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	<title>regolamento Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Sea-watch: come la miopia politica del Governo italiano lede i diritti fondamentali</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jul 2019 09:56:01 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="633" height="1024" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/grazie-Carola-633x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12727" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/grazie-Carola.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 633w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/grazie-Carola-185x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 185w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /><figcaption>Disegno di Francesco Piobbichi</figcaption></figure>



<p>ASGI esprime soddisfazione per lo sbarco delle persone a bordo della Sea Watch 3 e gratitudine a tutti coloro che, ponendo in primo piano la salvaguardia della vita delle persone, hanno consentito tale risultato.</p>



<p>Allo stesso tempo ASGI ritiene necessario ribadire l’erroneità e la miopia della politica del governo italiano, di&nbsp;<strong>ottusa ostilità</strong>&nbsp;nei confronti delle imbarcazioni delle ONG che conducono attività di ricerca e soccorso nel mare Mediterraneo centrale e di&nbsp;<strong>criminalizzazione</strong>&nbsp;di coloro che supportano il diritto alla vita ed alla libertà di circolazione delle persone (politica che, iniziata con gli accordi con la Libia ed il cd. “codice di condotta del precedente Governo italiano ha, da ultimo, visto acutizzarsi gli effetti repressivi con l’incostituzionale d.l. 53/2019 approvato dall’attuale Consiglio dei Ministri – che auspichiamo non venga convertito in legge).</p>



<p><strong>Sbagliata</strong>&nbsp;in quanto non considera che l’attività di ricerca e salvataggio in mare da parte di organizzazioni umanitarie e di privati cittadini è la conseguenza della&nbsp;<strong>dismissione delle politiche pubbliche italiane ed europee in materia</strong>. Infatti, come è evidente, a partire dalla conclusione dell’operazione Mare Nostrum, non esiste oggi alcun efficace programma di ricerca e salvataggio delle persone in nel mare Mediterraneo centrale nonostante l’acuirsi dei motivi delle migrazioni di gran parte delle persone e, in particolare, quanto avviene in Libia.</p>



<p><strong>Sbagliata,</strong>&nbsp;in quanto omette costantemente di affermare che, salvo ipotesi da considerarsi marginali, non&nbsp;<strong>esiste alcun concreto meccanismo di ingresso legale in Italia,</strong>&nbsp;sia per i richiedenti asilo politico che per i cittadini stranieri in generale. Dunque i viaggi attraverso il mar Mediterraneo in condizioni di estrema precarietà e rischio sono una necessità determinata dalla politica di chiusura delle frontiere.</p>



<p><strong>Miope</strong>, in quanto il luogo unico per affrontare le vicende connesse agli ingressi di cittadini di Paesi terzi in Europa è&nbsp;<strong>l’Unione europea</strong>&nbsp;stessa e le sue istituzioni. Se il problema lamentato dal Governo italiano è l’ingente numero di richiedenti asilo che graverebbe sull’Italia (numero che, invero, non è mai stato eccezionale nella storia della Repubblica italiana, tanto meno negli ultimi anni, tanto è vero che da quando è drasticamente diminuito i problemi demografici italiani si sono ulteriormente acuiti) è evidente&nbsp;<strong>che l’unico modo per affrontarlo è la riforma del Regolamento UE n.&nbsp; 604/2013, cd. Regolamento Dublino</strong>, ovvero la normativa che regola i criteri di competenza degli Stati membri della Unione nel decidere sulle domande di asilo presentate da cittadini stranieri.</p>



<p>La riforma è necessaria per cambiare la norma in base alla quale le persone sono costrette (salvo casi eccezionali) a chiedere l’asilo nel primo Paese in cui arrivano e devono di fatto restare in tale Paese.</p>



<p><strong>Il Governo non dice</strong>&nbsp;che il Parlamento europeo ha approvato un testo di compromesso di riforma del Regolamento Dublino che, per quanto migliorabile, individuava criteri innovativi di determinazione dello Stato competente secondo un principio di redistribuzione delle persone tra i diversi Stati dell’Unione (tenendo conto anche dei legami significativi delle persone) e che il Movimento 5 Stelle ha votato contro tale proposta ed i deputati della Lega si sono astenuti.</p>



<p>Evidente che sia il voto contrario che l’astensione rappresentano la non volontà di questi due partiti, oggi al governo, di riformare il sistema Dublino per una più equa distribuzione in tutta l’Unione europea dei richiedenti asilo.</p>



<p><strong>Non è quindi credibile</strong>&nbsp;che, oggi, l’Italia ponga reiteratamente la questione preliminare della redistribuzione nell’Unione europea quale condizione dello sbarco delle persone salvate in fuga dalla Libia e potenzialmente richiedenti asilo, giacché&nbsp;<strong>la permanenza della rigidità dell’attuale Regolamento Dublino è responsabilità anche di questi partiti di governo</strong>.</p>



<p><strong>L’ipocrisia&nbsp;</strong>che caratterizza la propaganda governativa costringe le persone salvate in mare ed in fuga dalle atrocità subite in Libia (“certificate” anche dalla giustizia italiana) a diventare&nbsp;<strong>merce politica</strong>&nbsp;e a subire ulteriori umiliazioni e mortificazioni della loro dignità.</p>



<p><strong>Miope,</strong>&nbsp;in quanto l’attuale politica del governo manifesta di non avere alcuna prospettiva credibile per affrontare la questione sul lungo periodo, perché si basa su accordi con Stati fantoccio o in preda alla guerra civile (la Libia, ma non solo), ai quali ha delegato il compito di respingere i migranti in cerca di fuga dai propri Paesi, così garantendo la&nbsp;<strong>permanenza della filiera criminale</strong>&nbsp;che conduce le persone (come merci) nei centri di detenzione ove sono vendute, torturate, stuprate ed uccise.</p>



<p>Nello specifico degli accordi con la Libia, questi seguono criteri di convenienza ed espongono l’Italia e l’Europa al continuo ricatto da parte di miliziani e dittatori, esaltati ad interlocutori istituzionali. &nbsp;</p>



<p>A chiusura di questa ennesima vicenda,&nbsp;<strong>ASGI invita a monitorare</strong>&nbsp;sulle condizioni di accoglienza dei migranti sbarcati a Lampedusa all’interno del locale hotspot, considerato che troppo spesso, anche negli ultimi mesi, si sono accertate palesi violazioni dei diritti delle persone&nbsp;<strong>trattenute illegalmente e senza adeguata assistenza.</strong></p>



<p><strong>ASGI esprime solidarietà e vicinanza alla Comandante della nave Sea Watch 3, Carola Rackete</strong>, sbeffeggiata senza pudore da chi dovrebbe rappresentare le più alte istituzioni italiane, con un accanimento che trova spiegazione nella bassa cultura della violenza, anche solo verbale, rivolta ad una donna, svilendo il ruolo pubblico che ella riveste.</p>



<p>ASGI auspica che la magistratura italiana voglia correttamente inquadrare la posizione giuridica della Comandante della Sea Watch3 e sappia adeguatamente considerare la responsabilità che la stessa, per 17 giorni, ha dovuto accollarsi per fare fronte alle carenze degli Stati dell’Unione europea: Carola Rackete ha salvato delle persone destinate ad affogare e dunque ha rispettato un obbligo giuridico universale.</p>



<p>ASGI, nel contempo, sollecita l’avvio di una rigorosa inchiesta sulle eventuali responsabilità, anche in sede penale, della condotta tenuta, a diversi livelli, dalle autorità italiane in relazione al rispetto delle norme internazionali in materia di soccorso in mare e per avere rallentato ed ostacolato in ogni modo le operazioni di soccorso dei naufraghi una volta che la Sea Watch3 ha fatto ingresso nelle acque territoriali.</p>



<p>Non vanno confusi il diritto alla vita ed i principi di solidarietà umana e sociale, compresi in precise norme giuridiche, con i desideri e le ipocrisie del potere esecutivo di turno.</p>



<p><strong>I diritti delle persone vanno rispettati sempre ed ovunque</strong>, “<em>senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali</em>.” (art. 3 della Costituzione).</p>
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		<title>Big Data e profili di responsabilità d’impresa: le novità del GDPR</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Aug 2018 07:58:28 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/gdpr_1040880751.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11149" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/gdpr_1040880751.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1000" height="563" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/gdpr_1040880751.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/gdpr_1040880751-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/gdpr_1040880751-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a></b></span></span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">
<p style="text-align: left;" align="RIGHT">di Fabiana Brigante</p>
<p align="JUSTIFY">Le innovazioni nelle tecnologie dell&#8217;informazione e della comunicazione e Internet hanno rivoluzionato le forme di interazione tra individui. Da un lato, queste tecnologie sono considerate strumenti cruciali per migliorare il godimento dei diritti umani, come l&#8217;accesso all&#8217;informazione, il diritto a un livello di vita adeguato, all&#8217;istruzione, alla salute e allo sviluppo. D&#8217;altra parte, i cambiamenti nelle tecnologie hanno aumentato le opportunità per gli Stati di sorvegliare ed intervenire nella vita privata dei propri cittadini.</p>
<p align="JUSTIFY">Sorveglianza e censura nel regno digitale rappresentano una seria minaccia per il godimento, rispettivamente, dei diritti alla privacy e alla libertà di espressione; anche se gli Stati hanno il potere di comprimere, a determinate condizioni ed entro certi limiti, questi diritti &#8211; per esempio, nel cercare di indagare sulla commissione di un crimine o impedire la diffusione di discorsi di incitamento all&#8217;odio e pornografia infantile – l’interesse alla tutela della sicurezza pubblica può facilmente degenerare in interferenze illecite o arbitrarie che mettono a repentaglio il godimento dei diritti umani da parte degli individui.</p>
<p align="JUSTIFY">Mentre la responsabilità delle violazioni dei diritti umani è in primo luogo dei governi, le società, in particolare i fornitori di servizi Internet (Internet Service Providers), svolgono un ruolo centrale nel fornire agli Stati i mezzi necessari per perpetrare gli abusi sopra citati. Non solo i providers possono filtrare o censurare le informazioni, ma possono diventare veri e propri ‘informatori’ dei governi, fornendo a questi ultimi i dati raccolti dagli utenti online o rivelando la loro identità.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma come possono le imprese interferire con il diritto alla privacy dei propri utenti? I cambiamenti nella tecnologia e l&#8217;emergere di nuovi modelli di business hanno permesso alle aziende di raccogliere, archiviare, manipolare e condividere quantità crescenti di dati dei consumatori. Nella vita di tutti i giorni, infatti, le persone producono un&#8217;enorme quantità di dati raccolti, raccolti e analizzati dalle società; questo fenomeno ha assunto il nome di &#8220;Big data&#8221;. Questa raccolta e il salvataggio dei dati consentono alle aziende di focalizzare meglio la propria pubblicità; nel 2012, ad esempio, il New York Times ha spiegato come la catena di distribuzione Target Corporation potesse determinare dalle abitudini di acquisto delle donne se esse fossero o meno in dolce attesa. I telefoni cellulari sono in grado di calcolare la posizione dei loro proprietari, i portatili memorizzano gli acquisti online, le auto moderne registrano la velocità nella loro scatola nera.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 2013 un tecnico della National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti, Edward Snowden, rivelò l&#8217;esistenza di Prism, un programma di sorveglianza di massa che monitorava l&#8217;attività di Internet e telefonica di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Si trattava di sorveglianza di massa indiscriminata, avente come obiettivi privati cittadini e istituzioni di vari paesi, inclusi alleati occidentali degli Stati Uniti e membri della NATO. Ancora, e più di recente, l’inchiesta su Cambridge Analytica – che rivelò come la società di analisi di dati legata all&#8217;ex consigliere di Trump, Steve Bannon, aveva violato 50 milioni di profili Facebook per influenzare le elezioni – ha puntato ancora una volta i riflettori sui pericoli che nell’era digitale minano il nostro diritto alla riservatezza.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 27 aprile 2016, l&#8217;Unione Europea ha adottato il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR); esso è divenuto applicabile in tutti gli Stati dell’Unione a partire dal 25 maggio 2018. Il GDPR riconosce che, mentre il libero flusso di informazioni è essenziale per il commercio, le informazioni personali devono essere protette per salvaguardare i diritti e le libertà fondamentali, in particolare il diritto alla privacy.</p>
<p align="JUSTIFY">Il GDPR impone a qualunque ente o azienda, a prescindere dal luogo in cui sia collocata la sede legale e che fornisca servizi a cittadini dell’Unione, di osservare e garantire regole per la protezione e l’utilizzo dei dati forniti dagli interessati per il servizio richiesto e di sorvegliare attraverso apposite strutture operative responsabili il rispetto delle stesse, informando tempestivamente le vittime di eventuali violazioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Uno dei punti centrali del GDPR ruota attorno al concetto di accountability, o anche responsabilizzazione. A tal proposito emergono le figure de il titolare del trattamento e il responsabile del trattamento. Il primo, così come definito dall’art. 4 del GDPR, ha il compito di determinare “le finalità e i mezzi del trattamento di dati personali”; il responsabile del trattamento invece è individuato quale soggetto che “tratta dati personali per conto del titolare del trattamento”. Mentre sul titolare del trattamento grava l’obbligo di attuare politiche adeguate in materia di protezione dei dati, incluse la formazione del personale e la documentazione delle violazioni dei dati personali, il responsabile del trattamento è tenuto, tra le altre cose, ad obblighi di trasparenza verso il titolare e ad adottare tutte le misure tecniche ed organizzative tese a garantire la sicurezza dei dati. L’approccio scelto dal GDPR è adesso proattivo e non più reattivo, in quanto i singoli titolari sono chiamati a decidere quale sia il modo migliore per rispettare la disciplina del Regolamento nell’ambito dello specifico trattamento effettuato; la valutazione dei rischi per i diritti e le libertà degli interessati posti dalle specifiche attività di trattamento di dati personali è rimessa di fatto a ciascun titolare. Il GDPR, tuttavia, introduce alcuni criteri specifici che i titolari dovranno rispettare e che li potranno guidare nell’applicazione della disciplina, tra i quali rilevano, quelli di “privacy by design” e “privacy by default”. Il primo indica l’obbligo di prevedere già in fase di progettazione dei sistemi informatici e applicativi, di sistemi che tengano costantemente sotto controllo i rischi che il trattamento può comportare per la tutela degli interessati. Per “privacy by default”, invece, si intende la necessità, tutte le volte in cui un soggetto ceda i propri dati ad un terzo, dell’esistenza di una procedura interna che preveda e disciplini le modalità di acquisizione, trattamento, protezione e modalità di diffusione. Si parla dunque di ‘responsabilizzazione’ in quanto sono le imprese ad essere chiamate a compiere una valutazione delle attività che comportano trattamento e circolazione di dati personali e, sulla base di tale analisi, identificare i possibili rischi che possano derivarne per i diritti e le libertà degli individui coinvolti e predisporre un sistema di misure di sicurezza adeguate per porre in essere una protezione dei dati che sia effettiva.</p>
<p align="JUSTIFY">Il GDPR, inoltre prevede la designazione della figura del Data Protection Officer (DPO), in italiano Responsabile della protezione dei dati, da parte del titolare del trattamento e del responsabile del trattamento; questa figura prima dell’entrata in vigore del Regolamento esisteva solo in alcuni ordinamenti degli Stati europei. Il DPO ha, in primo luogo, il compito di vigilare sull’osservanza del GDPR da parte dei titolari che gli affidano tale incarico. Tra le mansioni svolte dal DPO si possono annoverare: i) la raccolta di informazioni per individuare i trattamenti svolti; ii) l’analisi e la verifica della conformità dei trattamenti al Regolamento; iii) l’attività di informazione, consulenza e indirizzo nei confronti di titolare o responsabile. Altro compito affidato al DPO è quello di assistere il titolare del trattamento dei dati nello svolgimento della valutazione d’impatto sulla protezione dei dati.</p>
<p align="JUSTIFY">Per quanto riguarda il sistema sanzionatorio previsto dal GDPR, esso si fonda principalmente sulla previsione di sanzioni amministrative pecuniarie. Quando sia accertata la violazione delle norme sancite dal Regolamento, l’autorità di controllo competente (in Italia, l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali) potrà individuare la sanzione ritenuta più adeguata al caso concreto. Inoltre il Regolamento prevede la possibilità per le Autorità garanti di adottare anche misure di tipo correttivo, come ad esempio ammonimenti al titolare e al responsabile in caso di violazioni della normativa, oppure imporre limitazioni ai trattamenti, fino a vietarli completamente.</p>
<p align="JUSTIFY">Pochi giorni fa, precisamente l’8 agosto, è stato approvato il decreto legislativo di armonizzazione del Codice Privacy (d.lgs. n. 196/2003) e delle altre leggi dello Stato alla normativa europea. Sebbene i regolamenti europei siano, per definizione obbligatori in tutti i loro elementi e direttamente applicabili in tutti gli Stati membri, senza dunque bisogno di strumenti nazionali di recepimento o implementazione, nel caso del GDPR il legislatore europeo del 2016 ha preferito lasciare agli Stati alcuni margini di manovra. Sono comunque fatti salvi per un periodo transitorio i provvedimenti del Garante e le autorizzazioni, che saranno oggetto di successivo riesame, nonché i Codici deontologici vigenti.</p>
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		<title>Mare nero, mare nero, mare ne</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Mar 2016 10:36:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>  di Cecilia Grillo &#160; 6 maggio 2011, Libia, sono 750 a bordo di una grande nave, eritrei, bangladesi, somali, arabi, ne muoiono 650, 400 erano ammassati nella stiva, loro muoiono per primi, erano&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Cecilia Grillo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">6 maggio 2011, Libia, sono 750 a bordo di una grande nave, eritrei, bangladesi, somali, arabi, ne muoiono 650, 400 erano ammassati nella stiva, loro muoiono per primi, erano stati chiusi dentro.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Siamo a Lampedusa, è il 3 ottobre 2015, sono 366 le vittime morte in mare ufficialmente accertate, 360 erano eritrei.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">A 800 metri dall&#8217;Isola dei Conigli il peschereccio si ferma, probabilmente c’è un’avaria. Passano due grandi navi, ma proseguono dritto, il peschereccio inizia a imbarcare acqua.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">I traghettatori avevano compattato 250 persone su una piccola barca, chiedendo a tutti di stare fermi e non muoversi perché per portare a termine la traversata si doveva mantenere un certo “</span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>balance”,</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> così lo chiamavano, la barca altrimenti si sarebbe rovesciata. Passano le ore, la gente si agita, il trafficante di uomini per riportare il silenzio infuoca un panno e lo sventola in aria. Le persone si muovono spaventate, il “</span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>balance”</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> viene meno e la barca si ribalta, solo 36 persone si salvano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Sempre a Lampedusa, è l’11 ottobre 2013, sono 268 i siriani morti in mare. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Tre sono state le chiamate del barcone naufragato alla marina nautica italiana, la risposta dopo due ore invece è stata solo una e coincisa: “Chiamate Malta, è l’autorità di competenza”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Libia, 14 settembre 2014. 224 morti: solo 26 delle 250 persone che si trovavano a bordo del barcone a largo della Costa libica vengono tratte in salvo. “Ci sono così tanti morti che galleggiano sul mare”, queste le parole del porta voce della marina libica Ayub Quassem.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">21 settembre 2014. 55 morti. 120 ragazzi africani erano partiti la notte precedente, il gommone su cui viaggiano si sgonfia e lanciano un SOS, arriva una grande nave con scritto “Malta”, li vede, li supera, passano le ore, sopraggiunge un altra grande nave con scritto “Malta”, questa volta si ferma, gettano una corda e nel tentativo di qualcuno di afferrarla il gommone si ribalta, il personale della nave rimane immobile per un&#8217;ora e mezza a guardarli annegare, dopodiché raccoglie i superstiti, sono 55 i morti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">19 aprile 2015, un peschereccio con 900 migranti si capovolge, sono 28 i superstiti che vengono recuperati, più di 800 i morti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">E così si potrebbe continuare all&#8217;infinito: 12 maggio 2008, un barcone di migranti va alla deriva, 47 sono i morti per fame e freddo buttati in mare successivamente dai compagni, 2 giugno 2011,70 i dispersi, 12 gennaio 2012, un gommone con 55 somali è andato alla deriva, 12 luglio 2012, 54 morti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">La morte in mare durante la traversata è solamente uno dei tanti rischi che deve essere disposto a correre chi intraprende il viaggio verso l&#8217;Europa.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Perché non iniziare dai traghettatori, i trafficanti di uomini, cui ci si rivolge per intraprendere la traversata. I migranti e i rifugiati vanno incontro agli abusi lungo tutto il viaggio organizzato dai trafficanti, dall&#8217;Africa orientale e occidentale verso le coste della Libia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">I traghettatori spesso sono farabutti, alcuni stuprano le donne prima di intraprendere il viaggio, altri picchiano i migranti, negano per giorni acqua, cibo e cure mediche, li obbligano a buttarsi in acqua anche se non sanno nuotare. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Alcuni scafisti segnano con i coltelli la testa dei migranti distinguendoli in base all&#8217;etnia, altri li picchiano con cinture e li rinchiudono per giorni in stive senza acqua e senza cibo. Alcuni migranti durante il viaggio muoiono asfissiati, soffocati, altri muoiono schiacciati, altri ancora perché gli sono state gettate in mare le medicine necessarie per la loro sopravvivenza.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Ma tutto ha inizio ben prima, quando si tenta di raggiungere la Libia. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Uno dei rischi maggiori per i subsahariani è quello di essere catturato dai trafficanti o da altre bande locali a scopo di estorsione o essere venduto a questi dagli stessi traghettatori che organizzano il viaggio.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Ci sono dei centri, in generalmente abitazioni in disuso o locali abbandonati, in cui vengono tenuti e torturati i prigionieri incatenati sotto terra, nelle cantine delle case o in caverne buie, fino a quando la famiglia non paga per il loro rilascio. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Le cifre dei riscatti sono sui 30/40 mila dollari a persona, insostenibili per le famiglie delle persone rapite, che si indebitano per affrontarle.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Non ci sono molte vie d&#8217;uscita: o si paga, o si rimane in schiavitù.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">I centri detentivi più conosciuti sono quelli del deserto del Sinai. Intorno a queste prigioni gira un traffico milionario: stando alle stime di Meron Estefanos fra il 2009 e il 2013 almeno 30mila persone sono state sequestrate nel Sinai, per cifre che si aggirano intorno ai 622 milioni di dollari.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Inizialmente le vittime erano tutti migranti provenienti dal Corno d&#8217;africa, ma col passare del tempo i trafficanti si sono concentrati sugli eritrei.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Questo cambio di rotta è dovuto alla diaspora fra Israele e l&#8217;Europa, al fatto che sembrino gli unici in grado di pagare e perchè maggiormente in fuga a causa del totalitarismo del loro governo e della leva militare obbligatoria permanente a partire dal diciassettesimo anno di età; gli addestramenti iniziano a undici anni.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Una volta arrivati in questi centri di prigionia si viene torturati, gli schiavisti danno il telefono al migrante di turno, gli dicono di chiamare la famiglia per ottenere il riscatto e, appena qualcuno risponde all&#8217;altro capo del telefono, vengono inferte loro le peggiori torture in modo che urlino di più.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Le torture sono fra le più svariate, oggetti di plastica bruciati e fatti colare sul corpo e sul viso, tagli su cui viene cosparso sale o peperoncino, stupri, pestaggi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">I migranti vengono messi in container di blastica ardenti e lasciati lì per giorni sotto il sole del deserto.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">I superstiti del Sinai sono subito riconoscibili: hanno mani, piedi e schiena bruciati, volti tagliati, ferite inferte su tutto il corpo, a molti mancano delle dita perché vi è stata sciolta della plastica sopra tanto bollente da far squagliare la pelle.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Per non parlare poi della vendita di organi. A chi non può permettersi di pagare il riscatto viene proposto di vendere un organo, qualcuno accetta, altri no. Spesso dopo violenti pestaggi i corpi esanimi vengono presi e portati in una stanza separata, arriva un medico con una borsa frigo, inietta un anestetico con una siringa e dopo un po&#8217; se ne va, sono stati ritrovati molti corpi con cicatrici di operazioni e suture in diversi punti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Gli eritrei hanno un rischio in più rispetto agli altri: se vengono scoperti in fuga dalla polizia locale vengono etichettati come oppositori al regime e vengono scortati nei campi di concentramento eretti da Isaias Afewerki. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">I campi più conosciuti sono Eiraeiro, Wi&#8217;a, Track B, le isole Dahlak. Qui i detenuti vengono sottoposti alle peggiori torture: frustate sulla pelle nuda con cavi elettrici, appesi a testa i giù, picchiati per un nonnulla e lasciati per giorni senza cibo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">I corpi sono putridi, sporchi, pieni di insetti, rinchiusi in stanze piccolissime e buie.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Se anche i migranti riescono a superare tutti questi ostacoli e uscire dall&#8217;Africa a bordo di un peschereccio c&#8217;è sempre il rischio, come abbiamo visto prima, di morire in mare. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Un rischio elevatissimo di morire annegato perché l&#8217;imbarcazione va a fondo, di morire soffocato nelle stive o schiacciato dagli altri corpi, di morire per l&#8217;assenza di medicine, o perché i barili di benzina si rovesciano nella stiva. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Tutto il percorso è ovviamente scandito dalle continue sevizie e maltrattamenti compiuti dai traghettatori.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Ma non è ancora finita: anche per chi riesce a superare tutti questi ostacoli, in ogni caso, non è ancora finita.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Una volta giunti in Italia deve avvenire il riconoscimento per poter accedere alla domanda di asilo nel nostro Stato.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Chi non riesce ad essere identificato perché non in possesso di documenti viene etichettato come migrante irregolare e inserito nei CTP, dei centri di espulsione e di permanenza temporanea, che hanno 90 giorni per individuare lo Stato di appartenenza del migrante e rimandarlo indietro.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Anche in questi centri i trattamenti sono fra i peggiori, continui pestaggi e condizioni disumane; quando i detenuti tentano di fuggire vengono ridotti a carne da macello e a volte addirittura spediti in uno Stato di appartenenza in realtà mai individuato perché le guardie e gli operatori non saprebbero come giustificare le loro condizioni fisiche.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">E in ogni caso non è ancora finita.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">L’Italia non è la tappa finale di molti dei migranti, spesso sono gli stati nordici, in cui possono trovare più tutele e sussidi sociali. Altre volte il passaggio non avviene dalla Libia, ma dalla Grecia, o intraprendono la lunga rotta dei Balcani. E il viaggio continua . </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Ma chi mai farebbe una cosa del genere? Chi mai lascerebbe la propria famiglia, il proprio lavoro, la propria casa, gli amici per intraprendere un viaggio al termine del quale se sei fortunato ti ritrovi senza due dita o senza tuo fratello che è morto in mare, o senza un rene perché ti è stato asportato? Un viaggio che può durare mesi o anni e durante il quale con buone probabilità trascorrerai del tempo in prigioni simili a gulag? Quanto li pagheranno per intraprendere un viaggio di questo tipo? Niente! Non solo non vengono pagati, loro stessi pagano cifre sui 1.500 euro per essere maltrattati, abusati, picchiati e infilati nelle stive di barche, da cui potrebbero non uscire più. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">E perché tutto questo? Perché sarebbero disposti a tutto questo? Perché i loro paesi sono in guerra o perché quando escono di casa rischiano di rimanere uccisi dall’esplosione di una bomba? O forse perché non vogliono vedere il figlio di 12 anni imparare ad usare una pistola anziché studiare le equazioni? Magari perché si sentono abbandonati dal resto del mondo e dagli enti internazionali che poco fanno per soccorrerli? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">E perché noi non li capiamo? Cosa c’è di così difficile da capire nella disperazione di chi è disposto a rischiare la vita pur di scappare?</span></span></p>
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