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	<title>pizzo Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Giuseppe Piraino: l&#8217;imprenditore che si è rifiutato di pagare il pizzo</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Feb 2019 07:45:09 +0000</pubDate>
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<p><i><b>Associazione per i Diritti umani </b></i>ha intervistato, per voi, Giuseppe Piraino, un imprenditore siciliano che, recentemente, si è rifiutato di pagare il pizzo.</p>
<p>Ringraziamo di cuore Giuseppe Piraino per quest&#8217;intervista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>
<p><strong>Partiamo da dove vive e dalla sua professione.</strong></p>
<p>Vivo a Palermo, ho una ditta edile da circa diciotto anni e mi occupo di edilizia commercaile, civile e pubblica.</p>
<p><strong>Vuole racontarci la vicenda che l&#8217;ha vista coinvolta nella richiesta del pizzo da parte della criminalità organizzata?</strong></p>
<p>Il nostro settore è bombardato da queste richieste perchè siamo particolarmente esposti con i ponteggi, attività di ristrutturazione, etc., in tutta la Sicilia.</p>
<p>Un giorno di metà luglio, il mio capocantiere mi dice che c&#8217;è una persona losca che chiede di me. E questo è accaduto più volte. Ho sempre lasciato perdere anche perchè questa persona pretendeva che fossi io a cecarla e a mettermi in contatto con lei. Da questo si evince come tutti conoscano questi personaggi perchè, se io fossi andato dal commerciante a fianco a chiedere di quella persona, avrebbe saputo da chi e dove mandarmi.</p>
<p>A settembre, dopo non aver ricevuto alcuna risposta da parte mia, il mafiosetto si è un po&#8217; arrabbiato e ha deciso di andare al cantiere, urlando che dovevo “alzare il culo” e andare a cercarlo perchè la cosa poteva finire male; poi ha buttato tutti quanti fuori, interrompendo il lavoro dei miei operai. A quel punto mi sono arrabbiato, sono arrivato in loco e ho fatto ricominciare i lavori.</p>
<p>Il giorno dopo &#8211; certo che questa persona sarebbe tornata a minacciarmi -ho comprato una videocamera, l&#8217;ho nascosta e ho fatto la ripresa delle minacce. Sono andato da Confartigianato, di cui sono socio, e loro mi hanno dato appoggio assoluto. Mi sono recato, quindi, dai Carabinieri.</p>
<p>Il video è uscito pubblicamente a dicembre perchè le indagini erano in corso, ma le forze dell&#8217;ordine lo avevano già visionato a settembre e ci sono stati degli arresti.</p>
<p>Come si può convincere anche altri a denunciare?</p>
<p>Proprio qui è il problema: sono vicino a tutti quelli che hanno denunciato e lo stanno facendo, ma spesso vengono strumentalizzati dai centri anti-racket che hanno iniziato a fare politica, dalle istituzioni, e dai politici. Come cittadino mi aspetto chissà che cosa dai politici, ma il politico fa solo il suo mestiere&#8230;Io non mi aspetto nulla, tantomeno protezione. Quello che, paradossalmente, si deve fare è penalizzare chi paga il pizzo, perchè la Legge dice che si tratta di favoreggiamento; su 50 arresti, siamo stati in 8/9 a denunciare, di cui 7 lo hanno fatto solo perchè sono uscite le intercettazioni dei Carabinieri e, quindi, sono stati costretti a farlo per non passare nel penale. E&#8217; stata quasi una denuncia costrittiva, ma non è così che si migliora il senso civico. Il senso civico nasce qualora tutti quanti prendono coscienza di dover fare fronte comune: a quel punto ci sarà il vero cambiamento. Uso sempre parole molto pesanti nei confronti di questi mafiosetti perchè non voglio avere paura, la paura è un ricatto.</p>
<p><strong>Anche la scuola è importante per combattere la mentalità mafiosa&#8230;</strong></p>
<p>Sono stato in alcune scuole e ho detto che è bellissimo essere sbirro e bruttissimo essere mafioso. Un conto è guardare il film “Il padrino” con tutti gli stereotipi culturali del siciliano, ma un altro è vivere nel 2018 e guardare in faccia la realtà: bellissimo è denunciare. Se non studiate &#8211; ho detto agli studenti &#8211; sarete disoccupati, avrete bisogno della raccomandazione per lavorare e finirete nelle maglie della mafia per guadagnare pochissimo, rischiando tutto. E&#8217; questo che volete?</p>
<p><strong>La sua famiglia la supporta?</strong></p>
<p>Ho due figlie da un primo matrimonio e un&#8217;altra dal secondo. Tutti mi supportano, anche gli amici mi fanno i complimenti. Le mie figlie più grandi hanno avuto paura all&#8217;inizio, ma bisogna trasmettere serenità e fiducia.</p>
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		<title>Lotta concreta alle mafie: le parole del Comitato Addio Pizzo</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Dec 2015 08:28:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>
Addiopizzo è un movimento aperto, fluido, dinamico, che agisce dal basso e si fa portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia. È formato da tutte le donne e gli uomini, i ragazzi e le ragazze, i commercianti e i consumatori che si riconoscono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. </p>
<p>Addiopizzo è anche un’associazione di volontariato espressamente apartitica e volutamente “monotematica”, il cui campo d’azione specifico, all’interno di un più ampio fronte antimafia, è la promozione di un’economia virtuosa e libera dalla mafia attraverso lo strumento del “consumo critico Addiopizzo”. </p>
<p>L&#8217;Associazione per i Diritti umani ha rivolto alcune domande ai membri del Comitato Addio Pizzo. </p>
<p>Risponde, per voi, Pico Di Trapani. Ringraziamo moltissimo il Comitato Addio pizzo.</p>
<div style="text-align: center;">
<br />&nbsp;<a href="http://4.bp.blogspot.com/-VOAKPtbl_6U/Vn-tbd4LDNI/AAAAAAAAD2E/lx2u3lSjOnk/s1600/Frase396x113.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/12/Frase396x113.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></p>
</div>
<p>
Un comitato, il vostro, costituito da studenti: potete parlarci delle vostre competenze, dei motivi che vi hanno spinto e di come siete organizzati? </p>
<p>Siamo un gruppo di cittadini palermitani di età varia, abbiamo tutti intorno ai venti, trenta, quarant&#8217;anni e ci siamo ritrovati nel tempo a costruire un percorso dentro l&#8217;associazione convenendo sulla necessità di creare a Palermo, la nostra città, una rete che permettesse in ultima istanza ai commercianti e imprenditori vessati dal racket delle estorsioni mafiose, di denunciare in tutta sicurezza le violenze subite da Cosa nostra. Proveniamo da percorsi personali differenti, ma siamo uniti dall&#8217;adesione a principi comuni che si riassumono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Tutto nacque casualmente così, nel 2004, dal primo nucleo storico della futura associazione, che decise di condividere quella comunicazione con la città di Palermo affiggendo dappertutto, per le strade del centro storico, centinaia di adesivi che riportavano quel messaggio. Poi nel tempo i volontari sono aumentati e ci siamo potuti strutturare meglio, pianificando azioni che vanno nella stessa direzione e che ad oggi convergono su un&#8217;opera di sensibilizzazione nei confronti della cittadinanza e del mondo delle scuole, una comunicazione costante sul tema del racket e di ciò che concerne la lotta alla mafia, l&#8217;organizzazione di eventi e la promozione di una lista di consumo critico antiracket &#8211; consultabile sul nostro sito internte e tramite App &#8211; l&#8217;assistenza processuale e psicologica alle vittime del pizzo, etc. </p>
<p>Perchè l&#8217;estorsione è la “madre di tutti i crimini”? </p>
<p>Quando sosteniamo questo, riportiamo e quindi condividiamo l&#8217;idea espressa nel 1991 da Libero Grassi, che diceva al proposito: “L’estorsione è la madre di tutti i crimini perché è funzionale a stabilire, consolidare ed estendere il governo sul territorio rappresentato da una strada, una piazza o un quartiere. Il pizzo è manifestazione della signoria territoriale di Cosa nostra sulla città di Palermo. Con il pizzo la mafia si fa Stato”. Il pizzo, pur costituendo un&#8217;emergenza sociale ed essendo ancora oggi fortemente radicato come prassi criminale, non è per Cosa nostra e non ha mai costituito una fonte di reddito così alta, in rapporto al totale delle sue entrate. Ciononostante, è da sempre praticata dalle organizzazioni mafiose come strumento di affermazione del proprio potere e di riconoscimento della propria superiorità da parte della comunità locale vessata, che invece di unirsi e reagire accetta questa supremazia imposta con la violenza. Sta in questo il vulnus culturale su cui intendiamo agire, invitando gli altri palermitani e siciliani a riconoscere in noi stessi per primi i responsabili di questo potere mafioso nella nostra regione, e a reagire insieme di conseguenza. </p>
<p>Come si svolgono le vostre iniziative antiracket rivolte alle scuole? </p>
<p>Dal 2005 i nostri volontari incontrano studenti di ogni età, nella certezza che la scuola, bene comune prioritario, è laboratorio privilegiato per la lotta alla criminalità mafiosa e alla mentalità che ne sta alla base. Le scuole, luogo di incontro di culture differenti, possono e debbono educare il cittadino in un’ottica cosmopolita, quella di una società interculturale, finalmente libera. Gli incontri con gli studenti si svolgono nelle rispettive scuole o nella sede a noi affidata, un bene confiscato alla mafia, per questo stesso luogo di forte impatto simbolico. A fianco di docenti, studenti, genitori e dirigenti scolastici, che ringraziamo sentitamente, Addiopizzo in questi anni ha non solo inciso nella formazione di questi studenti, ma segnato, secondo noi, un momento unico e significativo nella storia della nostra città con le diverse iniziative e progetti di sensibilizzazione elaborati e attuati ogni anno, a dimostrazione di quanto la scuola possa essere determinante nel formare le coscienze dei giovani. </p>
<p>Quali appoggi e quali ostacoli avete incontrato durante il vostro lavoro? </p>
<p>Gli ostacoli maggiori provengono dal tentativo che portiamo avanti, di provare a scardinare la mentalità di chi è rassegnato all’idea che nulla possa cambiare e per tale approccio assume atteggiamenti di indifferenza, nella migliore delle ipotesi, o di acquiescenza nella peggiore, a fenomeni dai quali oggi ci si può davvero liberare. Ma si tratta di un lavoro per il quale bisogna ancora tanto faticare. Si tratta di sfide e ostacoli prettamente culturali. Non a caso la maggior parte degli operatori economici che hanno denunciato e che si sono avvalsi del nostro ausilio appartengono a generazioni di giovani &#8211; trentenni, quarantenni e cinquantenni che hanno forti resistenze culturali rispetto a fenomeni come quello delle estorsioni. Noi vogliamo sostanzialmente restituire normalità alla nostra terra, facendo in modo che chi resiste alle pressioni mafiose e clientelari possa proseguire il proprio lavoro senza ripercussioni sulla propria incolumità e sull’attività economica che esercita. La presenza mafiosa nell’economia siciliana è ancora forte. Il pizzo imposto ai commercianti, oltre a rappresentare la negazione di libertà importanti, come quella di impresa, è anche un pesante macigno che incide sulla possibilità dello sviluppo dell’economia isolana, distorcendone le regole del mercato e della libera concorrenza. Ma, oggi, esistono molti esempi positivi di riscatto che possono permettere di sperare in un futuro diverso, libero dalla criminalità organizzata e dai suoi disastrosi effetti. L&#8217;appoggio su cui contiamo proviene da questa rete che da anni, ognuno per la propria parte, stiamo contribuendo a tessere insieme. </p>
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		<title>Mio padre in una scatola da scarpe: Giulio Cavalli e il suo &#8220;piccolo&#8221;/grande eroe</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2015 05:37:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Uscito per Rizzoli l&#8217;ultimo lavoro letterario di Giulio Cavalli scrittore e attore, da sempre impegnato sui temi civili e sulla legalità, Mio padre in una scatola da scarpe è un romanzo che parla, forse,&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2015/12/16/mio-padre-in-una-scatola-da-scarpe/">Mio padre in una scatola da scarpe: Giulio Cavalli e il suo &#8220;piccolo&#8221;/grande eroe</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://2.bp.blogspot.com/-j6ZvJ_OGXow/VnEF0mbUymI/AAAAAAAADz8/rDcDyQ1jmPI/s1600/3402118-9788817083027.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" height="400" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/12/3402118-9788817083027.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="268" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Uscito per Rizzoli l&#8217;ultimo lavoro<br />
letterario di Giulio Cavalli scrittore e attore, da sempre impegnato<br />
sui temi civili e sulla legalità, <i>Mio padre in una scatola da<br />
scarpe </i>è un romanzo che parla,<br />
forse, anche un po&#8217; dell&#8217;autore stesso, capace sempre di dire No alla<br />
cultura mafiosa, in grado di pagare un prezzo alto per i valori della<br />
giustizia e della vita.
</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal;">
&#8220;Michele Landa non è un eroe, e<br />
neppure un criminale. Tutto ciò che desidera è coltivare il suo<br />
orto e godersi la famiglia; vuole guardarsi allo specchio e vederci<br />
dentro una persona pulita. Ma a Mondragone serve coraggio anche per<br />
vivere tranquilli: chi non cerca guai è costretto a confrontarsi<br />
ogni giorno con gli spari e le minacce dei Torre e con l&#8217;omertà dei<br />
compaesani&#8221;.
</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal;">
Tornano, nel libro, le parole degli<br />
spettacoli teatrali che Cavalli porta in scena: omertà, paura,<br />
ribellione, violenza, rispetto, verità”: parole e concetti da<br />
approfondire; alcuni da cancellare, altri da insegnare, con l&#8217;esempio<br />
e la Cultura.
</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal;">
L&#8217;Associazione per i Diritti Umani ha<br />
rivolto alcune domande a Giulio Cavalli e lo ringrazia per la<br />
disponibilità.</div>
<p>
E&#8217; la storia di un uomo<br />
comune, diventato eroe, e della sua famiglia: quanto è importante<br />
raccontare storie (a teatro, in letteratura) a sfondo civile?</p>
<p>
Io credo che sia importante<br />
raccontare storie credibili e scrivo credibili nel senso più ampio<br />
del termine ovvero abbiamo bisogno di storie che insegnino l’eroismo<br />
che sta nei tanti piccoli gesti quotidiani che sono famigliari a<br />
molti. Questo romanzo non vuole celebrare Michele Landa, che altro<br />
non è che un uomo vicino alla pensione con la cura della propria<br />
famiglia, ma prova a fare intendere quanti “profughi stanziali”<br />
si ritrovano a combattere in ambienti non facili. Ognuno secondo le<br />
proprie capacità, le proprie possibilità e le proprie attitudini.<br />
Credo che ultimamente abbiamo commesso l’errore di cercare<br />
l’iperbole mentre sotto gli occhi, tutti i giorni, abbiamo<br />
quotidiani esempi di resistenza</p>
<p>
Qual è l&#8217;Italia che lei<br />
racconta?</p>
<p>
L&#8217;Italia dove la<br />
prevaricazione è sistematica, il bullismo è considerato un dovere<br />
per condire la credibilità dei potenti e dove un continuo logorio<br />
della democrazia ha portato a farci credere che alcuni nostri diritti<br />
siano dei privilegi. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un<br />
graduale disfacimento del pieno significato dell’essere buoni,<br />
tanto che oggi è considerato un difetto, una debolezza. In realtà<br />
spesso essere buoni significa avere la forza di stare ostinatamente<br />
controcorrente e Michele, con i suoi figli, è la personificazione di<br />
questo sforzo strenuo e continuo.</p>
<p>Ci parla del progetto legato<br />
al suo libro?</p>
<p>Andando in giro per scuole e<br />
librerie abbiamo scoperto che il romanzo risulta molto utile anche<br />
per discutere di bullismo e prepotenza. In realtà il progetto con le<br />
scuole è tutto merito di Ivano Zoppi e la sua ONLUS Pepita che hanno<br />
avuto il merito di trasformare il libro in un’occasione per<br />
chiedere di alzare la voce contro i soprusi. Un libro, appena uscito<br />
in libreria, smette di essere del suo autore e anche questa<br />
iniziativa l’ho vissuta con l’emozione di uno spettatore<br />
privilegiato. Sono molto contento che finalmente si riesca a dare una<br />
declinazione quotidiana ad un fenomeno (quello mafioso) che troppo<br />
spesso ha bisogno di eroi per poter essere raccontato.</p>
<p>
Spesso le persone oneste<br />
vengono lasciate sole dalle istituzioni e, per questo, molte di loro<br />
hanno perso la vita, seguendo l&#8217;etica e la legge&#8230;Oggi in che<br />
direzione si sta muovendo lo Stato italiano in termini di lotta alle<br />
mafie?</p>
<p>
Si da sempre molto poco.<br />
L’Italia è il Paese più evoluto sul fronte antimafia perché è<br />
anche il laboratorio più estremo delle mafie ma sono convinto che al<br />
netto della retorica ancora oggi si faccia troppo poco e troppo<br />
spesso male. Pensiamo, solo per citare un esempio, ai testimoni di<br />
giustizia che non sono altro che normali, semplici cittadini a cui “è<br />
capitata l’occasione di essere giusti”. dovrebbero essere<br />
trattati dallo Stato con tutta la cautela e la gratitudine per chi<br />
decide di alzare la testa e invece sono pressoché quotidiane le<br />
notizie di difficoltà ambientali, economiche e di sicurezza di chi<br />
ha deciso di denunciare. La strada è lunga e in più il movimento<br />
antimafia sembra vivere anche un pericoloso periodo di appannamento.</p>
<p>
Come possiamo educare i<br />
giovani alla cultura della legalità?</p>
<p>
Primo: facendo in modo che<br />
essere corretti e rispettare la legge sia conveniente. E questo è un<br />
dovere della politica. Poi abbiamo bisogno di riportare il senso di<br />
legalità al senso di solidarietà, cittadinanza attiva,<br />
responsabilità e giustizia. Qui non si tratta solo di insegnare le<br />
leggi ma riuscire a far cogliere il senso alto che sta dietro alle<br />
basi della democrazia. E finché non riusciremo a raccontare la legge<br />
come un’opportunità piuttosto che un limite credo che faremo molta<br />
fatica a trovare un vocabolario che funzioni.</p>
<p></p>
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