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	<title>recupero Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. Dalla tossicodipendenza si PUÒ uscire!</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jul 2024 15:02:30 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/07/art.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="473" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/07/art-473x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17617" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/07/art-473x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 473w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/07/art-138x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 138w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/07/art-768x1664.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/07/art-709x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 709w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/07/art.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 945w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /></a></figure>



<p></p>



<p>A cura di Martina Foglia </p>



<p>Come ci dimostra questa intervista, dalla tossicodipendenza si può uscire con l&#8217;aiuto di professionisti qualificati a cui affidarsi, acquisendo consapevolezza in se stessi, riconoscendo i propri errori ed imparando da questi! La storia di Valerio insegna che con la determinazione e la costanza si possono affrontare percorsi dolorosi e difficili e iniziare una nuova vita! </p>



<p>Vuoi presentarti ?</p>



<p>Sono Valerio ho 41 anni e vivo a Pavia. Come lavoro faccio l&#8217;educatore presso la &#8220;Casa del Giovane&#8221; di Pavia in una struttura chiamata &#8220;Casa accoglienza&#8221;, una comunità terapeutica e specialistica per ragazzi che vanno dai 14 ai 25 anni. </p>



<p>Quando e perché sei entrato in comunità? </p>



<p>Sono entrato in comunità per la prima volta a diciotto anni, esattamente nel 2000. Ero molto giovane, ma mi sono reso conto che avevo un problema con la cocaina di cui non riuscivo più a farne a meno. Ho chiesto aiuto allla mia assistente sociale dell&#8217; epoca che mi ha indirizzato al Sert di zona; in due mesi sono riuscito ad entrare in comunità. </p>



<p>So che oggi fai il mestiere di educatore nella stessa comunità che ti ha accolto da giovane: cosa ti ha spinto a fare questa scelta?  Raccontaci in breve le tappe salienti del tuo percorso</p>



<p>Ho scelto di tornare a lavorare con i ragazzi per cercare di mettere al servizio la mia esperienza di dipendenza e disagio, sperando possa essere loro da stimolo.</p>



<p>All’epoca ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada persone che mi hanno accolto e supportato durante il mio percorso senza mai giudicarmi, anche nei momenti più difficili mi hanno sempre sostenuto, facendomi sentire parte di una famiglia allargata e questo mi ha permesso di fidarmi e di conseguenza di sperimentare cose nuove come, ad esempio, relazioni sincere ed è quello che cerchiamo di fare anche oggi. </p>



<p>Quali attività esistono per il reinserimento di questi ragazzi all&#8217;interno della società? </p>



<p>Per il reinserimento dei ragazzi sinceramente siamo un po&#8217; carenti; ci sono borse lavoro e tirocini che avviano al lavoro perchè, dato che sono per la maggior parte giovani,  sono a carico della famiglia e pochi cercano una vera indipendenza al di fuori del nucleo familiare. Per chi finisce il percorso di riabilitazione si stabiliscono degli incontri di verifica mensili per monitorare l&#8217;andamento. </p>



<p>Come comunità aiutate concretamente e periodicamente i ragazzi del parco di Rogoredo (nel milanese): cosa fate in particolare? Siete riusciti a salvare qualcuno di loro? </p>



<p>Come comunità accogliamo chi dal &#8220;bosco di Rogoredo&#8221; vuole provare ad uscire e in questo momento abbiano due ragazzi che sono in comunità da più di un anno e stanno molto bene; negli anni ne abbiamo accolti parecchi, alcuni hanno mollato altri no. </p>



<p>Pensi che da parte delle istituzioni ci sia il giusto supporto per il lavoro che fate? </p>



<p>Le istituzioni concretamente fanno ben poco per supportare il lavoro che facciamo; Rogoredo per esempio è un servizio di volontariato dove le istituzioni non ci aiutano minimamente e tutti i costi sono a carico dei volontari. </p>



<p>Avete anche realizzato un documentario che racconta il percorso di chi entra all&#8217;interno della comunità e il lavoro che viene regolarmente svolto per aiutare questi ragazzi&#8230; Ci vuoi raccontare come è nata l&#8217;idea, come hanno reagito i ragazzi? </p>



<p>Lo scorso anno abbiamo girato questo documentario intitolato &#8220;Scaltri ingenui&#8221;. E&#8217; nato per caso: un operatore ci ha fatto conoscere questo regista (Fabio Longagnani) che è venuto in comunità e si è appassianotato e incuriosito delle storie degli utenti e degli operatori, ha trascorso alcuni mesi da noi. I ragazzi hanno partecipato entusiasti al progetto e sono stati coinvolti in prima persona, c&#8217;è chi ha raccontato il proprio percorso e chi ha dato una mano al regista dietro le quinte. La cosa bella è che molte scuole hanno dedicato alcune mattinate alla proiezione del documentario con le testimonianze dei ragazzi stessi. </p>



<p>Quali sono le tue più grandi soddisfazioni? Cosa hanno imparato o imparano i ragazzi da te e tu da loro? </p>



<p>La più grande soddisfazione nel lavoro che faccio è vedere &#8220;rifiorire&#8221; molti di questi ragazzi, quando si lasciano aiutare e cominciano a fidarsi. É un percorso quotidiano che fai con loro e molto faticoso, ma allo stesso tempo, quando vedi che si &#8220;accende&#8221; quella fiammella di speranza in loro e cominciano a star bene è fantastico. Da loro imparo un sacco di cose: una su tutte, l&#8217;entusiasmo che hanno giovani.  Io cerco di portare un po&#8217; di speranza e dò loro anche fiducia</p>



<p>In base alla tua esperienza cosa ti senti di dire ai ragazzi di oggi per evitare che prendano strade pericolose? Il tuo motto è? </p>



<p>Ti direi che il mio motto è: &#8220;Vai avanti e non mollare&#8221;, nel senso che tante volte qualcuno ti fa vedere una strada che non hai mai preso e ti senti perso e vulnerabile e ti verrebbe voglia di lasciar perdere il percorso, invece è lì che devi fidarti e affidarti! Poi un bel giorno cominci a vedere &#8220;la luce&#8221; e sei talmente contento che ti dici: &#8220;Meno male che in certi momenti non ho mollato&#8221;</p>



<p>Credo che non ci sia altro da aggiungere a questa bellissima intervista &#8230; Posso solo dire che è una fortuna il fatto che esistano strutture come questa che danno la possibilità a molti giovani, anche minorenni, di iniziare una nuova vita. E voglio concludere con una frase di Tiziano Terzani: &#8220;l&#8217;unica rivoluzione possibile è quella dentro di noi&#8221;.</p>
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		<title>“Art(e)Attualità. Ri-scatti”. Per le strade mercenarie del sesso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2020 08:56:19 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>In questo tempo buio, siamo riusciti a visitare la mostra di RI-SCATTI, al PAC di Milano, in corso fino al 25 ottobre 2020. L&#8217;edizione di quest&#8217;anno ha visto la collaborazione tra l&#8217;associazione di volontariato che si occupa, da anni, di progetti ed eventi per promuovere l&#8217;integrazione sociale e Lule onlus, composta da un gruppo di volontari a favore delle vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale.</p>



<p>Il titolo dell&#8217;eposizione è “Per le strade mercenarie del sesso” e vede le sale del Padiglione d&#8217;Arte Contemporanea riempite da immagini che prostitute &#8211; anche transgender – si sono scattate con un cellulare durante il loro lavoro, per le strade, durante la loro quotidianità, in casa: ambienti poveri, squallidi, dove si evidenziano le tracce della loro solitudine, della loro fatica. E poi un video su cui scorrono, in bianco e nero, i frame ancora di ambienti urbani periferici, nascosti, abbandonati, fatiscenti e, in sottofondo, le voci delle stesse protagoniste del progetto che esprimono le proprie emozioni e i sentimenti di una Vita aspra.</p>



<p>Ecco, per voi, alcune immagini della mostra con informazioni utili per comprendere il fenomeno della tratta degli esseri umani e della prostituzione. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/10/IMG-7137-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14737" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/10/IMG-7137-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/10/IMG-7137-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/10/IMG-7137-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/10/IMG-7137-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/10/IMG-7137-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/10/IMG-7139-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14738" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/10/IMG-7139-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/10/IMG-7139-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/10/IMG-7139-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/10/IMG-7139-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/10/IMG-7139-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



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		<title>Ass. Antigone: xv rapporto sulle condizioni di detenzione</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Dec 2019 07:37:11 +0000</pubDate>
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<h4></h4>



<p></p>



<p>Editoriale di Patrizio Gonnella</p>



<h4>Nessuno deve marcire in galera</h4>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="671" height="730" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/italia.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13337" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/italia.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 671w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/italia-276x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 276w" sizes="(max-width: 671px) 100vw, 671px" /></figure></div>



<p>Non c’è parola più polisemica di pena. Una parola che, nonostante i suoi tanti significati, non rimanda a nulla che ispiri fiducia o buoni sentimenti. Il carcere è una pena, non c’è dubbio che sia una pena. È, purtroppo, la pena per eccellenza. Nel nostro sistema, nonostante le illusioni normative di studiosi e giuristi, è proprio al carcere come pena che vengono affidate le sorti incerte di una società in crisi di valori e identità.</p>



<p>Il carcere è considerato da buona parte dei decisori politici come l’unica punizione ‘vera’. Tutto il resto è ritenuto un&nbsp;<em>escamotage&nbsp;</em>per evitare la pena della prigione.</p>



<p>Il primo significato di pena è per l’appunto punizione, castigo. Ed è questo che l’opinione pubblica prevalente chiede al carcere, ossia che esso non sia altro che una punizione, un castigo che produca afflizione. Al carcere dunque la società affida la propria sicurezza. Chi sbaglia paga, si dice. Nella retorica della ‘certezza della pena’ c’è la regressione esplicita al passato pre-moderno, a un’idea di punizione esemplare come vendetta pubblica e non più privata. Il dolore che il reo subirà a causa della punizione si pretende che si trasformi in qualcosa di catartico per la società intera, sperando, in modo fideistico e quasi magico, che essa diventi a seguire più sicura, più coesa.</p>



<p>La parola pena è anche sinonimo di sofferenza, dolore, patimento, sganciati da qualsiasi colpa. Il carcere è una pena che deve produrre pena. Che pena è mai una pena dove addirittura una persona sorride, gioca, esce all’aria aperta, incontra i figli, studia, fa teatro, va a scuola fuori dalle mura, lavora e viene pure pagato? Che pena è se addirittura un carcerato può incontrare la moglie, il marito, la fidanzata, il fidanzato, l’amica, l’amico al riparo da sguardi esterni? La pena deve essere afflizione, deve far male al fisico e alla psiche.</p>



<p>Pena significa anche compassione. È questo il sentimento che i prigionieri provocano. Ma la compassione, seppur sana e umana, non produce mai trasformazione sociale.</p>



<p>Infine pena significa ansia, preoccupazione, fatica. La pena del carcere è una grande fatica per chi la vive. Ed è anche grande fatica per chi ci lavora, mettendoci passione e impegno.</p>



<p>Negli ultimi tempi forte è riemersa la tentazione di tornare a un primitivo significato di pena, tagliando alla radice ogni illusione riformatrice o progressista. Nonostante l’impegno e le parole di gran parte degli operatori del diritto, nonostante il lavoro quotidiano umanocentrico e garantista di una moltitudine di poliziotti, educatori, assistenti sociali direttori, magistrati, avvocati, esperti, studiosi, nonostante il susseguirsi di sentenze delle Corti che hanno posto limiti all’esercizio illimitato del potere di punire, nonostante i discorsi alti e densi provenienti da autorità morali indiscusse, enorme è il rischio di un declino che porti ad affermare che l’articolo 27 della Costituzione sia un orpello formale di cui liberarsi.</p>



<p>E’ invece proprio dall’articolo 27 della Costituzione che Antigone vuole ripartire, dal suo affidarsi a tre concetti fondamentali: 1) la non coincidenza della pena con il carcere; 2) il &nbsp;divieto assoluto di inflizione di pene disumane e degradanti; 3) la costruzione di una pena che abbia un senso di inclusione sociale.</p>



<p>Sul finire del 2018 è stata approvata una riforma, più che dimezzata rispetto alle attese, dell’ordinamento penitenziario. Tra i principi scritti nel nuovo articolo 1 della legge penitenziaria sono stati ribaditi quelli di ‘responsabilità’, ‘integrazione’, ‘autonomia’, ‘socializzazione’. Belle parole, importanti, ma opposte a chi le violenta usando espressioni come ‘…deve marcire in galera’. Una norma la conoscono in pochi, di solito quelli che la devono applicare. Un&nbsp;<em>tweet</em>&nbsp;o un post lo leggono finanche milioni di persone. È in questa lotta impari tra un’idea costituzionale e legale di pena e una proposta politica diretta alle masse moralmente violenta nonché palesemente incostituzionale che si inserisce il rapporto di Antigone del 2019.</p>



<p>Mettiamo le nostre elaborazioni, le nostre osservazioni, le nostre immagini, le nostre riflessioni, i nostri corpi e le nostre analisi al servizio della nostra Costituzione e dell’intuizione democratica e progressista dei nostri costituenti, i quali avevano conosciuto in prima persona la disumanità e la sofferenza prodotta dalla pena del carcere.</p>



<p>Il nostro è un racconto di parte. Siamo infatti dalla parte della Costituzione.</p>



<p>Questo Rapporto non potrebbe esistere senza l’<a href="https://www.antigone.it/osservatorio_detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone</a>, che dal 1998 entra nelle oltre duecento carceri italiane ed è strumento di conoscenza per chiunque si avvicini alla realtà penitenziaria: media, studenti, esperti, forze politiche.<br>Ringraziamo dunque l’impegno volontario di tutti i nostri Osservatori:<br>Francesco Alessandria, Perla Arianna Allegri, Rosalba Altopiedi, Andrea Andreoli, Sofia Antonelli, Carolina Antonucci, Pino Apprendi, Alessandra Ballerini, Mario Barone, Hassan Bassi, Sara Bauli, Sergio Besi, Paola Bevere, Giulia Boldi, Martina Bondone, Maria Giovanna Bonu, Lucia Borghi, Federica Brioschi, Sara Brunori, Antonella Calcaterra, Valentina Calderone, Monica Callegher, Francesca Cancellaro, Carolina Canziani, Daniela Carboni, Manuela Cardone, Carlotta Cherchi, Filomena Chiarelli, Brunella Chiarello, Laura Crescentini, Alberto Cusumano, Francesca Darpetti, Emanuela De Amicis, Giada De Bonis, Elia De Caro, Elisa De Nardo, Sarah D’Errico, Alessio Di Marco, Valentina Diamante Tosti, Giulia Fabini, Francesca Fanti, Gian Mario Fazzini, Mauro Foglia, Alice Franchina, Alfiero Gennaretti, Mariachiara Gentile, Patrizio Gonnella, Federica Graziani, Giovanni Jocteau, Antonella Licheri, Corallina Lopez Curzi, Jessica Lorenzon, Barbara Mancino, Susanna Marietti, Simona Materia, Michele Miravalle, Giuseppe Mosconi, Andrea Oleandri, Paolo Orabona, Sharon Orlandi, Sara Pantoni, Grazia Parisi, Claudio Paterniti Martello, Benedetta Perego, Caterina Peroni, Ilaria Piccinno, Graziano Pintori, Valentina Pizzolitto, Daniele Pulino, Alberto Rizzerio, Luigi Romano, Daniela Ronco, Nicola Rossi, Angelo Salento, Luciana Sammarco, Francesco Santin, Simone Santorso, Alvise Sbraccia, Vincenzo Scalia, Alessio Scandurra, Maria Pia Scarciglia, Daniele Scarscelli, Cristina Sodi, Michele Spallino, Luca Sterchele, Lorenzo Tardella, Flavia Trabalzini, Valeria Verdolini, Ilaria Verratti, Francesca Vianello, Francesco Volpi.</p>



<p>Dal 1998 il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ci autorizza a visitare gli istituti di pena. Fu Alessandro Margara a darci la prima autorizzazione e lo ricordiamo con immenso affetto e gratitudine. Ringraziamo il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, e Gemma Tuccillo, capo del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, per averci consentito di svolgere in piena trasparenza il nostro lavoro di osservazione.</p>



<p></p>



<p>Per consultare lo studio:  <br><a href="https://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/editoriale/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/editoriale/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> </p>
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		<title>Antigone onlus presenta il rapporto di metà anno: numeri e criticità delle carceri italiane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jul 2019 08:26:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Presentato il rapporto di metà anno: numeri e criticità delle carceri italiane da www.antigone.it Lo sorso 25 luglio è stato presentato un rapporto attraverso il quale abbiamo voluto fotografare il sistema penitenziario italiano in&#46;&#46;&#46;</p>
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<h2><a href="https://www.antigone.it/news/antigone-news/3238-numeri-e-criticita-delle-carceri-italiane-nell-estate-2019?utm_source=rss&utm_medium=rss">Presentato il rapporto di metà anno: numeri e criticità delle carceri italiane</a></h2>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="594" height="350" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/carceri-italiane.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12805" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/carceri-italiane.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 594w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/carceri-italiane-300x177.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 594px) 100vw, 594px" /></figure>



<p>da <a href="http://www.antigone.it?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.antigone.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>Lo sorso 25 luglio è stato presentato un rapporto attraverso il quale abbiamo voluto fotografare il sistema penitenziario italiano in questi primi mesi del 2019. Ciò che emerge è il perdurare dello stato di sovraffollamento. Al 30 giugno 2019 i detenuti ristretti nelle 190 carceri italiane erano 60.522. Negli ultimi sei mesi sono cresciuti di 867 unità e di 1.763 nell’ ultimo anno. Il tasso di sovraffollamento è pari al 119,8%, ossia il più alto nell’area dell’Unione Europea, seguito da quello in Ungheria e Francia. Il Ministero della Giustizia precisa che i posti disponibili nelle carceri italiane sono 50.496, un dato che non tiene conto delle sezioni chiuse. Ce ne sono ad Alba, a Nuoro, a Fossombrone e in tantissimi altri istituti. Il carcere di Camerino è vuoto dal terremoto del 2016 ma tutti i posti virtualmente disponibili sono conteggiati. Secondo il Garante nazionale delle persone private della libertà alla capienza attuale del sistema penitenziario italiano vanno dunque sottratti almeno 3.000 posti non agibili. A Como, Brescia, Larino, Taranto siamo intorno a un tasso di affollamento del 200%, ossia vivono due detenuti dove c’è posto per uno solo. Nel 30% degli istituti visitati dalla nostra associazione in questi primi mesi dell&#8217;anno sono state riscontrate celle dove non era rispettato il parametro minimo dei 3 mq. per detenuto, al di sotto del quale si configura per la giurisprudenza europea il trattamento inumano e degradante.</p>



<p>Questo aumento del sovraffollamento, al di là dei luoghi comuni agitati da alcune parti politiche, non è dovuto ad un aumento della criminalità, in particolare quella straniera. Infatti, da una parte, il numero di reati è in costante calo e anche gli ingressi in carcere sono in conseguente diminuzione. Il numero più alto di detenuti si spiega con l&#8217;aumento delle durata delle pene, frutto anche delle politiche legislative degli ultimi anni. Gli stranieri in carcere poi, negli ultimi 10 anni, sono diminuiti del 3,68%. Se nel 2003 ogni 100 stranieri residenti regolarmente in Italia l’1,16% degli stessi finiva in carcere, oggi la percentuale è scesa allo 0,36%.</p>



<p>Dalla nostra osservazione si evidenzia come la vita in carcere stia peggiorando. Questa è fatta di momenti di socialità, di occasioni di dialogo e di crescita culturale, di rapporti con i familiari e con l’esterno. Nonostante questo nel 30% delle carceri visitate non risultano spazi verdi dove incontrare i propri cari e i propri figli. Solo nell’1,8% delle carceri vi sono lavorazioni alle dipendenze di soggetti privati. Nel 65,6% delle carceri non è possibile avere contatti con i familiari via skype, nonostante la stessa amministrazione e la legge lo prevedano. Nell’81,3% delle carceri non è mai possibile collegarsi a internet. Inoltre alcune recenti circolari hanno previsto dei cambiamenti in peggio poco giustificabili soprattutto nella stagione estiva, quale ad esempio l’obbligo di tenere spenta la televisione dopo la mezzanotte. Non permettere ai detenuti di guardare la tv quando fa caldo, si fatica a prendere sonno e durante il giorno si è sempre stati nella cella a oziare significa contribuire a innervosire il clima generale. In alcuni istituti penitenziari inoltre stanno chiudendo i corsi scolastici e per molti detenuti non sarà possibile frequentarne dal prossimo anno scolastico.</p>



<p>Il peggioramento della qualità della vita si ripercuote anche sul numero dei suicidi. Il 2018 fu un anno drammatico e nel 2019, quelli che si sono verificati negli istituti di pena italiani, sono già 27.</p>



<p>La soluzione dinanzi a questa situazione di affollamento &#8211; e a tutto ciò che questa comporta &#8211; non può essere rintracciata nella costruzione di nuovi istituti. Primo perché sarebbe una soluzione a lungo periodo, secondo perché i costi sarebbero elevatissimi e, almeno ad oggi, non sembrano esserci le necessarie coperture finanziarie.&nbsp;Da una analisi di Antigone emerge infatti che, a copertura delle disposizioni dell’art. 7 del Decreto Semplificazione, ci sarebbero circa 20 milioni derivanti dalla legge di Bilancio del 2019 e una quota non specificata di 10 milioni derivanti dal Fondo per l’attuazione della riforma dell’ordinamento penitenziario. Se si considera che il Piano Carceri del 2010 aveva uno stanziamento di circa 460 milioni di euro e che alla fine del 2014 ne sono stati spesi circa 52 per la realizzazione di 4.400 posti, è facile capire come meno di 30 milioni di euro in due anni non sarebbero lontanamente sufficienti. Inoltre nuove carceri significa rafforzare il personale e le opportunità trattamentali senza le quali questi posti in più servirebbero solo a “stoccare” più detenuti. Anche in questo caso dunque bisognerebbe prevedere ingenti risorse aggiuntive al bilancio dell&#8217;amministrazione penitenziaria che, già oggi, è di circa 3 miliardi di euro all&#8217;anno.</p>



<p>Bisognerebbe dunque investire sulle alternative alla detenzione e nel rendere la custodia cautelare un istituto utilizzato solo nei casi dove essa è realmente necessaria. Sotto questo punto di vista la buona notizia è che rispetto allo scorso anno il tasso di persone presenti in carcere in attesa di condanna definitiva è diminuito di quasi due punti, attestandosi al 31,5%. Un dato però ancora lontano dalla media Europa del 21% circa.</p>



<p>Molti altri dati sono riportati nel nostro rapporto di metà anno consultabile&nbsp;<a href="https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/PreRapporto2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">a questo link</a>.</p>
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		<title>Un Convegno nel Carcere di Larino per la giornata contro la violenza sulle Donne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Dec 2018 08:05:24 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/carcere-di-Larino.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11767" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/carcere-di-Larino.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="450" height="460" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/carcere-di-Larino.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 450w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/carcere-di-Larino-293x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 293w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In occasione della giornata contro il Femminicidio il 26 novembre si è tenuta presso la Casa circondariale di Larino una conferenza che ha visto partecipi <b>il Direttore del carcere, Rosa La Ginestra, la Preside dell’Istituto Alberghiero di Termoli la Prof.ssa Maria Chimisso,la Prof.ssa Virginia Nararpasquale e l’attrice Sara Nanni</b> <b>e la scrittrice Patrizia Angelozzi.</b></p>
<p>Ciascuno, a modo proprio, ha dato un contributo, affrontando il tema della violenza in tutte le sue sfaccettature e spaziando tra le varie epoche fino ad arrivare all’attualità.<br />
Si è palesata la condizione delle donne internate durante il periodo fascista nei manicomi, etichettate come ‘diverse’ perché troppo loquaci, ninfomani o prive del desiderio di maternità. La situazione atroce di queste, sottoposte a femminicidi legalizzati, ritrovate nelle poesie di Alda Merini, poetessa dei nostri giorni che sperimentò sulla propria pelle le nefandezze della reclusione in tali istituti. Le opere tratte dai suoi scritti sono state lette e recitate in questo incontro insieme al ripercorrere storia ed eventi di violenza su di loro.</p>
<p><b>Molto toccante è stato l’intervento da parte degli uomini-detenuti</b>, artefici di elaborati commoventi rivolti non solo contro la brutalità dell’uomo ma anche e soprattutto sul ruolo imponente, in termini di valori, della figura femminile, apparentemente fragile ma dalla tenacia e forza in grado di ‘spostare montagne’.</p>
<p><b>Coinvolgente il dialogo inscenato tra l’attrice Sara Nanni e da uno dei ragazzi</b> che si è improvvisato ‘attore’ nel pezzo interpretato nei teatri e nelle Tv, da Paola Cortellesi e Claudio Santamaria.</p>
<p><b>Alcune testimonianze –Lettere dal carcere</b></p>
<p><b>G.:</b> Ci ricordiamo delle donne e del loro dolore soprattutto in questi giorni, dimenticando a volte che ognuno di noi ha avuto una piccola-grande donna. Ne ho conosciuta una che con un marito condannato all’ergastolo è stata messa a dura prova dalla vita, rimasta sola con quattro figli ma mantenere, crescere. Immaginate quanto sia stato difficile per lei, in quanto il padre dei suoi figli non è stato di certo un esempio di vita. Nella mia esperienza personale posso confermare che se sono un uomo migliore ed un papà presente ed il merito è soprattutto della mia ‘piccola – grande donna’.</p>
<p><b>A.: </b>Ringrazio tutte le persone che si sono prestate ad un convegno su questo tema, dedicato a quante subiscono tutti i giorni violenze, sopraffatte dalla paura, solo per aver amato. A voi dico, non perdete tempo, urlate e chiedete aiuto alle istituzioni affinché tutto questo finisca per sempre. E mi appello a te, anima malata, sii saggio, recati in un Centro specializzato, facendo questo saremo orgogliosi di averti aiutato e non condannato.</p>
<p><b>T.:</b> Donna, nostra creatrice. Uomini che hanno malattie mentali, pieni di possessività. Sono amori malati. Uomini che non andrebbero chiamati ‘uomini’. La donna va supportata, amata, gratificata. Dall’adolescenza all’età adulta. Non c’è cosa più bella di crescere insieme alla propria donna, guardarsi con le dita incrociate e affrontare tutte le cose belle e meno belle della vita insieme. Mia moglie cresce tre figli, da sola e affronta tutti gli ostacoli della vita. Vi ringrazio di avermi dato modo di esprimere i miei pensieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Buongiorno buona gente: il negozio del recupero umano e sociale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Aug 2018 08:06:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; di Alessandra Montesanto &#160; &#8220;Buongiorno buona gente&#8221; è il saluto che San Francesco rivolse agli abitanti di Poggio Bustone. A Trieste nasce un negozio che prende il nome proprio da questo saluto, un&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259517557983131.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11125" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259517557983131.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2048" height="1152" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259517557983131.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259517557983131-300x169.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259517557983131-768x432.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259517557983131-1024x576.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Buongiorno buona gente&#8221; è il saluto che San Francesco rivolse agli abitanti di Poggio Bustone. A Trieste nasce un negozio che prende il nome proprio da questo saluto, un posto speciale voluto da Valentina Baldacci dopo aver conosciuto una ragazza di Modica (in Sicilia) e Don Ciotti mentre presentava le attività di Libera&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> ha rivolto alcune domande a Valentina Baldacci che ringrazia molto per la sua gentilezza e disponibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p lang="it-IT" align="LEFT">Parliamo dei prodotti e delle realtà a cui sono legati e della situazione carceraria&#8230;</p>
<p lang="it-IT">Ciò che ha innescato il processo “inventivo”, ciò che ha generato in me la forza propulsiva che mi ha portata ad aprire questo negozio è stato il volere dar seguito, uno sbocco alle varie iniziative già in corso in varie parti d’Italia, in diversi settori, volte a dare una “seconda possibilità” a delle persone che per ragioni a volte imprevedibili si sono ritrovate in situazioni che le hanno portate a fare delle scelte con conseguenze negative per se stesse e per gli altri. Concretamente, ad esempio: le cooperative che producono dolci grazie alla manodopera dei detenuti devono anche vendere questi prodotti, altrimenti che senso avrebbe impastare ed infornare quintali di biscotti, impacchettarli ed immagazzinarli? Ed oltre che di rivenditori, c’è bisogno anche di qualcuno che informi i potenziali clienti di questo circuito virtuoso. Ecco, ho pensato che di queste ultime due cose avrei potuto occuparmi io.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">I miei fornitori mi permettono di offrire prodotti alimentari:</p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">coltivati su terreni confiscati alla criminalità organizzata,</span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">prodotti nei laboratori delle carceri italiane o da donne che vogliono ricostruire la propria vita dopo aver subito violenze o ingiustizie o da persone disabili,</span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">frutto di innovazione e che utilizzano materie prime a basso impatto ambientale.</span></span></p>
</li>
</ul>
<p lang="it-IT">Alla prima categoria appartengono i prodotti forniti da Libera che è un coordinamento di oltre 1600 associazioni, scuole, gruppi,… impegnate per diffondere la cultura della legalità. La legge sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia, l’educazione alla legalità, l’impegno contro la corruzione, le attività antiusura sono alcuni dei concreti impegni di Libera. I prodotti coltivati su questi terreni sono distribuiti nei punti vendita da Libera Terra. A Trieste da decenni sono acquistabili anche nelle botteghe del commercio equo e solidale.</p>
<p lang="it-IT">I detenuti non sempre possono contare sul supporto della famiglia e di amici e quando vengono scarcerati, se non hanno una casa o un lavoro o non riescono ad inserirsi adeguatamente nella società, delinquere sembra essere l’unica scelta possibile.</p>
<p lang="it-IT">Grazie ad una legge del 1975, oggi in Italia 1000 detenuti su 60.000 impiegano il loro tempo lavorando per un’impresa e portano avanti ogni giorno progetti in ambiti diversi (artigianato, tessile, manifatturiero). Per capirne l’importanza capitale, basti pensare che le possibilità di tornare a commettere un reato per chi si inserisce in questo circuito, secondo le statistiche, passano dal 75 a meno del 10% con il conseguente risparmio per le casse dello Stato e quindi per ciascun cittadino sui costi che ha la recidiva, e considerare inoltre l’impatto positivo che questa riabilitazione ha anche dal punto di vista psicologico per il detenuto che quindi sarà meno portato ad atti di autolesionismo, avrà maggior fiducia in se stesso, ed una volta scarcerato cadrà più difficilmente in depressione o nelle maglie delle dipendenze da alcol o droga.</p>
<p lang="it-IT">Un discorso delicato è anche quello che riguarda le situazioni delle donne che hanno subito violenze e ingiustizie, delle ragazze madri, dei loro figli piccoli e adolescenti. Spesso costoro si trovano sole ed indifese ad affrontare queste problematiche. Ci può essere bisogno di costruire dei percorsi di assistenza, supporto, ospitalità, inserimento lavorativo.</p>
<p lang="it-IT">L’associazione Casa don Puglisi, operante in Sicilia, a Modica in provincia di Ragusa, è una delle realtà che garantisce questi servizi. È grazie al lavoro di queste donne, affiancate da esperti del settore, che noi possiamo godere della squisita cioccolata modicana.</p>
<p lang="it-IT">Nel mondo che gira attorno a quanto costruito da don Oreste Benzi, troviamo anche l’associazione “La Madre Terra” che dà lavoro ed uno stile di vita dignitoso a persone disabili.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Tutte queste sono realtà importanti perché hanno in comune, tra l’altro, l’essere una seconda possibilità per le donne in difficoltà, per chi sta facendo un percorso di riabilitazione e rieducazione dopo aver commesso degli errori, per “Sora nostra madre terra” (per dirla con San Francesco d’Assisi) dopo essere stata, involontariamente ed inconsapevolmente, uno dei fattori di produzione e fonte di ricchezza per la criminalità organizzata.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259518904649663.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11126" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259518904649663.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="498" height="280" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259518904649663.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259518904649663-300x169.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259518904649663-768x432.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259518904649663-1024x576.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 498px) 100vw, 498px" /></a></p>
<p lang="it-IT">Quali sono i vostri fornitori e quali sono i vostri maggiori utenti?</p>
<p lang="it-IT" align="LEFT">I produttori da cui ci riforniamo sono, tra gli altri:</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Al fresco di cantina – carcere di sant&#8217;Angelo dei Lombardi</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">ApuliaKundi – Bari</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Associazione Casa don Puglisi – Modica (RG)</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Buoni Dentro &#8211; IPM Beccaria &#8211; Milano</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Caffè Lazzarelle, Casa Circondariale di Pozzuoli, Napoli</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Campo dei Miracoli, Casa Circondariale di Trani</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Carta Manolibera, Casa Circondariale di Forlì</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Cooperativa Giovani in Vita – Sinopoli (RC)</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Cooperativa Placido Rizzotto &#8211; Libera Terra San Giuseppe Jato (PA)</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Cotti In Fragranza – IPM Palermo</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Dolci Evasioni, Casa Circondariale di Siracusa</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Galeorto – Carcere di Trento</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">I dolci di Giotto – Carcere di Padova</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La Madre Terra &#8211; Rimini</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Pasta 1908 Cooperativa Ippogrifo – Carcere di Sondrio</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Sprigioniamo Sapori, Casa Circondariale di Ragusa</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Vale la Pena – Rebibbia Roma</span></span></p>
<p lang="it-IT">La clientela non è omogenea: c’è chi viene perché lavora nel settore della giustizia o coi disabili, chi vuole acquistare cibi biologici, chi è alla ricerca di prodotti senza glutine o senza derivati animali, chi vuole ritrovare i gusti provati durante un viaggio in Sicilia o ha simpatia per don Benzi, chi vuole fare un regalo insolito e sicuramente utile e gradito.</p>
<p lang="it-IT">Questo negozio è utile per l&#8217;inserimento di categorie fragili nella società: qual è, per lei, il significato del concetto di ETICA, oggi?</p>
<p lang="it-IT">Le persone a volte hanno le idee un pochino confuse sull’etica. Le si attribuiscono vari sinonimi, la si scambia con la morale, con la giustizia, con la deontologia. C’è la bioetica, i fondi etici e così via.</p>
<p lang="it-IT">Senza perdermi in disquisizioni filosofiche (settore in cui sono totalmente a digiuno), mi limito a considerare che l’etica ci aiuta a capire, secondo il nostro modello morale, se una cosa è buona, giusta, lecita o no. A volte lo usiamo come aggettivo, quindi ritenere un comportamento, un’azione “etica” vuol dire che ci sembra “giusta”, “appropriata”. Secondo me oggi l’etica manca in tantissimi settori. Mi piace immaginarla come un setaccio: in base alla larghezza dei fori (decisa a priori da qualcuno con cognizione di causa) si determina chi passa e chi no, chi risponde ai criteri prefissati e chi invece non è conforme. Nel 2005 l’allora cardinal Ratzinger affermò che eravamo schiavi della dittatura del relativismo. Ecco, mi sembra che la mancanza di etica si possa far rientrare in questa diagnosi.</p>
<p lang="it-IT">Per me è etico chiedere alla società (civile e religiosa) di conoscere e farsi carico di chi è fragile (momentaneamente o definitivamente), in sussidiarietà con lo Stato che deve promuovere il benessere e il progresso di tutti i cittadini. Considero etico che ogni lavoratore percepisca la giusta retribuzione (per cui anche le persone disabili o recluse) e che i soldi dei risparmiatori vengano impiegati in maniera “trasparente”. Bene comune, giustizia sociale, etica: concetti – e realtà – da approfondire e perseguire, se vogliamo vivere meglio.</p>
<p lang="it-IT">Lei appartiene all&#8217;Ordine francescano secolare: ce ne può parlare?</p>
<p lang="it-IT">San Francesco d’Assisi visse in un periodo e in una zona di grande fermento civile, economico, religioso (Assisi 1182-1226). Le persone sentivano la necessità di vivere più conformemente al Vangelo, c’era anche molto disappunto nei confronti di sacerdoti e della gerarchia che avevano deviato un po’ dalla fedeltà alla propria vocazione. In questa ricerca di riscoperta delle proprie radici, nacquero però anche alcuni movimenti ereticali, molti si staccarono dalla Chiesa in aperta contestazione. San Francesco invece rimase obbediente alla Chiesa, al Papa, ai vescovi ed ai sacerdoti. Cercando di vivere il vangelo e di amare tutti, attirò molte altre persone: uomini e donne di ogni età, ceto e stato civile, tutti affascinati ed attratti dalla suo modo di porsi. Egli cercò di dare a tutti una regola di vita, sì da poter rendere concreto il vangelo nel loro stato. Così, insieme ad altri ragazzi e uomini diede vita ai “frati minori”; con Santa Chiara ed altre donne fondò l’Ordine delle Sorelle Povere di San Damiano (oggi chiamate “clarisse”); per tutti coloro che avevano già una famiglia o comunque non avevano la vocazione per vivere in povertà, castità e obbedienza, facendo voto davanti a Dio, istituì quello che oggi si chiama Ordine Francescano Secolare (OFS). Quindi i francescani secolari, una volta chiamati “terziari”, vivono il Vangelo sull’esempio di San Francesco ed annunciano Cristo con la propria esistenza e con la parola in famiglia, nelle proprie case, nel lavoro, in parrocchia, nell’impegno sociale, nel volontariato, nelle proprie occupazioni e passatempi. L’eucaristia, i sacramenti, la preghiera alimentano la loro vita. Cercano la persona vivente ed operante di Cristo negli altri fratelli, nella Chiesa, nella Parola di Dio.</p>
<p><span lang="it-IT">Hanno una “seconda famiglia”: la Fraternità, dove, con gli altri fratelli e sorelle, pregano, si formano, si confrontano, crescono umanamente, cristianamente, francescanamente, condividendo la vita, le gioie, le difficoltà, mettendo a disposizione degli altri i doni ricevuti da Dio. I francescani secolari si impegnano anche nelle attività apostoliche, caritative, missionarie in armonia con le indicazioni della Chiesa. L’OFS è ormai diffuso in tutto il mondo e ne fa parte quasi mezzo milione di persone, fra cui anche la sottoscritta.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Fine pena: ora. Intervista al giudice e senatore Elvio Fassone</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Nov 2017 08:35:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il suo giudice. Non è un romanzo di invenzione, né un saggio sulle carceri, non enuncia teorie, ma si chiede come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato. Una storia vera, un’opera che scuote e commuove.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9798" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="224" height="313" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 224w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2-215x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 215w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stiamo parlando del romanzo<em> Fine pena: ora</em> del giudice e senatore Elvio Fassone che ringraziamo tantissimo per la disponibilità e gentilezza nel rispondere alle nostre domande.</p>
<p>Il romanzo nasce da una storia vera: ce la può raccontare e può spiegare perchè ha scelto la forma narrativa – e non saggistica – per riflettere sul tema della giustizia riparativa?</p>
<p align="JUSTIFY">La forma narrativa mi è parsa la più appropriata per almeno due ragioni.</p>
<p align="JUSTIFY">La prima è data dal momento in cui è maturata la mia decisione: fu il giorno stesso in cui mi giunse la lettera con la quale Salvatore mi annunciava che la settimana prima aveva tentato il suicidio impiccandosi. Mi venne naturale chiedermi che cosa potessi mai fare per lui, e mi risposi che l&#8217;unica cosa concreta era raccontare la sua vicenda e la sua disperazione. Non potevo certamente pensare ad un saggio levigato e filosofico, buono al più per qualche biblioteca o convegno. C&#8217;era carne viva in gioco, un secondo gesto tragico era nell&#8217;ordine delle cose possibili, forse probabili. Tirai fuori lo scatolone delle lettere e scrissi il libretto in due o tre settimane.</p>
<p align="JUSTIFY">La seconda ragione è che questa storia è diversa da tutti gli altri libri sul carcere. La letteratura penitenziaria è amplissima, e contiene molte pagine belle: alcune &#8211; la memorialistica &#8211; sono scritte dal protagonista, che è o che è stato in carcere; altre &#8211; la saggistica &#8211; sono redatte da scrittori, giornalisti, studiosi, che intendono denunciare la realtà carceraria; e tutte si propongono di far sapere all&#8217;esterno quanto sia dolorosa e dura la prigione. “Fine pena: ora” è diverso, perché è costituito da materiale che, quando fu creato, non pensava neppure lontanamente di diventare un libro.</p>
<p align="JUSTIFY">Salvatore, quando mi scriveva, non voleva convincere nessuno, nemmeno me. Dalle sue lettere non si aspettava nulla. Non da me, che ormai ero uscito dal processo e quindi dalla sua sorte; e non dall&#8217;esterno, perché io ero l&#8217;unico destinatario, e lui lo sapeva. Lui non mi chiese mai nulla, se non qualche consiglio, o chiarimento su questioni giuridiche; e nemmeno io gli chiesi mai nulla, meno che meno informazioni sul suo ambiente.</p>
<p align="JUSTIFY">Se avessi scritto un saggio, avrei dato vita all&#8217;ennesima doglianza esplicita sul carcere. Non era quello il mio scopo: io avevo tra le mani una miniera straordinaria, dovevo solo darle voce pubblica (beninteso con il permesso di Salvatore, che ottenni non senza qualche fatica). Era una voce genuina, non corrotta da alcuna intenzionalità, da alcun obiettivo. Persino come epistolario questa raccolta è anomala, perché compaiono solo le sue lettere, non le mie, che avrebbero guastato l&#8217;atmosfera e il clima. Credo sia per questo che il libretto è stato accolto bene da così tante persone.</p>
<p>Credo sia interessante anche una riflessione sulla forma epistolare: permette una maggiore libertà di espressione, una maggiore confidenza, utile per un viaggio nell&#8217;interiorità di entrambi i protagonisti?</p>
<p align="JUSTIFY">Penso di avere già risposto in larga parte. La forma epistolare non solo permette una maggior libertà di espressione, ma è genuina ed autentica (a meno che uno dei corrispondenti si proponga sin dall&#8217;inizio di destinare poi il carteggio alla dimensione pubblica, ma non fu questo il caso).</p>
<p align="JUSTIFY">Devo però aggiungere, per smorzare entusiasmi non giustificati, che questa corrispondenza non produsse una profonda confidenza, nonostante la sua durata trentennale. Lo scrissi in una pagina del libro: “ci scriviamo da tanti anni, ma ci conosciamo poco ….”: ma nemmeno quell&#8217;invito sortì un grande effetto. Credo che ciò sia dovuto al fatto che eravamo entrambi bloccati, per motivi diversi. Salvatore perché penso sia restio ad analizzare la sua parte emotiva o sentimentale: c&#8217;è in lui un vissuto tragico nell&#8217;età giovanile che vuole espressamente dimenticare, e che fa da freno ad ogni auto-analisi e quindi ad ogni apertura. Ed io per un rispetto dovuto all&#8217;asimmetria delle nostre posizioni. Per quanto dicessi e volessi, io ero pur sempre il magistrato, l&#8217;autorità, l&#8217;artefice delle situazioni: ogni mia sollecitazione ad aprirsi, sia pure su territori personali e non legati all&#8217;ambiente, poteva essere vista come un&#8217;invadenza indebita. Un paio di inviti molto misurati, da parte mia, non ebbero risposta se non minima, e desistetti. Ciò non toglie che una conoscenza abbastanza profonda sia maturata in entrambi, ad onta del silenzio su temi intimi, perché anche un parlare lontano da questa sfera, alla lunga finisce con il manifestarla. Almeno lo credo e lo spero.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1134.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9799 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1134.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="249" height="216" /></a></p>
<p>Il percorso del Perdono per chi ha commesso reati gravi è possibile, ma richiede tempo: quali sono le fasi che lo rendono possibile?</p>
<p align="JUSTIFY">Il perdono, come lo dobbiamo intendere correttamente, è una relazione tra offeso ed offensore, quindi è un fatto estraneo al nostro rapporto. Paradossalmente, era se mai Salvatore a dovermi “perdonare”, poiché io ero la causa istituzionale delle sue sofferenze: ma lui sgombrò subito il campo da questa ambiguità, perché nella prima lettera, in risposta alla mia accompagnata dal dono di un libro, mi scrisse: “presidente, io lo so che lei mi ha dato l&#8217;ergastolo perché lo dice la legge, ma lei nel suo cuore non me lo voleva dare; e io la ringrazio e le dico che che farò come lei mi consiglia ….”.</p>
<p align="JUSTIFY">Allora, se ci spostiamo nel territorio della maturazione interiore, il concetto di “perdono” si accompagna, anzi di regola deve essere preceduto, da quello di “pentimento”. “Perdono” e “giustizia”, &#8211; ha scritto Paul Ricoeur &#8211; possono conciliarsi solamente tenendo distinti i due piani, il primo concernendo il livello delle relazioni interpersonali, il secondo la sfera dei rapporti sociali o istituzionali. Il perdono nell&#8217;ambito istituzionale non esiste, se non come insieme degli istituti di mitigazione della pena inflitta, nelle situazioni previste dalla legge (dall&#8217;indulto alla semi-libertà, dalla liberazione condizionale al permesso premio, ad altre forme ancora).</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa diversa è il per-dono da parte dell&#8217;offeso, cioè, a ben guardare, il dono massimo che un individuo può offrire, perché è la rinuncia ad un impulso profondo ed innato, ed esprime la sua capacità di superare il proprio risentimento in nome della com-passione. La legge, su questo piano, si astiene dall&#8217;intervenire, pur considerando positivamente l&#8217;avvenuto perdono quando si tratta di mitigare la pena attraverso gli istituti di legge.</p>
<p align="JUSTIFY">Il perdono da parte della legge (che può manifestarsi nelle forme dette sopra) ha un diverso percorso e una diversa fisionomia: esso è tarato su una disposizione della nostra Costituzione, la quale afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Perciò le forme anzidette di mitigazione della pena vengono praticate nella misura in cui si ritiene che la rieducazione sia avvenuta.</p>
<p align="JUSTIFY">Ora il sintomo più convincente di questa rieducazione è il pentimento, cioè il rifiuto dei valori e dei modelli che hanno generato il delitto, per far posto all&#8217;accoglimento di valori positivi. Quando ciò avvenga è difficile dire con certezza, poiché si tratta di un percorso interiore: ma vari sintomi sono affidabili; e soprattutto l&#8217;esperienza offre una ragionevole certezza che il tempo lavora l&#8217;interiorità di ciascuno, perché tutti siamo attraversati dal tempo, e con il tempo cambiamo: nelle nostre cellule, che in parte si rinnovano ogni giorno, e nei nostri orientamenti, che mutano con la maturazione legata al tempo dell&#8217;espiazione.</p>
<p>Lo sgrammaticato Salvatore e il giudice, competente e sensibile, fanno parte della stessa umanità, ma uno dei due l&#8217;ha persa per un certo periodo della propria vita. Quali norme carcerarie andrebbero riviste per garantire la giustizia e recuperare il detenuto?</p>
<p align="JUSTIFY">Salvatore e il giudice sono in effetti esponenti di mondi molto diversi. Ma il loro contatto realizza, senza che nessuno dei due se sia proposto e senza che lo abbia neppure pensato, il tipo di incontro desiderabile tra chi ha commesso il delitto e la comunità esterna.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;ergastolo, a pensarci, è una pena terribile, anche se non ha la crudeltà spaventosa dei supplizi. Significa che non è più permesso sperare. Noi possiamo sopportare una sofferenza anche grande se ci afferriamo al tempo necessario perché essa abbia termine. Può essere un mese, un anno, anche dieci o vent&#8217;anni, ma sappiamo che, se ci aggrappiamo a quel terminale, ogni giorno ingoiato ci avvicina se non altro alla sua fine.</p>
<p align="JUSTIFY">Nell&#8217;ergastolo, nel “fine pena: mai”, questo non accade. Il futuro desiderabile non esiste. Tutto il resto della nostra esistenza sarà così, estraneo a noi stessi. Per questo la lettera del giudice, frutto di un gesto impulsivo e poi replicata in una corrispondenza anch&#8217;essa senza fine, assume il significato di un patto tacito, mai esplicitato e neppure percepito all&#8217;inizio: tu, Salvatore, sei chiamato ad affrontare una prova durissima, ai limiti delle forze umane; io ti accompagnerò, tu resisterai. I due mondi lontani possono incontrarsi in questa dimensione.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma allora &#8211; è la domanda conseguente &#8211; se l&#8217;ergastolo è questa pena spaventosa, è davvero necessario conservarlo? Di più: è davvero necessario il carcere medesimo?</p>
<p align="JUSTIFY">Molti rispondono di no. Abolire il carcere è una richiesta che ritorna da decenni, perché il carcere non rieduca, perché chi lo subisce esce peggiore anziché migliore, e per altre varie motivazioni. Poi, però, anche chi enuncia queste tesi, messo di fronte a crimini ripugnanti, ammette che “in certi casi” il carcere è inevitabile.</p>
<p align="JUSTIFY">Per i delitti gravi non si può chiedere alla comunità di perdonare o di dimenticare subito: il crimine è un trauma profondo, occorre del tempo perché il corpo sociale elabori il lutto, e perché chi lo ha commesso ne avverta l&#8217;orrore. C&#8217;è un tempo del delitto e c&#8217;è un tempo dell&#8217;espiazione. Solo con il tempo la comunità elabora il lutto e diventa disponibile a riconoscere l&#8217;umanità dell&#8217;espiante, solo con il tempo il condannato accoglie un diverso modo di guadare il mondo e le relazioni con i suoi simili.</p>
<p align="JUSTIFY">Dunque si può dire che in presenza di condotte che offendono profondamente il sentire etico di una comunità, una sanzione è necessaria, e fino ad oggi non si è riusciti a pensare a niente di meglio del carcere, essenzialmente perché la libertà personale è l&#8217;unico bene che tutti posseggono, e la cui privazione può essere modulata in ragione della gravità del delitto commesso.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma la comunità che, per il tramite dell&#8217;istituzione, infligge il carcere, deve poi chiedere anche a se stessa di essere capace di riaccogliere il carcerato quando sarà mutato. Perciò deve seguire il percorso del condannato, e modulare la pena in funzione di quel percorso, oltre che accompagnarlo in quella pesante traversata del tempo. In parte avviene già, ma molte rigidità possono essere attenuate.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa è la prima riforma, che passa non tanto attraverso norme nuove, quanto attraverso una maturazione culturale collettiva. Il detenuto, prima o poi, tornerà in mezzo ai suoi simili: è interesse di tutti che non vi torni esacerbato e indurito dalla pena, ma cresciuto ed accolto nella sua dimensione di cittadino.</p>
<p align="JUSTIFY">In secondo luogo, occorre condurre uno sforzo maggiore per ridurre la pena carceraria, sostituendola con altre forme di sanzione quando essa non è assolutamente necessaria</p>
<p align="JUSTIFY">Pertanto, abbandonate ipotesi radicali impraticabili, la cosa più ragionevole, è quella di trovare un&#8217;intesa su quali crimini giustifichino il carcere; a quali altri si addicano sanzioni intermedie, che limitano la libertà ma non totalmente e non in forme detentive (sono molte, e i più non lo sanno: la detenzione domiciliare, l&#8217;affidamento in prova, la libertà controllata, le prestazioni di pubblica utilità: la quantità di soggetti che scontano una di queste sanzioni è oggi di dimensioni comparabili a quella che è soggetta alle pene intra-murali); e che cosa sia opportuno fare una volta ridotta all&#8217;essenziale la quantità di delitti cui si conviene il carcere.</p>
<p align="JUSTIFY">Fra tutte queste tipologie di sanzioni quelle che hanno un reale valore rieducativo, e soprattutto producono un senso di riconciliazione con la comunità esterna, sono le prestazioni di pubblica utilità: esse infatti trasmettono un significato di restituzione, e quindi di riconciliazione con la comunità; e solo esse possono applicarsi anche a situazioni di media gravità, e non bagattellari, come oggi avviene, graduando la vigilanza in proporzione alla necessità. Ma il tutto esige uno sforzo organizzativo che evidentemente non si riesce a mettere in piedi, posto che da decenni la richiesta viene apprezzata ma non soddisfatta.</p>
<p align="JUSTIFY">Se fosse praticato su più larga scala, questo tipo di sanzione produrrebbe un deciso sfoltimento delle prigioni, e di riflesso un innalzamento del livello di trattamento del residuo cui si continuerebbe ad applicare la detenzione intra-murale.</p>
<p align="JUSTIFY">Chissà che la vicenda di Salvatore, e l&#8217;inevitabile domanda che essa suscita sull&#8217;opportunità o meno di conservare l&#8217;ergastolo, non riesca a produrre una maturazione collettiva, e soprattutto un&#8217;azione in questa direzione.</p>
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		<title>Detenuti scarcerati, ma ancora non pronti per la società.</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jul 2017 08:05:05 +0000</pubDate>
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</a></p>
<p>A partire da uno spettacolo teatrale, intitolato <i>La confessione di Agostino</i> di Gianfelice Facchetti, oggi parliano delle “case-lavoro”.</p>
<p>Secondo il codice penale italiano e l&#8217;articolo 216, alcune persone possono essere destinate a una colonia agricola o, appunto, ad una casa-lavoro; queste persone sono delinquenti abituali, professionali o per tendenza, non sottoposte più a misura di sicurezza, commettono un nuovo delitto non colposo, che confermano la loro attitudine a delinquere. Il successivo articolo del Codice, inoltre, dichiara che la durata minima per l&#8217;assegnazione è di un anno che può essere aumentata a 24 mesi per i delinquenti abituali, tre anni per quelli professionali e 4 anni per quelli di tendenza e così via&#8230;</p>
<p>Gli ex detenuti – perchè le persone di cui stiamo parlando hanno già scontato la loro pena per il reato penale commesso – possono essere messi in queste strutture se il giudice di sorveglianza decide che siano ancora pericolose, oppure perchè non hanno una famiglia che possa riaccoglierle o anche perchè non hanno un&#8217;occupazione. Spesso, come sappiamo, si crea un circolo vizioso perchè chi non ha un lavoro è considerato pericoloso, e chi è pericoloso non trova lavoro&#8230;</p>
<p>Il senatore Luigi Manconi, Presidente della Commissione per i diritti umani, ha dichiarato che le case-lavoro sono un&#8217;altra stortura del nostro Sistema perchè si tratta di “una pena accessoria micidiale che tende a riprodursi all&#8217;infinito”, micidiale perchè limita o annulla del tutto le probabilità di riabilitazione degli ex detenuti, non a caso è una norma ereditata dal Codice Rocco di epoca fascista.</p>
<p>Queste cosiddette case-lavoro non sono altro che strutture in cui vengono parcheggiate le persone per paura che possano fare ancora danni alla comunità, condannandole ad una sorta di ergastolo bianco. Edifici che raccolgono (non ospitano) individui poveri, malati, scartati dal resto della società civile.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/07/th-139.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9107" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/07/th-139.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="159" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La storia emblematica raccontata nella pièce di Facchetti è la storia di Agostino, ex poliziotto diventato rapinatore per pagarsi il vizio del gioco. Dopo aver pagato il proprio debito con la giustizia, è entrato in una casa-lavoro, ma in effetti ha lavorato ben poco; ha ricevuto un sussidio di 27 euro al mese, tanta noia, tanto nulla, circondato da guardie e sbarre perchè, sì, queste strutture assomigliano molto alle prigioni.</p>
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		<title>Il suicidio in carcere, in Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 10 May 2017 07:44:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8681" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="990" height="660" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 990w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/carcere-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/carcere-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 990px) 100vw, 990px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Alessio Scandurra</p>
<p>Secondo il dossier “Morire di carcere”, curato da Ristretti Orizzonti e disponibile sul sito della associazione, al 5 maggio 2017 i morti nelle carceri italiane sono stati 37, dei quali 18 per suicidio. L’ultimo è stato registrato il 3 maggio nel carcere di Saluzzo, in Piemonte. Riferisce La Stampa del 4 maggio: “Un detenuto originario di Racconigi, Sasha Z., si è tolto la vita ieri mattina in carcere a Saluzzo. Era stato condannato per furto ed era entrato in cella il 25 gennaio. La sua pena sarebbe dovuta terminare il 24 novembre. (…)  Era in isolamento da alcuni giorni, con ogni probabilità per intemperanze e motivi disciplinari.”</p>
<p>Come per tutti i casi di suicidio, si tratta di un atto disperato che trova la propria ragione ultima in elementi personali, non generalizzabili, ed è dunque difficile trarre conclusioni generali da fatti fortunatamente eccezionali come questo. Alcune cose assai semplici è però possibile, e dunque necessario, dirle.</p>
<p>Secondo l’organizzazione mondiale della sanità<a class="sdfootnoteanc" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote1sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote1anc"><sup><span style="font-size: xx-small;">1</span></sup></a> l’Italia, con 5,4 suicidi l’anno ogni 100.000 abitanti, è uno dei paesi con il tasso di suicidio più basso al mondo, il più basso d’Europa dopo la Grecia e Cipro e sicuramento il più basso tra i grandi paesi industrializzati. Ma questo è vero solo per la società libera. Il tasso di suicidio nelle nostre carceri, fatte le dovute proporzioni, è di 81,8, quindici volte quello della popolazione generale. Nelle carceri italiane il tasso di suicidio è dunque al di sopra della media europea, mentre come abbiamo detto quello del resto della popolazione è ampiamente al di sotto.</p>
<p>Come mai? Chi pensa che la spiegazione stia nel fatto che nelle nostre carceri ci stanno molti stranieri, per cui, pur essendo Italia, sono abitate da persone che vengono da altri paesi, si sbaglia. Gli stranieri sono una minoranza nelle nostre carceri (34,1% al 30 aprile 2017), ma soprattutto la maggioranza di costoro viene da paesi come la Tunisia, il Marocco, l’Algeria o l’Albania, in cui il tasso di suicidio è addirittura più basso che da noi.</p>
<p>Ma allora che significa tutto questo? Che nelle nostre carceri si sta peggio che in quelle degli altri paesi? È possibile, ma a mio giudizio non è questo il punto. Anzitutto nella nostra esperienza non è sempre così. In questi anni abbiamo dato vita ad un osservatorio europeo sulle carceri (lo European Prison Observatory) e abbiamo avuto modo di visitare le carceri di molti paesi. La verità è che fare confronti non è facile. In alcuni luoghi il sovraffollamento sarà minore, ma magari le condizioni materiali degli istituti o l’apertura dei regimi detentivi potrebbero essere peggiori. In altri paesi magari le condizioni sono pessime, ma ad esempio c’è più lavoro e più opportunità per uscire dalla propria cella. Se a ciò si aggiunge che, come dicevamo, il suicidio è sempre un atto individuale, che scaturisce dal disagio estremo di una persona, e se si pensa che le persone, dentro come fuori, sono tutti diverse, è facile immaginare che ciò che avrebbe potuto “salvare” qualcuno non avrebbe magari aiutato qualcun altro. La persona disperata e lontana dalla famiglia avrebbe magari trovato sollievo dall’avere un lavoro ed un reddito con cui sostenere i propri cari, e dunque sentirsi vicino a loro. Ma questa risorsa sarebbe stata magari inutile per la persona che aveva invece bisogno di un sostegno psicologico.</p>
<p>E qui si arriva probabilmente al punto. La detenzione è una condizione molto difficile ovunque, per molti aspetti estrema, per ragioni che spesso nemmeno dipendono dalle condizioni materiali di detenzione. La persona appena arrestate è strappata in modo radicale al proprio ambiente, non sa quale sarà il suo avvenire e quello della sua famiglia, che in molti casi da lui dipende. È messo di fronte alle proprie responsabilità per il reato commesso ed alle conseguenze delle proprie scelte di vita. E il tutto accade in un contesto sconosciuto, disagevole e poco rassicurante. A ciò infine si aggiunga che la popolazione detenuta spesso proviene dalle fasce più marginali della popolazione ed anche il disagio mentale è assai più diffuso in carcere che altrove. Che in questo contesto i suicidi siano molti non può sorprendere. Sorprende invece che, da noi, sia così poco il personale specializzato nel prevenirli.</p>
<p>L’Italia è uno dei paesi con più personale in carcere, più che in Spagna, in Francia, in Germania o nel Regno Unito, tutti paesi in cui ci sono più detenuti che da noi<a class="sdfootnoteanc" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote2sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote2anc"><sup><span style="font-size: xx-small;">2</span></sup></a>. Ma questo personale da noi è fatto quasi esclusivamente di personale di custodia. Criminologi e psicologi sono da noi lo 0,1%, contro una media europea del 2,2%, mentre il personale medico e paramedico è lo 0,2%, contro il 4,3% della media europea.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/lislam-nelle-carceri-italiane-1453946221.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8682" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/lislam-nelle-carceri-italiane-1453946221.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2000" height="580" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/lislam-nelle-carceri-italiane-1453946221.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/lislam-nelle-carceri-italiane-1453946221-300x87.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/lislam-nelle-carceri-italiane-1453946221-768x223.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/lislam-nelle-carceri-italiane-1453946221-1024x297.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 2000px) 100vw, 2000px" /></a></p>
<p>Questo significa che da noi l’idea della pena è ancora legata, nei fatti in maniera assolutamente prevalete, alla dimensione custoditale. La situazione è paradossale. Abbiamo una legislazione piuttosto avanzata ed un ordinamento penitenziario fortemente orientato al reinserimento sociale. Abbiamo addirittura una norma nella Costituzione, l’art. 27, che afferma che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. In Italia una pena che non mira al reinserimento sociale è addirittura una pena incostituzionale.</p>
<p>Tutto questo però dovrebbe essere messo in pratica con un personale fatto per il 90,1% da personale di custodia (la media europea è del 68,6%). Questo, nei fatti, significa che paesi con legislazioni meno avanzate e sistemi formalmente meno ambiziosi del nostro di fatto investono nel reinserimento sociale, ed anche nella prevenzione dei suicidi, assai più di quanto facciamo noi.</p>
<p>Da qui bisogna probabilmente partire per spiegare, e possibilmente affrontare, la crisi attuale del nostro sistema penitenziario. È in questi mesi in corso un processo di riforma dell’ordinamento penitenziario avviato l’anno scorso con gli Stati generali dell’esecuzione penale e che dovrebbe trovare esito nei decreti che il governo dovrà emanare su indicazioni della legge delega appena approvata al Senato e in corso di esame alla Camera. Noi ci auguriamo che questa riforma possa rappresentare un importante aggiornamento del nostro sistema, valorizzando i molti spunti innovativi che dai lavori degli Stati generali sono venuti, ma deve essere chiaro a tutti che sarà impossibile innovare facendo riferimento ad una organizzazione e ad una cultura del personale ancora fortemente ancorata al passato.</p>
<p>Le leggi hanno bisogno di gambe su cui camminare, e le gambe sono inevitabilmente quelle degli uomini e delle donne che le devono attuare. Se mancano le gambe, la riforma non cammina. È stato così per la riforma del ’75, che Alessandro Margara chiamava la riforma tradita e, se non si corre ai ripari, sarà così anche questa volta.</p>
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<p><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote1anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote1sym">1</a><sup></sup> Fonte: Organizzazione mondiale della sanità. http://apps.who.int/gho/data/node.main.MHSUICIDEASDR?lang=en&utm_source=rss&utm_medium=rss</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote2anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote2sym">2</a><sup></sup> <span lang="en-GB"><i>Council of Europe Annual Penal Statistics</i></span><span lang="en-GB">, SPACE I – Prison Populations Survey 2015, Aprile 2017. </span></span></p>
</div>
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