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		<title>Un percorso tra poesia e identità di genere</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2020 07:09:02 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella settimana dedicata alla lotta contro la trans-omofobia, <strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha intervistato <em>Sonia Zuin</em>, che ringrazia molto per la sua disponibilità a raccontare di sè e per aver chiarito molti punti importanti sul tema. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" width="300" height="300" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/lgbt-2741369_640.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14119" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/lgbt-2741369_640.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/lgbt-2741369_640-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/lgbt-2741369_640-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>



<p><strong>Proviamo, innanzitutto, a dare una definizione di </strong><em><strong>identità di genere</strong></em></p>



<p>Non sono una psicologa e non sono in grado di darne una definizione ufficiale. Nel mio piccolo posso solo raccontare quello che ho vissuto e quello che, poco alla volta, ho capito. Penso che ognuno di noi abbia almeno tre identità: quella soggettiva, che rappresenta il nostro io più profondo, quella corporea, legata al nostro corpo maschile o femminile, e quella che io chiamo relazionale, legata ai nostri rapporti sociali. Le prime due attengono alla propria persona, la terza al nostro rapporto con il mondo esterno. Normalmente queste tre identità sono sostanzialmente, o perfettamente, sovrapposte e coincidenti, al punto che è impossibile capire cosa prova una persona in cui questa coincidenza non si verifica. Fa riflettere il fatto che, fino a non tanti anni fa, se non vado errata trenta o quaranta, i problemi di identità di genere erano associati ai disturbi della mente. Ora l’intera comunità scientifica ha finalmente capito e accettato che la mente delle persone transessuali è perfettamente sana, e che eventuali disturbi (tutt’altro che infrequenti, come ad esempio le sindromi depressive) sono unicamente dovute alle difficoltà che le persone transessuali possono ancora avere nel mondo del lavoro e delle relazioni sociali.</p>



<p>Quello che ho vissuto io, dal momento in cui ho acquisito la consapevolezza di avere un problema di identità di genere, è stato terribile e non lo augurerei a nessuno perché ci si sente imprigionati nella peggiore delle prigioni: quella del proprio corpo in primis, e successivamente quella delle relazioni sociali. Questa esperienza mi ha fatto capire che l’unica vera identità è quella interiore, e il disagio che si prova quando non si ha la possibilità di esprimerla nelle relazioni sociali è fortissimo. Ovviamente ogni storia è diversa dalle altre: ci sono persone transessuali che riescono a trovare un equilibrio vivendo la propria identità solamente in determinati ambiti della propria vita e mantenendo l’identità ufficiale in tutti gli altri. Io, da subito, ho capito che mai avrei potuto comportarmi in questo modo, non solo perché penso di essere una persona molto trasparente e diretta nei rapporti con le persone, ma anche perché ho vissuto la crisi di identità nell’ambito di un profondo rapporto con la mia famiglia.</p>



<p>Il rapporto con il proprio corpo è invece un discorso completamente diverso: senza entrare nei dettagli, non riuscire a trovare un equilibrio tra il proprio io interiore e il proprio corpo può creare un disagio così profondo da essere una fonte di pericolo per la propria salute fisica e psichica. Da qui nasce l’esigenza, in alcune persone, di ricorrere agli interventi chirurgici per cercare di migliorare il più possibile il proprio benessere. Il problema enorme che si avverte, apparentemente insolubile se non attraverso un lungo percorso psicologico eventualmente coadiuvato da quello chirurgico, sta nel fatto che è terribile la sensazione di sentirsi appartenenti, contro il proprio volere e desiderio, ad un corpo che non si riconosce come proprio.</p>



<p>Ci tengo infine a sottolineare il fatto che, contrariamente a quello che comunemente la gente pensa, l’identità di genere non c’entra niente con quella sessuale: non è vero che una persona, acquisendo la consapevolezza di essere transessuale, automaticamente si senta attratta dalle persone di genere opposto al proprio, ossia che una donna trans sia attratta dagli uomini e viceversa. Questo è quello che accade normalmente, ma solo quando alle spalle c’è già un vissuto di omosessualità. In altri termini, una donna lesbica, se nel suo percorso acquisisce la consapevolezza di essere un uomo, diventerà etero in riferimento alla sua vera identità, ma quello che rimane solitamente inalterato è il genere di persona che ci attrae sessualmente e che ci fa innamorare.</p>



<p>In realtà, nel momento in cui si disgrega la coincidenza tra identità soggettiva e corporea, sono possibili molteplici sfumature, tra cui, ad esempio, quelle delle persone che si definiscono <em>non binarie</em>, ossia che non si riconoscono né in un uomo, né in una donna. Fondamentalmente sono convinta che ogni persona debba avere la possibilità di esprimere con la massima libertà il proprio io, e che questa libertà debba essere limitata solo nel momento in cui lede quella degli altri, cosa che, nell’ambito dell’espressione di un’identità transessuale, non vedo come possa accadere. Questo lo penso per due motivi ugualmente importanti: il primo riguarda ovviamente la tutela del benessere di ogni individuo, che è sicuramente un diritto inalienabile di tutte le persone; il secondo attiene al ruolo e al contributo che ognuno di noi deve dare alla società: siamo infatti in crisi profonda da molti anni, e l’attuale pandemia non ha fatto altro che acuire la crisi pregressa. In questa situazione ritengo molto semplicemente che abbiamo l’obbligo di focalizzarci sulle questioni importanti e che non possiamo permetterci il lusso di rinunciare al contributo positivo che una persona transessuale, nel suo piccolo, può dare. Contributo che può in qualche caso essere importante perché spesso una persona transessuale, proprio in virtù del proprio singolare vissuto personale, ha un modo di vedere le cose differente da quello delle persone cis (ossia non transessuali).</p>



<p><strong>Quale è stato il suo momento più difficile nel  percorso di transizione?</strong></p>



<p>Direi che ce ne sono stati due: il primo, veramente terribile, quando nella mia testa completai il puzzle che stavo facendo da almeno vent’anni prelevando a caso i pezzi, uno a uno, che spontaneamente emergevano dal mio inconscio. I pezzi del mio io, man mano che il puzzle prendeva forma, trovavano la loro giusta collocazione, ma fino alla fine non ebbi il coraggio di vedere nel suo insieme chi fosse il soggetto del puzzle. Penso che sia stato un meccanismo inconscio di difesa della mia realtà quotidiana che non avevo la minima intenzione di disgregare. Ero infatti riuscita a costruirmi una vita appagante sotto tutti gli aspetti, affettivi, professionali e relazionali, malgrado quello che covavo dentro di me e che poco per volta stava emergendo attraverso un processo inconscio che non potevo arrestare e che mi portava progressivamente a completare il puzzle. Ad un certo punto, anche se non era ancora finito perché, in effetti, una vita intera non è sufficiente per completare il puzzle che rappresenta chi siamo, non riuscii più ad evitare di guardare l’immagine che si stava componendo, e quello che vidi fu sconvolgente: una donna al posto di un uomo. Era da vent’anni che costruivo il puzzle con pezzetti che erano chiaramente femminili e che avevo imparato ad accettare, ma un conto è avere la consapevolezza che la tua personalità ha una componente femminile importante, un altro è maturare la consapevolezza di essere una donna, con tutto quello che ne consegue. Passai un mese dormendo solo qualche ora di notte perché alle tre del mattino mi svegliavo con l’angoscia di vedere la mia vita andare in pezzi, consapevole che nessuno mi avrebbe capito e accettato. Dal momento in cui ebbi il coraggio di guardare il puzzle nel suo complesso, infatti, nella mia testa ci fu per lungo tempo una grandissima confusione, penso comprensibile, ma una cosa fu da subito chiarissima e incontrovertibile: io non potevo più continuare a fare la vita di prima perché dovevo iniziare la transizione. Era evidentemente un’elaborazione che avevo fatto da lungo tempo nelle profondità del mio inconscio, ma che per tantissimi anni ero riuscita a non fare affiorare in superficie; nel momento in cui ne divenni consapevole, mi si presentava come un’ovvia e non più procrastinabile conseguenza della mia realtà interiore.</p>



<p>Alla fine mi decisi e me parlai una mattina con mia moglie. Lei da sempre sapeva che c’erano parecchi pezzi femminili nel puzzle della mia testa e in qualche modo li aveva accettati, ma ovviamente la necessità di cambiamento che le raccontai fu per lei sconvolgente, anche se ricordo che la prima cosa che mi disse a caldo fu “non pensavo così presto”. A distanza di tempo sono convinta che io e mia moglie abbiamo inconsciamente eretto una barricata, che per anni ha protetto il nostro rapporto nei confronti della realtà disgregante che progressivamente emergeva dal mio inconscio, utilizzando una tecnica inconscia comunissima: non vedere quello che non volevamo vedere. È lo stesso meccanismo mentale che permette ai bambini di nove, dieci anni di credere che esista babbo Natale che porta i regali, anche se a quell’età hanno ormai tutti gli strumenti logici e una percezione delle realtà sufficientemente chiara per capire che questa è un’evidente assurdità. Ma crederci è così bello che nella testa dei bambini scatta una sorta di protezione che inibisce tutti i meccanismi logici che rovinerebbero la magia. Io e mia moglie avevamo una bellissima realtà da preservare: il nostro rapporto e la nostra famiglia. Così per una vita siamo entrambe riuscite a credere che i pezzi femminili che da tempo erano emersi dal mio inconscio rappresentavano solo una parte di me, dando per scontato che il resto fosse maschile. Del resto una cosa fondamentale che ci ha tratto in inganno per lungo tempo è il fatto che a me continuano a piacere le donne, e questo contribuiva molto a rafforzare l’idea che io fossi un uomo con un importante lato femminile.</p>



<p>Gli anni che seguirono furono molto difficili perché mia moglie sentiva che non poteva accettare la mia transizione, mentre io sentivo che non potevo non farla. In mezzo c’era il nostro bel rapporto che ormai era decisamente in crisi, ma che tutte e due facevamo il possibile per preservare, non solo per salvaguardare quello con i nostri figli che non sapevano ancora niente, ma anche perché sapevamo che c’era sicuramente un gran polverone che rendeva poco chiare le cose, e che c’erano esigenze inconciliabili, ma che al di sotto del polverone rimaneva un rapporto molto solido e importante per tutte e due.</p>



<p><strong>I guanti: per molti un oggetto comune, utile. Per lei che significato hanno avuto?</strong></p>



<p>Sin dalla più tenera età i guanti hanno esercitato su di me un fascino irresistibile che mi spingeva a provarli e ad indossarli, ma solo di nascosto perché mi vergognavo a farne un uso normale. È una cosa che mi sono sempre tenuta per me. In certi periodi ricordo che mi facevo coraggio e incominciavo ad indossarli &#8211; ai tempi erano i normalissimi guanti di lana dei ragazzini &#8211; ed era tale il piacere che mi dava questa conquista che non li toglievo mai. Da sempre la prima cosa che mi saltava all’occhio di una persona erano i guanti, nel caso li indossasse. Durante l’adolescenza, quella che prima era una generica attrazione per l’oggetto in sé, senza particolari connotazioni, si trasformò in attrazione per le donne che indossavano i guanti, il che mi fece pensare ad una forma di feticismo. Questa faccenda incominciò però a crearmi qualche problema solo verso i vent’anni, quando capii che ero io a desiderare di indossare i guanti da donna. Ricordo un’estate in cui, dopo essermi vista con i miei amici per giocare a biliardo, andai in un negozio a comprare il mio primo paio di guanti da donna: neri, in pelle, sfoderati e lunghi fino al polso. In pratica un normalissimo paio di guanti da donna, ma quando uscii e li indossai, provai una sensazione indescrivibile. La potrei descrivere, senza esagerare, come qualcosa che nella tua testa si collega e incomincia a trovare il suo posto. Tornai a casa con il mio prezioso bottino e ovviamente lo nascosi perché non volevo certo far vedere ai miei genitori cosa avevo comprato. Ogni tanto li indossavo di nascosto, ma con il passare del tempo incominciò a crescere il disagio di possedere qualcosa che per me era molto importante, ma che non era certo normale avere. Così, dopo qualche mese, quando l’imbarazzo di custodire un oggetto così ingombrante superò la soglia della mia sopportazione, li buttai via ripromettendomi che con questa faccenda avrei chiuso. Ma dopo qualche mese il desiderio di possederli diventò così forte e insistente che cedetti e andai a comprarne un altro paio. Per una decina d’anni andai avanti in questo modo senza riuscire a trovare un equilibrio. Nel frattempo mi laureai e iniziai a lavorare; avevo un sacco di amici, conobbi quella che sarebbe diventata mia moglie, ci sposammo, ma c’era nella mia vita un segreto che non volevo raccontare a nessuno, neanche a mia moglie, pur avendo un bellissimo rapporto, perché continuavo a sperare di riuscire a estirparlo definitivamente dalla mia testa. Sono sicuramente una persona tenace, perseverante e che non si arrende al primo insuccesso…</p>



<p>Quello che cambiò le cose fu un cupo episodio vissuto in un momento di vuoto totale in cui pensavo che mai sarei riuscita a trovare un equilibrio tra la bella vita che conducevo e il mio insano segreto (che nel frattempo aveva abbracciato anche le gonne, provando di nascosto quelle di mia moglie che ha più o meno la mia corporatura). Quell’episodio mi spaventò e che mi fece capire che così non potevo andare avanti. Lo shock mi diede la forza di fare nella mia testa una rivoluzione copernicana, liberandomi definitivamente dal proposito di estirpare quello che evidentemente era impossibile estirpare, e accettando il fatto che se a me piaceva indossare i guanti da donna e ai miei amici no, voleva solo dire che io ero <em>fatto</em> (ai tempi ovviamente coniugato al maschile) così, e che in fondo non stavo facendo del male a nessuno tranne che a me <em>stesso</em>. Capii subito, però, che avevo fatto un passo da gigante e immediatamente mi fu chiaro che non potevo più vivere accanto a mia moglie, guardarla negli occhi e dormire accanto a lei, senza raccontarle questo scomodo ed ingombrante lato della mia personalità. È comprensibile il suo shock, anche perché io non ho mai avuto atteggiamenti effemminati. Una delle prime cose che mi chiese era se io provassi attrazione per gli uomini… “no, io continuo a volere bene a te, continuano a piacermi le donne, ma l’altra sera stavo facendo una grandissima cazzata e ho capito che così non posso andare avanti”.</p>



<p>Con mia gande fortuna, dopo qualche giorno mia moglie mi disse che non mi avrebbe mollato, che potevamo continuare la nostra vita insieme, anche se il lato femminile del mio carattere non era certo quello che preferiva. Passarono gli anni, nacquero i nostri due figli, ma i guanti continuavano a rimanere il mio oggetto del desiderio che indossavo appena potevo. Questa vicenda ebbe una svolta decisiva solo due anni fa, quando incominciai la transizione e a vivere la mia vita quotidiana come Sonia. Prima di trasferirmi, più volte avevo pensato che nella mia nuova casa avrei indossato i guanti ventiquattro ore al giorno, ma in realtà, quando incominciai a traslocare poco per volta le mie cose, portai subito le mie chitarre, ma decisi di aspettare a portare la guantiera che anni prima mi aveva regalato mia moglie, perché capii che associati ai guanti c’erano anche tanti ricordi travagliati che preferivo non portare con me. Ogni volta che andavo a trovare la mia famiglia, mia moglie preparava una valigia di cose rimaste ancora da lei. Un giorno, aprendo la valigia a casa mia, vidi la guantiera… L’aprii, non ricordo neanche se provai un paio, perché la rimisi subito nell’armadio pensando che forse sarebbe stato meglio riportarla indietro, anche se non lo feci. Dopo qualche mese, poco per volta capii che potevo permettermi il lusso di riaprire la guantiera perché i guanti avevano perso la loro magia… ora erano solamente un bellissimo accessorio. Aprii la guantiera e con piacere riscoprii tutti i diversi tipi che avevo collezionato nel corso degli anni, corti, lunghi, di pelle, di raso, di vari colori, bellissimi accessori che mi piace ancora indossare, e lo faccio spesso, scegliendoli con cura e intonandoli al vestito. Ma ormai non rappresentano più nulla. È stata una grandissima liberazione. Questa vicenda mi ha fatto capire che Sonia esisteva nel mio inconscio già quando avevo cinque o sei anni e che, chissà per quale motivo, utilizzava i guanti come simbolo per cercare di venire alla luce.</p>



<p><strong>La sua famiglia è composta da moglie e due figli. Ha mantenuto un buon rapporto con questi ultimi? Come si rapportano con lei?</strong></p>



<p>Ho la fortuna di essere riuscita a mantenere un ottimo rapporto con mia moglie e con i nostri figli. Per tanti anni il rapporto con mia moglie è stato teso perché ognuna di noi non voleva rinunciare all’altra, ma ognuna di noi non poteva accettare una parte dell’altra: lei mi diceva che, se non avessi fatto la transizione, avremmo potuto continuare a vivere insieme, ma io sapevo perfettamente che correvo seriamente il rischio di impazzire se non l’avessi fatta. Uscita di casa, la ragione dei nostri scontri non sussisteva più, e poco per volta tornò a prevalere il grande affetto e la grande intesa che ancora ci lega. In ogni caso mia moglie è sempre stata vicina e i passaggi importanti li abbiamo superati lavorando insieme e mettendo da parte i motivi di scontro. Mia moglie è una persona speciale, su questo non ho il minimo dubbio.</p>



<p>È anche grazie al rapporto costruttivo e sereno che ho con lei, che quello con i nostri figli è altrettanto solido e sereno. Ci vediamo spesso, parliamo, facciamo sempre più cose insieme, e io sono rimasta una delle due persone di riferimento che interpellano quando hanno bisogno di un consiglio, e in questi casi è mia moglie la prima che suggerisce loro di sentire anche il mio parere. Penso di non aver perso la stima di loro tre, e questo per me è di fondamentale importanza.</p>



<p><strong>Ha scritto una bellissima silloge intitolata </strong><em><strong>Percorsi Silenziosi</strong></em><strong>. Ce ne vuole parlare?</strong></p>



<p>Ho incominciato a sentire il desiderio di scrivere quando ero al liceo: a quei tempi non erano poesie, ma i testi delle canzoni che provavo a scrivere insieme ai miei compagni di classe con cui avevo formato il mio primo gruppo rock. Cose sicuramente di nessun valore artistico e per lo più pretenziose, perché ai tempi uno dei riferimenti era la musica progressive degli anni ’70 tipo Genesis e King Crimson. In quinta liceo fui letteralmente folgorata dalla poesia di Ungaretti: in particolare mi colpì <em>Soldati</em> per la sua estrema semplicità e sintesi (4 versi e 8 parole comuni che dicono tutto) e pensai: “…ma allora si può scrivere anche così! Bene, ho capito come fare!”. Beh… ho riportato questo buffo pensiero di allora solo per dire che in quell’occasione trovai un modello che mi convinceva, non che i miei risultati artistici di allora e di adesso possano minimamente essere confrontati con quelli del grande poeta. Ricordo però che incominciai a scrivere qualcosa che non finiva nel cestino dopo qualche settimana, e così, poco alla volta, capii che mi piaceva scrivere le poesie. Ai tempi non le chiamavo neanche così perché mi sembrava troppo pretenzioso… invece di poesie le chiamavo <em>cose</em>, il ché adesso mi sembra ridicolo. Mia moglie, non ricordo in quale occasione, trascrisse a mia insaputa le poesie con la macchina da scrivere (ai tempi non si usavano ancora i computer), su una carta molto bella, le fece rilegare e mi regalò quella che, a tutti gli effetti, fu la mia prima silloge. Il titolo era <em>Cose…</em></p>



<p>Non scrivevo con regolarità. Anzi, ci furono anni in cui non scrissi niente e ogni tanto pensavo che non sarei stata più capace, o che forse non avevo più niente da dire. Mi sbagliavo: la creatività e il bisogno di scrivere tonarono nel difficilissimo periodo in cui mi arrovellavo tra due esigenze primarie e antitetiche: il bisogno di non reprimere più Sonia e quello di rimanere a vivere con la mia famiglia. In quegli anni scrissi le poesie che costituiscono la seconda sezione della silloge, <em>Abissi</em>, molte delle quali esprimono la lacerazione interiore, l’incertezza, ma anche il desiderio di riconciliarmi con mia moglie. Sono poesie che non parlano quasi mai in modo diretto di transessualità, anche se evidentemente la transessualità è il filo conduttore e la causa di tutto. La prima sezione, <em>La pioggia bagnava le nuvole</em>, raccoglie invece le poesie che ho scritto prima di essere consapevole di avere un problema di identità di genere. Il titolo di questa sezione è un verso di una poesia della seconda sezione che si riferisce alla mia vita precedente, vissuta al contrario, ossia al maschile, rispetto alla consapevolezza che avevo appena acquisito. Visto che sono una persona estremamente ottimista, e poiché in <em>Abissi</em> ci sono parecchie poesie cupe e sofferte, non mi piaceva terminare la silloge con questa sezione. Trovai la soluzione per caso quando l’anno scorso, poco prima di proporre il mio materiale agli editori, scrissi <em>A volte…</em>, una breve poesia che getta una luce di speranza sul mio futuro. Capii che la silloge si sarebbe chiusa con una terza sezione, <em>Spiragli</em>, costituita solo da questa breve composizione.</p>



<p>Ho sempre scritto per me e poche persone erano al corrente di questa mia attività letteraria. Per questo motivo spesso mi chiedevo se le mie poesie comunicassero qualcosa anche a chi non mi conosceva, perché rileggere i propri versi è un po’ come guardarsi allo specchio: indipendentemente dalla loro qualità e dal valore artistico, è facile ritrovare le emozioni vissute durante la stesura. Mi fa quindi molto piacere che siano state apprezzate anche da persone che non sanno niente di me.</p>



<p>La scrittura mi ha sicuramente aiutato molto, durante il lungo travaglio interiore, a tirare fuori quello che avevo dentro e ad esprimere le paure, i dubbi, i desideri che spesso facevano a botte tra di loro. In quel periodo mi assisteva una bravissima psicoanalista che quasi ogni volta, all’inizio delle sedute, mi domandava se avessi fatto sogni che le volevo raccontare. Dato che difficilmente ricordo i miei sogni, quasi sempre mi trovavo in difficoltà perché mi sembrava di essere la scolara che non ha fatto i compiti. Dato che in quel periodo scrivevo molto, quando non avevo sogni da raccontare spesso le portavo qualche nuova poesia. In particolare ricordo che <em>Prendermi per mano</em> divenne una specie di leitmotiv dei nostri incontri perché la psicologa spesso riprese le immagini di quella poesia (le catene, la donna imprigionata nelle segrete, il castello, il suo alter-ego maschile).</p>



<p><strong>Secondo lei, in Italia, sono tutelati i diritti Lgbtqi?</strong></p>



<p>La nostra società, negli ultimi dieci o vent’anni, ha fatto enormi passi avanti, ma non penso proprio che si possa dire che le persone appartenenti al variegato mondo Lgbtqi godano degli stessi diritti e abbiano le stesse opportunità di quelle eterosessuali. Io sono stata molto fortunata e, almeno finora, non ho mai subito discriminazioni. Conosco però parecchie persone che hanno una vita molto più difficile. È un discorso culturale molto complesso che richiede tempi di maturazione molto lunghi. Purtroppo ogni tanto la paura prevale in alcuni ambiti sociali e si fa uno scivolone indietro.</p>



<p>A me piace vestirmi in modo comune, ma spesso le persone Lgbtqi hanno look ricercati, creativi o in qualche caso volutamente di rottura, e mi sono sempre chiesta se questo modo di porsi nei confronti della società è una libera espressione del proprio io, o se invece possa essere in qualche modo una risposta al loro sentirsi rifiutati o discriminati indipendentemente dalla loro esteriorità. Conosco persone di entrambe le categorie e sicuramente alcune di esse hanno problemi nel mondo del lavoro o con i rapporti sociali anche se si vestono in modo del tutto normale. Non si può quindi concludere che basta vestirsi in modo comune per essere accettat*; anche fosse così, è più che evidente che questo costituirebbe una grandissima violazione della libertà di espressione di ogni individuo. Penso però che un look anticonvenzionale non aiuti l’integrazione. Dipende ovviamente dagli obiettivi che le persone e i gruppi sociali si pongono: i vestiti, i tatuaggi e il modo di ornare il proprio corpo sono prima di tutto un codice che da sempre l’umanità ha utilizzato per creare un’identità. Gli esempi sono innumerevoli a partire dalle società primitive. Spesso i giovani creano un look particolare per identificare il loro gruppo sociale: i primi esempi in tempi recenti che mi vengono in mente sono gli hippies degli anni ’60, il popolo di sinistra con le clark e l’eskimo o i punks degli anni ’70, tutti gruppi che non cercavano l’integrazione nella società, anzi, l’atteggiamento nei confronti di essa era quello dello scontro. Penso che faccia parte della natura umana provare più facilmente empatia nei confronti delle persone che hanno un look simile al nostro, e che sia l’assenza di pregiudizi e la curiosità di conoscere e di confrontarsi con persone che appaiono diverse da noi che ci permette di instaurare un dialogo con loro senza rifiutarle a priori, avendo l’obiettivo di accogliere nella cerca delle amicizie quelle con cui ci troviamo bene e che stimiamo indipendentemente da come si vestono. Non tutte le persone però hanno questa apertura mentale. Di conseguenza penso che sia una conseguenza inevitabile, che ovviamente non condivido, che le persone che hanno un look o un atteggiamento “sopra alle righe”, abbiano maggiori difficoltà ad integrarsi.</p>



<p><strong>Infine: possiamo chiederle perché il nome </strong><em><strong>Sonia</strong></em><strong> per la sua nuova identità?</strong></p>



<p>Onestamente non lo so: mi è venuto automaticamente. Mi piaceva un nome italiano che, almeno alle mie orecchie, suonasse in modo armonioso. Mai avrei scelto un nome aggressivo. Quando, non tanto tempo fa, ho letto che Sonia è una variante di Sofia, e che in greco <em>sophia </em>significa sapienza, saggezza, ho pensato: “WOW, ho scelto il nome giusto!”. Non perché mi senta particolarmente saggia, né tanto meno sapiente, ma perché sapienza e saggezza sono sicuramente due nobili obiettivi da perseguire.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. I domani di ieri</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Oct 2019 06:52:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Ali e Omar. Un figlio e un padre. Omar è un genitore silenzioso e severo, Ali un figlio sensibile che, da adulto, farà lo scrittore per esprimere, forse, tutto quello che&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di
Alessandra Montesanto</p>



<p>Ali e
Omar. Un figlio e un padre. 
</p>



<p>Omar è
un genitore silenzioso e severo, Ali un figlio sensibile che, da
adulto, farà lo scrittore per esprimere, forse, tutto quello che da
giovane non ha potuto. 
</p>



<p>Omar è
un uomo ingombrante: si riscatta dalle umili origini, studiando
presso il prestigioso college Sadiki, a Tunisi; prende parte alle
contestazioni del primo Novecento contro il protettorato francese;
come avvocato, si batte per i diritti dei concittadini insorti contro
la Francia. Eppure resta un padre intransigente e molto silenzioso. 
</p>



<p>Ali, il
figlio, si trasferisce all&#8217;estero, diventa un autore di successo, ma
la sua esistenza non è paragonabile a quella della figura paterna
che, adesso, è fiaccata dalla malattia; il figlio, quindi, decide di
far ritorno in patria per un ultimo saluto e per tentare di aprire
una comunicazione mai avviata. 
</p>



<p>Con una
scrittura esemplare, ricca di dettagli nel descrivere gli ambienti
interni (le abitazioni) e esterni (la città, i villaggi, il Paese),
nel restituire le atmosfere così affascinanti e così ambigue del
mondo arabo, Ali Bécheur &#8211; uno dei più grandi scrittori tunisini
contemporanei &#8211; scrive sì appassionatamente del difficile rapporto
padre/figlio, ma questo diventa occasione per una metafora e una
riflessione &#8211; tramite le due figure simboliche di riferimento e
tramite altri personaggi, soprattutto femminili &#8211; sulla Tunisia di
ieri e di oggi, sui cambiamenti, sulle sconfitte, sulle illusioni e
sulle conquiste, a livello culturale, politico e sociale. 
</p>



<p>Il
romanzo (in edizione italiana edito da Francesco Brioschi) porta un
titolo poetico: <em>Il domani di
ieri</em>. Il tempo è ciclico e
quello dell&#8217;esistenza individuale ne è solo un segmento. Siamo noi
“i domani”, il Futuro di chi ci ha preceduto e abbiamo il dovere
di fare tesoro della Memoria e degli insegnamenti anche &#8211; o più che
mai &#8211; di quelli muti, che passano attraverso le azioni e non le
parole. Lo può fare un singolo, lo può fare un&#8217;intera società
civile. Questa è la grande lezione di questa lettura che vi
consigliamo con il cuore. 
</p>
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		<title>Libertà e dignità a Mimmo Lucano &#8211; Appello del Comitato Undici Giugno</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Aug 2019 14:03:18 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="477" height="268" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/GKrlevexrcYqHDf-800x450-noPad.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12936" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/GKrlevexrcYqHDf-800x450-noPad.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 477w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/GKrlevexrcYqHDf-800x450-noPad-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 477px) 100vw, 477px" /></figure></div>



<p> <strong><em>Associazione Per i Diritti umani </em></strong>divulga e firma, invitando tutti  a farlo, la seguente petizione lanciata da Comitato 11 giugno</p>



<p>ll.mo <strong>Presidente</strong> della Repubblica, Sergio <strong>Mattarella</strong>,</p>



<p>ci appelliamo alla Sua conclamata sensibilità ed al Suo rispetto per i valori umani e per la dignità della persona e chiediamo il Suo urgente intervento in relazione alla nota vicenda politica e giudiziaria riguardante Domenico Lucano, Sindaco del Comune di Riace (RC) per tre mandati consecutivi, vicenda a Lei certamente nota.</p>



<p><strong>Dal 4 ottobre 2018</strong>, a seguito della richiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Locri (RC),&nbsp;<strong>Domenico Lucano è stato sottoposto a misure cautelari restrittive della libertà personale</strong>, ovvero agli arresti domiciliari prima ed al&nbsp;<strong>divieto di dimora nel comune di Riace</strong>&nbsp;(RC) poi, misura quest&#8217;ultima ancora efficace.</p>



<p>Le ragioni dell&#8217;applicazione delle citate misure cautelari nei confronti di Domenico Lucano, accusato di essersi adoperato per favorire l&#8217;immigrazione clandestina attraverso la celebrazione di matrimoni fittizi (circostanza, peraltro, mai verificatasi) oltre che di aver proceduto ad affidamento diretto del servizio di raccolta di rifiuti a cooperative sociali (circostanza, nel caso di specie, ammessa dalla legge), venivano ricondotte al rischio di reiterazione dei reati contestati e di inquinamento probatorio in considerazione della carica di Sindaco che Domenico Lucano ha rivestito nel Comune di Riace fino allo scorso 26 maggio, data in cui i cittadini di Riace hanno eletto una nuova amministrazione comunale nella quale Domenico Lucano non ricopre alcuna carica pubblica, né amministrativa né politica.</p>



<p>Chiaro ed evidente risulta che oggi non vi è alcun motivo per ritenere che siano concrete ed attuali le motivazioni che hanno condotto all&#8217;applicazione delle citate misure cautelari.</p>



<p>A tutto quanto sopra si aggiunga che è pendente dinnanzi al Tribunale di Locri (RC) un processo a carico, tra gli altri, di Domenico Lucano, in cui verrà accertata la fondatezza delle accuse e rispetto al quale lo stesso ha sempre dichiarato piena fiducia nella magistratura.</p>



<p>Si aggiunga altresì che lo scorso mese di marzo 2019, a seguito del ricorso presentato dagli avvocati difensori di Lucano, si è pronunciata la&nbsp;<strong>Suprema&nbsp; Corte di Cassazione</strong>&nbsp;che &#8211; in buona sostanza &#8211;&nbsp;<strong>ha ritenuto insussistenti le ragioni che hanno portato all&#8217;applicazione della misura restrittiva della libertà personale.</strong></p>



<p>Alla luce di quanto sopra, ed in particolare della cessazione di ogni carica, di fatto, Domenico Lucano, cittadino incensurato, né, prima d&#8217;ora, neppure indagato per alcun tipo di reato, risulta oggetto di un esilio politico non giustificato da alcuna ragione giuridica.</p>



<p>Atteso che in questi giorni, l&#8217;<strong>anziano padre di Domenico Lucano, Roberto, 93enne, sta trascorrendo quelli che potrebbero essere i suoi ultimi giorni di vita</strong> visto il notevole <strong>aggravamento della propria situazione di salute</strong> (affetto da una grave forma di <strong>leucemia</strong> è stato colpito anche da un <strong>infarto</strong>) <strong>nella propria abitazione di Riace, ove il figlio, Domenico, non può recarsi neanche per una breve visita.<br></strong><br>In considerazione di tutto quanto sopra ci appelliamo alla Sua sensibilità ed ad un gesto umanitario, per dare la possibilità a Domenico Lucano ed al padre di potersi salutare con serenità dentro le mura della loro casa.<br>A tal fine <strong>chiediamo il Suo intervento</strong> affinché, con qualunque strumento a Sua disposizione e considerata la Sua posizione di Garante dei diritti costituzionali, <strong>si consenta a Domenico Lucano di poter tornare nel comune di Riace a far visita ed assistere il proprio anziano padre.</strong><br>Confidando in un sollecito ed urgente riscontro e ringraziando per l&#8217;attenzione, si inviano</p>



<p>Distinti saluti.<br>Comitato Undici Giugno </p>



<p></p>



<p><strong>Per firmare la petizione:  <br></strong><a href="https://www.change.org/p/presidente-della-repubblica-mattarella-liberta-e-dignita-a-mimmo-lucano-appello-del-comitato-undici-giugno?utm_content=bandit-starter_cl_share_content_it-it%3Av2&amp;recruited_by_id=33189600-c2b1-11e9-b5c3-f9835306c45a&amp;recruiter=993645843&amp;utm_source=share_petition&amp;utm_medium=copylink&amp;utm_campaign=share_petition&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>https://www.change.org/p/presidente-della-repubblica-mattarella-liberta-e-dignita-a-mimmo-lucano-appello-del-comitato-undici-giugno?utm_content=bandit-starter_cl_share_content_it-it%3Av2&amp;recruited_by_id=33189600-c2b1-11e9-b5c3-f9835306c45a&amp;recruiter=993645843&amp;utm_source=share_petition&amp;utm_medium=copylink&amp;utm_campaign=share_petition&utm_source=rss&utm_medium=rss</strong></a><strong> </strong></p>
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		<title>&#8220;Scritture al sociale&#8221;: Sana Cheema. &#8220;L&#8217;ho uccisa io&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2018 07:42:13 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/lho-uccisa-io-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10677" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/lho-uccisa-io-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="571" height="116" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/lho-uccisa-io-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 571w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/lho-uccisa-io-2-300x61.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 571px) 100vw, 571px" /></a></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Patrzia Angelozzi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ha confessato il padre di Sana Cheema, la ragazza italo-pakistana residente a Brescia. Lo ha fatto solo dopo l’arrivo dei risultati dell’autopsia. Fino a quel momento aveva affermato, insieme alla complicità di qualche parente-conoscente, chela figlia, <b>sua figlia</b>, era deceduta per morte naturale.</p>
<p>Invece no, la ragazza è stata uccisa da lui, con l’aiuto di qualcuno, per strangolamento. Con una modalità così efferata da causarle la rottura dell’osso del collo.</p>
<p>Doveva sposare un uomo che aveva scelto lui. SUO PADRE. Un uomo pakistano in un matrimonio combinato. Anche il resto della famiglia era d’accordo…? O forse semplicemente non poteva intervenire? Sua madre, avrebbe potuto avere un ruolo in questa decisione imposta e dire la sua? Non credo.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/3719857_0844_sana.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10678" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/3719857_0844_sana.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="660" height="227" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/3719857_0844_sana.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 660w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/3719857_0844_sana-300x103.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></a></p>
<p>Era arrivata in Italia insieme alla sua famiglia all’età di 10 anni. Aveva frequentato le scuole, imparato la lingua del Paese ospitante e cresciuta in un contesto accogliente, faceva parte di un mondo lavorativo e sociale dove si sentiva inclusa.<br />
Non è bastato spostarsi, crescere, studiare. O forse solo lei aveva assimilato il senso dell’ evolversi e diventare donna libera di pensare e scegliere.</p>
<p><b>Non accade solo in Pakistan, abbiamo numeri, casi e vite anche nel nostro Bel Paese</b> che di bello, attualmente, conserva ben poco rispetto ai diritti. Soprattutto quelli riservati alle donne.</p>
<p><b>Abbiamo mondi femminili dove è lontana la libertà di pensiero, di azione. Esprimersi e scegliere diventa arduo e coraggioso. Tocca rischiare la vita o obbedire alla follia.</b></p>
<p><b>Confessano tutti o la maggior parte di loro</b>, sono quelli che non cercano il suicidio nell’immediatezza dei loro crimini.<br />
<b>Padroni con le mogli, Padroni con le figlie, le fidanzate, le compagne, le amanti. Padroni delle vite di queste donne.<br />
</b>Crescere negli anni un figlio, indipendentemente dal fatto che sia maschio o femmina e non riuscire a comprendere il concetto di rispetto verso l’individuo equivale a un delitto. Al quale si aggiunge troppo spesso la violenza, la morte.</p>
<p>Sana Cheema, sarà un altro simbolo. Rappresenterà la visione malata che appartiene ad altri mondi e anche al nostro. Aveva studiato e non bastava. Lavorava e non bastava. Gestiva un’agenzia di pratiche automobilistiche ed era autonoma. Non bastava.<br />
Doveva sposare un uomo scelto da suo padre.</p>
<p>Queste sono storie che devono essere raccontate nelle scuole, approfondite in un parallelo storia-contemporanea e Leggi. Evoluzione e diritti, affinché nascano dibattiti volti a sostenere le coscienze.</p>
<p>Sana Cheena aveva solo 25 anni e una vita davanti.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. La madre di Eva</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2018 07:44:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Eva non è più Eva. Eva, per i suoi diciotto anni, vuole diventare Alessandro. Eva e sua madre si recheranno in Serbia, dove l&#8217;illustre Dott. Radovic eseguirà l&#8217;intervento sul corpo di Eva. Eva, il&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Eva non è più Eva. Eva, per i suoi diciotto anni, vuole diventare Alessandro.</p>
<p>Eva e sua madre si recheranno in Serbia, dove l&#8217;illustre Dott. Radovic eseguirà l&#8217;intervento sul corpo di Eva. Eva, il nome della prima Donna&#8230;</p>
<p>Neo. Edizioni ha di recente pubblicato un romanzo potente, disturbante per la penna di Silvia Ferreri &#8211; giornalista oltre che scrittrice e qui alla sua prima opera letteraria &#8211; una scrittura che non teme di scendere nei particolari, di scavare sotto pelle e nelle anime.</p>
<p>Il punto di vista è, come recita il titolo, quello di una madre che vive il senso di colpa per aver messo al mondo una creatura &#8211; la sua &#8211; che rinnega il proprio genere. Una madre che sperava in una esistenza serena accanto alla figlia e al marito, comprensivo e accudente. Una madre che vive il desiderio e la necessità della figlia di diventare uomo come se fosse una condanna, una punizione.</p>
<p>Non c&#8217;è un momento di respiro nel racconto: ricordi felici dell&#8217;infanzia e del Passato si trasformano in un cammino sempre più buio, in cui le relazioni familiari si sgretolano, i rapporti sociali si inquinano, in cui sopraggiungono vergogna, rabbia, paura. “<i>Mi chiamò la preside perun colloquio urgente. Mi ritrovai seduta in un ufficio con quattro professori e una rappresentante dei genitori e mi sentii sporca. Non andarono per il sottile, mi dissero che per quanto si rendevano conto della problematica, il tuo comportamento non poteva essere accettato. Avrebbe creato disordine all&#8217;interno dell&#8217;istituto</i>”. La madre di Eva, archetipica, pur non accettando la situazione a cui deve far fronte, decide di proteggere la/il figlia/glio come una fiera con i suoi cuccioli e di accompagnarla nel suo viaggio verso la nuova identità.</p>
<p>Il romanzo della Ferreri non affronta solo il tema della questione di genere, ma in meno di 200 pagine, fà riflettere su molto altro: sul rapporto madri/figlie, sempre complesso, su una famiglia matriarcale inserita in una società maschilista. Parla dell&#8217;ingenuità o della cattiveria dei bambini (“<i>All&#8217;asilo ti inventasti di avere un gemello maschio. Così potevi essere tutto senza che nessuno ti chiedesse spiegazioni&#8230;</i>”), parla di tradimento e protezione; parla di un&#8217;altra donna Maddalena, la psicoterapeuta, che dà un nome all&#8217;esigenza profonda di Eva/Alessandro “disforia di genere”, ma che non classifica le persone come casi clinici, anzi le sorregge e le guida fino a che da crisalide non si trasformano in farfalle.</p>
<p>E c&#8217;è anche un padre, quello che una sera si reca sulla Salaria a parlare con un ragazzo trans e che torna dicendo che “gli aveva fatto schifo”, che piange, che vomita, ma che poi riesce a superare i propri pregiudizi e ad amare ancora di più il sangue del proprio sangue.</p>
<p>Al centro della narrazione c&#8217;è poi il corpo e su quel corpo una via crucis, un tormento, un martirio. La madre immagina ogni taglio, ogni ferita, ogni colpo inferto alle membra e agli organi della figlia e avverte su di sé il dolore e la sofferenza, come Maria con Gesù, ma è faticoso, per lei, credere in una Risurrezione. Ma la madre, dietro alla porta della sala operatoria, dirà: “Se anche Dio ti avesse abbandonato, io non lo avrei fatto”. Perchè si cresce insieme e per crescere, a volte, bisogna abbandonare una parte di sé.</p>
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		<title>Lettera e petizione del padre di Ahmed Tamini</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Feb 2018 07:36:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il processo all&#8217;attivista palestinese Ahmed Tamimi è slittato al 6 febbraio. Intanto il padre ha scritto una lettera e ha lanciato una petizione e Associazione per i Diritti umani chiede a tutte/i di firmarla.&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il processo all&#8217;attivista palestinese Ahmed Tamimi è slittato al 6 febbraio. Intanto il padre ha scritto una lettera e ha lanciato una petizione e <em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong> </em>chiede a tutte/i di firmarla. Grazie.</p>
<p><input name="cid" type="hidden" value="27228" /><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/66_medium_5a69e99ed5b92_631x316.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10083" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/66_medium_5a69e99ed5b92_631x316.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="631" height="316" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/66_medium_5a69e99ed5b92_631x316.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 631w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/66_medium_5a69e99ed5b92_631x316-300x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 631px) 100vw, 631px" /></a></p>
<div class="content-btm"></div>
<div class="open-letter-intro">Firma la lettera ai leader mondiali:</div>
<div class="open-letter-intro"></div>
<div class="open-letter-intro-quote"><i>&#8220;Chiediamo la liberazione di Ahed e di tutti i bambini e minori palestinesi detenuti ingiustamente nelle prigioni militari.</p>
<p>La comunità internazionale deve mettere fine ai maltrattamenti e alla detenzione di minorenni in queste carceri. Si è passato ogni limite.</p>
<p>Ad Ahed e a tutti gli altri ragazzi nelle prigioni militari israeliane: siamo con voi, e vi portiamo nel cuore. Non ci fermeremo finché non sarete liberi. Non siete soli.&#8221;</i></div>
<p><b>Maggiori informazioni</b>:</p>
<p>Un mese fa <b>i soldati sono entrati nella nostra casa nel cuore della notte per arrestare mia figlia 16enne</b>. Oggi è ancora rinchiusa in una cella al gelo.</p>
<p>Ho dedicato la mia vita alla resistenza civile. È per questo che ora l&#8217;esercito trattiene mia figlia: vogliono toglierci la speranza. Ma da 8 anni sono anche membro di Avaaz, e ho visto la forza e i risultati che può raggiungere la nostra comunità quando è unita contro l&#8217;ingiustizia.</p>
<p>Il caso della mia bambina va in aula tra pochi giorni, il 6 febbraio &#8212; ma nel 99% dei casi quando l&#8217;imputato è palestinese, anche se si tratta di ragazzi, i tribunali militari israeliani arrivano a una condanna. <b>Vi prego di unirvi al mio appello qui sotto, </b> &#8212; lo faremo arrivare direttamente ai leader di tutto il mondo.</p>
<p>Quando l&#8217;ho vista in tribunale era pallida e tremava, era in manette e sofferente. Avrei voluto piangere ma non potevo, dovevo essere forte per lei.</p>
<p>Poi il giudice ha negato il rilascio su cauzione e ora Ahed rischia di restare in prigione per mesi o anni prima ancora di arrivare a un processo. Non c&#8217;è ragione che giustifichi tutto questo! L&#8217;hanno portata via per aver schiaffeggiato un ufficiale armato fino ai denti, dopo che i soldati avevano sparato a suo cugino più piccolo fratturandogli il cranio. Ma invece di fare qualcosa per chi ha sparato a un bambino, se la prendono con mia figlia e ora la stanno accusando anche di altri 12 crimini.</p>
<p><b>Dal 2000 ad oggi sono stati arrestati oltre 12mila bambini e ragazzi palestinesi</b>! A prescindere dalla posizione di ognuno di noi su questo conflitto, nessun bambino dovrebbe finire in un carcere militare senza almeno un giusto processo, rischiando abusi di ogni tipo!</p>
<p>Sto contattando personalmente ambasciatori e consoli, ma <b>la mia voce da sola non basta</b>. Per questo vi chiedo di unirvi a me. Sappiamo che il tribunale militare non vuole attirare l&#8217;attenzione internazionale e che i politici israeliani vogliono evitare che la storia dei minori in carcere diventi uno scandalo pubblico. <b>Firma ora &#8212; abbiamo pochi giorni</b>.</p>
<p>La forza e la passione di questo movimento per la libertà, la giustizia e la creazione di un mondo migliore per i nostri figli mi hanno sempre ispirato. Per questo vi scrivo, perché so che se c&#8217;è qualcuno o qualcosa che può liberare Ahed e gli altri bambini incarcerati, è Avaaz.</p>
<p>Bassem Al-Tamimi con il team di Avaaz</p>
<p>PS: Il team di Avaaz ha preparato <a title="Link: https://avaazpress.s3.amazonaws.com/Child+Detention+Fact+Sheet_IT.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" href="https://avaazpress.s3.amazonaws.com/Child+Detention+Fact+Sheet_IT.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="nofollow">una scheda informativa</a> con un approfondimento sul trattamento dei minori palestinesi da parte dell&#8217;esercito israeliano. (In inglese, una traduzione in italiano sarà disponibile al più presto allo stesso link).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #ff0000;">Per firmare la petizione: https://secure.avaaz.org/campaign/it/free_ahed_global_loc/?slideshow&utm_source=rss&utm_medium=rss</span></p>
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		<title>&#8220;Orizzonte donna&#8221;. Jaha&#8217;s promise</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Dec 2017 11:27:19 +0000</pubDate>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;">di Ivana Trevisani</span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_3-500x500.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9966" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_3-500x500.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="500" height="500" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_3-500x500.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 500w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_3-500x500-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_3-500x500-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_3-500x500-160x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_3-500x500-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;">Dal titolo alla realtà, il film documentario di Patrick Farrelly e Kate O&#8217;Callaghan, ci restituisce la promessa mantenuta e onorata da Jaha </span><span style="font-size: large;">Dukureh</span><span style="font-size: large;">, una promessa fatta a se stessa ancor prima che a tutte le ragazze e donne che, come lei hanno dovuto subire una pratica e una consuetudine che segnano la vita di ogni donna costretta a patirle: mai più mutilazioni genitali femminili, mai più matrimoni infantili forzati.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Due pratiche che Jaha conosce molto bene per averle vissute su di sé, in Gambia, il suo paese natale, ancora bambina è stata sottoposta a mutilazione genitale e successivamente, a 15 anni portata dal padre a New York per sposarla ad uno sconosciuto di 45 anni, a cui era stata promessa dalla famiglia quando aveva 9 anni.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">La determinazione di Jaha a non accettare passivamente le ingiustizie, le consente dopo dieci anni di sottrarsi</span><span style="font-size: large;"> a quel matrimonio, e di costruirsi una nuova famiglia, con un altro compagno, scelto da lei e che con lei condivide l&#8217;idea di libertà femminile e la sostiene nel suo impegno al contrasto delle sopracitate pratiche.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">La sua tenacia e il sostegno del nuovo marito la incoraggiano a tornare in Gambia per condurre su campo la sua lotta, e proprio nel paese delle sue origini avvia e guida una campagna contro le pratiche che le hanno segnato la vita. </span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_4-500x500.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9967" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_4-500x500.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="500" height="500" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_4-500x500.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 500w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_4-500x500-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_4-500x500-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_4-500x500-160x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_4-500x500-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p><span style="font-size: large;">L&#8217;intelligenza di Jaha le fa tuttavia intuire che non sarebbe favorevole, per l&#8217;efficacia della lotta, chiudersi in un&#8217;enclave con sole donne, peraltro non sempre disposte ad accettare la sua posizione. Eccola quindi a cercare e perseguire un&#8217; alleanza anche con i maschi. esponendo e spiegando l&#8217;obbiettivo della sua lotta, per strada, con i giovani uomini che incontra e nella casa paterna dove, grazie all&#8217;accordo con il suo stesso padre, riesce nel fermo intento di salvare la sorellina neonata, sottraendola al disegno di mutilazione genitale della giovane madre, ultima moglie, che si rassegna a rinunciarvi a fronte della nuova decisione del marito. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Portare a discussione, senza animosità</span><i> </i><span style="font-size: large;">ma con inconfutabile pacatezza la questione è l&#8217;atteggiamento che ha consentito a Jaha non solo di raggiungere l&#8217;affermazione di un risultato favorevole della sua lotta per le donne le ragazze le bambine, ma mosso anche ad una consapevolezza dell&#8217;atrocità e dell&#8217;insensatezza di una pratica accettata per inerzia tradizionale e nell&#8217;ignoranza la stessa popolazione maschile. </span><i> </i></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_5-500x500.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9968" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_5-500x500.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="500" height="500" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_5-500x500.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 500w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_5-500x500-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_5-500x500-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_5-500x500-160x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/Jaha_5-500x500-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p><span style="font-size: large;">Jaha, con le alleanze e il sostegno femminili e maschili nell&#8217;intero paese, riesce a mettere anche le strutture di potere di fronte alle loro responsabilità, a pretendere rispetto per i diritti delle donne, bambine e ragazze e l&#8217;esito, a fronte di tanta lucida e indiscutibile richiesta, non può che essere positivo. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il 28 dicembre 2015 il governo del Gambia proibisce per legge le MGF (Mutilazioni Genitali Femminili), con la reclusione fino a tre anni di chi se ne renda responsabile e/o un&#8217;ammenda di 1200 euro, pari a 4 volte il salario medio, ottimo deterrente in un paese la cui popolazione non gode certo di diffuso benessere economico. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il 6 luglio 2016 inoltre, il governo del Gambia vieta i matrimoni forzati con minori e prevede il carcere per chi li contrae.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il film si rivela quindi, molto più che racconto, l&#8217;eccezionale affresco di uno straordinario riscatto sia individuale che sociale riuscito, che pur senza eluderla, ma anzi riconoscendola e affrontandola, ha potuto superare la tensione di un conflitto personale, familiare e politico.</span></p>
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		<title>Il silenzio pieno di significato di Padre Paolo Dall&#8217;Oglio</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jul 2017 06:40:05 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/07/padredalloglio3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9208" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/07/padredalloglio3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1000" height="496" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/07/padredalloglio3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/07/padredalloglio3-300x149.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/07/padredalloglio3-768x381.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a></p>
<p>Padre Paolo Dall’Oglio, il costruttore di ponti contro l&#8217;odio, le disuguaglianze, per la pace e il dialogo, anche religioso. La notte tra il 28 e il 29 luglio di quattro anni, fa , nel 2013, Padre Paolo è stato rapito. Non hanno mai rivendicato il suo sequestro.</p>
<p>“Quest’anno l’Adha, la festa del sacrificio alla fine del pellegrinaggio abramitico, cade pochi giorni prima di Natale. Da secoli i vicini di casa cristiani e musulmani si rendono vicendevolmente visita per le feste cogliendo l’occasione per riconciliarsi quando necessario. Perché non farlo anche in Italia? Magari con una telefonata prima: “Pronto? Parlo con il signor Mohammad? Volevo augurarle buona festa. Ha parenti al pellegrinaggio? Dio glieli riporti tutti a casa in buona salute&#8230;”. Parole scritte da Padre Paolo Dall&#8217;Oglio verso la fine dell&#8217;anno 2007 per dare il buon esempio, l&#8217;esempio di buone e semplici pratiche di rispetto e di convivenza.</p>
<p>Evitava le dottrine, si serviva della parola e del cuore per portare avanti il suo messaggio (e non solo, anche il suo progetto concreto) di armonia tra le confessioni, tra cittadini, fedeli e non in quella Siria martoriata, devastata dall&#8217;indifferenza (o forse no, dalla volontà) della comunità internazionale, ma anche fuori da quel Paese che oggi, forse, non potrebbe più riconoscere perchè non c&#8217;è più.</p>
<p>Dopo essersi espresso a favore del piano di pace dell’inviato dell’Onu Kofi Annan, il religioso è stato espulso proprio dalla Siria nel 2012, ma ha deciso di rientravi per il popolo siriano, per i popoli sottomessi ad una tirrania feroce e ad una violenza cieca e barbara. E da allora, da quattro lunghi anni, non si hanno notizie di un Uomo, di un intellettuale, oltre che di un servitore di Dio, il cui spessore fa sentire ancora di più il vuoto della sua mancanza, ma un vuoto che sarà sempre pieno di quei valori positivi che devono tornare a governare il mondo.</p>
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		<title>Dalla Siria in Italia per salvare la vita della figlia, ora rischia di lasciarla</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2016 06:56:55 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-590.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7192" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-590.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-590" width="376" height="641" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-590.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 376w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-590-176x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 176w" sizes="(max-width: 376px) 100vw, 376px" /></a></span></span></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">di Rossella Assanti  (che ringraziamo molto)</span></span></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">Mayar ha sei anni, è nata sotto il cielo infuocato della Siria, una folata di pace tra i venti di guerra. Affetta da una grave e rara patologia epatica, la glicogenesi con soli 28 casi al mondo e soli quattro trapianti, rischiava la vita due volte: una sotto le bombe, la seconda perché quella malattia le concedeva solo poche settimane di vita. Un pancino grande a causa della malattia, troppo per l’esile corpo di una bambina e anche per un adulto. Gli occhi castani, pieni di quella vita per cui mai hanno smesso di lottare. Colmi di speranza. Mayar dormiva seduta, era l’unico modo per evitare le crisi respiratorie. Aveva urgente bisogno di un intervento impossibile da effettuare in Siria. Partono le richieste di aiuto.</span></span></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-591.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7194" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-591.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-591" width="480" height="640" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-591.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 480w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-591-225x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER">
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">La sua storia arriva in Italia grazie all’appello lanciato dall’associazione milanese “Il cuore in Siria”. Da lì in poi una catena umana di solidarietà si è mossa fino a legarsi alla storia della piccola Mayar che, dopo essere sfuggiti alle bombe della loro città, aver attraversato Korkaya – nella provincia di Idlib – dove con la famiglia avevano trovato un rifugio temporaneo, sfidate le frontiere di Babalwa, circa sessanta chilometri di terra tra guardie, mine e minacce scie di una guerra senza limiti, permessi di espatrio, consumato mille chilometri, arrivano sino ad Istanbul. Da lì la Turkish Airlines aveva donato i voli per far sì che la famiglia approdasse in Italia, dove li attendeva l</span><span style="color: #1d1d1b;"><span style="font-size: large;">’ospedale Regina Margherita, che grazie al Dottor Roberto Calvo e l’ equipe del Dott. Salizzoni, aveva raccolto l’appello e si era detto pronto a inserire la piccola nella lista nazionale dei trapianti pediatrici. La Regione Piemonte per il caso aveva sbloccato un fondo di emergenza, destinato alle cure sanitarie dei profughi.</span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-589.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7193" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-589.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-589" width="481" height="641" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-589.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 481w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-589-225x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w" sizes="(max-width: 481px) 100vw, 481px" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d1d1b;"><span style="font-size: large;">Douina e Ghassan, i genitori della piccola, intrapresi i corsi d’italiano, si sono subito inseriti nel tessuto sociale del territorio torinese. I fratellini di Mayar frequentano la scuola. Pochi mesi fa il trapianto presso il Regina Margherita: il corpo fortunatamente non ha rigettato il nuovo fegato, ma i risvolti dell’operazione hanno portato dietro sé una serie di imprevisti e difficoltà che seguono un trapianto.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #1d1d1b;"><span style="font-size: large;">Ora la famiglia vive in una casa messa a disposizione provvisoriamente dall’associazione “Dimore San Giovanni”. </span></span><span style="color: #1d1d1b;"><span style="font-size: large;">Ghassan, 31 anni, era un elettrauto ad Aleppo. Lasciando la sua casa, distrutta dalle bombe, e accolto in Italia per salvare la vita di sua figlia, ha lasciato anche la sua occupazione in Siria. Ora necessita di un lavoro, disponibile a qualsiasi offerta, pur di sostenere la famiglia, per aiutare la figlia a proseguire i percorsi di cura, le visite ospedaliere, per poter dare a moglie e figli una casa dove riuscire a vivere senza il timore di doverla lasciare da un momento all’altro. </span></span></span></p>
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		<title>TISA (Accordo sul commercio dei servizi)</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Aug 2016 06:53:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alex Zanotelli &#160; &#160;                                                                           L’IDRA DALLE SETTE TESTE Il profeta dell’Apocalisse descrive la Roma Imperiale come la BESTIA dalle sette teste che rappresentano i sette imperatori. Anche il nostro Sistema economico-finanziario è una&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Alex Zanotelli</p>
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<p style="text-align: right;">                                                                          <strong>L’IDRA DALLE SETTE TESTE</strong></p>
<p>Il profeta dell’Apocalisse descrive la Roma Imperiale come la BESTIA dalle sette teste che rappresentano i sette imperatori. Anche il nostro Sistema economico-finanziario è una Bestia dalle sette teste che sono i sette importanti trattati internazionali (NAFTA, TPP,TTIP, CETA, TISA, CAFTA, ALCA), siglati per creare un mercato globale sempre più liberista sotto la spinta delle multinazionali e della finanza che vogliono entrare nei processi decisionali delle nazioni.</p>
<p>I trattati che ci interessano più direttamente ora sono il CETA(Accordo Commerciale tra Canada e Europa), il TTIP (Partenariato Transatlantico per il commercio e per gli investimenti) e il TISA (Accordo sul commercio dei servizi).Il CETA sta per essere ormai approvato , nonostante le tante contestazioni soprattutto per certe clausole pericolose che contiene. Abbiamo però ottenuto una vittoria: il Trattato dovrà passare al vaglio dei Parlamenti dei 28 paesi della UE, prima di entrare in funzione. E questo ci fa sperare che venga così sconfitto.</p>
<p>Anche per il TTIP sia gli USA che la UE vorrebbero concluderlo entro la fine dell’anno. Infatti nell’ultimo <u>round</u>  di negoziati tenutosi a Bruxelles dall’11 al 13 luglio, i delegati erano concordi nel voler firmare il Trattato prima della fine del mandato di Obama. Ma l’opposizione al TTIP è forte negli USA sia da parte di Trump che di Hillary Clinton, ma anche in campo europeo, da parte di F. Hollande. La posizione del governo Renzi invece è sempre più schierata  a favore dell’accordo. Ma è in crescendo in tutta Europa la resistenza all’accordo, soprattutto in Germania. Ma anche in Italia si sta rafforzando l’opposizione popolare, come abbiamo visto a Roma nella bella manifestazione del 7 maggio scorso. Questa resistenza al TTIP trova una nuova forza nell’intervento dei vescovi cattolici degli USA (USCCB) e delle Conferenze Episcopali Europee (COMECE) che hanno invitato i cattolici a valutare l’accordo sulla base di una serie di principi etici. “E’ cruciale che tutte le persone abbiano voce in capitolo in decisioni che riguardano le loro vite- scrivono i vescovi. La partecipazione va in particolare applicata ai negoziati del TTIP e per altri accordi commerciali. Questi dovrebbero svolgersi in sedi pubbliche e attraverso processi che assicurino che le voci provenienti dai settori più colpiti della società, possano essere ascoltate e i loro interessi riflessi…. In qualsivoglia accordo devono venire fuori. “ E’ l’opposto di quanto avviene con il TTIP. Possiamo dunque sperare in una vittoria:è troppo presto per dirlo. Dobbiamo continuare a rimanere vigili.</p>
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<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/DSC01077.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6575" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6575" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/DSC01077.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="DSC01077" width="768" height="576" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/DSC01077.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/DSC01077-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></p>
<p>Mi fa invece ancora più paura l’altra testa dell’idra: il TISA, il Trattato sul <u>Commercio dei servizi ,</u> come scuola, acqua, sanità! Si vuole la privatizzazione di tutti i servizi. Purtroppo si conosce poco di questo trattato e se ne parla poco. I negoziati sono in corso a Ginevra in grande segretezza. Vi partecipano i delegati delle 28 nazioni della UE e di 22 altre nazioni tra cui USA,Canada, Australia e Giappone. Gli interessi e gli appetiti sono enormi perché solo negli USA i servizi rappresentano il 75% dell’economia. Mentre la UE è il più grande esportatore di servizi nel mondo con milioni di posti di lavoro.Ora sappiamo qualcosa di più delle trattative in atto tramite le rivelazioni di Wikileaks. Tra i documenti troviamo una lettera dell’ambasciatore USA M. Punke, vice presidente per il commercio degli USA che propone ai negoziatori delle regole per la gestione dei documenti TISA i quali dovrebbero rimanere segreti per cinque anni a partire dall’entrata in vigore dell’accordo.In base ai documenti rilasciati da Wikileaks le nazioni che aderiranno al TISA potranno darsi le loro regole per il ‘mercato dei servizi’, ma dovranno <u>pubblicare con dovuto anticipo</u> queste regole. Questo permetterebbe alle multinazionali di fare i loro giochi. Sulle aziende di Stato, il TISA prevede che queste non possono dare la preferenza ai fornitori locali. Per di più ogni Stato dovrà fornire agli altri una lista di tutte le sue aziende di Stato con tutta una serie di informazioni su di esse. Lo scopo fondamentale di tutto questo è quello di permettere alle multinazionali e alla finanza di mettere le mani sui servizi, dall’acqua alla scuola. “I negoziati stanno procedendo a passo veloce e le parti del negoziato sono impegnate a concludere le trattative entro quest’anno”, così afferma Viviane Reding, attuale relatore della UE ai negoziati TISA. Ho molta paura che con il TTIP in difficoltà per il momento ( e questo anche grazie alla forte resistenza popolare), la Bestia non alzi l’altra testa , il TISA, il più pericoloso e minaccioso dei trattati in discussione. Rischiamo che i servizi fondamentali come quelli idrici, sanitari, educativi… finiscano nelle mani dei poteri economico-finanziari mondiali. Sarebbe la più grande vittoria del mercato globale. Non lo possiamo accettare. Dobbiamo tutti, credenti e laici, metterci insieme per dire No a questa Bestia dalle sette teste che vuole imporre il mercato globale neoliberista.(Per informazioni: <a href="http://www.stop-ttip-italia.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.stop-ttip-italia.net&amp;source=gmail&amp;ust=1471070602785000&amp;usg=AFQjCNGyr0tPJf3_UrC1rDptJwqM2vQ1MQ&utm_source=rss&utm_medium=rss">www.stop-ttip-italia.net?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>
<p>Insieme ce la possiamo fare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alex   Zanotelli</p>
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