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	<title>porto Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Aggiornamento #Libano</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2020 07:50:16 +0000</pubDate>
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<p>(Da Anmbamed di Farid Adly)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="800" height="600" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14497" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure></div>



<p>Manifestazioni a Beirut per il terzo giorno consecutivo. Scontri con la polizia nella piazza dei Martiri, nel centro della città. “Punire i responsabili ed i primi tra coloro si siedono sulle poltrone del governo e del Parlamento”, hanno scritto nei cartelli. “Negligenza e corruzione sono le cause della strage”, annunciano altri. La richiesta è la caduta del governo e elezioni anticipate subito. Pietre contro lacrimogeni e pallottole di gomma. I manifestanti hanno tentato di raggiungere la sede del Parlamento, scavalcando le transenne, ma sono stati respinti. Nei video postati sui social è stato notato un principio di incendio nelle vicinanze del palazzo del Parlamento, ma è stato subito domato dai vigili del fuoco. La situazione politica nel paese sta precipitando. Si sono dimessi due ministri: quella dell&#8217;Informazione, Manal Abdulsamad, e dell&#8217;ambiente, Dimanus Qattar. Abdulsamad ha spiegato la sua decisione per l&#8217;incapacità di rispondere alla volontà popolare di un passo di cambio nella gestione del potere. 11 i deputati che si sono dimessi dall&#8217;incarico.</p>



<p>Il confronto politico è sulla natura dell&#8217;inchiesta sulla strage. I partiti dell&#8217;opposizione, Saad Hariri (sunniti), Walid Jumblat (Socialisti) e una parte dei partiti cristiani chiedono un&#8217;inchiesta internazionale. I partiti al governo (Hezbollah, una parte dei sunniti e i cristiani&nbsp;seguaci del presidente&nbsp;Aoun) vogliono mantenere il carattere nazionale alla vicenda. Il timore dei primi è che venga insabbiata l&#8217;inchiesta; quello dei contrari è che vengano scoperte responsabilità politiche dei diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni.</p>



<p>Sulla questione si è espresso anche il patriarca maronita, nel sermone della Domenica, chiedendo le dimissioni del governo, elezioni anticipate e inchiesta internazionale.</p>



<p>Un altro tema nel dibattito politico libanese è il disarmo di Hezbollah; tema questo che rischia di avvelenare le acque e portare il paese allo scontro confessionale e alla guerra civile.</p>



<p>Le ricerche dei dispersi sono praticamente concluse. Il capo delle squadre ha affermato che “non ci sono più speranze di trovare altre persone vive sotto le macerie. Rimaniamo a lavorare per la rimozione delle macerie e liberare le strade”. Il numero totale delle vittime sale quindi a 208 morti.</p>



<p>Sul piano internazionale, la Conferenza di Parigi dei paesi donatori, promossa dalla Francia e dall&#8217;ONU, non sembra aver trovato il successo sperato. Di fronte ad una valutazione del danno di 15 miliardi di dollari, gli aiuti promessi sono di 250 milioni e “condizionati alla fornitura diretta degli aiuti alla popolazione, per evitare corruzione e clientelismo. Non daremo carta bianca al sistema politico libanese”, ha sentenziato il presidente Macron.</p>



<p>IL premier libanese Diyab ha presentato le sue dimissioni, dopo le proteste popolari e le dimissioni di 4 ministri e 11 deputati dai loro incarichi. Lo ha fatto con dignità, sostenendo le rivendicazioni della piazza, ma mettendo con dignità i punti sugli i: “Siamo qui a guidare il paese da pochi mesi, ma ci siamo accorti che il sistema corrotto è uno Stato nello Stato. Siamo per la punizione di chi ha sbagliato, per una vicenda che dura da 7 anni&#8230; Tra coloro che hanno chiesto le nostre dimissioni ci sono politici che hanno governato per molto più tempo di questo governo tecnico. Non c&#8217;è limite alla vergogna”. La frecciata è rivolta senza nominarli all&#8217;ex premier Saad Hariri, ai ministri di governi passati che siedono nelle istituzioni bancarie e finanziarie. Il presidente Aoun lo ha incaricato degli affari correnti e inizierà le consultazioni per una nuova nomina o elezioni anticipate. La crisi libanese è complessa, perché il sistema politico è marcio e fondato non sulla cittadinanza, ma sull&#8217;appartenenza alle confessioni. Una delle richieste delle manifestazioni di piazza, che durano dello scorso 17 Ottobre, è proprio la fine della spartizione confessionale della politica e delle poltrone. Una rivendicazione che dura dai tempi della guerra civile durata dal 1975 al 1990. Ma il sistema è riuscito, a causa dell&#8217;interferenza anche di fattori esterni, a impedire il cambiamento. La strage del porto è dato il colpo di grazia al sistema corrotto, ma probabilmente anche alle speranza di cambiamento e di fronte al Libano si apre un periodo molto difficile pieno di incognite.</p>



<p>Il paese è sulla bocca di un vulcano e rischia di finire nell&#8217;uragano degli scontri regionali e internazionali: lo scontro tra l&#8217;iran e Israele e Stati Uniti, la lotta tra Turchia e Qatar da una parte e Arabia Saudita e Emirati arabi uniti dall&#8217;altra. E anche qua non manca lo zampino della Turchia, che sfida sul terreno delle influenze la Francia. Nel paese inoltre vivono circa due milioni di profughi palestinesi e siriani, con il dramma dei loro paesi dove, in uno c&#8217;è una guerra civile e l&#8217;altro è sottoposto ad un&#8217;occupazione militare. La guerra tra Israele e Siria si gioca anche sul territorio libanese.</p>



<p>Il Libano si è barcamenato finora in un equilibrio instabile, dichiarando la sua neutralità. Una condizione impossibile in un mare di contraddizioni come lo è il Vicino Oriente. Le pressioni politiche ed economiche messe in campo da Washington e Riad nascono dalla volontà di escludere Hezbollah dal governo. Ma senza questo movimento, non ci sarebbe una maggioranza in Parlamento. Hezbollah è un partito e allo stesso tempo un movimento armato di resistenza contro Israele ed è nel campo dell&#8217;Iran e del presidente siriano Bashar Assad. Suoi 4 aderenti sono accusati per l&#8217;assassinio dell&#8217;ex premier Rafiq Hariri e processati in contumacia al Tribunale speciale dell&#8217;Aja, che doveva emettere la sentenza lo scorso Venerdì. In passato, le condizioni politiche hanno costretto lo stesso Saad Hariri, figlio di Rafiq e capo del Partito Al Mustqbal (Futuro), a presiedere un governo di coalizione con Hezbollah. Condizioni che adesso non ci saranno più.</p>



<p>Durante la conferenza dei paesi donatori, si è vista la debolezza del governo attuale, che è stato escluso dal poter gestire gli aiuti internazionali, che andranno direttamente alle organizzazioni non governative libanesi ed agli organismi internazionali dell&#8217;ONU.</p>



<p>Le variabili sono molte e il presidente francese Macron ha accennato ad una di queste rivolgendosi al presidente USA Trump: “Le sanzioni rischiano di complicare il quadro politico libanese, invece di risolverlo”. Le sanzioni all&#8217;Iran, che toccano Hezbollah, intende. Per non far crollare il paese dei cedri, Parigi indica un governo di unità nazionale, per una riforma costituzionale.</p>



<p>Sarà capace la società civile libanese, che ha condotto le lotte di piazza, in modo civile e misurato, di proseguire su questo sentiero accidentato? Una riforma costituzionale ha bisogno di un Parlamento non spartito tra le confessioni ed una legge elettorale democratica: ogni testa un voto.</p>



<p>E&#8217; una lotta impari, che si svolge in condizioni molto più difficili in una situazione economica disastrosa e un clima internazionale polarizzato, che non lascia spazi di manovra.</p>



<p>Dalle ceneri del porto, potrebbe nascere il nuovo Libano, ma non si vedono in campo le forze per portarlo a termine.</p>
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		<title>Notizie dal mondo. Libano, in primo piano</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Aug 2020 09:25:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Rassegna stampa di oggi, 5 agosto 2020, a cura di Farid Adly, Anbamed. I titoli: Libano: una strage nel porto di Beirut. Dubbi sulla versione ufficiale sull&#8217;origine della spaventosa deflagrazione Iran: un altro incendio&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>Rassegna stampa di oggi, 5 agosto 2020, a cura di Farid Adly, Anbamed. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="738" height="462" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/beirut-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14484" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/beirut-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 738w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/beirut-1-300x188.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 738px) 100vw, 738px" /></figure></div>



<p><em>I titoli:</em></p>



<p>Libano: una strage nel porto di Beirut. Dubbi sulla versione ufficiale sull&#8217;origine della spaventosa deflagrazione</p>



<p>Iran: un altro incendio misterioso in un complesso industriale a Teheran</p>



<p>Acque del Nilo: Egitto e Sudan abbandonano il negoziato</p>



<p>Yemen: piogge torrenziali e aluvioni: 45 morti e migliaia di sfollati.</p>



<p>Egitto: appello per la liberazione di Sanaa Seif</p>



<p><em>Le notizie:</em></p>



<p><strong>Libano:</strong></p>



<p>“Beirut Piange”, “La Catastrofe”. Sono due titoli di giornali libanesi stamattina, il giorno dopo la spaventosa esplosione nel porto della capitale libanese. Al-Nahar rincara la dose: “Il suicidio di uno Stato fallito”. Gli ospedali sono in tilt per l&#8217;arrivo di oltre 3 mila feriti. I morti sono 73, ma non si esclude che il numero sia più alto e che sicuramente aumenterà. La Croce Rossa libanese parla già di 100 vittime. Sgomento, incredulità e tanta solidarietà umana e internazionale.</p>



<p>Le dichiarazioni che tendevano a minimizzare hanno ridotto la credibilità delle versioni ufficiali: deposito di fuochi d&#8217;artificio, esplosivi sequestrati da tempo e, infine, i nitrati d&#8217;ammonio non convincono. Un generale in pensione, Khalil Hello, ha puntualizzato che “i nitrati di ammonio per esplodere hanno bisogno di un innesco, non esplodono da sole”.</p>



<p>Negligenza o attentato? Nessuna pista è esclusa e il primo ministro ha promesso che i responsabili saranno individuati e pagheranno.</p>



<p>Non mancano i commentatori che collegano l&#8217;esplosione con l&#8217;avvicinarsi della sentenza per l&#8217;assassinio dell&#8217;ex premier Rafiq Hariri (14 febbraio 2005), che sarà pronunciata dopo domani Venerdì al Tribunale speciale per il Libano, all&#8217;Aja. Una sentenza attesa da anni di un processo che ha visto sul banco degli imputati 4 uomini di Hezbollah.</p>



<p><strong>Iran:</strong></p>



<p>Un altro incendio misterioso in una zona industriale iraniana. Lo riporta la Tv di Stato sostenendo che non ci sono state vittime, ma soltanto danni materiali. L&#8217;incendio è avvenuto in un quartiere di Teheran, ieri mattina, ed è stato domato dai vigili del fuoco. E&#8217; l&#8217;ennesimo episodio di una lunga serie che ha colpito a ripetizione impianti industriali strategici iraniani e che finora non hanno trovato spiegazione; il più preoccupante dei quali è stato l&#8217;incendio divampato nella centrale nucleare di Natanz.</p>



<p>Il sito statunitense, Business Insider, citando generali israeliani e statunitensi in anonimato, ha sostenuto che dietro questi incendi c&#8217;è la mano di Tel Aviv, che mira ad innescare una guerra con Teheran con il sostegno di Trump, prima delle elezioni negli Stati Uniti.</p>



<p><strong>Acque del Nilo:</strong></p>



<p>Egitto e Sudan hanno chiesto la sospensione delle trattative con Etiopia. “Dopo l&#8217;ultima lettera del governo di Addis Abeba, è apparso chiaro che si sta cercando di perdere tempo”, ha detto il ministro dell&#8217;irrigazione del Cairo. Il ministero degli esteri di Khartoum, invece, va più pesante: “Non possiamo consegnare la sorte di 22 milioni di sudanesi, che vivono sulle rive del Nilo, nelle mani di chi non rispetta gli impegni”. Il ritiro dei due Paesi è stato comunicato all&#8217;Unione Africana che sta conducendo il difficile negoziato. Le trattative durano da tempo, ma non si è arrivato ad un accordo che rispetti i diritti e gli interessi di tutti i tre paesi. Etiopia ha annunciato, lo scorso 21 luglio, di aver completato la prima fase del riempimento della diga Rinascita, senza nessun accordo con gli altri due paesi rivieraschi. Il Cairo aveva annunciato che farà ricorso al Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU ed al Tribunale Internazionale dell&#8217;Aja.</p>



<p><strong>Yemen:</strong></p>



<p>Le piogge torrenziali hanno causato alluvioni in tutto il Paese, con vittime e danni materiali ingenti. Ci sono state 45 vittime, 8 dei quali bambini. I danni materiali sono incalcolabili, in un paese distrutto dalla guerra e dalla povertà. Due dighe sono crollate. Decine di migliaia gli sfollati. La provincia più colpita è quella di Marab, dove i campi degli sfollati della guerra in corso sono stati travolti dalle acque. Le previsioni meteo sono allarmanti. Nel paese non c&#8217;è un governo centrale e vive da 6 anni una guerra civile per procura, con un pesante intervento militare saudita.</p>



<p><strong>Egitto:</strong></p>



<p>200 intellettuali internazionali, tra i quali, Noam Chomsky, hanno firmato un appello per la liberazione di Sanaa Seif, sorella dell&#8217;attivista egiziano, Alaa Abdel Fattah, dirigente del movimento di protesta del 25 gennaio 2011, che ha fatto cadere la dittatura di Mubarak, anche lui in carcere dal settembre 2019. Sanaa è stata arrestata lo scorso Giugno mentre stava compiendo uno sciopero della fame, insieme alla madre, davanti al carcere di Tora, per chiedere notizie su Alaa. Le due donne avevano lamentato di essere state maltrattate dagli agenti e la magistratura ha ordinato l&#8217;arresto di Sanaa per “diffusione di notizie false e di turbativa della sicurezza nazionale”.&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Ong. La nave Alex in stallo, naufraga la trattativa per lo sbarco dei 41 migranti</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jul 2019 08:47:15 +0000</pubDate>
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<h1><em>Ong.</em>&nbsp;La nave Alex in stallo, naufraga la trattativa per lo sbarco dei 41 migranti</h1>



<p>di Ilaria Solaini per <em>www.avvenire.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</em></p>



<p>laria Solaini, inviata a bordo di Alex &amp; co./Mediterranea venerdì 5 luglio 2019. Trasbordate soltanto le tredici persone più fragili, a bordo manca lo spazio vitale. Davanti a Lampedusa il veliero è in condizioni disperate, senza cibo e senza acqua per far funzionare i bagni</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.avvenire.it/c/2019/PublishingImages/6ebf80154bcc4d49a04b8bcd6cd0c7d0/medi1_65336401.jpg?width=1024&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Una immagine che documenta la situazione precaria dei migranti a bordo del veliero Alex &amp; co. (foto Rescue Mediterranea)"/></figure>



<p>Una immagine che documenta la situazione precaria dei migranti a bordo del veliero Alex &amp; co. (foto Rescue Mediterranea)<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.facebook.com/sharer.php?u=https%3a%2f%2fwww.avvenire.it%2fattualita%2fpagine%2fmediterranea-davanti-lampedusa-malta-roma-caso-politico&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank"></a><a rel="noreferrer noopener" href="https://twitter.com/share?url=https%3a%2f%2fwww.avvenire.it%2fattualita%2fpagine%2fmediterranea-davanti-lampedusa-malta-roma-caso-politico&amp;text=La%20nave%20Alex%20in%20stallo,%20naufraga%20la%20trattativa%20per%20lo%20sbarco%20dei%2041%20migranti&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank"></a><a href="mailto:?Subject=Avvenire%20%20mediterranea-davanti-lampedusa-malta-roma-caso-politico&amp;Body=Vorrei%20condividere%20con%20te%20questo%20articolo%20https://www.avvenire.it/attualita/pagine/mediterranea-davanti-lampedusa-malta-roma-caso-politico?utm_source=rss&utm_medium=rss"></a></p>



<p>Situazione di stallo al largo di Lampedusa. A bordo della barca a vela Alex &amp; co., della Missione Mediterranea, la situazione è disperata: manca l&#8217;acqua per far funzionare i bagni, la giornata è stata caldissima e nonostante il trasbordo di 13 persone, le più fragili, manca lo spazio vitale per i 41 rimasti a bordo con l&#8217;equipaggio. E soprattutto, la soluzione appare ancora fuori dall&#8217;orizzonte, nonostante un accordo annunciato fin dal pomeriggio tra Italia e Malta per uno scambio di migranti: i 41 accolti a Malta, 55 dall&#8217;isola andranno in Italia. Ma fino a tarda sera l&#8217;accordo è solo sulla carta, perché la Alan Kurdi non è in condizione di navigare fino a Malta e all&#8217;orizzonte non ci sono navi militari né italiane né maltesi per un trasbordo di emergenza..</p>



<h3>L&#8217;EVACUAZIONE</h3>



<p>I medici della Guardia costiera, saliti a bordo della Alex &amp; co. di Mediterranea a fine mattinata, hanno chiesto l&#8217;evacuazione per alcuni migranti<strong>. Tredici persone sono state trasbordate nel primo pomeriggio.</strong>Si tratta di un minore, due donne gravide, una donna malata con sorella e figlia e due famiglie di 4 e 3 persone. A bordo del veliero, bloccato in acque internazionali davanti a Lampedusa, restano 41 migranti più l&#8217;equipaggio. Per loro la Guardia costiera ha portato il pranzo e l&#8217;acqua.&nbsp;<strong>Le condizioni a bordo del veliero sono precarie. Sole a picco. Non c&#8217;è quasi più acqua nei cassoni</strong>, il che significa non poter più utilizzare i bagni. Scarseggia anche il cibo.</p>



<h3>L&#8217;ACCORDO TRA ITALIA E MALTA</h3>



<p>Nel pomeriggio&nbsp;<a href="https://twitter.com/RescueMed/status/1147135328702144512?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l&#8217;Ong twitta che l&#8217;«accordo tra governi italiano e maltese è confermato da entrambe le parti</a>:&nbsp;<strong>aspettiamo che le Autorità organizzino il trasferimento a Malta su assetti militari</strong>, visto che non può avvenire a bordo della ALEX». Sarebbe infatti troppo&nbsp;<strong>rischioso affrontare la navigazione fino a Malta, distante 96 miglia</strong>. Solo 12 miglia invece separano il&nbsp;<strong>veliero, omologato per 18 persone</strong>, dal porto di Lampedusa. Ma a bordo si resta in attesa: il balletto delle dichiarazioni non riesce a nascondere il fatto che non ci sono segnali dell&#8217;arrivo di navi per trasbordare i migranti e alleggerire così la situazione della Alex.</p>



<p>Fino a metà pomeriggio, con un sole a picco e penuria di acqua potabile, la Marina Militare maltese ha confermato per due volte che nessuna imbarcazione militare sta avvicinandosi a Lampedusa per scortare la Alex fino alle acque maltesi.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.avvenire.it/c//2019/PublishingImages/6ebf80154bcc4d49a04b8bcd6cd0c7d0/veliero898.jpg?width=620&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Il veliero Alex &amp; co. di Mediterranea, lungo 18 metri (foto Valerio Nicolosi)"/></figure>



<p>Il veliero Alex &amp; co. di Mediterranea, lungo 18 metri (foto Valerio Nicolosi)</p>



<p>La Difesa avrebbe messo a disposizione mezzi della Marina Militare per il trasbordo, ma dal titolare del Viminale non sarebbe arrivato il via libera. L&#8217;obiettivo sarebbe il sequestro del veliero, meglio a se a La Valletta. Ma la Mediterranea invece, secondo il Viminale, desidererebbe trasbordare tutti i migranti in acque maltesi e poi tornare in porto in Italia. Una provocazione, secondo il Viminale.<br></p>



<h3>L&#8217;annuncio di Malta: scambio di migranti con l&#8217;Italia</h3>



<p>«A seguito di contatti tra i governi maltese e italiano, è stato deciso che&nbsp;<strong>Malta trasferirà 55 migranti, che sono stati salvati in mare al largo della Tunisia e che sono a bordo della nave Alex, a bordo di una nave delle forze armate di Malta</strong>&nbsp;e saranno accolti a Malta. D&#8217;altra parte,&nbsp;<strong>l&#8217;Italia prenderà 55 migranti da Malta</strong>». Lo aveva annunciato stamani il governo maltese. «Questo accordo non pregiudica la situazione in cui questa operazione ha avuto luogo e in cui Malta non ha alcuna responsabilità legale, ma fa parte di un&#8217;iniziativa che promuove uno spirito europeo di cooperazione e buona volontà tra Malta e l&#8217;Italia».</p>



<h3>Nella notte il braccio di ferro politico</h3>



<p>Sbarco sì, sbarco no. A poco più di 12 ore dal&nbsp;<a href="https://www.avvenire.it/attualita/pagine/migranti-mediterranea-mare-deserto-resti-gommone?utm_source=rss&utm_medium=rss">salvataggio di 54 vite umane</a>,&nbsp;<strong>la barca a vela di Mediterranea si trova schiacciata in un braccio di ferro tutto politico:</strong>&nbsp;da un lato c&#8217;è Malta che ha dichiarato di non assumersi nessuna responsabilità legale per il caso in questione e dall&#8217;altro c&#8217;è Roma che ha notificato il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane a Mediterranea. La Mediterranea respinge questo divieto, sostenendo che &#8220;è illegittimo perché non può applicarsi a una nave che ha effettuato una operazione di soccorso, e perché non può essere vietato a una bandiera italiana l&#8217;ingresso nelle acque del proprio Paese&#8221;.&nbsp;<br></p>



<p>L&#8217;equipaggio a bordo è stato sveglio tutta la notte per assicurarsi che le persone che cercavano di dormire strette e distese sul ponte, a prua gli uomini e a poppa le donne coi bambini, potessero farlo in sicurezza e senza correre rischi. Dopo aver percorso 65 miglia&nbsp;<strong>alle 3.30 del mattino Alex &amp; co si è posizionata al limite delle acque territoriali italiane, davanti al porto di Lampedusa</strong>, ed è stato da quel momento che sono intercorsi una serie di telefonate, mail e scambi concitati. Il primo nella notte tra uno degli ufficiali della centrale di soccorso di Malta e il&nbsp;<strong>capomissione Erasmo Palazzotto, parlamentare di Sinistra italiana</strong>: al centro del contenzioso la proposta di far sbarcare le persone soccorse dall&#8217;Alex &amp; co nel porto della Valletta. La replica di Mediterranea? Mandateci gli assetti navali e veniteci incontro:&nbsp;<strong>«Non riusciamo ad arrivare fino a Malta. Abbiamo bisogno di effettuare il trasbordo</strong>&nbsp;&#8211; ha spiegato Palazzotto -, altrimenti rischiamo di mettere in pericolo le vite delle persone».</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.avvenire.it/c//2019/PublishingImages/6ebf80154bcc4d49a04b8bcd6cd0c7d0/IMG2019070_65325766.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Un momento del salvataggio, ieri in acque internazionali davanti alla Libia, dei 54 migranti: tra loro anche bambini (foto Rescue Mediterranea)"/></figure>



<p>Un momento del salvataggio, ieri in acque internazionali davanti alla Libia, dei 54 migranti: tra loro anche bambini (foto Rescue Mediterranea)</p>



<p>A distanza di poche ore arriva un&#8217;altra comunicazione via mail a Mediterranea Saving Humans: è sempre Malta a ribadire l&#8217;offerta che era già arrivata dopo le 3.45 del mattino, ma solo al telefono &#8211; quando la Alex era già a ridosso dell&#8217;isola delle Pelagie e quindi a 96 miglia da La Valletta. La proposta è sempre la stessa: ossia&nbsp;<strong>accogliere la barca a vela nel porto maltese, anche se per gli ufficiali della Valletta si tratterebbe esclusivamente di «un gesto di buona volontà&nbsp;</strong>nell&#8217;ambito della cooperazione europea».&nbsp;<strong>Di trasbordo non se ne parla.</strong></p>



<p>E se i militari maltesi non intendono assumersi alcuna responsabilità, nemmeno l&#8217;Italia lo ha fatto, ignorando finora le esigenze umanitarie e di sostenibilità della&nbsp;<strong>Alex &amp; co, una barca di 18 metri a vela non adatta al trasporto prolungato di 65 persone, compreso l&#8217;equipaggi</strong><strong>o</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.avvenire.it/c//2019/PublishingImages/6ebf80154bcc4d49a04b8bcd6cd0c7d0/IMG_0984_65325767.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Una migrante incinta tratta in salvo da Mediterranea (foto Valerio Nicolosi)"/></figure>



<p>Una migrante incinta tratta in salvo da Mediterranea (foto Valerio Nicolosi)</p>



<p>Una posizione che è stata spiegata anche ai&nbsp;<strong>militari della Guardia di finanza italiani che sono saliti a bordo intorno alle 4 del mattino per consegnare l&#8217;atto di notifica riguardante il divieto di ingresso</strong>&nbsp;nelle acque territoriali italiane, una nota conseguenza del decreto Sicurezza bis (lo stesso che pochi giorni fa aveva tenuto fuori dal porto di Lampedusa la nave Sea Watch 3): come ha precisato il capomissione: «Non c&#8217;è sufficiente cibo, né acqua per poter garantire dei pasti dignitosi alle 54 persone soccorse». Finora&nbsp;<strong>sono state distribuite barrette energetiche e acqua, oltre a un tè mattutino con cui reidratarsi e riscaldarsi dopo la notte trascorsa sul ponte. Questa situazione è ai limiti della sostenibilità</strong>: non può protrarsi a lungo, non deve protrarsi a lungo.</p>



<h3>La nave Kurdi soccorre 65 persone<br></h3>



<p>Intanto scoppia un altro caso: la nave Alan Kurdi della ong tedesca&nbsp;Sea-Eye ha riferito di avere recuperato 65 persone che si trovavano a&nbsp;bordo di un canotto, in un&#8217;operazione di soccorso al largo delle coste&nbsp;libiche. Secondo la Sea-Eye, che fa base a Regensburg in Baviera, il&nbsp;soccorso è avvenuto in acque internazionali, a 34 miglia dalle coste della Libia. L&#8217;ong tedesca ha anche&nbsp;riferito di avere informato le autorità libiche, italiane, maltesi e&nbsp;tedesche. A loro volta, le autorità tedesche di Brema hanno informato&nbsp;il ministero degli Esteri di Berlino.</p>



<p>Il ministro dell&#8217;Interno Salvini ha scritto al suo collega tedesco Horst Seehofer, ribadendo che è &#8220;necessario ed urgente che la<br>Germania intervenga nei confronti della nave Alan Kurdi e del suo Comandante affinché, nel doveroso esercizio della Vostra e<br>loro responsabilità, sia assicurato alle persone a bordo il rapido sbarco in apposito luogo&#8221;.</p>



<p></p>



<p>_______________________________________________________________________Aggiornamento da pressenza.org</p>



<p>La prima reazione di Matteo Salvini al salvataggio di 54 persone da parte del veliero Alex di Mediterranea denota un penoso misto di megalomania e infantilismo:&nbsp;<em>“Vogliono venire in Italia per rompere le palle a me e al governo italiano e io in Italia farò di tutto per non farceli venire”.</em>&nbsp;Da una parte una specie di Re Sole moderno, convinto che tutto il mondo ruoti intorno a lui, dall’altra un bambino viziato che fa i capricci e si lascia andare a insulti e minacce quando le cose non vanno come vuole lui.</p>



<p>Di Maio non è da meno:&nbsp;<em>“Le Ong hanno trovato il loro palcoscenico e iniziano lo show sulla pelle di questi poveri disperati” accusa, dando degli incoscienti a quelli che usano una barca a vela per “andare in Libia a prendere le persone e vengono qui a sfidare l’Italia</em>.” Peccato che Mediterranea non avesse altra scelta, visto che la Mare Jonio, una nave molto più grossa di Alex, è ancora sotto sequestro. Poi fa il verso a Salvini ribadendo la necessità di “<em>difendere i confini</em>” (da neonati e donne incinte?) e contraddice il suo stesso Ministro degli Esteri (che qualche giorno fa aveva ammesso che non ci sono porti sicuri in Libia) sostenendo che i migranti si potevano portare là.</p>



<p>In contrasto con questo squallido teatrino, le descrizioni che arrivano dal veliero Alex sono drammatiche: “<em>La situazione a bordo è insostenibile. Sono solo le 10 del mattino, ma il sole è a picco, stiamo cercando di fare ombra ai naufraghi. Sono soprattutto le donne a stare male nonostante le cure della dottoressa”.</em></p>



<p>Poi le cose cominciano a muoversi: “<em>Dopo una visita a bordo dei medici SMOM” riferisce Mediterranea, “è in corso l’evacuazione a bordo di motovedetta CP300 della Guardia Costiera delle prime 13 persone salvate. Sono i soggetti più vulnerabili (bambini, donne) e le loro intere famiglie. La Alex non è attrezzata per garantire a lungo la sicurezza di un numero così alto di persone. È stata costretta a imbarcare i naufraghi per una questione di vita o di morte”</em>&nbsp;aggiunge.</p>



<p>Malta si dichiara poi disponibile ad accogliere i migranti a bordo dell’Alex e stringe un accordo con l’Italia per trasferirne lo stesso numero da La Valletta.&nbsp; Ancora una volta le persone salvate vengono trattate come pacchi postali, da spostare da un luogo all’altro come niente fosse.&nbsp;<em>“Veniteli a prendere”</em>&nbsp;invoca comunque Alessandra Sciurba, portavoce di Mediterranea Saving Humans.<em>&nbsp;“Siamo grati a Malta per la disponibilità, ma il veliero Alex non è in grado di navigare per oltre cento miglia. Le caratteristiche della nave non consentono di affrontare la traversata verso Malta, ma siamo disponibili a trasferire i naufraghi su motovedette maltesi o della Guardia Costiera Italiana</em>” spiega.</p>



<p>“<em>Abbiamo prestato assistenza medica alle persone a bordo del veliero Alex”</em>&nbsp;dichiara intanto Open Arms. “<em>Abbiamo offerto la nostra imbarcazione per accompagnarle a Malta. Malta ci ha risposto che il porto per noi è chiuso per motivi politici. La Spagna tace. Chi è rimasto a difendere il diritto del mare e la vita?</em>” si chiede l’Ong spagnola.</p>



<p>Purtroppo l’ennesimo braccio di ferro sulla pelle di persone stremate e vulnerabili continua, contrapponendo versioni opposte tra Salvini e i volontari della Ong.&nbsp;<em>“Mediterranea rifiuta l’offerta del governo italiano, ovvero il trasbordo degli immigrati per condurli a La Valletta, a condizione che in porto entri anche l’imbarcazione della ong Alex. E’ una provocazione, una scorciatoia per dribblare le norme di un altro paese membro dell’Unione Europea. Vogliono l’impunità</em>” accusa Salvini.</p>



<p>“<em>Avevamo&nbsp;chiesto di essere scortati con rifornimenti di acqua cibo, di non essere sottoposti ad alcuna misura restrittiva e di non entrare alla Valletta ma trasbordare le persone in acque internazionali. Ci hanno detto, dopo aver sentito Malta, che non c’era problema</em>” ribatte Mediterranea.</p>



<p>Poi fornisce un ulteriore chiarimento in un post pubblicato sulla pagina Facebook:&nbsp; “<em>Non è vero che abbiamo rifiutato Malta e non cerchiamo impunità. Non è vero che Alex ha rifiutato di andare a Malta. Ha accettato La Valletta come porto sicuro da ieri notte, pur nella consapevolezza dell’assurdità di non permettere lo sbarco nel porto sicuro più vicino di Lampedusa. Questo per preservare i naufraghi a bordo dallo spettacolo indecente di giorni di trattative in mare.</em></p>



<p><em>Quello che abbiamo chiesto sono però delle garanzie per la sicurezza dei naufraghi e per la&nbsp;nostra, tra le quali quella di navigare con a bordo solo con 18 persone equipaggio incluso, perché questo è il numero massimo di portata della nostra barca a vela.</em></p>



<p><em>Abbiamo chiesto inoltre di poter sbarcare le poche persone migranti che avremmo così a bordo al limite delle acque territoriali maltesi. Questo perché da Italiani non vogliamo essere sottoposti al regime di un paese straniero che in passato ha sequestrato le navi della società civile senza alcuna procedura di trasparenza.</em></p>



<p><em>Questo non significa affatto cercare impunità, perché cerca impunità chi ha commesso dei reati, e non è questo il nostro caso. Abbiamo persino rispettato il divieto di non entrare in acque italiane, nonostante un giudice abbia appena chiarito che il decreto sicurezza bis non si applichi alle navi che hanno effettuato un soccorso.</em></p>



<p><em>Ma forse è questo il problema del governo italiano, non avere sponda per attaccarci. E per questo cerca di ordire trappole altrove, con un assurdo scambio di ostaggi (Italia prende 50 migranti da Malta in cambio di quelli che abbiamo a bordo) con un’operazione crudele e anche economicamente ingiustificabile.</em></p>



<p><em>Lo avremmo fatto comunque, andare a Malta, per la sicurezza delle persone a bordo che alle 22 di sera restano senza cibo, dopo quello portato stamattina. Per tutti noi le condizioni igienico sanitarie sono ormai al collasso e non ci è stato nemmeno fatto un carico di acqua dolce come richiesto.</em></p>



<p><em>Restiamo in attesa di risposta dalle autorità italiane, perché fino ad ora (fatta eccezione per comunicati stampa che mentono spudoratamente) restiamo senza alcuna risposta formale alle nostre richieste. La situazione non sarà gestibile ancora a lungo</em>“.</p>



<p>Nel frattempo si apre un nuovo terreno di scontro: “<em>Questa mattina, la nave Alan Kurdi ha avvistato un gommone blu che trasportava 65 persone, a circa 34 miglia dalla costa libica. Le persone sono state evacuate e ora sono a bordo della nave. Le autorità libiche non rispondono</em>” scrive il 5 luglio sul suo profilo twitter la ong battente bandiera tedesca Sea Eye, in missione con la nave ‘Alan Kurdi’ nel Mediterraneo. “<em>La Alan Kurdi è adesso in navigazione verso nord e attende una risposta dalle autorità italiane e maltesi per individuare un porto sicuro nel quale far sbarcare i migran</em>ti”.</p>



<p>La risposta di Salvini è il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane, con la solita, assurda indicazione di “fare rotta verso la Tunisia o verso la Germania”.</p>



<p>La mattina del 6 luglio arriva la replica di Sea Eye: “<em>Con 65 persone soccorse a bordo ci stiamo dirigendo verso Lampedusa.&nbsp;Non siamo intimiditi da un ministro dell’interno, ma siamo diretti verso il più vicino porto sicuro. Si applica la legge del mare, anche quando qualche rappresentante di governo rifiuta di crederlo.”</em></p>



<p>Per tutto la giornata del 5 luglio si sono moltiplicate le iniziative di sostegno e solidarietà nei confronti di Mediterranea e Sea Eye, con presidi a Milano,&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/events/698487270614589/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Roma</a>,&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/events/2310592222368495?utm_source=rss&utm_medium=rss">Genova</a>&nbsp;e&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/events/2310592222368495?utm_source=rss&utm_medium=rss">Bologna</a>. A&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/events/322316205386077/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Milano</a>&nbsp;il presidio permanente convocato in piazza del Duomo continuerà a oltranza fino a quando non sarà garantito lo sbarco in un porto sicuro a tutte le persone che si trovano ancora in mezzo al mare. Gli organizzatori invitano a portare materassini, acqua e generi di conforto, in previsione di una notte sul sagrato del Duomo.</p>



<p></p>
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		<title>&#8220;Hate crimes in Europe!&#8221;: Quale futuro? / What next?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jun 2016 08:05:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cinzia D&#8217;Ambrosi Dopo la chiusura del confine del nord e di conseguenza il sentiero dei Balcani, oltre 46,000 rifugiati sono in Grecia e circa 5,000 hanno trovato riparo nel porto del Pireo ad&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">di Cinzia D&#8217;Ambrosi</span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dopo la chiusura del confine del nord e di conseguenza il sentiero dei Balcani, oltre 46,000 rifugiati sono in Grecia e circa 5,000 hanno trovato riparo nel porto del Pireo ad Atene.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Migliaia di loro sopportano condizioni molto difficili: la mancanza d&#8217;acqua, affollamento, cibo scarso, ecc. La pressione per lo sgombero dei rifugiati alle porte della stagione turistica e&#8217; notevole. Recentemente, il governo ha aperto molti centri temporanei di accoglienza, incluso uno nella parte ovest del porto. Molti dei rifugiati sono stati trasferiti lì, ma che cosa si possono aspettare dal futuro? Anche le statistiche non promettono molto, con una procedura di registrazione molto lenta. L&#8217;attesa puo&#8217; essere di molti mesi ed anche anni. Molti rifugiati hanno realizzato che non c&#8217;è speranza nel muoversi in altri Paesi europei e hanno iniziato a cercare dei modi di sopravvivenza. Alcuni si sono mossi in posti informali aperti da attivisti locali; nonostante cio&#8217;, il quadro e&#8217; di centinaia di rifugiati intrappolati in una vita in limbo.</span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-355.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6100" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6100" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-355.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (355)" width="752" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-355.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 752w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-355-300x200.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 752px) 100vw, 752px" /></a></p>
<p>foto di Cinzia D&#8217;Ambrosi</p>
<p><span style="font-size: medium;">Captions: &#8216;</span><span style="font-size: medium;"><i>The worst is that there is not much we can do but waiting&#8217;</i></span><span style="font-size: medium;"> A. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Didascalia: </span><span style="font-size: medium;"><i>&#8216;La cosa peggiore e&#8217; che non abbiamo nulla da fare, ma solo aspettare&#8217;.</i></span><i> </i><span style="font-size: large;">A. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>What next?</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Since the closure of Greece&#8217;s northern border and with it the Balkan migrant route, over 46,000 refugees are stranded in Greece and an estimated 5,000 have retorted to Piraeus port in Athens.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Stretched out in passenger terminals, many have stayed in the most rudimentary conditions, coping with lack of water facilities, crowded conditions, and a minimal resources. The pressure on clearing the terminals as the summer holidays season starts and trying to ease the situation has led to various interventions. Clearing the terminals has been one of them. Recently, the government has opened new temporary reception centres, including one west of Piraeus hushing them in. What is next for the thousands of refugees? Unfortunately, even statics do not promise much, the assessment process is very slow leaving many stranded for months, if not years. Increasingly, many are realising that there is not much hope moving to other countries in Europe and are starting to find ways to navigate society. Some have moved into disused spaces transformed into informal centres by local activists. Yet, thousands are trapped into a life of limbo.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Hate crimes in Europe!”: Disagi continui / Continuous Hardships</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2016 15:09:58 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT">
<p align="LEFT"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">di Cinzia D&#8217;Ambrosi</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli effetti psicologici dei campi e detenzioni sui richiedenti di asilo sono numerosi, anche se i campi di accoglienza sono aperti, e quindi i richiedenti asilo sarebbero liberi, ma in realta&#8217; sono immobilizzati da barriere burocratiche fino a che non viene presa una decisione sul loro caso . La sistematica e prolungata detenzione e permanenza in questi centri hanno effetti devastanti sia a livello fisico che mentale su coloro che sono gia&#8217; provati da esperienze traumatiche. In un degli ultimi reports di <i>Medecin San Frontiers</i> (in Grecia) è citato un grande numero di malattie riscontrate, incluse quelle respiratorie e gastrointestinali, ma è stata riscontrata anche una particolare rilevanza di malattie mentali quali:, ad esempio, depressione ed ansieta&#8217;. Purtroppo queste non sono trattate e spesso vengono alimentate dalle scarse condizioni nei campi e dei centri. Per esempio, nel porto di Piraeus e in Elliniko &#8211; dove al momento centinaia di profughi hanno trovato riparo &#8211; non ci sono servizi per accedere ad acqua corrente e quindi potersi lavare. Anche ricevere un bicchiere d&#8217;acqua consiste nell&#8217;aspettare in una lunga fila di persone, come mi racconta un profugho dell&#8217;Afghanistan. Melak, una donna della Siria, mi dice che e&#8217; nel porto da 20 giorni ma non ha avuto accesso ad acqua, mentre Benar, anche lei della Siria, incinta di sette mesi trova molto difficile la scarsita&#8217; di cibo. Purtroppo c&#8217;e una grande necessita&#8217; di migliorare le condizioni di questi posti e di creare un processo legale piu&#8217; rapido per allievare la sofferenza di molti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-270.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5660" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5660" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-270.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (270)" width="690" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-270.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 690w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-270-300x218.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 690px) 100vw, 690px" /></a></p>
<div id=":4" dir="LTR">
<div id=":2" dir="LTR">
<table border="0" width="556" cellspacing="0" cellpadding="0">
<colgroup>
<col width="556" /></colgroup>
<tbody>
<tr>
<td width="556">
<div id=":m7" dir="LTR">
<div id=":m9" dir="LTR">
<div id=":m8" dir="LTR">
<p>Didascalia: Fuggiti da Kobane, i bambini vivono in tende intorno l&#8217;aeroporto di Piraeus</p>
</div>
</div>
</div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</div>
<p align="JUSTIFY">
<div id="Sezione1" dir="LTR">
<div id="Sezione2" dir="LTR">
<table border="0" width="463" cellspacing="0" cellpadding="0">
<colgroup>
<col width="463" /></colgroup>
<tbody>
<tr>
<td width="463">
<div id="Sezione3" dir="LTR">
<p>Caption: Escaping from Kobane, children living in a tent at Piraeus port.</p>
</div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</div>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Continuous Hardships</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">by Cinzia D&#8217;Ambrosi</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">The psychological effect that migration camps, detentions have on refugees are numerous. Even if migration camps are open and asylum seekers are free to go out and come back, they are immobilized by bureaucratic barriers. They cannot really leave until a decision on their legal status is reached, and are not allowed to welfare support. Thus, the effect of a camp even if it is not fenced, holds equally the psychological representation of being detained. Prolonged and systematic detention has devastating effects on physical and in particular mental health. In one of their latest reports, MSF (Medicine San Frontiers, Greece) cites a number of medical problems being detected including respiratory, gastrointestinal disease and a number of stress and trauma related diseases such depression, anxiety. For example, in Piraeus port and in Elliniko where thousands of asylum seekers have found shelter, there are not facilities for running water, thus it is not possible to wash. An asylum seeker from Afghanistan says that one needs to queue for a glass of water. Many of the asylum-seekers have lived traumatic experiences and being a victim of torture and continue to live traumatic experiences, which are aggravated by the prolonged limbo conditions. Similarly, Melak, a lady from Syria has been 20 days in the camp in Piraeus and has had no access to water and Benar, 7 months pregnant mother from Syria is finding it very hard particularly as food is scarce. There is a need to improve conditions in these spaces and to create a more rapid system for the legal process to take place. </span></span></p>
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