti (da Ilpost.it) L’uccisione&#160;del potente generale iraniano&#160;Qassem Suleimani, compiuta dagli Stati Uniti nella&#46;&#46;&#46;</p>
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<h2>Storia di tre anni di strategie aggressive e imprevedibili, per provare a trovarci un senso (che secondo qualcuno non c&#8217;è)</h2>



<p><em>di @elenazacchetti  (da Ilpost.it)</em></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2020/01/GettyImages-1194751381.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption> <br><em>(Alex Wong/Getty Images)</em> </figcaption></figure>



<p>L’<a href="https://www.ilpost.it/2020/01/03/stati-uniti-ucciso-qassem-suleimani/?utm_source=rss&utm_medium=rss">uccisione</a>&nbsp;del potente generale iraniano&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2020/01/03/suleimani-chi-era-spiegato/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Qassem Suleimani</a>, compiuta dagli Stati Uniti nella notte tra giovedì e venerdì con un lancio di droni all’aeroporto internazionale di Baghdad (Iraq), è la mossa più spericolata realizzata finora dal presidente statunitense Donald Trump nei confronti dell’Iran. Il governo iraniano l’ha definita un «atto di guerra» e ha minacciato ritorsioni, anche se per ora non si sa di che portata saranno e&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2020/01/03/che-succede-ora-uccisione-suleimani-iran/?utm_source=rss&utm_medium=rss">se provocheranno l’inizio di un nuovo conflitto</a>.</p>



<p>Non è chiaro quale sia la strategia di Trump: ieri il presidente americano ha ripetuto di non voler iniziare una guerra con l’Iran, ma con le sue azioni potrebbe arrivare a provocarla. Quello che si sa è che Trump non è nuovo a decisioni imprevedibili in politica estera: nel corso della sua presidenza ha dimostrato in più occasioni di avere idee confuse e contraddittorie, anche verso l’Iran, paese che è nemico degli Stati Uniti ma con cui gli Stati Uniti, almeno formalmente, non sono in guerra.</p>



<p><strong>Leggi anche</strong>:&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2020/01/03/che-succede-ora-uccisione-suleimani-iran/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Che succede ora, con l’uccisione di Suleimani?</a></p>



<p>Per capire come siamo arrivati a questo punto c’è da tornare indietro all’8 maggio 2018, giorno in cui Trump&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2018/05/08/trump-accordo-nucleare-iran-ritiro/?utm_source=rss&utm_medium=rss">annunciò</a>&nbsp;il ritiro degli Stati Uniti dall’<a href="https://www.ilpost.it/2015/04/03/accordo-nucleare-iraniano/?utm_source=rss&utm_medium=rss">accordo sul nucleare iraniano</a>. Quella decisione provocò un aumento improvviso della tensione tra i due paesi e da allora la politica americana in Iran è stata una serie di decisioni non spiegabili da una strategia precisa, ma solo dall’obiettivo generale di indebolire il regime iraniano e le sue azioni all’estero, e distanziarsi dall’approccio più disteso e diplomatico adottato negli anni precedenti da Barack Obama.</p>



<p><strong>Il ritiro americano dall’accordo sul nucleare, quando iniziò tutto</strong></p>



<p>L’accordo sul nucleare iraniano, definito da molti «storico», era stato voluto e firmato dal predecessore di Trump, Barack Obama, e si basava su uno scambio: l’Iran avrebbe ridotto la sua capacità di arricchire l’uranio, privandosi della possibilità di costruire la bomba nucleare, mentre gli Stati Uniti e gli altri paesi firmatari avrebbero rimosso alcune delle sanzioni imposte negli anni precedenti.</p>



<p>Era il risultato di uno sforzo diplomatico enorme, iniziato diversi anni prima e sviluppato sull’idea che un Iran propenso a collaborare, quindi non eccessivamente ostile, avrebbe permesso alla comunità internazionale di frenare l’eventuale costruzione della bomba nucleare, tenendo sotto controllo gli impianti e le centrali iraniane. L’accordo doveva servire anche per ridurre la tensione tra Stati Uniti e Iran, esistente tra i due paesi dal 1979, anno della Rivoluzione khomeinista, che aveva trasformato l’Iran in una Repubblica Islamica ostile all’Occidente.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.ilpost.it/2020/01/04/iran-trump-uccisione-suleimani/federica-mogherini-mohammad-javad-zarif-philip-hammond-john-kerry/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2020/01/nuclear.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-2228312"/></a><figcaption> <br><em>Da sinistra a destra: l’Alto rappresentante per gli Affari esteri europei, Federica Mogherini, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, il segretario di Stato britannico, Philip Hammond, e il segretario di Stato americano, John Kerry, annunciano il raggiungimento dell’accordo sul nucleare iraniano il 2 aprile 2015 in Svizzera (AP Photo/Keystone, Jean-Christophe Bott, File)</em> </figcaption></figure>



<p>Da sinistra a destra: l’Alto rappresentante per gli Affari esteri europei, Federica Mogherini, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, il segretario di Stato britannico, Philip Hammond, e il segretario di Stato americano, John Kerry, annunciano il raggiungimento dell’accordo sul nucleare iraniano il 2 aprile 2015 in Svizzera (AP Photo/Keystone, Jean-Christophe Bott, File)</p>



<p>Trump era già stato critico verso l’intesa durante la campagna elettorale del 2016: lui e buona parte dei conservatori statunitensi ritenevano che l’accordo non fosse abbastanza favorevole agli Stati Uniti e pensavano che la rimozione delle sanzioni non avrebbe fatto altro che rafforzare l’Iran, che avrebbe avuto più soldi da investire nei suoi programmi missilistici e nelle sue campagne di aggressione in altri paesi del Medio Oriente, come quelle portate avanti proprio dal generale Suleimani.</p>



<p><strong>Leggi anche</strong>:&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2020/01/03/suleimani-chi-era-spiegato/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Chi era il generale Suleimani</a></p>



<p>È importante ricordare che quando l’8 maggio 2018 Trump annunciò il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, l’Iran non aveva compiuto alcuna violazione consistente dei termini del trattato. A violare l’accordo, semmai, era stato Trump, che aveva deciso di reintrodurre unilateralmente le sanzioni tolte tre anni prima. E questa cosa fece arrabbiare molto gli iraniani.</p>



<p><strong>Un nuovo accordo sul nucleare o un cambio di regime in Iran?</strong></p>



<p>Ancora oggi non è chiaro il motivo per cui Trump decise di fare quella mossa, molto inusuale nella politica internazionale, dove gli stati tendono a mantenere fede agli impegni presi nonostante i cambi di governo.</p>



<p>Allora si disse che Trump era stato condizionato dai suoi consiglieri più conservatori e dai suoi alleati più intransigenti (come Arabia Saudita e Israele), che volesse indebolire l’eredità politica&nbsp;di Obama, e che pensasse davvero che l’accordo fosse svantaggioso per gli Stati Uniti. Molti si chiesero quale fosse l’obiettivo finale di quella mossa: era quello di costringere il governo iraniano a negoziare un nuovo accordo sul nucleare, come disse più volte il governo americano? Oppure quello di fare pressione affinché in Iran ci fosse un “cambio di regime” che rimuovesse dal potere i religiosi più radicali, come invece suggerirono alcuni consiglieri dell’amministrazione, come l’allora consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton?</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://twitter.com/AmbJohnBolton?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://pbs.twimg.com/profile_images/710587003813957632/_JR9ALxD_normal.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></a></figure>



<p><a href="https://twitter.com/AmbJohnBolton?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>John Bolton</strong><strong><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.1.0/72x72/2714.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="✔" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></strong>@AmbJohnBolton</a><a href="https://twitter.com/AmbJohnBolton/status/1213044218689720321?utm_source=rss&utm_medium=rss"></a></p>



<p>Congratulations to all involved in eliminating Qassem Soleimani.  Long in the making, this was a decisive blow against Iran&#8217;s malign Quds Force activities worldwide.  Hope this is the first step to regime change in Tehran.<a href="https://twitter.com/intent/like?tweet_id=1213044218689720321&utm_source=rss&utm_medium=rss">36.900</a><a href="https://twitter.com/AmbJohnBolton/status/1213044218689720321?utm_source=rss&utm_medium=rss">11:27 &#8211; 3 gen 2020</a><a href="https://support.twitter.com/articles/20175256?utm_source=rss&utm_medium=rss">Informazioni e privacy per gli annunci di Twitter</a><a href="https://twitter.com/AmbJohnBolton/status/1213044218689720321?utm_source=rss&utm_medium=rss">18.000 utenti ne stanno parlando</a></p>



<p>Un tweet di John Bolton – recente, del 3 gennaio, pubblicato dopo l’uccisione di Suleimani – che termina dicendo: «Spero che questo sia il primo passo per il cambio di regime a Teheran»</p>



<p>Nei mesi successivi, la decisione di Trump di ritirarsi dall’accordo sul nucleare cominciò a produrre i primi significativi effetti, alcuni dei quali in apparente contrasto con l’intenzione del governo americano di indebolire le forze più conservatrici dell’Iran.</p>



<p>Da una parte la reintroduzione delle sanzioni statunitensi cominciò ad avere conseguenze dirette sull’economia iraniana, in particolare rendendo difficoltosa la vendita del petrolio, e rese molto complicato per i paesi europei rispettare la loro parte dell’accordo (la questione è spiegata estesamente&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/07/15/salvare-accordo-nucleare-europa-iran/?utm_source=rss&utm_medium=rss">qui</a>). Da questo punto di vista, la politica di Trump – che spingeva per il “massimo isolamento” dell’Iran – sembrò funzionare.</p>



<p>Il problema però è che il ritiro degli Stati Uniti dell’intesa aveva cambiato gli equilibri nella politica iraniana: aveva indebolito quella parte del regime che l’accordo l’aveva negoziato e voluto, cioè la fazione più moderata guidata dal presidente Hassan Rohuani, e aveva rafforzato le élite più conservatrici, quelle contrarie a scendere a patti con l’Occidente, cioè la Guida suprema Ali Khamenei e le stesse&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/06/18/chi-sono-guardie-rivoluzionarie-iran/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Guardie rivoluzionarie</a>, il corpo militare a cui apparteneva Suleimani.</p>



<p>In altre parole: la decisione di Trump non aveva fatto nascere nuove forze conservatrici, né aveva rivoluzionato la politica iraniana, da quarant’anni particolarmente ostile verso l’Occidente: aveva però ridato forza alle fazioni più aggressive ed estremiste, che sulla scia dell’entusiasmo per il raggiungimento dell’accordo sul nucleare avevano perso consensi.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.ilpost.it/2020/01/04/iran-trump-uccisione-suleimani/iran-iraq/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2020/01/sul-kh.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-2228313"/></a><figcaption> <br><em>Da sinistra a destra: la Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, il religioso sciita Muqtada al Sadr, e Qassem Suleimani (Office of the Iranian Supreme Leader via AP)</em> </figcaption></figure>



<p>Da sinistra a destra: la Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, il religioso sciita Muqtada al Sadr, e Qassem Suleimani (Office of the Iranian Supreme Leader via AP)</p>



<p>Già allora emersero nuovi dubbi sull’approccio di Trump. Con il rafforzamento della fazione ultraconservatrice, l’ipotesi di riaprire i colloqui sul nucleare si faceva sempre più irrealizzabile, e allo stesso tempo l’idea di un cambio di regime non sembrava praticabile. Nella seconda metà del 2019 la situazione peggiorò ulteriormente e iniziò una nuova lunga fase di crisi che fece parlare del possibile inizio di una guerra.</p>



<p><strong>Gli attacchi nel Golfo Persico e il problema del disimpegno militare</strong></p>



<p>A partire dall’estate del 2019 le Guardie rivoluzionarie iraniane iniziarono a compiere diversi attacchi contro petroliere straniere nel Golfo Persico e nello&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/08/04/stretto-hormuz-importante-iran-crisi/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Stretto di Hormuz</a>,&nbsp;il tratto di mare che divide il Golfo Persico dal Golfo dell’Oman. Sequestrarono navi ed equipaggi, violarono per la prima volta l’accordo sul nucleare del 2015 e abbatterono un drone americano provocando la&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/07/21/crisi-iran-stati-uniti-spiegata/?utm_source=rss&utm_medium=rss">reazione furiosa</a>&nbsp;degli Stati Uniti.</p>



<p>Il 20 giugno Trump annunciò di avere approvato e&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/06/22/trump-attacco-iran-annullato-motivi/?utm_source=rss&utm_medium=rss">poi annullato</a>&nbsp;all’ultimo secondo un’operazione militare contro l’Iran che avrebbe dovuto essere una ritorsione contro l’abbattimento del drone. In maniera del tutto inusuale per un presidente di un paese così potente, Trump spiegò su Twitter di avere cambiato idea perché «un generale» gli aveva detto che a causa del lancio del missile sarebbero potuto morire 150 persone, un bilancio troppo elevato per quelle circostanze.</p>



<p>La spiegazione non convinse del tutto, e secondo i giornali americani ci furono altre ragioni che spinsero Trump a cambiare idea: per esempio la pressione esercitata su di lui dai membri più prudenti della sua amministrazione, e lo scetticismo verso l’attacco espresso da Tucker Carlson, ospite fisso di&nbsp;<em>Fox News</em>, praticamente l’unico canale di informazione americano che tratta il presidente in maniera benevola (e che si dice eserciti una certa influenza su di lui).</p>



<p>Trump fu accusato di nuovo di non avere una strategia sull’Iran e di non riuscire a dare continuità e coerenza alle sue politiche, facendosi influenzare in maniera eccessiva dal consigliere o dal militare più influente in quel momento.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.ilpost.it/2020/01/04/iran-trump-uccisione-suleimani/qassem-soleimani-2/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2020/01/sul-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-2228314"/></a><figcaption> <br><em>Qassem Suleimani in una foto del febbraio 2016 (AP Photo/Ebrahim Noroozi)</em> </figcaption></figure>



<p>Qassem Suleimani in una foto del febbraio 2016 (AP Photo/Ebrahim Noroozi)</p>



<p>Gli Stati Uniti pagarono le loro incertezze sull’Iran anche in Siria, dove mantenevano un piccolo contingente militare con gli obiettivi di assicurarsi la definitiva sconfitta dell’ISIS e di frenare la sempre crescente presenza iraniana nel paese, garantita dall’azione delle Guardie Rivoluzionarie e del corpo speciale guidato da Suleimani. La cosa che più preoccupava il governo americano era l’intenzione iraniana di&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2018/01/02/iran-potenza-medio-oriente/?utm_source=rss&utm_medium=rss">creare una specie di “corridoio”</a>&nbsp;tra l’Iran e il sud del Libano, passando da Iraq e Siria – un progetto che se realizzato avrebbe rafforzato molto l’influenza e il potere iraniani in questo pezzo di Medio Oriente.</p>



<p>Spinto dalla volontà di ritirare i soldati americani dalla Siria, come aveva promesso di fare in campagna elettorale e durante i suoi primi anni di presidenza, e allo stesso tempo dalla necessità di mantenere una presenza militare, tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 Trump fece dichiarazioni contraddittorie su quelli che sarebbero stati i successivi passi degli Stati Uniti: prima annunciò, tra lo stupore di avversari e alleati, che i militari americani&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2018/12/19/stati-uniti-completo-ritiro-nord-est-della-siria-wall-street-journal/?utm_source=rss&utm_medium=rss">avrebbero lasciato la Siria</a>&nbsp;nel giro di 30 giorni; poi, un mese dopo, fece un passo indietro, annunciando nuove condizioni per il ritiro, che di fatto lo rallentarono e ridimensionarono.</p>



<p>La questione del ritiro dei soldati americani dalla Siria e da tutto il Medio Oriente, molto cara a Trump, continua a essere al centro del dibattito ancora oggi. Dopo l’uccisione di Suleimani, il governo statunitense ha annunciato l’invio di altri soldati nella regione, per reagire adeguatamente a una eventuale ritorsione dell’Iran.</p>



<p><strong>Perché uccidere Suleimani, e perché proprio ora?</strong></p>



<p>Gli sviluppi degli ultimi giorni hanno creato ancora più confusione. Molti si sono chiesti come mai Trump abbia deciso di ordinare l’uccisione di Suleimani, soprattutto quando i due presidenti prima di lui avevano rifiutato di farlo per paura dell’inizio di una nuova guerra. E inoltre, perché proprio ora?</p>



<p>Il governo americano ha sostenuto che Suleimani stesse preparando attacchi contro obiettivi statunitensi in Libano e Iraq, ma&nbsp;finora non ha fornito prove delle sue affermazioni e un’<a href="https://www.nbcnews.com/news/world/planned-attacks-against-u-s-targets-syria-lebanon-were-reason-n1110221?utm_source=rss&utm_medium=rss">indagine di&nbsp;<em>NBC News</em></a>&nbsp;ha mostrato come i deputati statunitensi non fossero a conoscenza di alcuna minaccia imminente e fuori dall’ordinario proveniente dall’Iran.</p>



<p>Secondo fonti consultate dalla stampa americana, la decisione di Trump di uccidere Suleimani era stata presa la scorsa settimana, dopo l’uccisione di un contractor americano in una base militare irachena durante un bombardamento compiuto dalla milizia filo-iraniana Kataib Hezbollah. Non è chiaro invece che peso abbia avuto&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2020/01/02/milizie-iran-attacco-amabsciata-americana-iraq/?utm_source=rss&utm_medium=rss">l’assedio all’ambasciata americana a Baghdad</a>, compiuto da milizie sciite filo-iraniane tra martedì e mercoledì di questa settimana.</p>





<p>L’interpretazione più diffusa è che l’uccisione di Suleimani sia stata il risultato della progressiva escalation di tensione avvenuta nell’ultimo anno e mezzo tra Iran e Stati Uniti, e delle azioni sempre più aggressive e violente compiute dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane soprattutto in Iraq. Quello che non è chiaro, comunque, è se gli Stati Uniti abbiano una strategia per rispondere a eventuali ritorsioni iraniane e se siano in grado di tenere sotto controllo la situazione tanto da non arrivare a un conflitto ancora più violento con l’Iran.</p>



<p>Secondo diversi esperti, Trump potrebbe avere sottovalutato i rischi derivanti dall’uccisione di&nbsp;Suleimani, per esempio non considerando «un atto di guerra» l’operazione di giovedì notte. Come&nbsp;<a href="https://www.newyorker.com/news/our-columnists/the-us-assassinated-suleimani-the-chief-exporter-of-irans-revolution-but-at-what-price?utm_source=rss&utm_medium=rss">ha detto</a>&nbsp;al&nbsp;<em>New Yorker</em>&nbsp;Douglas Silliman, ambasciatore americano in Iraq fino allo scorso inverno,&nbsp;l’uccisione di Suleimani si potrebbe paragonare all’ipotetica uccisione del comandante delle operazioni militari americane in Medio Oriente e Nordafrica (Centcom). Cosa farebbero gli Stati Uniti se un paese straniero uccidesse il comandante in capo del Centcom? Con molta probabilità il governo americano parlerebbe di «un atto di guerra», proprio come ha fatto l’Iran venerdì (e come invece si è rifiutato di fare Trump).</p>



<p>Il punto è che non è chiaro come la morte di Suleimani possa contribuire in qualche modo al raggiungimento degli obiettivi di Trump.</p>



<p>L’attacco statunitense ha attirato moltissime critiche anche tra i moderati e i riformatori iraniani, cioè quelle forze che nella politica dell’Iran cercano di bilanciare il potere degli ultraconservatori. L’impressione è che gli sviluppi degli ultimi giorni abbiano affossato definitivamente qualsiasi speranza di riaprire un dialogo sul nucleare iraniano e abbiano rafforzato la posizione di quelli che detengono le posizioni di maggiore potere nella complicata struttura istituzionale iraniana, cioè le fazioni più radicali e più ostili a qualsiasi cambiamento.</p>



<p>Negar Mortazavi, corrispondente dell’<em>Independent</em>&nbsp;ed esperta di Iran,&nbsp;<a href="https://twitter.com/NegarMortazavi/status/1212929396660723712?utm_source=rss&utm_medium=rss">ha scritto</a>: «Ricordate: Trump si è ritirato dal trattato sul nucleare iraniano contro il parere praticamente di tutti. Ha detto che l’accordo non era abbastanza buono e che ne avrebbe trovato uno migliore, perché lui era il miglior negoziatore in circolazione. Beh, non ha ottenuto un nuovo accordo, ha ottenuto una nuova guerra». Ali Vaez, esperto di Iran dell’International Crisis Group, ha scritto, riferendosi invece al rafforzamento degli ultraconservatori iraniani a scapito dei moderati: «Trump sembra sia riuscito a ottenere un cambio di regime, ma non del tipo che si aspettava».</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://twitter.com/AliVaez?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://pbs.twimg.com/profile_images/1213679060821446658/A3lZPAcY_normal.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></a></figure>



<p><a href="https://twitter.com/AliVaez?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Ali Vaez</strong><strong><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.1.0/72x72/2714.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="✔" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></strong>@AliVaez</a>&nbsp;·&nbsp;<a href="https://twitter.com/AliVaez/status/1213074518211776512?utm_source=rss&utm_medium=rss">3 gen 2020</a><a href="https://twitter.com/AliVaez/status/1213074518211776512?utm_source=rss&utm_medium=rss"></a><a href="https://twitter.com/_/status/1213074516039131137?utm_source=rss&utm_medium=rss">In risposta a @AliVaez</a></p>



<p>10| Also 2) Killing Muhandis and so blatantly undermining Iraqi sovereignty again &amp; again have rendered defending US presence and military bases in Iraq an impossible task for Iraqi security forces. A humiliating departure for the US from Iraq now seems inevitable.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://twitter.com/AliVaez?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://pbs.twimg.com/profile_images/1213679060821446658/A3lZPAcY_normal.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></a></figure>



<p><a href="https://twitter.com/AliVaez?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Ali Vaez</strong><strong><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.1.0/72x72/2714.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="✔" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></strong>@AliVaez</a></p>



<p>11| As for 3) it&#8217;s now almost guaranteed that the Iranian parliament will fall into the hands of the most hardline and militant elements within Iran. So in the words of @valinasr, <a href="https://twitter.com/realDonaldTrump?utm_source=rss&utm_medium=rss">@realDonaldTrump</a> seems to have managed to get regime change in Iran but not the kind that he wanted.</p>
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		<title>ARMI: TRADIMENTO DI STATO. Appello di Alex Zanotelli</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jan 2019 10:10:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alex Zanotelli Il 1 gennaio la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Pace, una pace mai come in questo momento minacciata, nell’indifferenza generale. “Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Alex Zanotelli</p>
<p>Il 1 gennaio la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Pace, una pace mai come in questo momento minacciata, nell’indifferenza generale.<br />
“Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che potrebbe condurre alla fine della civiltà umana,” ha affermato il presidente russo Putin nella conferenza stampa di fine anno. E questo per due nuovi elementI. Il primo, è rappresentato dalla “tendenza ad abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari, creando cariche nucleari tattiche a basso impatto che possono portare a un disastro nucleare globale.” Purtroppo, a questa categoria , appartengono le nuove bombe nucleari, B61-12 che il prossimo anno gli USA piazzeranno in Italia , in sostituzione di una settantina di vecchie ogive atomiche. L’altro pericolo viene dalla “disintegrazione del sistema internazionale di controllo degli armamenti,” espresso dal recente ritiro degli USA dal Trattato INF (1987) che permette a Trump di schierare in Europa missili a raggio intermedio con base a terra. Ora il nostro governo gialloverde ha approvato in sede NATO tale piano e ha dato la disponibilità a installarli in Italia come quelli che erano stati installati a Comiso negli anni ’80. E’ ormai una vera corsa fra USA e Russia al riarmo nucleare. Gli USA , già con Obama ed ora con Trump, hanno messo a disposizione oltre mille miliardi di dollari per modernizzare il loro arsenale atomico. La Russia sta tentando di tenere testa agli USA (Putin ha appena annunciato di aver testato il nuovo missile intercontinentale ipersonico!) cercando di avvicinarsi alla nuova potenza , la Cina, che nel 2017 ha speso ben 228 miliardi di dollari in difesa. Trump, che nel 2017 ha speso un’enorme cifra in armi, ben 660 miliardi di dollari, sta sferzando i suoi alleati europei perché tutti investano in armi almeno  il 2% del PIL. Se l’Italia obbedisse agli ordini di Trump spenderebbe cento milioni di euro al giorno in armi (già oggi ne spende settanta milioni al giorno!). Siamo ormai davanti ai due blocchi armati fino ai denti con 15.000 bombe atomiche a disposizione e un enorme armamentario. Siamo alla follia collettiva: nel 2017 abbiamo raggiunto a livello planetario l’astronomica cifra di 1.739 miliardi di dollari, pari a oltre 4,5 miliardi di dollari che spendiamo ogni giorno in armi. E’ una polveriera che potrebbe scoppiarci fra le mani. Gli scienziati dell’Orologio dell’Apocalisse a New York hanno puntato l’orologio a due minuti dalla mezzanotte. Davanti a questo pauroso scenario, rimango sbalordito dal silenzio dei cittadini italiani. Perché il grande movimento per la pace non scende unitariamente in piazza per contestare il “governo del cambiamento” che, nonostante le promesse, è diventato guerrafondaio come gli altri? E dovremmo chiedere le ragioni per cui questo governo giallo-verde :<br />
-non si oppone agli USA che vogliono piazzare in Italia una settantina delle nuove bombe nucleari B61-12;<br />
-si rifiuta di firmare il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari;<br />
-ha accettato che vengano collocati in Italia i nuovi missili nucleari;<br />
-ha deciso di comperare gli F -35,  definiti oggi ‘irrinunciabili’, mentre durante la campagna elettorale erano “strumenti di morte”;<br />
-continua a vendere le bombe all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen in violazione della legge 185/90, che vieta la vendita di armi ai paesi in guerra  (i 5 Stelle durante la campagna elettorale ne avevano chiesto “ l’embargo totale”);<br />
-ha deciso di lasciare i soldati in Afghanistan, mentre il ritiro dei nostri soldati da quel paese era stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle.<br />
Abbiamo scritto, a nome dei centomila che hanno marciato alla Perugia –Assisi, sia al Governo che al Parlamento perché riceva due delegazioni alle quali dare risposte a queste domande. A tutt’oggi , silenzio! E’ il tradimento di questo governo!<br />
Mi appello altresì alle comunità cristiane che facciano tesoro delle forti prese di posizione di Papa Francesco sulla guerra e sulle armi. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Mi auguro che questo venga presto percepito dai sacerdoti e dai fedeli.<br />
“Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo”, afferma Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019.<br />
E allora mettiamoci insieme, credenti e non, per un impegno serio contro la folle corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, foriera di nuove e micidiali guerre.<br />
Che il 2019 sia un anno di mobilitazione popolare per la Pace!</p>
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		<title>Appello per la firma del Trattato di Interdizione delle Armi Nucleari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Sep 2017 07:22:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato, al Capo del Governo. Da: MOVIMENTO EUROPEO &#160; &#160; All’ONU il 7 luglio scorso è stato adottato uno storico Trattato che proibisce gli ordigni&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato, al Capo</strong></p>
<p><strong>del Governo.</strong></p>
<p>Da: MOVIMENTO EUROPEO</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/09/untitled-1116.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9455" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/09/untitled-1116.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="241" height="253" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>All’ONU il 7 luglio scorso è stato adottato uno storico Trattato che proibisce gli</p>
<p>ordigni &#8220;atomici&#8221; promosso dalle nazioni che non possiedono il nucleare, assenti le 9 nazioni che possiedono la bomba &#8220;atomica&#8221; e tutti i Paesi NATO (eccetto l&#8217;Olanda).</p>
<p>Un movimento mondiale disarmista, che ha sospinto il voto coraggioso di <b>122 stati <span style="font-family: Calibri; font-size: large;"><b>&#8220;battistrada&#8221;</b></span> <span style="font-family: Calibri; font-size: large;">&#8211; per lo più del &#8220;movimento dei non allineati&#8221;-, ha reso concreta la speranza che l&#8217;Umanità riesca finalmente a liberarsi dalla più terribile minaccia per la sua sopravvivenza, tenendo conto che una guerra nucleare può essere <span style="font-family: Calibri; font-size: large;">scatenata addirittura per caso, per incidente o per errore di calcolo.</span></span></b></p>
<p>Anche il Parlamento Europeo ha approvato, il 27 ottobre 2016, una risoluzione su questi temi (415 voti a favore, 124 contro, 74 astenuti), invitando tutti gli Stati membri dell&#8217;Unione Europea a &#8220;partecipare in modo costruttivo&#8221; ai negoziati ONU, quelli che successivamente hanno varato il Trattato del 7 luglio.</p>
<p>Ci ha sorpreso e indignato l’assenza del governo italiano alle sedute dei negoziati</p>
<p>in sede ONU.</p>
<p>Siamo coscienti, con tutte le alte autorità scientifiche, civili, morali e religiose, che in tal senso si sono espresse, che la <b>deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca sono contrarie al bene dell&#8217;umanità e </b><strong>all&#8217;etica di ogni civile convivenza.</strong></p>
<p>Lo abbiamo già ricordato ma non lo si ripeterà mai abbastanza: indipendentemente dallo Stato di appartenenza, l&#8217;esistenza stessa delle armi nucleari è universalmente riconosciuta come una terribile minaccia per la vita dei popoli e dell&#8217;ecosistema terrestre. Una minaccia oltretutto assurda perché una guerra nucleare, persino con limitato scambio di missili, risulterebbe comunque catastrofica.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/09/th-164.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9456" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/09/th-164.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="311" height="198" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/09/th-164.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 311w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/09/th-164-300x191.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 311px) 100vw, 311px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In ragione di ciò, CHIEDIAMO al nostro governo di lavorare perché questi ordigni siano ripudiati e di attivarsi perché vengano ovunque aboliti.</strong></p>
<p><strong>Per questo CHIEDIAMO che l&#8217;Italia ratifichi al più presto il Trattato di Interdizione delle Armi Nucleari del 7 luglio 2017, in coerenza con l&#8217;art. 11 della nostra Costituzione, anche per dare impulso </strong>all&#8217;alternativa di una economia di pace.</p>
<p>L&#8217;Italia, per essere coerente e credibile con quanto sopra richiesto, deve liberarsi</p>
<p>con decisione autonoma delle bombe nucleari USA ospitate a Ghedi ed Aviano, anche perché, nell’interpretazione che dobbiamo far valere, violano il Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Si tratta delle bombe B61 indicate dalla Federation of Atomic Scientists (ma ufficialmente è &#8220;riservato&#8221; quante e dove siano), che ora verranno rimpiazzate dalle più micidiali B61-12. E dovremmo mettere in conto anche la possibilità, segnalata sempre dalla FAS, di Cruise con testata atomica a bordo della VI Flotta USA con comando a Napoli. La VI Flotta attracca nei numerosi porti italiani ufficialmente a rischio nucleare.</p>
<p><span style="color: #222222; font-family: Calibri; font-size: large;"><b>Ascoltiamo il monito ancora attuale dell&#8217;appello </b></span> <b><span style="color: #222222; font-family: Calibri; font-size: large;">Russell &#8211; Einstein, che invitava ad eliminare le armi nucleari prima che eliminassero loro l&#8217;intero genere <span style="color: #222222; font-family: Calibri; font-size: large;"><b>umano: &#8220;ricordiamo la comune umanità e mettiamo in secondo piano il resto</b></span> <b><span style="color: #222222; font-family: Calibri; font-size: large;">&#8220;. </span></b></span></b></p>
<p>Disarmisti Esigenti, WILPF Italia, No guerra No Nato, Pax</p>
<p>Christi, IPRI-CCP, Pressenza, LDU, Accademia Kronos,</p>
<p>Energia Felice, Fermiamo chi scherza col Fuoco atomico</p>
<p>(Campagna OSM-DPN), PeaceLink, La Fucina per la</p>
<p>Nonviolenza di Firenze, la Chiesa Valdese di Firenze,</p>
<p>Mondo senza guerre e senza violenza, Comitato per la</p>
<p>Convivenza e la Pace Danilo Dolci-Trieste.</p>
<p>La lista degli aderenti sarà sempre aperta: singoli e gruppi potranno</p>
<p>sottoscrivere anche on line alla URL:</p>
<p><a href="https://www.petizioni24.com/italiaripensacisulbandodellearminucleari?utm_source=rss&utm_medium=rss"><span style="color: #222222; font-family: Arial; font-size: large;">https://www.petizioni24.com/italiaripensacisulbandodellearminucleari?utm_source=rss&utm_medium=rss</span></a></p>
<p>____________________</p>
<p><span style="color: #222222; font-family: Calibri; font-size: large;">Per </span><span style="color: #222222; font-family: Calibri;">CONTATTI</span><span style="color: #222222; font-family: Calibri; font-size: large;">: </span></p>
<p><span style="color: #222222; font-family: Calibri; font-size: large;">Segreteria organizzativa c/o WILPF ITALIA </span></p>
<p>Antonia Baraldi Sani (cell. 349-7865685)- Giovanna Pagani (cell. 320-1883333)</p>
<p><span style="color: #222222; font-family: Calibri; font-size: large;">email: </span><span style="font-family: Calibri; font-size: large;">antonia.sani.baraldi@gmail.com ; gioxblu24@alice.it</span></p>
<p>Commissione di coordinamento adesioni<b> </b></p>
<p>Giovanna Pagani cell. 320-1883333</p>
<p>Alfonso Navarra cell. 340-0736871</p>
<p>Giuseppe Padovano cell. 393-9983462</p>
<p>Olivier Turquet cell. 339-5635202</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Trump alla fine decide:  U.S.A.  fuori dall&#8217;Accordo di Parigi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jun 2017 13:15:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>  di Alfonso Navarra &#8211; Osservatorio per l&#8217;attuazione dell&#8217;accordo globale di Parigi sul clima (www.ilsolediparigi.it) &#160; Non era un esito scontato. Dopo averci tenuto sulle spine dal G7 di Taormina, il presidente degli USA&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><strong>di Alfonso Navarra &#8211; Osservatorio per l&#8217;attuazione dell&#8217;accordo globale di Parigi sul clima</strong></p>
<p><strong>(www.ilsolediparigi.it)?utm_source=rss&utm_medium=rss</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non era un esito scontato. Dopo averci tenuto sulle spine dal G7 di Taormina, il presidente degli USA Donald Trump alla fine, all&#8217;insegna dell'&#8221;America first!&#8221;,  si è deciso ed ha deciso male. Ha ufficializzato, nonostante forti pareri contrari all&#8217;interno della sua stessa Amministrazione (la figlia Ivanka, Rex Tillerson&#8230;), scavalcando il Congresso, che recederà dall&#8217;Accordo di Parigi sul clima globale. (Teniamo presente che gli Stati Uniti non hanno ancora ratificato Kyoto 1992 di cui Parigi 2015 si presenta come uno sviluppo!). Ignora i moniti  sempre più allarmanti della comunità scientifica liquidati nei tweet e nei comizi come &#8220;bufale inventate dai cinesi&#8221; e mette a rischio le speranze dell&#8217;Umanità di uscire con (relativamente) poche ammaccature dalla gavissima crisi ambientale che  un effetto serra sempre più acuto porta con sé.</p>
<p>(Per dettagli sulla notizia: <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/oltreradio/2017/05/31/clima-trump-ritira-gli-stati-uniti-dallaccordo-di-parigi_02e97b4c-5212-43d8-8b0f-334fcc759970.html?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/oltreradio/2017/05/31/clima-trump-ritira-gli-stati-uniti-dallaccordo-di-parigi_02e97b4c-5212-43d8-8b0f-334fcc759970.html&amp;source=gmail&amp;ust=1496754377625000&amp;usg=AFQjCNEVpj-RjbPm-S7xbVbf-BYW2p-Z4A&utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/oltreradio/2017/05/31/clima-trump-ritira-gli-stati-uniti-dallaccordo-di-parigi_02e97b4c-5212-43d8-8b0f-334fcc759970.html?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>
<p>La decisione, che colloca gli USA sulla stessa posizione recalcitrante di Siria e Nicaragua, va a terremotare un processo diplomatico pluriennale che alla COP 21 di Parigi aveva registrato l&#8217;unanimità sul documento finale,  ma ancora insufficiente a contenere l&#8217;aumento di temperatura entro i limiti indicati dalla comunità scientifica internazionale.  (Si stima la capacità di contenimento degli impegni volontari degli Stati a 3,5° C, mentre l&#8217;obiettivo sarebbe di 2° C, &#8220;preferibilmente&#8221; 1,5 per non fare finire sott&#8217;acqua interi Stati).</p>
<p>E&#8217; molto importante tenere presente che, ai sensi dell&#8217;art. 28 dell&#8217;accordo di Parigi (il testo lo si trova, sul sito del Ministero dell&#8217;ambuiente, al seguente link in traduzione italiana: <a href="http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/cop21/ACCORDO%20DI%20PARIGI%20Traduzione%20non%20ufficiale.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/cop21/ACCORDO%2520DI%2520PARIGI%2520Traduzione%2520non%2520ufficiale.pdf&amp;source=gmail&amp;ust=1496754377625000&amp;usg=AFQjCNFtcwRnjmNONbM8nz_syu9xWmvZ4g&utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/cop21/ACCORDO%20DI%20PARIGI%20Traduzione%20non%20ufficiale.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> ), per il ritiro effettivo degli USA ci vorranno 4 anni di tempo, quindi &#8211; salvo ripensamenti &#8211; esso avverrà il 4 novembre 2020, nel pieno della campagna elettorale per la presidenza.</p>
<p>La UE e la Cina hanno subito protestato e proclamato di voler andare avanti comunque senza che il Patto sia toccato: ma resta da vedere quanto pesi la retorica che copre  la sostanziale mancanza di una volontà politica condivisa per agire collettivamente, in modo immediato e drastico.</p>
<p>Dal dispaccio ANSA citato possiamo leggere della nota congiunta di Merkel, Macron e Gentiloni:  &#8220;<em>L&#8217;Accordo di Parigi rimane una pietra angolare della cooperazione tra i nostri paesi per affrontare efficacemente e tempestivamente i cambiamenti climatici e per attuare gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell&#8217;Agenda del 2030. Crediamo fermamente che l&#8217;accordo di Parigi non possa essere rinegoziato, in quanto strumento vitale per il nostro pianeta, le società e le economie. Siamo convinti che l&#8217;attuazione dell&#8217;accordo di Parigi offra grandi opportunità economiche per la prosperità e la crescita nei nostri paesi e su scala globale</em>&#8220;.</p>
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<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/th45B6LNVU.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8908" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/th45B6LNVU.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="212" height="210" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/th45B6LNVU.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 212w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/th45B6LNVU-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a></p>
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<p>Si è già accennato a Siria e Nicaragua, ma dopo gli USA possiamo temere che altri  dei 195 paesi firmatari si tirino indietro.  Tra le realtà importanti, dobbiamo puntare i riflettori in particolare sulla tentennante Russia, che potrebbe anche essa ripensarci insieme all&#8217;India. Attualmente l&#8217;accordo di Parigi è ratificato da 147 Stati tra i quali l&#8217;Italia, che ha sfornato di recente, con il governo Gentiloni, una Strategia energetica nazionale (SEN), che &#8211; praticamente lo ignora.</p>
<p>Sempre dal citato dispaccio ANSA riportiamo i seguenti dati sulle emissioni di CO2, parametro con cui si valuta l&#8217;effetto serra: &#8221; <em>Gli Stati Uniti sono il secondo produttore mondiale di gas serra, con il 15% delle emissioni globali (dati 2015). Il primo produttore è la Cina, con il 29%. Nel 2015 le emissioni cinesi sono calate dello 0,7% e nel 2016 di un altro 0,5%. Nei dieci anni precedenti, la produzione di gas climalteranti del Dragone aumentavano in media del 5% ogni anno. Il calo è dovuto alla chiusura di centrali a carbone e all&#8217;apertura di centrali nucleari, rinnovabili e a gas. La Cina, priva di petrolio e avvelenata dal carbone, ha convenienza a puntare su eolico e fotovoltaico e sta investendo in questi settori in modo massiccio. Gli Usa nel 2015 avevano tagliato le emissioni del 2,6% e nel 2016 dell&#8217;1,7%, grazie a notevoli investimenti sulle rinnovabili, favoriti dall&#8217;amministrazione Obama. Il terzo produttore mondiale di gas serra è l&#8217;Unione europea, con il 10%. Negli ultimi vent&#8217;anni le sue emissioni sono scese costantemente, grazie al ruolo delle rinnovabili, ma nel 2015 sono salite dell&#8217;1,4%. I problemi vengono dall&#8217;India, che contribuisce per il 6,3% alle emissioni globali e nel 2015 ha aumentato la sua produzione di gas serra del 5,2%</em>&#8220;.</p>
<p>Il problema, per il tycoon diventato presidente, è non comprendere che in gioco c&#8217;è molto di più dei lavoratori americani nel settore fossile e carbonifero, c&#8217;è la Madre Terra con tutti i suoi abitanti umani e non umani. L&#8217;unica strada efficace per rispondere alla sfida sarebbe quella di abbandonare immediatamente, cioé massimo entro 30 anni, i combustibili fossili, tagliare loro i sussidi pubblici, imporre una carbon tax, procedere alla conversione ecologica di produzione e consumi, come auspicato, tra gli altri, da Papa Bergoglio.</p>
<p>Un dato della situazione su cui riflettere è che la gran parte dell&#8217;industria americana, comprese le multinazionali energetiche, non intende seguire la logica di Trump. Lo si evince da un appello (evidentemente iascoltato) apparso per diversi giorni sui più importanti giornali americani. Ecco quanto hanno firmato non solo i giganti della Silicon Valley, ma tutti i top manager dell&#8217;economia statunitense, inclusi quelli della EXXON (da cui proviene il Segretario di Stato Rex Tillerson). &#8220;<em>Stiamo investendo nelle tecnologie innovative che possono aiutarci a conquistare una transizione verso l&#8217;energia pulita. E proprio in virtù di questo passaggio, il Governo deve supportarci</em>&#8220;.</p>
<p>(Sul Financial Times possiamo leggere &#8211; pagando &#8211; l&#8217;appello sotto il titolo di &#8220;Exxon urges Trump to keep US in Paris climate accord&#8221; : <a href="https://www.ft.com/content/acf309b0-13b3-11e7-80f4-13e067d5072c?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://www.ft.com/content/acf309b0-13b3-11e7-80f4-13e067d5072c&amp;source=gmail&amp;ust=1496754377625000&amp;usg=AFQjCNFdmXzTENyIH2BUHkNGiRsuJnEOQQ&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.ft.com/content/acf309b0-13b3-11e7-80f4-13e067d5072c?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>
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<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/thUOGG5MLW.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8909" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/thUOGG5MLW.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Da &#8220;Repubblica on line&#8221;, in un pezzo firmato da Raffaella Scudieri&#8221;, apprendiamo di defezioni importanti dallo staff di Trump per protesta. Si cita  Lloyd Blankfein, il CEO della Goldmnan Sachs, che per l&#8217;occasione ha twittato per la prima volta in vita sua: &#8220;<em>La decisione di oggi è un ostacolo per l&#8217;ambiente e per la posizione della leadership americana</em>&#8220;. E il suo dissenso non è poco, visto che in molti si sono sempre riferiti all&#8217;amministrazione Trump con l&#8217;appellativo &#8220;Government Sachs”, dato il  numero impressionante di personaggi sbarcati da quella banca alla Casa Bianca.</p>
<p>(Si vada su:<a href="http://www.repubblica.it/ambiente/2017/06/02/news/usa_l_industria_americana_fa_muro_contro_trump_e_nuove_alleanze_crescono-167033013/?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.repubblica.it/ambiente/2017/06/02/news/usa_l_industria_americana_fa_muro_contro_trump_e_nuove_alleanze_crescono-167033013/&amp;source=gmail&amp;ust=1496754377625000&amp;usg=AFQjCNHC0NCkoeixaDuGOxLxR0W9XlEIOA&utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.repubblica.it/ambiente/2017/06/02/news/usa_l_industria_americana_fa_muro_contro_trump_e_nuove_alleanze_crescono-167033013/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>
<p>Fabrizio Tonello riflette su il Manifesto del 2 giugno 2017, nell&#8217;articolo intitolato: &#8220;Energia, la scelta del tycoon&#8221;, su quanto la decisione di Trump di recedere da Parigi possa riflettere una divisione strategica in corso nel &#8220;capitalismo USA&#8221;, che così prospetta: &#8220;<em>La coalizione del «vecchio» (finanza, petrolio, armamenti) o quella del «nuovo» (energie rinnovabili, sharing economy)?</em>&#8221;</p>
<p>Il commentatore avanza la seguente ipotesi: &#8220;<em>I due modelli possono, in realtà, convivere benissimo: negli otto anni di amministrazione Obama le banche non si sono impoverite, i petrolieri hanno continuato a fare profitti, i mercanti di cannoni hanno esportato più di quanto non facessero con Bush e Clinton. Trump sembra però voler accelerare nel ripristinare il dominio di Wall Street e del Pentagono e difendere gli immensi investimenti dell’industria petrolifera e carbonifera, che rifiutano di essere svalutati da una transizione verso le energie rinnovabili</em>&#8220;.</p>
<p>Concludo questo articolo con un riferimento alla COP 23, la Conferenza ONU delle parti che si terrà a  Bonn il prossimo novembre (per la precisione, dal 6 al 17 novembre); la quale &#8211; riprendendo il filo del lavoro della COP 22 del Marocco, a sua volta proseguimento della COP 21 di Parigi (quella, appunto, dell&#8217;accordo) &#8211; è intervenuta con il suo presidente, il fijiano Frank Bainimarama, a biasimare Trump e a ricordare che oggi non si può scherzare col fuoco climatico . &#8220;<em>Quale presidente della imminente COP23, ribadisco che farò tutto il possibile per continuare a creare una grande coalizione che accelererà lo slancio che non si è interrotto dopo l&#8217;accordo di Parigi. La coalizione comprenderà in una sinergia ancor più collaborativa  i governi, la società civile, il settore privato e milioni di uomini e donne ordinari di questo mondo. Sono anche convinto che il governo degli Stati Uniti ritornerà alla nostra lotta perché la prova scientifica del cambiamento climatico creato dall&#8217;uomo è ben fondata e compresa. Il problema è squadernato e gli impatti sono evidenti: l&#8217;umanità non può ignorare questi fatti se non a suo rischio e  pericolo</em>&#8220;.</p>
<p>(La dichiarazione completa si può leggere in inglese alla URL: <a href="https://cop23.com.fj/statement-fijian-prime-minister-incoming-president-cop23/?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://cop23.com.fj/statement-fijian-prime-minister-incoming-president-cop23/&amp;source=gmail&amp;ust=1496754377625000&amp;usg=AFQjCNGgfLCULTOiVkhZkjstqHLceK2ymA&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://cop23.com.fj/statement-fijian-prime-minister-incoming-president-cop23/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>
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