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	<title>pellicola Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Una notte di 12 anni: Pepe Mujica e i suoi compagni nel film di Alvaro Brechner</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Feb 2019 08:23:45 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>Uruguay. Dopo un colpo di Stato, il fronte comunista viene sconfitto e al Potere si insedia l&#8217;estrema destra che avvia una dittatura militare. A questa si oppone un&#8217;ala armata, quella dei Tupamaros. La guerra tra le autorità del regime e i guerriglieri è aspra: un&#8217;operazione segreta interna ai servizi, una notte del 1973, porterà all&#8217;arresto di nove tupamaros. Nel film si racconta la storia di tre di loro, tra cui, Pepe Mujica, che diventerà uno dei più amati presidenti del Paese.</p>
<p>La loro detenzione è crudele, basata su violenze fisiche e psicologiche: molti i trasferimenti dalle celle di caserme sempre più isolate. Poche le visite dei parenti, ancor meno le uscite all&#8217;aperto. Qualche spiraglio di luce si intravede in piccoli gesti di solidarietà da parte dei secondini, nella volontà dei prigionieri di rimanere attaccati alla Vita, anche attraverso il gioco, nonostante le condizioni terribili in cui si trovano.</p>
<p>Resta, infatti, la loro strenua resistenza, quella del corpo e della mente, resistenza iniziata all&#8217;improvviso una notte e durata per lunghi, dodici anni. Dopo la liberazione, Pepe Mujica, Mauricio Rosencof e Eleuterio Fernàndez, hanno segnato, con il loro esempio, la Storia e la Politica dell&#8217;Uruguay, iniettando nello spirito della popolazione, l&#8217;importanza della ricerca di Giustizia.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/portada_mujica_1.jpg_1956802537.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12035" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/portada_mujica_1.jpg_1956802537.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="810" height="450" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/portada_mujica_1.jpg_1956802537.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 810w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/portada_mujica_1.jpg_1956802537-300x167.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/portada_mujica_1.jpg_1956802537-768x427.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 810px) 100vw, 810px" /></a></p>
<p>Una buia notte del &#8217;73, le abitazioni di militanti, guerriglieri e simpatizzanti comunisti vengono prese d&#8217;assalto. Botte, celle sporche, oscurità assoluta, silenzio: in questa dimensione fuori dal Tempo e dallo Spazio si muovono figure incerte, quelle di tre prigionieri tupamaros, trasferiti in una caserma del regime. Così parte la terza pellicola del regista uruguayano Alvaro Brechner, che qui racconta una delle pagine più feroci della dittatura, con uno sguardo interno e partecipe.</p>
<p>Il Sistema impone che ogni militare sorvegli i militanti affinchè non si rivolgano la parola, ma loro escogitano un codice preciso, quello di battere sul muro con il pugno e, così, riescono persino a impostare una partita a scacchi con l&#8217;ausilio dell&#8217;immaginazione.</p>
<p>Vengono trasferiti in anfratti scavati nella roccia, in cui non riescono nemmeno a stare in piedi, ma loro riescono anche a scrivere lettere d&#8217;amore. Difficile espletare i bisogni primari, se si è ammanettati con le braccia legate troppo in alto ed ecco che, allora, vengono scomodati comandanti, generali e sergenti. Una punta di sarcasmo per screditare l&#8217;autorità nella ferocia della sua ottusità.</p>
<p>L&#8217;obiettivo degli esponenti della dittatura non è quello di uccidere i membri dell&#8217;opposizione, ma di farli impazzire, di far loro perdere la ragione e l&#8217;umanità. La sceneggiatura del film – a cui ha partecipato lo stesso regista – invece, pone l&#8217;accento proprio sulla capacità di resilienza, su quell&#8217;aggrapparsi alla realtà anche quando fanno di tutto per allontanarla dalla coscienza. Ed è sufficiente, ad esempio, una sbirciata dal cappuccio che preclude la visione. Il mondo resta nella testa, nei pensieri, nel ricordi di chi è ancora fuori, in uno stato di semi libertà. Ed è per loro che si lotta, che si resta in vita.</p>
<p>Non c&#8217;è logica nelle vessazioni a cui i tre reclusi vengono sottoposti: l&#8217;obiettivo è la loro follia, ma la follia è propria delle autorità. I carcerieri obbediscono agli ordini, come spesso accade ed è accaduto in tutte le guerre e in tutti i regimi.</p>
<p>Un racconto lungo, forse un po&#8217; troppo, forse per rendere l&#8217;agonia di quei dodici anni trascorsi in balìa dell&#8217;arbitrarietà della violenza. Ogni tanto, un istante di allegria e di ironia per riportare alla Vita corpi e anime fiaccate, ma non sconfitte.</p>
<p>I toni e i generi si alternano: drammatico, lirico, anche thriller. La regia è presente, ma non invadente; il montaggio accompagna e insegue i protagonisti; ottima la scelta di usare, come commento musicale, il celebre pezzo “Sound of silence” portato al successo da Simon &amp; Garfunkel, ma qui cantata dalla voce suadente di Sìlvia Pèrez Cruz, per un omaggio all&#8217;armonia melodica latinomaricana che esalta l&#8217;emotività di ciò che si narra.</p>
<p>Interessante anche l&#8217;uso di inserti onirici, di flashback per l&#8217;andirivieni psicologico dei militanti dal Reale, ma che – come detto – vi si aggrappano con tutta la forza possibile.</p>
<p><strong>Una notte di12 anni</strong> (<strong>La Noche de 12 Años</strong>) riesce a far percorre allo spettatore quel lungo periodo che va dal 1973 al 1984 di Storia recente e diventa un documento necessario per rinfrescare la Memoria, Memoria che se però rimane sulla carta o su uno schermo, non è utile ad avviare un cambiamento. Il cambiamento deve avvenire, ogni giorno, dentro ciascuno di noi. Solo così ritroveremo la nostra umanità. E la abbracceremo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>TRAILER del FILM:</p>
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/UCxuT1bouSg?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Tre volti: il nuovo film di Panahi sull&#8217;Iran di oggi, la censura, i diritti delle donne</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 08:31:12 +0000</pubDate>
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<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/imm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-11760 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/imm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="150" height="214" /></a></b></span></p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>L&#8217;immagine mossa di una giovane donna in un video registrato con il cellulare: la donna si chiama Marziyeh e si sta appellando ad un&#8217;altra signora, un&#8217;attrice nota in tutto il Paese, affinchè convinca i suoi genitori a darle il permesso di realizzare il sogno di lavorare nel Cinema e nel Teatro. Altrimenti, dice Marziyeh, si toglierà la vita. La giovane donna vive reclusa in un piccolo villaggio rurale e arcaico.</p>
<p>L&#8217;attrice famosa, Behnaz Jafari, ascoltato il tragico messaggio, decide di abbandonare le riprese del film a cui sta lavorando, per andare in cerca della ragazza e verificare la veridicità del video. Inizia, così, un viaggio tra i villaggi dell&#8217;Iran profondo; un percorso effettuato in macchina, con alla guida lo stesso regista Jafar Panahi, durante il quale si intrecciano le vicende di altri personaggi, spesso femminili. Saranno, infatti, tre le donne protagoniste di questa storia, come tre sono i volti citati nel titolo. Ogni tappa del viaggio, su strade impervie e sempre più sterrate, rappresenta una riflessione sul tessuto politico-culturale del Paese.</p>
<p>L&#8217;attrice, quella importante, viene accolta dalla famiglia della ragazza e dalla comunità locale con tutti gli onori, ma a Marziyeh viene negata la possibilità di svolgere la sua stessa professione. Questo è il mistero che avvolge il racconto, ma non sarà l&#8217;unico.</p>
<p>Ha vinto l&#8217;Orso d&#8217;oro a Berlino nel 2015, Jafar Panahi, con il film intitolato <em>Taxi Teheran</em>. Torna nelle sale cinematografiche con il suo ultimo lavoro <em>Tre volti</em> in cui lui stesso si ritrova alla guida di un&#8217;automobile, personaggio diegetico e narratore di una vicenda che vede protagoniste tre donne, simboli della società iraniana contemporanea.</p>
<p>Prima di parlare del film, però, bisogna ricordare che Panahi si trova agli arresti domiciliari a causa del regime liberticida che vige nel Paese, ma la sua Arte riesce a sconfinare grazie alla tecnologia digitale e ai canali social. E <em>Tre volti</em> inizia proprio con un video, girato con un cellulare, che veicola un messaggio inquietante: se la giovane Marzyeh non riuscirà a realizzare il sogno di diventare attrice, si toglierà la vita. Questo è il motore di un viaggio nell&#8217;interno dell&#8217;Iran, tra i villaggi dove la cultura e la tradizione sono più arretrate rispetto alla capitale, Teheran.</p>
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/6VE4oZlepQo?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>La riflessione di Panahi, come sempre nei suoi ultimi film, non si ferma a sottolineare la differenza tra città e campagna, ma insiste sul tema della censura, a cui lui stesso è stato ed è sottoposto. Anche questa pellicola, infatti, è stata considerata “illegale” perchè, secondo le autorità, mina l&#8217;onorablità dell&#8217;Iran e degli iraniani: ed ecco, quindi, che i familiari e la comunità di Marzyeh non vogliono che lei esca dalle mura domestiche e dal recinto in cui è stata cresciuta perchè deve ricalcare lo stereotipo della “brava ragazza”, devota al parentado, senza pretendere alcun tipo di emancipazione. Ma c&#8217;è chi fa da contraltare, ed è l&#8217;attrice ormai affermata, Benhaz Jafar, che qui recita se stessa. Affermata sì, ma nel film reietta perchè lavorava in televisione prima dell&#8217;avvento della Rivoluzione khomeinista e ora viene disprezzata da tutti (torna il tema della censura).</p>
<p>Premiato all&#8217;ultima edizione del festival di Cannes per la Migliore Sceneggiatura, il film di Panhai rappresenta anche una riflessione sul Cinema e sulla differenza tra finzione e realtà: il regista, e attore, osserva il video inviato da Marzyeh e si interroga sulla sua veridicità, non vedendo stacchi nel montaggio. Qui si annida il primo dubbio, ma anche il nucleo del discorso: qualsiasi forma di rappresentazione non può mai essere identica al Reale e, quindi, veritiera. Come si può, quindi, condannare un artista? Il tema fondamentale diventa quello della libertà di espressione. Ma anche quello della manipolazione delle immagini e delle parole per fare propaganda o, comunque, per orientare l&#8217;opinione pubblica.</p>
<p>C&#8217;è, sicuramente, un omaggio al Maestro Abbas Kiarostami, ai suoi paesaggi quasi dipinti, ma le strade percorse dall&#8217;auto con i suoi viaggiatori sono quelle dei villaggi del nord-ovest, nella zona turcofona, dove affondano le radici del genitori e dei nonni di Panahi. Un omaggio anche alla sua famiglia di origine.</p>
<p>Strade in salita, acciotolate, difficili da percorrere, così come è difficile ottenere la tutela dei diritti fondamentali per le donne nella società iraniana. Donne riprese spesso in primo piano, mentre l&#8217;uomo (lui, Panahi) si fa riprendere di spalle, quasi a voler ammettere la propria rassegnazione di fronte al mancato sviluppo democratico della situazione politica  e a voler rimarcare il ruolo, negativo, della parte maschile nel tessuto sociale e nella vita delle mogli, figlie, sorelle&#8230;</p>
<p>Non abbiamo volutamente fatto cenno al terzo volto importante nella sceneggiatura; consigliamo, inoltre, di rimanere a guardare fino alla fine dei titoli di coda E poi ognuno farà le proprie considerazioni. E poi ognuno farà le proprie considerazioni.(Ricordiamo che i dialoghi italiani sono a cura di Babak Karimi).</p>
<p>&nbsp;</p>
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