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	<title>penitenziario Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>E&#8217; vietata la tortura: nuovo report dell&#8217;associazione Antigone</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jun 2023 08:44:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi pubblichiamo un approfondimento tratto dal nuovo report di associazione Antigone dal titolo: &#8220;E&#8217; vietata la tortura&#8221;. In calce, potrete leggere molto altro del rapporto uscito nei giorni scorsi. La rigida separazione tra donne&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>Oggi pubblichiamo un approfondimento tratto dal nuovo report di associazione Antigone dal titolo: &#8220;E&#8217; vietata la tortura&#8221;.</p>



<p>In calce, potrete leggere molto altro del rapporto uscito nei giorni scorsi. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="538" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-1024x538.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17005" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-1024x538.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-300x158.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-768x404.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-1536x807.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2000w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h4></h4>



<h4>La rigida separazione tra donne e uomini in carcere. “Cose di un altro mondo”</h4>



<p> di Valeria Polimeni </p>



<p></p>



<p>Che il carcere costituisca una sorta di “mondo a sé” non è certo una novità: in quanto istituzione totale, esso è infatti caratterizzato da precise e peculiari regole che scandiscono minuziosamente la vita dei detenuti, intente, almeno in teoria, ad assicurare l’ordine e la sicurezza interna. Ma se la particolare durezza di tali norme e pratiche può trovare giustificazione nelle specifiche caratteristiche che differenziano il contesto penitenziario dalla comunità libera, non sempre la diversa regolazione della vita delle persone ristrette rispetto a quelle libere appare a priori ragionevole.</p>



<p>Solo nel 10% degli istituti penitenziari a “composizione mista” si registrano attività in comune di tipo formativo, professionalizzante, culturale o sportivo</p>



<p>È il caso, per esempio, di quella prassi, riscontrata nella maggior parte degli istituti penitenziari lombardi ospitanti donne e uomini, di mantenere una rigida separazione tra detenuti di sesso opposto nella gestione della vita penitenziaria quotidiana. Guardando, infatti, ai dati relativi alle visite svolte durante l’attività dell’Osservatorio di Antigone effettuate su tutto il territorio nazionale nel corso dell’anno 2022 emerge come i momenti trattamentali intramurari comuni tra donne e uomini ristretti siano molto scarsi: solo nel 10% degli istituti penitenziari a “composizione mista” si registrano attività in comune di tipo formativo, professionalizzante, culturale o sportivo (seppure in miglioramento in confronto all’anno precedente, rispetto al quale il tasso di istituti visitati con sezioni femminili in cui erano previste attività “miste” si attestava al 4,3%).</p>



<p>Questi dati nazionali risultano confermati anche nella più circoscritta realtà lombarda: nelle case circondariali di Milano San Vittore e Como e nella casa di reclusione di Vigevano, ad esempio, non si rilevano momenti di “socialità mista” tra detenuti di sesso opposto. Circostanza che vale anche per gli istituti di Bergamo e Brescia-Verziano, fatta eccezione per le rare occasioni di incontro che riguardano solamente le attività teatrali nel primo caso e quelle scolastiche nel secondo. Anche se è interessante notare come nella casa di reclusione di Brescia sia prevista la possibilità per donne e uomini di prestare attività lavorativa presso una cooperativa per il confezionamento di cialde di caffè, ma su turni rigorosamente separati. Singolare risulta poi l’esperienza della casa di reclusione di Bollate, in cui, rispetto al passato, si riscontra oggi una maggiore chiusura all’integrazione tra donne e uomini nelle attività trattamentali miste. Le uniche opportunità che si muovono in tal senso sono attualmente costituite dal progetto “Commissione cultura”, formato da una persona detenuta per ogni reparto (compreso quello femminile) e deputato ad organizzare la realizzazione di progetti e attività culturali da svolgersi in istituto, nonché dal progetto “Redazione Carte Bollate”, che vede impegnati settimanalmente donne e uomini detenuti insieme. Dal punto di vista professionale e lavorativo poi solo nell’attività di call center è prevista una partecipazione mista di (tre) donne e uomini detenuti. Inoltre, nella seconda casa di reclusione di Milano la possibilità di svolgere colloqui privati tra detenuti di sesso opposto richiede, secondo una curiosa prassi ormai consolidata nel tempo, che tra i medesimi vi sia stato un precedente periodo di scambio epistolare di almeno quattro mesi (di cui due con bollo affrancato e due senza).</p>



<p>Questi sporadici progetti costituiscono però una vera e propria eccezione. Nelle strutture penitenziarie promiscue la regola di fondo rimane, infatti, quella della ferrea separazione tra donne e uomini.</p>



<p>Questi sporadici progetti costituiscono però una vera e propria eccezione. Nelle strutture penitenziarie promiscue la regola di fondo rimane, infatti, quella della ferrea separazione tra donne e uomini, a fronte di quanto previsto dall’art. 14, co. 6, ordin. penit., secondo cui, com’è noto, le donne devono essere ospitate in istituti separati da quelli maschili oppure in apposite sezioni di questi ultimi.</p>



<p>«Uomo in sezione!»</p>



<p>A conferma della permanenza di questa tradizionale prassi, fanno riflettere lo stupore e l’imbarazzo del personale penitenziario – spesso percepiti durante le suddette visite sul territorio lombardo – di fronte alla richiesta di informazioni circa le possibilità di socialità intramurarie tra donne e uomini detenuti nel medesimo istituto, quasi come se si trattasse di domande dal contenuto scandaloso. Non solo, in alcuni casi questa angoscia tra gli operatori penitenziari nel gestire la popolazione detenuta nel rapporto con l’altro sesso non sembra rivolta solo alla parte maschile della popolazione ristretta, ma anche nei confronti delle persone di sesso maschile provenienti dalla comunità esterna. Invero, in occasione di alcune visite condotte insieme ad altri volontari di Antigone di entrambi i sessi, si è avvertito un certo senso di ansia tra gli educatori e il personale di polizia penitenziaria che ci ha accompagnato durante l’attività di osservazione quando ad entrare in contatto con le detenute della sezione femminile dell’istituto fossero volontari uomini. Ciò si è reso evidente dal “grido di allarme” che in quella circostanza ha preceduto l’entrata in reparto della componente maschile del gruppo: «Uomo in sezione!».</p>



<p>Questa prassi, se può costituire ordinaria amministrazione per gli addetti al mestiere, appare però inconsueta a chi, da esterno, osserva i meccanismi propri delle istituzioni totali, soprattutto perché, in quelle occasioni, un medesimo segnale non è stato rilasciato quando lo stesso gruppo di volontari (donne e uomini) si è recato nelle sezioni maschili dell’istituto; né tale pratica è stata osservata in altri istituti lombardi con sezioni femminili quando a svolgere la visita era una delegazione di volontarie formata interamente da donne.</p>



<p>Ebbene, queste non rare reazioni dimostrano quanto nel mondo penitenziario sia ancora inimmaginabile garantire alcuni diritti e libertà, che sono invece pienamente affermati al di fuori delle mura del carcere. Ci si riferisce, ovviamente, a quella sfera di «diritti sommersi», tra cui, anzitutto, il diritto all’affettività e sessualità in carcere, il quale, dopo la nota sentenza costituzionale n. 301/2012, è oggi nuovamente tornato in auge a seguito della recente questione di legittimità costituzionale, sollevata dal magistrato di sorveglianza di Spoleto, dell’art. 18 ordin. penit. nella parte in cui non prevede che al detenuto sia consentito, quando non vi siano ragioni di sicurezza, lo svolgimento di colloqui intimi (anche a carattere sessuale) con la persona convivente non detenuta, stante il controllo a vista da parte del personale di custodia. Antigone è peraltro entrata nel giudizio presentando un proprio atto di intervento.</p>



<p>È chiaro che quella resistenza del nostro legislatore e dell’Amministrazione penitenziaria a riconoscere momenti e spazi di socialità tra donne e uomini ristretti nel medesimo istituto penitenziario è riscontrabile ancora di più nell’assenza di luoghi e istituti giuridici che garantiscano alla popolazione penitenziaria (maschile e femminile) il diritto all’affettività con i propri cari. Da questo punto di vista, peraltro, l’ordinamento penitenziario per adulti sembra discostarsi da quello minorile, per il quale è invece oggi prevista, grazie alla riforma Orlando, la possibilità di usufruire, ai sensi dell’art. 19 d.lgs. n. 121/2018, di «visite prolungate» all’interno di apposite unità abitative con i propri familiari o con altre persone con le quali sussista un legame affettivo. Eppure, nemmeno ciò varrebbe ad affermare che almeno per i detenuti minorenni sia avvenuto un superamento della logica di separazione sottesa al rapporto con l’altro sesso, considerato il caso del carcere di Pontremoli, unico istituto penale minorile italiano interamente costituito da popolazione femminile.</p>



<p>La forzata separazione tra i due sessi in carcere appare, quindi, espressione di quel perdurante e dannoso approccio infantilizzante alla popolazione detenuta, secondo cui quest’ultima viene concepita come oggetto del trattamento, piuttosto che come insieme di persone titolari di diritti</p>



<p>La forzata separazione tra i due sessi in carcere appare, quindi, espressione di quel perdurante e dannoso approccio infantilizzante alla popolazione detenuta, secondo cui quest’ultima viene concepita come oggetto del trattamento, piuttosto che come insieme di persone titolari di diritti. Tale prassi risulta poi pericolosa anche perché ha senza dubbio favorito il radicarsi nel tempo dell’idea del carcere come istituzione pensata anzitutto a forma d’uomo, alle cui regole le donne detenute devono, in via residuale, adeguarsi.</p>



<p>Guardando, infatti, alle disposizioni contenute nella legge o nel regolamento penitenziario ci si accorge di come, nonostante le Regole di Bangkok per il trattamento delle donne detenute<a><sup>1)</sup></a>, nel nostro ordinamento non vi sia alcuna attenzione alle specifiche condizioni e ai peculiari bisogni delle donne ristrette e ciò probabilmente anche a causa dell’esiguo numero che esse rappresentano rispetto al totale della popolazione detenuta (il solo 4,2 %). Una situazione, questa, che permane malgrado la citata riforma dell’ordinamento penitenziario del 2018, la quale è intervenuta sul menzionato art. 14, co. 6, ordin. penit., prevedendo che nelle sezioni femminili di istituti maschili vi sia una dimensione minima di donne detenute «in numero tale da non compromettere le attività trattamentali», e ha introdotto, all’art. 31, co. 2, ordin. penit., la possibilità anche per la popolazione femminile di far parte delle rappresentanze dei detenuti e degli internati.</p>



<p>Costituendo, le donne detenute una minoranza e non essendo consentito loro di partecipare alle attività pensate principalmente per gli uomini, si determinano evidenti disparità trattamentali tra i due sessi</p>



<p>Costituendo, quindi, le donne detenute una minoranza e non essendo consentito loro di partecipare alle attività pensate principalmente per gli uomini, si determinano evidenti disparità trattamentali tra i due sessi, come evidenziato, in particolare riferimento al carcere di San Vittore, anche nel rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti in occasione delle visite effettuate in alcuni istituti penitenziari italiani nel 2022. Differenziazioni in tal senso sono rinvenibili altresì nella casa circondariale di Como, in cui la maggior parte delle offerte di trattamento sono destinate ai detenuti di sesso maschile, non essendo prevista alcuna attività lavorativa, ricreativa, sportiva o culturale specifica per le sezioni femminili. Del resto, ciò è confermato dal&nbsp;<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">primo rapporto di Antigone sulle donne detenute in Italia</a>, secondo cui risulta davvero difficile enucleare dai dati sulle offerte trattamentali intramurarie quelli specificamente destinati alla popolazione femminile, a riprova della scarsità di attività di questo tipo.</p>



<p>Importanti differenze di possibilità risocializzative si riscontrano poi soprattutto rispetto alle attività scolastiche, a cui generalmente le detenute possono accedere per i soli gradi inferiori di istruzione.</p>



<p>Nonostante la previsione di cui all’art. 19, co. 3, ordin. penit., che assicura la parità di accesso alla formazione culturale e professionale per le donne detenute e internate, importanti differenze di possibilità risocializzative si riscontrano poi soprattutto rispetto alle attività scolastiche, a cui generalmente le detenute possono accedere per i soli gradi inferiori di istruzione (come i corsi di alfabetizzazione), mancando nella maggior parte dei casi spazi e numeri sufficienti a consentire l’attivazione di corsi di istruzione di secondo livello o di corsi di studi universitari.</p>



<p>Per evitare allora che il carattere minoritario della popolazione detenuta femminile venga utilizzato come pretesto per giustificare la penalizzazione di fatto di un’intera categoria di persone che spesso si traduce in una carenza di risorse e attività risocializzative, sarebbe forse opportuno che, nel ripensare un diverso modello di amministrazione detentiva, ci si spogli di regole eccessivamente anacronistiche e afflittive, le quali, richiedendo una gestione separata della popolazione mista, implicano anche una differenziazione delle opportunità di reinserimento sociale, con il risultato di renderle poi nettamente sbilanciate a favore della componente maschile. Peraltro, una differente gestione della popolazione penitenziaria all’interno delle strutture promiscue consentirebbe anche il definitivo superamento di quelle logiche che spesso portano alla genderizzazione delle poche attività presenti nelle sezioni femminili, secondo cui alle detenute vengono generalmente offerte solo quelle attività ritenute più confacenti al genere femminile (quali, per esempio, attività di sartoria, ricamo, lavanderia, pasticceria, giardinaggio, estetista o parrucchiera).</p>



<p>Pertanto, laddove le fondamentali esigenze di sicurezza lo consentano, sarebbe davvero utile, sotto diversi punti di vista, sostenere una normalizzazione delle attività c.d. “miste”, nonché della socialità tra donne e uomini del medesimo istituto, al pari di quanto accade, d’altronde, nel mondo libero: non potendo ravvisarsi nulla di scandaloso o immorale nel garantire alle persone private della libertà personale quei diritti la cui restrizione o negazione non trova alcuna giustificazione plausibile se non quella di un’ulteriore afflizione. Il principio di separazione espresso dal citato art. 14, co. 6, ordin. penit. non dovrebbe, dunque, intendersi in senso assoluto: per evitare che alcuni gruppi rimangano privi di opportunità risocializzative sarebbe comunque possibile (se non doveroso) ipotizzare attività che coinvolgano insieme categorie disomogenee tra loro. In questo senso, proprio per attenuare il forte divario che rende il carcere una sorta di universo a parte rispetto al resto della società, negli istituti a prevalenza maschile che ospitano sezioni femminili si potrebbe favorire l’organizzazione di attività diurne comuni, partendo, ad esempio, dal campo educativo e formativo attraverso l’istituzione generalizzata di classi miste, oppure nell’ambito delle manifestazioni religiose. Ciò implicherebbe certamente anche un ripensamento degli spazi – già insufficienti – da destinare alle attività trattamentali, nonché delle tipologie di queste ultime: affinché, nella regolamentazione della gestione della vita quotidiana detentiva così come nell’offerta di opportunità di reinserimento sociale, possa finalmente rivolgersi la dovuta attenzione anche alla componente femminile della popolazione penitenziaria ed evitarne così la sua progressiva marginalizzazione.</p>



<p>L’auspicio, allora, è che il tema del rapporto con l’altro sesso riceva una maggiore attenzione all’interno delle politiche di management penitenziario, non fosse altro che per le evidenti e concrete ripercussioni che esso ha sulle condizioni di vita intramuraria delle persone ristrette.</p>



<p>L’auspicio, allora, è che il tema del rapporto con l’altro sesso riceva una maggiore attenzione all’interno delle politiche di management penitenziario, non fosse altro che per le evidenti e concrete ripercussioni che esso ha sulle condizioni di vita intramuraria delle persone ristrette.</p>



<p><strong>Breve bibliografia</strong></p>



<p>Dalla parte di Antigone. Primo rapporto sulle donne detenute in Italia, pubblicato in&nbsp;<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>F. Brioschi,&nbsp;<em>Donne ai margini di un carcere che parla al maschile</em>, 10 marzo 2023, in&nbsp;<a href="https://ristretti.org/donne-ai-margini-di-un-carcere-che-parla-al-maschile?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://ristretti.org/donne-ai-margini-di-un-carcere-che-parla-al-maschile?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>G. Masullo, V. Fidolini,&nbsp;<em>Sessualità negate? L’eros negli istituti penitenziari</em>, in Salute e Società, n. 1/2018, pp. 27 ss.</p>



<p>Report to the Italian Government on the periodic visit to Italy carried out by the European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CPT) from 28 March to 8 April 2022, pubblicato in&nbsp;<a href="https://www.coe.int/it/web/portal/-/il-comitato-anti-tortura-pubblica-il-rapporto-sull-italia?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.coe.int/it/web/portal/-/il-comitato-anti-tortura-pubblica-il-rapporto-sull-italia?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>S. Ronconi, G. Zuffa,&nbsp;<em>La prigione delle donne. Idee e pratiche per i diritti</em>, Roma, 2020</p>



<p>S. Talini,&nbsp;<em>L’affettività ristretta</em>, in M. Rutolo, S. Talini (a cura di), I diritti dei detenuti nel sistema costituzionale, Napoli, 2017, pp. 198 ss.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><th scope="row"><a>↑1</a></th><td>La Regola 1 delle Regole delle Nazioni Unite per il trattamento delle donne detenute stabilisce che: «Affinché sia messo in pratica il principio di non discriminazione, sancito dalla regola 6 delle Regole Minime per il trattamento dei detenuti, bisogna tener conto delle esigenze peculiari delle donne detenute per l’attuazione delle presenti regole. Le misure adottate per soddisfare tali necessità nella prospettiva della parità di genere non devono essere considerate discriminatorie».</td></tr></tbody></table></figure>



<p>PER LEGGERE IL REPORT: https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Quelle telefonate che ti &#8220;riattacano&#8221; alla vita</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Apr 2023 08:06:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani sottoscrive e divulga il seguente appello lanciato da Sbarre di zucchero Lettera aperta ai direttori penitenziari e, per conoscenza, al Capo DAP, dottor Giovanni Russo Al Direttore della Direzione&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>Associazione Per i Diritti umani sottoscrive e divulga il seguente appello lanciato da Sbarre di zucchero</p>



<p></p>



<p>Lettera aperta ai direttori penitenziari</p>



<p>e, per conoscenza, al Capo DAP, dottor Giovanni Russo</p>



<p>Al Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento, dottor Gianfranco De Gesu</p>



<p>Quelle telefonate che ti “riattaccano alla vita”</p>



<p>In un Paese in perenne emergenza, le uniche emergenze che quasi nessuno vuole vedere sono quelle che riguardano il carcere. Eppure è appena finito l’anno dei record, 84 suicidi, mai così tanti, e questa è una emergenza vera perché la gente sta morendo in carcere.</p>



<p>Sostiene uno dei massimi esperti di suicidi, lo psichiatra Diego De Leo, che certo prevenire i suicidi è molto difficile, ma almeno si può cercare di creare una forma di protezione: “Aumentare le opportunità di comunicazione e le connessioni con il mondo ‘di fuori’ non solo renderebbe più tollerabile la vita all’interno dell’istituto di detenzione, ma sicuramente aiuterebbe nel prevenire almeno alcuni dei troppi suicidi che avvengono ancora nelle carceri italiane”.</p>



<p>Quelle telefonate che sono un’accelerata agli affetti delle persone in carcere.</p>



<p>Scrive un detenuto: “Poter telefonare ogni giorno a casa aveva aiutato la mia famiglia a ritrovarsi. Ora ritornare da una telefonata al giorno a una telefonata a settimana di dieci minuti significa riperdersi. Questo periodo lo ricorderemo con i miei cari per esserci persi di nuovo”.<br>Secondo l’articolo 15 dell’Ordinamento penitenziario il trattamento del condannato e dell&#8217;internato è svolto anche “agevolando opportuni contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia”. Ma quei contatti sono invece una miseria: 10 minuti di telefonata a settimana e 6 ore di colloquio al mese, che vuol dire che un genitore detenuto può dedicare al figlio al massimo tre giorni all’anno.</p>



<p>Il Covid ha portato ulteriore isolamento e sofferenza, e anche le prime rivolte, i morti, la paura. Ma per fortuna qualcuno ha capito che non era la criminalità organizzata a far esplodere le carceri, ma l’angoscia e la rabbia delle persone detenute, spaventate di essere lasciate sole e di non sapere nulla del destino dei loro cari. E si è trovata l’unica soluzione accettabile, dare un’accelerata agli affetti delle persone in carcere introducendo “il miracolo” delle videochiamate e la forza che ti viene dalle telefonate quotidiane. E così le persone si sono ritrovate a chiamare casa molto più spesso, in alcune carceri anche ogni giorno, e a rivedere le loro case e le famiglie lontane con le videochiamate.</p>



<p>Gentili direttori, non è motivo “di particolare rilevanza” l’aver chiuso il 2022 con 84 suicidi?</p>



<p>“Radio carcere” dice che le telefonate a breve potrebbero non essere più quotidiane o comunque molto frequenti, ma noi non ci crediamo. Non vogliamo credere che i direttori, che hanno la possibilità di concedere più telefonate per motivi “di particolare rilevanza”, rinuncino a un potere, che per una volta è davvero un “potere buono”, di far star meglio le persone detenute, e soprattutto le loro famiglie. Certo, per chi ha figli minori dovrebbe restare in ogni caso la telefonata quotidiana, prevista dalla legge, ma tutti quei figli maggiorenni che per anni hanno avuto a disposizione solo dieci miserabili minuti settimanali per parlare con un genitore detenuto, perché devono essere di nuovo penalizzati dopo aver faticosamente ricostruito delle relazioni famigliari decenti con la chiamata quotidiana (o comunque molto frequente)?<br>Gentili direttori, non fateci tornare al peggio del passato, usate il vostro “potere” per prevenire i suicidi con quello straordinario strumento che può essere sentire una voce famigliare nel momento della sofferenza e della voglia di farla finita. Oltre alle videochiamate sostitutive dei colloqui e in numero non inferiore, lasciate le telefonate in più, in nome dell’emergenza suicidi, e anche per dare continuità a quella che la Corte Costituzionale nell’ordinanza N.162/2010 definisce la “progressività che ispira il percorso rieducativo del detenuto e che è tutelata e garantita dall’art. 27 della Costituzione, attraverso la previsione della finalità rieducativa della pena”.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1019" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-1019x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16940" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-1019x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1019w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-768x772.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1080w" sizes="(max-width: 1019px) 100vw, 1019px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="666" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-666x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16941" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-666x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 666w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-195x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 195w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-768x1180.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-999x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 999w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1041w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /></a></figure>



<p>Ornella Favero<br>Ristretti Orizzonti<br>Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia<br>Sbarre di zucchero<br>Gustavo Imbellone<br>Associazione A Roma Insieme &#8211; Leda Colombini<br>Associazione Per I Diritti Umani<br>Associazione Recidiva Zero<br>Francesco Pulpito<br>Licia Rita Roselli<br>Micaela Tosato<br>Associazione Loscarcere<br>Grazia Grena<br>Franca Garreffa<br>Donatella Corleo<br>Massimiliano Menozzi<br>Avv. Carlotta Toschi<br>Marco Costantini<br>Claudio Leone<br>Maria Teresa Caccavale<br>Associazione Happy Bridge<br>Ivano Bianco<br>Stefano Petrella<br>Antonio Sauchella<br>Moreno Zoli<br>Carla Benfenati<br>Associazione Lacasadellalbero<br>Giampaolo Zampieri<br>Arrigo Cavallina<br>Associazione Il Carcere Possibile Onlus<br>Tonino Di Toro<br>Monica Oliviero<br>Associazione Areyoureading?<br>Associazione Un Filo Rosso<br>Associazione Station to Station<br>Stefania Ghezza<br>Stefania Putelli<br>Nicola Dettori<br>Avv. Franco Villa Osservatorio Carcere UCP<br>Franco Greco<br>Associazione Catena in Movimento Onlus<br>Cooperativa Catena in Movimento 2.0<br>Imam Monhsen<br>Mauro Bini<br>Mirko Zorzi<br>Giampaolo Manca<br>Associazione Insieme Per Ricominciare Odv<br>Eleonora Rodella<br>Antonella Guastini<br>Sonia Paolini<br>Michele Nardi<br>Giovanni Arcuri<br>Gioacchino Onorati<br>Luigi Fontana<br>Altea Vaccaro<br>Francesco Crema<br>Stefania Anarkikka Spanò<br>Anarkikka<br>Associazione Diritti D&#8217;autore<br>Riccardo Sindoca<br>Quintino Duma<br>Nadia Palombi<br>Gruppo Padre Pio volontari a Rebibbia Reclusione<br>Assunta Onorato<br>Angela Castellino<br>Luca Zambon<br>Federico Osman<br>Monica Bizaj<br>Maurizio Mazzi<br>CRVG del Veneto<br>Piera Marziali<br>Avv. Enrica Giordano<br>Carmela Cioffi<br>MariaPia Giuffrida<br>Anna Maria Repichini<br>Susanna Ronconi<br>Associazione Sapere Plurale Torino<br>Marco Mareschini<br>Cecilia Scolari<br>Ahmed Abdelrahman<br>Grazia Zuffa<br>Società della Ragione Onlus<br>Emanuela Amato<br>Cosp Coordinamento Sindacale Penitenziario Cosp Bari<br>Emanuela Belcuore Garante delle persone private della libertà personale Città di Caserta<br>Samuele Ciambriello Garante delle persone private della libertà personale Regione Campania<br>Carmelo Musumeci<br>Annarosa Lorenz<br>Dialdim Abdelrahman<br>Avv. Enrico Marignani<br>Cinzia Cerullo<br>Carla Cecchi<br>Angela Verde<br>Bianca Verde delegata di Sinistra Italiana alle politiche sociali e pari opportunità Napoli<br>Associazione Damm<br>Associazione Sgarruppato<br>Associazione Spartak San Gennaro<br>Ida Petricci<br>Marcella De Girolamo<br>Luisa Ravagnani Garante delle persone private della libertà personale Città di Brescia<br>Padre Vittorio Trani Cappellano Carcere di Regina Coeli Roma<br>Associazione&nbsp;<a href="http://vo.re.co/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vo.Re.Co</a>&nbsp;Roma<br>Don David Maria Riboldi Cappellano Casa Circondariale di Busto Arsizio<br>La Valle di Ezechiele Cooperativa sociale<br>Fabrizio Maiello<br>Marie Verducci</p>



<p>Per sottoscrivere come singole persone o associazioni inviare adesione via mail a&nbsp;<a href="mailto:sbarredizucchero@gmail.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sbarredizucchero@gmail.com</a></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://fonts.gstatic.com/s/e/notoemoji/15.0/1f534/72.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="&#x1f534;"/></figure>



<p>La lettera verrà inviata via PEC a tutte le direzioni degli Istituti Penitenziari italiani<br>Al Presidente della Repubblica italiana Mattarella<br>Al Ministro della Giustizia Nordio</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Antigone onlus presenta il rapporto di metà anno: numeri e criticità delle carceri italiane</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jul 2019 08:26:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Presentato il rapporto di metà anno: numeri e criticità delle carceri italiane da www.antigone.it Lo sorso 25 luglio è stato presentato un rapporto attraverso il quale abbiamo voluto fotografare il sistema penitenziario italiano in&#46;&#46;&#46;</p>
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<h2><a href="https://www.antigone.it/news/antigone-news/3238-numeri-e-criticita-delle-carceri-italiane-nell-estate-2019?utm_source=rss&utm_medium=rss">Presentato il rapporto di metà anno: numeri e criticità delle carceri italiane</a></h2>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="594" height="350" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/carceri-italiane.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12805" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/carceri-italiane.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 594w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/carceri-italiane-300x177.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 594px) 100vw, 594px" /></figure>



<p>da <a href="http://www.antigone.it?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.antigone.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>Lo sorso 25 luglio è stato presentato un rapporto attraverso il quale abbiamo voluto fotografare il sistema penitenziario italiano in questi primi mesi del 2019. Ciò che emerge è il perdurare dello stato di sovraffollamento. Al 30 giugno 2019 i detenuti ristretti nelle 190 carceri italiane erano 60.522. Negli ultimi sei mesi sono cresciuti di 867 unità e di 1.763 nell’ ultimo anno. Il tasso di sovraffollamento è pari al 119,8%, ossia il più alto nell’area dell’Unione Europea, seguito da quello in Ungheria e Francia. Il Ministero della Giustizia precisa che i posti disponibili nelle carceri italiane sono 50.496, un dato che non tiene conto delle sezioni chiuse. Ce ne sono ad Alba, a Nuoro, a Fossombrone e in tantissimi altri istituti. Il carcere di Camerino è vuoto dal terremoto del 2016 ma tutti i posti virtualmente disponibili sono conteggiati. Secondo il Garante nazionale delle persone private della libertà alla capienza attuale del sistema penitenziario italiano vanno dunque sottratti almeno 3.000 posti non agibili. A Como, Brescia, Larino, Taranto siamo intorno a un tasso di affollamento del 200%, ossia vivono due detenuti dove c’è posto per uno solo. Nel 30% degli istituti visitati dalla nostra associazione in questi primi mesi dell&#8217;anno sono state riscontrate celle dove non era rispettato il parametro minimo dei 3 mq. per detenuto, al di sotto del quale si configura per la giurisprudenza europea il trattamento inumano e degradante.</p>



<p>Questo aumento del sovraffollamento, al di là dei luoghi comuni agitati da alcune parti politiche, non è dovuto ad un aumento della criminalità, in particolare quella straniera. Infatti, da una parte, il numero di reati è in costante calo e anche gli ingressi in carcere sono in conseguente diminuzione. Il numero più alto di detenuti si spiega con l&#8217;aumento delle durata delle pene, frutto anche delle politiche legislative degli ultimi anni. Gli stranieri in carcere poi, negli ultimi 10 anni, sono diminuiti del 3,68%. Se nel 2003 ogni 100 stranieri residenti regolarmente in Italia l’1,16% degli stessi finiva in carcere, oggi la percentuale è scesa allo 0,36%.</p>



<p>Dalla nostra osservazione si evidenzia come la vita in carcere stia peggiorando. Questa è fatta di momenti di socialità, di occasioni di dialogo e di crescita culturale, di rapporti con i familiari e con l’esterno. Nonostante questo nel 30% delle carceri visitate non risultano spazi verdi dove incontrare i propri cari e i propri figli. Solo nell’1,8% delle carceri vi sono lavorazioni alle dipendenze di soggetti privati. Nel 65,6% delle carceri non è possibile avere contatti con i familiari via skype, nonostante la stessa amministrazione e la legge lo prevedano. Nell’81,3% delle carceri non è mai possibile collegarsi a internet. Inoltre alcune recenti circolari hanno previsto dei cambiamenti in peggio poco giustificabili soprattutto nella stagione estiva, quale ad esempio l’obbligo di tenere spenta la televisione dopo la mezzanotte. Non permettere ai detenuti di guardare la tv quando fa caldo, si fatica a prendere sonno e durante il giorno si è sempre stati nella cella a oziare significa contribuire a innervosire il clima generale. In alcuni istituti penitenziari inoltre stanno chiudendo i corsi scolastici e per molti detenuti non sarà possibile frequentarne dal prossimo anno scolastico.</p>



<p>Il peggioramento della qualità della vita si ripercuote anche sul numero dei suicidi. Il 2018 fu un anno drammatico e nel 2019, quelli che si sono verificati negli istituti di pena italiani, sono già 27.</p>



<p>La soluzione dinanzi a questa situazione di affollamento &#8211; e a tutto ciò che questa comporta &#8211; non può essere rintracciata nella costruzione di nuovi istituti. Primo perché sarebbe una soluzione a lungo periodo, secondo perché i costi sarebbero elevatissimi e, almeno ad oggi, non sembrano esserci le necessarie coperture finanziarie.&nbsp;Da una analisi di Antigone emerge infatti che, a copertura delle disposizioni dell’art. 7 del Decreto Semplificazione, ci sarebbero circa 20 milioni derivanti dalla legge di Bilancio del 2019 e una quota non specificata di 10 milioni derivanti dal Fondo per l’attuazione della riforma dell’ordinamento penitenziario. Se si considera che il Piano Carceri del 2010 aveva uno stanziamento di circa 460 milioni di euro e che alla fine del 2014 ne sono stati spesi circa 52 per la realizzazione di 4.400 posti, è facile capire come meno di 30 milioni di euro in due anni non sarebbero lontanamente sufficienti. Inoltre nuove carceri significa rafforzare il personale e le opportunità trattamentali senza le quali questi posti in più servirebbero solo a “stoccare” più detenuti. Anche in questo caso dunque bisognerebbe prevedere ingenti risorse aggiuntive al bilancio dell&#8217;amministrazione penitenziaria che, già oggi, è di circa 3 miliardi di euro all&#8217;anno.</p>



<p>Bisognerebbe dunque investire sulle alternative alla detenzione e nel rendere la custodia cautelare un istituto utilizzato solo nei casi dove essa è realmente necessaria. Sotto questo punto di vista la buona notizia è che rispetto allo scorso anno il tasso di persone presenti in carcere in attesa di condanna definitiva è diminuito di quasi due punti, attestandosi al 31,5%. Un dato però ancora lontano dalla media Europa del 21% circa.</p>



<p>Molti altri dati sono riportati nel nostro rapporto di metà anno consultabile&nbsp;<a href="https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/PreRapporto2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">a questo link</a>.</p>
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		<title>Norme e normalità: Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale suggerisce i provvedimenti per una migliore tutela dei diritti dei detenuti</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Feb 2018 10:12:38 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2018/02/04/norme-e-normalita-garante-nazionale-dei-diritti-delle-persone-detenute-o-private-della-liberta-personale-suggerisce-i-provvedimenti-per-una-migliore-tutela-dei-diritti-dei-detenuti/">Norme e normalità: Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale suggerisce i provvedimenti per una migliore tutela dei diritti dei detenuti</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/25678567-mano-in-prigione-.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10097" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/25678567-mano-in-prigione-.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="450" height="300" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/25678567-mano-in-prigione-.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 450w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/25678567-mano-in-prigione--300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>Standard di detenzione non minimi, bensì elementari; questi i contenuti della raccolta “<a href="http://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/5ee050da96a72e6d311420e816e3921e.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">Norme e Normalità</a>” presentata nella conferenza stampa del 29 Gennaio dal Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Si tratta una lavoro in progress, come ha sottolineato lo stesso presidente dell’ufficio del Garante, Mauro Palma, perché raccoglie in un unico volume le raccomandazioni relative ai 59 Istituti Penitenziari per adulti che il Garante ha visitato in quasi due anni di attività e perché con il proseguire delle visite aumenteranno le raccomandazioni che definiscono gli standard.</p>
<p>I luoghi di privazione della libertà personale che cadono sotto il monitoraggio del Garante, nonostante abbiano caratteristiche comuni, sono profondamente diversi fra loro. Per questo motivo gli standard raccolti si riferiscono alla realtà specifica degli Istituti Penitenziari. A questo volume ne seguiranno altre che comprenderanno gli standard relativi ad altri luoghi di detenzione.</p>
<p>Per rilevare le criticità, il Garante ha definito una check list comprendente tutte le aree soggette al monitoraggio che viene utilizzata durante tutte le visite agli Istituti Penitenziari. Gli standard contenuti nel volume corrispondono alle aree monitorate dalla check list, ovvero: condizioni materiali e igieniche delle strutture detentive, attrezzatura e utilizzo degli spazi comuni, sezioni e camere particolari, sezioni a regime detentivo speciale ex articolo 41-bis o.p., qualità della vita detentiva, gestione delle criticità, prevenzione e gestione della radicalizzazione, regime penitenziario, tutela dei diritti, diritto alla salute e sua tutela, registri, personale.</p>
<p>Come il Garante ha tenuto a precisare durante la conferenza stampa, le raccomandazioni non solo vincolanti per le amministrazioni a cui sono indirizzate, ma rappresentano un importante strumento orientato al miglioramento delle condizioni di detenzione. Anche per questo motivo gli standard contenuti nel volume sono definiti come elementari e non minimi, in quanto gli standard minimi sono quelle soglie al di sotto delle quali i diritti dei detenuti sono a rischio di violazione; al contrario, gli standard elementari sono soglie più alte che mirano a un miglioramento progressivo delle condizioni di vita in carcere.</p>
<p>Una delle questioni evidenziate durante la conferenza stampa e definita in “Norme e Normalità” come “uno dei punti più critici della normale vita detentiva” è il mancato rispetto del principio di territorializzazione della pena nel caso dei trasferimenti. Per questo motivo il Garante ha raccomandato all’Amministrazione Penitenziaria di istituire un tavolo di lavoro al fine di elaborare delle linee guida che definiscano dei criteri chiari per il trasferimento dei detenuti.</p>
<p>Un’altra delle criticità a cui il volume fa riferimento <a href="http://www.antigone.it/news/antigone-news/2971-%20non-isoliamo-i-diritti-la-campagna-di-antigone-per-la-riforma-dell-isolamento?utm_source=rss&utm_medium=rss">è l’isolamento</a>. I problemi riscontrati dal Garante includono la sovrapposizione dell’isolamento come sanzione disciplinare ai regimi quali il 14-bis o.p., la sovrapposizione del regime ex 41-bis o.p. all’isolamento diurno previsto dall’articolo 72 del codice penale, e l’applicazione di più provvedimenti ravvicinati  di esclusione delle attività in comune che possono sfociare in un isolamento continuo. Le raccomandazioni hanno come obiettivo di evitare queste situazioni che configurano una violazione dei diritti dei detenuti.</p>
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<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10096" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/Garante_Nazionale_Norme_e_normalità.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1600" height="1200" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/Garante_Nazionale_Norme_e_normalità.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/Garante_Nazionale_Norme_e_normalità-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/Garante_Nazionale_Norme_e_normalità-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/Garante_Nazionale_Norme_e_normalità-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
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<p>Le  raccomandazioni non solo vincolanti per le amministrazioni a cui sono indirizzate, ma rappresentano un importante strumento orientato al miglioramento delle condizioni di detenzione. Anche per questo motivo gli standard contenuti nel volume sono definiti come elementari e non minimi, in quanto gli standard minimi sono quelle soglie al di sotto delle quali i diritti dei detenuti sono a rischio di violazione; al contrario, gli standard elementari sono soglie più alte che mirano a un miglioramento progressivo delle condizioni di vita in carcere.</p>
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		<title>Fine pena: ora. Intervista al giudice e senatore Elvio Fassone</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Nov 2017 08:35:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il suo giudice. Non è un romanzo di invenzione, né un saggio sulle carceri, non enuncia teorie, ma si chiede come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato. Una storia vera, un’opera che scuote e commuove.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9798" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="224" height="313" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 224w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2-215x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 215w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stiamo parlando del romanzo<em> Fine pena: ora</em> del giudice e senatore Elvio Fassone che ringraziamo tantissimo per la disponibilità e gentilezza nel rispondere alle nostre domande.</p>
<p>Il romanzo nasce da una storia vera: ce la può raccontare e può spiegare perchè ha scelto la forma narrativa – e non saggistica – per riflettere sul tema della giustizia riparativa?</p>
<p align="JUSTIFY">La forma narrativa mi è parsa la più appropriata per almeno due ragioni.</p>
<p align="JUSTIFY">La prima è data dal momento in cui è maturata la mia decisione: fu il giorno stesso in cui mi giunse la lettera con la quale Salvatore mi annunciava che la settimana prima aveva tentato il suicidio impiccandosi. Mi venne naturale chiedermi che cosa potessi mai fare per lui, e mi risposi che l&#8217;unica cosa concreta era raccontare la sua vicenda e la sua disperazione. Non potevo certamente pensare ad un saggio levigato e filosofico, buono al più per qualche biblioteca o convegno. C&#8217;era carne viva in gioco, un secondo gesto tragico era nell&#8217;ordine delle cose possibili, forse probabili. Tirai fuori lo scatolone delle lettere e scrissi il libretto in due o tre settimane.</p>
<p align="JUSTIFY">La seconda ragione è che questa storia è diversa da tutti gli altri libri sul carcere. La letteratura penitenziaria è amplissima, e contiene molte pagine belle: alcune &#8211; la memorialistica &#8211; sono scritte dal protagonista, che è o che è stato in carcere; altre &#8211; la saggistica &#8211; sono redatte da scrittori, giornalisti, studiosi, che intendono denunciare la realtà carceraria; e tutte si propongono di far sapere all&#8217;esterno quanto sia dolorosa e dura la prigione. “Fine pena: ora” è diverso, perché è costituito da materiale che, quando fu creato, non pensava neppure lontanamente di diventare un libro.</p>
<p align="JUSTIFY">Salvatore, quando mi scriveva, non voleva convincere nessuno, nemmeno me. Dalle sue lettere non si aspettava nulla. Non da me, che ormai ero uscito dal processo e quindi dalla sua sorte; e non dall&#8217;esterno, perché io ero l&#8217;unico destinatario, e lui lo sapeva. Lui non mi chiese mai nulla, se non qualche consiglio, o chiarimento su questioni giuridiche; e nemmeno io gli chiesi mai nulla, meno che meno informazioni sul suo ambiente.</p>
<p align="JUSTIFY">Se avessi scritto un saggio, avrei dato vita all&#8217;ennesima doglianza esplicita sul carcere. Non era quello il mio scopo: io avevo tra le mani una miniera straordinaria, dovevo solo darle voce pubblica (beninteso con il permesso di Salvatore, che ottenni non senza qualche fatica). Era una voce genuina, non corrotta da alcuna intenzionalità, da alcun obiettivo. Persino come epistolario questa raccolta è anomala, perché compaiono solo le sue lettere, non le mie, che avrebbero guastato l&#8217;atmosfera e il clima. Credo sia per questo che il libretto è stato accolto bene da così tante persone.</p>
<p>Credo sia interessante anche una riflessione sulla forma epistolare: permette una maggiore libertà di espressione, una maggiore confidenza, utile per un viaggio nell&#8217;interiorità di entrambi i protagonisti?</p>
<p align="JUSTIFY">Penso di avere già risposto in larga parte. La forma epistolare non solo permette una maggior libertà di espressione, ma è genuina ed autentica (a meno che uno dei corrispondenti si proponga sin dall&#8217;inizio di destinare poi il carteggio alla dimensione pubblica, ma non fu questo il caso).</p>
<p align="JUSTIFY">Devo però aggiungere, per smorzare entusiasmi non giustificati, che questa corrispondenza non produsse una profonda confidenza, nonostante la sua durata trentennale. Lo scrissi in una pagina del libro: “ci scriviamo da tanti anni, ma ci conosciamo poco ….”: ma nemmeno quell&#8217;invito sortì un grande effetto. Credo che ciò sia dovuto al fatto che eravamo entrambi bloccati, per motivi diversi. Salvatore perché penso sia restio ad analizzare la sua parte emotiva o sentimentale: c&#8217;è in lui un vissuto tragico nell&#8217;età giovanile che vuole espressamente dimenticare, e che fa da freno ad ogni auto-analisi e quindi ad ogni apertura. Ed io per un rispetto dovuto all&#8217;asimmetria delle nostre posizioni. Per quanto dicessi e volessi, io ero pur sempre il magistrato, l&#8217;autorità, l&#8217;artefice delle situazioni: ogni mia sollecitazione ad aprirsi, sia pure su territori personali e non legati all&#8217;ambiente, poteva essere vista come un&#8217;invadenza indebita. Un paio di inviti molto misurati, da parte mia, non ebbero risposta se non minima, e desistetti. Ciò non toglie che una conoscenza abbastanza profonda sia maturata in entrambi, ad onta del silenzio su temi intimi, perché anche un parlare lontano da questa sfera, alla lunga finisce con il manifestarla. Almeno lo credo e lo spero.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1134.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9799 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1134.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="249" height="216" /></a></p>
<p>Il percorso del Perdono per chi ha commesso reati gravi è possibile, ma richiede tempo: quali sono le fasi che lo rendono possibile?</p>
<p align="JUSTIFY">Il perdono, come lo dobbiamo intendere correttamente, è una relazione tra offeso ed offensore, quindi è un fatto estraneo al nostro rapporto. Paradossalmente, era se mai Salvatore a dovermi “perdonare”, poiché io ero la causa istituzionale delle sue sofferenze: ma lui sgombrò subito il campo da questa ambiguità, perché nella prima lettera, in risposta alla mia accompagnata dal dono di un libro, mi scrisse: “presidente, io lo so che lei mi ha dato l&#8217;ergastolo perché lo dice la legge, ma lei nel suo cuore non me lo voleva dare; e io la ringrazio e le dico che che farò come lei mi consiglia ….”.</p>
<p align="JUSTIFY">Allora, se ci spostiamo nel territorio della maturazione interiore, il concetto di “perdono” si accompagna, anzi di regola deve essere preceduto, da quello di “pentimento”. “Perdono” e “giustizia”, &#8211; ha scritto Paul Ricoeur &#8211; possono conciliarsi solamente tenendo distinti i due piani, il primo concernendo il livello delle relazioni interpersonali, il secondo la sfera dei rapporti sociali o istituzionali. Il perdono nell&#8217;ambito istituzionale non esiste, se non come insieme degli istituti di mitigazione della pena inflitta, nelle situazioni previste dalla legge (dall&#8217;indulto alla semi-libertà, dalla liberazione condizionale al permesso premio, ad altre forme ancora).</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa diversa è il per-dono da parte dell&#8217;offeso, cioè, a ben guardare, il dono massimo che un individuo può offrire, perché è la rinuncia ad un impulso profondo ed innato, ed esprime la sua capacità di superare il proprio risentimento in nome della com-passione. La legge, su questo piano, si astiene dall&#8217;intervenire, pur considerando positivamente l&#8217;avvenuto perdono quando si tratta di mitigare la pena attraverso gli istituti di legge.</p>
<p align="JUSTIFY">Il perdono da parte della legge (che può manifestarsi nelle forme dette sopra) ha un diverso percorso e una diversa fisionomia: esso è tarato su una disposizione della nostra Costituzione, la quale afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Perciò le forme anzidette di mitigazione della pena vengono praticate nella misura in cui si ritiene che la rieducazione sia avvenuta.</p>
<p align="JUSTIFY">Ora il sintomo più convincente di questa rieducazione è il pentimento, cioè il rifiuto dei valori e dei modelli che hanno generato il delitto, per far posto all&#8217;accoglimento di valori positivi. Quando ciò avvenga è difficile dire con certezza, poiché si tratta di un percorso interiore: ma vari sintomi sono affidabili; e soprattutto l&#8217;esperienza offre una ragionevole certezza che il tempo lavora l&#8217;interiorità di ciascuno, perché tutti siamo attraversati dal tempo, e con il tempo cambiamo: nelle nostre cellule, che in parte si rinnovano ogni giorno, e nei nostri orientamenti, che mutano con la maturazione legata al tempo dell&#8217;espiazione.</p>
<p>Lo sgrammaticato Salvatore e il giudice, competente e sensibile, fanno parte della stessa umanità, ma uno dei due l&#8217;ha persa per un certo periodo della propria vita. Quali norme carcerarie andrebbero riviste per garantire la giustizia e recuperare il detenuto?</p>
<p align="JUSTIFY">Salvatore e il giudice sono in effetti esponenti di mondi molto diversi. Ma il loro contatto realizza, senza che nessuno dei due se sia proposto e senza che lo abbia neppure pensato, il tipo di incontro desiderabile tra chi ha commesso il delitto e la comunità esterna.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;ergastolo, a pensarci, è una pena terribile, anche se non ha la crudeltà spaventosa dei supplizi. Significa che non è più permesso sperare. Noi possiamo sopportare una sofferenza anche grande se ci afferriamo al tempo necessario perché essa abbia termine. Può essere un mese, un anno, anche dieci o vent&#8217;anni, ma sappiamo che, se ci aggrappiamo a quel terminale, ogni giorno ingoiato ci avvicina se non altro alla sua fine.</p>
<p align="JUSTIFY">Nell&#8217;ergastolo, nel “fine pena: mai”, questo non accade. Il futuro desiderabile non esiste. Tutto il resto della nostra esistenza sarà così, estraneo a noi stessi. Per questo la lettera del giudice, frutto di un gesto impulsivo e poi replicata in una corrispondenza anch&#8217;essa senza fine, assume il significato di un patto tacito, mai esplicitato e neppure percepito all&#8217;inizio: tu, Salvatore, sei chiamato ad affrontare una prova durissima, ai limiti delle forze umane; io ti accompagnerò, tu resisterai. I due mondi lontani possono incontrarsi in questa dimensione.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma allora &#8211; è la domanda conseguente &#8211; se l&#8217;ergastolo è questa pena spaventosa, è davvero necessario conservarlo? Di più: è davvero necessario il carcere medesimo?</p>
<p align="JUSTIFY">Molti rispondono di no. Abolire il carcere è una richiesta che ritorna da decenni, perché il carcere non rieduca, perché chi lo subisce esce peggiore anziché migliore, e per altre varie motivazioni. Poi, però, anche chi enuncia queste tesi, messo di fronte a crimini ripugnanti, ammette che “in certi casi” il carcere è inevitabile.</p>
<p align="JUSTIFY">Per i delitti gravi non si può chiedere alla comunità di perdonare o di dimenticare subito: il crimine è un trauma profondo, occorre del tempo perché il corpo sociale elabori il lutto, e perché chi lo ha commesso ne avverta l&#8217;orrore. C&#8217;è un tempo del delitto e c&#8217;è un tempo dell&#8217;espiazione. Solo con il tempo la comunità elabora il lutto e diventa disponibile a riconoscere l&#8217;umanità dell&#8217;espiante, solo con il tempo il condannato accoglie un diverso modo di guadare il mondo e le relazioni con i suoi simili.</p>
<p align="JUSTIFY">Dunque si può dire che in presenza di condotte che offendono profondamente il sentire etico di una comunità, una sanzione è necessaria, e fino ad oggi non si è riusciti a pensare a niente di meglio del carcere, essenzialmente perché la libertà personale è l&#8217;unico bene che tutti posseggono, e la cui privazione può essere modulata in ragione della gravità del delitto commesso.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma la comunità che, per il tramite dell&#8217;istituzione, infligge il carcere, deve poi chiedere anche a se stessa di essere capace di riaccogliere il carcerato quando sarà mutato. Perciò deve seguire il percorso del condannato, e modulare la pena in funzione di quel percorso, oltre che accompagnarlo in quella pesante traversata del tempo. In parte avviene già, ma molte rigidità possono essere attenuate.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa è la prima riforma, che passa non tanto attraverso norme nuove, quanto attraverso una maturazione culturale collettiva. Il detenuto, prima o poi, tornerà in mezzo ai suoi simili: è interesse di tutti che non vi torni esacerbato e indurito dalla pena, ma cresciuto ed accolto nella sua dimensione di cittadino.</p>
<p align="JUSTIFY">In secondo luogo, occorre condurre uno sforzo maggiore per ridurre la pena carceraria, sostituendola con altre forme di sanzione quando essa non è assolutamente necessaria</p>
<p align="JUSTIFY">Pertanto, abbandonate ipotesi radicali impraticabili, la cosa più ragionevole, è quella di trovare un&#8217;intesa su quali crimini giustifichino il carcere; a quali altri si addicano sanzioni intermedie, che limitano la libertà ma non totalmente e non in forme detentive (sono molte, e i più non lo sanno: la detenzione domiciliare, l&#8217;affidamento in prova, la libertà controllata, le prestazioni di pubblica utilità: la quantità di soggetti che scontano una di queste sanzioni è oggi di dimensioni comparabili a quella che è soggetta alle pene intra-murali); e che cosa sia opportuno fare una volta ridotta all&#8217;essenziale la quantità di delitti cui si conviene il carcere.</p>
<p align="JUSTIFY">Fra tutte queste tipologie di sanzioni quelle che hanno un reale valore rieducativo, e soprattutto producono un senso di riconciliazione con la comunità esterna, sono le prestazioni di pubblica utilità: esse infatti trasmettono un significato di restituzione, e quindi di riconciliazione con la comunità; e solo esse possono applicarsi anche a situazioni di media gravità, e non bagattellari, come oggi avviene, graduando la vigilanza in proporzione alla necessità. Ma il tutto esige uno sforzo organizzativo che evidentemente non si riesce a mettere in piedi, posto che da decenni la richiesta viene apprezzata ma non soddisfatta.</p>
<p align="JUSTIFY">Se fosse praticato su più larga scala, questo tipo di sanzione produrrebbe un deciso sfoltimento delle prigioni, e di riflesso un innalzamento del livello di trattamento del residuo cui si continuerebbe ad applicare la detenzione intra-murale.</p>
<p align="JUSTIFY">Chissà che la vicenda di Salvatore, e l&#8217;inevitabile domanda che essa suscita sull&#8217;opportunità o meno di conservare l&#8217;ergastolo, non riesca a produrre una maturazione collettiva, e soprattutto un&#8217;azione in questa direzione.</p>
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		<title>Una morte dignitosa anche per i detenuti di &#8220;serie B&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jun 2017 07:18:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le pronunciazioni della Cassazione, nei giorni scorsi, hanno scatenato un dibattito molto partecipato. Che un boss, sotto regime di 41 bis, possa essere mandato ai domiciliari perché molto malato, non ci sembra possibile. Ci&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le pronunciazioni della Cassazione, nei giorni scorsi, hanno scatenato un dibattito molto partecipato.</p>
<p>Che un boss, sotto regime di 41 bis, possa essere mandato ai domiciliari perché molto malato, non ci sembra possibile.</p>
<p>Ci pare possibile, invece, garantire la morte dignitosa anche a un detenuto come un Riina, ma in una struttura carceraria per rispetto delle sentenze di ergastoli plurimi a cui è stato condannato, per rispetto dei parenti delle vittime delle stragi da lui volute e fatte compiere.</p>
<p>La Giustizia non è vendetta. Ma deve essere certa.</p>
<p>Per non parlare, poi, di tutti gli altri detenuti, ammassati negli istituti penitenziari, spesso senza validi motivi, come i migranti, sbattuti dentro per reati amministrativi: dove sono per loro le tutele e le garanzie sanitarie o giuridiche? Ma di questo ci occuperemo presto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco per voi la vignetta delle sempre grande La Carruski!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/untitled-1030.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8949" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/untitled-1030.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="466" height="641" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/untitled-1030.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 466w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/untitled-1030-218x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 218w" sizes="(max-width: 466px) 100vw, 466px" /></a></p>
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		<title>Salviamo Leonard Peltier: attivista a favore dei nativi indiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Sep 2016 08:04:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Lo scorso 12 settembre dalle 18 alle 20 si è svolta una manifestazione a Milano davanti al consolato USA per la liberazione dell’indiano Leonard Peltier :  https://it.wikipedia.org/wiki/Leonard_Peltier Andrea, un attivista venuto da Barcellona, ci ha  raccontato&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/th-88.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6880" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6880" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/th-88.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (88)" width="296" height="221" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo scorso 12 settembre dalle 18 alle 20 si è svolta una manifestazione a Milano davanti al consolato USA per la liberazione dell’indiano Leonard Peltier :  <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Leonard_Peltier?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://it.wikipedia.org/wiki/Leonard_Peltier?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p>Andrea, un attivista venuto da Barcellona, ci ha  raccontato al microfono episodi tragici della vita degli indiani e di Leonard. Leonard è veramente una bella figura che ha lottato per i diritti degli indiani; pochi giorni fa ha compiuto  72 anni, di cui  41 trascorsi in prigione  senza aver commesso il delitto, come appurato durante il processo ( è  stato accusato di aver ucciso  due militari).</p>
<p>ORA dobbiamo continuare la pressione perché Obama firmi la sua liberazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/th-89.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6881" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-6881 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/th-89.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (89)" width="145" height="136" /><br />
</a></p>
<p>Se Obama non firma, come ha detto lo stesso Peltier, la paura che la sua vita finisca tra quelle mura è altissima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questi ultimi mesi di legislatura di Obama continuiamo a fare  alcune  piccole cose:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>°   scrivere al presidente Obama, anche semplicemente  FREE LEONARD PELTIER</p>
<ul>
<li>Email President Obama: <a href="http://www.whitehouse.gov/contact/submit-questions-and-comments?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.whitehouse.gov/contact/submit-questions-and-comments&amp;source=gmail&amp;ust=1473925622362000&amp;usg=AFQjCNHRismDpsveGvgcRmkPqslUEjdcLA&utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.whitehouse.gov/contact/submit-questions-and-comments?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>;</li>
<li>Postare un commento sulla pagina Facebook di Obama: <a href="https://www.facebook.com/potus/?fref=ts&amp;hc_location=ufi&utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://www.facebook.com/potus/?fref%3Dts%26hc_location%3Dufi&amp;source=gmail&amp;ust=1473925622362000&amp;usg=AFQjCNG1ZuIgdgHvJ3yx68uN4YqUhMM5yA&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.facebook.com/potus/?fref=ts&amp;hc_location=ufi&utm_source=rss&utm_medium=rss</a>or message him at <a href="https://www.facebook.com/whitehouse?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://www.facebook.com/whitehouse&amp;source=gmail&amp;ust=1473925622363000&amp;usg=AFQjCNF-EjxX4EZHPRAC05NQ4K2i-7UcGg&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.facebook.com/whitehouse?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>(or <a href="https://m.me/whitehouse?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://m.me/whitehouse&amp;source=gmail&amp;ust=1473925622363000&amp;usg=AFQjCNEOwERPrXo6aKS4LVtLwhc22J1nMQ&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://m.me/whitehouse?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>); maggiori info sul sito ufficiale: <a href="http://www.whoisleonardpeltier.info/?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.whoisleonardpeltier.info/&amp;source=gmail&amp;ust=1473925622363000&amp;usg=AFQjCNFQ1cIYKn565fURhANlBx-iNJH11w&utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.whoisleonardpeltier.info/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;<em>Con circa 2,2 milioni di detenuti, la percentuale di incarcerazione degli Stati Uniti è seconda nel mondo solo alle Seychelles: gli Usa, che rappresentano circa il 4,5% della popolazione del pianeta, hanno oltre il 25% dei prigionieri, circa<strong> un milione di origine afro-americana</strong>.</em>&#8221;</p>
<p>Articolo completo:</p>
<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/28/carceri-private-negli-usa-stop-al-rinnovo-dei-contratti-fine-di-un-business-da-18-miliardi-che-imbarazza-clinton-e-trump/2999156/?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/28/carceri-private-negli-usa-stop-al-rinnovo-dei-contratti-fine-di-un-business-da-18-miliardi-che-imbarazza-clinton-e-trump/2999156/&amp;source=gmail&amp;ust=1473925622363000&amp;usg=AFQjCNHGwPmQ0ZJG3OOtyW3NDMqUEyaaPA&utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/28/carceri-private-negli-usa-stop-al-rinnovo-dei-contratti-fine-di-un-business-da-18-miliardi-che-imbarazza-clinton-e-trump/2999156/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La casa del nulla: una riflessione sugli istituti penitenziari e un esempio di letterartura carceraria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2015 05:14:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Naria Giuliano e Rosella Simone sono le autrici del libro intitolato La casa del nulla (Milieu edizioni) opera sospesa tra storia orale, letteratura carceraria, racconto corale e&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
&nbsp;</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
&nbsp;</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
&nbsp;</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
&nbsp;</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
&nbsp;</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://1.bp.blogspot.com/-indOrr7snSk/Va-UJqX-MLI/AAAAAAAAC7s/O6LURHBSXMM/s1600/unnamed%2B%2528137%2529.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" height="400" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/07/unnamed-%28137%29.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="266" /></a></div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://1.bp.blogspot.com/-O-OTfLdP92U/Va3wHDUlpiI/AAAAAAAAC7Y/cq_jLPHMXjY/s1600/51NgW5YMp8L._SX329_BO1%252C204%252C203%252C200_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""></a>&nbsp;</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
&nbsp;</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Naria<br />
Giuliano e Rosella Simone sono le autrici del libro intitolato <i>La<br />
casa del nulla </i>(Milieu<br />
edizioni) opera sospesa tra storia orale, letteratura carceraria,<br />
racconto corale e antropologico. Pubblicato per la prima volta a metà<br />
degli anni ottanta da Tullio Pironti, e riproposto in una versione<br />
ridotta nel 1997 con il titolo &#8220;I duri&#8221;, il testo ha avuto,<br />
come i suoi autori, diverse vicissitudini, ma rimane un testo<br />
fondamentale per capire gli anni settanta-ottanta e conserva ancora<br />
oggi una freschezza narrativa inossidabile.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Abbiamo<br />
rivolto alcune domande a Rosella Simone che ringraziamo.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Il<br />
libro racconta storie ambientate nelle carceri degli anni &#8217;70, anni<br />
difficili per il nostro Paese: qual era la popolazione carceraria<br />
dell&#8217;epoca ? E quali relazioni si instauravano tra le mura degli<br />
istituti?</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Era<br />
una popolazione carceraria particolare e rispecchiava, come sempre fa<br />
il carcere, la società di allora. Nelle carceri speciali appena<br />
istituite erano stati concentrati due soggetti diciamo<br />
“nuovi”: ”terroristi” e rapinatori. Le istituzioni ritenevano<br />
che le regole durissime di quel carcere (colloqui con i vetri, arie<br />
d’aria ridotte all’osso, perquisizioni corporali….) e mettere<br />
insieme soggetti così apparentemente diversi avrebbe creato<br />
conflitti e piegato gli irriducibili. Non fu così. Proprio le<br />
condizioni brutali in cui erano costretti a vivere i detenuti creò<br />
una saldatura, una solidarietà, una amicizia, tra politici e banditi<br />
che fece detonare il circuito carcerario italiano.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Facciamo<br />
un paragone tra le condizioni di vita all&#8217;interno dei luoghi di<br />
detenzione di ieri e in quelli di oggi&#8230;</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Il<br />
carcere è cambiato ma non è detto che sia sempre e solo in meglio.<br />
La carcerazione è differenziata e c’è chi può avere accesso alle<br />
pene alternative, andare a scuola, fare teatro e chi è chiuso<br />
nell’orrore del 41 bis. Di recente mi sono occupata del caso di un<br />
carcerato rinchiuso a Sulmona, Domenico Belfiore ergastolano in<br />
carcere da 32 anni, con un tumore all’intestino che,<br />
andato in coma, era<br />
stato ricoverato con urgenza, operato e rimandato immediatamente in<br />
carcere deve nel giro di pochi giorni è ritornato, ovviamente, in<br />
coma. Fortunatamente siamo venuti a saperlo e c’è stata una<br />
mobilitazione che ha portato alla concessione degli arresti<br />
domiciliari. Ma quanti i casi di cui non si sa niente?</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Non<br />
sono contraria al carcere attenuato ma non posso giustificare,<br />
neanche per un capomafia alla Reina, una detenzione che equivale, per<br />
me, alla tortura.
</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Tra<br />
l’altro è proprio questa differenziazione che crea nei soggetti<br />
detenuti un processo di desolidarizzazione. Se io aspiro al premio (e<br />
non dico che non sia legittimo) dovrò guardarmi da stringere<br />
amicizie o essere solidale con chi gode fama di “cattivo”. E un<br />
carcere dove non c’è solidarietà tra i reclusi è un carcere dove<br />
si vive molto male.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Com&#8217;è<br />
nata l&#8217;idea di scrivere questo libro?</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
E’<br />
una storia vecchia di 30 anni. Nell’agosto del 1985 Giuliano Naria,<br />
allora mio marito (abbiamo divorziato nel 1993), (condannato per<br />
banda armata denominata Brigate rosse e accusato, poi assolto, del<br />
delitto del Procuratore della Repubblica di Genova Francesco Coco)<br />
dopo un durissimo sciopero della fame che lo aveva portato a pesare<br />
40 chili e dopo aver scontato 9 anni e sei mesi aveva ottenuto gli<br />
arresti domiciliari a Garlenda, un paesino dell’entroterra ligure<br />
nella casa che era dei mia nonna e che avevo dato in uso a i suoi<br />
genitori. Io lo avevo raggiunto lasciando Milano e il lavoro di<br />
giornalista. Era una bella cosa ma cosa ci facevamo lì? Non ci<br />
amavamo più così tanto da fare un figlio ma un libro forse potevamo<br />
provare a farlo. Avevamo a disposizioni personaggi straordinari da<br />
far impazzire di gioia qualsiasi aspirante scrittore! Giuliano era il<br />
narratore che sa guardare il carcere con ironia e gusto del<br />
paradosso, io l’intervistatrice. L’idea era raccontare la<br />
brutalità del carcere ma senza piagnistei, volevamo racconti<br />
scanzonati anche nella tragedia. Volevamo raccontare <u>persone</u>,<br />
non criminali o terroristi. Persone curiose, sbruffone, prepotenti,<br />
generose, crudeli anche e, soprattutto, non volevamo dare giudizi.<br />
Quelli li aveva già dati la legge.
</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Il<br />
testo fa fare una riflessione anche sull&#8217;utilità del carcere: qual è<br />
la sua opinione in merito?</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
L’obbiettivo di<br />
fondo per cui è stato scritto il libro è far si che chi lo legge si<br />
chieda: a cosa serve il carcere? Credo, credevamo, che il carcere non<br />
sia riformabili e, come da tempo insiste il mio amico Vincenzo<br />
Guagliardo, e fortunatamente non solo lui, che dovremmo liberarci<br />
dalla necessità del carcere.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Si<br />
tratta di storie che, da una parte, attingono alla realtà e, da<br />
un&#8217;altra, sono romanzate: perchè questa scelta?</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Il<br />
libro è firmato da due persone ma in realtà è un canto corale e<br />
tutti i personaggi citati ne sono in qualche modo gli autori. E’ un<br />
documento di storia orale, storia raccontate come intorno a un<br />
bivacco (molti racconti sono nati all’Asinara a celle distrutte),<br />
dove ciascuno racconta la sua di storia e magari la abbellisce,<br />
omette, confonde. Non sono la verità ma sono più che vere.</p>
</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
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		<title>Il punto di Antigone sulla situazione carceri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Feb 2014 06:14:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 28 gennaio scorso si è svolto a Milano un incontro, presso l&#8217;Urban Center, in cui si è discusso ancora del problema del sovraffollamento delle carceri italiane e, in particolare della situazione dei detenuti&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il 28<br />
gennaio scorso si è svolto a Milano un incontro, presso l&#8217;Urban<br />
Center, in cui si è discusso ancora del problema del<br />
sovraffollamento delle carceri italiane e, in particolare della<br />
situazione dei detenuti negli istituti penitenziari della Lombardia.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
“Siamo<br />
una Regione molto particolare dal punto di vista carcerario” ha<br />
affermato Valeria Verdolini, presidente lombardo dell&#8217;Associazione<br />
Antigone “ con ben 19 diversi istituti detentivi. Un fenomeno di<br />
grandi dimensioni, quindi, ma al quale è possibile approcciarsi in<br />
maniera costruttiva grazie alla rete esistente a livello locale e che<br />
unisce le strutture di volontariato, le associazioni, le<br />
istituzioni”.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Antigone<br />
monitora periodicamente le carceri e racconta ciò che vede. Nel IX e<br />
ultimo rapporto dell&#8217;associazione sulle condizioni di detenzione,<br />
intitolato “Senza dignità”, i dati riferiscono che le regioni<br />
italiane più affollate sono la Liguria, la Puglia e il Veneto; al 31<br />
ottobre 2012 i 66.685 detenuti sono in maggioranza uomini e italiani;<br />
le donne rappresentano il 4,2% della popolazione carceraria e il<br />
35,6% è rappresentato dagli stranieri. Le nazionalità più presenti<br />
sono quella marocchina, romena, tunisina, albanese e nigeriana. Nel<br />
report si ricorda che: “Con una sentenza del 28 aprile 2011 la<br />
Corte di Giustizia Europea ha dichiarato incompatibile con la<br />
Direttiva rimpatri l&#8217;articolo 14, commi 5 ter e 5 quater, del Decreto<br />
Legislativo n. 286/1998, che prevedeva la detenzione in caso di<br />
mancata ottemperanza all&#8217;ordine del Questore di allontanarsi dal<br />
territorio italiano. Dopo una iniziale incertezza, si è di fatto<br />
proceduto per decreto legge alla modifica di questo reato, escludendo<br />
il ricorso al carcere. Ad oggi, però, la percentuale degli stranieri<br />
tra i detenuti è scesa di poco rispetto al dicembre del 2010, quando<br />
era del 36,7%”.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
ricerca riporta un dato inquietante: quello relativo agli atti di<br />
autolesionismo o ai tentati suicidi; a questo si aggiunge il fatto<br />
che il 70% dei detenuti è malato e che le patologie più comuni sono<br />
i disturbi psichici, le malattie dell&#8217;apparato digerente e le<br />
malattie infettive e parassitarie.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Qualche<br />
passo avanti è stato fatto, nella tutela dei diritti dei detenuti,<br />
con il piano di riorganizzazione avviato a livello ministeriale che<br />
ha ridotto il numero di ore che il detenuto deve trascorrere chiuso<br />
in cella, a favore di una maggiore possibilità di movimento<br />
all&#8217;interno della struttura: “Altre iniziative necessarie sono<br />
quelle miranti ad ampliare l&#8217;offerta di attività formative e<br />
ricreative” ha sostenuto Alessandra Naldi, Garante dei diritti dei<br />
detenuti del Comune di Milano e ha aggiunto: “In questo Bollate è<br />
diventata un vero e proprio modello per la sua capacità di sfruttare<br />
le risorse del territorio; Opera, invece, deve ancora completare<br />
questo processo di apertura verso l&#8217;esterno”. Diversa la situazione<br />
a San Vittore perchè, ha sottolineato  sempre il Garante, sono<br />
evidenti i problemi igienici e “la popolazione presenta emergenze<br />
di carattere sociale, con molti stranieri privi di permesso di<br />
soggiorno e detenuti affetti da problemi di salute mentale e di<br />
tossicodipendenza”.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Da<br />
Milano a Roma: a Rebibbia Antigone, in due anni di attività, ha<br />
effettuato 1.149 colloqui e, tra i diritti negati, quelli che più<br />
pesano sulle condizioni dei detenuti riguardano la lontananza dai propri affetti e il diritto alla salute.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Infine,<br />
un grande ostacolo al miglioramento delle condizioni di vita negli<br />
istituti carcerari è costituito dalla mancanza di fondi: “<br />
Assistiamo a un estremo impoverimento del sistema penitenziario”,<br />
ha affermato Daniela Ronco, coordinatrice dell&#8217;Osservatorio Nazionale<br />
sulle condizioni di detenzione di Antigone, &#8220;mancano i fondi per<br />
qualunque tipo di attività all&#8217;interno del carcere, per il lavoro,<br />
per lo studio e per tutti gli altri progetti che potrebbero rendere<br />
meno afflittiva la vita nelle strutture detentive”.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
<p></p>
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