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	<title>rogo Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Amazzonia: inferno incontrollato</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Sep 2019 07:18:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi Nel 2011 il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano scriveva nel suo libro Los hijos de los días (I figli dei giorni): “Si la naturaleza fuera un banco ya la habrían salvado”.&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/09/10/america-latina-diritti-negati-amazzonia-inferno-incontrollato/">&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Amazzonia: inferno incontrollato</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<p> di Tini Codazzi</p>



<p>Nel 2011 il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano scriveva nel suo libro <em>Los hijos de los días (I figli dei giorni)</em>: “Si la naturaleza fuera un banco ya la habrían salvado”. Niente di più vero, affermazione schiacciante, soprattutto in questo momento in cui siamo testimoni del grande rogo che sta sterminando l’Amazzonia.</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="954" height="550" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/incendio1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12991" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/incendio1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 954w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/incendio1-300x173.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/incendio1-768x443.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 954px) 100vw, 954px" /></figure>



<p>
I
mezzi d’informazione ci hanno già mostrato immagini e video
sull’enorme incendio che sta mangiando la più grande foresta
tropicale del mondo. Tre paesi sono coinvolti in questa tragedia:
Brasile, Paraguay e Bolivia. Si è già parlato della dinamica che da
anni i governi di turno di questi paesi eseguono: si porta avanti la
deforestazione, si attende dei mesi per far asciugare il terreno e
poi gli si dà fuoco. Agosto e settembre sono i mesi con il maggior
numero di incendi. Non esiste fuoco naturale in Amazzonia, questa
zona è troppo umida per provocare in modo naturale un incendio. I
ricercatori del IPAM (Istituto di Ricerca Ambientale del Amazzonia)
in Brasile, da anni denunciano che esistono persone che praticano i
roghi e che ovviamente nella stagione secca possono peggiorare e
provocare incendi fuori controllo. Molte volte questi incendi non si
spengono con la pioggia e quindi finiscono per propagarsi velocemente
e violentemente come sta succedendo adesso. 
</p>



<p>
Le
polemiche sulle politiche ambientali di Bolsonaro in Brasile le
conosciamo, si punta il dito contro di lui, per l’opinione pubblica
è basicamente il responsabile di questa tragedia, ma pochi sanno che
anche Bolivia e Paraguay sono altrettanto responsabili. 
</p>



<p>Il deputato ed ex ministro boliviano Carlos Sánchez Berzaim e associazioni e ONG ambientaliste boliviane affermano che nell’Amazzonia boliviana i roghi sono stati impulsati ed autorizzati da Evo Morales per ampliare le coltivazioni illegali di coca, eseguire migrazioni interne con l’obiettivo di cambiare la mappa sociopolitica della nazione beneficiando gruppi economici di dubbia reputazione che lavorano accanto al regime. È da anni che in Bolivia si parla di come Morales ha difeso con violenza la diffusione ed espansione di coltivazioni illegali di coca con il fine di finanziare il narcotraffico. Ad oggi si parlano di 80.000 ettari. Lo scorso 16 luglio, il Viceministro della Difesa Sociale e delle Sostanze Controllate (già potremmo discutere su questo Ministero…), Felipe Cáceres García ha ammesso la deforestazione e i roghi per preparare il terreno alle coltivazioni di coca nell’area protetta del Territorio Indigena e Parco Nazionale Isiboro-Securé (TIPNIS). Morales è stato criticato perché nel luglio scorso ha firmato una modifica di un decreto del 2001 che autorizza nella regione amazzonica la deforestazione e i roghi controllati per attività agricole, principalmente nelle regioni di Santa Cruz e Beni, a centro nord del paese. Dopo le denunce da parte dei governi locali, il gruppo boliviano Kuña Mbarete ha promosso una petizione per l’abrogazione del decreto e accusa il presidente Morales di: “Violazione dei diritti umani degli indigeni e della natura, di biocidio ed ecocidio causato nella zona di Chiquitanía in più di 1 milioni di ettari, e per l’attentato contro il 25% dell’ossigeno prodotto nel pianeta”. Sta di fatto che queste terre non solo servono para la coltivazione della coca, servono anche per l’ampliamento della produzione agricola e l’allevamento, anche se i ricercatori della zona dicono che queste terre non sono adatte a ciò, la produzione agricola quindi è totalmente negativa per il terreno.  </p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="704" height="396" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/fiume-amazonas.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12992" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/fiume-amazonas.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 704w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/fiume-amazonas-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 704px) 100vw, 704px" /></figure>



<p>In
questi 14 anni di potere, Morales e la sua dittatura castro chavista
hanno usato queste terre per i loro affari loschi, modificando e
creando delle leggi per lo sfruttamento delle terre e quindi delle
popolazioni indigene che lì vivono. 
</p>



<p>Che
dire del Paraguay. Il paese è stato recentemente criticato per non
proteggere la foresta dagli agrochimici. A metà agosto, l’ONU ha
redatto un report affermando che la nazione è responsabile di
violazioni di diritti umani per non aver fatto dei controlli adeguati
su attività inquinanti illegali. Gli esperti della Commissione dei
Diritti Umani dell’ONU affermano che il paese non controlla le
attività di fumigazione con agrochimici causando l’intossicazione
di persone, tra cui bambini, e anche l’inquinamento delle acque,
del suolo e delle coltivazioni. Sebbene le vittime di questo fatto
vivevano e lavoravano in zone lontane dall’Amazzonia, si sospetta
che la zona colpita dagli incendi, cioè il Distretto di Bahia Negra,
al confine con il Brasile e la Bolivia, sia anche stato colpito da
queste fumigazioni illegali e ovviamente, anche in questo caso dalla
feroce e incontrollata deforestazione, che il fuoco sia stato gestito
in modo inappropriato, che gli allevatori abbiano usato tecniche non
adeguate e che la cosa sia sfuggita di mano scatenando questo inferno
che stiamo vedendo ormai da settimane. La stessa canzone per i tre
paesi coinvolti. 
</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Quando i diritti umani vanno a fuoco</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Mar 2019 05:28:58 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/03/11/imprese-e-diritti-umani-quando-i-diritti-umani-vanno-a-fuoco/">&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Quando i diritti umani vanno a fuoco</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12190" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1024" height="677" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695-300x198.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695-768x508.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">di Cecilia Grillo</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Pungenti le parole con cui il Segretario Generale dell’UNI Global Union si è riferito a KiK Textilien und Non-Food GmbH, una delle prime dieci aziende tedesche specializzate nel commercio al dettaglio per la vendita di prodotti tessili e articoli non-food “</span><span lang="it-IT">KIK is the only retailer involved in all three recent major factory disasters – Ali Enterprises in Pakistan and the Tazreen fire and Rana Plaza building collapse in Bangladesh. </span>Why is KIK refusing to pay compensation to the victims of Ali Enterprises and their families – does KIK really believe that the lives of these workers are worth less than those in Germany? We cannot build a sustainable supply chain in the garment industry if companies like KIK do not commit. KIK it is never too late to do the right thing.”</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nel settembre del 2012, più di 260 persone sono morte e 32 sono state ferite a seguito dell’incendio avvenuto nella fabbrica tessile Ali Enterprises a Karachi, in Pakistan. Il fuoco è stato in grado di diffondersi così rapidamente in gran parte a causa del mancato rispetto da parte dell’impresa tessile degli </span><span lang="it-IT">standard </span><span lang="it-IT">di sicurezza e della presenza di bocchi alle uscite di emergenza: l’incidente è stato soprannominato</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>l&#8217;11 settembre industriale</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">”.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">KiK rappresentava il principale acquirente dei prodotti di abbigliamento della Ali Enterprises e come tale poteva essere ritenuto responsabile congiuntamente ai proprietari e al </span><span lang="it-IT">management </span><span lang="it-IT">dell’industria a causa delle violazioni degli obblighi di applicazione di misure di sicurezza e di misure antincendio che sarebbero dovute essere predisposte all’interno dello stabilimento pakistano.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Qualche settimana prima di tale disastro, la fabbrica era stata sottoposta ad ispezioni da parte della società italiana di revisione RINA che le aveva conferito la certificazione SAI </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">(</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Social Accountability International</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">)</span></span></span></span><span lang="it-IT"> SA8000, nonostante la Ali Enterprise svolgesse le proprie attività in violazione delle principali normative in materia di sicurezza e di misure antincendio: l’industria non era dotata di uscite di emergenza, le finestre erano sbarrate, un intero piano era il risultato di costruzione abusiva. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il 13 marzo 2015 Muhammad Hanif, Muhammad Jabbir, Abdul Aziz Khan Yousuf Zai e Saeeda Khatoon, un sopravvissuto al disastro dell’11 settembre 2012 e tre parenti delle vittime, hanno intentato un’azione legale contro KiK presso il tribunale regionale di Dortmund. I quattro querelanti, nonché membri dell’</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association”, </i></span></span></span></span><span lang="it-IT">hanno chiesto un risarcimento di € 30.000 a KiK per il dolore e la sofferenza causati dall’incendio a tutte le famiglie colpite, così come le scuse e l’impegno da parte dell’impresa a garantire la sicurezza presso le strutture di produzione di abbigliamento </span><span lang="it-IT">esternalizza</span><span lang="it-IT">te.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">KiK inizialmente ha accettato di versare un milione di dollari al fine di garantire sollievo immediato ai feriti e ai familiari delle vittime e di negoziare un risarcimento di lunga durata per mezzo del </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Pakistan Institute of Labour Education &amp; Research</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">. </span></span></span></span><span lang="it-IT">Nel 2013 a seguito dell’inerzia di Kik nel rispettare la promessa di risarcimento</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, l’</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>European Center for Constitutional and Human Rights </i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">(ECCHR) </span></span></span></span><span lang="it-IT">ha depositato presso la Corte Suprema di Sindh un</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>amicus brief</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">” </span></span></span></span><span lang="it-IT">volto ad esporre in dettaglio le responsabilità di KiK in relazione alla violazione delle misure di sicurezza e antincendio, mettendo in luce inoltre gli obblighi dello Stato pakistano ai sensi del diritto internazionale. Secondo l’ECCHR, lo scopo della presentazione dell’</span><span lang="it-IT">amicus brief </span><span lang="it-IT">è stato quello di garantire che l’indagine coprisse non solo gli attori locali, ma esaminasse anche il ruolo nella vicenda della società acquirente KiK e della società di revisione RINA.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nonostante KiK abbia la propria sede legale in Germania, ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 1 del regolamento Roma II, la legge pakistana risulta essere la legge applicabile alla controversia in quanto legge del luogo in cui si è verificato il fatto. La legge pakistana è, in larga misura, basata sui principi del </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Common Law</i></span></span></span></span><span lang="it-IT"> inglese e le corti pakistane si riferiscono spesso alla giurisprudenza inglese come fonte giuridica prevalente, in particolare nel campo della responsabilità civile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">I richiedenti sostenevano che KiK avesse un diretto dovere di diligenza volto a garantire il rispetto degli </span><span lang="it-IT">standard </span><span lang="it-IT">di sicurezza sul lavoro, in quanto era regolarmente intervenuta nello svolgimento delle operazioni dell’industria, dirigendo e monitorando la gestione dell’applicazione delle misure di sicurezza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">In particolare, KiK dispone di un proprio codice di condotta, incorporato anche nei contratti stipulati dall’impresa con le proprie </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>supply chains</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, </span></span></span></span><span lang="it-IT">sulla base del quale i fornitori che vogliano entrare in rapporti commerciali con KiK sono tenuti a conformarsi a </span><span lang="it-IT">standard</span><span lang="it-IT"> volti a garantire determinate condizioni lavorative: l’azienda tedesca è tenuta a svolgere procedimenti di monitoraggio in relazione al rispetto di tali </span><span lang="it-IT">standard</span><span lang="it-IT">, in particolare attraverso attività di </span><span lang="it-IT">audit </span><span lang="it-IT">condotte da enti terzi e l’imposizione di sanzioni quali la cancellazione di ordini o la cessazione dell’attività commerciale in caso di non conformità rispetto a tali disposizioni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">I richiedenti hanno evidenziato come KiK avesse acquistato il 75% della produzione della Ali Enterprise, rappresentando di conseguenza il suo principale acquirente, avendo stretto vincolanti rapporti commerciali con suddetto stabilimento: Kik era responsabile di garantire la conformità delle attività condotte alla Ali Enterprise rispetto a </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>standards</i></span></span></span></span><span lang="it-IT"> di salute e sicurezza all’interno della fabbrica e ha violato il proprio dovere di diligenza omettendo di prevenire gli ingenti danni subiti dai lavoratori dell’industria pakistana.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nel caso Kik, un ostacolo importante è stato rappresentato dalla difficoltà nell’attribuire responsabilità diretta a una società subappaltatrice a causa del mancato esercizio della dovuta diligenza nell’assicurare che i diritti umani venissero rispettati anche all’interno delle sue catene di approvvigionamento globali. Sebbene tali previsioni siano perfettamente in linea con gli obblighi di dovuta diligenza connessi al rispetto dei diritti umani da parte delle società controllanti stabiliti negli UNGPs, nella pratica impongono ai ricorrenti di essere supportati da una serie di prove fra cui la dimostrazione del livello di controllo e di supervisione esercitati dalla società madre sull’attività dei suoi fornitori, accertamenti frequentemente di difficile dimostrazione; inoltre il limitato accesso alle informazioni (come ad esempio alle documentazioni interne) rende ancora più complessa la dimostrazione da parte dei richiedenti della veridicità delle proprie affermazioni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il 10 gennaio 2019, la Corte di Dortmund ha respinto la domanda dei ricorrenti per scadenza dei termini di prescrizione secondo quanto previsto dalle disposizioni legislative pakistane.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il caso Kik è il primo del suo genere in Germania, essendo stato in grado di mettere in luce la responsabilità delle imprese nelle loro operazioni transnazionali in relazione al rispetto delle condizioni lavorative presso le proprie filiali e i propri fornitori all’estero: è la prima volta che la responsabilità di una società europea è stata invocata dalle corti internazionali in riferimento a violazioni dei diritti umani avvenute da parte di uno dei suoi fornitori all’interno di un paese terzo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Indipendentemente dall’esito del processo, il viaggio dei querelanti in Europa è stata un’occasione per mettere in luce le violazioni dei diritti umani commesse dalle multinazionali europee e nordamericane, la loro campagna ha evidenziato la necessità imminente di ritenere le corporazioni locali e transnazionali responsabili di violazioni dei diritti umani che avvengono nello svolgimento delle loro operazioni e delle attività condotte dalle loro catene di approvvigionamento.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Gli sforzi di tali campagne di sensibilizzazione stanno già iniziando a dare i propri frutti: molti stati occidentali hanno messo in atto meccanismi volti a controllare le violazioni dei diritti umani delle corporazioni transnazionali all’interno dei loro territori, ad esempio la Francia ha promulgato e implementato la </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>loi-de-vigilanza</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, </span></span></span></span><span lang="it-IT">una legge che prevede un’attività di </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>due diligence</i></span></span></span></span><span lang="it-IT"> necessaria in relazione al rispetto dei diritti umani da parte delle società nello svolgimento delle proprie operazioni; il parlamento olandese ha adottato il Wet Zorgplicht Kinderarbeid, una legislazione volta al controllo, da parte delle imprese, del verificarsi di fenomeni di sfruttamento del lavoro minorile all’interno della loro catena di produzione. Nonostante tali misure siano state adottate da parte di diversi paesi occidentali, paesi economicamente meno sviluppati, a causa prevalentemente di ragioni socio-politiche, non sono stati in grado di uscire dalla persistente situazione di violazioni e abusi che li caratterizza. </span></p>
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		<title>Rogo dell&#8217;hotspot nella piana di Gioia Tauro. La denuncia di MEDU e Amnesty</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2018 07:52:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>LA DENUNCIA DI MEDICI PER I DIRITTI UMANI E AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA A due settimane dal tragico incendio che ha distrutto la baraccopoli di San Ferdinando causando la morte di una giovane donna, la&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/foto-comunicato-Medu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10256" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/foto-comunicato-Medu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="794" height="555" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/foto-comunicato-Medu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 794w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/foto-comunicato-Medu-300x210.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/foto-comunicato-Medu-768x537.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 794px) 100vw, 794px" /></a></strong></p>
<p><strong>LA DENUNCIA DI MEDICI PER I DIRITTI UMANI E AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA</strong></p>
<p><em>A due settimane dal tragico incendio che ha distrutto la baraccopoli di San Ferdinando causando la morte di una giovane donna, la risposta delle istituzioni è ancora vergognosamente carente. Solo 174 dei circa 2.000 lavoratori stranieri nell’area sono state trasferiti, qualche giorno fa ed in modo del tutto improvvisato, in una nuova tendopoli del Ministero dell’Interno priva di servizi igienici, acqua, luce. In assenza di alternative, la maggior parte delle persone sono rimaste a vivere tra i resti della vecchia baraccopoli, dichiarata ad alto rischio per la salute a causa dell’elevata tossicità riscontrata. Medu chiede alle istituzioni che vengano garantite nell’immediato soluzioni di accoglienza sicure e dignitose.</em></p>
<p>A circa un mese dal rogo della baraccopoli di San Ferdinando, che nella notte tra il 26 e il 27 gennaio ha distrutto gran parte delle abitazioni di fortuna e causato la morte di una donna di 26 anni, ancora una volta desta allarme e preoccupazione <strong>la colpevole incapacità delle istituzioni di fornire risposte urgenti e concrete per il superamento della drammatica situazione abitativa e igienico-sanitaria dei circa 2.000 lavoratori agricoli stranieri</strong> che si concentrano nella zona industriale di San Ferdinando.</p>
<p>La tensostruttura della protezione civile, approntata nelle ore immediatamente successive al rogo e in grado di ospitare solo 198 persone, è stata smantellata la mattina del giorno 8 febbraio e solo parte delle persone accolte sono state trasferite in modo del tutto improvvisato e sbrigativo presso una nuova tendopoli del Ministero dell’Interno situata a poca distanza: 29 tende in grado di ospitare fino a 174 persone, <strong>senza servizi igienici, acqua ed elettricità, montate sulla terra nuda, in un’area che poche gocce possono trasformare in una palude. </strong>Eppure, secondo un rapporto dell’ARPACAL, consegnato qualche giorno fa alla Prefettura di Reggio Calabria, occorre mettere in sicurezza quanto prima l’area su cui insiste la vecchia tendopoli e le persone che ci vivono visto l’alto grado di tossicità – dovuto alla combustione incontrollata di rifiuti eterogenei in grado di produrre diossine ed altre sostanze inquinanti dannose alla salute umana- che rende necessario e prioritario tutelare vite umane.</p>
<p>Solo due giorni prima del nuovo trasferimento le associazioni attive nella piana di Gioia Tauro erano state convocate dal Commissario Straordinario di Governo e dal Sindaco di San Ferdinando – unici interlocutori istituzionali presenti – per essere informate sulle soluzioni individuate dalle istituzioni per far fronte nell’immediato alle sempre più critiche condizioni di vita dei lavoratori rimasti a vivere nei resti insalubri della vecchia baraccopoli. In quell’occasione Medici per i Diritti Umani (MEDU), insieme alle altre associazioni presenti, aveva chiesto che la struttura in corso di allestimento fosse predisposta in modo tale da garantire <strong>condizioni di vita dignitose e adeguate</strong>, tra cui servizi igienico-sanitari in numero proporzionale alle persone accolte, adeguato allestimento e riscaldamento delle unità abitative, presenza di operatori professionali con formazione specifica, servizi di assistenza ed orientamento sociale e legale, mediazione linguistica e culturale, adeguata informativa rispetto ai diritti dei lavoratori agricoli. Niente di tutto questo è stato realizzato.</p>
<p>Le iniziative poste in atto fino ad ora sembrano piuttosto essere l’ennesima improvvisata soluzione d’emergenza, che non risponde alla necessità di garantire, nemmeno in maniera provvisoria, <strong>una capienza adeguata ad accogliere tutti i lavoratori attualmente presenti e di tutelare la sicurezza di tutti coloro </strong>che vivono nella zona industriale di San Ferdinando. Con i pochi posti a disposizione, è stato infatti possibile dare un letto soltanto a chi dormiva nella tensostruttura della protezione civile (e probabilmente nemmeno a tutti, nonostante la struttura sia stata rimossa), lasciando gli abitanti della vecchia tendopoli a dormire ancora su strati di plastica e gomma bruciata. Inoltre, vista la prossimità all’area da bonificare, mancano garanzie – non fornite al momento – sul fatto che la tossicità del luogo non mantenga i suoi effetti nocivi anche a poche decine di metri di distanza.</p>
<p>Alla luce dei concreti rischi in termini di salute e sicurezza, evidenziati a più riprese dalle istituzioni, <strong>MEDU e Amnesty International Italia chiedono con forza che venga garantita nell’immediato a tutte le persone presenti nell’area una soluzione di accoglienza dignitosa e con standard igienico-sanitari e di sicurezza adeguati, in grado di tutelare in primo luogo la salute e i diritti fondamentali di ogni persona.</strong></p>
<p>In relazione alla soluzione di medio termine delineata dalle istituzioni- un campo container attrezzato nel contiguo territorio del comune di Gioia Tauro, nella cosiddetta area “ex opera Sila” – <strong>MEDU e Amnesty International Italia chiedono che vengano rapidamente fornite informazioni certe sulle tempistiche, il numero di posti disponibili, le risorse a disposizione e le condizioni generali di accoglienza.</strong> Inoltre, in attesa di conferma della possibilità di utilizzo del sito identificato da parte del comune interessato, MEDU e Amnesty International Italia chiedono garanzie rispetto ai possibili rischi per la salute derivanti dalla presenza di un inceneritore nell’area. Resta infine il timore che l’isolamento, l’assenza di un sistema di trasporti pubblici adeguato, la mancanza di un reale impegno nella prospettiva dell’inclusione sociale, possano determinare il sorgere di un ennesimo luogo di esclusione, marginalità e sfruttamento con inevitabili conseguenze anche in termini di conflittualità sociale.</p>
<p>Per quanto riguarda le soluzioni di medio-lungo termine, MEDU e Amnesty International Italia chiedono un impegno concreto per realizzare l’obiettivo da tempo auspicato da tutte le istituzioni, quello cioè <em>dell’accoglienza diffusa</em>, che ad oggi resta solo uno slogan privo di contenuto.  A tale proposito, MEDU e Amnesty International Italia chiedono che vengano indicate <strong>le modalità, le tempistiche, gli attori istituzionali preposti ed i finanziamenti disponibili</strong>. Tale soluzione non può ricadere naturalmente solo nell’ambito territoriale dei comuni di San Ferdinando e di Rosarno ma <strong>si deve estendere a tutti i comuni della piana di Gioia Tauro</strong> attraverso il coordinamento delle istituzioni coinvolte, in primis la <em>Regione Calabria</em>. Desta grave preoccupazione che la Regione, già investita del compito di promuovere “politiche di promozione e sostegno abitativo in favore dei lavoratori agricoli stagionali e iniziative volte a incentivare la loro integrazione nella piana di Gioia Tauro”, sia oggi del tutto assente.</p>
<p>Si richiama infine l’opportunità di <strong>coinvolgere attivamente le associazioni che da anni operano a stretto contatto con i lavoratori migranti e soprattutto</strong> <strong>degli abitanti delle tendopoli</strong> nella pianificazione ed implementazione delle soluzioni individuate e condivise, al fine di evitare ulteriori fallimenti e tensioni e cercando in ogni caso di evitare azioni di sgombero violento non concordate con la popolazione degli insediamenti.</p>
<h5><em>Medici per i Diritti Umani (MEDU)  ha avviato dal 2014 il progetto Terragiusta. Campagna contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura. </em><em>I partner del biennio 2016-18 sono: Arci “Iqbal Masih” di Venosa, Flai-Cgil di Gioia Tauro, Comune di Rosarno, Terra!Onlus, Zalab, Amisnet/Echis, OIS- Osservatorio Internazionale per la Salute Onlus-</em></h5>
<h5><em>Progetto realizzato con il sostegno di: Fondazione con il Sud; Fondazione Charlemagne; Open Society Foundations</em>.</h5>
<p>(Mediciperidirittiumani.it)</p>
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		<title>Due euro l&#8217;ora: e poi morire di lavoro nero</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2016 06:56:53 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/Due20euro20lora20locandina20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7148" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/Due20euro20lora20locandina20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="due%20euro%20lora%20locandina%20" width="276" height="395" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/Due20euro20lora20locandina20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 276w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/Due20euro20lora20locandina20-210x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 210w" sizes="(max-width: 276px) 100vw, 276px" /></a></b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">DUE EURO L&#8217;ORA di Andrea D’Ambrosio prende spunto dall’incendio del materassificio Bimaltex di Montesano sulla Marcellana (Sa) il 5 luglio 2006 in cui sono morte Annamaria Mercadante di 49 anni e Giovanna Curcio di 15 anni. Nonostante il titolare della “fabbrica” sia stato condannato in via definitiva ad otto anni di reclusione per “grave noncuranza per la vita delle proprie dipendenti” le famiglie delle due operaie sono rimaste sole e il regista non è riuscito neppure a girare lì il film. Anzi, (molti) rappresentanti istituzionali e dirigenti pubblici hanno scaricato la responsabilità sui singoli cittadini e in primis sulle operaie che avrebbero dovuto denunciare quella fabbrica abusiva.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel film, in un piccolo paesino del Sud Italia in un seminterrato che fa da sartoria abusiva, Rosa e Gladys confezionano tute sportive schiavizzate da Enzo Blasi (uno strepitoso Peppe Servillo) un avido menefreghista che sfrutta le paure, l’insicurezza e l’omertà di chi finge di non vedere….ma anche la connivenza dei carabinieri, come ben esemplificato dalla scena in cui padrone e carabinieri si bevono insieme una tazzina di caffè ridacchiando e ammiccando. Rosa è una ragazzina di 17 anni che di nascosto decide di abbandonare gli studi per racimolare i soldi e raggiungere il fidanzato emigrato in Svizzera mentre Gladys è un’immigrata di ritorno dal Venezuela (interpretata da Chiara Baffi, vincitrice del premio come miglior attrice protagonista al Bari International Film Festival) che prova a ribellarsi ma la crisi economica e delusioni personali la risospingono nel laboratorio, troppo debole e sola per sindacalizzare il suo grido di protesta.</p>
<p align="JUSTIFY">Un film di denuncia non solo del lavoro nero ma anche dell’omertà e del bisogno economico che obbliga i soggetti ad accettare qualsiasi condizione perché “o così o niente”, ma anche un film d’amore e di amicizia: dopo il rogo Rosa e Gladys vengono trovate abbracciate…e solo una delle due sopravviverà.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="en-US"><b>Trailer</b></span></span></span></p>
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/eiTf09UX8e8?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Libri bruciati, libri vietati</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2015 05:01:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Religione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Monica Macchi I libri bruciati sono quelli “sovversivi e pericolosi” in base al giudizio del comitato costituito appositamente dal Ministero dell’Educazione e lo scopo è quello di “mettere le menti dei bambini al&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div align="LEFT" style="font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
di<br />
Monica Macchi</div>
<p></p>
<div align="LEFT" style="font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://1.bp.blogspot.com/-ITK-Hb41pJ4/VXU9NGGBo1I/AAAAAAAACxw/sx2mctABbrs/s1600/unnamed%2B%2528123%2529.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" height="320" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/06/unnamed-%28123%29.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="256" /></a></div>
<p></p>
<div align="CENTER" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<a href="http://3.bp.blogspot.com/-0sj5Gs2psDM/VXU9TYXZdPI/AAAAAAAACx4/103BK5U2pA0/s1600/unnamed%2B%2528124%2529.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" height="320" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/06/unnamed-%28124%29.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="231" /></a>I<br />
libri bruciati sono quelli “sovversivi e pericolosi” in base al<br />
giudizio del comitato costituito appositamente dal Ministero<br />
dell’Educazione e lo scopo è quello di “mettere le menti dei<br />
bambini al riparo dall’estremismo e dal terrorismo” secondo le<br />
parole di Bouthania Kishk, l’ufficiale del governo che ha<br />
partecipato al rogo. In particolare ci si è accaniti contro testi<br />
giuridici tra cui quelli di due preminenti giuristi egiziani, Abd<br />
Al-Razzak Al-Sanhuri, un modernizzatore della sharia attraverso<br />
istituti del diritto civile occidentale e dello Sheikh Ali Abdel<br />
Razik, sostenitore della separazione fra religione e Stato e della<br />
non-necessità del califfato (nel senso che i musulmani possono avere<br />
qualsiasi tipo di governo, sia religioso che laico, purchè al<br />
servizio degli interessi e del benessere collettivo) e contro i testi<br />
di storia che utilizzano il termine<em><br />
“inqilab” </em><em>cioè<br />
“colpo di Stato”</em><em><br />
</em><em>invece<br />
di</em><em><br />
“thawra” </em><em>cioè<br />
“rivoluzione”</em><em><br />
</em><em>per<br />
descrivere la deposizione di Morsi ad opera del generale Sisi. E<br />
ovviamente a proposito del nuovo governo non si può parlare del<br />
massacro di</em><em><br />
</em>Rabaa…tanto<br />
meno in televisione e così il nuovo programma di Reem<br />
Magued è<br />
stato sospeso dopo l’intervista con Eman<br />
Helal,<br />
fotografa di Masry Al-Youm<br />
che ha mostrato anche il suo reportage a Rabaa al-ʿAdawiyya e<br />
ricordato alcuni fotogiornalisti ancora in carcere tra cui Shawqan,<br />
considerato da Amnesty “prigioniero di coscienza” (qui potete<br />
leggere più informazioni sul caso Shawqan&nbsp; </div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="_GoBack"></a>http://peridirittiumani.blogspot.it/2015/01/mahmoud-abou-zeid-alias-shawkan-un.html).?utm_source=rss&utm_medium=rss</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<em>Il<br />
libro vietato (questo senza motivazione…) è “</em>Walls<br />
of Freedom” della casa editrice Dar Al-Tanweer  un ritratto<br />
dell’Egitto post-25 gennaio attraverso i murales del Cairo che<br />
hanno trasformato le strade in un giornale dinamico e creativo,<br />
alternativa popolare ai media mainstream e alla propaganda<br />
governativa. Arricchito con saggi di artisti ed esperti, Walls of<br />
Freedom contestualizza i graffiti nei contesti storici,<br />
socio-politici, culturali e artistici nell’intero Egitto. Per<br />
denunciare la censura alcuni artisti tra cui Mohamed El-Moshir e<br />
Ammar Abo Bakr hanno dipinto questo murales a Al-Bustan in pieno<br />
centro al Cairo e per tutta risposta sono stati arrestati e detenuti<br />
per più di 12 ore…e il libro continua ad essere vietato.</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://3.bp.blogspot.com/-nJipVKT0z4E/VXU9Xwf-hiI/AAAAAAAACyA/Zcfz356NLy4/s1600/unnamed%2B%2528125%2529.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" height="80" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/06/unnamed-%28125%29.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="400" /></a></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Rogo di libri? E&#8217; inaccettabile !</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2015 10:57:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Domani 28 marzo alle 15 Forza Nuova intende allestire un banchetto in Piazza Oberdan, a Milano, sul quale distribuirà una lista di libri che a loro giudizio diffondono la cosiddetta &#8220;ideologia gender&#8221; tra i&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width: 643px;">
<tbody>
<tr>
<td width="643">
<div dir="LTR" id=":ml">
<div dir="LTR" id=":p2">
<br />
Domani 28 marzo alle 15 Forza<br />
      Nuova intende allestire un banchetto in Piazza Oberdan, a<br />
      Milano, sul quale distribuirà una lista di libri che a loro<br />
      giudizio diffondono la cosiddetta &#8220;ideologia gender&#8221;<br />
      tra i bambini, con esplicito invito ai genitori di bruciarli.</p>
<div dir="LTR" id=":p1">
      Si tratta di un gesto<br />
      gravissimo che ricorda fin troppo da vicino le azioni dei<br />
      nazisti: <br />gli antifascisti e antirazzisti milanesi non<br />
      possono tollerare che nella nostra città vengano organizzati o<br />
      suggeriti roghi di libri.  Invitiamo, quindi, tutte e tutti a<br />
      mobilitarsi con la presenza domani in Porta Venezia e dando la<br />
      massima diffusione alla notizia attraverso tutti i canali<br />
      disponibili (mailing list, facebook e twitter, contatto<br />
      diretto).</p>
<p>      Portate e dite di portare un<br />
      libro dedicato ai temi della lotta al fascismo, al razzismo,<br />
      all&#8217;omotransfobia.</p>
<p>      In allegato l&#8217;articolo del<br />
      &#8220;Giorno&#8221; sul banchetto di domani.</p>
<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/03/unnamed-90.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/03/unnamed-90.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="476" width="640" /></a></div>
<p></p></div>
</div>
</div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
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			</item>
		<item>
		<title>Omicidio e lavoro nero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Apr 2014 04:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[abuso]]></category>
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		<category><![CDATA[calndestini]]></category>
		<category><![CDATA[cinesi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Foto Il Messaggero Il nome della fabbrica tessile era italiano: “Teresa moda”, ma vi lavoravano, in nero e in condizioni disumane, tanti cinesi. Situata nella chinatown di Prato, il 1 dicembre 2013, la fabbrica&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-33.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-33.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;">Foto Il Messaggero</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il nome<br />
della fabbrica tessile era italiano: “Teresa moda”, ma vi<br />
lavoravano, in nero e in condizioni disumane, tanti cinesi.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Situata<br />
nella chinatown di Prato, il 1 dicembre 2013,  la fabbrica con i suoi<br />
capannoni andò in fumo e, nel rogo, persero la vita sette operai e<br />
due furono ustionati gravemente. Dopo mesi di indagini, le forze<br />
dell&#8217;ordine hanno arrestato, nei giorni scorsi, cinque persone: due<br />
italiani e tre cinesi. Questi ultimi erano i gestori del laboratorio<br />
diventato una trappola mortale, ma erano anche genitori di un bambino<br />
di quattro anni e, tutti e tre insieme, vivevano nel laboratorio<br />
stesso, tra materiale tossico e sostanze chimiche. Per loro le accuse<br />
sono di omicidio plurimo colposo. I due italiani, proprietari della<br />
fabbrica, Giacomo e Massimo Pellegrini, si trovano agli arresti<br />
domiciliari per abuso edilizio.&nbsp;&nbsp; </div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
All&#8217;epoca<br />
dei fatti, l&#8217;ex Ministro per l&#8217;Integrazione (quando ancora esisteva<br />
questo ministero), Cècile Kyenge, scrisse su twitter: “Il mio<br />
pensiero è per la tragedia di Prato. Grave la violazione della<br />
dignità umana dei lavoratori cinesi”.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </p>
<table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-%2834%29.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-%2834%29.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;">Foto tg24.sky.it</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Cinesi<br />
che sfruttavano, quindi, altri connazionali con la complicità degli<br />
italiani: tutti indagati anche per disastro colposo, omissione delle<br />
norme di sicurezza sul lavoro e uso di mano d&#8217;opera irregolare.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Gli<br />
inquirenti hanno, dunque, iniziato a dare una risposta concreta<br />
all&#8217;appello che, il giorno dopo l&#8217;accaduto, Giorgio Napolitano aveva<br />
rivolto al presidente della giunta regionale toscana: “ Indirizzo<br />
ai rappresentanti della comunità cinese e alla città di Prato”,<br />
si legge nella lettera del capo dello Stato, “l&#8217;espressione dei<br />
miei sentimenti di umana dolorosa partecipazione per le vittime della<br />
tragedia del rogo. Condivido la necessità da lei posta con forza, di<br />
un esame sollecito e complessivo della situazione che ha visto via<br />
via crescere a Prato un vero e proprio distretto produttivo nel<br />
settore delle confezioni, in misura però non trascurabile<br />
caratterizzato dalla violazione delle leggi italiane e dei diritti<br />
fondamentali dei lavoratori ivi occupati&#8230;Al di là di ogni polemica<br />
o di una pur obiettiva ricognizione delle cause che hanno reso<br />
possibile il determinarsi e il permanere di fenomeni abnormi,<br />
sollecito a mia volta un insieme di interventi concertati a livello<br />
nazionale, regionale e locale per far emergere, da una condizione di<br />
insostenibile illegalità e sfruttamento, senza porle<br />
irrimediabilmente in crisi, realtà produttive e occupazioni che<br />
possono contribuire allo sviluppo economico toscano e italiano”.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Morire di lavoro</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2013/12/09/morire-di-lavoro/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Dec 2013 05:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[abusivo]]></category>
		<category><![CDATA[capannone]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[cinesi]]></category>
		<category><![CDATA[clandestino]]></category>
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		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[tragedia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prato, 2013: un capannone-dormitorio per un gruppo di persone di nazionalità cinese si è trasformato in un inferno. Il capannone era adibito a fabbrica tessile, in cui non veniva osservata alcuna misura di sicurezza:&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2013/12/09/morire-di-lavoro/">Morire di lavoro</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/12/cinesi-rogo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/12/cinesi-rogo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="195" width="320" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Prato,<br />
2013: un capannone-dormitorio per un gruppo di persone di nazionalità<br />
cinese si è trasformato in un inferno.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
capannone era adibito a fabbrica tessile, in cui non veniva osservata<br />
alcuna misura di sicurezza: “una tragedia annunciata”, come ha<br />
sostenuto il sindaco della città, Roberto Cenni.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Restano<br />
pezzi di macchine da cucire e tessuti bruciati, stendini e vetri<br />
rotti. Ma resta, soprattutto, la vergogna e l&#8217;indignazione per quei<br />
sette operai che hanno perso la vita nel rogo, sette persone, emblema<br />
degli schiavi contemporanei, vittime di un sistema economico e di un<br />
mercato sempre più aggressivi che pretendono  produttività e non<br />
concedono tutele.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
A<br />
distanza di pochi giorni dal dramma, l&#8217;unico corpo identificato è<br />
quello di un irregolare e anche questo mette in luce un problema<br />
irrisolto e complesso, la questione che riguarda il lagame tra la<br />
possibilità, per gli immigrati, di ottenere un permesso di soggiorno<br />
e un lavoro in regola.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Le<br />
parole del Procuratore che sta seguendo l&#8217;inchiesta, Piero Tony,<br />
sottolineano la gravità e le criticità che stanno alla base<br />
dell&#8217;accaduto: “ La maggior parte delle aziende sono organizzate<br />
così: è il far west. I controlli sulla sicurezza e su ciò che è<br />
collegabile al lavoro, nonostante l&#8217;impegno delle amministrazioni e<br />
delle forze dell&#8217;ordine, sono insufficienti. Siamo sottodimensionati:<br />
noi come struttura burocatica siamo tarati su una città che non<br />
esiste più, una città di 30 anni fa”.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
I reati<br />
contestati al proprietario italiano della fabbrica abusiva, ad oggi,<br />
sono: disastro colposo, omicidio colposo plurimo, omissione di norme<br />
di sicurezza e sfruttamento di manodopera clandestina. Gli operai<br />
lavoravano, ovviamente sottopagati, nel capannone, ma ci vivevano<br />
anche: ammassati in un soppalco, suddiviso in piccole stanze con<br />
pareti in cartongesso. E qui c&#8217;era anche un bambino di quattro anni<br />
che è riuscito a fuggire insieme ai genitori. Se questo è il modo<br />
di tutelare la dignità della vita, se questo è il modo di<br />
accogliere i migranti, se questo vuol dire essere un Paese civile,<br />
come tante, troppe volte è stato scritto&#8230;</div>
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		<title>Il rogo di Cosenza: deceduti tre immigrati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 06:16:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All&#8217;inizio del mese di marzo è accaduto un fatto tragico, passato in sordina tra le notizie di cronaca: due uomini marocchini e una donna tunisina sono stati trovati morti carbonizzati in un casolare alla&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
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<div style="margin-bottom: 0cm;">
 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
All&#8217;inizio<br />
del mese di marzo è accaduto un fatto tragico, passato in sordina<br />
tra le notizie di cronaca: due uomini marocchini e una donna tunisina<br />
sono stati trovati morti carbonizzati in un casolare alla periferia<br />
di Cosenza, in Calabria.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Cercavano<br />
di vivere nell&#8217;edificio abbandonato, ormai da tempo utilizzato dai<br />
senzatetto e la causa del loro decesso è stata un allacciamento<br />
abusivo alla rete elettrica per far funzionare due piccole stufe con<br />
cui cercavano di riscaldarsi.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Viene<br />
subito da pensare anche a quei 13mila profughi del piano “Emergenza<br />
Nord Africa” che sono stati richiusi, per due anni, in alloggi<br />
privati senza alcun tipo di assistenza e che ora, alla fine del<br />
“piano”, sono stati liquidati con 500 euro e rischiano di<br />
ritrovarsi nelle stesse condizioni degli immigrati che hanno perso la<br />
vita a Cosenza.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Molte<br />
associazioni, operatori del volontariato e attivisti hanno<br />
organizzato un Sit-in di solidarietà verso queste persone che vivono<br />
in condizioni di estrema povertà, sventolando uno striscione con<br />
scritto: “ Milioni di euro per l&#8217;accoglienza agli immigrati e<br />
ancora si muore nelle case abbandonate. Vergogna.”</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, per l&#8217;occasione, ha parlato di<br />
“un momento di rispettosa riflessione e di insegnamento collettivo<br />
su quanto il senso di solidarietà debba avere per ognuno di noi una<br />
valenza di rilevante responsabilità individuale”, ma più incisive<br />
sono state le parole di un altro sindaco, quello di Acquaformosa,<br />
Giovanni Manoccio: “ &#8230;Da anni conosciamo storie di pura<br />
disperazione di uomini, donne e bambini che hanno attraversato il<br />
deserto e poi il Mediterraneo con le zattere della morte alla mercè<br />
di uomini e di organizzazioni criminali disposte a tutto; abbiamo<br />
conosciuto le storie personali di tanti nostri fratelli africani, i<br />
loro sogni e le speranze dei loro bambini, la loro fragilità<br />
economica e sociale. E&#8217; difficile oggi, in presenza di una storia di<br />
povertà ed emarginazione, fare analisi politiche e sociali. E&#8217;<br />
difficile spiegare che la donna perita a Cosenza assieme a due uomini<br />
non è una profuga dell&#8217;emergenza Nord Africa della primavera 2012,<br />
bensì una donna che, assieme ai suoi figli, da circa 20 anni viveva<br />
nella precarietà più assoluta, con i figli anch&#8217;essi vittime della<br />
povertà e dell&#8217;emarginazione. Tutto ciò è una sconfitta di tutti<br />
noi. E&#8217; la sconfitta di una società che non riesce ad uscire fuori<br />
dalle paure e dagli egoismi, di una società che non include ma<br />
esclude chi sia povero o diverso o extracomunitario e che si accorge<br />
della sofferenza solo ed esclusivamente in questi momenti per poi<br />
rimuovere il tutto in poche ore. Quante parole si spenderanno in<br />
questi giorni?”.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
E<br />
concludiamo con la frase di un immigrato senegalese, fermo davanti al<br />
casolare: “In Italia c&#8217;è chi perde tempo e chi muore”.</div>
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