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	<title>Regeni Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Patrick Zaki libero subito﻿</title>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="1024" height="651" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2-1024x651.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13656" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2-1024x651.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2-300x191.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2-768x489.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1226w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p> <strong>P</strong></p>



<p> di Giuseppe Acconcia</p>



<p>Patrick Zaki, studente e attivista dell’Università di Bologna, è stato arrestato lo scorso sei febbraio al suo arrivo all’aeroporto del Cairo con accuse di “diffusione di notizie false”, “mettere in pericolo la sicurezza nazionale” e “incitamento alle proteste”. Sabato 22 febbraio la Corte di Mansoura, la sua città natale sul Delta del Nilo deciderà se estendere la custodia cautelare di Zaki, 27 anni. Secondo l’ong egiziana Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), Zaki ha subito torture per ore ed elettroshock durante la sua detenzione. Patrick Zaki, che stava per concludere un Master in studi di genere, aveva duramente criticato la repressione in corso in Egitto ricordando spesso il caso di Giulio Regeni. Flashmob per chiedere il rilascio immediato di Zaki si sono svolti in varie città italiane, con la partecipazione di varie associazioni studentesche tra cui Link e Adi (Associazioni dottorandi e dottori di ricerca in Italia).  </p>



<p>
<strong>Zaki
e il caso Regeni</strong></p>



<p>
“Combattiamo
per i nostri attivisti, ma anche per Giulio Regeni. Le istituzioni
cercano di impedirci di parlarne, le proteste (in Egitto, <em>ndr</em>)
non sono permesse, le ong affrontano minacce”, aveva dichiarato
Zaki in un’intervista all’agenzia <em>Dire</em>
nel 2018. I casi di Patrick Zaki e Giulio Regeni hanno molte
similitudini, come confermato dalla famiglia del giovane egiziano.
Tra le richieste, fatte a Zaki durante la detenzione, ci sarebbero
proprio i suoi legami con la famiglia Regeni in Italia. E così, a
pochi giorni dalla diffusione della notizia della sua scomparsa, è
apparso un murales a qualche passo dall’ambasciata egiziana a Roma
in cui si vede Giulio abbracciare Patrick e la scritta “Stavolta
andrà tutto bene”. Per ben sei giorni, dal 25 al 31 gennaio 2016,
non è stata diffusa la notizia ai media della scomparsa di Giulio
Regeni, rallentando l’attivazione del clamore mediatico che avrebbe
permesso di fare maggiori pressioni sulle autorità egiziane per
chiederne il rilascio. 
</p>



<p>
A oltre
quattro anni dalla scomparsa e ritrovamento del corpo del dottorando
friulano, il 3 febbraio 2016, le indagini sui responsabili in Egitto
non fanno progressi. Fin qui sappiamo che sono coinvolte alte
gerarchie militari egiziane perché Giulio è stato preso il 25
gennaio 2016, anniversario delle proteste di piazza Tahrir del 2011.
Si sa anche che sono stati i suoi contatti in Egitto, tra coinquilini
e sindacalisti intervistati, ad averlo tradito e denunciato alle
autorità egiziane per il suo lavoro di ricerca sui sindacati. Eppure
gli interessi a mantenere buone relazioni bilaterali con il regime
militare egiziano hanno fin qui impedito a Italia e Unione europea di
dichiarare l’Egitto come un paese non sicuro e di fare maggiori
pressioni per arrivare alla verità e svolgere un processo che
individui i responsabili del crimine. Solo pochi giorni fa due navi
militari sono state vendute da Roma all’Egitto, mentre il ruolo del
Cairo in Libia e gli interessi petroliferi nel Mediterraneo orientale
sono in cima all’agenda della politica estera italiana nel paese. 
</p>



<p>
<strong>Zaki
e la repressione in Egitto</strong></p>



<p>Il caso Zaki è solo uno tra le migliaia che coinvolgono attivisti e oppositori in Egitto. Lo scorso venerdì, il senatore repubblicano negli Stati Uniti, Marco Rubio, aveva chiesto alle autorità egiziane di rivelare il luogo di detenzione di Mostafa al-Naggar, attivista ed ex parlamentare dei Fratelli musulmani di cui non si hanno notizie da 16 mesi. Lo scorso mese un cittadino statunitense in carcere in Egitto da oltre sei anni, Mustafa Kassem, è morto in prigione dopo un lungo sciopero della fame. Restano ancora in prigione dalle proteste dello scorso settembre con rinnovi di 15 giorni in 15 giorni, gli attivisti, Alaa Abdel Fattah e Mahiennour el Masry. È stato rinnovato il periodo detentivo anche per la giornalista e attivista Esraa Abdel Fattah, accusata di diffondere “notizie false” e di far parte di “un’organizzazione terroristica”. Esraa avrebbe subito torture in prigione per mano di agenti in borghese. Secondo Amnesty International, sarebbero state almeno 4mila le persone arrestate al Cairo per prevenire ulteriori manifestazioni, solo lo scorso autunno, mentre sarebbero oltre 60 mila i prigionieri politici nelle carceri egiziane dopo la repressione avviata con il golpe militare del 3 luglio 2013. E non solo, il think tank ha accusato la Procura suprema per la Sicurezza di Stato di abusare costantemente delle leggi antiterrorismo per estendere la definizione di terrorismo e annullare qualsiasi garanzia prevista dalla Costituzione per gli imputati. E così migliaia di persone sono state arrestate con accuse inventate, hanno subito prolungati periodi di detenzione preventiva, hanno subito torture e maltrattamenti in carcere.  </p>



<p>
Sconcerto
ha suscitato poi in Egitto la morte di Nada Hassan, 12 anni, a causa
di una mutilazione genitale femminile ad Assiut, 380 chilometri dal
Cairo. Il medico che ha praticato l’operazione, ancora molto
diffusa soprattutto in aree rurali, è stato arrestato insieme alla
zia della giovane. Secondo quanto è emerso dalle indagini, il medico
non avrebbe usato anestetici né avrebbe avuto il supporto di
infermieri. 
</p>
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		<title>Giornata internazionale per le vittime di tortura. Il comunicato di Amnesty international</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jun 2018 08:12:05 +0000</pubDate>
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<p>Nel XXI secolo, la <strong>tortura</strong> si presenta per molti versi con le <strong>stesse modalità dei supplizi medievali</strong>. Il torturatore usa in primo luogo il proprio corpo (per picchiare, strangolare, stuprare), poi ciò che ha a portata di mano (attrezzi di falegnameria, bastoni, alimenti urticanti, stracci imbevuti di sostanze chimiche, rudimentali congegni elettrici, materiali arroventati ecc.) o fabbrica strumenti terrificanti, congegnati volutamente per infliggere il massimo della sofferenza possibile.</p>
<p>Per rendersi conto dell’<strong>aberrazione</strong> cui può giungere la mente umana, attraverso un processo di “formazione” che punta a negare umanità al soggetto che si ha di fronte, basta <strong>scorrere l’elenco degli oltre 30 metodi di tortura</strong> praticati da decenni in <strong>Siria</strong>: <em>haflet al-istiqbal</em> (“festa di benvenuto”: duri pestaggi, spesso con spranghe di silicone o di metallo e cavi elettrici); <em>dulab</em> (“pneumatico”: il corpo del detenuto viene contorto fino a farlo entrare in uno pneumatico da camion, poi via ai pestaggi); <em>falaqa</em> (“bastonatura”: il classico pestaggio sulle piante dei piedi); <em>shabeh</em> (“impiccato”: il detenuto viene tenuto appeso per i polsi per parecchie ore, coi piedi nel vuoto, e picchiato ripetutamente); <em>bisat al-rih</em> (“tappeto volante”: la vittima è legata a una struttura pieghevole, la cui parte inferiore viene pressata su quella superiore).</p>
<p>In <strong>Messico</strong> il <strong>fenomeno</strong> è del tutto <strong>fuori controllo</strong>. Tra il 2000 e il 2013, la Commissione nazionale dei diritti umani ha ricevuto <strong>oltre 7000 denunce verso ufficiali federali</strong>, in non pochi casi riguardanti donne. Probabilmente molte altre denunce sono state presentate alle commissioni dei diritti umani a livello statale, ma non esistono dati ufficiali a riguardo. A fronte di questo alto numero, sono state emesse <strong>solo sette condanne per tortura</strong> a livello federale e cinque a livello statale.</p>
<p>Nello scantinato di una stazione di polizia delle <strong>Filippine</strong>, nel 2014, è stata trovata una “<em>ruota della tortura</em>”, un’imitazione tragicamente fedele della nota “<em>ruota della fortuna</em>”. A seconda di dove si fermasse la ruota, il detenuto poteva essere sottoposto a “30 secondi in posizione pipistrello” (ossia tenuto appeso a testa in giù per mezzo minuto) o a “20 secondi di Manny Pacquiao” (ossia a pugni in faccia, in onore del più famoso pugile filippino) o ad altri metodi di tortura efferati.</p>
<p>Ma accanto alla tortura prevalentemente fisica, si sta affermando una <strong>forma di tortura più sofisticata</strong>, che non lascia ferite o segni visibili sul corpo ma che <strong>devasta la mente</strong>, fino a farla impazzire e a rendere non credibile la vittima della tortura. Perché uno degli obiettivi di fondo del sistema della tortura è di non far raccontare alla vittima ciò che le è accaduto. Ecco alcuni dei numerosi metodi praticati nel <strong>centro di detenzione statunitense di Guantánamo Bay</strong>: esporre un prigioniero a <strong>luci accecanti</strong>, a<strong> musica assordante</strong> o a <strong>temperature gelide o torride</strong>, tenerlo <strong>incappucciato per mesi</strong>, <strong>isolarlo</strong> dal punto di vista acustico, costringerlo a rimanere <strong>seduto in posizioni scomode</strong> per giorni e giorni, <strong>negargli il cibo</strong>, <strong>non farlo dormire</strong>, <strong>minacciare di morte i suoi familiari</strong>, obbligarlo a rimanere <strong>nudo di fronte a estranei</strong> o ad assistere a spogliarelli di donne.</p>
<p>Il tutto, meticolosamente regolamentato da manuali, linee guida, avvocati (quelli che devono dimostrare, di fronte alla remota possibilità di un processo, che non si è trattato di tortura), medici (quelli che devono fermare la tortura quando c’è il rischio che chi la sta subendo ne muoia) e psicologi.</p>
<p>Lungi dall’essere il prodotto di un’estemporanea perdita di controllo o della presenza di “mele marce” all’interno di un cesto che si autodefinisce sano, la tortura odierna è al centro di un sistema curato con estrema meticolosità e, si potrebbe dire, con un approccio manageriale, in cui viene studiato ogni <em>“punto debole del nemico</em>” e curato ogni minimo dettaglio della conduzione degli interrogatori e del trattamento riservato a un prigioniero.</p>
<p>È difficile dire se faccia più male la <strong>tortura fisica</strong> o uno <strong>stato di perenne incertezza e angoscia</strong> sul proprio destino; se lasci più segni una scarica elettrica o l’ascolto delle urla di chi sta subendo torture nella stanza accanto; se annichilisca più una sevizia sessuale o la minaccia che tali sevizie verranno subite dai propri congiunti. Ma l’una o l’altra forma di tortura provocano danni duraturi. Gli operatori e le operatrici dei centri per la riabilitazione psicofisica delle vittime della tortura lo sanno bene. La loro missione è di ricostruire, pezzo dopo pezzo, le macerie di un terremoto emotivo.</p>
<p>La <strong>tortura</strong> è anche un <strong>prodotto altamente tecnologico</strong>. Nel mondo attualmente operano oltre <strong>100 aziende</strong> che si sono <strong>specializzate nella produzione di strumenti di tortura</strong>. Si tratta per lo più di congegni elettrici o di sostanze chimiche che rendono inoffensiva (a volte per sempre…) la persona contro la quale vengono usati. Addirittura, la tecnologia è riuscita a eliminare l’ultimo difetto della tortura, ovviamente dal punto di vista del torturatore: la necessità di essere a contatto con il torturato.</p>
<p>Queste descrizioni della tortura illustrano bene i suoi obiettivi: annichilire, tenere sotto controllo e in perenne soggezione una persona, distruggerne l’identità, punirla per ciò che è o per ciò che si sospetta possa essere. Avere presente questi obiettivi fa capire meglio il senso e il significato delle immagini, risalenti a 15 anni fa, del <strong>carcere iracheno di Abu Ghraib</strong>. Immagini purtroppo indimenticabili. Spiega anche, tragicamente, la crudeltà e l’abiezione mostrata da chi, in <strong>Egitto</strong>, ha torturato a morte <strong>Giulio Regeni</strong>.</p>
<p>In nome della lotta al terrorismo e col pretesto della sicurezza, dopo il 2001 la tortura ha ottenuto una certa riabilitazione: serve per ottenere informazioni, si asserisce, dunque è utile. E se è utile, è giusta. E può rimanere impunita.</p>
<p>Vale per tutti il caso dell’<strong>Uzbekistan</strong>, paese dell’ex spazio sovietico dell’Asia centrale la cui posizione di confine con l’Afghanistan gli ha garantito indulgenza, soldi e appoggio politico. Per aver denunciato che gli oppositori venivano sottoposti alla “<em>tortura dell’aragosta</em>” (ossia, <strong>fatti bollire vivi in vasche d’acqua a temperatura altissima</strong>), nel 2004 l’ambasciatore britannico Craig Murray venne richiamato a Londra e la sua carriera diplomatica si interruppe lì. Per giustificare l’assenza di critiche e condanne, al dipartimento di stato Usa hanno coniato l’espressione “<em>pazienza strategica</em>”.</p>
<p>Che la tortura sia uno <strong>strumento efficace d’indagine</strong>, a ogni buon conto, lo <strong>smentiscono criminologi e polizie di ogni parte del mondo</strong>, almeno di quella parte del mondo in cui il dibattito sulle violazioni dei diritti umani e sul rapporto tra diritti e sicurezza può svolgersi senza ripercussioni per chi vi prende parte. Sotto tortura si dice la prima cosa che salta in mente, si fa il primo nome che si ricordi, s’incolpa chiunque (“sotto tortura avrei fatto il nome anche di mia madre”, ha raccontato un sopravvissuto), ci si attribuisce reati neanche commessi.</p>
<p>In <strong>Italia</strong>, con 11.000 giorni di ritardo, nell’estate del 2017 è stato introdotto nel codice penale il <strong>reato di tortura</strong>. <a href="https://www.amnesty.it/approvazione-della-legge-sul-reato-tortura-commento-amnesty-international-italia/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Qui il commento</a>.</p>
<p>Sono passati 34 anni da quando, il 10 dicembre 1984, l’<em>Assemblea generale</em> ha adottato la <strong>Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura</strong>. Quel testo è rimasto purtroppo un pezzo di carta. Il numero dei paesi che l’hanno ratificato, impegnandosi a prevenire e punire la tortura, è solo di poco superiore a quello dei paesi in cui è praticata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="ygyw9McAzo"><p><a href="http://www.amnesty.it/appelli/corri-con-giulio/?utm_source=rss&utm_medium=rss">#veritàpergiulioregeni</a></p></blockquote>
<p><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" src="http://www.amnesty.it/appelli/corri-con-giulio/embed/#?secret=ygyw9McAzo&utm_source=rss&utm_medium=rss" data-secret="ygyw9McAzo" width="500" height="282" title="&#8220;#veritàpergiulioregeni&#8221; &#8212; Amnesty International Italia" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;VenerdIslam&#8221;: Out on the street (Barra fi sharryya)</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2017 07:25:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Monica Macchi Non vogliamo realizzare un film che trasformi questa dura realtà in spettacolo o intrattenimento, ma rileggere il passato e immaginare cosa potrà riservare il futuro Jasmina Metwaly e Philip Rizk Presentato&#46;&#46;&#46;</p>
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<p style="text-align: left;" align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><span lang="en-US">di Monica Macchi</span></span></span></p>
<p align="CENTER">
<p align="CENTER">
<p align="RIGHT"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Non vogliamo realizzare un film che trasformi </i></span></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>questa dura realtà in spettacolo o intrattenimento, </i></span></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>ma rileggere il passato </i></span></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>e immaginare cosa potrà riservare il futuro</i></span></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="color: #444444;"> <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Jasmina Metwaly e Philip Rizk</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">Presentato al Festival di Berlino 2015, questo film racconta gli scioperi, i sit-in, le proteste e il ruolo chiave giocato dai sindacati nella preparazione dei “18 giorni di Tahrir”… insomma dice molto delle rivendicazioni economiche trascurate dai media mainstream occidentali e che stanno faticosamente venendo alla luce ora col caso Regeni.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel film, dieci tra proletari e sotto-proletari partecipano ad un laboratorio di recitazione ed in questo spazio sospeso tra realtà e finzione conosciamo le loro battaglie invisibili tra gerarchie e manipolazioni, le ingiustizie, la corruzione e le brutalità della polizia e anche di quelle “polizie private” assunte dai datori di lavoro per presidiare le fabbriche e “proteggere” i lavoratori dai sovversivi e dai terroristi, mantra questo che non è affatto cambiato. Dalle privatizzazione si passa così a denunciare il sistematico sfruttamento di un capitalismo sempre più estremo e strisciante che invade la sfera personale “per il bene della crescita dell’intero Egitto” i cui proventi però vengono spartiti sempre dai soliti noti.</p>
<p align="JUSTIFY">I due registi del film, Jasmina Metwaly e Philip Rizk, sono membri dei Mosireen un collettivo di citizen journalism diventato il canale You Tube no-profit più visto in Egitto, da cui sono usciti numerosi filmaker tra cui Leil Zahra Mortada, portavoce di OpAntiSH, (Operation AntiSexual Harrasment) una campagna contro le molestie sessuali e regista di Words of Women che presenteremo l’11 aprile al Teatro Pacta di Milano.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/02/untitled-772.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8111" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/02/untitled-772.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="512" height="341" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/02/untitled-772.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 512w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/02/untitled-772-300x200.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></a></p>
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		<title>Dico NO alla tortura!</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2016 07:34:00 +0000</pubDate>
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</a></p>
<p align="JUSTIFY">di Giulia Carlini</p>
<p align="JUSTIFY">Il 26 giugno, giornata internazionale contro la tortura, riporta sotto i riflettori un acceso dibattito nazionale ed internazionale purtroppo ampiamente marginalizzato. La tortura è infatti una pratica che nell&#8217;immaginario comune viene relegata in epoche o conflitti che sentiamo lontani da noi nel tempo e nello spazio. Ma è davvero così?</p>
<p align="JUSTIFY">La tortura rimane largamente diffusa in tutto il mondo, tanto che solo tra il 2009 e il 2014 Amnesty International ha denunciato casi di tortura o maltrattamenti in 141 paesi e, secondo le sue ricerche, a partire dal 2013 sono stati utilizzati almeno 27 metodi di tortura, dai pestaggi alle finte esecuzioni, dalle bruciature con sigarette allo stupro.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche l&#8217;Italia negli ultimi 15 anni ha visto un succedersi di brutali episodi di violenza da parte delle forze di polizia: i casi Aldovrandi, Bianzino, Uva, Bonsu e Cucchi, per non parlare dei fatti della Diaz, ci riportano freddamente alla realtà.</p>
<p align="JUSTIFY">Alla luce di ciò, è sconvolgente il fatto che nel nostro paese il reato di tortura non sia ancora stato inserito all&#8217;interno del codice penale, nonostante l&#8217;Italia abbia sottoscritto già nel 1988 la Convenzione dell&#8217;ONU contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti (non ancora applicabile alla legislazione nazionale a causa della mancata ratifica), e nonostante l&#8217;articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo vieti esplicitamente la pratica della tortura.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 2010 una raccomandazione del Consiglio dei Diritti Umani dell&#8217;ONU invitava l&#8217;Italia ad inserire una definizione esplicita di tortura nel codice penale, ma l&#8217;idea è stata al tempo fermamente respinta in patria. Soltanto nell&#8217;aprile 2015 la Camera dei Deputati ha approvato un decreto legge che introdurrebbe il reato di tortura nel codice penale, ma è a tutt&#8217;oggi ancora in esame al Senato.</p>
<p align="JUSTIFY">Tra il silenzio dei media e la lentezza degli iter legislativi, c&#8217;è chi lotta senza sosta per l&#8217;introduzione del reato di tortura nel nostro paese. Prima fra tutti Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ucciso in carcere nel 2009. Il 23 giugno Ilaria ha consegnato al ministro della Giustizia Orlando oltre 223 mila firme raccolte con la sua petizione “Contro ogni tortura: l’Italia approvi la legge entro il 2016” su Change.org. “Mio fratello Stefano è diventato un simbolo con quello che ha subito” racconta Ilaria, “ho portato al ministro la voce di tutti coloro che vogliono ancora credere nelle istituzioni”.</p>
<p align="JUSTIFY">La campagna “Stop alla tortura” promossa da Amnesty International, portando avanti un lavoro iniziato negli anni Settanta che ha contribuito alla creazione di una Convenzione specifica in seno all&#8217;ONU, denuncia i governi di tutto il mondo che “spesso hanno vietato la tortura per legge ma l&#8217;hanno permessa nella pratica” colpendo nelle carceri e nelle stanze degli interrogatori “presunti criminali comuni, persone sospettate di costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, dissidenti, rivali politici, per estorcere loro confessioni, per punirli, intimorirli, per privarli della loro dignità”.</p>
<p align="JUSTIFY">Dopo ciò che è accaduto al giovane ricercatore Giulio Regeni in Egitto, forse anche l&#8217;opinione pubblica italiana ha aperto gli occhi sulla disumana brutalità che troppi esseri umani sono costretti a subire regolarmente. I tempi sono maturi per un cambiamento e le famiglie Regeni e Cucchi lo sanno bene: “Continuate a condividere la nostra battaglia, dobbiamo essere sempre di più a farci sentire” esorta Ilaria, “questo è solo l&#8217;inizio”.</p>
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		<title>E’ iniziato il processo a Mahmoud Abou Zeid alias Shawkan</title>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2016 05:22:52 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">Il 17 maggio, dopo più di 1000 giorni di carcere (periodo lunghissimo che supera persino il massimo previsto dall’articolo 143 del codice penale egiziano) è iniziato il processo contro Mahmoud Abou Zeid alias Shawkan di cui abbiamo già parlato su questo sito.</p>
<p align="JUSTIFY">Appena entrato in aula ha dichiarato che “il mio arresto è stato un atto senza senso perché sono un fotoreporter, non un criminale” e ha poi chiesto al giudice di conoscere le motivazioni legali alla base della sua incarcerazione, durante la quale pur avendo l’epatite C gli è stato negato l’accesso alle cure.</p>
<p align="JUSTIFY">Il giudice non ha risposto e ha rinviato al 21 giugno: il CPJ (Committe for Protecting Journalist), e Amnesty hanno lanciato appelli e petizioni per mantenere alta l’attenzione su questo caso, lettera firmata anche dai genitori di Giulio Regeni.</p>
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		<title>“Non siamo stati noi”: l&#8217;indagine per Giulio Regeni</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2016 11:43:44 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/thJA2YKORB.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5444" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5444" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/thJA2YKORB.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="thJA2YKORB" width="300" height="230" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Amedeo Ricucci (che ringraziamo tantissimo per la disponibilità)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Non siamo stati noi”. Il generale Al Sisi lo ripete senza sosta da quasi tre mesi, ma in Egitto come in Italia non gli crede quasi nessuno. E’ in primo luogo il corpo martoriato di Giulio a smentirlo, quelle sevizie e quelle torture inflitte da mani esperte e senza scrupoli, che sono una firma chiara e inequivocabile, delle forze di polizia o degli apparati di sicurezza. E lo smentisce poi la pseudo-inchiesta imbastita per trovare i responsabili di quella morte orribile: l’accavallarsi cioè di ipotesi ridicole e fantasiose – prima l’incidente stradale, poi il delitto a sfondo sessuale, infine la rapina finita male – che sono crollate una dopo l’altra, perché non c’era nessuna prova a sostenerla.   <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/th-29.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5305" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-5305 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/th-29.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (29)" width="91" height="105" /></a></p>
<p>Il presidente egiziano è però abituato a mentire. E lo fa sempre in maniera spudorata, anche quando c’è l’evidenza a smentirlo. In più, è fissato con i “complotti”, di cui infioretta la sua narrativa politica, sperando di compattare il suo popolo in nome dell’orgoglio nazionale. Secondo lui c’è “gente cattiva” in Egitto che ha approfittato del caso Regeni per accusare i suoi servizi segreti e screditare il governo. Ma quello che è ancor più grave – ha aggiunto –  è che gli italiani hanno creduto a queste bugie.</p>
<p>Nel mirino di Al Sisi ci sono soprattutto gli attivisti e le associazioni per i diritti umani che sul caso Regeni si sono mobilitati fin dall’inzio, all’insegna dello slogan “Giulio è uno di noi”, con cui la terribile sorte toccata al giovane ricercatore italiana veniva accomunata a quella delle migliaia di egiziani spariti, arrestati, torturati e uccisi sotto la presidenza di Al Sisi. Giorno dopo giorno si moltiplicano</p>
<p>gli hastag, le pagine Facebook e i gruppi che hanno “adottato” Giulio Regeni e l’hanno trasformato nel nuovo simbolo della protesta politica e sociale.</p>
<p>Difficile capire come andrà a finire. E’ vero infatti che il regime egiziano non può permettersi la verità sul caso Regeni, perché mai al mondo è successo che uno stato di polizia abbia sconfessato i propri apparati di sicurezza, che sono il collante del suo potere. Ma è vero anche che se continuano le pressioni internazionali – dell’Italia, ma anche degli altri Paesi occidentali – nessuna verità di comodo potrà mai risultare sufficiente, se non altro perché dovrà passare al vaglio degli investigatori italiani e degli organismo internazionali. E’ un <em>cul de sac</em> che Al Sisi si sarebbe risparmiato volentieri, frutto però delle sue ripetute menzogne.</p>
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		<title>Euro-mediterraneo:  &#8220;L&#8217;urgenza di un accordo per la libertà di culto con le Comunità islamiche in Italia, maggiore cooperazione economica e  verità sul caso Regeni&#8221;.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Apr 2016 05:37:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b><span lang="AR-SA"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-267.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5649" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5649" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-267.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (267)" width="892" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-267.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 892w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-267-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-267-768x432.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 892px) 100vw, 892px" /></a> </span></b></p>
<p><span lang="AR-SA"><span style="font-size: large;">Lo scorso 11 aprile si è svolta a Roma la Conferenza &#8220;Italia-Ponte di Microimprese con Africa e M.O&#8221;, alla presenza dell&#8217;incaricato d&#8217;Affari della Lega Araba in Italia e del Sottosegretario di Stato alla Difesa.</span></span></p>
<p><span lang="AR-SA"> </span></p>
<p><span lang="AR-SA">&#8220;Nel tema dell&#8217;Europa impegnata nei processi di pace e  di stabilizzazione per il Mediterraneo, la cooperazione internazionale e la cooperazione per lo sviluppo giocano un ruolo fondamentale. La Commissione Europea ed il Ministero degli Affari Esteri si sono impegnati devolvendo fondi fiduciari per fare fronte alle crisi del Medio Orientale, per la questione Siria e  l&#8217;emergenza immigrazione. L&#8217;impegno istituzionale non è completo, se non con l&#8217;impegno della società civile che contribuisce a diffondere un messaggio di pace e di dialogo&#8221;: è la lettera  del Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni, letta daMaria Romana De Gasperi in apertura del Convegno &#8220;Europa e Mediterraneo: Italia &#8211; Ponte di Microimprese con Africa e M.O.&#8221;, organizzato a Roma l&#8217;8 aprile alla Camera dei Deputati dal &#8220;Comitato per una Civiltà dell&#8217;Amore&#8221; e dalla Federazione &#8220;Solidarietà Popolare&#8221;.  </span></p>
<p><span lang="AR-SA"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-268.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5650" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5650" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-268.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (268)" width="892" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-268.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 892w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-268-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-268-768x432.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 892px) 100vw, 892px" /></a></span></p>
<p><span lang="AR-SA">L&#8217;invito alla pace e alla cultura della solidarietà è ribadito dai vertici della chiesa cattolica nell&#8217;intervento di Sua Eccellenza Mons. Lorenzo Leuzzi, dal Sottosegretario di Stato alla Difesa Domenico Rossi,  dall&#8217;Ing. Giuseppe Rotunno. L&#8217;appello corale alla co-costruzione di nuovi percorsi di dialogo interculturale ed inter-religioso non può non tenere in considerazione  quelle condizioni necessarie per lo sviluppo della microimpresa nella Sponda Sud: lo sottolinea l&#8217;Ing. Giuseppe Rotunno, Segretario Generale del Comitato di Collegamento di Cattolici per una Civiltà dell&#8217;Amore, alla presenza del</span>l&#8217;incaricato d&#8217;Affari dell&#8217;Ambasciata della Lega Araba in Italia, Zouheir Zohairi.</p>
<p>A seguire, l&#8217;intervento del Prof. Foad Aodi che riporta le recenti attività sostenute in qualità di Focal Point italiano per l&#8217;Integrazione per l&#8217;Alleanza delle Civiltà Unaoc-Onu e  Presidente del Movimento Uniti per Unire e  delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai): &#8220;Gli arabi in Italia seguono il modello  di Papa Francesco, per abbattere le mura del pregiudizio con tutti coloro che vogliano aiutarli, per contrastare il terrorismo e l&#8217;immigrazione illegale. Mettiamo sul tavolo i nostri progetti proposti &#8211; aggiunge &#8211; per la costruzione dell&#8217;ospedale &#8220;Italia per la pace &#8221; presso la città di Jatt (Israele) e per lo sviluppo delle &#8220;buone pratiche&#8221;, che consentono la vita dell&#8217;integrazione, in Italia e nel Mediterraneo. Urge una Commissione del Governo italiano che si occupi del dialogo inter-religioso con tutte le Comunità musulmane, arabe e straniere in Italia, per promuovere una  firma di intesa ed accordo a favore della  libertà di culto che è una garanzia importante per la legalità e sicurezza nazionale.  Urge maggiore unità tra le Comunità musulmane e una maggior collaborazione con le Istituzioni italiane, dove si valorizzi la buona convivenza. Inoltre, ci appelliamo al Governo Egiziano per cooperare con il  Governo italiano nella ricerca della verità sul caso Regeni, per l&#8217;interesse comune, rafforzando la sicurezza internazionale, senza penalizzare la cooperazione economica, culturale, lo scambio socio sanitario e la ricerca&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Arricchisce la giornata il messaggio del  Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker  che esterna la  volontà di accogliere  la proposta dello sviluppo del fondo per le Micro imprese, in particolare modo di quelle femminili,  nell&#8217;area Mediterranea. L&#8217;evento si conclude  con gli interventi di ospiti illustri, tra i quali: Gianni Fontana , Presidente di Solidarietà Popolare; l&#8217;On. Vincenzo Scotti, il Dr. Carlo Masi e la Prof.ssa Anna Maria Cossiga, Ricercatrice in Geopolitica presso il Link Campus University.</p>
<p><span lang="AR-SA"><span style="font-size: large;"><i> </i></span></span></p>
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		<title>Siamo su RADIO DIRITTOZERO !</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2016 10:20:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Associazione per i Diritti umani è stata gentilmente ospitata da Radio Dirittozero: ecco il video dell&#8217;intervista. Ringraziamo tantissimo Luca Bauccio e Siham Lamoudni per l&#8217;opportunità e per il loro lavoro ! Intervista Radio Dirittozero&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="4lu5t-0-0"><span data-offset-key="4lu5t-0-0"><span data-text="true">L&#8217;Associazione per i Diritti umani è stata gentilmente ospitata da Radio Dirittozero: ecco il video dell&#8217;intervista. Ringraziamo tantissimo Luca Bauccio e Siham Lamoudni per l&#8217;opportunità e per il loro lavoro !</span></span></div>
<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="4lu5t-0-0"></div>
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<p><a href="https://www.facebook.com/DIRITTOZERO/videos/953632491370464/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Intervista Radio Dirittozero</a></p>
<p><script>// <![CDATA[
(function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/sdk.js#xfbml=1&#038;version=v2.3"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs);}(document, 'script', 'facebook-jssdk'));
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<div class="fb-xfbml-parse-ignore">
<blockquote cite="https://www.facebook.com/DIRITTOZERO/videos/953632491370464/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><p>Eccovi la bellissima puntata di Luca Bauccio con la sua ospite Alessandra Montesanto, vice presidente Associazione per i Diritti Umani e critico cinematografico e formatrice in materie di Storia del Cinema e Linguaggio audiovisivo. Forti contenuti in una puntata breve. Bella da vedere ed ascoltare.Buona visione! #periDirittiUmani #radioDirittoZero #staytunningwww.dirittozero.com</p>
<p>Pubblicato da <a href="https://www.facebook.com/DIRITTOZERO/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Radio Dirittozero</a> su Sabato 13 febbraio 2016</p></blockquote>
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		<title>La rivoluzione in Egitto: aspettative e contraddizioni</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2016 09:52:25 +0000</pubDate>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 25 gennaio si è celebrato il quinto anniversario della Rivoluzione in Egitto che ha portato alla deposizione del presidente Hosni Mubarak, al potere da trent&#8217;anni, rivoluzione attuata nel 2011 e che ha avuto conseguenze politiche e sociali difficili e contraddittorie, ancora in corso.</p>
<p>Per capire bene quali siano stati i motivi che hanno scatenato la Rivoluzione, quali le aspettative del popolo e quale sia la situazione attuale, pubblichiamo il video dell&#8217;incontro con il giornalista Giuseppe Acconcia, autore del saggio “Egitto, democrazia militare”, per Exòrma edizioni.</p>
<p>L&#8217;incontro è stato organizzato dall&#8217;Associazione per i Diritti umani che ringrazia il Bistrot del tempo ritrovato, Giuseppe Acconcia e Monica Macchi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://https://youtu.be/_RXafQ_KkSs?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://https://youtu.be/_RXafQ_KkSs?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dedichiamo il video e l&#8217;iniziativa a GIULIO REGENI.</p>
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