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	<title>processo Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Turchia: Selahattin Demirtaş a processo. Proposte di misure concrete per una soluzione della questione curda</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jan 2024 08:38:36 +0000</pubDate>
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<p>L’ex co-presidente del partito HDP Selahattin Demirtaş, che da questa settimana è sotto processo presso un tribunale penale di Ankara nel cosiddetto processo Kobane, nel suo discorso di difesa ha proposto passi concreti per risolvere pacificamente la questione curda in Turchia.<br>Purtroppo, i politici e i media in Europa non si sono praticamente accorti di questo processo e del “piano di pace” proposto. Demirtaş ha proposto sette passi per risolvere il conflitto – che dura dalla fondazione della Repubblica di Turchia oltre 100 anni fa – e le relative guerre, espulsioni, movimenti di rifugiati, violazioni dei diritti umani e crimini di guerra attraverso i negoziati. Come primo passo, il 51enne, in carcere dal 2016, chiede la fine della “lotta armata” tra l’esercito turco e il PKK curdo.</p>



<p>Affinché entrambe le parti possano tornare a parlarsi, è necessario rimuovere “tutti gli ostacoli legali e amministrativi alla politica democratica” in Turchia. Il diritto alla protesta pacifica, agli scioperi, all’auto-organizzazione e alla libertà di espressione deve essere garantito e allineato agli standard europei e universali. La terza richiesta riguarda il luogo in cui si svolgono le proposte e i<br>dibattiti politici sulla soluzione della questione del Kurdistan.<br>Secondo Demirtaş, questo luogo è il Parlamento, la “Grande Assemblea Nazionale della Turchia”. Per questo, il Paese ha bisogno di una nuova costituzione civile e liberal-democratica.</p>



<p>Questa nuova costituzione dovrebbe “riconoscere i curdi come popolo, garantire il libero uso della loro lingua madre in tutti i settori, la<br>conservazione e lo sviluppo della loro storia e cultura, la loro auto-organizzazione con una propria identità e il diritto all’auto-amministrazione”. Inoltre, è necessario indagare sui crimini del passato e avviare una rivalutazione critica della storia del Paese.<br>Infine, le decine di migliaia di persone imprigionate per motivi politici devono essere rilasciate.</p>



<p>La leadership turca purtroppo non risponderà a nessuna delle proposte di Demirtas. I politici curdi hanno ripetutamente avanzato queste proposte.<br>La soluzione pacifica della questione curda non sta fallendo a causa della mancata volontà di compromesso dei curdi. Piuttosto, lo Stato<br>turco insiste a risolvere la questione con la guerra, la violenza, l’espulsione, l’assimilazione forzata, i procedimenti penali e le prigioni.</p>



<p>Il “Processo Kobane” si occupa degli eventi relativi alla città di confine curdo-siriana di Kobane, assediata dall’IS nel 2014/15.<br>All’epoca, l’esercito turco impedì ai Curdi turchi di andare in soccorso dei loro parenti dall’altra parte del confine. All’epoca Demirtaş aveva invitato a protestare contro questa situazione.</p>
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		<title>Rete NoBavaglio: appello a direttori, giornalisti e società civile. «Uniti contro chi vuole zittire l&#8217;informazione»</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Dec 2023 09:19:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Monta la protesta contro il divieto di pubblicare le ordinanze di custodia cautelare approvato dalla Camera martedì 19 dicembre 2023. Croniste e cronisti «al fianco di Fnsi e Ordine». «Il divieto di pubblicare che&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Monta la protesta contro il divieto di pubblicare le ordinanze di custodia cautelare approvato dalla Camera martedì 19 dicembre 2023. Croniste e cronisti «al fianco di Fnsi e Ordine».<a href="whatsapp://send?text=www.fnsi.it/rete-nobavaglio-appello-a-direttori-giornalisti-e-societa-civile-uniti-contro-chi-vuole-zittire-linformazione?utm_source=rss&utm_medium=rss"></a></p>



<p>«Il divieto di pubblicare che secreta le ordinanze di custodia cautelare e i contenuti fino alla fine dell&#8217;udienza preliminare rappresenta un provvedimento autoritario gravissimo che non solo colpisce e limita il lavoro dei giornalisti ma soprattutto il diritto dei cittadini di essere informati e rende più indifese le stesse persone private della libertà». Così le giornaliste e i giornalisti della Rete NoBavaglio che rivolgono <a href="https://pressingweb.altervista.org/2023/12/rete-nobavaglio-appello-ai-direttori-di-testata-agli-operatori-dellinformazione-e-alla-societa-civile-giornalisti-e-cittadini-si-uniscano-nella-mobilitazione-contro-lennesima-legge-bavaglio/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un appello</a> a direttori di testate, operatori dell&#8217;informazione e società civile a unirsi ai cronisti nella mobilitazione contro «l&#8217;ennesima legge bavaglio».<br><br>Un provvedimento che rappresenta «la conferma dell&#8217;attacco all&#8217;informazione portato avanti negli ultimi anni dai poteri forti e dalla politica più brutta», incalza NoBavaglio, rilevando che «nel nostro Paese esiste un partito del bavaglio trasversale ai vari schieramenti parlamentari che vuole silenziare l&#8217;informazione per poter agire in modo indisturbato e senza avere addosso l&#8217;occhio mediatico».<br><br>Croniste e cronisti ricordano poi «l&#8217;alibi della difesa della privacy, del diritto all&#8217;oblio e della presunzione di innocenza del decreto Cartabia» e lamentano: «Si vuole condizionare l&#8217;indipendenza dell&#8217;informazione. La stessa riforma del reato di diffamazione in discussione in Parlamento non solo non risolve il problema delle querele-bavaglio ma toglie ulteriore autonomia ai giornalisti stabilendo multe onerose e l&#8217;obbligo di rettifica senza contradditorio. In questo clima di censura di Stato si contestualizza l&#8217;emendamento che proibisce la pubblicazione dei contenuti dell&#8217;ordinanza di custodia cautelare fino alla fine dell&#8217;udienza preliminare».<br><br>Di conseguenza, spiega NoBavaglio, «dal momento dell&#8217;arresto fino al processo, all&#8217;opinione pubblica per mesi sarà negato il diritto di essere informata su temi importati come la lotta alla corruzione e la lotta alla mafia. Ma non solo: non sarà possibile conoscere le accuse e le prove contestate alla persona finita in carcere. E quindi se si tratta di una reclusione legittima o eccessiva: di conseguenza saranno colpite anche le garanzie a tutela del cittadino indagato o arrestato. Con questo ulteriore atto il &#8220;partito trasversale del bavaglio&#8221; è riuscito a cancellare il ruolo di garanzia che la libera stampa riveste a tutela di tutti i cittadini, anche di quelli privati della libertà».<br><br>Le Rete NoBavaglio, «ancora una volta, è al fianco della Federazione della Stampa italiana e dell&#8217;Ordine dei giornalisti e si unisce <a href="https://www.fnsi.it/bavaglio-ordinanze-custodia-cautelare-appello-al-presidente-mattarella-non-firmi?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">all&#8217;appello rivolto al presidente della Repubblica</a>, Sergio Mattarella, di non firmare questo provvedimento liberticida. La Rete NoBavaglio – concludono croniste e cronisti – aderisce ad ogni forma di mobilitazione contro questo provvedimento e per garantire il diritto-dovere di informare e il diritto dei cittadini di essere informati. Come rete di giornalisti e cittadini ci rivolgiamo ai direttori delle testate giornalistiche e a tutti gli operatori dell&#8217;informazione chiedendo di dare vita a una campagna contro tutti i bavagli e di unirsi in una battaglia di civiltà e democrazia che deve creare un&#8217;alleanza tra mondo dell&#8217;informazione e cittadinanza attiva. Uno Stato davvero democratico dovrebbe favorire la verifica delle informazioni e non ostacolarla. Senza libertà non può esistere una informazione corretta e di qualità e senza informazione la libertà muore».</p>
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		<title>Reporter senza frontiere, il 2022 è l’anno dei record: giornalisti in carcere, uccisi, rapiti e dispersi</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2022 12:32:32 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2022/12/23/reporter-senza-frontiere-il-2022-e-lanno-dei-record-giornalisti-in-carcere-uccisi-rapiti-e-dispersi/">Reporter senza frontiere, il 2022 è l’anno dei record: giornalisti in carcere, uccisi, rapiti e dispersi</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="750" height="430" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16787" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 750w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1-300x172.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></a></figure>



<h2>Il report annuale di Reporter senza frontiere fa il punto della situazione dei giornalisti nel mondo. Nel 2022 si sono registrati 533 giornalisti in carcere, 57 uccisi, 65 rapiti e 49 risultano ancora dispersi. Ecco cosa sta succedendo e quali i paesi più pericolosi per chi si occupa di informazione</h2>



<p><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/author/diego-battistessa/?utm_source=rss&utm_medium=rss">di <strong>Diego Battistessa</strong></a> (da osservatoriodiritti.it)<a href="https://telegram.me/share/url?url=https%3A%2F%2Fwww.osservatoriodiritti.it%2F2022%2F12%2F19%2Freporter-senza-frontiere-2022%2F&amp;text=Reporter%20senza%20frontiere,%20il%202022%20%C3%A8%20l%E2%80%99anno%20dei%20record:%20giornalisti%20in%20carcere,%20uccisi,%20rapiti%20e%20dispersi&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



<p>Il 2022 è l’<strong>anno dei record</strong>&nbsp;per il nuovo studio di&nbsp;<strong>Reporter senza frontiere</strong>&nbsp;(Rsf) sullo stato di salute della<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/liberta-dinformazione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&nbsp;libertà d’informazione</a>&nbsp;nel mondo: 533 giornalisti in carcere, 57 uccisi, 65 rapiti e 49 dispersi.</p>



<p><strong>La&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/conflitti/guerra/?utm_source=rss&utm_medium=rss">guerra</a>&nbsp;in&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/ucraina/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Ucraina</a></strong>&nbsp;spiega in grande misura questo&nbsp;<strong>importante aumento delle morti</strong>&nbsp;di&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/giornalisti/?utm_source=rss&utm_medium=rss">giornalisti</a>&nbsp;e giornaliste in questo 2022 (18,8% in più del 2021), ma la tendenza degli attacchi, minacce e ritorsioni verso la stampa è in&nbsp;<strong>aumento in tutto il mondo</strong>.</p>



<p>Nel paese europeo che ha sofferto l’invasione russa lo scorso febbraio, solo nei primi sei mesi di conflitto sono stati&nbsp;<strong>uccisi 8 giornalisti</strong>, ma i dati peggiori arrivano da paesi che non vivono una guerra nel senso stretto della parola.</p>



<p>Tra questi troviamo il&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/messico/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Messico</strong></a>, il&nbsp;<strong>paese più mortale</strong>&nbsp;per chi esercita la professione di giornalista, con 11 casi di omicidio dal 1° gennaio al 1° dicembre 2022.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image" id="attachment_39751"><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reporter senza frontiere classifica" class="wp-image-39751"/></a><figcaption>Non si uccide la verità uccidendo i giornalisti (Messico 2013) – Foto: Eneas De Troya (via&nbsp;<a href="https://www.flickr.com/photos/eneas/9442739530/in/photolist-foqvtY-owSmHc-pEjJXY-q4kaXE-bX8raH-cetuno-2mGgWV3-dxL4dJ-bWimDC-Cim31w-Zpvk2r-Zpvmc2-Cim5j9-YjJx4C-Cim25U-Cim7ch-ppardi-NepJVx-2hwsZ22-2mGkobF-2mGi8qS-WR34zm-mqZhhg-2nQTJA8-PueTnW-xpNS2W-WR3hwU-HYDQF3-2hwqgYG-2hwqgDy-2hwsYeW-6r2phF-VCwqvY-WDAKxb-VF8tYM-MgJLdQ-WGTD5i-WjiXy1-MgJHBY-NbiRkN-MgGeLR-MgJLS5-2hwsXNW-Cj1J1L-ZkRMVq-YkqT3A-YoTNTk-Cj1HKf-YoTNNv-Cj1Jbf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flickr</a>)</figcaption></figure>



<h2>Per Reporter senza frontiere, nel 2022 l’America Latina è la regione più pericolosa per i giornalisti</h2>



<p>Agli 11 casi di assassinio di giornalisti e giornaliste in Messico, paese che da solo copre il 20% del totale, si sommano i&nbsp;<strong>6 omicidi</strong>&nbsp;avvenuti ad&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/10/10/haiti/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Haiti</strong></a>, i&nbsp;<strong>3 avvenuti in&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/brasile/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Brasile</a></strong>&nbsp;e uno in&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/colombia/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Colombia</strong></a>.</p>



<p>Questi omicidi fanno diventare l’<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/america-latina/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>America Latina</strong></a>&nbsp;la&nbsp;<strong>regione del mondo più pericolosa&nbsp;</strong>al mondo per la stampa, con quasi la metà di tutti i giornalisti uccisi a livello globale nel 2022.</p>



<p><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><em>Osservatorio Diritti</em></a>&nbsp;ha già raccontato la grave situazione in&nbsp;<strong>Messico</strong>&nbsp;riguardo all’attacco costante alla stampa (leggi anche&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/09/20/giornalisti-uccisi-in-messico/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Giornalisti uccisi in Messico: la mattanza continua nell’impunità</a>), dove oltre l’<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/difensori-dei-diritti/ong/?utm_source=rss&utm_medium=rss">ong</a>&nbsp;Article 19 fornisce dati ancora più gravi rispetto a quelli di Rsf.</p>



<p>Sul&nbsp;<strong>Brasile&nbsp;</strong>la nostra testata ha raccontato il caso di&nbsp;<strong><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/06/17/brasile-amazzonia-assassinati-dom-philips-bruno-pereira-araujo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Dom Philips</a></strong>, ucciso insieme a&nbsp;<strong>Bruno Pereira Araújo</strong>&nbsp;in Amazzonia mentre indagavano sull’ecocidio del polmone verde e sul genocidio indigeno.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image" id="attachment_39750"><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reporter senza frontiere classifica annuale" class="wp-image-39750"/></a><figcaption>Le Farc liberano il giornalista francese Romeo Langlois – Foto: AFP PHOTO/Luis Acosta (via Globovisión,&nbsp;<a href="https://www.flickr.com/photos/globovision/7303972326/in/photolist-c8qLvm-21FbkF-aa7xmr-5YZzcK-VsByeq-5Z4Luw-9y9gcQ-9y6hTZ-5YZy1a-9y6gJD-9y9fQC-9y9fB9-ucVSUC-9y9f49-mqtyZn-uuJope-9y9ftf-ud4WBH-9y9gvA-9y9eMq-aNrfmn-aNrfFD-aNrf6v-7Ga8cf-9y9fYL-5X4oqQ-22ZrGsm-9y6gTZ-txFeKZ-c8qM2m-bb2otp-txv89y-brfA8n-9y6hFg-9y6hZP-aNrewP-aNreoB-aNrhfR-aNrhoX-aNriir-aNrhUK-aNric2-aNri4p-c8qMWG-r9JHZZ-rr6rry-brAbQ6-brxvhc-2mGgWzU-2mGmkRu?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flickr</a>)</figcaption></figure>



<h2>Carceri piene di giornalisti: la classifica 2022</h2>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>«I regimi dittatoriali e autoritari stanno rapidamente riempiendo le loro prigioni, detenendo giornalisti. Questo nuovo record di giornalisti in carcere conferma la necessità imperiosa e urgente di resistere a questi poteri senza scrupoli e di esercitare la nostra fattiva solidarietà con tutti coloro che difendono l’ideale di libertà, indipendenza e pluralismo dell’informazione», ha detto&nbsp;<strong>Christophe Deloire</strong>, segretario generale de RSF.</p></blockquote>



<p>Riguardo alla detenzione di giornalisti la&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/cina/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Cina</strong></a>&nbsp;si conferma la&nbsp;<strong>più grande prigione del mondo</strong>. Il paese asiatico ha raggiunto livelli estremi di&nbsp;<strong>censura e sorveglianza</strong>&nbsp;e ad oggi conta almeno&nbsp;<strong>110 giornalisti incarcerati</strong>. Rsf segnala, per esempio, il caso del giornalista indipendente&nbsp;<strong>Huang Xueqin</strong>, che si è occupato di questioni legate alla corruzione, all’inquinamento industriale e alle molestie nei confronti delle&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/discriminazione/donne/?utm_source=rss&utm_medium=rss">donne</a>.</p>



<p>Come seconda carcere più grande del mondo per i giornalisti troviamo il&nbsp;<strong><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/myanmar/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Myanmar</a></strong>&nbsp;(ex Birmania), dove – sottolinea Rsf –&nbsp;<strong>«la pratica del giornalismo</strong>&nbsp;è semplicemente&nbsp;<strong>fuorilegge</strong>, come dimostrano i numerosi media messi al bando dopo il&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/06/23/myanmar-oggi-situazione-cosa-succede/?utm_source=rss&utm_medium=rss">colpo di stato militare</a>&nbsp;nel febbraio 2021». In questo paese sono almeno&nbsp;<strong>62 i giornalisti attualmente in carcere.</strong></p>



<p>Al terzo posto si trova la&nbsp;<strong>Repubblica islamica dell’<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/iran/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Iran</a></strong>, dove con &nbsp;l’aumento &nbsp;della repressione dopo il&nbsp;<strong>caso Mahsa Amini</strong>&nbsp;troviamo ben&nbsp;<strong>47 casi di detenzione</strong>&nbsp;di membri della stampa. Se a questi tre stati aggiungiamo&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/bielorussia/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Bielorussia&nbsp;</strong></a>e&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/vietnam/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Vietnam</strong></a>, otteniamo il 54% del totale dei 533 giornalisti incarcerati.</p>



<p>Un altro dato importante e significativo rispetto alla repressione verso la stampa riguarda il fatto che solo poco più di un terzo dei giornalisti in carcere ha ricevuto una condanna:&nbsp;<strong>il 63,6% de detenuti si trova in prigione senza essere stato processato</strong>.</p>



<h2>Reporter senza frontiere denuncia l’aumento delle giornaliste detenute</h2>



<p>Uno dei dati che vengono sottolineati dall’ong francese riguarda l’<strong>aumento delle detenzioni di donne</strong>&nbsp;che lavorano nel settore giornalistico.</p>



<p>Il 2022 è stato particolarmente duro per le giornaliste che sommano un&nbsp;<strong>totale di 78 casi di incarceramento</strong>&nbsp;sui 533 registrati: un&nbsp;<strong>aumento del 27,9%&nbsp;</strong>rispetto allo scorso anno.</p>



<p>Secondo il&nbsp;<a href="https://rsf.org/sites/default/files/medias/file/2022/12/RSF_Bilan2022_EN.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">report</a>&nbsp;questo nuovo aumento riflette la crescente&nbsp;<strong>femminilizzazione della professione</strong>, ma conferma anche che le donne non sono esenti dalla repressione.</p>



<p>Come esempio basti pensare a&nbsp;<strong>Cina, Iran, Myanmar e Bielorussia,</strong>&nbsp;quattro paesi che si trovano tra le posizioni più basse nel ranking mondiale della libertà di stampa e dove nel 2022 sono state incarcerate rispettivamente 19, 18, 10 e 9 giornaliste (il 70% del totale).</p>



<p>Particolarmente grave la situazione in Iran, dove la repressione verso la stampa si è accentuata dopo le proteste per l’uccisione di &nbsp;Mahsa Amini. Rsf sottolinea che tra questi casi preoccupano particolarmente quelli di&nbsp;<strong>Nilufar Hamedi</strong>&nbsp;ed&nbsp;<strong>Elahe Mohammad</strong>, giornaliste ora in carcere e&nbsp;<strong>punibili con la&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/05/24/pena-di-morte-nel-mondo-oggi-paesi-amnesty-international/?utm_source=rss&utm_medium=rss">pena di morte</a></strong>&nbsp;per essere state le prime a denunciare il caso Amini, e perciò accusate di “propaganda contro il sistema e associazione per delinquere finalizzata ad agire contro la sicurezza nazionale” (leggi anche&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/10/27/iran-proteste-donne-oggi/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Proteste in Iran, Babak Monazzami: «La mia battaglia per un Paese libero e forte»</a>).</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image" id="attachment_39749"><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reporter senza frontiere 2022" class="wp-image-39749"/></a><figcaption>Proteste per la morte di Mahsa Amini&nbsp; a Londra – Foto: Alisdare Hickson (via&nbsp;<a href="https://www.flickr.com/photos/alisdare/52417414501/in/photolist-2nRWX8T-2nRWSvg-2nRZvj4-2nT151U-2nRZx7n-2nRZcQt-2nQBF2h-2nQ9vJF-2nQBJMx-2nNcB9y-2o4bvku-2nRYpFt-2nNcBbN-2nR6m1q-2nUuo2m-2nRZfVQ-2nUvL6T-2nQAW7J-2nQ8ez7-2nVk2a3-2nRA8jR-2nNYyRc-2nNTLPw-2nVnjcp-2nYP6Qw-2nNTLPg-2nQRJGt-2nPEX5h-2o1csmV-2nT4M4Q-2nUymMw-2nPFPfu-2nPyXPV-2nYLCYW-2nRJx5H-2nQPb1i-2nNZMyB-2nYRXo7-2nYQyMi-2nT77j3-2nP1KLD-2nX89BN-2nNZjXw-2nXJ436-2nYLCYa-2nNYyFY-2nQRpbG-2o5ah22-2nQRovZ-2nNUo2K?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flickr</a>)</figcaption></figure>



<h2>Rapimenti e sparizioni forzate tra gli operatori dell’informazione</h2>



<p>Anche la&nbsp;<strong>pratica dei rapimenti</strong>&nbsp;continua ad essere una costante nel settore. Ad oggi, puntualizza Reporter senza frontiere, sono&nbsp;<strong>almeno 65 i giornalisti sequestrati</strong>&nbsp;e altri&nbsp;<strong>49 risultano ancora dispersi</strong>.</p>



<p>I sequestri si concentrano in tre paesi del&nbsp;<strong><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/medio-oriente/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Medio Oriente</a>:&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/iraq/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Iraq</a>,&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/siria/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Siria</a>&nbsp;e&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/yemen/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Yemen</a>,</strong>&nbsp;ai quali si aggiunge il&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/mali/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Mali</strong></a>, dove un gruppo jihadista ha rapito il&nbsp; giornalista francese&nbsp;<strong>Oliver Dubois.</strong></p>



<p>Per quanto riguarda i giornalisti scomparsi, nel 2022 si sono aggiunti i casi di&nbsp;<strong>Dmytro Khiliuk</strong>&nbsp;(scomparso il 4 marzo nella città ucraina di Dymer, a nord di Kiev, occupata dalle forze russe) e&nbsp;<strong>Roberto Carlos Flores Mendoza</strong>&nbsp;(fondatore del portale di notizie&nbsp;<em>Chiapas Denuncia Ya</em>, scomparso il 20 settembre).</p>



<p>Questi due nuovi casi portano a&nbsp;<strong>49 il numero totale di giornalisti scomparsi dal 2003</strong>&nbsp;e tre di loro sono donne (due giornaliste messicane e una peruviana).</p>



<h2>Reporter senza frontiere: la classifica annuale</h2>



<p><strong>Reporter senza frontiere</strong>&nbsp;elabora questo report ogni anno dal 1995 da RSF, su&nbsp;<strong>dati raccolti tra il 1° gennaio e il 1° dicembre</strong>&nbsp;dell’anno della pubblicazione. Il conteggio totale del bilancio 2022 include giornalisti professionisti e non professionisti, nonché altri operatori dei media.</p>



<p>Rsf raccoglie meticolosamente informazioni per poter affermare che l’incarcerazione, il rapimento, la scomparsa o la morte di un giornalista è una&nbsp;<strong>diretta conseguenza dell’esercizio della professione</strong>.</p>
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		<title>Appello per il giornalista pacifista Ruslan Kotsaba</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jul 2022 08:03:47 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/kotsaba-768x922-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="922" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/kotsaba-768x922-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16494" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/kotsaba-768x922-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/kotsaba-768x922-1-250x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 250w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p></p>



<p>Il processo contro il giornalista ucraino, pacifista e obiettore di coscienza Ruslan Kotsaba, si è tenuto martedì 19 luglio 2022, solo perché ha espresso pubblicamente le sue idee pacifiste.</p>



<p>Le udienze del tribunale nei confronti di <a href="https://www.pressenza.com/it/2022/07/il-pacifista-e-obiettore-ucraino-ruslan-kotsaba-di-nuovo-a-processo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Ruslan Kotsaba</a> sono terminate. <strong>La prossima udienza è fissata per il 4 settembre</strong>, alle ore 10. Il tribunale si è riservato per il 28 settembre un’ulteriore eventuale sessione.</p>



<p>Ruslan Kotsaba e i suoi avvocati (Tetiana Montyan e Svitlana Novytska) hanno partecipato online. E’ forte il timore di aggressioni di neonazisti ucraini che in passato hanno minacciato e picchiato Ruslan Kotsaba, ottenendo anche questo nuovo processo dopo aver circondato il tribunale in passato.Per dare un contesto, il tribunale ha già ascoltato le testimonianze di 20 testimoni dell’accusa contro l’obiettore di coscienza Ruslan <a href="https://www.facebook.com/hashtag/kotsaba?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZWyvHkKcuIyLN5eLzK7zkK_3X-TYKgvnX7osyObjtupeXOlwEhFul9rVD8FNoaJkOfc3MMY7N6nhSXL2SVOvTYwKCv_bEbCJk1_kTnd_Wjy39N3W3UchChVRVXruzER2HMdUhiQcMxmWGw6HtDActRKij00TD4yHd3OdTdKOYmwCBsWjb2f9bNcSYkWuLdE4sA&amp;__tn__=*NK-R&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">#Kotsaba</a> e inizialmente sono stati chiamati 58 testimoni, la maggior parte dei quali non si sono presentati in tribunale o hanno fornito testimonianze del tipo “per sentito dire”. Prima dell’attuale nuovo processo, la corte d’appello nel 2016 ha stabilito che non era necessario ascoltare tutti i testimoni a causa dell’irrilevanza delle loro testimonianze e ha assolto Ruslan, ma la <strong>corte superiore di Kiev</strong> (<strong>circondata da una folla di estrema destra</strong>) <strong>ha annullato questa sentenza di assoluzione</strong> e ordinato un nuovo processo con il pretesto formale della necessità di ascoltare ogni testimone.La presenza in tribunale per <a href="https://www.facebook.com/hashtag/kotsaba?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZWyvHkKcuIyLN5eLzK7zkK_3X-TYKgvnX7osyObjtupeXOlwEhFul9rVD8FNoaJkOfc3MMY7N6nhSXL2SVOvTYwKCv_bEbCJk1_kTnd_Wjy39N3W3UchChVRVXruzER2HMdUhiQcMxmWGw6HtDActRKij00TD4yHd3OdTdKOYmwCBsWjb2f9bNcSYkWuLdE4sA&amp;__tn__=*NK-R&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">#Kotsaba</a> è rischiosa. Già in passato è stato pesantemente picchiato da <a href="https://www.facebook.com/hashtag/neonazisti?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZWyvHkKcuIyLN5eLzK7zkK_3X-TYKgvnX7osyObjtupeXOlwEhFul9rVD8FNoaJkOfc3MMY7N6nhSXL2SVOvTYwKCv_bEbCJk1_kTnd_Wjy39N3W3UchChVRVXruzER2HMdUhiQcMxmWGw6HtDActRKij00TD4yHd3OdTdKOYmwCBsWjb2f9bNcSYkWuLdE4sA&amp;__tn__=*NK-R&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">#neonazisti</a> in quanto pacifista contrario alla guerra in <a href="https://www.facebook.com/hashtag/donbass?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZWyvHkKcuIyLN5eLzK7zkK_3X-TYKgvnX7osyObjtupeXOlwEhFul9rVD8FNoaJkOfc3MMY7N6nhSXL2SVOvTYwKCv_bEbCJk1_kTnd_Wjy39N3W3UchChVRVXruzER2HMdUhiQcMxmWGw6HtDActRKij00TD4yHd3OdTdKOYmwCBsWjb2f9bNcSYkWuLdE4sA&amp;__tn__=*NK-R&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">#Donbass</a>.Negare questa pesante minaccia in <a href="https://www.facebook.com/hashtag/ucraina?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZWyvHkKcuIyLN5eLzK7zkK_3X-TYKgvnX7osyObjtupeXOlwEhFul9rVD8FNoaJkOfc3MMY7N6nhSXL2SVOvTYwKCv_bEbCJk1_kTnd_Wjy39N3W3UchChVRVXruzER2HMdUhiQcMxmWGw6HtDActRKij00TD4yHd3OdTdKOYmwCBsWjb2f9bNcSYkWuLdE4sA&amp;__tn__=*NK-R&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">#Ucraina</a> significa negare l’evidenza. Lo stesso <a href="https://www.facebook.com/hashtag/zelensky?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZWyvHkKcuIyLN5eLzK7zkK_3X-TYKgvnX7osyObjtupeXOlwEhFul9rVD8FNoaJkOfc3MMY7N6nhSXL2SVOvTYwKCv_bEbCJk1_kTnd_Wjy39N3W3UchChVRVXruzER2HMdUhiQcMxmWGw6HtDActRKij00TD4yHd3OdTdKOYmwCBsWjb2f9bNcSYkWuLdE4sA&amp;__tn__=*NK-R&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">#Zelensky</a> ha cambiato le proprie posizioni sul Donbass in quanto sente in pericolo la sua vita. L’attuale presidente ucraino, ha affermato Noam Chomsky, “è stato eletto su una piattaforma di pace, per attuare ciò che è stato chiamato Minsk Due, una sorta di autonomia per la regione orientale. Ha cercato di attuarla. Le milizie di destra lo hanno avvertito che se avesse insistito lo avrebbero ucciso”.</p>



<p> Il caso di questo obiettore di coscienza è ormai un caso internazionale. Hanno preso le sue difese anche Amnesty International e la <a href="https://wri-irg.org/en/programmes/rrtk/co-action-alert/2021/ukraine-ruslan-kotsaba-trial-again?utm_source=rss&utm_medium=rss">WRI (War Resisters’ International) </a>. </p>



<h1>Comunicato stampa IFOR, WRI, EBCO e Connection sul caso del giornalista pacifista ucraino Ruslan Kotsaba</h1>



<p><strong>COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO</strong><br>EBCO, IFOR, WRI e Connection e.V.</p>



<p><a href="https://www.miritalia.org/2022/07/18/comunicato-stampa-ifor-wri-ebco-e-connection-sul-caso-del-giornalista-pacifista-ucraino-ruslan-kotsaba/2022-07-18-joint_press-release_ukraine_kotsaba-1/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Read here the English version</a></p>



<h4>Ritirate tutte le accuse contro Ruslan Kotsaba</h4>



<p>In Ucraina, martedì 19 luglio 2022 si terrà un processo contro il giornalista ucraino, pacifista e obiettore di coscienza Ruslan Kostaba, solo perché ha espresso pubblicamente le sue opinioni pacifiste.<br>L’International Fellowship of Reconciliation (IFOR), War Resisters’ International (WRI), l’European Bureau for Conscientious Objection (EBCO) e Connection e.V. (Germania) considerano il caso di Ruslan Kostaba una chiara persecuzione motivata politicamente, in violazione dei suoi diritti alla libertà di espressione e alla libertà di pensiero, coscienza e religione, garantiti dagli articoli 18 e 19 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e dagli articoli 9 e 10 della Convenzione Europea sui Diritti Umani.<br>Le organizzazioni esprimono la loro solidarietà a Ruslan Kotsaba e sollecitano le autorità ucraine a garantire che tutti i pacifisti in Ucraina, compresi gli attivisti del Movimento Pacifista Ucraino, possano esprimere liberamente le proprie opinioni e continuare le proprie attività nonviolente.<br>Le organizzazioni ricordano inoltre la loro ferma condanna dell’invasione russa dell’Ucraina e chiedono ai soldati di non partecipare alle ostilità e a tutte le reclute di rifiutare il servizio militare.<br>Il governo ucraino dovrebbe salvaguardare il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, rispettando pienamente gli standard europei e internazionali, tra cui quelli stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti Umani.<br>L’Ucraina è membro del Consiglio d’Europa e deve continuare a rispettare la Convenzione Europea dei Diritti Umani. Poiché l’Ucraina è candidata ad aderire all’Unione Europea, dovrà rispettare i diritti umani definiti nel Trattato UE e la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’UE, che includono il diritto all’obiezione di coscienza.</p>



<p>Contatti:<br>Zaira Zafarana, International Fellowship of Reconciliation (IFOR), zaira.zafarana@ifor.org, www.ifor.org?utm_source=rss&utm_medium=rss (inglese, italiano)<br>Rudi Friedrich, Connection e.V., +49 69 8237 5534, office@Connection-eV.org, www.ConnectioneV.org?utm_source=rss&utm_medium=rss (tedesco, inglese)<br>Semih Sapmaz, War Resisters’ International (WRI), semih@wri-irg.org, www.wri-irg.org?utm_source=rss&utm_medium=rss (inglese, turco)<br>Sam Biesemans, Ufficio Europeo per l’Obiezione di Coscienza (EBCO), +32 477 268893, ebco.brussels@skynet.be, www.ebco-beoc.org?utm_source=rss&utm_medium=rss (francese, olandese, italiano, inglese)</p>



<p><a href="https://www.miritalia.org/2022/07/18/comunicato-stampa-ifor-wri-ebco-e-connection-sul-caso-del-giornalista-pacifista-ucraino-ruslan-kotsaba/2022-07-18-joint_press-release_ukraine_kotsaba-1/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Leggi qui</a> il Comunicato originale in inglese.</p>



<p></p>
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		<title>Lettera aperta della madre di Julian Assange al mondo</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2022 07:52:02 +0000</pubDate>
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<p>Julian Assange è stato estradato. La ministra dell’interno britannica, Priti Patel, ha approvato l’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti. Il fondatore di Wikileaks potrà fare appello, ma se la decisione fosse confermata dovrebbe affrontare un processo per spionaggio e, probabilmente, il carcere a vita.</p>



<p>La sua colpa è di aver contribuito a rendere pubblica una serie di&nbsp;<a href="https://www.theguardian.com/world/2010/apr/05/wikileaks-us-army-iraq-attack?utm_source=rss&utm_medium=rss">crimini commessi</a>&nbsp;dai militari statunitensi e dai loro alleati in Afghanistan e in Iraq.</p>



<p>Ha fatto luce sugli abusi inflitti ai prigionieri di Guantanamo e ha rivelato che più di 150 persone innocenti sono state detenute per anni senza un’accusa. Ha pubblicato il video dei soldati americani che a bordo di un elicottero sparavano a un gruppo di civili iracheni disarmati uccidendone quindici, tra cui un fotografo della Reuters e il suo assistente.</p>



<p>Oggi pubblichiamo la lettera aperta della madre di Assange al mondo. (da wordnews.it)</p>



<p><br>“Non sopporto che non si muova nulla di fronte a tanta ingiustizia.<br>&#8220;Cinquant&#8217;anni fa, quando ho partorito per la prima volta come giovane madre, pensavo che non ci potesse essere dolore più grande, ma l&#8217;ho dimenticato presto quando ho tenuto tra le mie braccia il mio bellissimo bambino. L&#8217;ho chiamato Julian.<br>Ora mi rendo conto che mi sbagliavo. C&#8217;è un dolore più grande.<br>Il dolore incessante di essere la madre di un giornalista premiato, che ha avuto il coraggio di pubblicare la verità sui crimini governativi di alto livello e sulla corruzione.<br>Il dolore di vedere mio figlio, che ha cercato di pubblicare verità importanti, macchiato a livello mondiale.<br>Il dolore di vedere mio figlio, che ha rischiato la vita per denunciare l&#8217;ingiustizia, incastrato e privato del diritto a un processo equo, ancora e ancora.<br>Il dolore di vedere un figlio sano deteriorarsi lentamente, perché gli è stata negata l&#8217;assistenza medica e sanitaria adeguata in anni e anni di carcere.<br>L&#8217;angoscia di vedere mio figlio sottoposto a crudeli torture psicologiche, nel tentativo di spezzare il suo immenso spirito.<br>L&#8217;incubo costante che venga estradato negli Stati Uniti e poi trascorrere il resto dei suoi giorni sepolto vivo in totale isolamento.<br>La paura costante che la CIA possa realizzare i suoi piani per ucciderlo.<br>L&#8217;ondata di tristezza quando ho visto il suo fragile corpo cadere esausto per un mini ictus nell&#8217;ultima udienza a causa dello stress cronico.<br>Molte persone sono rimaste traumatizzate nel vedere una superpotenza vendicativa che usa le sue risorse illimitate per intimidire e distruggere un individuo indifeso.<br>Voglio ringraziare tutti i cittadini onesti e solidali che protestano globalmente contro la brutale persecuzione politica subita da Julian.<br>Per favore continuate ad alzare la voce ai vostri politici fino a quando non sentirete solo questo.<br>La sua vita è nelle sue mani&#8221;.<br></p>



<p><br>Christine Ann Assange</p>
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		<title>Violazioni e impunità non rallentano in Messico</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2022 12:11:06 +0000</pubDate>
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<p>di Nicole Fraccaroli</p>



<p>Le violazioni dei diritti umani, comprese torture, sparizioni forzate, abusi contro i migranti, esecuzioni extragiudiziali e attacchi a giornalisti indipendenti e difensori dei diritti umani, sono continuate sotto il presidente Andrés Manuel López Obrador, entrato in carica nel dicembre 2018. L&#8217;impunità rimane la norma. Le riforme attuate nel 2017 e nel 2018 sono state lente e finora inefficaci nell&#8217;affrontare la tortura e l&#8217;impunità.</p>



<p>Il sistema di giustizia penale regolarmente non fornisce giustizia alle vittime di crimini violenti e violazioni dei diritti umani. Solo l&#8217;1,3 per cento dei crimini commessi in Messico viene risolto, come riferisce il gruppo non governativo Impunity Zero. Le cause del fallimento includono corruzione, formazione e risorse inadeguate e la complicità di pubblici ministeri e difensori pubblici con criminali e altri funzionari abusivi. Una riforma del 2018 intesa a conferire maggiore indipendenza ai pubblici ministeri non è stata adeguatamente attuata, in base a ciò che è stato riferito dai gruppi locali per i diritti umani e lo stato di diritto.</p>



<p>Il presidente López Obrador ha raddoppiato l&#8217;uso dell&#8217;esercito per la sicurezza pubblica, ampliando notevolmente la portata delle sue attività e soppiantando le forze dell&#8217;ordine civili. Nel 2019 ha creato la Guardia Nazionale, una forza militare, per sostituire la Polizia Federale come principale organismo di polizia del governo. La Guardia Nazionale è guidata da ufficiali militari, addestrati dai militari e composta in gran parte da truppe militari. Nel maggio 2020, il presidente ha schierato formalmente i militari per assistere la Guardia Nazionale nelle forze dell&#8217;ordine civili. I militari sono ora legalmente autorizzati a detenere civili, farsi carico delle scene del crimine e conservare le prove; sotto i governi passati, incaricare i militari di questi compiti ha contribuito a gravi insabbiamenti di violazioni dei diritti umani. È comunque importante notare che nel 2014, il Congresso ha riformato il Codice di giustizia militare per richiedere che gli abusi commessi da membri dell&#8217;esercito contro civili siano perseguiti in tribunali civili, non militari. Tuttavia, il perseguimento della giustizia rimane una sfida.</p>



<p>La tortura è ampiamente praticata in Messico per ottenere confessioni ed estorcere informazioni. Viene applicata più frequentemente tra il momento in cui le vittime vengono detenute, spesso arbitrariamente, e quello in cui vengono consegnate a pubblici ministeri civili, un periodo in cui sono spesso tenute in <em>incommunicado</em> in basi militari o luoghi di detenzione illegale. Una legge del 2017 ha reso illegale l&#8217;uso delle confessioni ottenute attraverso la tortura come prove nei processi penali. Tuttavia, le autorità spesso non indagano sulle accuse di tortura.</p>



<p>Il numero di indagini su casi di tortura da parte di pubblici ministeri statali e federali è aumentato negli ultimi anni, da appena 13 nel 2006 a oltre 7.000 nel 2019, secondo un rapporto della Commissione messicana per la difesa e la promozione dei diritti umani. Ciononostante,<br>nella sua revisione del 2019 del Messico, il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha riferito che di 3.214 denunce di tortura nel 2016, solo 8 hanno portato all&#8217;arresto e al processo.</p>



<p>Inoltre, dal 2006 le sparizioni forzate da parte delle forze di sicurezza sono un problema diffuso. Anche le organizzazioni criminali sono state responsabili di molte sparizioni. Il governo ha riferito che più di 75.000 persone sono scomparse a novembre 2020, la stragrande maggioranza dal 2006 in poi.</p>



<p>Nel 2019 un rispettato difensore dei diritti umani è stato nominato a capo della Commissione nazionale di ricerca (CNB). Da allora, il governo ha creato una piattaforma online per consentire alle persone di denunciare le sparizioni in forma anonima e per mostrare statistiche in tempo reale sul numero di persone scomparse, escluse le informazioni di identificazione personale.</p>



<p>Tuttavia, i pubblici ministeri e la polizia trascurano di intraprendere anche le misure investigative di base per identificare i responsabili delle sparizioni forzate, spesso dicendo alle famiglie dei dispersi di indagare da sole. I funzionari hanno ammesso che più di 26.000 corpi rimangono non identificati. Nel 2019, il National Search Commissioner ha creato una valutazione forense nazionale per affrontare gli ostacoli all&#8217;identificazione e alla conservazione dei corpi.</p>



<p>In più, il Messico è uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti. Giornalisti e difensori dei diritti umani, in particolare coloro che criticano i funzionari pubblici o smascherano il lavoro dei cartelli criminali, spesso subiscono attacchi, molestie e sorveglianza da parte delle autorità governative e dei gruppi criminali.</p>



<p>Nel 2018, il Comitato delle Nazioni Unite per l&#8217;eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne ha espresso preoccupazione per i modelli persistenti di violenza &#8220;generale&#8221; contro le donne, inclusa la violenza sessuale. Le leggi messicane non proteggono adeguatamente le donne e le ragazze dalla violenza sessuale e di genere. L&#8217;aborto è disponibile su richiesta per chiunque, fino a 12 settimane di gravidanza, a Città del Messico e, da ottobre 2019, nello stato di Oaxaca. È fortemente limitato altrove.</p>



<p>I cartelli criminali, i criminali comuni e talvolta i funzionari della polizia e della migrazione prendono regolarmente di mira le persone che migrano attraverso il Messico per rapinarle, rapirle, estorcerle, violentarle o ucciderle. I cartelli criminali spesso lo fanno con la &#8220;tolleranza o addirittura il coinvolgimento di determinati funzionari pubblici&#8221;, ha riferito la Commissione interamericana per i diritti umani nel 2013. Il sistema di asilo del Messico è gravemente sovraccaricato. Dal 2013, il numero di domande ricevute è quasi raddoppiato e la capacità dell&#8217;agenzia per l&#8217;asilo non ha tenuto il passo. A ottobre 2019, c&#8217;era un arretrato di oltre 63.000 persone con richieste di asilo in sospeso e il 44% delle persone che hanno presentato domanda nel 2018 erano ancora in attesa, secondo quanto riportato dal gruppo per i diritti dei rifugiati Asylum Access.</p>



<p>Nel giugno 2020, il Messico è stato eletto membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il periodo 2021-2022. La politica estera del Messico in materia di diritti umani sotto l&#8217;amministrazione López Obrador si è basata sul principio del &#8220;non intervento&#8221; negli affari domestici. Il Messico ha evidenziato che una delle sue priorità all&#8217;interno del Consiglio sarebbe la protezione dei bambini, sebbene, a differenza della maggior parte dei membri del Consiglio di Sicurezza, non abbia ancora approvato la Dichiarazione sulle Scuole Sicure.</p>



<p>Ecco che dunque tra responsabilità internazionali, dichiarazioni in materia e promesse, il Messico ha ancora molta strada da percorrere per rimanere fedele agli impegni presi e soprattutto al fine di garantire il rispetto dei diritti umani di tutti e tutte coloro che si trovano sotto la sua giurisdizione.</p>
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		<title>Siria. Una decisione senza precedenti</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jan 2022 09:23:36 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Nicole Fraccaroli</p>



<p></p>



<p>L&#8217;Alta Corte Regionale di Coblenza in Germania ha condannato il 13 Gennaio all&#8217;ergastolo un ex alto funzionario siriano per il suo coinvolgimento in crimini contro l&#8217;umanità. Una squadra investigativa comune franco-tedesca (JIT), costituita con il sostegno di Eurojust e del Genocide Network, ha dato un contributo significativo alle indagini che hanno portato a questo giudizio storico.</p>



<p>In questo modo si è concluso il primo processo al mondo relativo alla tortura sponsorizzata dallo Stato sotto il presidente Bashar al-Assad.</p>



<p>Questo giudizio rappresenta la prima volta al mondo che un alto funzionario siriano è stato condannato per crimini contro l&#8217;umanità. In quanto tale, lascerà un segno indelebile nella giustizia penale internazionale. È la seconda condanna relativa ai &#8220;Fascicoli Cesare&#8221;, un documento contenente oltre 26.000 immagini delle torture delle vittime nei centri di detenzione di massa del regime siriano. L&#8217;anno scorso, un collaboratore dell&#8217;alto funzionario era già stato condannato dalla Corte Regionale Superiore di Coblenza a 4,5 anni di reclusione per crimini contro l&#8217;umanità e tortura.</p>



<p>L’alto funzionario Anwar Raslan, 58 anni, è stato condannato con accuse tra cui omicidio, lesioni personali gravi, aggressione sessuale, privazione della libertà e presa di ostaggi in relazione al suo lavoro, secondo un comunicato stampa del tribunale della città di Coblenza, nella Germania occidentale. I crimini sono avvenuti mentre era a capo delle indagini nel famigerato ramo 251 della direzione generale dell&#8217;intelligence siriana, mentre il paese scivolava verso la guerra civile. La Corte ha ritenuto il siriano, oggi condannato, direttamente responsabile della morte di 27 membri dell&#8217;opposizione al regime, a seguito di torture e condizioni di detenzione disumane, nel 2011 e nel 2012. La procura federale ha presentato un atto d&#8217;accusa contro l’imputato nell&#8217;ottobre 2019, con processi che sono iniziati nell&#8217;agosto 2020.</p>



<p>In collaborazione con investigatori e pubblici ministeri nazionali che lavorano sul caso, Eurojust e Genocide Network hanno preparato il terreno per la JIT. È stata istituita nel 2018 per supportare le indagini e, infine, perseguire il sospettato. Dopo aver istituito la JIT, Eurojust ha fornito assistenza analitica a lungo termine e organizzato riunioni di coordinamento regolari per consentire una rapida cooperazione giudiziaria tra le autorità tedesche e francesi.</p>



<p>Eurojust e Genocide Network sostengono pienamente le autorità giudiziarie dell&#8217;Unione Europea che stanno intensificando i procedimenti contro gli autori di reati terroristici e severi crimini internazionali in Siria. Le azioni delle autorità giudiziarie e della società civile per ritenere il regime siriano responsabile dei crimini commessi in Siria sono state il focus principale della Giornata dell&#8217;UE contro l&#8217;impunità dello scorso anno.</p>



<p>Il verdetto è stato il passo più significativo finora in più di un decennio di ricerca di giustizia per coloro che hanno sofferto per mano dell&#8217;apparato statale siriano mentre questo cercava brutalmente di reprimere le proteste di massa durante la Primavera Araba e combatteva anni di sanguinosi conflitti.</p>



<p>Anwar al-Bunni, un importante avvocato siriano per i diritti umani che è stato testimone del caso, ha descritto il verdetto di giovedì come &#8220;storico&#8221; e una &#8220;vittoria per i siriani&#8221;. Sebbene si trattasse di un&#8217;unica condanna, l&#8217;intero apparato statale siriano è stato processato per la prima volta, ha affermato. &#8220;E’ stato condannato come parte di questa macchina, una vera e propria macchina assassina che ha arrestato i siriani, li ha uccisi, li ha torturati&#8221;, ha detto. &#8220;È una decisione sostanziale per l&#8217;intero regime&#8221;.</p>



<p>Il procedimento contro Raslan è stato innescato da un incontro casuale sette anni fa, quando Bunni ha riconosciuto Raslan nel suo centro profughi a Berlino. All&#8217;inizio non riusciva a capire come lo conoscesse. È stato solo dopo che un collega rifugiato gli disse che un funzionario del regime era nella struttura che tutto è risultato logico. In tribunale Bunni ha raccontato come Raslan fosse l&#8217;uomo che lo aveva trattenuto fuori dalla sua casa nel quartiere Kafr Souseh di Damasco nel 2006, dopo di che aveva trascorso cinque anni in prigione. Dopo aver riconosciuto Raslan a Berlino, Bunni ha sporto denuncia alla polizia e Raslan è stato infine arrestato nel 2019.</p>



<p>La Corte lo ha ritenuto colpevole di complicità in 27 omicidi mentre era un funzionario del centro di detenzione Branch 251, nell&#8217;ambito di quello che la Corte ha descritto come l&#8217;attacco &#8220;ampio e sistematico&#8221; del governo siriano alla sua stessa popolazione a partire dall&#8217;aprile 2011.</p>



<p>Secondo i risultati della corte, almeno 4.000 prigionieri sono stati detenuti nel centro di detenzione annesso all&#8217;unità di interrogatorio di Raslan mentre lavorava lì. &#8220;I detenuti sono stati brutalmente torturati durante il loro interrogatorio in vari modi&#8221;, ha affermato la Corte, anche con scosse elettriche. È stata anche usata violenza sessuale, si diceva, e i prigionieri potevano sentire urla costanti da altri detenuti che subivano torture. Le cure mediche sono state negate e il cibo era inadeguato.</p>



<p>Sebbene non abbia commesso fisicamente i crimini, Raslan è stato ritenuto responsabile a causa della sua posizione di autorità, ha affermato la portavoce del tribunale Anne-Christina Brodöfel.</p>



<p>Raslan ha annunciato la sua defezione dal regime nel 2012. Nelle loro ultime argomentazioni, i suoi avvocati hanno affermato che Raslan non aveva approvato la tortura e aveva persino punito i soldati per aver abusato dei prigionieri. &#8220;Un dipendente di un regime criminale non può semplicemente rispondere al telefono quando si rende conto che nella prigione si sta verificando un&#8217;ingiustizia&#8221;, ​​hanno affermato i suoi avvocati, secondo il quotidiano tedesco “Die Zeit”. Ma la corte ha affermato di aver concluso che avrebbe potuto disertare prima. Avrà diritto alla libertà condizionale tra 15 anni.</p>



<p>La sua squadra di difesa ha detto che avrebbe impugnato il verdetto.</p>



<p>Il suo coimputato, Eyad al-Gharib, 44 anni, un ufficiale di basso livello, è stato condannato a 4 anni e mezzo di carcere all&#8217;inizio dello scorso anno.</p>



<p>Gli attivisti siriani che vivono in Germania e all&#8217;estero hanno accolto favorevolmente il verdetto, ma hanno anche avvertito che le atrocità continuano in Siria. L&#8217;organizzazione tedesco-siriana per i diritti umani “Adopt a Revolution” ha affermato in una dichiarazione rilasciata prima del verdetto che la sentenza non dovrebbe essere usata come &#8220;una copertura per l&#8217;inazione politica&#8221;. Il governo tedesco dovrebbe fermare le deportazioni in Siria e assicurarsi che i superiori di Raslan non rimangano impuniti, ha affermato il gruppo.</p>



<p>Human Rights Watch ha descritto la condanna come &#8220;un passo rivoluzionario verso la giustizia per gravi crimini in Siria&#8221; e ha invitato altri paesi a seguire l&#8217;esempio della Germania. Sottolineando il ruolo centrale dei sopravvissuti, degli avvocati e degli attivisti siriani nel processo, l&#8217;organizzazione ha lanche amentato le sfide presentate dalla protezione dei testimoni.</p>



<p>Il processo si è svolto per mezzo del principio della &#8220;giurisdizione universale&#8221;, sancito dal diritto tedesco e che consente il perseguimento di coloro che sono accusati di aver commesso atti severi come genocidio o crimini di guerra in altri paesi. Il principio giuridico sostiene che alcuni reati sono così gravi che non si applicano le normali restrizioni territoriali alle azioni penali.</p>



<p>Secondo un rapporto del 2020, in Germania si stanno verificando più di una dozzina di casi attivi relativi a crimini commessi in Siria. E gli attivisti sperano che questo sia solo un primo passo: prossimamente, un tribunale di Francoforte avvierà il processo a un medico siriano accusato di aver torturato gli oppositori del governo di Assad in strutture mediche militari.</p>



<p>&#8220;La strada verso la giustizia è lunga e non ci fermeremo finché Bashar al-Assad e la sua cerchia di confidenti non saranno processati&#8221;, ha detto Wissam Mukdad, testimone nel processo.</p>



<p></p>
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		<title>Zaki: ora la fuga è legittima, l&#8217;Italia lo aiuti</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2021 10:38:27 +0000</pubDate>
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<p><img width="300" src="https://www.antigone.it/images/articoli/Patrick_Zaki.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Patrick Zaki"></p>



<p>(di Patrizio Gonnella<strong> </strong>da antigone.it)</p>



<p>A Patrick Zaki hanno rubato, negato, indebitamente sottratto dalla sua giovane vita trecentottantamila minuti di libertà. Ora Patrick è libero, seppur provvisoriamente, fino alla prossima udienza del febbraio 2022. Dovrà essere impegno del nostro Paese e del nostro Governo trasformare quella libertà a tempo in libertà definitiva. Si tratta di consentire a Patrick di attendere l’esito del processo non in forma semi-reclusa nell’Egitto di Al Sisi, bensì dove lui preferisce, preservandone la libertà di movimento. Essendo il processo nei confronti di Zaki un processo politico, anche in questo delicato momento, conterà la pressione diplomatica che dovrà essere esercitata allo scopo di sottrarre Patrick ai rischi di un giudizio che nulla ha a che fare con le regole dello Stato di diritto.&nbsp;</p>



<p>Lo scorso 19 novembre 2020 il Consiglio dell’Unione Europea ha autorizzato l’avvio di negoziati per accordi tra la Ue e l’Egitto sulla cooperazione giudiziaria penale. Nel testo della decisione del Consiglio, con eccessivo realismo politico, si affermava che l’Egitto è un partner importante per la stabilità nella regione del vicinato meridionale. In quello stesso Atto si ribadiva anche quanto siano deficitarie in Egitto la libertà di espressione, di informazione, di riunione pacifica e di associazione e quanto sia necessario porre fine alla riduzione indebita dello spazio concesso alla società civile, perseguita anche attraverso il congelamento dei beni, divieti di viaggio e lunghi periodi di detenzione preventiva. Pertanto, di fronte alla consapevolezza internazionale del deficit di democrazia in Egitto, non ha nulla di immorale il sottrarsi, con decisione concordata, al processo. Non è giuridicamente, né eticamente, né politicamente fondata una detenzione che sia del tutto sganciata da accuse circostanziate.&nbsp;</p>



<p>Dopo ventidue mesi di custodia cautelare le accuse nei suoi confronti sono ancora oscure in quanto legate alla repressione del libero pensiero. Di fronte a una detenzione arbitraria e a un processo politico, Patrick manterrebbe alta la sua dignità anche da contumace. Troppo importante è la libertà perché possa essere ceduta nel nome di una giustizia truce, disumana, politica come quella che ha portato nelle carceri egiziane decine di esponenti di organizzazioni non governative impegnate sul fronte dei diritti umani. La carcerazione illegittimamente subita da Patrick Zaki è stata fin troppo lunga per giustificare ulteriori restrizioni alla sua libertà di studiare, muoversi, vivere. Spetta alle autorità italiane adesso tutelare Patrick, assicurarne l’incolumità, offrendogli protezione, se necessario.&nbsp;</p>



<p>Oggi è un giorno di felicità ma è anche un giorno nel quale programmare le azioni future dirette ad evitare che Patrick possa vivere anche un solo altro minuto di prigionia. Ben aiuterebbe in questa fase se gli fosse concessa la cittadinanza italiana. Tutto sarebbe più facile.&nbsp;</p>



<p>L’Italia ha un dovere in più in questo momento delicato. Deve proporsi quale buon esempio per quei Paesi dell’area mediterranea con i quali intende rafforzare legami politici ed economici. Non è pretestuoso sostenere che il nostro Paese ben sarebbe più forte e autorevole nei rapporti diplomatici, anche in materia di giustizia, qualora fosse inappuntabile nel proprio sistema penale e penitenziario. Non poche volte, di fronte alle proteste per le violazioni dei diritti umani nei tribunali e nelle prigioni di Paesi lontani, c’è stato detto che poco avevamo da lamentarci noi italiani alla luce delle condizioni materiali di vita presenti in alcune delle nostre carceri. Nella consapevolezza che ogni paragone è insostenibile, va sicuramente riconosciuto come più alte e qualificate sono le garanzie procedurali e penitenziarie nel nostro Paese, più autorevoli e incontestabili saranno le prese di posizione delle autorità pubbliche italiane nel dibattito internazionale.&nbsp;</p>



<p>Infine, la liberazione di Patrick Zaki è anche il risultato di una straordinaria campagna che ha visto protagonisti studenti, professori, attivisti, esponenti politici, giornalisti e tanti cittadini. Quando tornerà nella sua Bologna tutti insieme festeggeremo la riconquistata libertà.</p>
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		<title>La scarcerazione di Patrick Zaki</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Dec 2021 09:12:24 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="512" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/pa-1024x512.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15876" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/pa-1024x512.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/pa-300x150.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/pa-768x384.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/pa.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p></p>



<p>E&#8217; giunta ieri, 7 dicembre 2021, la bellissima notizia della prossima scarcerazione di Patrick Zaki, lo studente dell&#8217;Università di Bologna arrestato in Egitto il 7 febbraio del 2020.</p>



<p>Abbiamo chiesto un commento alla bella news al nostro Direttore, Giuseppe Acconcia, giornalista, saggista e ricercatore presso l&#8217;Ateneo di Padova, esperto in cultura e politica del Medioriente.</p>



<p>&#8220;La notizia ci riempie di gioia, non aspettavamo altro; speriamo che possa tornare al più presto alla sua vita e ai suoi studi, che torni in italia e che ottenga la cittadinanza italiana. Si deve attendere il 1 febbraio per la nuova udienza, però potrebbe tornare prima.</p>



<p>Le accuse che gli sono state mosse sono prive di senso: anche il solo fatto di aver scritto un articolo sui copti &#8211; che riguarda un reato di opinione &#8211; anche in Egitto non prevede la carcerazione, per cui non c&#8217;era nessun motivo per tenerlo in prigione. la sua detenzione è stata estesa di 45 giorni in 45 giorni e questo dimostra ulteriormente che si sia trattato di un arresto e di una detenzione arbitraria. Zaki, inoltre, ha subito violenza nel momento in cui è stato arrestato all&#8217;aeroporto de Il Cairo.</p>



<p>E&#8217; molto importante che le autorità italiane continuino a fare pressione perchè possa fare ritorno in Italia; non bisogna dimenticare, però, che ancora ci sono 60.000 egiziani che continuano ad rimanere in prigione e anche per loro bisogna continuare a lottare; ricordiamo, ad esempio, Haitham Mohammadin attivista per i lavoratori, Ismail Iskandarani che si occupai di Sinai e non si sa nemmeno dove sia detenuto e Ahmed Samir Santawi un altro ricercatore per cui, ancora una volta, la libertà accademica viene messa sotto attacco. </p>



<p>Il processo che è stato avviato in Italia per chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni e il caso di Zaki erano e sono legati a doppio filo: è probabile che il fermo che ha avuto il processo in Italia abbia fatto ragionare le autorità egiziane che non hanno più bisogno di una merce di scambio in quanto gli egiziani non volevano che venissero criticate le forze di sicurezza egiziane, che invece è accaduto con le accuse mosse ai quattro agenti che avrebbero torturato e ucciso Regeni. Le autorità egiziane non vogliono fornire i loro indirizzi, non vogliono che vengano trovati e hanno utilizzato l&#8217;arresto sommario di un cittadino egiziano che studiava in Italia per fare, a loro volta, pressioni. Si sono chiuse le indagini parlamentari sul caso Regeni e, quindi, ora non c&#8217;è bisogno di ricattare l&#8217;Italia con Zaki. Ma è importante continuare a dare battaglia per chiedere sempre e fino alla fine verità e giustizia per Giulio&#8221;.</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Sostenere Riace e la solidarietà in mare e in terra. Intervista a Giovanna Procacci</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Nov 2021 14:37:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da pressenza.com. A cura di Anna Polo) La neonata “Rete Sostenere Riace”, composta da moltissime realtà milanesi e lombarde, organizza il 30 novembre&#160;una serata spettacolo alla Camera del Lavoro di Milano&#160;dal titolo “Sostenere Riace.&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>(da pressenza.com. A cura di Anna Polo)</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2021/09/siamo-tutti-con-Riace-rit.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>(Foto di https://www.facebook.com/comitatoundicigiugnomilano)?utm_source=rss&utm_medium=rss</figcaption></figure>



<p><em>La neonata “Rete Sostenere Riace”, composta da moltissime realtà milanesi e lombarde, organizza il 30 novembre&nbsp;<strong>una serata spettacolo alla Camera del Lavoro di Milano</strong>&nbsp;dal titolo “<a href="https://www.facebook.com/events/912454959701165/?source=6&amp;ref_notif_type=plan_user_invited&amp;action_history=null&utm_source=rss&utm_medium=rss">Sostenere Riace. L’abuso di umanità non è reato</a>”. Questa è solo una tappa di un lungo cammino iniziato l’11 giugno 2019, data di apertura del processo a Mimmo Lucano, con la formazione del&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/comitatoundicigiugnomilano?utm_source=rss&utm_medium=rss">Comitato Undici Giugno Milano</a>. Un cammino che continuerà con nuove iniziative, con una campagna di largo respiro per tenere viva l’attenzione non solo sull’esperienza di Riace, ma anche sulla più ampia criminalizzazione della solidarietà in mare e in terra. Ripercorriamo il percorso fatto e le prospettive per il futuro con Giovanna Procacci, tra i fondatori del comitato e dell’attuale rete e autrice di numerosi articoli sul processo di Locri.</em></p>



<p><strong>Come è nato il Comitato Undici Giugno Milano e quali sono state le sue principali iniziative?</strong></p>



<p>Il&nbsp;<strong>Comitato Undici Giugno Milano</strong>&nbsp;è nato alla vigilia dell’inizio del processo penale che si è aperto in quella data a Locri contro Lucano e altri 26 collaboratori del sistema di accoglienza a Riace. In vista del processo, si è costituito un Comitato Undici Giugno nella Locride, replicato in varie città con il compito di organizzare quel giorno presìdi di protesta in tutta Italia. Il nostro comitato ha raccolto una settantina di associazioni, organizzazioni, comitati, oltre a molti cittadini e ha organizzato in città un presidio molto partecipato nei pressi della Prefettura, che ha poi sfilato nelle vie del centro.</p>



<p>In seguito, a processo avviato, l’impegno a difendere l’azione umanitaria svolta a Riace dalla criminalizzazione è continuato in vari modi, sia di presenza a Riace in momenti topici per quella comunità, sia di promozione e partecipazione a momenti di dibattito a Milano, spesso con la presenza di Mimmo Lucano. Io in particolare ho interpretato da subito quel processo, che pretendeva trattare come gravi reati penali un’azione pubblica di accoglienza e integrazione, come un processo politico; per questo la mia protesta si è espressa attraverso un’azione di monitoraggio di quello che vi succedeva, anche nella convinzione che un processo come quello chiuso in un tribunale di provincia della Calabria non avesse i requisiti di trasparenza e pubblicità che in particolare in un processo politico sono indispensabili. Ho seguito le udienze e ne ho scritto, grazie a Pressenza, nel tentativo di far circolare le informazioni su quanto vi si affermava. Questo mio lavoro è stato fatto a nome del Comitato Undici Giugno Milano.</p>



<p><strong>Hai seguito da vicino il processo a Mimmo Lucano, fino alla condanna di due mesi fa. Quali sono a tuo parere le caratteristiche fondamentali di quello che è stato definito un processo politico, che ha voluto colpire il modello di accoglienza e integrazione rappresentato da Riace?</strong></p>



<p>La prima caratteristica di questo processo è la confusione del piano amministrativo con quello penale. Come l’indagine investigativa della GdF che lo ha preceduto, il processo ha preso le mosse da una serie di irregolarità amministrative: disordine contabile, carenze della rendicontazione, scorciatoie rispetto a iter burocratici disegnati dalle Linee guida dei servizi di accoglienza, ecc. Molte di queste irregolarità erano in realtà caratteristiche ben note dell’accoglienza a Riace, come i cosiddetti lungo-permanenti; erano state tollerate per anni, i progetti riapprovati e rifinanziati. Il processo segue il filo delle irregolarità amministrative e le trasforma in gravi reati penali, pur dovendo ammettere che non c’è stato nessun vantaggio economico personale. Questo adeguarsi del penale alle ragioni dell’amministrativo sembra una costante dei processi politici intentati contro l’attivismo solidale, dalle navi del soccorso in mare alle accuse di favoreggiamento di chi soccorre ai confini.</p>



<p>La seconda caratteristica è che rovescia il senso comune: una persona nota per il suo attivismo solidale, per la dedizione alla causa degli ultimi, per le battaglie contro la criminalità organizzata, per la condizione di povertà in cui vive, viene presentata come un criminale e il sistema di accoglienza a Riace come un’associazione a delinquere. Questo rovesciamento è tipico di un processo politico, dove il vero reato non sta tanto nel contenuto dell’azione, quanto nell’idea che quell’azione incorpora. Per questo va cancellata la finalità d’integrazione delle varie pratiche messe in campo a Riace, che ne era l’idea trainante; eliminata l’idea, l’azione resta nuda e se ne può fare ciò che si vuole, anche una truffa che stranamente non produce nessun arricchimento.</p>



<p>La terza caratteristica è che si è trattato di un processo gestito dagli inquirenti a mezzo stampa. L’uso abbondante di intercettazioni telefoniche prima ancora della loro trascrizione ufficiale, indispensabile per sostenere prove documentali prive di consistenza, è servito anche a fornire alla stampa materiale per una campagna mediatica diffamatoria di Lucano e di Riace. Senza contare la grande anomalia di un procuratore capo che rilascia interviste alla stampa nei momenti topici (l’arresto, la sentenza) con giudizi pesantissimi e del tutto arbitrari sul principale imputato (chiamato “monarca”, “bandito” e simili).</p>



<p>Citerei ancora una caratteristica che considero importante: la presenza delle istituzioni (Viminale e Prefettura) come parti civili, cosa rarissima perfino in processi di ‘ndrangheta. Quelle stesse istituzioni che avevano approvato, finanziato e rifinanziato i progetti di accoglienza di Riace, che nell’emergenza avevano fatto pressioni di ogni genere perché Riace accogliesse numeri sempre più elevati di rifugiati, che l’avevano costretta a svolgere un ruolo di supplenza della loro incapacità nel far fronte all’accoglienza, nel processo accusano Riace di essersi mossa in modo emergenziale. E’ uno Stato che chiede di accogliere e poi abbandona chi accoglie. E’ lo stesso meccanismo per cui, dopo aver chiesto per anni aiuto alle ONG per soccorrere i naufraghi, si è cominciato ad incriminarle per aver continuato a farlo; lo stesso per cui, dopo aver abbandonato i profughi alle frontiere nelle sole mani delle persone solidali, poi le si persegue per reati di solidarietà.</p>



<p><strong>La rete “Sostenere Riace” è frutto di un lavoro di coinvolgimento di molte realtà. Puoi raccontarci brevemente come si è arrivati a questo risultato?</strong></p>



<p>La sentenza di primo grado emessa il 30 settembre dal tribunale di Locri ha sorpreso e scandalizzato molte persone; le reazioni sono state forti, da parte di giuristi, avvocati, giornalisti, associazioni, semplici cittadini e hanno dato vita a presidi in tutta l’Italia. L’idea di una Riace criminale e di un Lucano capo di un’associazione a delinquere è apparsa profondamente ingiusta. Di fronte ad una sentenza ingiusta, bisogna reagire. Per questo il Comitato Undici Giugno di Milano ha chiamato tutte le associazioni, organizzazioni, comitati ecc., coinvolti nell’azione solidale e di difesa dei diritti umani ad un’assemblea pubblica, che si è tenuta alla Camera del Lavoro il 27 ottobre ed è stata molto partecipata. Qui si è deciso di dar vita ad una Rete il più ampia possibile, che portasse avanti anche a Milano una campagna di sostegno a Riace. Ad oggi, le realtà che aderiscono alla&nbsp;<strong>Rete Sostenere Riace</strong>&nbsp;sono più di 70 e rappresentano uno spaccato significativo di società civile organizzata intorno ai temi della solidarietà, dell’accoglienza e dei diritti umani.</p>



<p>Da quell’assemblea è nata l’idea di questo primo evento della campagna, una serata spettacolo che si terrà il 30 novembre, a due mesi esatti dalla sentenza di primo grado, nella sala Di Vittorio della Camera del lavoro, dove parleremo di Riace, ma anche del soccorso in mare, perché l’attacco politico giudiziario investe tutta l’azione di solidarietà. E raccoglieremo fondi per contribuire anche da Milano alla raccolta avviata da A Buon Diritto Onlus, che mira a coprire le spese giudiziarie e le multe milionarie comminate dalla sentenza.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2021/11/sostenere-Riace-FB-def.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1477908"/></figure></div>



<p><strong>Quali sono le prossime tappe della campagna di sensibilizzazione e sostegno a chi viene criminalizzato per le sue attività solidali a favore dei migranti?</strong></p>



<p>Nella Rete abbiamo concordato che questa sarà necessariamente una campagna di lungo periodo, in considerazione dei tempi lunghi dell’appello e della Cassazione, e che dunque dovremo mettere in campo iniziative periodiche, anche diverse fra loro, per mantenere il più possibile viva l’attenzione pubblica su questo caso giudiziario e più in generale sulla criminalizzazione della solidarietà. Pensiamo di proporre iniziative di tipo culturale, come spettacoli, presentazioni di film, libri, ecc., o di tipo sociale, come cene solidali. Organizzeremo anche momenti di approfondimento politico del processo e della sentenza, dopo la pubblicazione delle motivazioni che è attesa per la fine dell’anno e realizzeremo anche viaggi a Riace e campi per ragazzi. Tutto quello che potremo inventarci per restare vigili su un terreno, quello della criminalizzazione della solidarietà, di cui Riace è ormai un simbolo – e per questo è stata colpita con particolare durezza – ma non è purtroppo l’unico caso.</p>
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