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	<title>riabilitazione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>E&#8217; vietata la tortura: nuovo report dell&#8217;associazione Antigone</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jun 2023 08:44:14 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Oggi pubblichiamo un approfondimento tratto dal nuovo report di associazione Antigone dal titolo: &#8220;E&#8217; vietata la tortura&#8221;.</p>



<p>In calce, potrete leggere molto altro del rapporto uscito nei giorni scorsi. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="538" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-1024x538.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17005" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-1024x538.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-300x158.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-768x404.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-1536x807.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2000w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h4></h4>



<h4>La rigida separazione tra donne e uomini in carcere. “Cose di un altro mondo”</h4>



<p> di Valeria Polimeni </p>



<p></p>



<p>Che il carcere costituisca una sorta di “mondo a sé” non è certo una novità: in quanto istituzione totale, esso è infatti caratterizzato da precise e peculiari regole che scandiscono minuziosamente la vita dei detenuti, intente, almeno in teoria, ad assicurare l’ordine e la sicurezza interna. Ma se la particolare durezza di tali norme e pratiche può trovare giustificazione nelle specifiche caratteristiche che differenziano il contesto penitenziario dalla comunità libera, non sempre la diversa regolazione della vita delle persone ristrette rispetto a quelle libere appare a priori ragionevole.</p>



<p>Solo nel 10% degli istituti penitenziari a “composizione mista” si registrano attività in comune di tipo formativo, professionalizzante, culturale o sportivo</p>



<p>È il caso, per esempio, di quella prassi, riscontrata nella maggior parte degli istituti penitenziari lombardi ospitanti donne e uomini, di mantenere una rigida separazione tra detenuti di sesso opposto nella gestione della vita penitenziaria quotidiana. Guardando, infatti, ai dati relativi alle visite svolte durante l’attività dell’Osservatorio di Antigone effettuate su tutto il territorio nazionale nel corso dell’anno 2022 emerge come i momenti trattamentali intramurari comuni tra donne e uomini ristretti siano molto scarsi: solo nel 10% degli istituti penitenziari a “composizione mista” si registrano attività in comune di tipo formativo, professionalizzante, culturale o sportivo (seppure in miglioramento in confronto all’anno precedente, rispetto al quale il tasso di istituti visitati con sezioni femminili in cui erano previste attività “miste” si attestava al 4,3%).</p>



<p>Questi dati nazionali risultano confermati anche nella più circoscritta realtà lombarda: nelle case circondariali di Milano San Vittore e Como e nella casa di reclusione di Vigevano, ad esempio, non si rilevano momenti di “socialità mista” tra detenuti di sesso opposto. Circostanza che vale anche per gli istituti di Bergamo e Brescia-Verziano, fatta eccezione per le rare occasioni di incontro che riguardano solamente le attività teatrali nel primo caso e quelle scolastiche nel secondo. Anche se è interessante notare come nella casa di reclusione di Brescia sia prevista la possibilità per donne e uomini di prestare attività lavorativa presso una cooperativa per il confezionamento di cialde di caffè, ma su turni rigorosamente separati. Singolare risulta poi l’esperienza della casa di reclusione di Bollate, in cui, rispetto al passato, si riscontra oggi una maggiore chiusura all’integrazione tra donne e uomini nelle attività trattamentali miste. Le uniche opportunità che si muovono in tal senso sono attualmente costituite dal progetto “Commissione cultura”, formato da una persona detenuta per ogni reparto (compreso quello femminile) e deputato ad organizzare la realizzazione di progetti e attività culturali da svolgersi in istituto, nonché dal progetto “Redazione Carte Bollate”, che vede impegnati settimanalmente donne e uomini detenuti insieme. Dal punto di vista professionale e lavorativo poi solo nell’attività di call center è prevista una partecipazione mista di (tre) donne e uomini detenuti. Inoltre, nella seconda casa di reclusione di Milano la possibilità di svolgere colloqui privati tra detenuti di sesso opposto richiede, secondo una curiosa prassi ormai consolidata nel tempo, che tra i medesimi vi sia stato un precedente periodo di scambio epistolare di almeno quattro mesi (di cui due con bollo affrancato e due senza).</p>



<p>Questi sporadici progetti costituiscono però una vera e propria eccezione. Nelle strutture penitenziarie promiscue la regola di fondo rimane, infatti, quella della ferrea separazione tra donne e uomini.</p>



<p>Questi sporadici progetti costituiscono però una vera e propria eccezione. Nelle strutture penitenziarie promiscue la regola di fondo rimane, infatti, quella della ferrea separazione tra donne e uomini, a fronte di quanto previsto dall’art. 14, co. 6, ordin. penit., secondo cui, com’è noto, le donne devono essere ospitate in istituti separati da quelli maschili oppure in apposite sezioni di questi ultimi.</p>



<p>«Uomo in sezione!»</p>



<p>A conferma della permanenza di questa tradizionale prassi, fanno riflettere lo stupore e l’imbarazzo del personale penitenziario – spesso percepiti durante le suddette visite sul territorio lombardo – di fronte alla richiesta di informazioni circa le possibilità di socialità intramurarie tra donne e uomini detenuti nel medesimo istituto, quasi come se si trattasse di domande dal contenuto scandaloso. Non solo, in alcuni casi questa angoscia tra gli operatori penitenziari nel gestire la popolazione detenuta nel rapporto con l’altro sesso non sembra rivolta solo alla parte maschile della popolazione ristretta, ma anche nei confronti delle persone di sesso maschile provenienti dalla comunità esterna. Invero, in occasione di alcune visite condotte insieme ad altri volontari di Antigone di entrambi i sessi, si è avvertito un certo senso di ansia tra gli educatori e il personale di polizia penitenziaria che ci ha accompagnato durante l’attività di osservazione quando ad entrare in contatto con le detenute della sezione femminile dell’istituto fossero volontari uomini. Ciò si è reso evidente dal “grido di allarme” che in quella circostanza ha preceduto l’entrata in reparto della componente maschile del gruppo: «Uomo in sezione!».</p>



<p>Questa prassi, se può costituire ordinaria amministrazione per gli addetti al mestiere, appare però inconsueta a chi, da esterno, osserva i meccanismi propri delle istituzioni totali, soprattutto perché, in quelle occasioni, un medesimo segnale non è stato rilasciato quando lo stesso gruppo di volontari (donne e uomini) si è recato nelle sezioni maschili dell’istituto; né tale pratica è stata osservata in altri istituti lombardi con sezioni femminili quando a svolgere la visita era una delegazione di volontarie formata interamente da donne.</p>



<p>Ebbene, queste non rare reazioni dimostrano quanto nel mondo penitenziario sia ancora inimmaginabile garantire alcuni diritti e libertà, che sono invece pienamente affermati al di fuori delle mura del carcere. Ci si riferisce, ovviamente, a quella sfera di «diritti sommersi», tra cui, anzitutto, il diritto all’affettività e sessualità in carcere, il quale, dopo la nota sentenza costituzionale n. 301/2012, è oggi nuovamente tornato in auge a seguito della recente questione di legittimità costituzionale, sollevata dal magistrato di sorveglianza di Spoleto, dell’art. 18 ordin. penit. nella parte in cui non prevede che al detenuto sia consentito, quando non vi siano ragioni di sicurezza, lo svolgimento di colloqui intimi (anche a carattere sessuale) con la persona convivente non detenuta, stante il controllo a vista da parte del personale di custodia. Antigone è peraltro entrata nel giudizio presentando un proprio atto di intervento.</p>



<p>È chiaro che quella resistenza del nostro legislatore e dell’Amministrazione penitenziaria a riconoscere momenti e spazi di socialità tra donne e uomini ristretti nel medesimo istituto penitenziario è riscontrabile ancora di più nell’assenza di luoghi e istituti giuridici che garantiscano alla popolazione penitenziaria (maschile e femminile) il diritto all’affettività con i propri cari. Da questo punto di vista, peraltro, l’ordinamento penitenziario per adulti sembra discostarsi da quello minorile, per il quale è invece oggi prevista, grazie alla riforma Orlando, la possibilità di usufruire, ai sensi dell’art. 19 d.lgs. n. 121/2018, di «visite prolungate» all’interno di apposite unità abitative con i propri familiari o con altre persone con le quali sussista un legame affettivo. Eppure, nemmeno ciò varrebbe ad affermare che almeno per i detenuti minorenni sia avvenuto un superamento della logica di separazione sottesa al rapporto con l’altro sesso, considerato il caso del carcere di Pontremoli, unico istituto penale minorile italiano interamente costituito da popolazione femminile.</p>



<p>La forzata separazione tra i due sessi in carcere appare, quindi, espressione di quel perdurante e dannoso approccio infantilizzante alla popolazione detenuta, secondo cui quest’ultima viene concepita come oggetto del trattamento, piuttosto che come insieme di persone titolari di diritti</p>



<p>La forzata separazione tra i due sessi in carcere appare, quindi, espressione di quel perdurante e dannoso approccio infantilizzante alla popolazione detenuta, secondo cui quest’ultima viene concepita come oggetto del trattamento, piuttosto che come insieme di persone titolari di diritti. Tale prassi risulta poi pericolosa anche perché ha senza dubbio favorito il radicarsi nel tempo dell’idea del carcere come istituzione pensata anzitutto a forma d’uomo, alle cui regole le donne detenute devono, in via residuale, adeguarsi.</p>



<p>Guardando, infatti, alle disposizioni contenute nella legge o nel regolamento penitenziario ci si accorge di come, nonostante le Regole di Bangkok per il trattamento delle donne detenute<a><sup>1)</sup></a>, nel nostro ordinamento non vi sia alcuna attenzione alle specifiche condizioni e ai peculiari bisogni delle donne ristrette e ciò probabilmente anche a causa dell’esiguo numero che esse rappresentano rispetto al totale della popolazione detenuta (il solo 4,2 %). Una situazione, questa, che permane malgrado la citata riforma dell’ordinamento penitenziario del 2018, la quale è intervenuta sul menzionato art. 14, co. 6, ordin. penit., prevedendo che nelle sezioni femminili di istituti maschili vi sia una dimensione minima di donne detenute «in numero tale da non compromettere le attività trattamentali», e ha introdotto, all’art. 31, co. 2, ordin. penit., la possibilità anche per la popolazione femminile di far parte delle rappresentanze dei detenuti e degli internati.</p>



<p>Costituendo, le donne detenute una minoranza e non essendo consentito loro di partecipare alle attività pensate principalmente per gli uomini, si determinano evidenti disparità trattamentali tra i due sessi</p>



<p>Costituendo, quindi, le donne detenute una minoranza e non essendo consentito loro di partecipare alle attività pensate principalmente per gli uomini, si determinano evidenti disparità trattamentali tra i due sessi, come evidenziato, in particolare riferimento al carcere di San Vittore, anche nel rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti in occasione delle visite effettuate in alcuni istituti penitenziari italiani nel 2022. Differenziazioni in tal senso sono rinvenibili altresì nella casa circondariale di Como, in cui la maggior parte delle offerte di trattamento sono destinate ai detenuti di sesso maschile, non essendo prevista alcuna attività lavorativa, ricreativa, sportiva o culturale specifica per le sezioni femminili. Del resto, ciò è confermato dal&nbsp;<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">primo rapporto di Antigone sulle donne detenute in Italia</a>, secondo cui risulta davvero difficile enucleare dai dati sulle offerte trattamentali intramurarie quelli specificamente destinati alla popolazione femminile, a riprova della scarsità di attività di questo tipo.</p>



<p>Importanti differenze di possibilità risocializzative si riscontrano poi soprattutto rispetto alle attività scolastiche, a cui generalmente le detenute possono accedere per i soli gradi inferiori di istruzione.</p>



<p>Nonostante la previsione di cui all’art. 19, co. 3, ordin. penit., che assicura la parità di accesso alla formazione culturale e professionale per le donne detenute e internate, importanti differenze di possibilità risocializzative si riscontrano poi soprattutto rispetto alle attività scolastiche, a cui generalmente le detenute possono accedere per i soli gradi inferiori di istruzione (come i corsi di alfabetizzazione), mancando nella maggior parte dei casi spazi e numeri sufficienti a consentire l’attivazione di corsi di istruzione di secondo livello o di corsi di studi universitari.</p>



<p>Per evitare allora che il carattere minoritario della popolazione detenuta femminile venga utilizzato come pretesto per giustificare la penalizzazione di fatto di un’intera categoria di persone che spesso si traduce in una carenza di risorse e attività risocializzative, sarebbe forse opportuno che, nel ripensare un diverso modello di amministrazione detentiva, ci si spogli di regole eccessivamente anacronistiche e afflittive, le quali, richiedendo una gestione separata della popolazione mista, implicano anche una differenziazione delle opportunità di reinserimento sociale, con il risultato di renderle poi nettamente sbilanciate a favore della componente maschile. Peraltro, una differente gestione della popolazione penitenziaria all’interno delle strutture promiscue consentirebbe anche il definitivo superamento di quelle logiche che spesso portano alla genderizzazione delle poche attività presenti nelle sezioni femminili, secondo cui alle detenute vengono generalmente offerte solo quelle attività ritenute più confacenti al genere femminile (quali, per esempio, attività di sartoria, ricamo, lavanderia, pasticceria, giardinaggio, estetista o parrucchiera).</p>



<p>Pertanto, laddove le fondamentali esigenze di sicurezza lo consentano, sarebbe davvero utile, sotto diversi punti di vista, sostenere una normalizzazione delle attività c.d. “miste”, nonché della socialità tra donne e uomini del medesimo istituto, al pari di quanto accade, d’altronde, nel mondo libero: non potendo ravvisarsi nulla di scandaloso o immorale nel garantire alle persone private della libertà personale quei diritti la cui restrizione o negazione non trova alcuna giustificazione plausibile se non quella di un’ulteriore afflizione. Il principio di separazione espresso dal citato art. 14, co. 6, ordin. penit. non dovrebbe, dunque, intendersi in senso assoluto: per evitare che alcuni gruppi rimangano privi di opportunità risocializzative sarebbe comunque possibile (se non doveroso) ipotizzare attività che coinvolgano insieme categorie disomogenee tra loro. In questo senso, proprio per attenuare il forte divario che rende il carcere una sorta di universo a parte rispetto al resto della società, negli istituti a prevalenza maschile che ospitano sezioni femminili si potrebbe favorire l’organizzazione di attività diurne comuni, partendo, ad esempio, dal campo educativo e formativo attraverso l’istituzione generalizzata di classi miste, oppure nell’ambito delle manifestazioni religiose. Ciò implicherebbe certamente anche un ripensamento degli spazi – già insufficienti – da destinare alle attività trattamentali, nonché delle tipologie di queste ultime: affinché, nella regolamentazione della gestione della vita quotidiana detentiva così come nell’offerta di opportunità di reinserimento sociale, possa finalmente rivolgersi la dovuta attenzione anche alla componente femminile della popolazione penitenziaria ed evitarne così la sua progressiva marginalizzazione.</p>



<p>L’auspicio, allora, è che il tema del rapporto con l’altro sesso riceva una maggiore attenzione all’interno delle politiche di management penitenziario, non fosse altro che per le evidenti e concrete ripercussioni che esso ha sulle condizioni di vita intramuraria delle persone ristrette.</p>



<p>L’auspicio, allora, è che il tema del rapporto con l’altro sesso riceva una maggiore attenzione all’interno delle politiche di management penitenziario, non fosse altro che per le evidenti e concrete ripercussioni che esso ha sulle condizioni di vita intramuraria delle persone ristrette.</p>



<p><strong>Breve bibliografia</strong></p>



<p>Dalla parte di Antigone. Primo rapporto sulle donne detenute in Italia, pubblicato in&nbsp;<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>F. Brioschi,&nbsp;<em>Donne ai margini di un carcere che parla al maschile</em>, 10 marzo 2023, in&nbsp;<a href="https://ristretti.org/donne-ai-margini-di-un-carcere-che-parla-al-maschile?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://ristretti.org/donne-ai-margini-di-un-carcere-che-parla-al-maschile?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>G. Masullo, V. Fidolini,&nbsp;<em>Sessualità negate? L’eros negli istituti penitenziari</em>, in Salute e Società, n. 1/2018, pp. 27 ss.</p>



<p>Report to the Italian Government on the periodic visit to Italy carried out by the European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CPT) from 28 March to 8 April 2022, pubblicato in&nbsp;<a href="https://www.coe.int/it/web/portal/-/il-comitato-anti-tortura-pubblica-il-rapporto-sull-italia?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.coe.int/it/web/portal/-/il-comitato-anti-tortura-pubblica-il-rapporto-sull-italia?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>S. Ronconi, G. Zuffa,&nbsp;<em>La prigione delle donne. Idee e pratiche per i diritti</em>, Roma, 2020</p>



<p>S. Talini,&nbsp;<em>L’affettività ristretta</em>, in M. Rutolo, S. Talini (a cura di), I diritti dei detenuti nel sistema costituzionale, Napoli, 2017, pp. 198 ss.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><th scope="row"><a>↑1</a></th><td>La Regola 1 delle Regole delle Nazioni Unite per il trattamento delle donne detenute stabilisce che: «Affinché sia messo in pratica il principio di non discriminazione, sancito dalla regola 6 delle Regole Minime per il trattamento dei detenuti, bisogna tener conto delle esigenze peculiari delle donne detenute per l’attuazione delle presenti regole. Le misure adottate per soddisfare tali necessità nella prospettiva della parità di genere non devono essere considerate discriminatorie».</td></tr></tbody></table></figure>



<p>PER LEGGERE IL REPORT: https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Quelle telefonate che ti &#8220;riattacano&#8221; alla vita</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Apr 2023 08:06:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani sottoscrive e divulga il seguente appello lanciato da Sbarre di zucchero Lettera aperta ai direttori penitenziari e, per conoscenza, al Capo DAP, dottor Giovanni Russo Al Direttore della Direzione&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>Associazione Per i Diritti umani sottoscrive e divulga il seguente appello lanciato da Sbarre di zucchero</p>



<p></p>



<p>Lettera aperta ai direttori penitenziari</p>



<p>e, per conoscenza, al Capo DAP, dottor Giovanni Russo</p>



<p>Al Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento, dottor Gianfranco De Gesu</p>



<p>Quelle telefonate che ti “riattaccano alla vita”</p>



<p>In un Paese in perenne emergenza, le uniche emergenze che quasi nessuno vuole vedere sono quelle che riguardano il carcere. Eppure è appena finito l’anno dei record, 84 suicidi, mai così tanti, e questa è una emergenza vera perché la gente sta morendo in carcere.</p>



<p>Sostiene uno dei massimi esperti di suicidi, lo psichiatra Diego De Leo, che certo prevenire i suicidi è molto difficile, ma almeno si può cercare di creare una forma di protezione: “Aumentare le opportunità di comunicazione e le connessioni con il mondo ‘di fuori’ non solo renderebbe più tollerabile la vita all’interno dell’istituto di detenzione, ma sicuramente aiuterebbe nel prevenire almeno alcuni dei troppi suicidi che avvengono ancora nelle carceri italiane”.</p>



<p>Quelle telefonate che sono un’accelerata agli affetti delle persone in carcere.</p>



<p>Scrive un detenuto: “Poter telefonare ogni giorno a casa aveva aiutato la mia famiglia a ritrovarsi. Ora ritornare da una telefonata al giorno a una telefonata a settimana di dieci minuti significa riperdersi. Questo periodo lo ricorderemo con i miei cari per esserci persi di nuovo”.<br>Secondo l’articolo 15 dell’Ordinamento penitenziario il trattamento del condannato e dell&#8217;internato è svolto anche “agevolando opportuni contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia”. Ma quei contatti sono invece una miseria: 10 minuti di telefonata a settimana e 6 ore di colloquio al mese, che vuol dire che un genitore detenuto può dedicare al figlio al massimo tre giorni all’anno.</p>



<p>Il Covid ha portato ulteriore isolamento e sofferenza, e anche le prime rivolte, i morti, la paura. Ma per fortuna qualcuno ha capito che non era la criminalità organizzata a far esplodere le carceri, ma l’angoscia e la rabbia delle persone detenute, spaventate di essere lasciate sole e di non sapere nulla del destino dei loro cari. E si è trovata l’unica soluzione accettabile, dare un’accelerata agli affetti delle persone in carcere introducendo “il miracolo” delle videochiamate e la forza che ti viene dalle telefonate quotidiane. E così le persone si sono ritrovate a chiamare casa molto più spesso, in alcune carceri anche ogni giorno, e a rivedere le loro case e le famiglie lontane con le videochiamate.</p>



<p>Gentili direttori, non è motivo “di particolare rilevanza” l’aver chiuso il 2022 con 84 suicidi?</p>



<p>“Radio carcere” dice che le telefonate a breve potrebbero non essere più quotidiane o comunque molto frequenti, ma noi non ci crediamo. Non vogliamo credere che i direttori, che hanno la possibilità di concedere più telefonate per motivi “di particolare rilevanza”, rinuncino a un potere, che per una volta è davvero un “potere buono”, di far star meglio le persone detenute, e soprattutto le loro famiglie. Certo, per chi ha figli minori dovrebbe restare in ogni caso la telefonata quotidiana, prevista dalla legge, ma tutti quei figli maggiorenni che per anni hanno avuto a disposizione solo dieci miserabili minuti settimanali per parlare con un genitore detenuto, perché devono essere di nuovo penalizzati dopo aver faticosamente ricostruito delle relazioni famigliari decenti con la chiamata quotidiana (o comunque molto frequente)?<br>Gentili direttori, non fateci tornare al peggio del passato, usate il vostro “potere” per prevenire i suicidi con quello straordinario strumento che può essere sentire una voce famigliare nel momento della sofferenza e della voglia di farla finita. Oltre alle videochiamate sostitutive dei colloqui e in numero non inferiore, lasciate le telefonate in più, in nome dell’emergenza suicidi, e anche per dare continuità a quella che la Corte Costituzionale nell’ordinanza N.162/2010 definisce la “progressività che ispira il percorso rieducativo del detenuto e che è tutelata e garantita dall’art. 27 della Costituzione, attraverso la previsione della finalità rieducativa della pena”.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1019" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-1019x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16940" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-1019x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1019w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-768x772.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1080w" sizes="(max-width: 1019px) 100vw, 1019px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="666" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-666x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16941" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-666x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 666w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-195x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 195w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-768x1180.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-999x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 999w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1041w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /></a></figure>



<p>Ornella Favero<br>Ristretti Orizzonti<br>Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia<br>Sbarre di zucchero<br>Gustavo Imbellone<br>Associazione A Roma Insieme &#8211; Leda Colombini<br>Associazione Per I Diritti Umani<br>Associazione Recidiva Zero<br>Francesco Pulpito<br>Licia Rita Roselli<br>Micaela Tosato<br>Associazione Loscarcere<br>Grazia Grena<br>Franca Garreffa<br>Donatella Corleo<br>Massimiliano Menozzi<br>Avv. Carlotta Toschi<br>Marco Costantini<br>Claudio Leone<br>Maria Teresa Caccavale<br>Associazione Happy Bridge<br>Ivano Bianco<br>Stefano Petrella<br>Antonio Sauchella<br>Moreno Zoli<br>Carla Benfenati<br>Associazione Lacasadellalbero<br>Giampaolo Zampieri<br>Arrigo Cavallina<br>Associazione Il Carcere Possibile Onlus<br>Tonino Di Toro<br>Monica Oliviero<br>Associazione Areyoureading?<br>Associazione Un Filo Rosso<br>Associazione Station to Station<br>Stefania Ghezza<br>Stefania Putelli<br>Nicola Dettori<br>Avv. Franco Villa Osservatorio Carcere UCP<br>Franco Greco<br>Associazione Catena in Movimento Onlus<br>Cooperativa Catena in Movimento 2.0<br>Imam Monhsen<br>Mauro Bini<br>Mirko Zorzi<br>Giampaolo Manca<br>Associazione Insieme Per Ricominciare Odv<br>Eleonora Rodella<br>Antonella Guastini<br>Sonia Paolini<br>Michele Nardi<br>Giovanni Arcuri<br>Gioacchino Onorati<br>Luigi Fontana<br>Altea Vaccaro<br>Francesco Crema<br>Stefania Anarkikka Spanò<br>Anarkikka<br>Associazione Diritti D&#8217;autore<br>Riccardo Sindoca<br>Quintino Duma<br>Nadia Palombi<br>Gruppo Padre Pio volontari a Rebibbia Reclusione<br>Assunta Onorato<br>Angela Castellino<br>Luca Zambon<br>Federico Osman<br>Monica Bizaj<br>Maurizio Mazzi<br>CRVG del Veneto<br>Piera Marziali<br>Avv. Enrica Giordano<br>Carmela Cioffi<br>MariaPia Giuffrida<br>Anna Maria Repichini<br>Susanna Ronconi<br>Associazione Sapere Plurale Torino<br>Marco Mareschini<br>Cecilia Scolari<br>Ahmed Abdelrahman<br>Grazia Zuffa<br>Società della Ragione Onlus<br>Emanuela Amato<br>Cosp Coordinamento Sindacale Penitenziario Cosp Bari<br>Emanuela Belcuore Garante delle persone private della libertà personale Città di Caserta<br>Samuele Ciambriello Garante delle persone private della libertà personale Regione Campania<br>Carmelo Musumeci<br>Annarosa Lorenz<br>Dialdim Abdelrahman<br>Avv. Enrico Marignani<br>Cinzia Cerullo<br>Carla Cecchi<br>Angela Verde<br>Bianca Verde delegata di Sinistra Italiana alle politiche sociali e pari opportunità Napoli<br>Associazione Damm<br>Associazione Sgarruppato<br>Associazione Spartak San Gennaro<br>Ida Petricci<br>Marcella De Girolamo<br>Luisa Ravagnani Garante delle persone private della libertà personale Città di Brescia<br>Padre Vittorio Trani Cappellano Carcere di Regina Coeli Roma<br>Associazione&nbsp;<a href="http://vo.re.co/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vo.Re.Co</a>&nbsp;Roma<br>Don David Maria Riboldi Cappellano Casa Circondariale di Busto Arsizio<br>La Valle di Ezechiele Cooperativa sociale<br>Fabrizio Maiello<br>Marie Verducci</p>



<p>Per sottoscrivere come singole persone o associazioni inviare adesione via mail a&nbsp;<a href="mailto:sbarredizucchero@gmail.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sbarredizucchero@gmail.com</a></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://fonts.gstatic.com/s/e/notoemoji/15.0/1f534/72.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="&#x1f534;"/></figure>



<p>La lettera verrà inviata via PEC a tutte le direzioni degli Istituti Penitenziari italiani<br>Al Presidente della Repubblica italiana Mattarella<br>Al Ministro della Giustizia Nordio</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Prendiamoci la libertà. Una guida per chi sta per uscire dal carcere</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2021 07:35:03 +0000</pubDate>
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<h2></h2>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.antigone.it/images/articoli/prendiamoci_la_libert%C3%A0.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="prendiamoci la libertà"/></figure>



<p>&#8220;Prendiamoci la Libertà. Cosa fare quando si esce dal carcere&#8221; è una mini guida che Antigone, grazie al supporto dell&#8217;Ambasciata degli Stati Uniti d&#8217;America a Roma, ha realizzato per i detenuti e le detenute che sono prossimi a fare il loro ritorno in libertà.</p>



<p>Il momento del fine pena rappresenta per molti ex detenuti una fase di disorientamento e questa piccola guida si pone l&#8217;intento di fornire informazioni semplici e di aiuto immediato.</p>



<p>La guida si occupa anche di problemi burocratici legati al mondo del lavoro, al sussidio in caso di disoccupazione e agli eventuali strascichi che una detenzione si porta con sé. Due sezioni sono dedicate alle questioni aperte con carcere e giustizia, dalle spese di mantenimento alla richiesta, nella maggior parte dei casi trascorsi tre anni dalla fine della pena, della riabilitazione penale. Inoltre vi sono contenute informazioni utili per ottenere documenti di identità, certificati anagrafici e anche per trovare un medico di famiglia&#8221;.<br>Infine, soprattutto per quanto riguarda la città di Roma, sono riportati degli indirizzi utili in caso di necessità primarie, come un pasto caldo, un posto per dormire o un centro che possa affrontare il problema della dipendenza da sostanze.</p>



<p><a href="https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/Prendiamocilalibertaguida.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>LEGGI E SCARICA LA GUIDA</strong></a></p>
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		<title>Comunicare il carcere. Rifestival, Bologna 2019</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 09:16:35 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/04/18/comunicare-il-carcere-rifestival-bologna-2019/">Comunicare il carcere. Rifestival, Bologna 2019</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/20190413_122755.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12326" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/20190413_122755.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="4608" height="2240" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/20190413_122755.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 4608w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/20190413_122755-300x146.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/20190413_122755-768x373.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/20190413_122755-1024x498.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 4608px) 100vw, 4608px" /></a></b></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Durante il Rifestival (Bologna 2019) la conferenza “Comunicare il carcere” a cura di Elton Kalica, Antonio Ianniello e Valerio Pascali</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><i><b>Associazione Per i Diritti umani</b></i></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"> propone, come sempre, alcuni spunti di riflessione e di dibattito, riportando alcune parti di ciò che è stato riferito dai relatori. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><b>Elton Kalica</b></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Università di Padova, Ristretti Orizzonti</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Il carcere è un&#8217;istituzione che viene data ancora per scontata. Noi vogliamo che non sia una realtà isolata dal contesto sociale, ma vogliamo affermare l&#8217;importanza della riabilitazione dei detenuti e il loro eventuale reinserimento nel tessuto comunitario. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">A causa della ricerca della notiziabilità, da parte dei mass-media, le narrazioni passano in secondo piano, invece noi vogliamo rimetterle al primo posto.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Parlo del carcere dal punto di vista interno perchè sono stato dentro a lungo. I mass-media raccontano il Penale in un modo che spesso non corrisponde alla realtà e, per me, dare un&#8217;informazione diversa è una battaglia costante.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Il messaggio della stampa è che , in Italia, ci sia una Giustizia che non funziona, che le pene siano insufficienti, manchi la certezza della pena e si criticano le attenuanti. Questo tipo di comunicazione, in realtà, disinforma perchè io ad esempio ho visto arrivare in prigione persone dopo 10/15 anni dal momento in cui avevano commesso il reato e che, nel frattempo, avevano cambiato vita. Mi occupo, inoltre, di “Convict criminology”: si tratta di un nuovo approccio che intreccia strumenti teorici con l&#8217;esperienza di vita detentiva e ho svolto la mia ricerca etnografica sul lavoro in carcere. Questo può essere utile, ma può far emergere anche aspetti di sfruttamento. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Per capire, quindi, la realtà effettiva bisogna fare esperienza dall&#8217;interno e io ho potuto farla prima come detenuto, poi come attivista e ora come ricercatore.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><b>Valerio Pascali</b></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Associazione Antigone-Emilia Romagna</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">In Italia, a differenza degli Stati Uniti, ho trovato difficoltà a svolgere le ricerche a causa della chiusura delle amministrazioni penitenziarie che vogliono rimanere tali. Per poter approfondire la situazione nelle nostre prigioni si deve far riferimento ai report garantiti dalle associazioni preposte; difficile, per il ricercatore, per il sociologo, entrarvi a causa della diffidenza nei confronti della ricerca sociale. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Ricordiamo che per Goffman il carcere è un&#8217;istituzione totale, quella in cui un gruppo di persone è tagliato fuori dalla società con una rottura delle barriere che separano i diversi aspetti della Vita perchè questi si svolgono nello stesso luogo, a stretto contatto con gli altri, a ritmi stabiliti, con attività forzate. Questo induce alla spersonalizzazione dell&#8217;individuo: il Sè dei detenuti è sottoposto a continue degradazioni.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Il carcere è rappresentativo dell&#8217;intera società per il multiculturalismo, per le differenze di comportamenti, di età, dei problemi psicologici dei detenuti e non è detto, quindi, che il pluralismo sia sempre positivo. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Si deve, inoltre, guardare ad ogni istituto come a un micro istituto sociale all&#8217;interno della comunità più grande all&#8217;interno del quale il detenuto modifica la sua personalità con un adattamento progressivo alla comunità carceraria che culmina con l&#8217;identificazione totale con l&#8217;ambiente, tanto da non riuscire poi più a reinserirsi in un altro tipo di società. E questo è contrario all&#8217;obiettivo delle misure riabilitative.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Dopo il caso Torregiani, con la sentenza-pilota della Corte europea dei Diritti dell&#8217;Uomo, sono state proposte alcune iniziative volte a umanizzare alcune forme di detenzione e poi: meccanismi deflattivi (apparentemente stabili), sezioni specifiche per reati specifici, carceri modello a vocazione trattamentale&#8230;</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Dal 2013 è stata aperta anche la sorveglianza dinamica (celle aperte durante il giorno con videosorveglianza), sono state inserite diverse figure professionali a sostegno dei detenuti. Però i tratti innovativi si basano NON su norme legislative, ma dall&#8217;amministrazione penitenziaria, per cui risultano deboli e questo è un problema perchè lo spazio e il tempo definiscono la quotidianità dei reclusi e servono per un loro progressivo avvicinamento all&#8217;uscita dal carcere, momento molto delicato della loro vita.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Il miglioramento, infine, è ancora insufficiente anche per la capienza degli istituti, per le celle troppo piccole, per la mancanza di igiene.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><b>Antonio Ianniello</b></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Garante del Comune di Bologna</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">La prerogativa del garante riguarda la vigilanza dei luoghi che privano della libertà personale: delle carceri per minori, per adulti, delle camere di sicurezza e delle Rems Residenze per l&#8217;esecuzione delle misure di sicurezza), dopo il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Spesso le carceri vengono ubicate alla periferia delle città, in spazi marginali e questo ha allontanato la presa di coscienza di quella che è la tutela dei diritti dei detenuti. Il garante deve avere, invece, questa priorità. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Nel 2009 la figura del garante viene consacrata a livello legislativo con la possibilità di effettuare colloqui riservati con la popolazione carceraria, senza limitazioni numeriche e senza previa autorizzazione. E questo è positivo per la raccolta dei dati necessaria alle narrazioni dall&#8217;interno, come si diceva prima, e per approntare istanze di miglioramento. Bisogna, infatti, ricordare che il garante non ha poteri autoritativi, ma verifica le condizioni e le raccoglie le singole storie. Se svolto in maniera costante e corretta, il lavoro del garante può essere importante e utile.</span></p>
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		<title>Sanità. Il diritto alla riabilitazione per le persone disabili, il diritto alle cure adeguate</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Feb 2018 09:33:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Sanità, Foad Aodi (OMCeO  Roma) presenta  il patto #UnitiperlaRiabilitazione al Convegno ANISAP, SIMFER e UNITI per UNIRE Si è svolto a Roma, lo scorso 22 febbraio,  il Convegno &#8220;ORGANIZZAZIONE DELLE PRESTAZIONI DI RIABILITAZIONE&#46;&#46;&#46;</p>
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<div dir="auto"><strong>Sanità, Foad Aodi (OMCeO  Roma) presenta  il patto #UnitiperlaRiabilitazione al Convegno ANISAP, SIMFER e </strong></div>
<div dir="auto">
<p><strong>UNITI per UNIRE</strong></p>
</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/image-medici-1-1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="wp-image-10240 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/image-medici-1-1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="191" height="255" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/image-medici-1-1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/image-medici-1-1-225x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/image-medici-1-1-768x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" /></a></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Si è svolto a Roma, lo scorso 22 febbraio,  il Convegno <strong>&#8220;ORGANIZZAZIONE DELLE PRESTAZIONI DI RIABILITAZIONE SPECIALISTICA AMBULATORIALE&#8221;</strong>, organizzato da SIMFER, Feder ANISAP, Collegio dei Professori Ordinari, SIRN e Movimento Internazionale &#8220;UNITI PER UNIRE&#8221;. I lavori sono stati coordinati ed introdotti dal <strong>Prof. Raffaele Gimigliano</strong> di Napoli, dal <strong>Prof. Pietro Fiore</strong> di Bari che ha presentato le linee guida sulle attività ambulatoriali elaborate dalla SIMFER, dal <strong>Prof. Valter Santilli</strong> di Roma che ha sottolineato come, alla luce della legge Gelli sulla responsabilità in ambito sanitario è obbligatorio che la struttura che prescrive una prestazione fisioterapica la deve anche eseguire. Al Convegno ha dato anche un contributo sul piano organizzativo il <strong>Prof. Foad Aodi,</strong> Consigliere dell’Ordine dei Medici ed Odontoiatri di Roma, il <strong>Dott. Sandro Capici</strong> e molti Dirigenti responsabili di strutture pubbliche (ospedaliere, universitarie e territoriali) e private accreditate con il SSN per le attività ambulatoriali di fisioterapia di tutta Italia. Dal dibattito è scaturito che le attività ambulatoriali di riabilitazione devono essere implementate per facilitare il recupero funzionale e dare autonomia alle persone con disabilità che dopo le fasi acuta e post- acuta ospedaliera per un evento morboso  devono poter accedere con facilità agli ambulatori per proseguire e ricevere le cure fisioterapiche adeguate. Inoltre, per una popolazione che oggi ed ancor più nei prossimi anni, in virtù dello aumento della vita media, avrà problemi di cronicità e complessità delle malattie, la riabilitazione ambulatoria, che è una specialità medica e non solo tecnica professionale, nel territorio dovrà svolgere un ruolo fondamentale per migliorare la qualità della vita delle persone. Le proposte scaturite dal dibattito del Convegno saranno orientate alla facilitazione dell’accesso alle prestazioni ambulatoriali, ad uniformare su tutto il territorio nazionale la modalità di prescrizione su ricetta rossa e dematerializzata, auspicando l’applicazione e l’aggiornamento periodico del nuovi LEA per dare sempre servizi completi e di qualità sul piano tecnico scientifico ed infine dovrà essere organizzata una rete capillare assistenziale di fisioterapia in modo tale che la utenza deve poter accedere ai servizi ambulatoriali a Km 0.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/image-CONVEGNO-MEDICO.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10241" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/image-CONVEGNO-MEDICO.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1600" height="1200" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/image-CONVEGNO-MEDICO.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/image-CONVEGNO-MEDICO-300x225.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/image-CONVEGNO-MEDICO-768x576.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/02/image-CONVEGNO-MEDICO-1024x768.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></a></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"> I contenuti di tutti gli interventi sono stati raccolti negli atti del Convegno. Da parte Sua, <strong>Foad Aodi</strong>, ha presentato  in qualità di Consigliere di OMCeO il patto <strong>#UnitiperlaRiabilitazione</strong> che comprende i seguenti punti: <strong>Uniti </strong>per una riabilitazione di qualità ed accessibile a tutti; <strong>Uniti </strong>per le pari opportunità della riabilitazione in sanità pubblica e privata; <strong>Uniti</strong> per più aggiornamento professionale e per difendere e valorizzare l&#8217;atto medico; <strong>Uniti </strong>per più innovazione e tecnologia in riabilitazione; <strong>Uniti</strong> per una maggiore collaborazione inter professionale fra medici e specialisti, fisioterapisti, podologi, psicologi etc&#8230; <strong>Uniti</strong> per combattere la medicina difensiva in riabilitazione; <strong>Uniti</strong> per l&#8217;appropriatezza della prescrizione, aggiornamento dei LEA e maggiore collaborazione con i medici di famiglia; <strong>Uniti</strong> per riconoscere il ruolo e la qualità delle strutture accreditate e private che comporta risparmio per il SSN; <strong>Uniti </strong>per creare un albo di eccellenza; <strong>Uniti </strong>per la semplificazione delle autorizzazioni e combattere così gli abusi ed il nero&#8221;. Da parte sua, il<strong> Dr. Pierluigi Bartoletti</strong>, Vice Presidente di OMCeO e componente del Comitato centrale di FNOMCeO ha ribadito ulteriormente l&#8217;importanza della valorizzazione della professione medica e dell&#8217;atto medico, collaborando con tutti, Professionisti della Sanità e non.</div>
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		<title>Fine pena: ora. Intervista al giudice e senatore Elvio Fassone</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Nov 2017 08:35:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il suo giudice. Non è un romanzo di invenzione, né un saggio sulle carceri, non enuncia teorie, ma si chiede come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato. Una storia vera, un’opera che scuote e commuove.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9798" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="224" height="313" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 224w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2-215x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 215w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stiamo parlando del romanzo<em> Fine pena: ora</em> del giudice e senatore Elvio Fassone che ringraziamo tantissimo per la disponibilità e gentilezza nel rispondere alle nostre domande.</p>
<p>Il romanzo nasce da una storia vera: ce la può raccontare e può spiegare perchè ha scelto la forma narrativa – e non saggistica – per riflettere sul tema della giustizia riparativa?</p>
<p align="JUSTIFY">La forma narrativa mi è parsa la più appropriata per almeno due ragioni.</p>
<p align="JUSTIFY">La prima è data dal momento in cui è maturata la mia decisione: fu il giorno stesso in cui mi giunse la lettera con la quale Salvatore mi annunciava che la settimana prima aveva tentato il suicidio impiccandosi. Mi venne naturale chiedermi che cosa potessi mai fare per lui, e mi risposi che l&#8217;unica cosa concreta era raccontare la sua vicenda e la sua disperazione. Non potevo certamente pensare ad un saggio levigato e filosofico, buono al più per qualche biblioteca o convegno. C&#8217;era carne viva in gioco, un secondo gesto tragico era nell&#8217;ordine delle cose possibili, forse probabili. Tirai fuori lo scatolone delle lettere e scrissi il libretto in due o tre settimane.</p>
<p align="JUSTIFY">La seconda ragione è che questa storia è diversa da tutti gli altri libri sul carcere. La letteratura penitenziaria è amplissima, e contiene molte pagine belle: alcune &#8211; la memorialistica &#8211; sono scritte dal protagonista, che è o che è stato in carcere; altre &#8211; la saggistica &#8211; sono redatte da scrittori, giornalisti, studiosi, che intendono denunciare la realtà carceraria; e tutte si propongono di far sapere all&#8217;esterno quanto sia dolorosa e dura la prigione. “Fine pena: ora” è diverso, perché è costituito da materiale che, quando fu creato, non pensava neppure lontanamente di diventare un libro.</p>
<p align="JUSTIFY">Salvatore, quando mi scriveva, non voleva convincere nessuno, nemmeno me. Dalle sue lettere non si aspettava nulla. Non da me, che ormai ero uscito dal processo e quindi dalla sua sorte; e non dall&#8217;esterno, perché io ero l&#8217;unico destinatario, e lui lo sapeva. Lui non mi chiese mai nulla, se non qualche consiglio, o chiarimento su questioni giuridiche; e nemmeno io gli chiesi mai nulla, meno che meno informazioni sul suo ambiente.</p>
<p align="JUSTIFY">Se avessi scritto un saggio, avrei dato vita all&#8217;ennesima doglianza esplicita sul carcere. Non era quello il mio scopo: io avevo tra le mani una miniera straordinaria, dovevo solo darle voce pubblica (beninteso con il permesso di Salvatore, che ottenni non senza qualche fatica). Era una voce genuina, non corrotta da alcuna intenzionalità, da alcun obiettivo. Persino come epistolario questa raccolta è anomala, perché compaiono solo le sue lettere, non le mie, che avrebbero guastato l&#8217;atmosfera e il clima. Credo sia per questo che il libretto è stato accolto bene da così tante persone.</p>
<p>Credo sia interessante anche una riflessione sulla forma epistolare: permette una maggiore libertà di espressione, una maggiore confidenza, utile per un viaggio nell&#8217;interiorità di entrambi i protagonisti?</p>
<p align="JUSTIFY">Penso di avere già risposto in larga parte. La forma epistolare non solo permette una maggior libertà di espressione, ma è genuina ed autentica (a meno che uno dei corrispondenti si proponga sin dall&#8217;inizio di destinare poi il carteggio alla dimensione pubblica, ma non fu questo il caso).</p>
<p align="JUSTIFY">Devo però aggiungere, per smorzare entusiasmi non giustificati, che questa corrispondenza non produsse una profonda confidenza, nonostante la sua durata trentennale. Lo scrissi in una pagina del libro: “ci scriviamo da tanti anni, ma ci conosciamo poco ….”: ma nemmeno quell&#8217;invito sortì un grande effetto. Credo che ciò sia dovuto al fatto che eravamo entrambi bloccati, per motivi diversi. Salvatore perché penso sia restio ad analizzare la sua parte emotiva o sentimentale: c&#8217;è in lui un vissuto tragico nell&#8217;età giovanile che vuole espressamente dimenticare, e che fa da freno ad ogni auto-analisi e quindi ad ogni apertura. Ed io per un rispetto dovuto all&#8217;asimmetria delle nostre posizioni. Per quanto dicessi e volessi, io ero pur sempre il magistrato, l&#8217;autorità, l&#8217;artefice delle situazioni: ogni mia sollecitazione ad aprirsi, sia pure su territori personali e non legati all&#8217;ambiente, poteva essere vista come un&#8217;invadenza indebita. Un paio di inviti molto misurati, da parte mia, non ebbero risposta se non minima, e desistetti. Ciò non toglie che una conoscenza abbastanza profonda sia maturata in entrambi, ad onta del silenzio su temi intimi, perché anche un parlare lontano da questa sfera, alla lunga finisce con il manifestarla. Almeno lo credo e lo spero.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1134.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9799 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1134.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="249" height="216" /></a></p>
<p>Il percorso del Perdono per chi ha commesso reati gravi è possibile, ma richiede tempo: quali sono le fasi che lo rendono possibile?</p>
<p align="JUSTIFY">Il perdono, come lo dobbiamo intendere correttamente, è una relazione tra offeso ed offensore, quindi è un fatto estraneo al nostro rapporto. Paradossalmente, era se mai Salvatore a dovermi “perdonare”, poiché io ero la causa istituzionale delle sue sofferenze: ma lui sgombrò subito il campo da questa ambiguità, perché nella prima lettera, in risposta alla mia accompagnata dal dono di un libro, mi scrisse: “presidente, io lo so che lei mi ha dato l&#8217;ergastolo perché lo dice la legge, ma lei nel suo cuore non me lo voleva dare; e io la ringrazio e le dico che che farò come lei mi consiglia ….”.</p>
<p align="JUSTIFY">Allora, se ci spostiamo nel territorio della maturazione interiore, il concetto di “perdono” si accompagna, anzi di regola deve essere preceduto, da quello di “pentimento”. “Perdono” e “giustizia”, &#8211; ha scritto Paul Ricoeur &#8211; possono conciliarsi solamente tenendo distinti i due piani, il primo concernendo il livello delle relazioni interpersonali, il secondo la sfera dei rapporti sociali o istituzionali. Il perdono nell&#8217;ambito istituzionale non esiste, se non come insieme degli istituti di mitigazione della pena inflitta, nelle situazioni previste dalla legge (dall&#8217;indulto alla semi-libertà, dalla liberazione condizionale al permesso premio, ad altre forme ancora).</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa diversa è il per-dono da parte dell&#8217;offeso, cioè, a ben guardare, il dono massimo che un individuo può offrire, perché è la rinuncia ad un impulso profondo ed innato, ed esprime la sua capacità di superare il proprio risentimento in nome della com-passione. La legge, su questo piano, si astiene dall&#8217;intervenire, pur considerando positivamente l&#8217;avvenuto perdono quando si tratta di mitigare la pena attraverso gli istituti di legge.</p>
<p align="JUSTIFY">Il perdono da parte della legge (che può manifestarsi nelle forme dette sopra) ha un diverso percorso e una diversa fisionomia: esso è tarato su una disposizione della nostra Costituzione, la quale afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Perciò le forme anzidette di mitigazione della pena vengono praticate nella misura in cui si ritiene che la rieducazione sia avvenuta.</p>
<p align="JUSTIFY">Ora il sintomo più convincente di questa rieducazione è il pentimento, cioè il rifiuto dei valori e dei modelli che hanno generato il delitto, per far posto all&#8217;accoglimento di valori positivi. Quando ciò avvenga è difficile dire con certezza, poiché si tratta di un percorso interiore: ma vari sintomi sono affidabili; e soprattutto l&#8217;esperienza offre una ragionevole certezza che il tempo lavora l&#8217;interiorità di ciascuno, perché tutti siamo attraversati dal tempo, e con il tempo cambiamo: nelle nostre cellule, che in parte si rinnovano ogni giorno, e nei nostri orientamenti, che mutano con la maturazione legata al tempo dell&#8217;espiazione.</p>
<p>Lo sgrammaticato Salvatore e il giudice, competente e sensibile, fanno parte della stessa umanità, ma uno dei due l&#8217;ha persa per un certo periodo della propria vita. Quali norme carcerarie andrebbero riviste per garantire la giustizia e recuperare il detenuto?</p>
<p align="JUSTIFY">Salvatore e il giudice sono in effetti esponenti di mondi molto diversi. Ma il loro contatto realizza, senza che nessuno dei due se sia proposto e senza che lo abbia neppure pensato, il tipo di incontro desiderabile tra chi ha commesso il delitto e la comunità esterna.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;ergastolo, a pensarci, è una pena terribile, anche se non ha la crudeltà spaventosa dei supplizi. Significa che non è più permesso sperare. Noi possiamo sopportare una sofferenza anche grande se ci afferriamo al tempo necessario perché essa abbia termine. Può essere un mese, un anno, anche dieci o vent&#8217;anni, ma sappiamo che, se ci aggrappiamo a quel terminale, ogni giorno ingoiato ci avvicina se non altro alla sua fine.</p>
<p align="JUSTIFY">Nell&#8217;ergastolo, nel “fine pena: mai”, questo non accade. Il futuro desiderabile non esiste. Tutto il resto della nostra esistenza sarà così, estraneo a noi stessi. Per questo la lettera del giudice, frutto di un gesto impulsivo e poi replicata in una corrispondenza anch&#8217;essa senza fine, assume il significato di un patto tacito, mai esplicitato e neppure percepito all&#8217;inizio: tu, Salvatore, sei chiamato ad affrontare una prova durissima, ai limiti delle forze umane; io ti accompagnerò, tu resisterai. I due mondi lontani possono incontrarsi in questa dimensione.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma allora &#8211; è la domanda conseguente &#8211; se l&#8217;ergastolo è questa pena spaventosa, è davvero necessario conservarlo? Di più: è davvero necessario il carcere medesimo?</p>
<p align="JUSTIFY">Molti rispondono di no. Abolire il carcere è una richiesta che ritorna da decenni, perché il carcere non rieduca, perché chi lo subisce esce peggiore anziché migliore, e per altre varie motivazioni. Poi, però, anche chi enuncia queste tesi, messo di fronte a crimini ripugnanti, ammette che “in certi casi” il carcere è inevitabile.</p>
<p align="JUSTIFY">Per i delitti gravi non si può chiedere alla comunità di perdonare o di dimenticare subito: il crimine è un trauma profondo, occorre del tempo perché il corpo sociale elabori il lutto, e perché chi lo ha commesso ne avverta l&#8217;orrore. C&#8217;è un tempo del delitto e c&#8217;è un tempo dell&#8217;espiazione. Solo con il tempo la comunità elabora il lutto e diventa disponibile a riconoscere l&#8217;umanità dell&#8217;espiante, solo con il tempo il condannato accoglie un diverso modo di guadare il mondo e le relazioni con i suoi simili.</p>
<p align="JUSTIFY">Dunque si può dire che in presenza di condotte che offendono profondamente il sentire etico di una comunità, una sanzione è necessaria, e fino ad oggi non si è riusciti a pensare a niente di meglio del carcere, essenzialmente perché la libertà personale è l&#8217;unico bene che tutti posseggono, e la cui privazione può essere modulata in ragione della gravità del delitto commesso.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma la comunità che, per il tramite dell&#8217;istituzione, infligge il carcere, deve poi chiedere anche a se stessa di essere capace di riaccogliere il carcerato quando sarà mutato. Perciò deve seguire il percorso del condannato, e modulare la pena in funzione di quel percorso, oltre che accompagnarlo in quella pesante traversata del tempo. In parte avviene già, ma molte rigidità possono essere attenuate.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa è la prima riforma, che passa non tanto attraverso norme nuove, quanto attraverso una maturazione culturale collettiva. Il detenuto, prima o poi, tornerà in mezzo ai suoi simili: è interesse di tutti che non vi torni esacerbato e indurito dalla pena, ma cresciuto ed accolto nella sua dimensione di cittadino.</p>
<p align="JUSTIFY">In secondo luogo, occorre condurre uno sforzo maggiore per ridurre la pena carceraria, sostituendola con altre forme di sanzione quando essa non è assolutamente necessaria</p>
<p align="JUSTIFY">Pertanto, abbandonate ipotesi radicali impraticabili, la cosa più ragionevole, è quella di trovare un&#8217;intesa su quali crimini giustifichino il carcere; a quali altri si addicano sanzioni intermedie, che limitano la libertà ma non totalmente e non in forme detentive (sono molte, e i più non lo sanno: la detenzione domiciliare, l&#8217;affidamento in prova, la libertà controllata, le prestazioni di pubblica utilità: la quantità di soggetti che scontano una di queste sanzioni è oggi di dimensioni comparabili a quella che è soggetta alle pene intra-murali); e che cosa sia opportuno fare una volta ridotta all&#8217;essenziale la quantità di delitti cui si conviene il carcere.</p>
<p align="JUSTIFY">Fra tutte queste tipologie di sanzioni quelle che hanno un reale valore rieducativo, e soprattutto producono un senso di riconciliazione con la comunità esterna, sono le prestazioni di pubblica utilità: esse infatti trasmettono un significato di restituzione, e quindi di riconciliazione con la comunità; e solo esse possono applicarsi anche a situazioni di media gravità, e non bagattellari, come oggi avviene, graduando la vigilanza in proporzione alla necessità. Ma il tutto esige uno sforzo organizzativo che evidentemente non si riesce a mettere in piedi, posto che da decenni la richiesta viene apprezzata ma non soddisfatta.</p>
<p align="JUSTIFY">Se fosse praticato su più larga scala, questo tipo di sanzione produrrebbe un deciso sfoltimento delle prigioni, e di riflesso un innalzamento del livello di trattamento del residuo cui si continuerebbe ad applicare la detenzione intra-murale.</p>
<p align="JUSTIFY">Chissà che la vicenda di Salvatore, e l&#8217;inevitabile domanda che essa suscita sull&#8217;opportunità o meno di conservare l&#8217;ergastolo, non riesca a produrre una maturazione collettiva, e soprattutto un&#8217;azione in questa direzione.</p>
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		<title>Fare l&#8217;interprete volontario nel carcere di San Vittore</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jun 2017 09:43:37 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una testimonianza di un nostro amico, Jorge, che ha fatto per molti anni l&#8217;interprete volontario nel carcere di San Vittore. Quali i problemi dei detenuti stranieri? I reati, le pene, i diritti mentre pagano il loro debito con la giustizia e con la società. <em><strong>Associazione per i diritti umani</strong></em> ringrazia molto Jorge per queste parole.</p>
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		<title>Al Cairo chiuso anche il Centro Nadeem</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Mar 2016 05:28:22 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/egypt_250.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5504" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-5504" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/egypt_250.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Demonstrators gathered at Tahrir Square in Cairo to mark International Women's Day in Egypt and call for gender equality and women's rights in the country. Cairo, Egypt." width="250" height="179" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">di Monica Macchi </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il mese scorso il Centro Nadeem, fondato nel 1993 per la riabilitazione psicologica delle vittime di violenze e torture (ma nel frattempo il lavoro del centro si è esteso anche alle donne vittime di molestia sessuale aprendo una propria clinica legale) ha ricevuto un “ordine di chiusura amministrativa” da parte delle autorità del governatorato del Cairo per violazione dei “termini della licenza” sulla base della legge n° 453 del 1954 (che però si riferisce esplicitamente a ristoranti e negozi commerciali, non alle cliniche) senza alcun altro dettaglio. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma già nel luglio 2014 il Ministero della Solidarietà Sociale aveva ordinato a tutte le ONG egiziane e internazionali di registrarsi ed il Governo si è arrogato l’autorizzazione a chiuderle praticamente a sua volontà, congelandone il patrimonio e negando le richieste di affiliazione con altre organizzazioni. Il centro Nadeem ha dovuto così chiudere la sua clinica legale, anche se ha continuato a fornire assistenza medica e consulenza e pubblicare rapporti su violazioni dei diritti umani, casi segnalati di torture e negligenze mediche durante le detenzioni nelle mani della polizia come è successo lo scorso novembre a Talat Sabeeb morto per un violento pestaggio che ha provocato scontri e proteste a Luxor (vedi m.facebook.com/forma cinema/posts/105292874764010)</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E giusto pochi giorni prima della chiusura il Centro Nadeem ha pubblicato e diffuso il rapporto annuale riferito al 2015: 700 casi di tortura documentati in detenzione di cui 267 nelle stazioni di polizia e 241 nelle carceri; 137 casi di morte in detenzione e 81 per negligenza sanitaria. Un capitolo è dedicato anche alle sparizioni “misteriose” come quella di Mustafa Massouny di cui abbiamo già parlato qui: </span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><u><a href="http://www.peridirittiumani.com/2015/10/26/sisi-mustafa-e-gli-altri/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">http://www.peridirittiumani.com/2015/10/26/sisi-mustafa-e-gli-altri/?utm_source=rss&utm_medium=rss</span></span></a></u></span></span></p>
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		<title>I frutti del carcere</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2015 05:18:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://1.bp.blogspot.com/-ST3YUK-2TEw/Vf-uamS1fQI/AAAAAAAADOk/_WM9Lccyusk/s1600/unnamed%2B%2528194%2529.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" height="320" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/09/unnamed-%28194%29.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="224" /></a></div>
<p>Milano. La Loggia dei Mercanti,&nbsp; a un passo dal Duomo, ospita &#8211;<strong> sabato 26 settembre</strong> – l’iniziativa “I frutti del carcere”. In programma l’esposizione delle produzioni carcerarie e incontri di approfondimento sui temi della detenzione e delle alternative al carcere. Un’occasione per conoscere il lavoro dei detenuti, le attività svolte nei laboratori degli Istituti di pena con la mostra mercato di mobili, gioielli, accessori, abiti, prodotti alimentari (pane, focacce, dolci) oltre a fiori e piante.&nbsp;Saranno organizzati anche&nbsp;incontri e dibattiti di approfondimento incentrati sui temi della detenzione, del lavoro carcerario e delle misure alternative. A cura associazione di &nbsp;promozione sociale “Per i Diritti”. L’evento è inserito nel calendario di Expo in Città. Ore 10-18.30. Sito: <a href="http://www.comune.milano.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.comune.milano.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>.</p>
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		<title>Meno male che è lunedì: il lavoro dentro e fuori dal carcere</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Nov 2014 06:26:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Meno male che è lunedì è il titolo del documentario del giornalista e regista Filippo Vendemmiati, già vincitore del Premio David di Donatello per il suo lavoro filmico sulla storia di Federico Aldrovandi, E&#8217;&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2014/11/04/meno-male-che-e-lunedi-il-lavoro-dentro/">Meno male che è lunedì: il lavoro dentro e fuori dal carcere</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
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<i>Meno<br />
male che è lunedì</i> è il<br />
titolo del documentario del giornalista e regista Filippo<br />
Vendemmiati, già vincitore del Premio David di Donatello per il suo<br />
lavoro filmico sulla storia di Federico Aldrovandi, <i>E&#8217;<br />
stato morto un ragazzo</i>.
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<p></p>
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<i>Meno<br />
male che è lunedì </i>è<br />
stato presentato, con successo, all&#8217;ultima edizione del Festival di<br />
Roma. Girato nelle stanze del carcere di Bologna della Dozza, in<br />
presa diretta racconta la quotidianità dei detenuti che lavorano<br />
nella ex palestra dell&#8217;istituto di pena, ora trasformata in officina.<br />
I racconti intrecciano storie di vita passata con il presente e<br />
permette un&#8217;interessante riflessione sul valore della dignità e sul<br />
tema della giustizia.
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Abbiamo<br />
intervistato per voi Filippo Vendemmiati che ringraziamo tantissimo<br />
per la sua disponibilità.
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Ci<br />
racconta, brevemente, in cosa consiste il progetto “ L&#8217;Officina dei<br />
detenuti”?</div>
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In<br />
estrema sintesi: tre aziende emiliane, leader nel settore degli<br />
imballaggi (medicinali, alimentari, sigarette) GD, Ima, Marchesini<br />
Group, hanno costituito una  società, la F.I.D. (Fare impresa in<br />
Dozza) che ha aperto un’officina all’interno del carcere della<br />
Dozza di Bologna, nel capannone dove prima c’era una palestra. Dopo<br />
un corso di formazione professionale sono stato assunti a tempo<br />
indeterminato  con contratto metalmeccanico di secondo livello 13<br />
detenuti che lavorano fianco a fianco con una decina di ex operai,<br />
altamente specializzati,  oggi in pensione, provenienti dalle tre<br />
stesse aziende che hanno promosso il progetto. Si lavora secondo il<br />
principio dell’isola di montaggio, le lavorazioni sono ad alto<br />
contenuto tecnologico. La F.I.D. non fa assistenza, tanto meno<br />
beneficienza. Ha un proprio bilancio a cui rispondere e produce<br />
utili. Una volta scontata la pena c’è l’impegno a riassumere i<br />
detenuti nell’indotto esterno del settore, è già avvenuto in<br />
quattro casi. I “detenuti liberati” sono reintegrati da altri che<br />
scontano la loro pena nel carcere della Dozza. In genere provengono<br />
tutti dal reparto penale, con pene definitive superiori a 5 anni.</div>
<p></p>
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Per<br />
quanto tempo ha seguito la quotidianità delle persone &#8211; libere e non<br />
– che vediamo nel film? E che tipo di relazioni si instaurano tra<br />
loro?</div>
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Siamo<br />
stati con troupe e telecamere circa un mese nel carcere della Dozza.<br />
4 settimane non consecutive per lasciare soprattutto a noi il tempo<br />
di assorbire e rielaborare emozioni e punti di vista molto potenti e<br />
coinvolgenti. Abbiamo tentato in tutti i modi di non essere invasivi,<br />
di non far pesare la nostra presenza. E’ stato molto meno difficile<br />
del previsto. La realtà dell’officina si è aperta come d’incanto<br />
e ci è parsa subito uno spazio di libertà. Il rapporto con tutor e<br />
detenuti è stato profondo e senza ostacoli tanto da farmi scattare<br />
subito una domanda, forse ambiziosa e presuntuosa, e che sta alla<br />
base del film. Mi sono chiesto: è possibile parlare di carcere come<br />
un luogo di vita, seppur temporaneamente reclusa, un luogo abitato da<br />
persone e non da reclusi? Persone che sognano, che parlano e<br />
scherzano tra loro, perché condividono l’appartenenza ad un<br />
progetto collettivo che li fa uscire dalle gabbie dell’individualismo<br />
in cui la segregazione li rinchiude?</div>
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E&#8217; stata<br />
anche l&#8217;occasione di ascoltare le loro storie: cosa sperano per il<br />
presente e per il futuro?</div>
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Abbiamo<br />
parlato a lungo con i detenuti. Nello spogliatoio dell’officina,<br />
tra un caffè e una sigaretta durante i minuti di pausa, ci hanno<br />
parlato a lungo di loro stessi, ci hanno in alcuni casi consegnato i<br />
loro racconti scritti. Questo  è avvenuto con grande spontaneità,<br />
quasi naturalmente, senza che nessuno di noi glielo abbia mai chiesto<br />
direttamente. Ognuno di loro apre una  finestra diversa, sarebbe<br />
stato un  film nel film, o meglio un altro film. Perché in realtà<br />
ho scelto di non raccontare in modo approfondito la storia di ogni<br />
detenuto. Non mi interessavano i motivi e gli errori che li hanno<br />
portati in carcere. Come con grande realismo racconta un operaio: -Se<br />
sono qua, qualcosa avranno fatto, ma a me non interessa. Per me in<br />
officina sono dei colleghi e basta-. Il film ci racconta della<br />
dimensione umana delle persone, del rapporto che cresce attorno al<br />
lavoro e in parallelo al manufatto che mani sapienti insieme<br />
costruiscono. Qualcuno ha detto che questo film parla più di lavoro<br />
come valore che del carcere come luogo chiuso. L’uomo non è solo<br />
quello che ha commesso e se in carcere si entra colpevoli, a meno che<br />
non si sia vittime di errori giudiziari, si deve uscire innocenti.<br />
Questo prescrive la nostra costituzione e l’esempio virtuoso<br />
dell’officina dei detenuti indica che è possibile applicarla.</div>
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Come<br />
avete vissuto l&#8217;esperienza della realizzazione del documentario e del<br />
festival ?</div>
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La<br />
sceneggiatura è nata dopo un lungo lavoro di selezione delle tante<br />
ore di materiale girato e durante il montaggio. Solo in questa fase<br />
mi sono reso conto anche della forza espressiva che un racconto così<br />
costruito avrebbe potuto avere. Durante le riprese non tutto era<br />
chiaro, avevamo forti emozioni e qualche idea, ma nulla di<br />
precostituito. Tutte le scene che compaiono nel film sono state<br />
riprese dal vivo, nessuna è stata preparata a tavolino. E quando<br />
qualcosa ci è sfuggito perché in quel momento eravamo disattenti o<br />
semplicemente altrove. Abbiamo scelto di non rifare, ci avrebbe<br />
rimesso la spontaneità del film. Il festival di Roma per noi tutti è<br />
stata una grande festa. Avevo personalmente promesso a Roberto, un<br />
detenuto oggi in permesso lavorativo esterno, di portarlo sul<br />
red-carpet.  Non ero stato molto convincente e non mi aveva creduto,<br />
ma in fondo allora non ci credevo neppure io. Portarlo al Festival di<br />
Roma insieme a  Fathim, a Mirko e ad una decina di operai, farli<br />
sfilare tutti insieme davanti a decine di fotografi, là dove passano<br />
le star del cinema, è stata una gioia indescrivibile. Noi in corteo,<br />
fischietti in bocca, dietro allo striscione Meno male è Lunedì, il<br />
titolo del film, eravamo lì a dire siamo gli evasi, quelli che<br />
evadono dai luoghi comuni per invitare tutti, anche il cinema, ad<br />
essere meno evasivo sui temi che attengono ai diritti umani e ai<br />
diritti delle persone.</div>
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La<br />
detenzione può e deve essere riabilitativa?</div>
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La<br />
risposta è scontata, ma io non voglio incorrere nell’errore di<br />
passare per uno esperto di problematiche carcerarie. C’è chi da<br />
anni se ne occupa, lavora duramente all’interno degli istituti di<br />
pena e si scontra quotidianamente con muri culturali, burocratici e<br />
legislativi. Io ho fatto solo un film e ho tentato di raccontare<br />
quello che ho visto. Posso solo dire che ho una formazione culturale,<br />
che non pretendo sia condivisa, che mi porta ad essere contrario<br />
all’ergastolo, alla “pena di morte viva”, sono contrario alle<br />
carceri e alle detenzioni speciali. Come diceva il cardinal Carlo<br />
Maria Martini una società civile non cerca pene alternative, ma<br />
alternative alle pene.</div>
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<p>L&#8217;Associazione per i Diritti Umani dedica questa intervista a Stefano Cucchi e alla sua famiglia.</p>
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