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	<title>rieducazione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Il carcere visto da dentro. XVIII rapporto dell&#8217;associazione Antigone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 May 2022 07:59:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;E&#8217; il momento delle riforme&#8221;. Lo ha detto Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, in apertura della conferenza stampa di presentazione del XVIII rapporto dell&#8217;associazione sulle condizioni di detenzione.&#160; Sono oltre 2.000 le visite tenute&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>&#8220;E&#8217; il momento delle riforme&#8221;. Lo ha detto Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, in apertura della conferenza stampa di presentazione del XVIII rapporto dell&#8217;associazione sulle condizioni di detenzione.&nbsp;</p>



<p>Sono oltre 2.000 le visite tenute dall&#8217;osservatorio di Antigone nelle carceri italiane dal 1998 ad oggi. Un monitoraggio costante che ha permesso all&#8217;associazione di fotografare lo stato del sistema penitenziario nella sua complessità, analizzandolo, come ha ricordato Gonnella, con spirito critico ma anche costruttivo.&nbsp;</p>



<p>&#8220;La pandemia ci ha mostrato tutti i limiti di un mondo penitenziario bloccato e in ritardo su tante questioni&#8221; ha sottolineato il presidente di Antigone. &#8220;I tassi di recidiva ci raccontano di un modello che non funziona e ha bisogno di importanti interventi, aprendosi al mondo esterno, puntando sulle attività lavorative, scolastiche, ricreative e abbandonando la sua impronta securitaria&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Nel rapporto dell&#8217;associazione si evidenzia come in media vi sia una percentuale pari a 2,37 reati per detenuto. Al 31 dicembre 2008 il numero di reati per detenuto era più basso di 1,97. Dunque diminuiscono i reati in generale, diminuiscono i detenuti in termini assoluti ma aumenta il numero medio di reati per persona. Al 31 dicembre 2021, dei detenuti presenti nelle carceri italiane, solo il 38% era alla prima carcerazione. Il restante 62% in carcere c’era già stato almeno un’altra volta. Il 18% c’era già stato in precedenza 5 o più volte. Tassi di recidiva dunque alti, su cui sarebbe utile che il ministero raccogliesse dati certi.&nbsp;</p>



<p>&#8220;E&#8217; anche fondamentale che il carcere diventi realmente l&#8217;extrema ratio a cui ricorrere solo in casi dove ce ne sia la reale necessità&#8221; ha ricordato il Patrizio Gonnella, citando la Ministra della Giustizia Cartabia. Al 31 dicembre 2021 ben 19.478 detenuti (poco meno del 40% del totale dei reclusi), dovevano scontare una pena residua pari o inferiore a 3 anni. Una gran parte di loro potrebbe usufruire di misure alternative. Un aumento di queste ultime permetterebbe di porre rimedio anche al cronico sovraffollamento delle carceri italiane. Il tasso di affollamento è attualmente del 107%, contando i posti ufficiali conteggiati dal ministero. Tuttavia, se si considerano i posti realmente disponibili, a fronte di reparti e sezioni chiuse o celle inagibili, il tasso supera il 115%. Un dato su cui pesano sempre meno gli stranieri che al 31 marzo 2022 sono il 31,3% sul totale della popolazione detenuta, con un calo del 5,8% rispetto al 2011. Il loro tasso di detenzione (calcolato nel rapporto tra popolazione straniera residente in Italia e stranieri presenti nelle carceri) ha visto una decisiva diminuzione, passando dallo 0,71% del 2008allo 0,33% del 2021.&nbsp;</p>



<p>&#8220;A dicembre 2021 &#8211; ha ricordato il presidente di Antigone &#8211; la Commissione per l&#8217;innovazione del sistema penitenziario nominata dalla Ministra Cartabia e presieduta dal prof. Marco Ruotolo, ha elaborato e consegnato un documento con tutta una serie di riforme che si potrebbero fare in maniera piuttosto rapida. Inoltre la recente nomina di Carlo Renoldi alla guida del Dipartimento dell&#8217;Amministrazione Penitenziaria apre una prospettiva importante da questo punto di vista. Ci auguriamo che si sappia cogliere quest&#8217;occasione e si portino avanti tutte le riforme di cui il carcere italiano ha urgente bisogno&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Nella cartella stampa,&nbsp;<a href="https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/CartellastampaXVIIIRapporto.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">a questo link</a>, tutti i dati presenti nel rapporto e le proposte di riforma avanzate da Antigone.&nbsp;</p>



<p><a href="https://www.rapportoantigone.it/diciottesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">A questo link</a>, invece, il rapporto completo.</p>
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		<title>Uiguri, un popolo in pericolo tra propaganda e realtà</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2021 08:41:01 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Di Maddalena Formica</p>



<p>Negli ultimi mesi, sfondi azzurri e hashtag #freeuyghurs si sono moltiplicati sui social network di celebrità e non solo, portando all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale una questione <em>made in China</em> di privazione di diritti umani con pochi precedenti.</p>



<p>Ma chi sono gli Uiguri? E quali sono le poche informazioni che giungono dalla Cina in merito alla loro situazione?</p>



<p>Gli Uiguri sono un gruppo etnico minoritario, di lingua turca e di religione musulmana, che abitano prevalentemente nella Regione autonoma dello Xinjiang, nella Cina nordoccidentale, tappa fondamentale della <em>Belt and Road Initiative</em>, la nuova via della Seta. Questo territorio è stato, a partire dal 2009, teatro di sanguinosi scontri etnico-religiosi tra Uiguri e Han, che rappresentano invece l’etnia maggioritaria in Cina, scontri che hanno spinto il Governo cinese a reprimere pesantemente quelli che, per le fonti ufficiali, sono ideali di separatismo e estremismo islamico del popolo uiguro.</p>



<p>Con l’annunciato obiettivo, dunque, di prevenire e condannare il terrorismo religioso e le aspirazioni di indipendenza della regione, il Governo ha adottato politiche sempre più pesanti che si sono tradotte in un vero e proprio genocidio culturale di questo popolo.</p>



<p>Poche sono le informazioni che giungono dalla Cina e ancor meno sono i giornalisti che possono accedere ai documenti ufficiali, ma le voci di Uiguri esiliati o scappati all’estero permettono di ricostruire una situazione particolarmente complessa e più grave di quanto non fosse stata immaginata fino a un paio di anni fa.</p>



<p>I CAMPI DI DETENZIONE: LA VERITÀ NASCOSTA DAL GOVERNO</p>



<p>Secondo le stime di ONG e di esperti, più di 1 milione di Uiguri, il 10% della popolazione totale, sono infatti detenuti in “campi di rieducazione”, riconosciuti ufficialmente dal Governo cinese solo nel 2018 come semplici centri liberi e volontari di insegnamento e formazione professionali per aiutare gli appartenenti a minoranze a trovare un lavoro, uscire dalla povertà e a evitare una loro radicalizzazione religiosa.</p>



<p>Testimonianze di Uiguri liberati hanno però smentito i video e le descrizioni propagandistiche del Governo e accenni a detenzioni arbitrarie di intere famiglie, torture, persone scomparse e diritti umani calpestati quotidianamente sono stati riportati da ONG e governi di tutto il mondo.</p>



<p>Centinaia sono i campi che sono stati costruiti negli ultimi anni e sempre di più sono quelli rilevati da immagini satellitari della regione dello Xinjiang, dove ogni giorno migliaia e migliaia di Uiguri subiscono violenze fisiche e psicologiche in un’operazione di indottrinamento su larga scala, costretti a imparare il cinese mandarino, la cultura e la storia cinesi, a intonare slogan di fedeltà al Partito Comunista e a fare “autocritica”, a pena di punizioni fisiche.</p>



<p>Oltre a pratiche di tortura e “lavaggio del cervello”, diverse testimoni dei campi hanno affermato di essere state sottoposte a interruzioni di gravidanza e sterilizzazioni forzate o di essere state allontanate dai figli, condotti a loro volte in orfanotrofi o abbandonati a loro stessi, e in diversi campi il lavoro forzato dei detenuti viene sfruttato in industrie interne e esterne ai campi.</p>



<p>Se il tutto è ufficialmente condotto nel nome della lotta al terrorismo islamico, al separatismo e alla povertà, nella pratica migliaia di persone sono detenute per il semplice fatto di avere un parente all’estero o di essersi fatto crescere la barba e evidente sembra essere l’obiettivo del Governo: l’assimilazione culturale forzata di questo popolo ai dettami e principi del Partito Comunista Cinese.</p>



<p>OLTRE I CAMPI, I DIRITTI NEGATI IN NOME DELLA SICUREZZA E DEL’UNITÀ</p>



<p>Anche al difuori dei campi di detenzione, gli Uiguri vedono i propri diritti e libertà sensibilmente limitati: nel nome della sicurezza e del mantenimento della stabilità nella regione dello Xinjiang, il Governo cinese sta sviluppando da anni tecnologie che permettano di individuare e schedare gli appartenenti all’etnia uigura per mezzo del riconoscimento facciale e della raccolta di materiale genetico. I pochi stranieri a cui è stato permesso il transito nella regione hanno inoltre testimoniato la massiccia presenza di telecamere di sicurezza, sistemi di monitoraggio intelligenti e posti di blocco della polizia ogni pochi metri, in luoghi aperti e chiusi, oltre che dispositivi di localizzazione GPS obbligatori per tutti i veicoli.</p>



<p>Oltre a questi meccanismi di controllo dei movimenti degli Uiguri, che possono facilmente condurli alla detenzione nei già citati “campi di rieducazione”, altre misure concrete sono state adottate dal Governo nella ricerca della massima assimilazione di questo popolo alla cultura cinese, sul fondamento dell’unità nazionale: moschee e cimiteri musulmani sono stati distrutti, incentivi economici per coppie interetniche sono stati riconosciuti, le ore di lingua e cultura uigure nelle scuole ridotte e i nomi propri di origine musulmana vietati.</p>



<p>LE REAZIONI: COSA POSSIAMO FARE?</p>



<p>Se questa drammatica situazione fino a pochi anni fa era del tutto sconosciuta, oggi, grazie al lavoro di giornalisti e militanti per i diritti umani, in particolare dalla pubblicazione dei <em>Xinjiang Papers</em><em> da parte del New York Times nel novembre 2019, è sempre più nota all’opinione pubblica.</em></p>



<p><em>Se da un lato la Cina nega queste sproporzionate e ingiustificate privazioni di libertà e i campi stessi sono nella propaganda governativa descritti come semplici centri formativi e professionali su base volontaria, le ONG, i governi e le organizzazioni internazionali denunciano con forza queste azioni contro l’etnia uigura e altre minoranze musulmane, come kazaki e kirghisi. Oltre a pressioni diplomatiche, nonostante la Cina non abbia firmato lo Statuto di Roma, è stato minacciato l’intervento della Corte Penale Internazionale, in particolare per le pratiche di sterilizzazione che potrebbero costituire il crimine di genocidio demografico che si aggiungerebbe a quello culturale. </em>L’Unione europea stessa, infine, in una recente risoluzione del Parlamento europeo del 17 dicembre 2020, ha condannato queste pratiche e ha chiesto espressamente al Governo cinese di porre fine a questa situazione di violazione sistematica dei diritti umani.</p>



<p><em>Ma cosa possiamo fare noi, semplici cittadini stranieri, per questo popolo? È evidente che misure effettive possano essere adottate solo dalla Cina o, quantomeno, da membri della comunità internazionale, ma noi possiamo e dobbiamo informarci e informare gli altri su questa situazione ancora troppo poco conosciuta e considerata perché geograficamente “lontana”, supportando il lavoro di sensibilizzazione da parte degli Uiguri che oggi risiedono all’estero e non lasciando che queste denunce e testimonianze vengano nel tempo dimenticate.</em></p>



<p><em>Inoltre, secondo il </em><em>think tank</em><em> Australian Startegic Policy Institute, decine e decine di fabbriche cinesi che riforniscono multinazionali, come Nike, sembrano sfruttare, anche inconsapevolmente, il lavoro forzato di queste minoranze, obbligate con la forza, durante o dopo il periodo di detenzione, ad accettare lavori in altre regioni a salari minimi: anche in questo caso, una maggiore presa di coscienza sull’origine dei prodotti che utilizziamo quotidianamente potrebbe essere un passo in avanti nella lunga strada del popolo uiguro verso il riconoscimento dei propri diritti.</em></p>



<p><em>PER APPROFONDIRE</em></p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="f4t7ADa92E"><a href="https://www.saveuighur.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Home</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Home&#8221; &#8212; Save Uighur" src="https://www.saveuighur.org/embed/#?secret=f4t7ADa92E&utm_source=rss&utm_medium=rss" data-secret="f4t7ADa92E" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p><em>SITOGRAFIA</em></p>



<p><a href="https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2020-0375_IT.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2020-0375_IT.html?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://it.bitterwinter.org/il-pcc-davanti-alla-corte-penale-internazionale-per-il-genocidio-degli-uiguri/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://it.bitterwinter.org/il-pcc-davanti-alla-corte-penale-internazionale-per-il-genocidio-degli-uiguri/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



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<p><a href="https://www.money.it/Cina-400-campi-concentramento-uiguri-cosa-sono-perche-sta-succedendo?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.money.it/Cina-400-campi-concentramento-uiguri-cosa-sono-perche-sta-succedendo?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-la-questione-uigura-nello-xinjiang-23987?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-la-questione-uigura-nello-xinjiang-23987?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="98tIMzFEuo"><a href="https://www.ilpost.it/2020/07/25/genocidio-uiguri-cina-musulmani/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Il &#8220;genocidio demografico&#8221; degli uiguri</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Il &#8220;genocidio demografico&#8221; degli uiguri&#8221; &#8212; Il Post" src="https://www.ilpost.it/2020/07/25/genocidio-uiguri-cina-musulmani/embed/#?secret=98tIMzFEuo&utm_source=rss&utm_medium=rss" data-secret="98tIMzFEuo" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p><a href="https://www.agenpet.it/2020/12/16/cina-crimini-contro-gli-uiguri-reclusi-nei-campi-dello-xinjiang-difesi-da-xi-jinping/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.agenpet.it/2020/12/16/cina-crimini-contro-gli-uiguri-reclusi-nei-campi-dello-xinjiang-difesi-da-xi-jinping/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://www.atlantico.fr/decryptage/3591239/sauver-les-ouighours--mais-qui-pourrait-faire-plier-la-chine--europe-international-droits-de-l-homme-minorites-population-pekin-xinjiang-emmanuel-lincot-?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.atlantico.fr/decryptage/3591239/sauver-les-ouighours&#8211;mais-qui-pourrait-faire-plier-la-chine&#8211;europe-international-droits-de-l-homme-minorites-population-pekin-xinjiang-emmanuel-lincot-?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://www.liberation.fr/planete/2020/10/07/travail-force-des-ouighours-le-drian-rappelle-les-marques-a-l-ordre_1801656?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.liberation.fr/planete/2020/10/07/travail-force-des-ouighours-le-drian-rappelle-les-marques-a-l-ordre_1801656?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://blogs.mediapart.fr/jlmfi/blog/010820/83-marques-et-multinationales-profitent-du-travail-force-des-ouighours?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://blogs.mediapart.fr/jlmfi/blog/010820/83-marques-et-multinationales-profitent-du-travail-force-des-ouighours?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://www.ilsole24ore.com/art/come-cina-usa-l-intelligenza-artificiale-controllare-Uiguri-ABhvE8oB?refresh_ce=1&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.ilsole24ore.com/art/come-cina-usa-l-intelligenza-artificiale-controllare-Uiguri-ABhvE8oB?refresh_ce=1&utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://tg24.sky.it/mondo/approfondimenti/Uiguri-cina?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://tg24.sky.it/mondo/approfondimenti/Uiguri-cina?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



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		<title>Un Convegno nel Carcere di Larino per la giornata contro la violenza sulle Donne</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Dec 2018 08:05:24 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/carcere-di-Larino.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11767" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/carcere-di-Larino.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="450" height="460" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/carcere-di-Larino.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 450w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/carcere-di-Larino-293x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 293w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In occasione della giornata contro il Femminicidio il 26 novembre si è tenuta presso la Casa circondariale di Larino una conferenza che ha visto partecipi <b>il Direttore del carcere, Rosa La Ginestra, la Preside dell’Istituto Alberghiero di Termoli la Prof.ssa Maria Chimisso,la Prof.ssa Virginia Nararpasquale e l’attrice Sara Nanni</b> <b>e la scrittrice Patrizia Angelozzi.</b></p>
<p>Ciascuno, a modo proprio, ha dato un contributo, affrontando il tema della violenza in tutte le sue sfaccettature e spaziando tra le varie epoche fino ad arrivare all’attualità.<br />
Si è palesata la condizione delle donne internate durante il periodo fascista nei manicomi, etichettate come ‘diverse’ perché troppo loquaci, ninfomani o prive del desiderio di maternità. La situazione atroce di queste, sottoposte a femminicidi legalizzati, ritrovate nelle poesie di Alda Merini, poetessa dei nostri giorni che sperimentò sulla propria pelle le nefandezze della reclusione in tali istituti. Le opere tratte dai suoi scritti sono state lette e recitate in questo incontro insieme al ripercorrere storia ed eventi di violenza su di loro.</p>
<p><b>Molto toccante è stato l’intervento da parte degli uomini-detenuti</b>, artefici di elaborati commoventi rivolti non solo contro la brutalità dell’uomo ma anche e soprattutto sul ruolo imponente, in termini di valori, della figura femminile, apparentemente fragile ma dalla tenacia e forza in grado di ‘spostare montagne’.</p>
<p><b>Coinvolgente il dialogo inscenato tra l’attrice Sara Nanni e da uno dei ragazzi</b> che si è improvvisato ‘attore’ nel pezzo interpretato nei teatri e nelle Tv, da Paola Cortellesi e Claudio Santamaria.</p>
<p><b>Alcune testimonianze –Lettere dal carcere</b></p>
<p><b>G.:</b> Ci ricordiamo delle donne e del loro dolore soprattutto in questi giorni, dimenticando a volte che ognuno di noi ha avuto una piccola-grande donna. Ne ho conosciuta una che con un marito condannato all’ergastolo è stata messa a dura prova dalla vita, rimasta sola con quattro figli ma mantenere, crescere. Immaginate quanto sia stato difficile per lei, in quanto il padre dei suoi figli non è stato di certo un esempio di vita. Nella mia esperienza personale posso confermare che se sono un uomo migliore ed un papà presente ed il merito è soprattutto della mia ‘piccola – grande donna’.</p>
<p><b>A.: </b>Ringrazio tutte le persone che si sono prestate ad un convegno su questo tema, dedicato a quante subiscono tutti i giorni violenze, sopraffatte dalla paura, solo per aver amato. A voi dico, non perdete tempo, urlate e chiedete aiuto alle istituzioni affinché tutto questo finisca per sempre. E mi appello a te, anima malata, sii saggio, recati in un Centro specializzato, facendo questo saremo orgogliosi di averti aiutato e non condannato.</p>
<p><b>T.:</b> Donna, nostra creatrice. Uomini che hanno malattie mentali, pieni di possessività. Sono amori malati. Uomini che non andrebbero chiamati ‘uomini’. La donna va supportata, amata, gratificata. Dall’adolescenza all’età adulta. Non c’è cosa più bella di crescere insieme alla propria donna, guardarsi con le dita incrociate e affrontare tutte le cose belle e meno belle della vita insieme. Mia moglie cresce tre figli, da sola e affronta tutti gli ostacoli della vita. Vi ringrazio di avermi dato modo di esprimere i miei pensieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Buongiorno buona gente: il negozio del recupero umano e sociale</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Aug 2018 08:06:16 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Buongiorno buona gente&#8221; è il saluto che San Francesco rivolse agli abitanti di Poggio Bustone. A Trieste nasce un negozio che prende il nome proprio da questo saluto, un posto speciale voluto da Valentina Baldacci dopo aver conosciuto una ragazza di Modica (in Sicilia) e Don Ciotti mentre presentava le attività di Libera&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> ha rivolto alcune domande a Valentina Baldacci che ringrazia molto per la sua gentilezza e disponibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p lang="it-IT" align="LEFT">Parliamo dei prodotti e delle realtà a cui sono legati e della situazione carceraria&#8230;</p>
<p lang="it-IT">Ciò che ha innescato il processo “inventivo”, ciò che ha generato in me la forza propulsiva che mi ha portata ad aprire questo negozio è stato il volere dar seguito, uno sbocco alle varie iniziative già in corso in varie parti d’Italia, in diversi settori, volte a dare una “seconda possibilità” a delle persone che per ragioni a volte imprevedibili si sono ritrovate in situazioni che le hanno portate a fare delle scelte con conseguenze negative per se stesse e per gli altri. Concretamente, ad esempio: le cooperative che producono dolci grazie alla manodopera dei detenuti devono anche vendere questi prodotti, altrimenti che senso avrebbe impastare ed infornare quintali di biscotti, impacchettarli ed immagazzinarli? Ed oltre che di rivenditori, c’è bisogno anche di qualcuno che informi i potenziali clienti di questo circuito virtuoso. Ecco, ho pensato che di queste ultime due cose avrei potuto occuparmi io.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">I miei fornitori mi permettono di offrire prodotti alimentari:</p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">coltivati su terreni confiscati alla criminalità organizzata,</span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">prodotti nei laboratori delle carceri italiane o da donne che vogliono ricostruire la propria vita dopo aver subito violenze o ingiustizie o da persone disabili,</span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">frutto di innovazione e che utilizzano materie prime a basso impatto ambientale.</span></span></p>
</li>
</ul>
<p lang="it-IT">Alla prima categoria appartengono i prodotti forniti da Libera che è un coordinamento di oltre 1600 associazioni, scuole, gruppi,… impegnate per diffondere la cultura della legalità. La legge sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia, l’educazione alla legalità, l’impegno contro la corruzione, le attività antiusura sono alcuni dei concreti impegni di Libera. I prodotti coltivati su questi terreni sono distribuiti nei punti vendita da Libera Terra. A Trieste da decenni sono acquistabili anche nelle botteghe del commercio equo e solidale.</p>
<p lang="it-IT">I detenuti non sempre possono contare sul supporto della famiglia e di amici e quando vengono scarcerati, se non hanno una casa o un lavoro o non riescono ad inserirsi adeguatamente nella società, delinquere sembra essere l’unica scelta possibile.</p>
<p lang="it-IT">Grazie ad una legge del 1975, oggi in Italia 1000 detenuti su 60.000 impiegano il loro tempo lavorando per un’impresa e portano avanti ogni giorno progetti in ambiti diversi (artigianato, tessile, manifatturiero). Per capirne l’importanza capitale, basti pensare che le possibilità di tornare a commettere un reato per chi si inserisce in questo circuito, secondo le statistiche, passano dal 75 a meno del 10% con il conseguente risparmio per le casse dello Stato e quindi per ciascun cittadino sui costi che ha la recidiva, e considerare inoltre l’impatto positivo che questa riabilitazione ha anche dal punto di vista psicologico per il detenuto che quindi sarà meno portato ad atti di autolesionismo, avrà maggior fiducia in se stesso, ed una volta scarcerato cadrà più difficilmente in depressione o nelle maglie delle dipendenze da alcol o droga.</p>
<p lang="it-IT">Un discorso delicato è anche quello che riguarda le situazioni delle donne che hanno subito violenze e ingiustizie, delle ragazze madri, dei loro figli piccoli e adolescenti. Spesso costoro si trovano sole ed indifese ad affrontare queste problematiche. Ci può essere bisogno di costruire dei percorsi di assistenza, supporto, ospitalità, inserimento lavorativo.</p>
<p lang="it-IT">L’associazione Casa don Puglisi, operante in Sicilia, a Modica in provincia di Ragusa, è una delle realtà che garantisce questi servizi. È grazie al lavoro di queste donne, affiancate da esperti del settore, che noi possiamo godere della squisita cioccolata modicana.</p>
<p lang="it-IT">Nel mondo che gira attorno a quanto costruito da don Oreste Benzi, troviamo anche l’associazione “La Madre Terra” che dà lavoro ed uno stile di vita dignitoso a persone disabili.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Tutte queste sono realtà importanti perché hanno in comune, tra l’altro, l’essere una seconda possibilità per le donne in difficoltà, per chi sta facendo un percorso di riabilitazione e rieducazione dopo aver commesso degli errori, per “Sora nostra madre terra” (per dirla con San Francesco d’Assisi) dopo essere stata, involontariamente ed inconsapevolmente, uno dei fattori di produzione e fonte di ricchezza per la criminalità organizzata.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259518904649663.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11126" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259518904649663.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="498" height="280" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259518904649663.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259518904649663-300x169.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259518904649663-768x432.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/received_259518904649663-1024x576.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 498px) 100vw, 498px" /></a></p>
<p lang="it-IT">Quali sono i vostri fornitori e quali sono i vostri maggiori utenti?</p>
<p lang="it-IT" align="LEFT">I produttori da cui ci riforniamo sono, tra gli altri:</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Al fresco di cantina – carcere di sant&#8217;Angelo dei Lombardi</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">ApuliaKundi – Bari</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Associazione Casa don Puglisi – Modica (RG)</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Buoni Dentro &#8211; IPM Beccaria &#8211; Milano</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Caffè Lazzarelle, Casa Circondariale di Pozzuoli, Napoli</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Campo dei Miracoli, Casa Circondariale di Trani</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Carta Manolibera, Casa Circondariale di Forlì</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Cooperativa Giovani in Vita – Sinopoli (RC)</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Cooperativa Placido Rizzotto &#8211; Libera Terra San Giuseppe Jato (PA)</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Cotti In Fragranza – IPM Palermo</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Dolci Evasioni, Casa Circondariale di Siracusa</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Galeorto – Carcere di Trento</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">I dolci di Giotto – Carcere di Padova</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La Madre Terra &#8211; Rimini</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Pasta 1908 Cooperativa Ippogrifo – Carcere di Sondrio</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="LEFT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Sprigioniamo Sapori, Casa Circondariale di Ragusa</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial Narrow, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Vale la Pena – Rebibbia Roma</span></span></p>
<p lang="it-IT">La clientela non è omogenea: c’è chi viene perché lavora nel settore della giustizia o coi disabili, chi vuole acquistare cibi biologici, chi è alla ricerca di prodotti senza glutine o senza derivati animali, chi vuole ritrovare i gusti provati durante un viaggio in Sicilia o ha simpatia per don Benzi, chi vuole fare un regalo insolito e sicuramente utile e gradito.</p>
<p lang="it-IT">Questo negozio è utile per l&#8217;inserimento di categorie fragili nella società: qual è, per lei, il significato del concetto di ETICA, oggi?</p>
<p lang="it-IT">Le persone a volte hanno le idee un pochino confuse sull’etica. Le si attribuiscono vari sinonimi, la si scambia con la morale, con la giustizia, con la deontologia. C’è la bioetica, i fondi etici e così via.</p>
<p lang="it-IT">Senza perdermi in disquisizioni filosofiche (settore in cui sono totalmente a digiuno), mi limito a considerare che l’etica ci aiuta a capire, secondo il nostro modello morale, se una cosa è buona, giusta, lecita o no. A volte lo usiamo come aggettivo, quindi ritenere un comportamento, un’azione “etica” vuol dire che ci sembra “giusta”, “appropriata”. Secondo me oggi l’etica manca in tantissimi settori. Mi piace immaginarla come un setaccio: in base alla larghezza dei fori (decisa a priori da qualcuno con cognizione di causa) si determina chi passa e chi no, chi risponde ai criteri prefissati e chi invece non è conforme. Nel 2005 l’allora cardinal Ratzinger affermò che eravamo schiavi della dittatura del relativismo. Ecco, mi sembra che la mancanza di etica si possa far rientrare in questa diagnosi.</p>
<p lang="it-IT">Per me è etico chiedere alla società (civile e religiosa) di conoscere e farsi carico di chi è fragile (momentaneamente o definitivamente), in sussidiarietà con lo Stato che deve promuovere il benessere e il progresso di tutti i cittadini. Considero etico che ogni lavoratore percepisca la giusta retribuzione (per cui anche le persone disabili o recluse) e che i soldi dei risparmiatori vengano impiegati in maniera “trasparente”. Bene comune, giustizia sociale, etica: concetti – e realtà – da approfondire e perseguire, se vogliamo vivere meglio.</p>
<p lang="it-IT">Lei appartiene all&#8217;Ordine francescano secolare: ce ne può parlare?</p>
<p lang="it-IT">San Francesco d’Assisi visse in un periodo e in una zona di grande fermento civile, economico, religioso (Assisi 1182-1226). Le persone sentivano la necessità di vivere più conformemente al Vangelo, c’era anche molto disappunto nei confronti di sacerdoti e della gerarchia che avevano deviato un po’ dalla fedeltà alla propria vocazione. In questa ricerca di riscoperta delle proprie radici, nacquero però anche alcuni movimenti ereticali, molti si staccarono dalla Chiesa in aperta contestazione. San Francesco invece rimase obbediente alla Chiesa, al Papa, ai vescovi ed ai sacerdoti. Cercando di vivere il vangelo e di amare tutti, attirò molte altre persone: uomini e donne di ogni età, ceto e stato civile, tutti affascinati ed attratti dalla suo modo di porsi. Egli cercò di dare a tutti una regola di vita, sì da poter rendere concreto il vangelo nel loro stato. Così, insieme ad altri ragazzi e uomini diede vita ai “frati minori”; con Santa Chiara ed altre donne fondò l’Ordine delle Sorelle Povere di San Damiano (oggi chiamate “clarisse”); per tutti coloro che avevano già una famiglia o comunque non avevano la vocazione per vivere in povertà, castità e obbedienza, facendo voto davanti a Dio, istituì quello che oggi si chiama Ordine Francescano Secolare (OFS). Quindi i francescani secolari, una volta chiamati “terziari”, vivono il Vangelo sull’esempio di San Francesco ed annunciano Cristo con la propria esistenza e con la parola in famiglia, nelle proprie case, nel lavoro, in parrocchia, nell’impegno sociale, nel volontariato, nelle proprie occupazioni e passatempi. L’eucaristia, i sacramenti, la preghiera alimentano la loro vita. Cercano la persona vivente ed operante di Cristo negli altri fratelli, nella Chiesa, nella Parola di Dio.</p>
<p><span lang="it-IT">Hanno una “seconda famiglia”: la Fraternità, dove, con gli altri fratelli e sorelle, pregano, si formano, si confrontano, crescono umanamente, cristianamente, francescanamente, condividendo la vita, le gioie, le difficoltà, mettendo a disposizione degli altri i doni ricevuti da Dio. I francescani secolari si impegnano anche nelle attività apostoliche, caritative, missionarie in armonia con le indicazioni della Chiesa. L’OFS è ormai diffuso in tutto il mondo e ne fa parte quasi mezzo milione di persone, fra cui anche la sottoscritta.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Fine pena: ora. Intervista al giudice e senatore Elvio Fassone</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Nov 2017 08:35:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il suo giudice. Non è un romanzo di invenzione, né un saggio sulle carceri, non enuncia teorie, ma si chiede come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato. Una storia vera, un’opera che scuote e commuove.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9798" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="224" height="313" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 224w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2-215x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 215w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stiamo parlando del romanzo<em> Fine pena: ora</em> del giudice e senatore Elvio Fassone che ringraziamo tantissimo per la disponibilità e gentilezza nel rispondere alle nostre domande.</p>
<p>Il romanzo nasce da una storia vera: ce la può raccontare e può spiegare perchè ha scelto la forma narrativa – e non saggistica – per riflettere sul tema della giustizia riparativa?</p>
<p align="JUSTIFY">La forma narrativa mi è parsa la più appropriata per almeno due ragioni.</p>
<p align="JUSTIFY">La prima è data dal momento in cui è maturata la mia decisione: fu il giorno stesso in cui mi giunse la lettera con la quale Salvatore mi annunciava che la settimana prima aveva tentato il suicidio impiccandosi. Mi venne naturale chiedermi che cosa potessi mai fare per lui, e mi risposi che l&#8217;unica cosa concreta era raccontare la sua vicenda e la sua disperazione. Non potevo certamente pensare ad un saggio levigato e filosofico, buono al più per qualche biblioteca o convegno. C&#8217;era carne viva in gioco, un secondo gesto tragico era nell&#8217;ordine delle cose possibili, forse probabili. Tirai fuori lo scatolone delle lettere e scrissi il libretto in due o tre settimane.</p>
<p align="JUSTIFY">La seconda ragione è che questa storia è diversa da tutti gli altri libri sul carcere. La letteratura penitenziaria è amplissima, e contiene molte pagine belle: alcune &#8211; la memorialistica &#8211; sono scritte dal protagonista, che è o che è stato in carcere; altre &#8211; la saggistica &#8211; sono redatte da scrittori, giornalisti, studiosi, che intendono denunciare la realtà carceraria; e tutte si propongono di far sapere all&#8217;esterno quanto sia dolorosa e dura la prigione. “Fine pena: ora” è diverso, perché è costituito da materiale che, quando fu creato, non pensava neppure lontanamente di diventare un libro.</p>
<p align="JUSTIFY">Salvatore, quando mi scriveva, non voleva convincere nessuno, nemmeno me. Dalle sue lettere non si aspettava nulla. Non da me, che ormai ero uscito dal processo e quindi dalla sua sorte; e non dall&#8217;esterno, perché io ero l&#8217;unico destinatario, e lui lo sapeva. Lui non mi chiese mai nulla, se non qualche consiglio, o chiarimento su questioni giuridiche; e nemmeno io gli chiesi mai nulla, meno che meno informazioni sul suo ambiente.</p>
<p align="JUSTIFY">Se avessi scritto un saggio, avrei dato vita all&#8217;ennesima doglianza esplicita sul carcere. Non era quello il mio scopo: io avevo tra le mani una miniera straordinaria, dovevo solo darle voce pubblica (beninteso con il permesso di Salvatore, che ottenni non senza qualche fatica). Era una voce genuina, non corrotta da alcuna intenzionalità, da alcun obiettivo. Persino come epistolario questa raccolta è anomala, perché compaiono solo le sue lettere, non le mie, che avrebbero guastato l&#8217;atmosfera e il clima. Credo sia per questo che il libretto è stato accolto bene da così tante persone.</p>
<p>Credo sia interessante anche una riflessione sulla forma epistolare: permette una maggiore libertà di espressione, una maggiore confidenza, utile per un viaggio nell&#8217;interiorità di entrambi i protagonisti?</p>
<p align="JUSTIFY">Penso di avere già risposto in larga parte. La forma epistolare non solo permette una maggior libertà di espressione, ma è genuina ed autentica (a meno che uno dei corrispondenti si proponga sin dall&#8217;inizio di destinare poi il carteggio alla dimensione pubblica, ma non fu questo il caso).</p>
<p align="JUSTIFY">Devo però aggiungere, per smorzare entusiasmi non giustificati, che questa corrispondenza non produsse una profonda confidenza, nonostante la sua durata trentennale. Lo scrissi in una pagina del libro: “ci scriviamo da tanti anni, ma ci conosciamo poco ….”: ma nemmeno quell&#8217;invito sortì un grande effetto. Credo che ciò sia dovuto al fatto che eravamo entrambi bloccati, per motivi diversi. Salvatore perché penso sia restio ad analizzare la sua parte emotiva o sentimentale: c&#8217;è in lui un vissuto tragico nell&#8217;età giovanile che vuole espressamente dimenticare, e che fa da freno ad ogni auto-analisi e quindi ad ogni apertura. Ed io per un rispetto dovuto all&#8217;asimmetria delle nostre posizioni. Per quanto dicessi e volessi, io ero pur sempre il magistrato, l&#8217;autorità, l&#8217;artefice delle situazioni: ogni mia sollecitazione ad aprirsi, sia pure su territori personali e non legati all&#8217;ambiente, poteva essere vista come un&#8217;invadenza indebita. Un paio di inviti molto misurati, da parte mia, non ebbero risposta se non minima, e desistetti. Ciò non toglie che una conoscenza abbastanza profonda sia maturata in entrambi, ad onta del silenzio su temi intimi, perché anche un parlare lontano da questa sfera, alla lunga finisce con il manifestarla. Almeno lo credo e lo spero.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1134.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9799 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1134.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="249" height="216" /></a></p>
<p>Il percorso del Perdono per chi ha commesso reati gravi è possibile, ma richiede tempo: quali sono le fasi che lo rendono possibile?</p>
<p align="JUSTIFY">Il perdono, come lo dobbiamo intendere correttamente, è una relazione tra offeso ed offensore, quindi è un fatto estraneo al nostro rapporto. Paradossalmente, era se mai Salvatore a dovermi “perdonare”, poiché io ero la causa istituzionale delle sue sofferenze: ma lui sgombrò subito il campo da questa ambiguità, perché nella prima lettera, in risposta alla mia accompagnata dal dono di un libro, mi scrisse: “presidente, io lo so che lei mi ha dato l&#8217;ergastolo perché lo dice la legge, ma lei nel suo cuore non me lo voleva dare; e io la ringrazio e le dico che che farò come lei mi consiglia ….”.</p>
<p align="JUSTIFY">Allora, se ci spostiamo nel territorio della maturazione interiore, il concetto di “perdono” si accompagna, anzi di regola deve essere preceduto, da quello di “pentimento”. “Perdono” e “giustizia”, &#8211; ha scritto Paul Ricoeur &#8211; possono conciliarsi solamente tenendo distinti i due piani, il primo concernendo il livello delle relazioni interpersonali, il secondo la sfera dei rapporti sociali o istituzionali. Il perdono nell&#8217;ambito istituzionale non esiste, se non come insieme degli istituti di mitigazione della pena inflitta, nelle situazioni previste dalla legge (dall&#8217;indulto alla semi-libertà, dalla liberazione condizionale al permesso premio, ad altre forme ancora).</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa diversa è il per-dono da parte dell&#8217;offeso, cioè, a ben guardare, il dono massimo che un individuo può offrire, perché è la rinuncia ad un impulso profondo ed innato, ed esprime la sua capacità di superare il proprio risentimento in nome della com-passione. La legge, su questo piano, si astiene dall&#8217;intervenire, pur considerando positivamente l&#8217;avvenuto perdono quando si tratta di mitigare la pena attraverso gli istituti di legge.</p>
<p align="JUSTIFY">Il perdono da parte della legge (che può manifestarsi nelle forme dette sopra) ha un diverso percorso e una diversa fisionomia: esso è tarato su una disposizione della nostra Costituzione, la quale afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Perciò le forme anzidette di mitigazione della pena vengono praticate nella misura in cui si ritiene che la rieducazione sia avvenuta.</p>
<p align="JUSTIFY">Ora il sintomo più convincente di questa rieducazione è il pentimento, cioè il rifiuto dei valori e dei modelli che hanno generato il delitto, per far posto all&#8217;accoglimento di valori positivi. Quando ciò avvenga è difficile dire con certezza, poiché si tratta di un percorso interiore: ma vari sintomi sono affidabili; e soprattutto l&#8217;esperienza offre una ragionevole certezza che il tempo lavora l&#8217;interiorità di ciascuno, perché tutti siamo attraversati dal tempo, e con il tempo cambiamo: nelle nostre cellule, che in parte si rinnovano ogni giorno, e nei nostri orientamenti, che mutano con la maturazione legata al tempo dell&#8217;espiazione.</p>
<p>Lo sgrammaticato Salvatore e il giudice, competente e sensibile, fanno parte della stessa umanità, ma uno dei due l&#8217;ha persa per un certo periodo della propria vita. Quali norme carcerarie andrebbero riviste per garantire la giustizia e recuperare il detenuto?</p>
<p align="JUSTIFY">Salvatore e il giudice sono in effetti esponenti di mondi molto diversi. Ma il loro contatto realizza, senza che nessuno dei due se sia proposto e senza che lo abbia neppure pensato, il tipo di incontro desiderabile tra chi ha commesso il delitto e la comunità esterna.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;ergastolo, a pensarci, è una pena terribile, anche se non ha la crudeltà spaventosa dei supplizi. Significa che non è più permesso sperare. Noi possiamo sopportare una sofferenza anche grande se ci afferriamo al tempo necessario perché essa abbia termine. Può essere un mese, un anno, anche dieci o vent&#8217;anni, ma sappiamo che, se ci aggrappiamo a quel terminale, ogni giorno ingoiato ci avvicina se non altro alla sua fine.</p>
<p align="JUSTIFY">Nell&#8217;ergastolo, nel “fine pena: mai”, questo non accade. Il futuro desiderabile non esiste. Tutto il resto della nostra esistenza sarà così, estraneo a noi stessi. Per questo la lettera del giudice, frutto di un gesto impulsivo e poi replicata in una corrispondenza anch&#8217;essa senza fine, assume il significato di un patto tacito, mai esplicitato e neppure percepito all&#8217;inizio: tu, Salvatore, sei chiamato ad affrontare una prova durissima, ai limiti delle forze umane; io ti accompagnerò, tu resisterai. I due mondi lontani possono incontrarsi in questa dimensione.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma allora &#8211; è la domanda conseguente &#8211; se l&#8217;ergastolo è questa pena spaventosa, è davvero necessario conservarlo? Di più: è davvero necessario il carcere medesimo?</p>
<p align="JUSTIFY">Molti rispondono di no. Abolire il carcere è una richiesta che ritorna da decenni, perché il carcere non rieduca, perché chi lo subisce esce peggiore anziché migliore, e per altre varie motivazioni. Poi, però, anche chi enuncia queste tesi, messo di fronte a crimini ripugnanti, ammette che “in certi casi” il carcere è inevitabile.</p>
<p align="JUSTIFY">Per i delitti gravi non si può chiedere alla comunità di perdonare o di dimenticare subito: il crimine è un trauma profondo, occorre del tempo perché il corpo sociale elabori il lutto, e perché chi lo ha commesso ne avverta l&#8217;orrore. C&#8217;è un tempo del delitto e c&#8217;è un tempo dell&#8217;espiazione. Solo con il tempo la comunità elabora il lutto e diventa disponibile a riconoscere l&#8217;umanità dell&#8217;espiante, solo con il tempo il condannato accoglie un diverso modo di guadare il mondo e le relazioni con i suoi simili.</p>
<p align="JUSTIFY">Dunque si può dire che in presenza di condotte che offendono profondamente il sentire etico di una comunità, una sanzione è necessaria, e fino ad oggi non si è riusciti a pensare a niente di meglio del carcere, essenzialmente perché la libertà personale è l&#8217;unico bene che tutti posseggono, e la cui privazione può essere modulata in ragione della gravità del delitto commesso.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma la comunità che, per il tramite dell&#8217;istituzione, infligge il carcere, deve poi chiedere anche a se stessa di essere capace di riaccogliere il carcerato quando sarà mutato. Perciò deve seguire il percorso del condannato, e modulare la pena in funzione di quel percorso, oltre che accompagnarlo in quella pesante traversata del tempo. In parte avviene già, ma molte rigidità possono essere attenuate.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa è la prima riforma, che passa non tanto attraverso norme nuove, quanto attraverso una maturazione culturale collettiva. Il detenuto, prima o poi, tornerà in mezzo ai suoi simili: è interesse di tutti che non vi torni esacerbato e indurito dalla pena, ma cresciuto ed accolto nella sua dimensione di cittadino.</p>
<p align="JUSTIFY">In secondo luogo, occorre condurre uno sforzo maggiore per ridurre la pena carceraria, sostituendola con altre forme di sanzione quando essa non è assolutamente necessaria</p>
<p align="JUSTIFY">Pertanto, abbandonate ipotesi radicali impraticabili, la cosa più ragionevole, è quella di trovare un&#8217;intesa su quali crimini giustifichino il carcere; a quali altri si addicano sanzioni intermedie, che limitano la libertà ma non totalmente e non in forme detentive (sono molte, e i più non lo sanno: la detenzione domiciliare, l&#8217;affidamento in prova, la libertà controllata, le prestazioni di pubblica utilità: la quantità di soggetti che scontano una di queste sanzioni è oggi di dimensioni comparabili a quella che è soggetta alle pene intra-murali); e che cosa sia opportuno fare una volta ridotta all&#8217;essenziale la quantità di delitti cui si conviene il carcere.</p>
<p align="JUSTIFY">Fra tutte queste tipologie di sanzioni quelle che hanno un reale valore rieducativo, e soprattutto producono un senso di riconciliazione con la comunità esterna, sono le prestazioni di pubblica utilità: esse infatti trasmettono un significato di restituzione, e quindi di riconciliazione con la comunità; e solo esse possono applicarsi anche a situazioni di media gravità, e non bagattellari, come oggi avviene, graduando la vigilanza in proporzione alla necessità. Ma il tutto esige uno sforzo organizzativo che evidentemente non si riesce a mettere in piedi, posto che da decenni la richiesta viene apprezzata ma non soddisfatta.</p>
<p align="JUSTIFY">Se fosse praticato su più larga scala, questo tipo di sanzione produrrebbe un deciso sfoltimento delle prigioni, e di riflesso un innalzamento del livello di trattamento del residuo cui si continuerebbe ad applicare la detenzione intra-murale.</p>
<p align="JUSTIFY">Chissà che la vicenda di Salvatore, e l&#8217;inevitabile domanda che essa suscita sull&#8217;opportunità o meno di conservare l&#8217;ergastolo, non riesca a produrre una maturazione collettiva, e soprattutto un&#8217;azione in questa direzione.</p>
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