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	<title>petrolio Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Elezioni insanguinate in Ecuador, l&#8217;appello della Rete NoBavaglio ai media: &#8220;Tenete accesi i riflettori sul voto, non abbandonate il popolo ecuadoriano&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Aug 2023 14:00:47 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Associazione Per i Diritti umani, che fa parte della rete #NOBAVAGLIO, pubblica e condivide il seguente appello:</p>



<p><strong>di MARINO MURATORE</strong></p>



<p><strong>La RETE NOBAVAGLIO esprime solidarietà al popolo ecuadoriano nei giorni delle elezioni presidenziali. E lancia un appello ai media: “Tenete accesi i riflettori sul voto, non abbandonate il popolo ecuadoriano”</strong></p>



<p>Domenica 26 agosto 2023 si vota in Ecuador per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica dell’Ecuador, consultazione che è stata unita a un referendum sulle esplorazioni petrolifere in una importante regione dell’Amazzonia. Un periodo elettorale funestato il 10 agosto dalla uccisione del candidato presidente Fernando Villavicencio, durante un comizio pubblico. Villavicencio era un giornalista molto stimato dal popolo ecuadoriano per le sue denunce della corruzione pubblica, della criminalità legata al narcotraffico, in quanto grandi quantitativi di droga provenienti dalla Colombia transitano per il paese per essere imbarcati a Guayaquil, Esmeraldas, Manta e altri porti ecuadoriani. Una seconda pista del traffico della droga attraversa il paese, utilizzando la via fluviale dall’Amazzonia ai confini con il Perù e la Colombia.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://pressingweb.altervista.org/wp-content/uploads/2023/08/votoEC.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://pressingweb.altervista.org/wp-content/uploads/2023/08/votoEC.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-5251"/></a></figure>



<p><br>Villavicencio aveva più volte segnalato la complicità di molti politici, funzionari delle dogane, dirigenti di polizia con i diversi cartelli del narcotraffico, spesso in guerra tra loro. Il candidato presidente aveva denunciato la corruzione in una intervista televisiva anche lo stesso giorno nel quale è stato ucciso. Lui e il suo partito Construye, hanno portato all’attenzione internazionale la condizione terribile nelle quale sono confinati popoli amazzonici, come ad esempio gli Shuar e i Kofan che hanno la sfortuna di vivere in terre ricche di risorse petrolifere, controllate da un Governo che ha svenduto i giacimenti alle multinazionali e alla Cina.<br>In tale clima politico non deve stupire le moltitudini di omicidi quotidiani per regolamento di conti, gli assassini di sindaci e sindacalisti che lavorano per la giustizia,<br>La polizia nazionale ecuadoriana ha registrato 3.568 morti violente nei primi sei mesi di quest’anno, molto più delle 2.042 segnalate nello stesso periodo del 2022.<br>Lo scorso anno si è concluso con 4.600 morti violente, la cifra più alta nella storia del Paese e il doppio del totale nel 2021.<br>Solo in questi ultimi giorni è stato assassinato anche Pedro Briones, un altro candidato alla Presidenza della Repubblica dell’Ecuador. Inoltre la candidata all’Assemblea nazionale, Estefany Puente, ha subito un attacco armato, per fortuna è rimasta illesa.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://pressingweb.altervista.org/wp-content/uploads/2023/08/votoEC2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://pressingweb.altervista.org/wp-content/uploads/2023/08/votoEC2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-5255"/></a></figure>



<p><br>La RETE NOBAVAGLIO manifesta quindi solidarietà verso il popolo ecuadoriano, un popolo amico da decenni dell’Italia. Un popolo che ha visto partire verso l’Europa, in seguito ad una grave crisi economica avvenuta negli ottanta nel paese sudamericano, molte donne e uomini emigrati in Spagna e Italia per cercare lavoro e nuove opportunità. Le mete preferite nel nostro paese sono state Genova (per il suo rapporto secolare con il porto di Guayaquil) e successivamente Roma e Milano. In questi decenni così tantissimi cittadini italiani hanno usufruito della competenza, professionalità delle badanti, baby-sitter, lavoratrici in imprese di pulizie, operatrici socio sanitarie, operai provenienti dall’Ecuador. Uomini e donne spesso sfruttati, sottopagati che hanno però contribuito senza nessun riconoscimento al nostro benessere. Solo recentemente si stanno costituendo per cooperative sociali gestite direttamente da lavoratori e lavoratrici ecuadoriani.<br>La RETE NOBAVAGLIO quindi auspica che le elezioni in Ecuador possano volgersi in maniera democratica e manifesta il suo appoggio al nuovo candidato Presidente della Repubblica per il partito Construye, il giornalista Christian Zurita, amico di Villavicencio e che ha dichiarato che continuerà nello stesso spirito la lotta per la giustizia e contro la corruzione.<br>LA RETE NOBAVAGLIO si rende disponibile a fornire informazioni a tutti ii cittadini ecuadoriani che vorranno esprimere il loro voto attraverso il voto telematico, segnalando i luoghi di assistenza al voto on line nelle città di Roma; Genova e Milano</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



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		<title>Fine della Coppa del Mondo in Qatar: le violazioni dei diritti umani continuano senza sosta</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 12:29:28 +0000</pubDate>
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<p>Al termine dei Mondiali di calcio in Qatar, l’Associazione per i popoli minacciati (APM) si rivolge alla comunità internazionale perché continui a monitorare la situazione dei diritti umani nell’emirato. Già durante i Mondiali, la pressione sul Qatar ha continuato a diminuire. Se la situazione dei diritti umani, ancora negativa, viene nuovamente dimenticata, il Qatar non farà altro che trascinare con sé il guadagno d’immagine della Coppa del Mondo. Non cambierà nulla nella situazione delle persone colpite.</p>



<p>Da quando la Coppa del Mondo è stata assegnata all’Emirato nel 2010, l’APM aveva messo in guardia sl fatto che il Qatar voleva usare questo grande evento sportivo per distogliere l’attenzione dal finanziamento di gruppi islamisti che commettono le più gravi violazioni dei diritti umani in molti Paesi. Al termine della Coppa del Mondo, è emerso chiaramente che, nonostante lo scambio di critiche, il comportamento dell’Emirato non è cambiato. Soprattutto le persone che occupano posizioni di potere non hanno preso una posizione abbastanza chiara o non hanno tratto conseguenze dalle violazioni dei diritti umani. D’altra parte, i tifosi di calcio in particolare hanno dimostrato con contro-eventi e boicottaggi privati che non vogliono vedere il calcio abusato per interessi politici ed economici. Questo dibattito critico deve continuare. Perché anche la situazione delle minoranze religiose, delle donne, delle persone omosessuali e dei lavoratori ospiti è cambiata poco o per niente.</p>



<p>Per i regimi in cerca di influenza, i grandi eventi sportivi sono ancora attraenti. La Cina, ad esempio, si sta candidando per ospitare la Coppa del Mondo di calcio femminile del 2031. La Cina commette le più gravi violazioni dei diritti umani su vasta scala contro le donne uigure.<br>Vengono sterilizzate con la forza, costrette ad abortire, i loro figli vengono portati via e indottrinati in collegi statali. I farmaci vengono<br>somministrati contro la loro volontà. Può uno Stato del genere organizzare la Coppa del Mondo di calcio femminile?</p>



<p>Regimi come il Qatar e la Cina si sostengono a vicenda nelle loro macchinazioni. Solo di recente il Qatar ha negato il genocidio degli<br>uiguri. L’emirato sostiene la Cina nel bloccare un’indagine sul genocidio e su altre gravi violazioni dei diritti umani presso il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite.</p>
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		<title>Cosa sta succedendo per le strade della Nigeria</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2020 07:10:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Nicole Fraccaroli Due settimane di proteste a livello nazionale contro la brutalità della polizia in Nigeria si sono rivelate mortali nel momento in cui le forze di sicurezza hanno sparato colpi sui manifestanti,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Nicole Fraccaroli</p>



<p>Due settimane di proteste a livello nazionale contro la brutalità della polizia in Nigeria si sono rivelate mortali nel momento in cui le forze di sicurezza hanno sparato colpi sui manifestanti, uccidendo diverse persone. La decisione di usare la forza militare per reprimere le manifestazioni sposta la politica in una fase incerta della nazione più popolosa dell&#8217;Africa occidentale e più grande produttrice di petrolio.</p>



<p>I nigeriani hanno iniziato a manifestare all&#8217;inizio di ottobre, chiedendo il divieto di una famigerata unità di polizia, la Squadra Speciale Antirapina (“SARS”) che è stata a lungo accusata di molestie violente. Le proteste sono scoppiate dopo che un video mostrava un ufficiale della SARS che avrebbe sparato a un uomo nello stato del Delta prima di partire. Proteste pacifiche, organizzate sotto l&#8217;hashtag #EndSARS, si sono diffuse in tutto il paese di 206 milioni di persone e nelle comunità della diaspora nigeriana negli Stati Uniti e in Europa in solidarietà con il movimento.</p>



<p>Costituita nel 1992, la Squadra Speciale Antirapina è un&#8217;unità di polizia pesantemente armata per combattere i crimini violenti, inclusi i furti d&#8217;auto e le rapine a mano armata, ed è diventata sinonimo in gran parte della Nigeria di accuse di brutalità e impunità della polizia. Amnesty International e altri gruppi per i diritti umani hanno documentato i presunti abusi sui civili da parte dell&#8217;unità, inclusi estorsioni, stupri ed esecuzioni extragiudiziali. Molti nigeriani si sono lamentati del fatto che la SARS abbia spesso estorto i giovani che sembravano avere un reddito disponibile. La campagna #EndSARS è diventata una bacheca di messaggi per strazianti racconti personali di violenza, furto e intimidazione.</p>



<p>La polizia aveva ripetutamente negato le accuse contro la SARS, ma ha ammesso, dopo lo scoppio delle proteste, che c&#8217;erano agenti &#8220;indisciplinati e poco professionali&#8221; e ha detto che queste persone avrebbero dovuto affrontare azioni disciplinari. Non tutti i nigeriani hanno la stessa visione della SARS: nel nord-est del paese, dove il governo ha combattuto un&#8217;insurrezione decennale contro il gruppo jihadista Boko Haram, la SARS è vista come una forza di combattimento efficace.</p>



<p>Le proteste sono guidate dai giovani in Nigeria, un paese con un&#8217;età media di 18 anni e una delle popolazioni in più rapida crescita al mondo, che si prevede supererà gli Stati Uniti per diventare la terza più grande del mondo entro il 2050. L&#8217;ondata di proteste è la più grande dimostrazione di potere delle persone da anni in Nigeria, poiché i giovani richiedono cambiamenti più radicali. Le manifestazioni si inseriscono in un modello globale emergente di appelli al cambiamento guidati dai giovani, da Hong Kong al Sudan e al Cile. I gruppi di protesta hanno raccolto più di 250.000 dollari, istituendo linee di assistenza telefonica per manifestanti in difficoltà, fornendo assistenza medica e fornendo sicurezza privata.</p>



<p>Il presidente Muhammadu Buhari, un ex generale, si è rivolto alla nazione, invitando i manifestanti a lasciare le strade. &#8220;Questo governo rispetta e continuerà a rispettare tutti i diritti democratici e le libertà civili del popolo&#8221;, ha detto Buhari. &#8220;Ma non permetterà a nessuno o gruppi di interrompere la pace della nostra nazione&#8221;. È stata formata una nuova unità chiamata SWAT i cui ufficiali riceveranno una formazione sulla condotta della polizia e sull&#8217;uso della forza da parte del comitato internazionale della Croce Rossa, ma i manifestanti temono che gli ufficiali della SARS si fonderanno semplicemente nella nuova unità senza assumersi responsabilità. Diversi ministri di gabinetto e funzionari militari hanno rilasciato dichiarazioni avvertendo che le proteste erano diventate politiche e stavano barcollando verso &#8220;l&#8217;anarchia&#8221;.</p>



<p>Martedì sera 20 ottobre, centinaia di manifestanti nigeriani si erano radunati per la tredicesima notte consecutiva al Lekki Toll Gate, l&#8217;incrocio in una zona di lusso che era diventata la sede simbolica delle proteste. Poco prima delle 19:00, le luci si sono spente, facendo precipitare la strada nell&#8217;oscurità, secondo la testimonianza di sette manifestanti presenti. Entro 30 minuti, i soldati nigeriani sono emersi dai camion delle armi. Mentre i manifestanti hanno iniziato a cantare l&#8217;inno nazionale della Nigeria, l&#8217;esercito ha sparato contro i manifestanti disarmati, lasciando diverse persone morte e riempiendo i feed dei social media nigeriani con immagini di bandiere insanguinate che hanno provocato la condanna internazionale da tutto il mondo. Il numero di persone uccise e ferite nella repressione di martedì rimane indeterminato. Amnesty International ha affermato di aver identificato almeno 10 persone che sono morte per le ferite riportate in quello che diceva chiaramente ammontare “a esecuzioni extragiudiziali &#8220;. I funzionari statunitensi in Nigeria hanno affermato di aver &#8220;determinato in modo definitivo&#8221; che l&#8217;esercito era responsabile e hanno chiesto un&#8217;indagine immediata.</p>



<p>L&#8217;operazione militare al Lekki Toll Gate sembra aver approfondito le spaccature tra il governo e molti dei governati. La serie di proteste di piazza contro la brutalità della polizia si è dissipata e ha lasciato il posto a saccheggi e atti vandalici diffusi. La folla inferocita ha vagato per alcune parti di Lagos, dando fuoco alle stazioni di polizia, uccidendo almeno un ufficiale e attaccando le proprietà dei lealisti del governo e saccheggiando i grandi magazzini.</p>



<p>La Nigeria non è solo la nazione più popolosa dell&#8217;Africa, ma un punto di riferimento culturale e politico per una regione in cui grandi popolazioni giovanili in molti paesi si sentono prive di diritti. È probabile che la crisi economica derivante dal coronavirus riduca la capacità degli Stati africani fortemente indebitati di creare posti di lavoro e opportunità per i giovani.</p>



<p>Per gli Stati Uniti, che considerano il paese di 206 milioni il suo più importante alleato militare nell&#8217;Africa subsahariana, le manifestazioni e la risposta mortale del governo sono diventate un problema politico. In segno della complessità di quella relazione bilaterale, tre dei massimi funzionari del Dipartimento di Stato americano sono arrivati ​​ad Abuja nelle ore precedenti le uccisioni di Lekki in quello che due diplomatici statunitensi hanno descritto come un viaggio conoscitivo per saperne di più sui fattori dell&#8217;instabilità in Nigeria. Gli Stati Uniti sperano anche di vendere elicotteri militari d&#8217;attacco alla Nigeria, un problema di cui hanno discusso durante il viaggio. L&#8217;amministrazione è nelle prime fasi della stesura di un piano per aiutare la Nigeria ad affrontare le sue sfide alla sicurezza, hanno detto funzionari statunitensi. &#8220;Gli Stati Uniti condannano fermamente gli episodi di forze militari che sparano su manifestanti disarmati a Lagos&#8221;, ha detto il segretario di Stato Mike Pompeo. &#8220;Le persone coinvolte dovrebbero essere ritenute responsabili secondo la legge.&#8221;</p>



<p>Il candidato presidenziale democratico Joe Biden ha invitato il signor Buhari a &#8220;cessare la violenta repressione dei manifestanti in Nigeria, che ha già provocato diverse morti&#8221;.</p>



<p>Si indica con il termine “Paradigma delle Forze dell’Ordine” l’insieme di norme che regolano e governano l’esercizio, da parte dello Stato, dell’autorità e potere al fine di mantenere, ristabilire o imporre la sicurezza pubblica, le legge e l’ordine. Allo stesso tempo, l’uso della forza è limitato e contenuto da una serie di principi a cui le forze dell’ordine si devono attenere, tra questi vi è il principio di necessità, di proporzionalità, di legalità e quello precauzionale. L’uso della forza letale è giustificato unicamente dinanzi ad una seria e concreta minaccia alla vita o per prevenire la fuga di una persona che pone tale minaccia. È dunque visibile che le forze di sicurezza in Nigeria non hanno adempito ai loro obblighi violando e minando seriamente i diritti e libertà fondamentali dei cittadini.</p>



<p>Di fatto, l&#8217;Unione africana ha denunciato l&#8217;uccisione di manifestanti disarmati e le Nazioni Unite hanno chiesto una riforma &#8220;radicale&#8221; dei servizi di sicurezza della Nigeria. &#8220;Non c&#8217;è dubbio che si sia trattato di un caso di uso eccessivo della forza, che ha provocato uccisioni illegali con munizioni vere, da parte delle forze armate nigeriane&#8221;, ha affermato Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.</p>
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		<title>Venezuela e altri Paesi dell&#8217;America latina al tempo del Covid-19</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2020 08:54:47 +0000</pubDate>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani </em></strong>propone lo streaming con l&#8217;attivista Valentina Di Prisco sul Diritto alla salute in Venezuela e in altri Paesi dell&#8217;America latina, in tempo di pandemia (e non solo).</p>



<p>Per seguire la videoconferenza, è sufficiente cliccare sul quadrante che vi interessa. </p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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		<title>Patrick Zaki libero subito﻿</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Feb 2020 08:56:05 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="1024" height="651" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2-1024x651.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13656" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2-1024x651.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2-300x191.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2-768x489.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1226w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p> <strong>P</strong></p>



<p> di Giuseppe Acconcia</p>



<p>Patrick Zaki, studente e attivista dell’Università di Bologna, è stato arrestato lo scorso sei febbraio al suo arrivo all’aeroporto del Cairo con accuse di “diffusione di notizie false”, “mettere in pericolo la sicurezza nazionale” e “incitamento alle proteste”. Sabato 22 febbraio la Corte di Mansoura, la sua città natale sul Delta del Nilo deciderà se estendere la custodia cautelare di Zaki, 27 anni. Secondo l’ong egiziana Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), Zaki ha subito torture per ore ed elettroshock durante la sua detenzione. Patrick Zaki, che stava per concludere un Master in studi di genere, aveva duramente criticato la repressione in corso in Egitto ricordando spesso il caso di Giulio Regeni. Flashmob per chiedere il rilascio immediato di Zaki si sono svolti in varie città italiane, con la partecipazione di varie associazioni studentesche tra cui Link e Adi (Associazioni dottorandi e dottori di ricerca in Italia).  </p>



<p>
<strong>Zaki
e il caso Regeni</strong></p>



<p>
“Combattiamo
per i nostri attivisti, ma anche per Giulio Regeni. Le istituzioni
cercano di impedirci di parlarne, le proteste (in Egitto, <em>ndr</em>)
non sono permesse, le ong affrontano minacce”, aveva dichiarato
Zaki in un’intervista all’agenzia <em>Dire</em>
nel 2018. I casi di Patrick Zaki e Giulio Regeni hanno molte
similitudini, come confermato dalla famiglia del giovane egiziano.
Tra le richieste, fatte a Zaki durante la detenzione, ci sarebbero
proprio i suoi legami con la famiglia Regeni in Italia. E così, a
pochi giorni dalla diffusione della notizia della sua scomparsa, è
apparso un murales a qualche passo dall’ambasciata egiziana a Roma
in cui si vede Giulio abbracciare Patrick e la scritta “Stavolta
andrà tutto bene”. Per ben sei giorni, dal 25 al 31 gennaio 2016,
non è stata diffusa la notizia ai media della scomparsa di Giulio
Regeni, rallentando l’attivazione del clamore mediatico che avrebbe
permesso di fare maggiori pressioni sulle autorità egiziane per
chiederne il rilascio. 
</p>



<p>
A oltre
quattro anni dalla scomparsa e ritrovamento del corpo del dottorando
friulano, il 3 febbraio 2016, le indagini sui responsabili in Egitto
non fanno progressi. Fin qui sappiamo che sono coinvolte alte
gerarchie militari egiziane perché Giulio è stato preso il 25
gennaio 2016, anniversario delle proteste di piazza Tahrir del 2011.
Si sa anche che sono stati i suoi contatti in Egitto, tra coinquilini
e sindacalisti intervistati, ad averlo tradito e denunciato alle
autorità egiziane per il suo lavoro di ricerca sui sindacati. Eppure
gli interessi a mantenere buone relazioni bilaterali con il regime
militare egiziano hanno fin qui impedito a Italia e Unione europea di
dichiarare l’Egitto come un paese non sicuro e di fare maggiori
pressioni per arrivare alla verità e svolgere un processo che
individui i responsabili del crimine. Solo pochi giorni fa due navi
militari sono state vendute da Roma all’Egitto, mentre il ruolo del
Cairo in Libia e gli interessi petroliferi nel Mediterraneo orientale
sono in cima all’agenda della politica estera italiana nel paese. 
</p>



<p>
<strong>Zaki
e la repressione in Egitto</strong></p>



<p>Il caso Zaki è solo uno tra le migliaia che coinvolgono attivisti e oppositori in Egitto. Lo scorso venerdì, il senatore repubblicano negli Stati Uniti, Marco Rubio, aveva chiesto alle autorità egiziane di rivelare il luogo di detenzione di Mostafa al-Naggar, attivista ed ex parlamentare dei Fratelli musulmani di cui non si hanno notizie da 16 mesi. Lo scorso mese un cittadino statunitense in carcere in Egitto da oltre sei anni, Mustafa Kassem, è morto in prigione dopo un lungo sciopero della fame. Restano ancora in prigione dalle proteste dello scorso settembre con rinnovi di 15 giorni in 15 giorni, gli attivisti, Alaa Abdel Fattah e Mahiennour el Masry. È stato rinnovato il periodo detentivo anche per la giornalista e attivista Esraa Abdel Fattah, accusata di diffondere “notizie false” e di far parte di “un’organizzazione terroristica”. Esraa avrebbe subito torture in prigione per mano di agenti in borghese. Secondo Amnesty International, sarebbero state almeno 4mila le persone arrestate al Cairo per prevenire ulteriori manifestazioni, solo lo scorso autunno, mentre sarebbero oltre 60 mila i prigionieri politici nelle carceri egiziane dopo la repressione avviata con il golpe militare del 3 luglio 2013. E non solo, il think tank ha accusato la Procura suprema per la Sicurezza di Stato di abusare costantemente delle leggi antiterrorismo per estendere la definizione di terrorismo e annullare qualsiasi garanzia prevista dalla Costituzione per gli imputati. E così migliaia di persone sono state arrestate con accuse inventate, hanno subito prolungati periodi di detenzione preventiva, hanno subito torture e maltrattamenti in carcere.  </p>



<p>
Sconcerto
ha suscitato poi in Egitto la morte di Nada Hassan, 12 anni, a causa
di una mutilazione genitale femminile ad Assiut, 380 chilometri dal
Cairo. Il medico che ha praticato l’operazione, ancora molto
diffusa soprattutto in aree rurali, è stato arrestato insieme alla
zia della giovane. Secondo quanto è emerso dalle indagini, il medico
non avrebbe usato anestetici né avrebbe avuto il supporto di
infermieri. 
</p>
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		<title>LETTERA A SALVINI DI UN&#8217;IMMIGRATA AFRICANA: «LA FACCIA CATTIVA LA DEDICHI AI POTENTI CHE OCCUPANO CASA MIA»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jan 2019 08:33:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; È diretta e senza mediazioni la lettera aperta di una donna africana al ministro dell&#8217;Interno. &#8220;Se avessi potuto scegliere, avrei fatto volentieri a meno della sua ospitalità&#8221;. (da raiwadunia.com) «Ho visto la sua&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>È diretta e senza mediazioni la lettera aperta di una donna africana al ministro dell&#8217;Interno. &#8220;Se avessi potuto scegliere, avrei fatto volentieri a meno della sua ospitalità&#8221;. (da raiwadunia.com)</strong></p>
<p><strong><em><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/donne-migranti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11931" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/donne-migranti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="720" height="405" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/donne-migranti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/donne-migranti-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></em></strong></p>
<p>«Ho visto la sua faccia ieri al telegiornale. Dipinta dei colori della rabbia. La sua voce ,poi, aveva il sapore amarissimo del fiele. Ha detto che per noi che siamo qui nella vostra terra è finita la pacchia. Ci ha accusati di vivere nel lusso, rubando il pane alla gente del suo paese. <strong>Ancora una volta ho provato i morsi atroci della paura…</strong><br />
Chi sono? Non le dirò il mio nome. I nomi, per lei, contano poco. Niente. <strong>Sono una di quelli che lei chiama con disprezzo “clandestini”.</strong><br />
Vengo da un paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. Lo dico subito. Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram. Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa.<br />
Lo conosce il Delta del Niger? Non credo. <strong>Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. Una parte della benzina che usa viene da lì.</strong><br />
Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger. Una delle capitali petrolifere del mondo. Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. Noi come la grande maggioranza di chi vive lì.</p>
<p><strong>È dura vivere dalle mie parti. Molto dura. Un inferno se sei una ragazza</strong>. Ed io ero una ragazza. Tutto è a pagamento. Tutto. Se non hai soldi non vai a scuola e non puoi curarti. Gli ospedali e le scuole pubbliche non funzionano. E persino lì, comunque, se vuoi far finta di studiare o di curarti, devi pagare. E come fai a pagare se di lavoro non ce ne è? La fame, la miseria, la disperazione e l’ assenza di futuro, sono nostre compagne quotidiane.<br />
La vedo già storcere il muso. È pronto a dire che non sono fatti suoi, vero?<br />
<strong>Sono fatti suoi, invece</strong>.<br />
Il mio paese, la regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E invece no. Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende.<br />
Il mio paese è stato preda di più colpi di stato. Al potere sono sempre andati, caso strano, personaggi obbedienti ai voleri delle grandi compagnie petrolifere del suo mondo, anche del suo paese. Avete potuto, così, pagare un prezzo bassissimo per il tanto che portavate via. E quello che portavate via era la nostra vita.<br />
Lo avete fatto con protervia e ferocia. <strong>La vostra civiltà e i vostri diritti umani hanno inquinato e distrutto la vita nel Delta del Niger e impiccato i nostri uomini migliori.</strong> Si ricorda Ken Saro Wiwa? Era un giovane poeta che chiedeva giustizia per noi. Lo avete fatto penzolare da una forca…<br />
Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza.<br />
L’ Eni, l’ Agip, quelle di certo le conosce. Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela…<br />
<strong>Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra.</strong><br />
Avrei fatto a meno della pacchia di attraversare un deserto. Di essere derubata dai soldati di ogni frontiera e dai trafficanti. Di essere violentata tante volte durante il viaggio. Avrei volentieri fatto a meno delle prigioni libiche, delle notti passate in piedi perché non c’ era posto per dormire, dell’ acqua sporca e del pane secco che ti davano, degli stupri continui cui mi hanno costretta, delle urla strazianti di chi veniva torturato.<br />
Avrei fatto a meno della vostra ospitalità. <strong>Nel suo paese tante ragazze come me hanno come solo destino la prostituzione</strong>. Lo sapete. E non fate niente contro la nostra schiavitù anzi la usate per placare la vostra bestialità. Io sono riuscita a sfuggire a questo orrore, ma sono stata schiava nei vostri campi. Ho raccolto i vostri pomodori, le vostre mele, i vostri aranci in cambio di pochi spiccioli e tante umiliazioni.<br />
Ancora una volta, la pacchia l’ avete fatta voi. Sulla nostra pelle. Sulle nostre vite. Sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore.<br />
Vedo che non ho mai pronunciato il suo nome. Me ne scuso, ma mi mette paura. Quella per l’ ingiustizia di chi sa far la faccia dura contro i deboli, ma sa sorridere sempre ai potenti.<br />
<strong>Vuole che torniamo a casa? Parli ai suoi potenti</strong>, a quelli degli altri paesi che occupano di fatto casa mia in una guerra velenosa e mai dichiarata. Se ha un po’ di dignità e di coraggio, la faccia brutta la faccia a loro».</p>
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		<title>&#8220;Art(e)Attualità&#8221;. Lo YEMEN al Festival della fotografia etica</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Oct 2018 16:38:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>a cura di Alessandra Montesanto &#160; Con questo articolo Associazione per i Diritti umani inizia a pubblicare una sua selezione delle mostre del Festival della Fotografia Etica, manifestazione organizzata a Lodi durante il mese di&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2018/10/28/arteattualita-lo-yemen-al-festival-della-fotografia-etica/">&#8220;Art(e)Attualità&#8221;. Lo YEMEN al Festival della fotografia etica</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di Alessandra Montesanto</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11565" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2391" height="2119" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2391w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755-300x266.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755-768x681.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755-1024x908.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 2391px) 100vw, 2391px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con questo articolo <i><b>Associazione per i Diritti umani</b></i> inizia a pubblicare una sua selezione delle mostre del <span style="color: #cc0000;"><b>Festival della Fotografia Etica</b></span>, manifestazione organizzata a Lodi durante il mese di ottobre. Un appuntamento annuale ormai imperdibile!</p>
<p>La prima esposizione, secondo noi importante, riguarda lo Yemen. Presentata nella sezione “Uno sguardo sul mondo” è a cura del fotografo <b>Olivier Laban-Mattei. </b></p>
<p><b>Titolo “YEMEN. Le rovine di quella che era una volta la “felice Penisola arabica”.</b></p>
<p>Dalla Presentazione: “Yemen, giugno 2017. Più di 10.000 morti, metà dei quali sono civili. I bombardamenti intensivi di campi militari, ma anche di case, scuole e musei. Un&#8217;epidemia di colera che ha interessato oltre 1 milione di persone. La guerra iniziata in Yemen nel 2015 è un conflitto devastante, ed è praticamente senza testimoni esterni”.</p>
<p>Ecco perchè riteniamo importante questa mostra perchè, tramite immagini così forti, si può “entrare” in una situazione pericolosa e drammatica, poco presente sulla stampa nazionale e internazionale perchè pochi possono entrare nel Paese, ma anche perchè pochi se ne vogliono occupare.</p>
<p>Lo Yemen è un territorio entrato in quel teatro di guerra più ampio che vede coivolti Arabia saudita e Iran , Siria e Iraq. E&#8217; una guerra per il Potere geopolitico ed economico nel Medioriente.</p>
<p>Lo Yemen, oggi, è diviso tra Nord e Sud. A nord, dove è situata la capitale Sana&#8217;a, esiste una forma di governo formata dagli ufficiali del movimento ribelle Houthi; a sud, in cui la città principale è Aden, la reggenza è in mano ad un&#8217;altra forma di governo, riconosciuta dalla comunità internazionale e sostenuta dalla coalizione saudita. Entrambe le fazioni non permettono ai giornalisti di entrare nei confini del Paese e di portare notizie all&#8217;estero. Un bravo e coraggioso fotogiornalista ci è riuscito. Ed ecco le sue foto.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11566" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="4608" height="3456" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 4608w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 4608px) 100vw, 4608px" /></a><a 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		<title>Il caso Eni: un primo passo in Italia verso l’affermazione di responsabilità delle imprese per violazioni dei diritti umani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Oct 2018 07:26:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Fabiana Brigante La Nigeria è il più grande produttore di petrolio in Africa. La sua industria si trova nel Delta del Niger, nel sud del paese, dove la produzione commerciale iniziò nel 1958.&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Ogoniland-spill.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11433" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Ogoniland-spill.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="480" height="320" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Ogoniland-spill.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 480w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Ogoniland-spill-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
<p align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER">di Fabiana Brigante</p>
<p align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER">La Nigeria è il più grande produttore di petrolio in Africa. La sua industria si trova nel Delta del Niger, nel sud del paese, dove la produzione commerciale iniziò nel 1958. Una vasta rete di tubi che collegava numerosi giacimenti di petrolio e gas corre vicino le terre appartenenti alle comunità locali, alle loro case, terreni agricoli e corsi d&#8217;acqua. Il settore è gestito da joint ventures che coinvolgono il governo nigeriano e sussidiarie di società multinazionali; tra di esse figura anche la società ENI, registrata in Italia e operante in Nigeria tramite la sussidiaria NAOC (Nigerian Agip Oil Company Limited), dalla prima interamente posseduta e controllata.</p>
<p align="RIGHT">
<p align="JUSTIFY">La NAOC ha iniziato le operazioni petrolifere in Nigeria nel 1969, concentrando le proprie attività nelle aree onshore e offshore del Delta del Niger, dove vivono diverse comunità, tra le quali figura la comunità di Ikebiri.</p>
<p align="JUSTIFY">Come è stato riportato da numerose ONG tra le quali Amnesty International<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote1sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote1anc">1</a> e Friends of the Earth<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote2sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote2anc">2</a>, ogni anno centinaia di fuoriuscite di petrolio danneggiano l’ambiente e devastano la vita delle persone che vivono nelle zone circostanti; le cause vanno riscontrate in vari fattori. Alcuni sono il risultato di errori operativi e scarsa manutenzione, altri di “interferenze da parte di terzi”, come sabotaggio o furto (anche noto in Nigeria come “bunkeraggio”).</p>
<p align="JUSTIFY">In accordo con quanto stabilito dalle leggi nigeriane, le compagnie petrolifere hanno chiari obblighi di prevenzione al fine di proteggere l’ambiente, nonché di rimediare agli eventuali danni causati dagli sversamenti di petrolio. Uno dei testi di riferimento in materia è l’Oil Pipelines Act (1990), il quale richiede al titolare di una concessione per l’estrazione del petrolio di “adottare tutte le misure ragionevoli per evitare danni inutili a qualsiasi terreno sul quale operi e qualsiasi edificio, coltura o albero presente su di esso”, e di “risarcire i proprietari o gli occupanti per qualsiasi danno provocato e non risolto” (sezione 6(3)). Ancora, la legge nigeriana richiede alle società petrolifere di operare seguendo “buona pratiche” e di rispettare gli standard riconosciuti a livello internazionale. La legge nigeriana chiarisce anche che, indipendentemente dalla causa, le compagnie petrolifere sono responsabili del contenimento, pulizia e risanamento di tutte le fuoriuscite di petrolio lungo i loro gasdotti e infrastrutture.</p>
<p align="JUSTIFY">Le regole sono contraddittorie circa il momento in cui la compagnia dovrebbe intervenire, disponendo tuttavia che la risposta ad eventuali danni dovrebbe essere rapida. Una serie di linee guida e regolamenti sono state stabilite dal Dipartimento delle Risorse Petrolifere<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote3sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote3anc">3</a>, richiedono alle aziende di segnalare le fuoriuscite di petrolio entro 24 ore, e di visitare il sito nelle successive 24 ore. Vi è anche l’obbligo per le compagnie di ripulire la zona interessata entro 24 ore dall’evento inquinante<span style="font-family: Times New Roman, serif;">.</span><a class="sdfootnoteanc" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote4sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote4anc"><sup>4</sup></a></p>
<p align="JUSTIFY">Il 5 aprile 2010 un oleodotto gestito dalla NAOC, è esploso a 250 metri da un torrente a nord della comunità Ikebiri. Lo sversamento ha colpito corsi d’acqua ed alberi essenziali per il sostentamento della comunità locale.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;11 aprile 2010 una visita ispettiva congiunta guidata dalla NAOC ha citato un “guasto dell&#8217;attrezzatura” quale causa della fuoriuscita di petrolio. La perdita è stata fermata e l’area inquinata circostante è stata bruciata senza il consenso della comunità locale. Nessun’altra operazione è stata effettuata da allora, stante a quanto dichiarato dalla comunità. Un primo pagamento di 2 milioni di naira (circa € 6.000 al tasso di cambio del 2017) è stato effettuato alla comunità per i materiali di soccorso. Tuttavia, ad oggi, la comunità non ha ricevuto alcun risarcimento per i danni subiti alle proprie terre. Un&#8217;offerta iniziale di 4,5 milioni di naira (circa € 14.000 al tasso di cambio del 2017) è stata respinta dalla comunità, che ha ritenuto la somma risarcitoria offerta insufficiente rispetto al danno subito.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel maggio 2017, la comunità Ikebiri ha citato in giudizio Eni in Italia, dinanzi al tribunale di Milano, per bonifica e risarcimento di circa 690 milioni di naira (circa 2 milioni di euro). La comunità, attraverso il proprio rappresentante in giudizio Avv. Luca Saltalamacchia, ha sostenuto che le proprie fonti di sostentamento principali siano state danneggiate e che la NAOC non abbia adeguatamente posto rimedio al danno arrecato.Stando a quanto affermato da Eni, la NAOC avrebbe invece collaborato pienamente con le autorità nigeriane, nonché con i rappresentanti delle comunità di Ikebiri, e sostiene di aver prontamente ed efficacemente ripulito l&#8217;area interessata che sarebbe stata nuovamente ispezionata dalle agenzie di regolamentazione competenti in Nigeria, le quali avrebbero ritenuto il risultato soddisfacente. La NAOC si è inoltre difesa affermando che, in considerazione delle numerose attività illecite svolte nell&#8217;area, sarebbe impossibile stabilire una correlazione tra il presunto danno subito dalla popolazione di Ikebiri e la fuoriuscita di petrolio in questione<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote5sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote5anc">5</a><span style="font-family: Times New Roman, serif;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY">In caso di successo, questo sarà il primo caso di una società italiana ritenuta responsabile da un tribunale italiano per violazioni dei diritti umani e ambientali compiute all&#8217;estero. Ma perché la causa è stata incardinata davanti al tribunale di Milano e citando in giudizio Eni?</p>
<p align="JUSTIFY">Nella prassi ricondurre gli atti compiuti dalle società controllate alla società controllante può risultare difficoltoso, a causa sia della pluralità dei modi in cui il legame tra detti enti può esplicarsi, sia della diffusa tendenza da parte delle imprese multinazionali a celare la propria struttura interna. La distinzione giuridica tra la società madre e le sue consociate, in base alla quale ogni ente è giuridicamente autonomo e, in via di principio, titolare del potere di decidere e gestire le proprie attività in modo indipendente, impedisce in linea di principio di affermare le responsabilità della società madre per violazioni di legge compiute dalle società sussidiarie. Infatti, l’autonomia patrimoniale insieme alla indipendenza giuridica, anche se fittizia, delle singole unità operative costituite e localizzate nei diversi Stati consentono alla società madre di rimanere estranea al rapporto di responsabilità che dovesse insorgere a fronte del compimento di illeciti da parte delle sussidiarie e al conseguente obbligo di risarcimento.</p>
<p align="JUSTIFY">Tale fenomeno consente alla società madre di restare impunita anche quando le violazioni siano state compiute, seppur materialmente da una società formalmente distinta (la sussidiaria appunto), pur sempre sotto la sua egida o quanto meno nell’omertà della società madre che sia a conoscenza degli avvenimenti. Inoltre, in tal modo si impedisce ai ricorrenti di citare in giudizio la società madre presso i tribunali dello Stato in cui la stessa ha sede, che sono solitamente paesi nei quali gli standard di protezione dei diritti umani sono più elevati e le sentenze incontrano meno difficoltà nella fase dell’esecuzione.</p>
<p align="JUSTIFY">Per tentare di porre rimedio a questa distorsione del principio di separazione della personalità giuridica tra società controllata e controllante è stata sviluppata la cd. dottrina del “sollevamento del velo sociale”, la quale mostra lo scenario in cui alla corte viene data l&#8217;opportunità di sollevare la maschera della personalità distinta ed emettere un provvedimento direttamente nei confronti della società controllante. In accordo con tale dottrina al giudice è dunque consentito individuare il responsabile effettivo e punirlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Ed è proprio in applicazione di tale dottrina al caso de quo si è scelto di citare in giudizio Eni davanti al Tribunale di Milano, e non già la NAOC dinanzi una corte nigeriana.</p>
<p align="JUSTIFY">Il processo, tuttavia, non si è ancora concluso, né è facile prevederne l’esito; nel caso in cui la società dovesse essere condannata, il caso rappresenterebbe il primo precedente in Italia di una società ritenuta responsabile per danni ambientali causati da una sua sussidiaria all’estero, e dunque, un grande passo per l’affermazione della responsabilità legale delle imprese per le violazioni dei diritti umani.</p>
<p align="JUSTIFY">
<div id="sdfootnote1">
<p><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote1anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote1sym">1</a><sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"></span></sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US"> <a href="https://www.amnesty.org/download/Documents/AFR4479702018ENGLISH.PDF?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.amnesty.org/download/Documents/AFR4479702018ENGLISH.PDF?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>. </span></span></span></p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote2anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote2sym">2</a><sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"></span></sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US"> <a href="http://www.foeeurope.org/sites/default/files/extractive_industries/2017/foee-eni-ikebiri-case-briefing-040517.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.foeeurope.org/sites/default/files/extractive_industries/2017/foee-eni-ikebiri-case-briefing-040517.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>. </span></span></span></p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote3anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote3sym">3</a><sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"></span></sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US"> Department of Petroleum Resources, </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US"><i>Environmental Guidelines and Standards for the Petroleum Industry in Nigeria (EGASPIN)</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US">, revised edition 2002, p. 148, para. 2.6.3.</span></span></span></p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote4anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote4sym">4</a><sup></sup> <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US">National Oil Spill Detection and Response Agency (NOSDRA), </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US"><i>Oil Spill Recovery, Clean-up, Remediation And Damage Assessment Regulations</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="en-US">, 2011, Part VII (102), p. 76.</span></span></span></p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote5anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote5sym">5</a><sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"></span></sup><span style="font-family: Times New Roman, serif;"> Si veda <a href="https://www.business-humanrights.org/sites/default/files/documents/Eni%20response.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.business-humanrights.org/sites/default/files/documents/Eni%20response.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> </span></span></p>
</div>
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		<title>Criminalizzazione delle ONG: Scapesgoats for failed EU politics?! Search and Rescue NGOs in the Mediterranean</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2018 09:47:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ecco per voi la seconda parte della conferenza sulla criminalizzazione delle ONG che si è tenuta presso il Parlamento UE lo scorso 27 febbraio. Titolo del secondo panel: Legal aspects and political implications “The&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/th-211-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10350" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/th-211-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="464" height="204" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/th-211-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 464w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/th-211-1-300x132.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 464px) 100vw, 464px" /></a></p>
<p>Ecco per voi la seconda parte della conferenza sulla criminalizzazione delle ONG che si è tenuta presso il Parlamento UE lo scorso 27 febbraio.</p>
<p><span style="color: #ff3300;"><u>Titolo del secondo panel: Legal aspects and political implications </u></span></p>
<p>“<b>The EU humanitarian border and securitisation of human rights: the SAROBMED Iniziative as Remedy against violations occuring at sea” Violeta Moreno-Lax, Queen mary University of London</b></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112400.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10351" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112400.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2336" height="4160" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112400.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2336w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112400-168x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 168w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112400-768x1368.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112400-575x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 575w" sizes="(max-width: 2336px) 100vw, 2336px" /></a></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112414.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10352" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112414.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2336" height="4160" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112414.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2336w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112414-168x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 168w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112414-768x1368.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112414-575x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 575w" sizes="(max-width: 2336px) 100vw, 2336px" /></a></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112521.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10353" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112521.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2336" height="4160" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112521.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2336w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112521-168x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 168w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112521-768x1368.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_112521-575x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 575w" sizes="(max-width: 2336px) 100vw, 2336px" /></a><a 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href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_114354.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-10" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10359" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_114354.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2336" height="4160" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_114354.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2336w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_114354-168x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 168w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_114354-768x1368.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_114354-575x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 575w" sizes="(max-width: 2336px) 100vw, 2336px" /></a></p>
<p>“<b>The criminalisation of SAR NGOs and ITALY&#8217;s refoulement” Charles HELLER e Lorenzo PEZZANI, Forensic Oceanography</b></p>
<p>Rispetto alla metà del &#8216;900 oggi stiamo assistendo ad un ritorno della negazione della libertà di movimento. La mancanza di un interventoi da parte dell&#8217;UE (anche con Mare Nostrum) nei confronti di coloro che dicono di monitorare le coste per proteggere i propri Paesi dai trafficanti di petrolio ha fatto aumentare esponenzialmente le morti in mare.</p>
<p>Cè, inoltre, una narrativa tossica riguardo all&#8217;operato delle ONG e la analisi di Heller e Pezzani ha considerato addirittura la direzione delle onde per dimostrare che gli attivisti della ONG SAR si stava dirigendo verso la costa libica per recuperare e salvare migranti e non per riportarli indietro.</p>
<p>Chi vuole riportarli indietro, invece (come ITALY) lo fa in maniera mascherata, senza nemmeno toccarne i corpi e usando in maniera impropria le intercettazioni della posizione dei barconi in mare. E&#8217; necessaria una gestione seria ed efficace delle informazioni e delle intercettazioni e l&#8217;Italia vedi il caso di Italy) deve ricordarsi di essere un Paese civile in un continente civile.</p>
<p>Barbara Spinelli, a questo proposito, aggiunge che la politica di Minniti è molto popolare in questo momento in italia. Il goal non è solo salvare vite, ma salvare la democrazia italiana.</p>
<p>“<b>International legal requirements concerning search and rescue perations off the Libyan Coast”, Alexander Proelss, Trier University </b></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_121449.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-11" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10360" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_121449.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2336" height="4160" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_121449.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2336w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_121449-168x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 168w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_121449-768x1368.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/IMG_20180227_121449-575x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 575w" sizes="(max-width: 2336px) 100vw, 2336px" /></a><a 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		<title>9 agosto: giornata mondiale dei Popoli indigeni</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Aug 2017 07:39:14 +0000</pubDate>
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<p>In occasione della Giornata internazionale dei Popoli indigeni (9 agosto) e a dieci anni dalla Dichiarazione ONU per i diritti dei Popoli Indigeni (UNDRIP), l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) fa un bilancio critico dell&#8217;attuale situazione. Nonostante molti dei 149 paesi firmatari della Dichiarazione abbiano nel frattempo inserito nella propria costituzione almeno parte degli enunciati, la situazione dei circa 6.000 popoli indigeni a cui appartengono più di 450 milioni di persone resta critica e i loro diritti continuano ad essere calpestati. I diritti dei popoli indigeni restano perlopiù sulla carta e anche quando i loro diritti sono inseriti nelle costituzioni nazionali si tratta spesso di dichiarazioni di intento che non costituiscono linee guida vincolanti e non possono quindi essere basi per legali per denunce in caso di violazione dei diritti. Le comunità indigene continuano quindi a essere vittime di furto di terre, di deportazioni forzate, di distruzione ambientale e della loro base di vita nonché di attacchi armati mirati per spezzare la loro resistenza a grandi progetti industriali e/o agricoli sui loro territori.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/untitled-1105.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9292 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/untitled-1105.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="299" height="138" /></a></p>
<p>L&#8217;APM sostiene quindi la richiesta delle popolazioni indigene di emanare finalmente una convenzione per la tutela dei loro diritti che sia anche vincolante per il diritto internazionale. In questo circa 700.000 Afar dell&#8217;Eritrea avrebbero maggiori possibilità di ottenere sostegno da parte della comunità internazionale nella loro lotta contro i soprusi operati dal governo del paese africano. Gli Afar subiscono da anni la distruzione del loro ambiente ecologicamente molto sensibile mentre lo stato ha dislocato 1,5 milioni di persone dai sovraffollati altopiani alle regioni dei bassopiani degli Afar, senza consultare preventivamente gli Afar, come richiederebbe invece la Convenzione ONU per i diritti dei popoli indigeni. La distruzione ambientale in Eritrea sta causando l&#8217;allargamento del deserto di Danakil con un sensibile incremento dei periodi di siccità, la conseguente perdita di raccolti, la moria di bestiame e in ultimo carestia per la popolazione della regione.</p>
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La situazione è catastrofica anche per le popolazioni indigene del delta del Niger in Nigeria. L&#8217;estrazione petrolifera indiscriminata nei loro territori ha causato distruzione ambientale, l&#8217;avvelenamento dei terreni e dell&#8217;acqua e aria insalubre. I profitti dell&#8217;estrazione petrolifera vanno al governo mentre non vi è alcun tipo di ritorno economico per le popolazioni interessate.</p>
<p>Nei paesi asiatici così come nei paesi latinoamericani dove vive la maggior parte delle popolazioni indigene i loro diritti e le loro necessità vengono perlopiù ignorate. Molte comunità indigene del Venezuela sono riuscite ad ottenere la demarcazione dei loro territori ma questo non garantisce loro alcuna tutela nei confronti di grandi progetti economici pianificati e realizzati senza che le comunità ne vengano informate o venga sentito il loro parere, come richiederebbe invece la dichiarazione delle Nazioni Unite. Questi sono solo alcuni degli esempi raccolti dall&#8217;APM in un dossier nel quale analizza in modo dettagliato la Dichiarazione dell&#8217;ONU per i diritti dei popoli indigeni e sottolinea l&#8217;importanza di una convenzione vincolante per la tutela delle popolazioni indigene.</p>
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