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		<title>“LibriLiberi”: Il comandante del fiume</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jul 2017 09:08:23 +0000</pubDate>
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<p>Ecco, care lettrici e cari lettori, il secondo romanzo di Ubah Cristina Ali Farah, figlia di padre somalo e di madre italiana, cresciuta a Mogadiscio da quando aveva tre anni fino allo scoppio della guerra civile del 1991.</p>
<p>Autrice di un primo racconto, bellissimo, intitolato <i>Madre piccola</i>, in cui – tramite vari punti di vista che, come in una narrazione teatrale, si fanno giochi di specchi – descrive i sentimenti di una ragazza costretta a lasciare il proprio Paese d&#8217;origine a causa della violenza di un conflitto, una ragazza profondamente legata alle proprie origini, alla propria nutrice, alla propria terra, Ali Farah torna con questo libro, <i>Il comandante del fiume </i>(edito da 66THAND2ND) e sposta lo sguardo che diventa maschile.</p>
<p>Il protagonista, infatti, si chiama Yabar: diciotto anni, poca voglia di studiare, vivace e ribelle nella Roma di oggi. Vive solo con la madre, Zahra, perchè il padre li ha abbandonati, ma la sua famiglia è composta anche da una zia acquisita, Rosa, e da sua figlia, Sissi, per lui come una sorella.</p>
<p>Ritornano i rimandi e le simmetria tra i personaggi: un nucleo familiare in cui le donne sono le più forti e le più sagge, Zia Rosa e Zahra, che hanno in comune un Passato difficile nella capitale somala (quando le scuole erano quasi tutte italiane), la perdita di persone care e l&#8217;amore per le storie e le canzoni con cui crescono i figli.</p>
<p>C&#8217;è una leggenda, in particolare, da cui prende avvio tutta la vicenda e fa così: dato che in Somalia c&#8217;era una forte carestia a causa della mancanza di acqua, il popolo affida a due uomini l&#8217;incarico di creare un fiume. Nel fiume, però, nuotano i coccodrilli. Qualcuno deve governarli per consentire l&#8217;accesso all&#8217;acqua e così viene eletto un comandante in grado di ammansire le bestie con i suoi poteri. Yabar ha ascoltato questa leggenda per tanti anni, ma – come monito anche per noi lettori – Ali Farah scrive: “ &#8230;Una storia non si può cogliere al primo sguardo, bisogna armarsi di pazienza e mettersi in ascolto. Riconoscere, per esempio, che sono le nostre scelte a mostrare di che pasta siamo fatti”.</p>
<p>I temi intrecciano il Passato e il Presente, con diversi salti temporali: la guerra di allora e quelle attuali, sullo sfondo; le conseguenze di tutti i conflitti sui civili, coloro che sono rimasti lontani e coloro che sono emigrati; il colonialismo e ciò che ha lasciato nei ricordi, nelle abitudini e nelle speranze più o meno disilluse.</p>
<p>Yabar vive nelle strade e nelle piazze di una Roma ai margini, all&#8217;isola tiburtina o sulle sponde del Tevere, circondato da una umanità anch&#8217;essa al limite della legalità, del conformismo e quindi emarginata: poveri, malati, tossici oppure Rom, vecchi, migranti&#8230;Il suo punto fermo, nella sua esistenza di adolescente inquieto e privo di risposte, sono le donne: la madre severa e reticente alle sue domande, la zia bibliotecaria e ottimista e la quasi sorellina Sissi che “pensa che tutte le cose siano connesse – l&#8217;uomo, la natura – è fissata coi simboli. Secondo lei correre significa essere perseveranti, perchè nella vita, in ogni campo, se non sei tenace non ottieni un bel niente”.</p>
<p>Grazie a loro Yabar inizia a compiere un percorso di formazione, raccontato con le espressioni semplici di un ragazzo della sua età, ma che per lui non sarà né facile né gratificante. Lentamente, cercando indizi e unendo tasselli di frasi di madre, di sguardi di zia, di scelte di amici, il ragazzo diventerà uomo: anche a suon di pugni, di pianti e di grida perchè crescere da straniero in una città in cui sei nato, è dura. Perchè trovare la propria strada (soprattutto quando si cresce in una famiglia che appartiene a due culture diverse e una è stata colonizzatrice) è dura. Perchè non sapere quasi nulla del proprio padre e fare fatica ad avere risposte, è dura.</p>
<p>Il padre è colui che dovrebbe rappresentare la disciplina, le regole, la stabilità; la madre, la dolcezza, l&#8217;accoglienza, la cura. Nel caso di Yabar, i ruoli si sono invertiti. Zahra tende a voler dimenticare (o così fa credere). Rosa vuole vivere con serenità il Presente e Sissi, così studiosa, cerca di costruirsi un Futuro, migliore di quello delle due donne che appartegono alla generazione precendente.</p>
<p>Fin da piccolo Yabar ha creduto che suo padre avesse deciso di diventare un comandante, ma come quello della leggenda, ovvero un uomo onesto e con la capacità di proteggere i propri cari e il proprio popolo dai nemici. Tutte le persone intorno a lui (anche coloro che conoscevano il genitore) provano a proteggere il ragazzo dalla verità, ma “un conto è intuirla, la verità. Un altro è dirla ad alta voce”.</p>
<p>Yabar non sopporta la musica, quando invece ne è circondato: solo il Sibarita, il suo migliore amico, sa che lui ama il silenzio e sa quando sia il caso di parlare. La musica scatena ricordi e emozioni e poi ognuno deve imparare a trovare la propria. I somali, invece, tiene tutto a mente, come dice un professore del Passato, “anche i testi di cui non capiscono il significato, come il Corano o gli alberi genealogici” per paura di perdere l&#8217;identità. Ed è proprio questo l&#8217;argomento centrale del romanzo: la ricerca della propria identità, sfumata, frammentata, calpestata dalla Storia, dal Potere, dall&#8217; Amnesia.</p>
<p>I pregiudizi, gli stereotipi, le discriminazioni, la cittadinanza negata: tutte questioni ancora aperte, che legano i fatti di ieri come quelli di oggi. Ghiorghis, amico di Yabar più grande di lui di un decennio, racconta un aneddoto di quando aveva tredici anni e andava a scuola alla Città dei ragazzi ed era un bravo allievo. Un giorno un insegnante gli chiede: “Di dove sei?”. Ghiorghis risponde: “Etiopia”. E così leggiamo: “Non contento l&#8217;italoamericano, gli chiese dove era nato e, quando sentì che era nato a Roma andò su tutte le furie. Cominciò a sommergerlo di parole, un misto tra inglese dall&#8217;accento americano e dialetto campano, dicendogli che lui era italiano, non etiope perchè l&#8217;Italia era il posto dove era nato, aveva ricevuto le prime carezze, fatto le prime amicizie, cominciato la scuola&#8230;”.</p>
<p>Slang romaneschi si mescolano a parole somale, rabbia che si unisce al pianto, il sorriso arriva lentamente, ma arriva. Così come arriva anche la verità: il comandante non è suo padre, ma è lo stesso Yabar. Il percorso è stato tortuoso, ma lui è diventato un Uomo, perchè sa cosa significa la parola “responsabilità” e ha avuto il coraggio di andare fino in fondo e di cercare il significato della propria vita. Ha capito, inoltre, quello che gli diceva sempre sua madre: che i coccodrilli sono il Male necessario e che, per dominarli, occorre una grande determinazione.</p>
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