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	<title>retribuzione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Primo Maggio, non dimentichiamoci del Gender Pay Gap</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2022 08:55:34 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Ilaria Damiani</p>



<p></p>



<p>Oggi, primo maggio, ricorre la Festa dei Lavoratori.</p>



<p>Essa è una Festività internazionale che in Italia viene celebrata con il concerto di Roma in Piazza San Giovanni in Laterano.</p>



<p><strong>Origini</strong></p>



<p>La nascita della festività risale al 1889, quando a Parigi, durante la Seconda Internazionale (organizzazione internazionale fondata nella stessa Metropoli e nello stesso anno dai partiti socialisti e laburisti europei), nacque l’idea di indire una manifestazione per chiedere la riduzione della giornata lavorativa dalle 16 alle 8 ore.</p>



<p>Come data della manifestazione venne scelto simbolicamente il Primo Maggio, per ricordare gli scioperi di Chicago del 1° maggio 1886 che culminarono il successivo 4 maggio nella Rivolta di Haymarket.</p>



<p><strong>Gender Pay Gap</strong></p>



<p>Dalla fine dell’800 ad oggi la situazione per i lavoratori è sicuramente migliorata sotto molteplici aspetti; tuttavia, quando parliamo del lavoratore e delle sue battaglie ancora da combattere e vincere per il riconoscimento dei propri diritti, urge fare qualche riflessione sulle donne lavoratrici.</p>



<p>L’articolo 37 della nostra Costituzione dichiara che <em>“la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l&#8217;adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.”</em></p>



<p>Purtroppo, rispetto a quanto dichiarato dalla Costituzione, c’è ancora molta strada da fare perché si realizzi la parità retributiva tra uomo e donna.</p>



<p>In un rapporto del Censis del 2019 si parla del “<em>talento femminile mortificato</em>” in quanto, nonostante la donna “consegua risultati migliori in ambito scolastico (voto medio alla laurea di 103,7 per le donne e di 101,9 per gli uomini – fonte Censis)”, essa sul lavoro subisce una marcata disparità di trattamento rispetto all’uomo.</p>



<p>Sempre secondo il Censis, le donne in posizione apicale rappresentano solo il 27% del totale dei dirigenti, mentre il 32% delle donne lavoratrici è costretto a svolgere un lavoro a tempo parziale per potersi occupare anche della famiglia. Quest’ultimo aspetto si traduce in una minore possibilità di fare carriera, “un trattamento retributivo ridotto” e, ovviamente, in una pensione più bassa.</p>



<p>Il Gender Pay Gap complessivo (o<em> divario retributivo di genere</em>) è, secondo la definizione di Eurostat, “la differenza tra il salario annuale medio percepito dalle donne e quello conseguito dagli uomini. In Italia tale divario è del 44% rispetto al 40% nel resto dell’Unione Europea.</p>



<p>Lo stesso Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha sottolineato che il divario retributivo in Italia è uno dei più alti in Europa.</p>



<p>Il gap riflette innanzitutto le tante criticità che la donna affronta quando si affaccia sul mercato del lavoro. Esse danno luogo a un minor tasso di occupazione e di conseguenza a un numero ridotto di ore retribuite. Una delle principali difficoltà consiste senz’altro nel coniugare l’attività lavorativa con la famiglia, azione resa ancora più difficile dall’ insufficienza di efficaci soluzioni strutturali e da una inadeguata flessibilità oraria concessa dai datori di lavoro. Inoltre, la donna si ritrova sovente a interrompere la carriera per dedicarsi alla cura dei figli o alla funzione di caregiver familiare (spesso svolta dalle donne) per l’assistenza a un congiunto ammalato e/o disabile, o altro ancora.</p>



<p><a></a> Ovviamente lavorando di meno si viene retribuiti di meno, ma essendo la donna uno dei fulcri della società per il ruolo fondamentale che svolge, è doveroso attivarsi perché essa raggiunga l’uguaglianza di genere, creando le condizioni affinché, come i suoi colleghi, possa godere di un reddito adeguato, fonte di dignità, indipendenza economica e riconoscimento sociale, potenziando tutte quelle azioni (presenza diffusa degli asili nido aziendali, l’utilizzo dell’orario flessibile su vasta scala, banca delle ore lavorate ecc.) che servono &#8211; in parte &#8211; a rimuovere gli ostacoli alla coesistenza della famiglia e della carriera e a favorire la conciliazione fra gli impegni professionali e quelli personali.</p>



<p>Tuttavia, ciò che impatta maggiormente sul divario retributivo di genere e che indigna di più è la remunerazione oraria minore a parità di mansione.</p>



<p>C’è da chiedersi: “ma qual è il vero motivo che spinge alcuni datori di lavoro a retribuire in misura inferiore le donne rispetto agli uomini, pur in presenza del dettato della Costituzione, di una legislazione vigente sulle pari opportunità e di una normativa appena entrata in vigore, come riportato più avanti?”.</p>



<p><a></a> A mio parere, senza voler rievocare antichi e superati stereotipi, che vedevano nella procreazione il principale dovere di una donna (ideologia fascista), siamo di fronte a un problema culturale che stenta ad essere debellato completamente, ancora agganciato all’idea recondita e ingiustificata che le performance delle donne siano inferiori rispetto a quelle prodotte dal “sesso forte” perché, in quanto donne, si è distratte dai tanti impegni familiari, il che motiverebbe una remunerazione inferiore, nonostante la parità di risultato, di mansioni e di ore lavorate.</p>



<p>Se il legislatore è intervenuto ancora una volta sulla necessità della pari retribuzione per le stesse mansioni ciò significa, evidentemente, che l’esempio di smisurata bravura fornitoci nei secoli e negli anni più recenti da stuoli di donne, brillanti protagoniste nei settori più disparati della scienza, della letteratura, della politica, solo per citarne alcuni, da Marie Curie a Rita Levi Montalcini, da Rosalind Franklin a Margherita Hack, non ha contribuito a sradicare quello che ormai è solo un pregiudizio.</p>



<p>Viene in mente un film americano, Funny Money, in cui la protagonista, Laurel Ayres (interpretata dall’immensa Whoopi Goldberg), brillante consulente finanziario di Wall Street, scopre che al suo posto è stato promosso il socio, palesemente meno bravo di lei. Messasi in proprio e accortasi che gli importanti imprenditori americani, con cui deve necessariamente entrare in contatto per lavorare, la boicottano perché donna, operante peraltro in un settore, quello dell’alta finanza, di esclusivo appannaggio degli uomini, decide di travestirsi da anziano uomo bianco. In breve tempo, così camuffata, diventa molto apprezzata e richiesta. Una volta raggiunto il pieno successo, rivela il suo genere, prendendosi un’ampia rivincita per il rifiuto e l’emarginazione subita da un ambiente di lavoro decisamente sessista.</p>



<p>Occorre dunque rimuovere i pregiudizi nei confronti delle donne lavoratrici, favorire la loro formazione, individuare tutti gli strumenti utili ad agevolarne l’ingresso nel mondo del lavoro, incoraggiando la prosecuzione delle carriere.</p>



<p>Negli ultimi anni, invece, a complicare la situazione delle donne lavoratrici è sopraggiunto il Covid. In un documentario della CBS “Women in the Workplace: The Unfinished Fight for Equality” è emerso che con la pandemia molte donne sono tornate a svolgere esclusivamente i tradizionali ruoli di genere: infatti la recessione dovuta al Covid ha visto soprattutto le donne perdere il lavoro.</p>



<p>Da tutto quello che emerge, la parità tra uomini e donne in ambito lavorativo sembrerebbe una chimera.</p>



<p>Uno spiraglio perché questa situazione cambi definitivamente lo si può trovare in ambito legislativo. Nel 2006 venne emanato il d.lgs. n. 198 (il famoso Codice delle pari opportunità) e dal 3 dicembre 2021 è entrata in vigore la legge sulla parità salariale (Legge 5 novembre 2021 n. 198) che ha apportato modifiche al d.lgs. del 2006. Questa nuova legge istituisce, a partire dal 1° gennaio 2022, la cosiddetta “certificazione della parità di genere” al fine di “<em>attestare le politiche e le misure concrete adottate dai datori di lavoro per ridurre il divario di genere in relazione alle opportunità di crescita in azienda, alla parità salariale a parità di mansioni, alle politiche di gestione delle differenze di genere e alla tutela della maternità</em> (art. 4 L.162/2021)”.</p>



<p>Chi sarà in possesso di questo certificato avrà diritto ad uno sgravio contributivo e verranno riconosciuti ulteriori benefici ai datori di lavoro.</p>



<p>Si spera che questa legge costituisca il caposaldo necessario per un’autentica svolta, affinché la donna possa godere anche di fatto degli stessi diritti dell’uomo e possa aspirare a raggiungere i livelli più alti in ambito lavorativo, senza per questo dover rinunciare ad un suo, eventuale, desiderio di maternità.</p>



<p>Che questo primo maggio possa essere un momento per riflettere anche sui diritti della donna lavoratrice e che il suo talento, impegno e sacrificio non venga più considerato sprecato.</p>
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		<title>Donne e discriminazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2019 07:14:35 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Foto dalla Campagna UNWOMEN </b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/unwoman-campagna.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12181" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/unwoman-campagna.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="225" /></a></span></span>di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY">Nell’anno 2019, dove modernità e tecnologia sono i capisaldi della nostra società, possiamo ancora affermare che esistono discriminazioni tra uomini e donne?</p>
<p align="JUSTIFY">Molti potrebbero pensare che quello della disparità tra uomo e donna non sia un problema presente in tutte le società. Rispetto a cinquant’anni fa le donne lavorano, in alcuni casi anche a tempo pieno; hanno la possibilità di scegliere da sole il proprio destino, di divorziare dal proprio compagno e di vestire come meglio credono. Si tratta senza dubbio di conquiste importanti, che tuttavia non annullano del tutto le differenze di genere ancora presenti anche in Occidente.</p>
<p align="JUSTIFY">Negli anni, dalla conquista del diritto al voto, le donne hanno sempre più visto crescere i loro diritti e il loro ruolo nella società. Nulla di più vero ma anche nulla di più contestabile. In Italia non vi sono “palesi” discriminazioni, né sul posto di lavoro né nella vita ma guardando più a fondo i dati si scopre che solo il 22% dei dirigenti in Italia sono donne, contro il 78% degli uomini (Fonte: Il Sole 24 Ore), la maggior parte delle quali si trova in Lombardia e Lazio.</p>
<p>Inoltre, secondo il Global Gender Gap Report 2017, su 144 Paesi esaminati, l’Italia si piazza al 126esimo posto per la parità retributiva tra uomini e donne, e al 118esimo per la partecipazione delle donne all’ economia. <span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Art. 37 Costituzione: </span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Una pratica molto distante dalla teoria dunque che crea barriere legali che limitano l’accesso delle donne al mondo del lavoro e ristringono la possibilità di arrivare ad una vera equità di genere che, è stato dimostrato, ha effetti negativi anche sulla crescita globale.</p>
<p align="JUSTIFY">Ogni giorno, nel mondo del lavoro, le donne subiscono gli effetti della discriminazione di genere in tre ambiti: l’accesso al mondo del lavoro, le carriere e i salari. Ma come ha fatto il genere a trasformarsi in un giudizio di valore diverso per donne e uomini? La presenza di una società prettamente maschilista sia sotto il punto di vista politico che religioso. Il mondo religioso, per l’appunto, è tra i più ostili al cambiamento per quanto riguarda l’entrata delle donne come capi religiosi.</p>
<p align="JUSTIFY">Certo, rispetto a qualche anno fa le donne hanno più facilmente accesso al mondo del lavoro, ma difficilmente arrivano a ricoprire posizioni importanti. Fattore ancora più importante, è quello del gap salariale: secondo un rapporto dell’Onu, nel mondo le donne guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Questo accade perché solitamente lavorano meno ore retribuite, operano in settori a basso reddito o sono meno rappresentate nei livelli più alti delle aziende. Ma anche, semplicemente, perchè ricevono in media salari più bassi rispetto ai loro colleghi maschi per fare esattamente lo stesso lavoro. Esistono poi dei settori in cui le presenze femminili vengono ancora accettate a fatica: le donne sono considerate universalmente più adatte a lavorare in settori come istruzione e cura, mentre sono guardate con scetticismo se sognano di diventare informatici, ingegneri o tecnici.</p>
<p align="JUSTIFY">Insomma, per quanto sia innegabile il raggiungimento di importanti traguardi, la strada lungo la parità assoluta è ancora lunga. Tocca alla scuola operare affinché le visioni retrogade sulla donna spariscano una volta per tutte, con immediati benefici anche per la società. E’ infine necessario un intervento decisivo della politica: servono leggi mirate per garantire parità di trattamento e pieno rispetto delle regole sui luoghi di lavoro e nei pubblici uffici. Solo con uno sforzo congiunto l’uguaglianza non sarà più soltanto un miraggio.</p>
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		<title>Rapporto OXFAM: cresce il divario tra ricchi e poveri</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2019 07:52:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 2018: 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos.&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Nel 2018: 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo <span lang="zxx"><a href="https://www.oxfam.org/en/pressroom/pressreleases/2019-01-18/billionaire-fortunes-grew-25-billion-day-last-year-poorest-saw?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener">rapporto Oxfam 2019</a> </span>pubblicato alla vigilia del meeting annuale del <span lang="zxx"><a href="https://tg24.sky.it/economia/2019/01/19/davos-2019-temi-ospiti.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">Forum economico mondiale di Davos</a></span>. Anche l&#8217;Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell&#8217;intera ricchezza nazionale. L&#8217;aumento della povertà estrema, secondo Oxfam, colpisce, prima di tutto, i contesti più vulnerabili del nostro pianeta, uno su tutti l&#8217;Africa subsahariana.</p>
<p>Il sistema fiscale: pesa di più sulle categorie più povere della società tassando i redditi da lavoro e consumo. Le imposte sul patrimonio, come quelle immobiliari, fondiarie o di successione hanno subito, infatti, una riduzione &#8211; o sono state eliminato del tutto &#8211; in molti paesi ricchi e vengono a malapena rese operanti nei paesi in via di sviluppo. L&#8217;imposizione fiscale a carico dei percettori di redditi più elevati e delle grandi imprese si è significativamente ridotta negli ultimi decenni. Secondo l&#8217;Oxfam, se I&#8217;1% dei più ricchi pagasse appena lo 0,5% in più in imposte sul proprio patrimonio, si avrebbero risorse sufficienti per mandare a scuola 262 milioni di bambini e salvare la vita a 100 milioni di persone nel prossimo decennio.</p>
<p>Un tema importante affontato nel Rapporto Oxfam riguarda la disuguaglianza di genere. A livello globale, infatti, gli uomini possiedono oggi il 50% in più della ricchezza netta delle donne e controllano oltre l&#8217;86% delle aziende. Il divario retributivo di genere è pari al 23% in favore degli uomini. In più, in questo dato non si tiene conto del contributo gratuito delle donne al lavoro di cura. &#8221;Le persone in tutto il mondo sono arrabbiate e frustrate – spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia &#8211; Ma i governi possono apportare cambiamenti reali per la vita delle persone assicurandosi che le grandi aziende e le persone più ricche paghino la loro giusta quota di tasse, e che il ricavato venga investito in sistemi sanitari e di istruzione a cui tutti i cittadini possano accedere gratuitamente. A cominciare dai milioni di donne e ragazze che ne sono tagliate fuori. I governi possono ancora costruire un futuro migliore per tutti, non solo per pochi privilegiati. È una loro responsabilità&#8221;.</p>
<p>A livello globale, i servizi sanitari sono sistematicamente sottofinanziati o esternalizzati ad attori privati. La conseguenza è che i più poveri rischiano di venirne spesso esclusi. In molti Paesi una sanità di qualità sono diventate un lusso che solo i più ricchi possono permettersi. Ogni giorno 10 mila persone nel mondo muoiono perché non possono permettersi le cure mediche. Uguale situazione per quanto riguarda l&#8217;istruzione.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Bloody fish</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2019 07:44:26 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_224968781713901.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11960" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_224968781713901.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="299" height="168" /></a></p>
<p lang="it-IT">di Cecilia Grillo</p>
<p lang="it-IT">L&#8217;industria dell’esportazione di frutti di mare, business dal valore di miliardi di dollari che vede coinvolti i mari e le coste tailandesi, risulta profondamente intaccata dal fenomeno delle violazioni di diritti umani. Nonostante le ripetute promesse da parte del governo locale di eliminare fenomeni quali schiavitù, lavoro forzato e la diffusa tratta di esseri umani nel settore peschereccio, abusi dei diritti umani sostanziali fanno da sfondo al panorama dell’industria ittica orientale.</p>
<p><span lang="it-IT">Steve Trent, direttore esecutivo della </span><span lang="it-IT">Environmental Justice Foundation</span><span lang="it-IT"> (EJF), che ha lavorato con il governo tailandese nell’implementazione delle sue riforme politiche, ha sottolineato come dovrebbe essere posta maggior attenzione al fine di assicurare che coloro che vendono prodotti ittici ai consumatori si assumano la responsabilità di garantire che le catene di approvvigionamento non agiscano in costante violazione di diritti umani.</span></p>
<p lang="it-IT">Le prime avvisaglie del fenomeno del traffico di essere umani all’interno dei pescherecci tailandesi sono riconducibili al periodo successivo alle devastazioni di Typhoon Gay del 1989, disastro che ha provocato l&#8217;affondamento di oltre 200 pescherecci e causato almeno 458 morti, per la maggior parte membri di equipaggi di pescatori della povera regione nordorientale della Tailandia.</p>
<p><span lang="it-IT">Mentre prima di tale calamità naturale le attività di pesca erano concentrate principalmente nel vicino Golfo tailandese e nell’Oceano delle Andamane, zone relativamente ricche di risorse marine e naturali, a seguito di Typhoon Gay gli equipaggi tailandesi hanno abbandonato il settore, lasciando i restanti proprietari di barche in un disperato bisogno di forza lavoro. Birmani, cambogiani e alcuni lavoratori migranti laotiani hanno iniziato a essere reclutati per rimpiazzare gli equipaggi tailandesi in rapido declino: migranti e </span><span lang="it-IT">brokers </span><span lang="it-IT">sono diventati i protagonisti di questo nuovo processo di tratta di esseri umani.</span></p>
<p lang="it-IT">Inoltre fra gli anni ‘70 e ‘80 la Tailandia è stata spettatrice di una rapida modernizzazione e industrializzazione del settore ittico dovuta al verificarsi di un significativo calo delle attività di pesca e soprattutto all’aumento dei costi di gestione e dei prezzi del carburante.</p>
<p lang="it-IT">Come risultato di Typhoon Gay, di questi e di altri fattori, il settore ittico tailandese è stato spettatore di cambiamenti drammatici che hanno riguardato sia il reclutamento della forza lavoro che le condizioni lavorative dei pescatori.</p>
<p><span lang="it-IT">Negli ultimi anni sono stati numerosi i </span><span lang="it-IT">report</span><span lang="it-IT"> di ONG e organizzazioni internazionali e centinaia le testimonianze che hanno evidenziato il peggioramento delle condizioni lavorative, estenuanti, a cui vengono sottoposti quotidianamente i pescatori, migrati in Tailandia nella speranza utopistica di ottenere migliori condizioni di vita e di lavoro.</span></p>
<p lang="it-IT">I pescherecci tailandesi percorrono le acque territoriali di dozzine di nazioni, in particolare Myanmar, Cambogia, India, Indonesia, Malesia e Vietnam, e viaggiano fino alla Somalia e in altre parti della costa dell’Africa orientale: negli ultimi quarant’anni, la Tailandia si è affermata come una delle principali nazioni produttrici di pesce del mondo.</p>
<p><span lang="it-IT">Tuttavia, con il passaggio del tempo si è sempre maggiormente sviluppato il fenomeno del traffico di esseri umani nei pescherecci tailandesi: Human Rights Watch ha rilevato molteplici fattori indicanti lo svilupparsi di pratiche di lavoro forzato che gli organi di ispezione tailandesi non riescono a gestire in modo adeguato o sistematico, fra questi sono comprese le cattive condizioni lavorative; la sottrazione dei documenti di identità dei pescatori da parte dei </span><span lang="it-IT">brokers</span><span lang="it-IT">; salari trattenuti; orari di lavoro eccessivi.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Molti pescatori migranti, che si recano in Tailandia nella speranza di poter ottenere le risorse necessarie per mantenere le proprie famiglie nelle povere regioni di Myanmar, Cambogia, Indonesia, vengono spesso ingannati o rapiti dai cosiddetti </span><span lang="it-IT">brokers</span><span lang="it-IT">, che li rivendono ai capitani tailandesi, per cifre comprese tra US $ 500 e US $ 1.000 per schiavo.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Un sondaggio del 2009 condotto dal </span><em><span lang="it-IT">United Nations Inter-Agency Project on Human Trafficking</span></em><span lang="it-IT"> (UNIAP) ha rilevato che il 59% dei migranti intervistati a bordo di imbarcazioni tailandesi ha testimoniato che almeno un proprio compagno, durante la permanenza in mare, è stato vittima di omicidio perpetrato da parte dei proprietari dei pescherecci.</span></p>
<p><span lang="it-IT">In una sentenza insolitamente critica dell’ILO </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">(</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>International Labour Organisation</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">), </span></span><span lang="it-IT">il governo tailandese è stato esortato a porre rimedio agli abusi perpetuati sulle navi da pesca che operano nelle acque tailandesi: il fenomeno del lavoro forzato è infatti ancora dilagante nonostante la nuova legislazione governativa e le continue pressioni da parte dell&#8217;UE e degli Stati Uniti.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Il reclutamento dei lavoratori nel settore della pesca tailandese rimane in gran parte disciplinato da processi di reclutamento informali che spesso sono connessi ad abusi e alla tratta di esseri umani. Molti pescatori vengono venduti ai proprietari di pescherecci (ad un certo prezzo pro capite, il </span><em><span lang="it-IT">ka hua</span></em><span lang="it-IT"><em>,</em> il costo addebitato dai trafficanti e pagato dai rappresentanti dei pescherecci per i pescatori vittime della tratta). Un pescatore trafficato deve in seguito lavorare per ripagare il proprio </span><em><span lang="it-IT">ka hua</span></em><span lang="it-IT"> prima di poter ricevere la retribuzione per il lavoro svolto. A seconda dell’ammontare del </span><em><span lang="it-IT">ka hua</span></em><span lang="it-IT">, un pescatore potrebbe lavorare da uno a otto mesi prima di poter ricevere qualsiasi tipo di retribuzione. </span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_2164568887206145.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11961" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_2164568887206145.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1320" height="770" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_2164568887206145.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1320w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_2164568887206145-300x175.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_2164568887206145-768x448.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_2164568887206145-1024x597.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1320px) 100vw, 1320px" /></a></p>
<p><span lang="it-IT">Secondo quanto riportato da </span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>GreenPeace International</i></span></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, </span></span></span><span lang="it-IT">in relazione al traffico di esseri umani celato dietro l’attività ittica svolta lungo le coste tailandesi, il pesce pescato con queste modalità “può finire nelle filiere delle grandi compagnie tailandesi che producono prodotti ittici per i mercati internazionali. In particolare, potrebbe esserci un elevato rischio che il pesce pescato da tali flotte sia stato utilizzato per produrre surimi o il cibo per animali, venduto poi nei supermercati di tutto il mondo, tra cui anche quelli italiani”.</span></p>
<p><span lang="it-IT">La Tailandia deve dotarsi di nuovi e ulteriori strumenti legali che trattino il lavoro forzato quale reato autonomo e che lo vietino in tutte le sue fattispecie. Il governo tailandese ha dichiarato che sta ora valutando attivamente la possibilità di ratificare il Protocollo ILO del 2014 relativo alla Convenzione sul lavoro forzato, che obbligherebbe la Tailandia a sviluppare pratiche volte a combattere il fenomeno del lavoro forzato. </span>Inoltre, alla Tailandia sarebbe richiesto di sviluppare un piano d’azione nazionale per adottare<span style="font-family: Georgia, serif;"> “</span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>effective measures to prevent and eliminate its use, to provide to victims protection and access to appropriate and effective remedies, such as compensation, and to sanction the perpetrators of forced or compulsory labour”.</i></span></p>
<p>Il protocollo sollecita inoltre la Tailandia a<span style="font-family: Georgia, serif;"> “</span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>take effective measures for the identification, release, protection, recovery and rehabilitation of all victims of forced or compulsory labour</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">” </span>e aintraprendere <span style="font-family: Georgia, serif;">“</span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>efforts to ensure that … coverage and enforcement of legislation relevant to the prevention of forced or compulsory labour, including labour law as appropriate, apply to all workers and all sectors of the economy</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">”. </span></p>
<p lang="it-IT">Luisa Ragher, vicepresidente della delegazione dell’Unione europea in Tailandia, ha affermato che l’Unione Europea si impegna a lavorare a fianco del governo tailandese per affrontare le violazioni e gli abusi dei diritti dei lavoratori.</p>
<p lang="it-IT">Ha affermato infatti “il governo tailandese ha dato alta priorità alla risoluzione del problema del traffico di esseri umani e del lavoro forzato nei mari tailandesi. Ci sono ancora carenze, ma sono stati compiuti progressi e siamo fiduciosi del loro impegno per migliorare le cose. Stiamo lavorando intensamente all’apertura di una più ampia discussione sui diritti dei lavoratori”.</p>
<p lang="it-IT">Tante tuttavia sono le iniziative provenienti dal settore privato che possono essere condotte nel tentativo di ostacolare il fenomeno della tratta di esseri umani nei mari tailandesi, quali, fra le altre, supportare proposte internazionali intese ad aumentare la trasparenza e la tracciabilità nelle catene di approvvigionamento di prodotti ittici e l’impegno da parte di importatori e rivenditori di prodotti di pesca tailandesi nel dimostrare che le proprie catene di approvvigionamento sono esenti dalle pratiche del traffico di esseri umani e da altre violazioni di diritti umani.</p>
<p lang="it-IT">Inoltre anche i consumatori rivestono un ruolo importante nella riduzione del fenomeno della tratta degli esseri umani e del lavoro forzato, ad esempio tentando sempre di assicurarsi che tutti i prodotti ittici acquistati siano stati ottenuti attraverso l’utilizzo di pratiche sostenibili e senza l’impiego di manodopera trafficata o abusata.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Fast fashion, luxury fashion e i lavoratori invisibili in Puglia</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Nov 2018 08:38:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Grillo “Io sono pugliese e la Puglia non è il Bangladesh. Citano fonti sconosciute e dicono anche che in Italia non abbiamo una legge sul salario minimo e questo è grave. Le&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">di Cecilia Grillo</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Io sono pugliese e la Puglia non è il Bangladesh. Citano fonti sconosciute e dicono anche che in Italia non abbiamo una legge sul salario minimo e questo è grave. Le nostre sono aziende serie, se i subcontratti hanno fatto delle stupidaggini questo va perseguito, ma condividiamo tutti lo stesso contratto per la tutela dei lavoratori. Se poi volevano demonizzare il lavoro domestico trovo che sia sbagliato, ha un senso purché sia ben pagato.”</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Con queste parole Carlo Capasa, Presidente della Camera Nazionale della Moda, risponde all’inchiesta sul </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Made in Italy</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, pubblicata dal </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>New York Times</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, non a caso proprio in occasione della </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Milano Fashion Week</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> (che si tiene ogni settembre), organizzata dalla Camera Nazionale della Moda Italiana.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Per valutare la serietà delle accuse del New York Times, proviamo a capire meglio cosa si intende per </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>luxury fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> e qual’è il loro impatto sul settore della moda italiano.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Il concetto di </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, di cui purtroppo non si sente frequentemente parlare, affonda le sue radici nello sviluppo del fenomeno della cosiddetta “</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Quick Response</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">”, che si è evoluto dalla fine degli anni &#8217;70 e durante tutto il 1980, quando i fornitori americani di tessuti e abbigliamento hanno iniziato a subire forti pressioni competitive dall&#8217;Estremo Oriente, che esportava prodotti a costi notevolmente inferiori. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Secondo alcuni filoni dottrinali per </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> si deve intendere il comportamento delle aziende che cercano di soddisfare la domanda dei clienti fornendo la giusta quantità, varietà e qualità al momento giusto, nel posto giusto, al giusto prezzo. Da quando tuttavia un piccolo numero di organizzazioni di vendita al dettaglio ha adottato e implementato con successo il principio del </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, il settore l&#8217;ha percepito come un vantaggio competitivo, implementando tecniche di vendita che riuscissero a stare al passo con le richieste dei mercati internazionali.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Esempi di marchi cosiddetti </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> sono rappresentati da H&amp;M, Zara, Topshop, Mango e molti altri, che, con i propri prezzi ed offerte, sono stati in grado di attirare l’attenzione del consumatore tentato dalla moda, allo stesso tempo interpretando le tendenze delle passerelle con un </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>time-to-market</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> cosiddetto veloce. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Il </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> è indice di una produzione veloce, di capi di abbigliamento sempre di moda venduti a prezzi economici, che sono caratterizzati da un ricambio continuo e da qualità scadente; ma chi paga le conseguenze per il mantenimento di prezzi così bassi e di tale ricambio costante? La manodopera ovviamente. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Il </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, oltre ad essere causa del sempre maggiore sfruttamento dei lavoratori, contribuisce notevolmente all’inquinamento di mari e oceani laddove i capi siano stati realizzati con fibre sintetiche della plastica, oltre all’inquinamento chimico prodotto dalle fabbriche, quello dei pesticidi nei campi di cotone, lo spreco di acqua ed energia, malattie e dermatiti della pelle che affettano i lavoratori di tessuti sintetici o colorati.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">In riferimento al </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> queste le parole di Kirsten Brodde, che lotta per la campagna di Greenpeace “</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Detox my Fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">”: È difficile resistere al buon affare, ma </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> significa che noi consumiamo e gettiamo i vestiti più velocemente di quanto il pianeta possa sopportare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Elizabeth Paton e Milena Lazazzera, le due giornaliste che hanno condotto l’inchiesta per il </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>New York Times</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, sottolineano come proprio il lavoro a domicilio, praticato frequentemente nelle periferie pugliesi, in casa o in laboratori, rappresenti una delle basi fondanti del fenomeno del </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Costruite sulla miriade di piccole e medie imprese manifatturiere orientate all&#8217;esportazione, che costituiscono la spina dorsale italiana, le fondamenta secolari della leggenda del &#8220;</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Made in Italy</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">&#8221; si sono scosse negli ultimi anni sotto il peso della burocrazia, aumento dei costi e della disoccupazione, portando con sé una diminuzione dei salari e un aumento del numero di lavoratori irregolari sul suolo italiano.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Tuttavia i lavori tessili che vengono svolti a domicilio ad alta intensità di manodopera o che richiedono manodopera specializzata sono sempre esistiti in Italia e sono solo stati incrementati, ma non creati, dallo sviluppo del fenomeno del </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">. Secondo l’opinione prevalente la mancanza di un salario minimo nazionale stabilito dal governo ha reso più semplice per molti lavoratori che svolgono la propria mansione a domicilio essere pagati in nero e secondo </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>standard</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> molto più bassi rispetto ai minimi legali.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Secondo i dati riportati dall’Istat per l’anno 2017, 7.216 lavoratori a domicilio, di cui 3.647 operanti nel settore tessile, sono stati impiegati in Italia con contratti irregolari.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Schermata-2014-01-09-alle-18.02.561.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11656" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Schermata-2014-01-09-alle-18.02.561.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="575" height="422" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Schermata-2014-01-09-alle-18.02.561.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 575w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Schermata-2014-01-09-alle-18.02.561-300x220.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 575px) 100vw, 575px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Una delle ragioni per cui le retribuzioni lavorative per la produzione di indumenti e tessuti in questo tratto dell&#8217;Italia meridionale sono rimaste così basse è rappresentato dalla delocalizzazione, negli ultimi venti anni, della produzione tessile in Asia e nell&#8217;Europa dell&#8217;Est, che ha intensificato la concorrenza locale e che ha “costretto” i proprietari di fabbriche e industrie tessili a ridurre notevolmente i prezzi per poter essere competitivi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Ma non sono solo i marchi di </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, secondo quanto riportato dall’inchiesta del NYT, a sfruttare i lavoratori, anche i colossi della moda, le più famose </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>griffe</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, non rispettano quelli che sono gli </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>standard</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> minimi di tutela della propria manodopera, le condizioni e gli orari lavorativi previsti per legge, i salari corrispondenti ai minimi legali, etc.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Ed è qui che ritorniamo alla Puglia, dove alcune fra le più famose marche italiane sfruttano i lavoratori, pagando un euro all’ora sarte, prive di garanzie o assicurazioni, che tessono cappotti e abiti, destinati ad essere poi rivenduti sul mercato a prezzi fra i 1.000 e i 2.000 euro al capo, secondo quanto riportato dal NYT a seguito di interviste fatte a una sessantina di donne pugliesi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Ad oggi anche i più famosi marchi e </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>griffe</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, il cosiddetto </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>luxury fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, sottopagano e non rispettano i diritti dei propri lavoratori, infatti anche se negli ultimi anni alcuni fra questi hanno riportato la propria produzione tessile in Puglia, la gestione del mercato dei lavoratori è ancora saldamente nelle mani dei fornitori e degli industriali locali, i quali preferiscono utilizzare subfornitori o lavoratori a domicilio sottopagati.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Il lavoro al nero che le sarte pugliesi, e non solo, svolgono nei propri appartamenti o studi vengono infatti anche affidati in </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>outsourcing</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> dallo stabilimento locale che produce anche articoli di abbigliamento esterno per alcuni dei più noti marchi di lusso, tra cui Louis Vuitton, MaxMara e Fendi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Le storie delle sarte e delle operaie del meridione italiano parlano di donne costrette a ricorrere a turni straordinari, a miseri sussidi statali, a lavori secondari per poter arrivare a fine mese e per poter mantenere i propri figli, vincolate ad una qualità di vita assolutamente al di sotto della media, a impatti negativi sulla propria salute, alla difficile possibilità di accesso al sistema sanitario nazionale, alla cultura e all&#8217;istruzione secondaria.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Secondo quanto dichiarato dalla Lucchetti, portavoce dell’importante movimento di denuncia “</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Clean Clothes Campaign”, </i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">la Campagna Abiti Puliti, i cui membri da anni si battono per sensibilizzare e coinvolgere i consumatori riguardo alla tematica dello sfruttamento della manodopera del settore tessile: “</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>I marchi commissionano i primi appaltatori a capo della catena di fornitura, che poi commissionano ai subfornitori, che a loro volta spostano parte della produzione in fabbriche più piccole sotto la pressione di tempi di consegna ridotti e prezzi ridotti. Ciò rende molto difficile che ci sia sufficiente trasparenza o responsabilità. Sappiamo che il lavoro a casa esiste. Ma è così nascosto che ci saranno marchi che non hanno idea che gli ordini siano fatti da lavoratori irregolari al di fuori delle fabbriche contrattate […] e alcune aziende e griffe devono sapere che potrebbero essere complici</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">”.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Le prime battaglie per la tutela dei diritti dei lavoratori dovrebbero quindi partire proprio da quelle </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>griffe </i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">più famose, che potrebbero ad esempio richiedere ai fornitori con cui collaborano di firmare un </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Sustainability Commitment</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, di pagare ai propri dipendenti salari legali minimi, di riconoscere e compensare le ore di straordinario, di controllare che rientrino nei limiti legali e che rispettino la legge nazionale, e che dovrebbero porre termine ai rapporti commerciali nel caso in cui i fornitori non apportino i miglioramenti necessari e non rispondano ai requisiti richiesti.</span></span></p>
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