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	<title>presepe Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Il vuoto al di qua delle barriere: il razzismo&#8230;nel calcio e le parole di un allenatore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Dec 2015 04:37:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Max Mauro (*) (da La bottega del Barbieri) Un giocatore dilettante di calcio viene squalificato per dieci giornate per insulti razzisti rivolti a un avversario di origine africana. Capita in Friuli, campionato di&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="border: currentColor; padding: 0cm;">
di<br />
Max Mauro (*)    (da La bottega del Barbieri)</div>
<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://1.bp.blogspot.com/--ZgKtbEDhjA/VmpgWzUKeBI/AAAAAAAADvs/gY1MaHYLrdk/s1600/untitled%2B%2528113%2529.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" height="320" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/12/untitled2811329.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="272" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Un giocatore dilettante di calcio viene<br />
squalificato per dieci giornate per insulti razzisti rivolti a un<br />
avversario di origine africana. Capita in Friuli, campionato di prima<br />
categoria della provincia di Udine. Così riferisce il quotidiano<br />
locale, «Il messaggero veneto». Gli insulti razzisti sono<br />
consuetudine domenicale per i calciatori dilettanti di colore, ma il<br />
più delle volte non vengono sentiti dall’arbitro e pertanto non<br />
finiscono nel referto. Talvolta – raramente – l’autore<br />
dell’insulto è così sboccato e sfacciato che l’arbitro non può<br />
ignorarlo. Scatta così la squalifica di dieci giornate, introdotta<br />
dalla Figc nel 2013 per dare un segnale “forte” di impegno contro<br />
il razzismo nel calcio a tutti i livelli, come sollecitato dalla<br />
Uefa. In realtà, questa norma è stata applicata in pochissime<br />
occasioni.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Nel corso degli ultimi due anni la<br />
squalifica per insulti razzisti ha colpito giocatori di diverse<br />
categorie dilettantistiche, e perfino un ex giocatore di serie A,<br />
Emiliano Bonazzoli, esibitosi in insulti razzisti verso un arbitro di<br />
origine immigrata durante una partita di Serie D. A di là del numero<br />
di tesserati squalificati, il problema è diffuso, capillare. Il<br />
sistema calcio italiano è impregnato di una cultura razzista<br />
storicizzata e di pregiudizi verso tutto quello che non è “bianco,<br />
italiano, maschio, apparentemente eterosessuale”. Così si spiegano<br />
le uscite apertamente razziste del presidente della Figc, Carlo<br />
Tavecchio, di quelle altrettanto razziste di Arrigo Sacchi (“troppi<br />
neri nelle squadre giovanili”), di Stefano Eranio (“i neri non<br />
san difendere”), di Aurelio De Laurentis (“meno male che erano<br />
olandesi, mica nigeriani”), di Paolo Berlusconi (“il negretto<br />
Balotelli”), di Maurizio Zamparini (“lo zingaro Mutu”), di<br />
Marcello Lippi (“nel calcio italiano non esiste razzismo”) giusto<br />
per citarne alcuni entrati nelle cronache negli ultimi anni. E che<br />
dire delle dichiarazioni dell’ex presidente della Lega Nazionale<br />
dilettanti contro il calcio femminile (“quattro lesbiche”) e<br />
quelle omofobe dell’allenatore dell’Arezzo (“in campo non<br />
voglio checche”).</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
In questo triste contesto, la storia di<br />
Udine diventa significativa soprattutto per le dichiarazioni<br />
rilasciate al giornale locale dall’allenatore del giocatore<br />
squalificato. Per la cronaca, lo stesso giocatore aveva da poco<br />
completato una squalifica di quattro mesi, poi ridotta a due, per<br />
aver aggredito l’arbitro durante una partita ufficiale. Nonostante<br />
ciò, l’allenatore si perita di difenderlo rivoltando la questione,<br />
operando una capriola dialettica inspiegabile con gli strumenti della<br />
ragione. Lo fa facendo passare il giocatore razzista e tutti “noi<br />
bianchi” (nelle sue parole) come vittime. «Siamo arrivati al punto<br />
in cui a essere penalizzati siamo noi bianchi. I giocatori di altra<br />
razza possono insultarci passandola sempre liscia, mentre chi offende<br />
loro viene punito. Ma forse non è nemmeno il caso di arrabbiarci o<br />
meravigliarci, visto che stiamo mettendo in discussione perfino il<br />
presepio nelle scuole».</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
E’ difficile immaginare<br />
un’argomentazione così limpidamente, profondamente razzista e allo<br />
stesso tempo diretta, comprensibile ai più e destinata a trovare<br />
purtroppo consensi. E’ un piccolo saggio di ignoranza storica che<br />
andrebbe inserito nei libri di scuola per aiutarci a capire cosa non<br />
va in una società che non (ri)conosce il razzismo. Non dimentichiamo<br />
che pochi mesi fa il Parlamento italiano ha assolto, con voto<br />
trasversale, il senatore della Lega Nord ed ex-ministro Roberto<br />
Calderoli che aveva paragonato l’ex ministra Cecile Kyenge a una<br />
scimmia. Per i parlamentari di “opposte” fazioni politiche il suo<br />
non è un insulto che incita all’odio razziale e non merita di<br />
essere giudicato da un tribunale. Conta meno di una querela per<br />
diffamazione.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
A parte tutto questo, la dichiarazione<br />
dell’allenatore di Udine merita una riflessione e una risposta. Non<br />
può essere ignorata, perché è molto più grave degli insulti<br />
rivolti dal suo giocatore a un avversario di colore e perché fa<br />
capire che il problema è più profondo di quello che appare.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Come per altri aspetti, il calcio<br />
funziona da amplificatore di sentimenti che scorrono sottopelle nella<br />
società e ne rappresentano i tratti meglio di molti testi<br />
sociologici o di editoriali giornalistici. In termini rozzi<br />
l’allenatore ci dice: il razzismo esiste, ma i razzisti sono<br />
“loro”. Per loro si intende tutto quello che è “altro”<br />
dall’idea di “italiano” trasmessaci dalla scuola, dalla<br />
televisione, dalla politica, dalla società. E’&nbsp;<i>altro</i>&nbsp;chi<br />
ha un colore della pelle un po’ più scuro, è<i>altro</i>&nbsp;lo<br />
straniero in generale, l’immigrato, l’extracomunitario. E’<br />
ovvio che il nero è più “altro” di altri perché quella che è<br />
semplicemente una caratteristica somatica assomma nel discorso<br />
razzista tutte le altre categorie. E’ l’altro per definizione.<br />
James Baldwin, in un illuminante saggio attorno a un suo viaggio in<br />
Svizzera negli anni cinquanta del novecento, sottolinea come il nero<br />
(the black man) cerca, utilizzando tutte le risorse a sua<br />
disposizione, di far sì che il bianco (the white man) smetta di<br />
considerarlo un’esotica rarità e lo riconosca come un essere<br />
umano. D’altra parte, ricorda Baldwin, è stato l’uomo bianco<br />
occidentale a trascinare violentemente il nero dentro la sua storia<br />
riducendolo in schiavitù e privandolo irrimediabilmente del suo<br />
passato. Baldwin aveva negli occhi la sua stessa storia famigliare,<br />
essendo figlio di un figlio di schiavi della Louisiana.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Dunque, le parole dell’allenatore.<br />
Come è possibile un simile ragionamento? Da dove nasce un tale vuoto<br />
culturale e umano? Perché i grandi veicoli di cultura popolare non<br />
fanno uno sforzo per spiegare la società ai suoi cittadini?</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Tutte domande che reclamano risposta.<br />
Io credo che al di là delle squalifiche quello che può realmente<br />
portare un cambiamento, nello sport e nella società, è il dialogo.<br />
Il dialogo e l’educazione, intendendo per questo l’intervento<br />
formativo delle istituzioni, ma non solo. In questo caso specifico,<br />
mi chiedo perché la federazione invece di comminare una squalifica<br />
di dieci giornate non ne dia una di cinque ma obbligando lo<br />
squalificato a un breve percorso formativo sull’ABC del razzismo.<br />
Che so, un incontro di tre ore nella sede della federazione con una<br />
persona esperta di interculturalismo e sport. Magari una persona di<br />
colore. O l’obbligo ad arbitrare una partita fra bambini di varie<br />
origini etniche. Se non si presenta all’incontro la squalifica<br />
viene raddoppiata. E’ un’idea, un suggerimento. Ovviamente, nel<br />
caso di Udine il percorso formativo sarebbe ancora più necessario<br />
per l’allenatore, visto che ricopre la doppia funzione di persona<br />
pubblica (rilascia dichiarazioni ai mass media) e di educatore, visto<br />
che gestisce un gruppo di giovani uomini, molti ancora ragazzi. La<br />
formazione non solo sportiva è il nodo nevralgico del sistema<br />
sportivo. L’ignoranza combinata all’arroganza, cioè l’arroganza<br />
data dall’ignoranza, trova numerosissimi esponenti nel calcio, a<br />
tutti i livelli.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il problema riguarda non solo gli<br />
appassionati di calcio, chi lo pratica e lo gestisce: non è<br />
purtroppo nuovo. Quante volte abbiamo dovuto sentire affermare che<br />
“sì, insomma, se mi dicono che son grasso mica posso accusarli di<br />
razzismo, e cosa vogliono questi, un insulto è un insulto, non c’è<br />
differenza tra dare del ciccione a uno o dirgli sporco negro”. Un<br />
insulto è un insulto, non c’è differenza. Questo è l’assunto<br />
di molte persone, anche laureate, anche impegnate nel sociale. Non è<br />
verbo che attecchisce solo nelle menti di moltitudini annebbiate da<br />
giornate passate con la televisione accesa e l’occhio alle ultime<br />
offerte per un nuovo telefono cellulare. E’ un’idea che ha a che<br />
fare con la mancanza di istruzione basica e di informazione.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Un insulto razzista non è un insulto<br />
come un altro. Qualsiasi insulto è un gesto violento, che vuole<br />
offendere e urtare chi lo riceve. Ma un insulto personale è diretto<br />
alla persona o al massimo ai suoi familiari. L’insulto che fa<br />
riferimento a un’origine, alla provenienza e soprattutto l’offesa<br />
che usa le caratteristiche somatiche – come il colore della pelle –<br />
per definire qualcuno (in termini espressamente spregiativi) ha un<br />
carico di violenza diverso. Soprattutto ha una storia che non può<br />
essere ignorata. E’ un insulto che riguarda moltitudini. Riguarda<br />
persone che possono sentirsi comprensibilmente toccate da questo<br />
attacco anche senza riceverlo direttamente. Questa è solo una<br />
approssimazione dell’insulto razzista. Un tentativo di mirare a un<br />
uditorio dall’udito malfunzionante o parzialmente disconnesso come<br />
quello rappresentato dall’allenatore sopracitato. L’insulto<br />
razzista è solo una componente, la più immediatamente visibile, del<br />
razzismo che pervade la società. Per questo non può essere<br />
ignorato.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L’insulto razzista va compreso nel<br />
quadro di una società, quella italiana, che ha disconosciuto la sua<br />
criminogena storia coloniale e le leggi razziali del fascismo (quanto<br />
spazio hanno questi temi nei manuali di storia in uso nelle scuole?)<br />
e che ha chiamato immigrati perché ne aveva e ne ha bisogno, ma non<br />
ha permesso loro e ai loro figli di diventare altro che mano d’opera<br />
sottopagata e quando i lavori umili non sono più disponibili o<br />
diventano estremamente volatili, lascia loro come destino, spesso,<br />
solamente l’emarginazione.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
E’ facile dar la colpa a Salvini,<br />
alla sua esposizione mediatica, all’arsenale di surreali parabole<br />
che infila una dietro l’altra per manipolare la realtà e fare<br />
degli immigrati, degli stranieri, il capro espiatorio di tutti<br />
problemi. E’ vero, non si può negare la pericolosità di simili<br />
discorsi. Allo stesso tempo non va sottovalutata l’importanza della<br />
televisione nel dare insistentemente voce a messaggi allucinati e<br />
renderli “popolari”. Ma questa è solo una parte della storia. Le<br />
parole uscite dal senno dell’allenatore di Udine segnalano un salto<br />
di qualità nel razzismo popolare perché identificano una forma di<br />
“vittimismo” inedita, almeno in Italia.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il contesto generale di instabilità<br />
economica e sociale (che non è problema esclusivo dell’Italia, va<br />
detto, ma trova qui particolare enfasi), i flussi di rifugiati (che<br />
fuggono il più delle volte da guerre avviate dall’Occidente),<br />
l’idea di un Islam necessariamente ostile reiterata a destra e a<br />
manca, contribuiscono a creare un tappeto emotivo di insicurezze dove<br />
chi è predisposto ad accettare discorsi razzisti ne diventa latore<br />
entusiasta e sordo alla ragione. E riesce perfino a inventarsi<br />
vittima. Vittima di cosa? E’ questo che è difficile da<br />
comprendere. Serve uno sforzo condiviso per arrivare alle sorgenti di<br />
ignoranza. Per esempio, gli stessi che si scandalizzano perché un<br />
preside di una scuola multietnica mette in discussione l’opportunità<br />
di canti natalizi di una sola religione sono i primi a iscrivere i<br />
propri figli in scuole con basse presenze di immigrati. Il<br />
pregiudizio è loro, non di chi cerca forme di dialogo che fanno<br />
parte della storia di tutte le società, da che mondo è mondo.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Uno sforzo andrebbe anche diretto a<br />
comprendere che lo sport, oggi più che mai, va inteso come fenomeno<br />
culturale che ha implicazioni nel modo in cui vediamo e capiamo il<br />
mondo. Il calcio non può essere lasciato a chi non capisce e non è<br />
interessato a fare della società un posto migliore per tutti.<br />
Parafrasando quanto scrisse C. R. L. James nel suo straordinario<br />
studio sul cricket e il post-colonialismo nei Caraibi potremmo<br />
chiederci: cosa capisce di calcio chi solo di calcio sa?</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
(*) Max Mauro è<br />
autore de «<i>La mia casa è dove sono<br />
felice»&nbsp;</i>(2005). Nel 2016 manderà<br />
alle stampe uno studio sul calcio e i giovani di origine immigrata<br />
realizzato in collaborazione con il Cies, Centro internazionale di<br />
studi dello sport.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</p>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
LA VIGNETTA – sulle “gaffes” di<br />
Carlo Tavecchio – E’ DI MAURO BIANI.</div>
<p></p>
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